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Un milione in piazza con la Cgil Camusso: "Manovra irresponsabile ma noi non ci rassegneremo mai", di Luisa Grion

La frase più ripetuta, dai palchi e dalle piazze, è stata «non ci rassegneremo». L´ha scandita Susanna Camusso, leader della Cgil, che così ha concluso la manifestazione di Roma. L´hanno recitata slogan e cartelli nei cortei che ieri hanno invaso le piazze di tutta Italia con l´obiettivo di cambiare la manovra che oggi va al voto di fiducia. Una pioggia di proteste voluta e organizzata – come ormai da un po´ di tempo – dalla sola Cgil, contro il parere nettamente contrario di Cisl e Uil. Uno sciopero generale destinato ad aprire un autunno ancora più caldo dopo la decisione del governo di inserire nel provvedimento una norma che attacca l´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e amplia la possibilità delle aziende di licenziare.
Cento piazze mobilitate, un milione di lavoratori nei cortei di tutta Italia, un´adesione media – secondo il sindacato – del 58 per cento, 200 voli cancellati, il 60 per cento dei treni fermi: queste le cifre fornite dalla Cgil e contestate dal governo stesso (Sacconi ha parlato di «adesione bassa», ma anche di «boomerang» per il paese, Brunetta di sciopero «solo del 3-4 per cento»).
Molte le piazze pacifiche, ma anche momenti di tensione: a Palermo un gruppo di autonomi ha bruciato bandiere della Cisl e della Uil; a Milano rappresentanti dei centri sociali hanno lanciato uova e fumogeni contro alcune banche e tentato di raggiungere la Borsa; uova e vernice anche a Torino dove alcuni «No Tav» hanno provato a salire sul palco; undici agenti feriti a Napoli dai petardi e un coro di fischi all´inno nazionale durante la manifestazione in piazza a Genova.
Segnali di un clima difficile, ma la protesta non finirà qui: «Anche se la manovra sarà approvata, noi non ci rassegnammo – ha detto la Camusso – saremo giorno per giorno in piazza, con quelli che hanno il coraggio di dire no» perché «la manovra è incivile e irresponsabile, fa pagare il conto del paese che non cresce ai lavoratori e ai pensionati». L´Italia, ha detto la leader della Cgil, «no la merita, e non merita un governo inadeguato e inaffidabile» che deve andare a casa perché ha già portato «il paese nel baratro» e ora insiste spingendo «in fondo al tunnel». La Cgil assicura che «siamo ancora in tempo a cambiare» le misure. Chiede la patrimoniale, chiede che fra tanti tagli si pensi anche ad una spesa: «un piano straordinario per l´occupazione dei giovani, senza i quali non c´è futuro».
Certo gli spazi sono stretti e i problemi tanti. Uno di questi, per la Cgil, resta il rapporto con Cisl e Uil: due sigle che al solo pronunciarle hanno fatto fioccare i fischi delle piazze. Bonanni, d´altra parte, aveva appena dichiarato che lo sciopero «spacca il mondo del lavoro e dà un segnale negativo ai mercati», la Camusso aveva appena risposto «mi sembra che Bonanni sia sull´orlo di una crisi di nervi». Perché fare ora lo sciopero? «Se non ora quando? – ha replicato la leader Cgil – Se non è mai il momento di scioperare allora non si è capito cosa succede in questo paese».
L´altro fronte aperto è quello legato all´articolo 8 della manovra, quello che di fatto depotenzia l´articolo 18 dello Statuto e che per la Camusso «è un danno al lavoro e all´occupazione: se il Parlamento non lo stralcia intraprenderemo tutte le strade possibili perché questa vergogna deve essere cancellata». Un punto sul quale anche l´opposizione si è impegnata (oltre a Bersani, Vendola e Di Pietro nei cortei Cgil ieri c´erano molti altri rappresentanti di Pd, Idv e Sel), ma sul quale lo scontro con il governo è frontale. «Sacconi cancelli quell´articolo – ha detto la Camusso – altrimenti non ci saranno più dubbi che è il peggior ministro del Lavoro che la storia della Repubblica abbia avuto». «Rinunciare all´articolo? – ha replicato il ministro – Non se ne parla proprio».

La Repubblica 07.09.11

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“Nelle fabbriche bolognesi gli indignati di Cisl e Uil”, di MARCO BETTAZZI

Alla Ducati, la fabbrica dei bolidi rossi made in Italy, tutti e quattro i delegati Cisl hanno scioperato per otto ore assieme alla Fiom. Contro una manovra «iniqua e ingiusta» e contro l´articolo 8, che definiscono «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». E più o meno allo stesso modo hanno fatto alla Lamborghini, alla Saeco e in altre importanti fabbriche bolognesi, perché sono proprio gli operai della dare voce al malcontento che serpeggia dentro il sindacato di Bonanni. Qualcuno di loro poi ieri si è spinto fino in piazza con la Cgil, dove in una Piazza Maggiore tinta di rosso ha ricevuto anche il saluto dei “cugini” della Cgil dal palco.
Partita dalle grandi aziende meccaniche della montagna la rabbia dei “ribelli” della Cisl si è subito estesa ad alcune delle fabbriche maggiori. Tanto che ora il segretario locale delle tute blu Marino Mazzini promette scioperi «se la manovra non cambia», pur appoggiando la manifestazione che Cisl e Uil faranno davanti alla prefettura questo sabato per non pesare sulle tasche dei lavoratori e sui bilanci delle imprese. E a poco sono valsi gli appelli della casa madre, che continua a dire che lo sciopero in questo momento è da irresponsabili e che comunque i ribelli ci sono anche dall´altra parte, basta contarli.
«Ognuno ha le sue idee», commenta a denti stretti Emilio Vincenzi, delegato Fim alla Ducati convinto dall´articolo 8 a scioperare. E il collega Matteo Saglia, iscritto alla Uilm, sfilando in corteo, rincara la dose: «Oggi è giusto scioperare. Ci sono aspetti che toccano la vita di tutti noi, ben oltre lo scontro tra i sindacati confederali». Loro sono stati gli ultimi a decidersi dopo che adesioni simili erano già state proclamate tra i duri e puri delle tute blu. «Abbiamo perso un´occasione per fare un´iniziativa unitaria», dice Stefano Stefanelli dalla Saeco, dove lo sciopero indetto ieri per quattro ore in uscita anche dalla Cisl ha ottenuto una «buona adesione». «La Cgil è voluta andare da sola e ha sbagliato perché insieme avremmo ottenuto risultati migliori, però noi abbiamo voluto comunque dare un segnale adesso», continua. «Arrabbiati è dir poco», spiega invece il delegato Fim della Oerlikon Olindo Cioni. «Non servono le bordate di Bonanni, dobbiamo recuperare l´unità sindacale – continua – io amo fare il sindacalista ma non ci sto a passare come quello che fa da stampella a questo governo». E nascosti tra le bandiere della Cgil che ieri hanno sfilato per Bologna c´erano anche alcuni delegati e iscritti Cisl, specie tra i metalmeccanici. Come Alessandro Magnani della Kemet, fabbrica a rischio di chiusura, che si arrabbia: «Colpiscono sempre gli operai e i più deboli». Pochi e senza striscioni, anche se alla vigilia qualcuno prometteva di portarli, e spesso senza nomi, perché la faccia non sono ancora disposti a mettercela. «Ritenevo giusto farlo, ho la mia testa per pensare e stavolta non sono d´accordo col mio sindacato», spiega un´iscritta Cisl che lavora alla “Perla”, regno dell´intimo di lusso. Poi c´è Maurizio (il cognome non lo dice), 42 anni e operaio alla Lamborghini, che dietro allo striscione della Fiom spiega che un anno fa aveva strappato la tessera Cgil per iscriversi alla Cisl «per divergenze di opinioni politiche», ma che ora tornerà «a casa, perché mi sbagliavo». «Mi dissocio da Bonanni – tuona convinto – sono in piazza perché era giusto dare un segnale forte, anche per responsabilità civile. È ora di darci un taglio, non se ne può più».

La Repubblica 07.09.11

"I mercati, il voto anticipato e le due anime dell'esecutivo", di Marcello Sorgi

Basterà la versione quattro della manovra a placare la tempesta dei mercati? Benché il varo delle ennesime nuove misure sia avvenuto in modo abbastanza rapido, dopo il sollecito giunto lunedì sera dal Quirinale, nel Consiglio dei ministri convocato d’urgenza ieri in serata, sulla risposta da dare a questa domanda il governo resta diviso. Con Tremonti e la Lega contrari all’inseguimento infinito delle Borse e al nuovo giro di vite inflitto ieri con l’aumento dell’Iva, l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel settore privato e il recupero della tassa sugli alti redditi, e Berlusconi e gran parte dei ministri convinti che solo così si poteva tentare di risalire la china. Il premier in altre parole è disposto a pagare qualsiasi prezzo per evitare che il governo sia travolto dalla crisi. Bossi (e sotto sotto anche Tremonti) non escludono invece che a un certo punto risulti politicamente più conveniente andare ad elezioni anticipate, che non rassegnarsi alla rincorsa della speculazione finanziaria. Un’eventualità, quest’ultima, esclusa dal Quirinale, che ritiene che il governo debba fronteggiare la congiuntura cercando anche di apparire più credibile e accelerando al massimo l’iter parlamentare.

Sull’accelerata che stasera dovrebbe mettere i senatori in condizione di dare in aula la loro definitiva approvazione al testo, hanno pesato anche le scadenze dei prossimi giorni, il vertice Bce previsto per domani e il G7 dedicato all’economia annunciato per il fine settimana. Chi li ha visti ieri nell’ora delle decisioni descrive un Berlusconi rasserenato e sicuro che la nottata passerà, e un Tremonti incupito e in privato preoccupato dal continuo rimaneggiamento della manovra, che agli occhi degli osservatori stranieri rischia di contare alla fine di più dello stesso contenuto dei provvedimenti.

L’annuncio del voto di fiducia al Senato sul maxiemendamento ha ovviamente irritato l’opposizione, con cui il presidente Schifani s’era impegnato a garantire un confronto senza forzature, e i sindacati: nel giorno dello sciopero della Cgil, anche Cisl e Uil hanno reagito subito negativamente alle novità, in particolare alla decisione di tornare a cambiare le pensioni pochi giorni dopo aver solennemente rinunciato a toccarle. Il clima politico e sociale insomma è ulteriormente deteriorato, e non è affatto detto che la manovra quater non sia destinata a subire ulteriori aggiustamenti alla Camera. Come possa Berlusconi considerarsi soddisfatto del punto di arrivo del tortuoso percorso di queste settimane, davvero è difficile da capire.

La Stampa 07.09.11

"Non é solo una storia di mele marce Bersani rinnovi il pd", di Gad Lerner

Espletata dalla Commissione di Garanzia del Pd la pratica disciplinare, dolorosa ma inevitabile, della sospensione di Penati, ora tocca a Bersani la parte più difficile. Che è una interpretazione non reticente – politica e non giudiziaria – della vicenda che vede protagonista il dirigente che egli aveva prescelto come capo della segreteria nazionale del partito. Tanto più che Penati era pervenuto a quell´incarico dopo lunghi anni in cui si era fatto riconoscere come il più fedele interprete nel Nord Italia del sodalizio politico – la “ditta”, come scherza lui – di cui Bersani stesso rappresenta l´evoluzione.
A subire il colpo è un´antica e rispettabile tradizione, la cui memoria storica resta impersonata soprattutto da Massimo D´Alema, contraddistinta da una forte solidarietà interna. Nessuno ha osato dare del “traditore” a Penati. La costernazione con cui taluni membri di quella comunità politica vivono l´indagine di cui è oggetto, quasi si trattasse di un incidente sul lavoro, richiama il tempo in cui il partito si considerava “altro” rispetto al sistema circostante. Dunque il caduto sul lavoro meritava comprensione quand´anche non se ne potessero giustificare in pubblico i comportamenti, resi necessari dalla durezza dello scontro politico; ma non dichiarabili.
L´ambiente in cui i reati sarebbero stati perpetrati, la cosiddetta “rete” dei funzionari che fiancheggiavano Penati nell´esercizio della sua attività, ha origini troppo familiari, militanti, per sopportare l´idea che sui giornali venga descritta come criminosa.
Tale riflesso istintivo “di corrente” per fortuna ha oggi sempre meno cittadinanza nel Pd, anche perché i suoi epigoni sono incorsi in una sequenza inesorabile di sconfitte, a cominciare dallo stesso Penati. L´impetuoso movimento partecipativo con cui Milano, per prima, si è liberata dal berlusconismo, già aveva reso obsoleta la realpolitik con cui Penati, ma anche i suoi interlocutori romani, s´illudevano di trovare spazio nella società del Nord, assumendone peraltro una falsa immagine deformata dall´ideologia. Anche la presunzione di rafforzare il proprio potere contrattuale instaurando relazioni spregiudicate fra politica e affari, appartiene alla medesima visione perdente della politica: il riformismo sacrificato alla sopravvivenza.
La tattica che si mangia gli ideali. Se pure non vi fossero dei reati, c´è la degenerazione del rapporto fra ruolo pubblico e interessi privati. Il clan prende il sopravvento sull´organismo democratico. Perfino il richiamo ai sentimenti popolari assume piuttosto stereotipi conservatori che non una sensibilità di sinistra.
Bersani ricorda bene come l´opzione “moderata” che Penati impersonava a Milano – da lui sostenuta con convinzione – fu sovvertita dagli elettori di centrosinistra nelle primarie del novembre 2010. Si verificò allora un passaggio delicato, che necessita un chiarimento. Furono respinte le dimissioni dei dirigenti locali del partito; Penati si accollò la responsabilità della sconfitta e fece ritorno a Milano, dove la sua leadership si era nel frattempo ridimensionata. E´ l´inizio di una svolta. Il Pd accetta il responso delle primarie, sostiene la candidatura di Pisapia, e consegue un importante successo elettorale, diventando la forza politica maggioritaria a Palazzo Marino.
Oggi è grazie a quella scelta felice che Bersani è in grado, pur nell´avversità dello scandalo, di cogliere un´occasione preziosa: ricominciare da Milano, la capitale del possibile cambiamento italiano, facendone anche il laboratorio di un autentico rinnovamento del partito.
E´ questo il classico caso in cui oportet ut scandala eveniant. La crisi dei vecchi poteri ambrosiani precipita, ma un´alternativa è già emersa. La sinistra del Nord sprigionatasi come antidoto al berlusconismo, e pervenuta al governo di Milano, ha fornito un modello di democrazia partecipativa e ora sperimenta la trasparenza nella pubblica amministrazione. Certo, deve ancora dimostrare di essere all´altezza, ma non sarebbe immaginabile orizzonte più favorevole nel quale lo stesso Pd ferito ritrovi la sua ragione di essere. A condizione però di fare i conti con le verità scomode rivelate dalla vicenda politica di Penati. Quali che siano le sue responsabilità giudiziarie, Penati merita infatti di venire riconosciuto per quello che è: l´espressione coerente di una politica che ha fatto il suo tempo. Il Pd non poteva fare altro che sospenderlo. Ma Bersani sa meglio di chiunque altro che non è una mela marcia.

La Repubblica 07.09.11

"Il nuovo Medioevo del ministro che vuole dividere", di Michele Prospero

Un governo all’altezza delle sfide drammatiche che si presentano, non crea le emergenze, le scongiura con ogni mezzo. In una situazione di crisi, che rischia di lasciare aperte sofferenze di lungo periodo, il governo dovrebbe ricercare le condizioni della coesione sociale.Perché ritrovare un legame di cittadinanza è una risposta, la più importante, alla catastrofe incombente. Il teorema Sacconi è invece il manifesto di un governo che fa della irresponsabilità e della lacerazione sociale il proprio programma fondamentale. Tutto è cambiato in una manovra ballerina. Tutto, tranne l’aggressione al sindacato, alla cooperazione e alla contrattazione collettiva. Quando cade ogni credibilità del sistema Paese, assediato da investitori scettici dinanzi a un esecutivo screditato ma irremovibile, il governo avrebbe il compito prioritario di tracciare un patto sociale solido che renda sopportabili i sacrifici necessari, sostenga la prospettiva di una ripresa e prepari le condizioni della crescita. La destrutturazione completa delle relazioni sociali e la mortificazione del sindacato non possono essere spacciate come delle misure strutturali indispensabili per la salvezza del Paese. Quando il disagio sociale galoppa sfrenato, la politica non fabbrica le divisioni, cerca al contrario di governarle con prove di dialogo. Su queste basi nacque l’accordo del 28 giugno che contribuì a placare i mercati. Il governo ha però rotto quel clima positivo perché ha ritenuto intollerabile che dalle parti sociali si cominciasse a pensare al tempo del dopo Berlusconi. L’articolo 8 appiccicato nella manovra non serve certo a fare cassa, ad abbattere il debito, a restituire competitività all’economia. No, l’articolo 8 ha un solo obiettivo ed è politico: impedire la costruzione di una coalizione sociale ampia per progettare una nuova fase della Repubblica. Il nemico principale è certo il sindacato più grande ma in fondo è in corso anche una resa dei conti dentro le classi dirigenti dell’economia che vorrebbero liberarsi di un governo inadeguato che ha prodotto una catastrofe immane ma non ne hanno la forza politica e il coraggio culturale. Il governo, facendo dell’accordo del 28 giugno pura carta straccia, colpisce anche l’impresa e i suoi timidi segnali di commiato dal berlusconismo. Il problema reale dell’impresa, di quella dinamica non di quella corsara, illegale o sommersa, non è di avere mani libere e licenziamenti più facili. L’Italia ha ormai una flessibilità da Paese in via di sviluppo e i suoi salari sono da nazione arretrata. Per nascondere il proprio fallimento come manager che innova nel prodotto e conquista i mercati, Marchionne si è buttato per primo nello scontro sociale. Difficile passare alla storia come manager dell’innovazione tecnica, molto più facile proporsi come un architetto di relazioni sindacali regressive. Però, anche con il modello Pomigliano, le macchine restano invendute perché il lavoro non compra, non ha più potere d’acquisto per farlo. Questa è la sostanza vera della crisi. È la questione sociale rimossa del lavoro che ha perso un enorme spazio rispetto al profitto e quindi induce l’economia alla recessione. L’ideologia della manovra, che si esprime in una formula giuridica insulsa, il contratto di prossimità, servirà certo a comprimere ancor più i diritti dei lavoratori, ad impoverirli. Ma il regime dell’insicurezza e della sorveglianza non garantisce affatto la crescita e neanche il controllo sociale auspicato. È facile prevedere dove porterà l’ottuso neomedievalismo giuridico del governo. Senza il sindacato generale e senza la forma della legge, si aprirà una giungla con uno spirito cieco di rivolta e sabotaggio che renderà ingestibile le relazioni nei luoghi di lavoro. Non si è mai visto un governo che abbandona i soggetti e gli istituti della società civile ed edifica una giungla per amore insano dell’emergenza.

L’Unità 07.09.11

"La riduzione del danno", di Massimo Giannini

Se non li puoi convincere, confondili. È la legge di Truman. Berlusconi e Tremonti, ormai svuotati di spessore politico, la applicano alla manovra con rigore scientifico. Dopo quattro tentativi miseramente falliti in appena due mesi, spunta ora la quinta versione del decreto anti-crisi. Già questa abnorme bulimia quantitativa sarebbe sufficiente a giudicare disastrosa l´azione del governo. Ma quello che stupisce, e indigna di più, è la totale schizofrenia qualitativa delle misure messe in campo. A giugno Tremonti aveva garantito che, d´accordo con l´Europa, l´Italia non aveva bisogno di una vera e propria manovra di bilancio, e per questo aveva annunciato una modesta leggina di minima «surplace» contabile. Ai primi di luglio abbiamo scoperto che eravamo sull´orlo dell´abisso. Così è cominciata la folle teoria estiva dei decreti usa e getta. Prima la stangata del contributo di solidarietà sui ceti medio-alti. Poi la batosta sulle pensioni d´anzianità cumulate con il riscatto della laurea e della naja. Poi ancora la finta caccia agli evasori fiscali a colpi di «carcere & condono». Trovate estemporanee di questo o quel ministro, frustate casuali all´una o all´altra categoria. Senza logica politica, senza tenuta economica. Non solo i cittadini allibiti e gli speculatori affamati, ma l´intero establishment interno e internazionale ha fatto giustizia di tanta irresponsabile approssimazione. L´Unione Europea e la Bce, la Banca d´Italia e la Confindustria. Da ultimo, addirittura il Capo dello Stato, che con il suo intervento ufficiale di due giorni fa ha compiuto un passo senza precedenti, fin dai tempi della Prima Repubblica. Ha imposto la linea non solo sui tempi, ma persino sui contenuti della manovra.
Alla fine, dopo molte figuracce penose esibite sul mercato politico e molti miliardi bruciati sul mercato finanziario, il governo si è dovuto arrendere. L´ennesima, radicale riscrittura della manovra non cancella le storture di fondo. Con l´aumento dell´Iva e la reintroduzione della supertassa sui redditi oltre i 300 mila euro si fa persino più massiccio il ricorso alla leva fiscale, che già occupava quasi il 70% del menù dei provvedimenti varati nelle stesure precedenti. Svanisce così, ormai anche sul piano simbolico, la ridicola promessa del Cavaliere: «Non mettiamo le mani nelle tasche dei contribuenti», aveva giurato il premier, che ora invece in quelle tasche ci entra non solo con le mani, ma con tutte le scarpe. Si anticipa il giro di vite sull´età pensionabile delle donne, e si rinuncia così a qualunque ambizione riformatrice più generale sul capitolo della previdenza. Resta la drammatica carenza di misure concrete per la crescita e lo sviluppo. Resta la plastica evidenza di un governo che non ha una visione sulla società italiana di oggi, né una soluzione per quella che vuole costruire domani.
Tuttavia la quinta manovra, per quanto iniqua e sgangherata, almeno un pregio ce l´ha: i saldi contabili sono finalmente più solidi, come la stessa Commissione di Bruxelles ha già puntualmente riconosciuto. È certo il gettito in aumento dell´imposta sul valore aggiuntivo, il «male minore» invocato da tempo dalla Banca d´Italia e osteggiato per puro puntiglio dal ministro del Tesoro. È certo l´incasso a regime dell´intervento sulle pensioni delle donne, suggerito da Confindustria e ostacolato per puro ideologismo dal leader della Lega. È certo, per quanto risibile, il maggior introito del mini-tributo di solidarietà per i ceti più abbienti, inopinatamente preferito a una seria imposta sui grandi patrimoni per puro opportunismo elettorale. Dunque, almeno sulla copertura integrale dei 45 miliardi, la manovra risulta oggettivamente migliorata. Anche se rimane la sua irrimediabile inefficacia, rispetto alle esigenze di equità sociale e alle urgenze di rilancio del Pil. E anche se rimane la sua probabile insufficienza, rispetto agli impegni sottoscritti in Europa sul pareggio di bilancio e alle aspettative delle società di rating e della business community.
Quella di ieri, in definitiva, è solo una tardiva «riduzione del danno». I problemi dell´Italia sono tutt´altro che risolti. Nel momento in cui aggiusta la manovra, il governo certifica paradossalmente la sua fine. Berlusconi, Bossi e Tremonti si acconciano a continui compromessi al ribasso, ormai logorati dentro una convivenza da separati in casa, che li spinge a camminare a tentoni nella buia notte calata su Eurolandia. Il governo non c´è più. Lo sostituisce Napolitano, lo commissaria la Banca d´Italia, lo etero-dirigono i mercati. La stessa coalizione di centrodestra ne è tanto consapevole, che si vede costretta all´ultimo sfregio alle istituzioni: la richiesta del voto di fiducia, su una manovra che lo stesso Pd era pronto a non votare ma a non ostacolare, sembra più un atto di forza interno al centrodestra che non un atto di sfida rivolto al centrosinistra.
In queste condizioni si può tamponare un´emergenza congiunturale, ma non si può affrontare una crisi globale. Lo scrive ormai anche la grande stampa mondiale, dal «Wall Street Journal» al «Financial Times»: l´Italia è unanimemente considerata la zavorra che rischia di affondare l´euro. Per questo, ancora una volta, l´unica via d´uscita da questa tempesta imperfetta è l´approvazione rapida del decretone, e poi le dimissioni immediate del governo. Sarebbe l´ultimo, e forse l´unico gesto di responsabilità compiuto dal presidente del Consiglio. Con la quinta manovra si recupera un po´ di attendibilità aritmetica, ma non si ricostruisce la credibilità politica. Quella, per il Cavaliere, è perduta per sempre.

La Repubblica 07.09.11

"Gli effetti del voto blindato", di Federico Geremicca

Aveva utilizzato perfino un incontro mattutino col ministro degli Esteri, sperando che Frattini potesse fare in qualche modo da ambasciatore nei confronti del presidente del Consiglio. E il titolare della Farnesina – in verità – non è venuto meno all’impegno: così, lasciato il Quirinale e utilizzando un post sul proprio blog, ha auspicato che la manovra venisse approvata attraverso un confronto con l’opposizione e senza la «blindatura» del voto di fiducia. Silvio Berlusconi ha invece deciso di battere un’altra via, diciamo pure la solita via: e basterebbe questo per intendere qual era l’aria che si respirava ieri sera nelle stanze ordinatamente frenetiche del Quirinale.

Uno stato d’animo scisso: forse l’umore di Giorgio Napolitano potrebbe esser descritto così. Da una parte, la consapevolezza – e la soddisfazione – per il fatto che l’appello lanciato lunedì sera («Si è ancora in tempo per introdurre misure capaci di rafforzare l’efficacia e la credibilità della manovra») alla fine fosse stato raccolto dall’esecutivo; dall’altra, un malcelato disappunto per la scelta del governo di soffocare ogni possibilità di confronto con l’opposizione, ricorrendo al voto di fiducia.

Non solo: bisogna infatti aggiungere che permane una certa circospezione nella valutazione delle scelte effettuate dall’esecutivo, visto che il testo – a ora tarda – non era stato ancora trasmesso al Colle. E se è vero che al capo dello Stato non compete certo un giudizio di merito del provvedimento, è altrettanto vero che i tecnici del Quirinale non di rado hanno scovato in questo o quel decreto norme relative a materie che non c’entravano affatto con i provvedimenti in questione…

Al di là delle non sindacabili scelte di merito del governo, insomma, quel che certamente non è stato apprezzato dal capo dello Stato è il ricorso alla solita «tagliola» del voto di fiducia. Il governo ha motivato tale scelta con ragioni quasi tecniche: la necessità, cioè, di approvare il provvedimento in almeno una delle due Camere prima dell’importante riunione del board della Banca centrale europea previsto per domani. Non è escluso, naturalmente, che vi siano anche altre motivazioni dietro la scelta compiuta da Berlusconi (per esempio le crescenti fibrillazioni all’interno della maggioranza di governo): quel che è sicuro è che le opposizioni hanno preso assai male l’annuncio dell’ennesima fiducia. E questo, in qualche modo, rappresenta un problema anche per il capo dello Stato.

Nel suo continuo lavoro di cucitura e stimolo, infatti, Napolitano ha sovente fatto appello al senso di responsabilità delle forze di opposizione, reclamando coesione e chiamando ognuno alle proprie responsabilità. Il Pd – e Bersani in particolare – non si sono sottratti all’invito del Quirinale, pur chiarendo che l’invocato senso di responsabilità si fermava, naturalmente, sulla soglia delle scelte di merito che l’esecutivo andava compiendo. E’ evidente che il ricorso al voto di fiducia – annullando ogni possibilità di confronto – non solo vanifica i ripetuti inviti alla coesione lanciati dal Capo dello Stato, ma fornisce un potente alibi a chi ritiene che anche in momenti tanto delicati – l’opposizione debba scindere nettamente le proprie responsabilità da quelle dell’esecutivo (per esempio Di Pietro, che ieri ha annunciato l’ostruzionismo dell’Italia dei Valori nei confronti del provvedimento del governo).

Non è un buon viatico per il futuro: e considerando che è da escludere che l’emergenza economica venga risolta con la semplice approvazione del decreto in discussione, la scelta del governo di ricorrere alla fiducia rischia di render più difficili o addirittura compromettere i passi che si renderanno necessari dalla settimana prossima in poi. Per ora, in ogni caso, quel che conta più di ogni altra cosa è la risposta che arriverà stamane dai mercati. Tutta l’attenzione sarà per la Borsa e l’andamento dei listini: sperando che, fiducia o non fiducia, la manovra annunciata dal governo riesca almeno ad arginare un declino che ancora ieri sembrava inarrestabile.

La Stampa 07.09.11

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“Napolitanto rammaricato per la fiducia sul testo”, di Antonella Rampino

IL COLLE Plaude per avere fatto in fretta e attende per oggi iltesto del documento Non sarà una prova di coesione nazionale. Giorgio Napolitano, che al governo aveva chiesto di fare presto e bene, apprende da Gianni Letta che la manovra con la quale si dovrebbe salvare quel che resta della credibilità del Paese sarà varata oggi, nella sua quarta versione dal 6 agosto ad oggi, ma sarà blindata. Il governo apporrà la fiducia, su un maxiemendamento che, al momento in cui scriviamo, il Colle ancora non conosce nella versione testuale. Letta ha spiegato al Presidente che il governo ha scelto questa soluzione «per evitare ulteriori divisioni nella nostra stessa maggioranza». Una fiducia, rinunciando quindi alla partecipazione delle opposizioni, necessitata dall’urgenza: giovedì si riunisce il Consiglio della Bce, non ci sono più i tempi per la ricerca del confronto con le opposizioni e la coesione. Lo dice anche il presidente del Senato Renato Schifani, che ha fiancheggiato Napolitano nell’intento, «ho fatto tutto il possibile per una maggior condivisione, ma come segnala l’alto richiamo del Presidente della Repubblica occorre fare in fretta». Eppure, una manovra votata solo da una parte del Paese, e con rappresentanze sociali in piazza perché nel provvedimento s’è inserito un elemento non indicato dalla Bce e che rompe l’armonia tra le parti sociali appena ritrovata con l’accordo di giugno, potrebbe non bastare a rassicurare i mercati.
La rete stesa dal Quirinale a protezione dell’Italia nella più difficile emergenza dalla nascita della Repubblica è stata un lavorio di contatti e consultazioni, un’attenta analisi dei fatti ora dopo ora, minuto dopo minuto. Prima dell’ultimo allarme, dei molti da metà luglio in avanti, Napolitano aveva sentito Giulio Tremonti, il ministro dell’Economia sa che la linea rossa è fissata a giovedì, quando si riunisce il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea. A Francoforte, capitale finanziaria di un Paese, la Germania, la cui Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità degli interventi a sostegno dei Paesi dell’Eurozona a rischio. Mario Draghi, col quale il contatto è costante, quotidiano, da ben prima del celebre incontro al Quirinale del 2 agosto, aveva già avvertito, e pubblicamente ripetuto, che il sostegno della Bce al debito pubblico italiano «non è per sempre». E ieri, facile supporre l’irritazione presidenziale di fronte alla Spagna che, dopo aver anticipato al prossimo novembre le elezioni e dunque il cambio di leadership politica, varato la propria manovra e costituzionalizzato il tetto al debito pubblico in tempi record e con i voti di tutto l’arco parlamentare, adesso accusa l’Italia di «aumentare la turbolenza nel mondo». E ulteriore disappunto del Presidente, attento lettore della stampa anche internazionale, vedendo il «Financial Times» che definisce la manovra italiana «un fiasco», «un gioco di prestigio», o il «Wall Street Journal» scrivere che noi teniamo «in ostaggio l’Europa», chiedendo che a Palazzo Chigi s’insedi un governo tecnico.
Temi inevitabilmente toccati nell’incontro di mezzo mattino col ministro degli Esteri, in agenda per valutazioni sulla situazione libica (del resto Berlusconi non è andato al Colle a riferire sull’importante vertice di Parigi) e sulla spinosa questione della risoluzione che si dovrà stilare all’Onu per il riconoscimento dello Stato palestinese. La sintonia con Frattini è di vecchia data, e si vede il pieno concerto negli incontri internazionali, tant’è che Frattini esce dal Colle invitando i suoi correligionari di maggioranza a «prendere sul serio l’appello di Napolitano, la manovra non va blindata con la fiducia». Serve un confronto con le opposizioni propositive, aggiunge il ministro, serve soprattutto «un testo più efficace sulla parte strutturale e per la crescita». Inascoltato, esattamente come Napolitano, se non nell’appello a «intervenire sulle pensioni, e sull’Iva». E, soprattutto, subito.

La Stampa 07.09.11

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“L’ira del premier: dal Colle un intervento a gamba tesa”, di Amedeo La Mattina e Ugo Magri

«Siamo rimasti basiti». Nei piani alti del governo, riconoscono che l’intervento di Napolitano sulla manovra («servono misure più efficaci») è stato uno choc. Ancora niente, però, a confronto di quello che il Cavaliere ha passato nella memorabile notte a cavallo tra il 5 e il 6 settembre. Quando i soliti canali diplomatici l’hanno avvertito che dal Colle l’indomani sarebbe arrivato di molto peggio: una pubblica dichiarazione nella quale Napolitano avrebbe denunciato l’inerzia del Cavaliere davanti a una crisi così drammatica.

In pratica, il «de profundis» per un governo incapace di assumersi le proprie responsabilità su Iva, pensioni e rispetto degli impegni assunti con l’Europa. «Avrebbe potuto ricorrere alla moral suasion, invece Napolitano è entrato a gamba tesa», si lamentano a Palazzo Chigi. Pare certo che dietro ci fosse pure Draghi, futuro presidente della Bce, stanco di attendere quanto da due settimane aveva suggerito al governo. Sta di fatto che la minaccia dal Colle ha ottenuto il suo scopo. Berlusconi ha alzato finalmente la testa dalle carte giudiziarie, s’è attaccato al telefono, è volato a Roma dove non metteva piede da 23 giorni, ha riunito il vertice di maggioranza e il Consiglio dei ministri, tutto a tempo di record proprio per scansare i fulmini presidenziali. Dopodiché, Silvio ha avuto il coraggio di sostenere con gli amici che era tutto merito suo. «Ho pilotato io la manovra», si è vantato a sera, «è stato il sottoscritto a convincere Bossi e Tremonti». Napolitano? Sì, certo, il presidente «mi ha dato un aiuto…».

Adesso l’interrogativo è: la terza versione del decreto sarà sufficiente? Oppure l’offensiva contro l’Italia proseguirà imperterrita? Nell’entourage del premier incrociano le dita. Si attendono che la Bce, finalmente accontentata, riprenda a comprare i nostri poveri Btp. Spiegano l’ottimismo: «Lo spread viene deciso a Francoforte». Tremonti, dicono, è alquanto scettico. Anche per questo lui puntava i piedi, non avrebbe cambiato una virgola dell’ultimo decreto. Non ha detto, sia chiaro, che Draghi tira le fila di una congiura politica contro il governo; né Giulio ha indicato in Soros il manovratore dietro le quinte dell’assalto speculativo. Eppure il ministro, durante il vertice a Palazzo Grazioli, ha evocato «manine» e «manone», ambienti politico-finanziari cui non dispiacerebbe che questo governo finisse a zampe per aria. Argomenti che sul nostro premier esercitano sempre una certa suggestione. Giusto ieri gli hanno dato fastidio le critiche dalla Spagna, ma soprattutto quelle della Merkel. «A Berlino non si rendono conto che, se salta l’Italia, crolla l’euro e ci va di mezzo pure la Germania».

L’unica vera certezza (salvo dietrofront) è che «non ci sarà una terza manovra di qui a un mese», giurano tutti i protagonisti della giornata di ieri. «A questo punto basta così», sparge assicurazioni il Cavaliere. Il portavoce Bonaiuti fa due conti: «Ci chiedevano il pareggio di bilancio, ora i saldi saranno perfino meglio di quelli prefissati». Che altro possono pretendere gli investitori? Estratti del Berlusconi-pensiero raccolti: «Abbiamo raschiato il fondo del barile, tutto quello che ci era possibile fare, eccolo qui. Abbiamo tolto alla speculazione ogni alibi. Se si insiste con certe critiche, vuole dire solo che c’è una manovra contro il Paese, contro di noi». Qualunque cosa accada sui mercati, Berlusconi sa di non poter più modificare neppure una virgola, specie sulle pensioni. Bossi lo manderebbe a quel paese, la maggioranza andrebbe in briciole. L’anticipo di due anni per le lavoratrici nel settore privato è il massimo che Berlusconi è riuscito a strappare in una concitata battaglia con la Lega.

Nella telefonata con l’Umberto, lunedì sera, s’era trovato di fronte un muro. Durante il vertice di ieri idem, con l’emissario del Carroccio Calderoli che aveva sul collo il fiato del Senatùr. Nel giro leghista si narra di una telefonata ringhiosa piovuta da Gemonio a Palazzo Grazioli, «che diavolo state combinando lì?». In compenso Berlusconi ha ottenuto dalla Lega disco verde all’aumento dell’Iva. Tremonti è rimasto isolato. Si è arreso solo quando il collega di governo Frattini è uscito di mattina dal Quirinale mettendo in chiaro: «L’appello di Napolitano va preso sul serio». L’accerchiamento di Tremonti è stato completo allorché da Bruxelles ha incominciato a premere perfino Tajani, vicepresidente della Commissione Ue (messo sapientemente in moto da Gianni Letta).

Una trattativa caotica che Berlusconi tenta di minimizzare: «Confusione? Quando il governo si regge su una coalizione di partiti, non può essere diversamente». E poi, teorizza da politologo Quagliariello, «una manovra così importante nella Prima Repubblica avrebbe travolto non uno ma tre governi, mentre noi siamo ancora vivi». Ancora per quanto? Incombe sul Cavaliere lo spettro del governo tecnico, guidato da Monti, o istituzionale (l’attivismo di Schifani viene visto dai «berluscones» con crescente sospetto). Si dà coraggio il premier: «Siamo un governo legittimo, abbiamo la maggioranza nel Parlamento, nessuno può permettersi di far saltare il banco».

La Stampa 07.09.11

Bersani: “L’ennesima fiducia del governo, ci consegna una manovra iniqua ed inefficace”

“Non si capisce perché al posto dell’aumento dell’Iva, non si possa fare una imposta ordinaria sui grandi patrimoni immobiliari”. Oggi in tutta Italia manifestazioni organizzate da Cgil per lo sciopero generale contro la manovra. Numerosi i dirigenti del PD nei cortei al fianco dei lavoratori. “Avevano promesso di non mettere la fiducia per consentire il dibattito e il contributo da parte di tutti. Ma ancora una volta hanno cambiato le carte in tavola. Questo è un governo che sa solo mentire”. Lo ha dichiarato oggi pomeriggio il Segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani, dopo che il Consiglio dei ministri ha deciso di mettere la fiducia sulla manovra economica e di cambiare il provvedimento inserendo l’aumento di un punto percentuale dell’Iva, l’introduzione di un contributo di solidarietà pari al 3 per cento per i redditi superiori ai 500 mila euro l’anno e di anticipare al 2014 l’intervento sulle pensioni delle donne.

“L’ennesima chiusura di ogni possibile discussione – ha dichiarato Bersani – ci consegna una manovra che resta iniqua e inefficace. Non si vede ad esempio perché, in luogo dell’aumento dell’Iva, non si introduca un’imposta ordinaria sui grandi patrimoni immobiliari. L’idea di fondo è sempre la stessa: scaricare il peso del risanamento sui molti e tenere al riparo qualcuno. Chi ci dice che l’opposizione deve dare il proprio responsabile contributo guardi finalmente l’operato del governo e tiri le sue conclusioni. Nessuna proposta dell’opposizione tesa a mettere equità nel carico della manovra è stata accolta, così come testardamente il governo ha voluto insistere nell’inutile e scriteriata proposizione dell’articolo 8. A questo punto ciascuno si assuma le proprie responsabilità”.

“Il governo se la canta e se la suona da solo. Anche le ultime modifiche, sempre che tali restino da qui alla conversione del decreto legge, sono nel segno dell’improvvisazione e dell’iniquità e confermano le divisioni e la confusione d’idee tra le varie anime del Pdl e della Lega”, ha dichiarato Rosy Bindi, vicepresidente della Camera e Presidente dell’Assemblea nazionale del PD. “Si continua a fare male al Paese, senza un piano credibile capace di aggredire le ragioni della crisi. Il rifiuto a confrontarsi in modo vero con tutti e la cinica volontà di dividere il mondo del lavoro in buoni e cattivi, dimostrano una volta di più la totale inadeguatezza di questo governo e della sua maggioranza. Solo l’opposizione mostra di aver compreso e raccolto gli appelli alla responsabilità del Capo dello Stato”.

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In mattinata il Segretario del Pd, e molti altri dirigenti democratici hanno partecipato alla manifestazione organizzata dalla Cgil in occasione dello sciopero generale di otto ore, rilanciando le parole d’ordine del Partito sul tema della manovra economica. Bersani: “Stralciamo dalla manovra l’articolo 8. Il PD è pronto a ridurre gli emendamenti, ma la a manovra va rafforzata e resa più equa, il welfare non serve per fare cassa. Dopo, avviamo un governo di transizione”. Bindi: “Questo governo non risolve il problema, è il problema”. D’Alema: “Protesta immensa che va ascoltata”

“Così non va. La manovra va rafforzata e resa più equa, siamo pronti anche a rendere essenziali i nostri emendamenti, però bisogna fare per bene”. Il Segretario nazionale del PD, Pier Luigi Bersani lo ha ripetuto poco prima di prendere parte al corteo dello sciopero della Cgil, indetto per protestare contro la politica economica del governo e la manovra in discussione al Senato. “Se la maggioranza continua a chiedere i soldi a chi non ce li ha e continua a non far pagare chi invece i soldi ce li ha vuol dire che stanno facendo qualcosa di poco credibile anche rispetto ai mercati e agli operatori finanziari, alla luce anche dei recenti e ripetuti crolli della Borsa, non ultimo quello di ieri. E’ inutile fare presto se non si fa bene – ha notato il leader democratico – così si rischia di fare una manovra a settimana, come dimostra il fatto che a luglio è stata approvato un intervento che non è servito a nulla”.

“Per questo – ha spiegato Bersani – noi diciamo che va rafforzata e va irrobustita anche la coesione. E abbiamo delle idee alternative a quelle disastrose proposte dal governo: più risparmi sulla pubblica amministrazione, un’imposta sui grandi patrimoni immobiliari e un’operazione seria di liberalizzazioni e una tantum sui patrimoni scudati. Eppure ieri – ha aggiunto Bersani – in due minuti la maggioranza ha bocciato tutti i nostri emendamenti(in Commissione) che, ripeto, sono seri”.

Tantissimi i cortei organizzati in tutta Italia in occasione dello sciopero generale e amplissima partecipazione dei lavoratori, si parla di una media del 58% di adesione a livello nazionale. Il Segretario del PD ha sfilato nel mezzo del corteo di Roma, accanto al segretario della Cgil Susanna Camusso e all’ex segretario del sindacato Guglielmo Epifani. “E’ giusto esserci, così come è stato giusto partecipare ad altre iniziative sindacali. Parlo dei presidi della Cisl e della Uil davanti al Senato o all’iniziativa contro la manovra fatta ieri dagli enti locali. Credo sia doveroso per il PD partecipare dove, a ragion veduta e con buone motivazioni, si critica una manovra economica ingiusta e poco credibile”. Così ha commentato Bersani la sua partecipazione e l’adesione del Partito democratico.

Tra le tante critiche alla manovra. “Bisogna togliere l’articolo 8 o ricondurlo alla sostanza vera dell’accordo del 28 giugno”, ha sottolineato Bersani, “non c’entra niente con la con la crescita e la riduzione del debito ha il solo scopo di dividere il mondo del lavoro e complicare la vita a un Paese che è già in grandi difficoltà”. Bersani ha poi criticato l’opera di divisione fra sindacati che l’esecutivo a suo parere sta portando avanti. “Abbiamo un governo avventurista e irresponsabile che in un momento difficilissimo per il Paese pensa di ricavare qualche soddisfazione provocando rotture e divisioni nel corpo sociale. Se un governo vuole determinare un percorso di convergenza e unità delle forze sociali ha tutti gli strumenti per farlo, e lo dico a ragion veduta essendo stato al governo, se invece si vuole arrivare a dividere ci si riesce”. “Dopodiché – ha spiegato il Segretario democratico – bisogna iniziare un percorso di cambiamento dell’esecutivo e arrivare a un governo di emergenza, di transizione che prenda misure forti ed eque, che metta mano alla legge elettorale e che ci consenta di andare a votare con un certo anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura”.

A chi nel corso della manifestazione della Cgil ha fatto notare al segretario del Pd che non sembrava ci fosse la volontà politica di governo e maggioranza di modificare ulteriormente il pacchetto ma che invece si andava verso il voto di fiducia ‘per fare prima’, Bersani ha risposto: “Questa è gente che da mesi e mesi non si rende conto della situazione, perchè il populismo personalista deve raccontare le favole, ma così ci ha trascinato nei guai. La fiducia vera – ha detto Bersani – la si riprende con un cambiamento. Siamo i più esposti, non possiamo essere esentati dal dare un segnale di un percorso politico nuovo. Insomma, fare presto deve significare anche fare bene. Finora il governo ha chiesto 43 fiducie e abbiamo sempre avuto meno credibilità e coesione. Le fiducie sono fatte per far crescere la sfiducia il giorno dopo, sono segno di debolezza”.

“Da tempo dico che è giunto il momento di annunciare un percorso politico alternativo”, ha chiarito il segretario Bersani, ribadendo la necessità inderogabile di aprire una fase politica nuova incentrata su un governo di larghe convergenze. “Quella su un governo di transizione è una riflessione che deve essere fatta innanzitutto dalla maggioranza e da chi ha influenza sull’opinione pubblica”, ha aggiunto. “Noi, come PD, siamo pronti a dare la nostra disponibilità a prenderci le nostre responsabilità e non per ricavare un vantaggio politico, visto che in situazioni del genere sta tranquillo solo chi sta alla finestra – ha detto ironicamente Bersani – . L’unica cosa certa è che così non si può andare avanti”.

A margine della manifestazione, prima di lasciare il corteo della Cgil, diretto a Brescia per il funerale di Mino Martinazzoli, Bersani ha chiarito ai giornalisti la posizione del PD su altri ambiti della manovra. In particolare sulle pensioni: “Fuori da questa manovra si può discutere di un riassetto del welfare, ma raccattare soldi per inserire nuove risorse nella manovra e fare cassa, questo non si può fare. Sulle pensioni si potrebbe fare una operazione flessibile e volontaria in uscita tra i 62 e i 70 anni, alzando così di fatto l’età pensionabile, purché le risorse vadano ai giovani”.

Anche la Presidente del PD, Rosy Bindi, ha partecipato alla manifestazione della Cgil. Rosy Biondi ha sfilato nel corteo organizzato a Firenze. Il corteo, confluito verso piazza Santa Maria Novella, ha raccolto tra le 15 mila e le 20 mila persone. “La piazza è sempre importante – ha dichiarato Bindi – non vorremmo essere in piazza per difendere i diritti fondamentali così importanti come quelli che questo governo sta mettendo a rischio per tutti i lavoratori e tutti i cittadini. La risposta di oggi, di queste piazze in tutta Italia, è netta: questo governo non risolve il problema, è il problema”. Bindi ha sottolineato “la necessità che si apra una fase di responsabilità nazionale nella quale si facciano per il nostro Paese le scelte giuste”. Rispondendo ai giornalisti che le hanno chiesto un commento sull’assenza in piazza di Matteo Renzi, Bindi ha risposto: “La piazza è libera. Ci sono quelle persone che ritengono che non si debba ricorrere a strumenti di lotta radicali, estremi, anche se pacifici, come quello che la Cgil ha scelto. Si assumano le loro responsabilità, noi non abbiamo dubbi da che parte stare. Siamo dalla parte che difende i lavoratori e i loro diritti e siamo nettamente contro chi umilia la dignità del lavoro e dei cittadini”.

“Credo che oggi siano in sciopero milioni di lavoratori italiani. Si tratta di una protesta immensa, di cui bisogna capire il senso e che va ascoltata”, ha detto il Presidente del Copasir Massimo D’Alema sfilando con gli operai per le strade di Genova. “Questa manovra è percepita come ingiusta – ha aggiunto D’Alema– perché scarica ancora una volta tutti i maggiori costi sui più deboli e non contiene nulla per il lavoro, lo sviluppo del Paese”.

“Chi chiede responsabilità non può essere irresponsabile. Chi mina la coesione sociale è irresponsabile”, ha dichiarato Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo PD al Senato.

“Si al rafforzamento della manovra” ha esortato Antonio Misiani deputato Pd Commissione Bilancio e Tesoriere del Partito, “varando vere misure contro l’ evasione fiscale”.

Per Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del PD, “soltanto un’urgente iniezione di equità ed incisività, può dare alla manovra credibilità, rafforzandola con liberalizzazioni e contributo scudati….”.

“Noi rilanciamo con forza le nostre proposte perchè ci vuole un’alternativa politica a questo governo che non rappresenta il futuro del Paese”, ha concluso Cesare Damiano, capogruppo PD in Commissione Lavoro.

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