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Iva dal 20 al 21%, contributo di solidarietà 3% sopra 300mila euro. Adeguamento pensione donne dal 2014

Manovra in aula al Senato dal pomeriggio, approvazione a Palazzo Madama domani, con il Cdm convocato alle 18 per autorizzare il voto di fiducia. Poi il testo passerà all’esame della Camera. La conferenza dei capigruppo ha stabilito la nuova tabella di marcia del provvedimento dando un colpo d’acceleratore all’esame del decreto legge che sarà approvato già domani, anziché sabato.

Tre le modifiche al testo approvato in commissione Bilancio annunciate da Palazzo Chigi al termine del vertice di maggioranza: 1) aumento di un punto Iva, dal 20 al 21, con destinazione del maggior gettito a miglioramento dei saldi del bilancio pubblico; 2) fino al pareggio di bilancio, contributo del 3% sopra i 300mila euro; 3) adeguamento delle pensioni delle donne nel settore privato a partire dal 2014. Giovedì il Consiglio dei ministri approverà anche l’introduzione nella Costituzione della «regola d’oro» sul pareggio di bilancio e l’attribuzione alle Regioni delle competenze delle Province. Questa mattina il portavoce del governo spagnolo ha attaccato l’Italia accostandola alla Grecia. Ecco la cronaca della giornata.

Ore 16,54. Iniziato l’esame della manovra al Senato
È iniziata la riunione dell’aula del Senato con all’esame il testo della manovra economica del governo. Il voto finale dell’assemblea di palazzo Madama, secondo quanto emerso dalla conferenza dei capigruppo, è previsto per domani. È attesa per il pomeriggio la richiesta di fiducia da parte del governo. Fiducia che sarà autorizzata alle 18 dal Consiglio dei ministri convocato dall’Esecutivo.

Ore 16,38. Voto finale al Senato domani
Il voto finale del Senato sulla manovra economica è fissato per domani. Lo ha deciso la Conferenza dei capigruppo che ha accolto le richieste di accelerare i tempi di approvazione della manovra correttiva anche se si aspetta il maxiemendamento su cui il governo porrà la fiducia, che sarà autorizzata dal Cdm alle 18.

Ore 16,16. Giovedì in Cdm l’abolizione delle Province
Giovedì il Consiglio dei ministri approverà l’introduzione nella Costituzione della “regola d’oro” sul pareggio di bilancio e l’attribuzione alle Regioni delle competenze delle Province. Lo segnala una nota di nota di palazzo Chigi giunta al termine del vertice di maggioranza a palazzo Grazioli.

Ore 16,16. L’Iva aumenta al 21%, contributo di solidarietà sopra i 500mila euro, adeguamento delle pensioni delle donne nel settore privato dal 2014
Il Governo intende porre la fiducia sul testo della commissione della manovra, con le seguenti aggiunte: 1) aumento di un punto Iva, dal 20 al 21, con destinazione del maggior gettito a miglioramento dei saldi del bilancio pubblico; 2) fino al pareggio di bilancio, contributo del 3% sopra i 500mila euro; 3) adeguamento delle pensioni delle donne nel settore privato a partire dal 2014. Giovedì il Consiglio dei ministri approverà l’introduzione nella Costituzione della «regola d’oro» sul pareggio di bilancio e l’attribuzione alle Regioni delle competenze delle Province.

Ore 16,03: Terminato il vertice a Palazzo Grazioli
Terminato, dopo circa due ore, il vertice sulla manovra a palazzo Grazioli con il premier, Silvio Berlusconi, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, il ministro leghista Roberto Calderoli, e i capigruppo della maggioranza. Nessuno dei partecipanti ha rilasciato dichiarazioni, ma alle 18 si terrà un Consiglio dei ministri per autorizzare la fiducia al Senato sulla manovra, mentre dovrebbe essere diffuso un comunicato sui temi affrontati al vertice di maggioranza.

Ore 15,52. Alle 18 Cdm per autorizzare la fiducia sulla manovra bis
Consiglio dei ministri convocato oggi a Palazzo Chigi alle ore 18 per autorizzare il voto di fiducia sulla manovra economica. Lo annuncia una nota di Palazzo Chigi.

Ore 15.50. Errani: il governo mantenga l’impegno sulla Cig in deroga
Il governo mantenga gli impegni presi sulla copertura degli ammortizzatori in deroga. La sollecitazione arriva dal presidente dellla regione Emilia-Romagna e della Conferenza delle regioni, Vasco Errani. «La copertura degli ammortizzatori in deroga – dice – é garantita fino alla fine del 2011, anche sulla base di un ulteriore sforzo delle regioni. Credo che a questo impegno il governo non possa sfuggire in nessun modo».

Ore 15,17. Frattini: no alla fiducia sulla manovra
La manovra economica non va blindata con la fiducia, ma bisogna confrontarsi con le forze dell’opposizione costruttive e propositive e approvarla in fretta: questo l’appello lanciato dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, dal suo blog, Diario italiano. Approvazione auspicabilmente domani, «di un testo reso più forte e più efficace sulla parte strutturale e per la crescita». Passaggi ineludibili della manovra sono, secondo Frattini, «il nodo pensioni di anzianità» e un intervento sull’Iva «da impiegare per ricerca, innovazione e crescita». Ricordando gli appelli lanciati dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il titolare della Farnesina ha quindi auspicato l’adozione di una «manovra per l’Italia come il nostro grande Paese si merita dinanzi ai mercati e all’Europa».

Ore 15.00. Damiano: la manovra deve essere rivista, poi dimissioni del governo
Per Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro e capogruppo Pd in commissione lavoro, «la manovra deve essere rivista rendendola più equa ed efficace evitando di ricorrere a interventi sull’Iva che colpirebbero in maniera indiscriminata i cittadini. Oltre all’abolizione dell’articolo 8 per Damiano «in questo momento chi ha di più deve dare di più per questo riteniamo sia giusto un contributo di solidarietà del 15% sui patrimoni scudati e una imposta ordinaria sui grandi patrimoni immobiliari basata su criteri fortemente progressivi». Poi «un pacchetto di liberalizzazioni che consenta di rompere gli ingessamenti che bloccano la nostra economia. Inoltre il governo la smetta di proclamare la lotta all`evasione, la faccia seriamente». Un istante dopo l’approvazione, poi, per Damiano «ci vuole un’alternativa politica per questo governo non rappresenta il futuro del paese».

Ore 14,49. Visco: questa manovra è contraddittoria
Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze, ai microfoni di “24 mattino” di Radio 24, ha sottolineato che «questa manovra é contraddittoria, confusa, mutevole e non convincente. L’intervento di Napolitano é chiarissimo. Il presidente é una persona che si rende conto che i mercati non sono convinti e che continuano a spararci addosso e a punirci. Siamo al disastro». Per Visco però é sbagliato il paragone tra grecia e italia fatto da Angela Merkel: «noi non siamo né la Grecia né la Spagna, siamo meglio, ma se siamo gestiti male finiamo anche peggio perché siamo più grandi e con maggiore debito».

Ore 13,05. Berlusconi rientra a Roma: possibile vertice di maggioranza sulla manovra
Il premier Silvio Berlusconi sta rientrando a Roma dopo oltre una settimana di assenza. Al suo arrivo nella capitale è possibile un vertice di maggioranza per valutare le eventuali correzioni alla manovra, dopo che anche il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto ha riconosciuto che «uno sforzo per rendere la manovra ancora più incisiva va fatto», soprattutto alla luce dell’appello del capo dello Stato.

Ore 13,02. De Magistris: due giorni per sensibilizzare il governo a rivedere la manovra
«Due giorni per sensibilizzare il governo a rivedere una manovra economica che preoccupa i cittadini e che non convince l’Unione europea, terreno di conflitto per la stessa maggioranza che ne ha cambiato più volte i connotati, generando quel clima di incertezza e di tensione istituzionale che certo non rassicura i mercati e non aiuta la ripresa». Lo scrive il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, sul suo blog.

Ore 12,48. Camusso chiede a Sacconi di cancellare articolo 8
Il segretario della Cgil Camusso concludendo la manifestazione di Roma contro la manovra ha attaccato il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi che «non perde occasione di star zitto», chiedendogli di cancellare l’articolo 8 della manovra. «È meglio che stralci l’articolo 8 – ha detto Camusso – altrimenti rischia di essere il peggior ministro del Lavoro della storia della Repubblica». La numero uno di corso d’Italia ha ribadito che la sua organizzazione ricorrerà alla Corte Costituzionale «per cancellare quelle norme». A Confindustria e alle altre organizzazioni Camusso ha chiesto di scegliere: «o l’accordo sindacale (intesa unitaria del 28 giugno, n.d.r.) o la legge (l’articolo 8 della manovra, n.d.r.), tutte e due non é possibile».

Ore 12,31. Rutelli: i mercati la bocciano, la manovra va cambiata
«La manovra economica non è credibile per i mercati. È insufficiente. Votare questa manovra entro domani è inutile, ne serve un’altra decisamente più credibile», ha detto il leader dell’Api, Francesco Rutelli, conversando con i giornalisti spiegando che il Terzo Polo «è pronto a fare la sua parte se la maggioranza presenterà proposte serie» anche se rimane una forza responsabile all’opposizione. «Se governo non corregge il tiro il paese potrebbe andare verso un rischio default che solo dei pazzi irresponsabili potrebbero guardare in termini di partigianeria politica».

Ore 12,30. Franceschini: cambiare testo della manovra in tempi ragionevoli
Per Dario Franceschini, presidente dei deputati del Pd, «in questa situazione drammatica abbiamo già avuto modo di verificare che la fretta fa i gattini ciechi. La manovra deve essere, come ha ricordato anche il presidente della Repubblica, ampiamente modificata e corretta. Anche per questo, quando il decreto arriverà alla Camera, il Pd lavorerà per modificarne le distorsioni e le iniquità in tempi ragionevoli. Molto meglio alcuni giorni in più di lavoro che ulteriori errori che peggiorerebbero la situazione invece di migliorarla».

Ore 12,20. Fli: serve un esecutivo di salvezza nazionale
Per il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, «i fatti parlano chiaro e da una parte i dati della borsa e dello spread dei nostri titoli di stato, dall’altra la minaccia della Bce di non comprare più i nostri Btp e l’invito del Quirinale a cambiare radicalmente la manovra dimostrano che é giunto il momento di dar vita a un esecutivo di salvezza nazionale, su base politica ma con una forte caratterizzazione tecnico-economica capace di rassicurare i mercati e l’Europa».

Ore 12,18. Versace: la manovra non convince, occorre fare di più
Per il deputato del Pdl, Santo Versace, «la manovra, come uscita dalla commissione del Senato, non convince. Occorre fare di più e occorre farlo subito. Innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia delle donne a 65 anni, pensioni di anzianità con 40 anni di contributi. È necessario reperire altri 20 miliardi di euro attraverso il taglio della voce “acquisti di beni e servizi”».

Ore 12,18. Camusso: manovra iniqua e irresponsabile
Il segretario della Cgil, dal palco allestito al Colossero in occasione dello sciopero contro la manovra ha detto che la manovra «è ingiusta, iniqua, incivile e irresponsabile. Rompe il patto con i cittadini. Secondo la leader del sindacato l’iniquità della finanziaria risiede nel fatto che «colpisce i lavoratori e i pensionati, si accanisce sui più deboli e tagliando sugli enti locali fa un danno alle persone».

Ore 12,13. Tajani: la manovra deve essere potenziata
In questo momento l’Italia ha una «responsabiltà storica: deve rassicurare i mercati» varando al più presto una manovra che porti al pareggio di bilancio e «dia un segnale forte per la crescita». È il monito lanciato dal vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, il quale ha anche evidenziato che la pur «lodevole» iniziativa per la lotta all’evasione non presenta «certezze contabili». È quindi necessario potenziare la manovra con interventi mirati su Iva, pensioni e per il rilancio della crescita e procedere al sua definitivo varo al più presto, possibilmente «entro la settimana».

Ore 11,51. Sacconi a Bersani: non rinunciamo all’articolo 8
Con una nota il ministro del Lavoro, Sacconi, risponde al segretario del Pd. «A Bersani che pretende addirittura la rinuncia all’articolo 8 – scrive il ministro – rispondiamo che non se ne parla proprio nel nome, da un lato, della sua corrispondenza a una delle più esplicite richieste della Bce e, dall’altro, di un consenso che ha visto convergere la maggioranza e il Terzo polo oltre alla sua accettazione da parte della maggioranza degli attori sociali».

Ore 10,46. Bernabè: serve una guida sicura, lo chiedono i mercati
In questo momento in Italia «quello che manca, quello che ci vuole è una guida sicura con mano ferma che faccia le scelte e le porti fino in fondo: questo è quello che chiedono i mercati». Lo ha dichiarato il presidente esecutivo di Telecom Italia, Franco Bernabè, commentando gli ultimi sviluppi della crisi e della manovra. Importante il «costante stimolo da parte del capo dello Stato perchè vengano affrontati i problemi con coerenza, rigore e in un’ottica di solidarietà nazionale: spero facciano quello che lui chiede» perchè «i problemi sono serissimi e richiedono sacrifici enormi. C’è bisogno quindi di senso di responsabilità e di grande amore per il Paese». Bernabè non ha però voluto commentare le nuove ipotesi circolanti sulle possibili misure, come l’aumento dell’iva: «Le ricette – ha spiegato – le deve dare la politica, non c’è un surrogato alla politica».

Ore 11,34. La Spagna attacca l’Italia accostandola alla Grecia
La Spagna critica l’Italia, accostandola alla Grecia e affermando che la manovra ora in discussione ha perso il suo carattere di rigore «in pochi giorni». I due paesi «non stanno centrando i loro obiettivi di risanamento», ha affermato il portavoce del governo, José Blanco sulla rete televisiva Télécinco, questo è «molto preoccupante» e finisce per alimentare «una fase di turbolenza» dei mercati di cui sta facendo le spese anche la Spagna.

Ore 11,30. Bersani: fuori della manovra si può discutere di pensioni
«Fuori da questa manovra si può discutere della riforma del sistema del Welfare con una operazione flessibile e volontaria in uscita tra i 62 e i 70 anni alzando di fatto l’età pensionabile», ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, durante il corteo organizzato dalla Cgil in occasione dello sciopero generale contro la manovra correttiva. «Ma le risorse – avverte Bersani – devono essere destinate ai giovani e non devono servire a far cassa».

Ore 11,30. Rotondi: scioperi e governi tecnici sono scorciatoie inutili
«Sbagliata la scelta della Cgil di scioperare – ha detto il ministro per l’Attuazione del Programma, Gianfranco Rotondi – e sbagliato per il Pd scendere in piazza. O si naviga tutti nella stessa direzione come ci ha invitati a fare per l’ennesima volta Napolitano, o la nave Italia va a fondo. Scioperi, governi tecnici, esecutivi di emergenza o responsabilità nazionale: sono tutte scorciatoie inutili. Si approvi al più presto la manovra e se questa maggioranza non ce la fa in primavera si vada al voto».

Ore 11,16. Il Pd attacca Sacconi: irresponsabile
Il Pd critica il ministro Sacconi. «Il ministro Sacconi – ha affermato il responsabile Economia del partito Stefano Fassina, ai microfoni di “Radio anch’io” – ha compiuto un`azione di sabotaggio politico rispetto all`accordo del 28 giugno che era riuscito a mettere insieme restando fuori dalla porta. Ha voluto utilizzare un provvedimento emergenziale come il documento di finanza pubblica. E` irresponsabile chi provoca questi atti, non chi si difende e risponde con lo sciopero».

Ore 11,15. Slitta alle 15,30 la capigruppo
La conferenza dei capigruppo del Senato, prevista per oggi alle ore 12, é stata posticipata alle ore 15.30. Convocata ieri dal presidente del Senato, Renato Schifani, la capigruppo deve valutare l’ipotesi di una rimodulazione dei tempi di esame della manovra per arrivare al via libera entro domani.

Ore 11,14. Il giornale dei vescovi critica la titubanza con la quale l’Italia si affronta la crisi
Dure critiche dal giornale dei vescovi sul modo in cui l’Italia sta affrontando la crisi e sta approntando la manovra fiscale. In prima pagina, Avvenire, nell’editoriale, punta il dito contro le troppe «titubanze» e invita a fare presto, mentre nella pagina interna dedicata al pesanti cali dei mercati registrati ieri, titola «La “febbre” italiana fa crollare le Borse». «In questa crisi delle borse europee e mondiali – è l’analisi dell’editoriale – c’è un grande e pesante punto di domanda sull’Italia. Le incertezze e i continui cambiamenti dei contenuti della manovra-bis stanno aumentando le aspettative negative degli operatori finanziari», che «iniziano a manifestare in modo devastante i loro seri dubbi che il nostro Paese abbia davvero le risorse, prima morali e poi economiche, per fare per sè quanto è necessario fare».

Ore 11,07. La Lega insiste: contributo di solidarietà per i calciatori
La Lega Nord insiste sul contributo di solidarietà a carico dei calciatori. L’unico emendamento alla manovra presentato dal Carroccio in Aula al Senato prevede l’introduzione del contributo del 10% per i redditi da 500mila euro e fino a un milione e del 20% per i redditi superiori.

Ore 11,00. Romani: al momento non è prevista alcuna modifica alla manovra
Al momento non è previsto l’inserimento di modifiche nella manovra economica. Lo ha detto il ministro dello sviluppo economico Paolo Romani dopo l’invito di ieri del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a inserire misure più efficaci. «Al momento non c’è la previsione che in questi due giorni, appena si apre dibattito parlamentare, possano essere introdotte queste modifiche», ha detto Romani intervistato da SkyTg24. «Certamente – ha aggiunto – noi abbiamo lavorato in un periodo eccezionale e dato risposte eccezionali».

Ore 10,59. Bersani: correggere la manovra e avviare governo di transizione
«Se si correggesse con serietà la manovra e si avviasse un percorso» che porta a un governo di transizione «si potrebbe arginare la sfiducia» dei mercati e degli elettori. Così il segretario del Pd, Pierluigi Bersani.

Ore 10,57. D’Alema: la protesta va ascoltata
«Si tratta di una protesta immensa di cui bisogna capire il peso e che va ascoltata». Lo ha detto Massimo D’Alema, presidente del Copasir, a Genova per la manifestazione in occasione dello sciopero generale della Cgil. «Questa manovra – ha aggiunto – è percepita come ingiusta perché, ancora una volta, scarica i costi maggiori sui cittadini più deboli e non contiene nulla per il lavoro, lo sviluppo e la crescita del Paese.

Ore 10,45. Bersani: tagliare l’articolo 8
«Bisogna tagliare dalla manovra l’articolo 8, che non c’entra niente con la crescita e finora ha soltanto diviso il mondo del lavoro e complicato la vita a un paese che é già in grave difficoltà», ha affermato il segretario del Pd, Pier Luigi Berdani, prendendo parte al corteo organizzato dalla Cgil in occasione dello sciopero generale contro la manovra correttiva in discussione al Senato. Il Pd, ha detto Bersani, é pronto «a ridurre all’essenziale i propri emendamenti» alla manovra, ma il governo deve rinunciare alla fiducia «che é un segnale di debolezza».

Ore 10,25. Presentati 400 emendamenti
Sono circa 400 gli emendamwenti alla manovra presentati in aula al Senato. Circa 90 portano la firma del Pd e altrettanti dell’Idv. L’esame della manovra nell’Assemblea di Palazzo Madama parte oggi pomeriggio alle 16,30 e l’ipotesi più accreditata é quella di giungere al voto finale nella giornata di domani anziché entro sabato, come era già stato previsto della conferenza dei capigruppo. Una nuova riunione dei capigruppo, convocata per oggi alle 12, definirà la nuova tabella di marcia.

Ore 10,42. Occhi puntati sui mercati
Riunioni in corso e misure all’esame questa mattina in attesa che la manovra approdi, nel pomeriggio, nell’aula del Senato. Gli occhi sono puntati sui mercati per vedere se sarà necessario, anche dopo l’appello del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rafforzare subito la manovra.

Ore 10.30. Le nuove misure sul tappeto
Rispunta l’ipotesi di un aumento dell’Iva e di un nuovo contributo di solidarietà sui redditi altissimi, ma anche a una mini-patrimoniale, magari per un periodo determinato, sui beni. L’ultima carta da giocare, che non convince Tremonti, sarebbe l’aumento di un punto di tutte le aliquote Iva. Aumento già previsto nella manovra come clausola di salvaguardia se non verranno raggiunti gli obiettivi finanziari prefissati. Se invece si aumenta subito l’imposta sul valore aggiunto in maniera esplicita potrà andare, spiegano fonti tecniche al lavoro, solo a miglioramento dei saldi e non potrà più dunque essere utilizzata in delega fiscale per la riforma.

Ore 10,16. Camusso: una contromanovra per non finire nell’abisso
«Quando si è sull’orlo dell’abisso bisogna fare un passo indietro», ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, in corteo a Roma per lo sciopero generale proclamato dal suo sindacato contro la manovra. «Il paese è in una situazione molto difficile e per questo abbiamo proposto una contromanovra che ha esattamente gli stessi saldi, perchè pensiamo che bisogna intervenire rapidamente, ma se si fa il passo sbagliato si entra nell’abisso, invece che fare un passo indietro».

Ore 10,14 – Di Pietro: Napolitano sciolga le Camere
«Napolitano dice che questa manovra non va bene? E allora sciolga le camere e si vada a votare», ha detto Antonio Di Pietro, in piazza con la Cgil. «Faremo l’ostruzionismo per impedire di approvare una manovra che é solo un danno per il paese», annuncia in piazza. «Nessuna scorciatoia, non faremo sconti».

Ore 10,07. Stracquadanio: forse aumento dell’Iva
Nell’iter parlamentare potrebbero rientrare l’aumento dell’Iva e il contributo di solidarietà? «Il primo potrebbe esserci, il secondo no», ha detto Giorgio Stracquadanio, deputato Pdl, partecipando stamattina a Omnibus, su LA7. «Ma non é così rilevante – ha aggiunto – perché torneremo su questi temi tra qualche mese».

Ore 10,00. Vendola: la manovra è vuota
La manovra finanziaria al vaglio del Senato è «vuota» e «attacca soltanto il mondo del lavoro». A dirlo il leader di Sel, Nichi Vendola.

da www.ilsole24ore.it

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“Manovra, prelievo del 3% sui ricchi. Subito l’aumento di un punto dell’Iva. Il governo blinda il testo con la fiducia”

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il ministro Tremonti
La manovra cambia ancora. Stretto tra i richiami del presidente della Repubblica e dell’Europa e incalzato dall’attacco ai titoli di Stato il governo vara le ultime modifiche al testo, mentre si prepara al voto di fiducia per blindare il provvedimento. Si decide in un vertice da Berlusconi la messa a punto della manovra che prevede- novità di giornata, anche se anticipate dalle voci che si rincorrevano nelle ultime ore- l’aumento dell’iva dell’1%, l’adeguamento della pensione delle donne nel privato dal 2014 e il contributo di solidarietà del 3% sopra i 500mila euro.

L’articolo 8 resta al centro dello scontro. Duro Pier Luigi Bersani che stamani ha partecipato al corteo della Cgil a Roma. «È inutile far presto se non si fa bene», ha ammonito il segretario del Pd, «rischiamo di fare una manovra alla settimana. Questa manovra va rafforzata, va rafforzata la coesione del paese e noi abbiamo le nostre idee». Per questo, ha aggiunto, in Senato «siamo pronti a rendere essenziali gli emendamenti». Di certo bisogna «togliere l’articolo 8» che rivede lo statuto dei lavoratori, ha chiesto. Ma il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, gli ha risposto a stretto giro: «Non se ne parla proprio».

Le opposizioni insistono sulla necessità di un governo di transizione.«Serve un governo di emergenza che prenda misure eque e forti», ha detto Bersani. Su questa linea anche Italo Bocchino. «I fatti parlano chiaro», ha detto il vicepresidente di Fli, «è giunto il momento di dar vita a un esecutivo di salvezza nazionale, su base politica ma con una forte caratterizzazione tecnico-economica capace di rassicurare i mercati e l’Europa». Di ben altro avviso Daniele Capezzone, che ha attaccato il partito democratico. «Il Pd di Bersani è succube della Cgil, ed è di fatto trascinato su una linea massimalista che lo rende sostanzialmente inaffidabile», ha detto il portavoce del Pdl.

da www.lastampa.it

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“Aumento Iva, impatto da 6 miliardi”, di Francesca Barbieri e Chiara Bussi

Alcuni la temono, altri la invocano a gran voce. Per altri ancora è l’unica via d’uscita possibile per far quadrare i conti. Ad ogni passaggio obbligato della manovra di Ferragosto rispunta l’ipotesi di un ritocco all’insù dell’Iva, anche se il ministro Giulio Tremonti continua a negare che la questione sia sul tavolo delle trattative e potrebbe rinviare il dossier per inquadrarlo in una riforma fiscale più organica.

Una girandola di ipotesi
Un punto secco in più per l’imposta ordinaria sui consumi, portandola dal 20 al 21%. O un rincaro di un punto e mezzo, ma anche un rialzo a termine, di pochi mesi, dal 20 al 22 per cento, senza chiudere la porta a un aumento applicato a tutte e tre le aliquote. Nelle ultime settimane la creatività non è mancata, così come il balletto di cifre sul possibile gettito. Un tesoretto non di poco conto, pari a 5,9 miliardi di euro, secondo le elaborazioni del Centro studi Sintesi che ha calcolato l’impatto complessivo di una mossa al rialzo su tutte e tre le aliquote (anche dal 4 al 5% e dal 10 all’11 per cento). Una cifra stimata sulla base delle dichiarazioni Iva 2010 (anno d’imposta 2009) calate sul territorio in base alla distribuzione regionale delle operazioni imponibili verso i consumatori finali.

Il gettito sul territorio
A dare il maggiore contributo sarebbero le regioni del Nord Italia, con oltre la metà del prelievo. In testa la Lombardia (1,4 miliardi) che da sola garantirebbe quasi un quarto del totale. Un dato che non stupisce, spiegano dal Centro studi Sintesi, perché la maggior parte delle aziende ha sede in questa regione ed è tenuta a versare lì l’imposta. Seguono a distanza Lazio (854 milioni), Veneto (565 milioni) e Piemonte (426 milioni). Le regioni del Centro potrebbero garantire invece 1,4 miliardi, mentre il gettito di quelle del Sud supererebbe di poco il miliardo, con introiti di appena 18 milioni in Molise.

Se l’aumento riguardasse solo l’aliquota ordinaria l’incasso aggiuntivo per l’Erario sarebbe di 4,9 miliardi. Anche qui la parte del leone toccherebbe al Nord che porterebbe 2,7 miliardi alle casse dello Stato.
Un intervento sull’Iva ridotta, dal 10 all’11 per cento, applicata ad alcuni beni di consumo, come carne, acqua, frutta e verdura, o servizi, come energia elettrica e telefonia, consentirebbe invece di raggranellare poco più di 800 milioni di euro.

Più leggeri gli incassi legati a un incremento dell’aliquota applicata ai beni di largo consumo, come alimenti e bevande di prima necessità, giornali e attrezzature sanitarie: se si passasse dal 4 al 5 per cento si otterrebbero poco più di 100 milioni di euro.

L’incognita inflazione
Resta l’incognita del possibile impatto di un aumento dell’Iva sull’inflazione, che ad agosto ha registrato una fiammata del 2,8% rispetto a un anno prima. «Improbabile – spiega Luigi Campiglio, ordinario di politica dell’Università Cattolica di Milano – che in un quadro di consumi reali in diminuzione da diversi anni le imprese decidano di ritoccare il listino prezzi. La misura potrebbe invece portare a una maggiore efficienza e razionalizzazione dei costi».

L’aumento dell’Iva avvicina il nostro paese alla maggior parte degli Stati europei: secondo i dati della Commissione Ue solo in sette paesi l’aliquota è inferiore al 20%, in altrettanti il prelievo è in linea con quello italiano e in 12 si paga di più, con Svezia, Ungheria e Danimarca al 25 per cento.

da www.ilsole24ore.it

"Cronaca web del discorso di Camusso", da www.unita.it

BASTA FARE CASSA SU LAVORATORI E PENSIONI
«Non si può più fare cassa sulle condizioni dei lavoratori e sulle pensioni». Lo dice il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, parlando dal palco di Roma, in chiusura della manifestazione organizzata per lo sciopero contro la manovra.

NON MERITIAMO E NON VOGLIAMO UN PAESE COSÌ
«Le nostre piazze sono le piazze di chi non si rassegna, di chi non è disposto a rinunciare ad avere un paese migliore, noi un paese così non ce lo meritiamo e non lo vogliamo». Così il segretario della Cgil, Susanna Camusso, nel suo intervento al comizio all’Arco di Costantino dove è arrivato il corteo della Cgil contro la manovra.

CAMUSSO A CISL E UIL, SE NON ORA QUANDO
«Ci hanno detto che non era il momento di scioperare, ma io rispondo con lo slogan di un’importante manifestazione di febbraio: »se non ora quando?«. Lo ha detto Susanna Camusso, segretario della Cgil, dal palco della manifestazione al Colosseo. »Il cambiamento è urgente e ci hanno detto che questo di oggi è uno sciopero politico. Sì, lo è«, ha aggiunto Camusso tra gli applausi scroscianti della folla: »la politica ha uno scopo alto e noi siamo contro i privilegi della politica, lo abbiamo detto in tempi non sospetti, prima della crisi«.

SACCONI STRALCI ART.8 O PEGGIOR MINISTRO STORIA
Susanna Camusso è tornata a chiedere al governo, e in particolare al ministro Maurizio Sacconi lo stralcio dell’articolo 8 della manovra. «A Sacconi, che anche oggi non ha perso l’occasione di tacere, vogliamo dire che è meglio che lo stralcino l’articolo 8 o con questo gesto dimostrerà di essere il peggior ministro che la Repubblica ha avuto».

CAMUSSO A DE BORTOLI: SCIOPERO DIRITTO NON RICATTO «Lo sciopero è un diritto dei lavoratori e non è mai un ricatto. Altri sono i ricatti». Lo dice la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, dal palco della manifestazione indetta dal sindacato di Corso d’Italia dicendo di aver letto «con grande dispiacere» un fondo del direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. Da Camusso è venuto invece un ringraziamento dal direttore dell’Unità Claudio Sardo. Oggi il nostro quotidiano è su tutte le piazze italiane con un numero speciale gratuito sullo sciopero della Cgil, chiuso in redazione domenica proprio per rispettare la manifestazione.

MARCEGAGLIA SCELGA TRA ART. 8 O ACCORDO GIUGNO. GOVERNO NON CREDIBILE? LO DICIAMO DA 3 ANNI
Camusso lancia la sfida a Marcegaglia: «A Confindustria e alle altre organizzazioni, Cisl e Uil, dico: scegliete o l’accordo sindacale o la legge, tutte e due non è possibile». Durante il comizio conclusivo di Roma in occasione dello sciopero generale, la leader sindacale invita a scegliere tra l’articolo 8 della manovra e l’intesa unitaria del 28 giugno. «Abbiamo sentito da Cernobbio- aggiunge- che il governo non è credibile. Noi lo diciamo da 3 anni, voi forse pensavate di avere benefici dal governo. Ma diciamo benvenuti».

TUTTO IL POSSIBILE CONTRO ARTICOLO 8, GOVERNO COME LADRO DI PISA: DI GIORNO PROMETTE E DI NOTTE RUBA
«Irresponsabile è una parola usata contro di noi. Ma irresponsabile è chi dentro una crisi introduce un articolo il cui unico scopo è quello di rendere piu» facili i licenziamenti. Questo governo è come il ladro di Pisa: di giorno promette e di notte ruba ai lavoratori». La segretaria Cgil annuncia: «Se il parlamento non stralcia quella norma dalla manovra, deve sapere che useremo tutte le iniziative che sono possibili, la Corte costituzionale, la Corte di giustizia, le cause, tutto…». Lo diciamo anche a Confindustria», avverte Camusso.

MANOVRA INCIVILE
“Si tassa sulle energie rinnovabili e sulla cooperazione. Ditelo con forza, quei tagli toglieranno i diritti, ancora una volta si taglia il lavoro e le condizioni di prospettiva. Questa manovra è incivile”.

MANOVRA INGIUSTA, SI ACCANISCE SUI PIÙ DEBOLI
Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ribadisce le ragioni dello sciopero contro una manovra «ingiusta» e «iniqua», perchè «colpisce i lavoratori e i pensionati». Concludendo la manifestazione di Roma nella giornata dello sciopero generale di 8 ore proclamato dalla confederazione, Camusso ha sottolineato che il governo con questa manovra «si accanisce sulle persone più deboli: lavoratori e pensionati». Il numero uno di corso d’Italia ha aggiunto che «quando si fanno tagli non si fa un servizio al paese. Anzi, si fa danno al paese. Lorsignori – ha proseguito – sanno bene che se si continua a tagliare non avremo asili, non avremo scuole, avremo persone sempre più povere e disoccupati e cassintegrati senza prospettiva». Camusso ha ricordato che il suo sindacato ha proposto una contromanovra «con gli stessi saldi» previsti dal governo. Una manovra, però, che non scarichi i costi sui più deboli. «Paghi un pò di più chi ha pagato poco – ha concluso – paghino quelli che finora non hanno pagato».

IN PIAZZA CHI NON SI RASSEGNA
«Le 100 piazze sono di chi non si rassegna al declino». Cosi Susanna Camusso apre il comizio conclusivo di Roma in via san Gregorio, a pochi passi dal Colosseo. Il segretario della Cgil aggiunge: «Un paese così non lo meritiamo e non lo accettiamo».

SI TASSINO LE RICCHEZZE
“Si tassino le rendite, si tassino gli immobili, si tassino le ricchezze”.

RICORREREMO A CORTE COSTITUZIONALE «Ricorreremo alla Corte Costituzionale su tutte le norme anticostituzionali. Per noi la Costituzione è sacra, non ce la ruberete». Lo dice il leader della Cgil, Susanna Camusso, parlando dal palco allestito al Colosseo e riferendosi alla manovra. “Come le feste, anche la costituzione per noi è sacra e ricorreremo alla corte per difenderla”.

LA SOLIDARIETA’ VA CHIESTA IN MODO EQUO
“Se si chiede la solidarietà va chiesta in modo equo”.

CAMUSSO SULLE FESTE, VOLEVANO CANCELLARE LA NOSTRA STORIA
“Volevano cancellare la nostra storia, il 1 maggio, il 25 aprile e il 2 giugno sono le nostre feste e non ci rinunceremo”.

SCIOPERO CGIL: BERSANI SFILA CON CAMUSSO IN CORTEO
Gomito a gomito con il segretario della Cgil, Susanna Camusso, il leader del Pd, Pierluigi Bersani, sta sfilando nel corteo organizzato dal sindacato per contestare la manovra. Insieme a loro anche l’ex segretario generale di Corso d’Italia, Guglielmo Epifani. Prima di riprendere a sfilare Camusso ha incontrato anche la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro e il leader di Sel, Nichi Vendola.

da www.unita.it

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Camusso, «manovra incivile». L’Italia con la Cgil

Manifestazioni in 100 piazze italiane, da Torino a Catania, braccia incrociate per 8 ore, stop dei trasporti: è il martedì scelto dalla Cgil per lo sciopero generale, in perfetta coincidenza con l’approdo del decreto ‘incriminato’ nell’aula del Senato.

NELLE PIAZZE LO SPECIALE GRATUITO DE L’UNITA’

La protesta è stata, infatti, indetta il 23 agosto contro una manovra dai tratti «profondamente iniqui» che gran parte dei cambiamenti che si sono succeduti in questi giorni non hanno fatto altro che «aggravare». In particolare, nelle ultime ore è montata la polemica sull’articolo 8, ribattezzato come «l’articolo sui licenziamenti facili». Susanna Camusso, leader Cgil: «Un’altra manovra è possibile, dal segno diverso, pagata da chi più ha e non ha mai pagato».

Uno stop di otto ore per ogni turno di lavoro e per tutte le categorie di lavoratori, manifestazioni territoriali in tutto il Paese, con quella di Roma che sarà conclusa da Camusso. Il segretario generale ha tenuto il suo comizio al Colosseo.

ROMA: APPLAUSI PER NICHI VENDOLA
Il corteo della Cgil a Roma sta percorrendo via Merulana diretto al Colosseo. Al corteo si è unito, tra gli altri politici, anche il leader di Sel, Nichi Vendola, accolto da applausi e strette di mano. Una manifestante lo accoglie così: «Sei l’unica speranza». E lui esclama ironico: «Superman».

L’adesione di Pd e Sel

TORINO, UNA PIOVRA VIOLA CON SAGOMA BERLUSONI-OBAMA-TREMONTI-DRAGHI-SARKOZY
Una gigantesca piovra viola, scelta dai dimostranti per rappresentare la finanza, con le sagome di Obama, Berlusconi, Tremonti, Merkel, Sarkozy e Draghi, caratterizza il corteo della Cgil a Torino, partito da piazza Vittorio e diretto a piazza San Carlo.

MILANO, MIGLIAIA IN CORTEO
Alcune migliaia di persone di sono radunate ai bastioni di Porta Venezia a Milano. In testa uno striscione con su scritto: «No alla manovra del Governo, sì alla crescita, equità, occupazione e futuro per i giovani».

MESTRE, ATTORI, REGISTI E SCENEGGIATORI IN PIAZZA
Anche gli artisti della 68a mostra internazionale d’arte cinematografica sono scesi in piazza. attori, registi, sceneggiatori sono in piazza «contro i tagli alla cultura operati dalla manovra del governo e per contrastare i continui tentativi di ridurre le aree dei diritti e delle libertà».

CAMUSSO: «SULL’ORLO DELL’ABISSO, PASSO INDIETRO»
Lo afferma il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, intervenendo durante il corteo della Cgil. La Camusso spiega che «il Paese è in una situazione molto difficile, e per questo abbiamo proposto una contromanovra che ha gli stessi saldi perchè pensiamo che bisogna intervenire rapidamente. Ma se si fa un passo sbagliato – aggiunge – si entra nell’abisso e non si fa un passo indietro».

CHIUSI COLOSSEO, SALE OPERATORIE, ASILI
Chiusi il Colosseo, il Foro Romano, la Galleria d’arte moderna e Villa Borghese. Questi i primi dati divulgati dalla Funzione pubblica di Roma e del Lazio in occasione dello sciopero generale della Cgil a Roma. Secondo quanto riferiscono dal sindacato, risultano non operative anche tutte le sale operatorie del San Carlo, il 70% dell’ospedale San Filippo Neri e, solo nel quadrante nord della Capitale, almeno 15 nidi pubblici.

FIRENZE, OLTRE 10MILA IN PIAZZA
I manifestanti si sono riuniti in piazza dei Cavalleggeri, occupando ben presto Corso Tintori fino a via dei Benci:al corteo anche il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e il presidente della Provincia di Firenze Andrea Barducci.

NAPOLI, FAMILIARI MARITTIMI SEQUESTRATI IN PIAZZA
Il corteo è partito da piazza Mancini. In testa, lo striscione dei familiari dei lavoratori marittimi di Procida ancora sequestrati. Poi i gonfaloni dei Comuni di Napoli (presente il vicesindaco Tommaso Sodano), Portici e Casoria.

CAMUSSO: «PAESE NON MERITA QUESTA MANOVRA»
«Lo sciopero è contro una manovra assolutamente ingiusta e, come è sempre più evidente in queste ore, assolutamente irresponsabile», ribadisce la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso in testa al corteo di Roma.

TORINO, PIAZZA VITTORIO GREMITA
Il corteo non è ancora partito, ma Piazza Vittorio, a Torino, area del concentramento della manifestazione della Cgil, considerata una delle piazze più grandi d’Europa, è già gremita di gente che ha risposto all’appello del sindacato. «Sarà la più grande manifestazione – dice Donata Canta, della Cgil torinese – degli ultimi 15 anni». Ad aprire il corteo lo striscione «il vostro conto non lo paghiamo, cambiate menu» ed appesi ad un furgone in testa al corteo cartelli con il «menu del governo» che tra l’altro prevede «sanità tritata, pensione flambè, affogato al ceto medio-basso».

STRISCIONI, BANDIERE E SLOGAN
Il corteo, che conta già svariate migliaia di persone, ha cominciato a snodarsi verso la zona dei Fori Imperiali. Nutrita la rappresentanza politica. Tra gli altri, è prevista la partecipazione del segretario del Pd, Pierluigi Bersani, di quello di Sel Nichi Vendola e del leader dell’Idv, Antonio Di Pietro. Sogan e cartelli portati da singoli cittadini. Uno di questi recita: «Esercito di politici, avete cambiato il Parlamento per un salotto di alta moda e per un ristorante a cinque stelle». Un altro presenta una fotografia di Pier Paolo Pasolini con una citazione del poeta: «Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due inconciliabili in Italia».

ROMA, PARTITO IL CORTEO: «ABBATTIAMO IL MURO DELLA CRISI»
È partito a Roma il corteo indetto dalla Cgil che da Piazza dei Cinquecento arriverà fino al Colosseo. Ci sono al momento circa tremila persone molte delle quali con le bandiere rosse delle confederazioni che aderiscono alla Cgil. Ad aprire il lungo serpentone due taxi dell’Unica Cgil di Roma e del Lazio e, a seguire, uno striscione montato su un camion con la scritta: «Abbattiamo il muro della crisi».

MEDICI, GARANTITE SOLO LE URGENZE
Anche i medici oggi scioperano e partecipano alle manifestazioni della cgil, insieme a tutti gli altri lavoratori della sanità. potranno dunque saltare le attività programmate – come gli interventi, le visite e gli esami diagnostici – negli ospedali e nei presidi territoriali della asl, ma saranno garantite le urgenze.

CENTINAIA DI PERSONE IN PIAZZA A ROMA
Sono già diverse centinaia le persone che si trovano in piazza dei Cinquecento, a Roma, per partecipare al corteo indetto dalla Cgil per dire no alla manovra anti-crisi così come elaborata dal governo. A dominare la piazza sono le bandiere rosse delle diverse confederazioni del sindacato. Striscioni di Sinistra Ecologia e Libertà e della Federazione della sinistra.

da www.unita.it

Un anno fa moriva il sindaco di Pollica Angelo Vassallo. L´ Amaca di Michele Serra

Un anno fa veniva assassinato Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, ambientalista, pescatore e galantuomo. Gli dedicai un´amaca dolente e furibonda, nella quale scrivevo che dimenticare un uomo giusto, vittima della prepotenza, è come ucciderlo una seconda volta. Forse sapevo già che mi sarebbero bastate poche settimane per dimenticarlo.
Me ne ricordo oggi grazie al web, alla mail di un amico che mi fa l´effetto di un rintocco di campana. Rifletto sulla difficoltà enorme, in un Paese come questo, a tenere il conto dei torti, e a conservare la memoria dei giusti. Ogni tanto (l´ho già scritto) apro a caso “Patria” di Enrico Deaglio, breviario asciutto e terribile della nostra storia repubblicana, e capisco che il bilancio di sangue della nostra democrazia è così lungo, così tenebroso che perfino chi fa un mestiere come il mio fatica a ricordare. Quasi ogni pagina coglie di sorpresa: ah già, pure questa sconcezza è accaduta, anche questa crudeltà è stata fatta… me ne ero dimenticato, me ne ero proprio dimenticato… Sola consolazione: se è così lungo l´elenco dei caduti, significa che in tantissimi hanno cercato di fare qualcosa, di mantenersi degni, di vivere in piedi. Vassallo è stato uno di questi. Un fiore per lui, un anno dopo.

La Repubblica 06.09.11

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Realacci: “Indagini proseguano rapidamente”

Un anno fa moriva Angelo Vassallo. Il deputato Pd Ermete Realacci: “Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della morte abbiamo presentato un’interrogazione a Maroni e Nitto Palma per sapere quale azioni hanno intrapreso o intendano intraprendere”. Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della morte del “sindaco pescatore” di Pollica Angelo Vassallo, Ermete Realacci, responsabile Green Economy del Pd, presenta un’interrogazione al ministro degli Interni Maroni e al ministro della Giustizia Nitto Palma “per sapere quali azioni, per quanto di loro competenza e nel rispetto della funzione e dell’autonomia delle autorità inquirenti, hanno intrapreso. Quali quelle che intendano intraprendere per rafforzare la tutela della legalità nel Cilento. E quali misure intendano mettere in campo per permettere alle indagini sull’assassinio di Angelo Vassallo di proseguire più rapidamente”.

“Il 5 settembre dello scorso anno, mentre rincasava, il sindaco di Pollica Angelo Vassallo, veniva brutalmente ucciso da uno o più assassini. A tutt’oggi le indagini non hanno condotto all’individuazione dei responsabili – spiega Realacci -, nonostante molteplici e contraddittorie indiscrezioni apparse sui mezzi di informazione, anche con riferimento alla ricerca dell’arma in mare nella zona di Agnone, effettuata alcuni mesi dopo il delitto. Per questo insieme ai colleghi Iannuzzi, Veltroni, Mariani, Margiotta, e Bratti, abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri Maroni e Nitto Palma”.

Per gli inquirenti, però, la verità sul delitto potrebbe presto emergere. “Le indagini non sono affatto impantanate, non mi voglio sbilanciare perché è un’indagine complessa, ma per come stiamo lavorando, per l’impegno delle forze dell’ordine, potremmo essere vicini alla soluzione, da un momento all’altro”. Lo ha detto il procuratore capo di Salerno Franco Roberti a “Tutta la città ne parla”, in onda su Radio3.

Il “sindaco pescatore” di Pollica, è stato ucciso lo scorso 5 settembre mentre rientrava a casa. Gli abitanti del Comune ricordano il primo cittadino come “un uomo perbene, un amministratore con la schiena dritta”; e forse proprio per questo aveva molti nemici. Le indagini sono partite in salita perché c’era scarsa conoscenza della criminalità nella zona del Cilento.

“Il 5 settembre dello scorso anno, mentre rincasava, il sindaco di Pollica Angelo Vassallo, veniva brutalmente ucciso da uno o più assassini. A tutt’oggi le indagini non hanno condotto all’individuazione dei responsabili, nonostante molteplici e contraddittorie indiscrezioni apparse sui mezzi di informazione, anche con riferimento alla ricerca dell’arma in mare nella zona di Agnone, effettuata alcuni mesi dopo il delitto”. E’ quanto afferma Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd.

“Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della morte -spiega Realacci- insieme ai colleghi Iannuzzi, Veltroni, Mariani, Margiotta, e Bratti, abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri Maroni e Nitto Palma per sapere quali azioni, per quanto di loro competenza e nel rispetto della funzione e dell’autonomia delle autorità inquirenti, hanno intrapreso o intendano intraprendere per rafforzare la tutela della legalità nel Cilento e quali misure intendano poi mettere in campo per permettere alle indagini sull’assassinio di Angelo Vassallo di proseguire più rapidamente”.

da Repubblica/Napoli 05.09.11

"Aumentano le preoccupazioni tra gli iscritti di Cisl e Uil", di Rosaria Talarico

Non scioperano con la Cgil, ma bancari e metalmeccanici delle altre federazioni sindacali, Cisl e Uil in primis ma non solo, sparano a zero contro l’articolo 8 della manovra. In particolare diversi sindacati di categoria di Cisl e Uil ci vanno giù più duramente e lo dicono in maniera netta: «L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori non si tocca». Non c’è traccia delle timidezze dei vertici delle confederazioni sindacali «madri» (che non aderiscono allo sciopero generale indetto per oggi dalla Cgil) nel commentare l’articolo 8 della manovra che consentirebbe ai singoli accordi aziendali di derogare ai contratti nazionali. Il rischio è che questo tipo di intese potrebbe prevedere un indennizzo economico in caso di licenziamento senza giusta causa, invece del diritto al reintegro nel posto di lavoro (previsto appunto dall’ articolo 18 dello statuto dei lavoratori). Tutte le sigle sono concordi nel definire la norma «inutile e sbagliata». Giovanni Luciano della FitCisl afferma che «nessun sindacalista farà mai accordi per licenziare i lavoratori». Anche la Uilca, il sindacato dei lavoratori di credito e assicurazioni «si impegna a non attivare alcuna deroga all’articolo 18», considerando la proposta strumentale e sbagliata perché inserisce in un provvedimento di finanza pubblica «un intervento in materia di lavoro che non ha alcuna attinenza con la necessità di sistemare i conti dello Stato», spiega il segretario Massimo Masi. Per Giuseppe Farina di Fim-Cisl il provvedimento serve «ad alimentare lo scontro ideologico tra le componenti più antisindacali del governo e quelle più radicali e politicizzate della Cgil, nell’intento di affossare il rilancio dell’unità sindacale tra Cgil, Cisl e Uil». Anche Fiba Cisl «non intende ricorrere a deroghe all’articolo 18». Per il sindacato dei bancari, Fabi, il provvedimento è «ingiusto e sbagliato». E pur senza aderire come sigla allo sciopero della Cgil (perché organizzato da una sola sigla sindacale), la Fabi lascia alle «personali valutazioni di ognuno la partecipazione a una legittima manifestazione di protesta». «Il governo semina zizzania. L’articolo è inutile e va ritirato», è la posizione di Uila Uil, che rappresenta il settore alimentare. Secondo il segretario Stefano Mantegazza si tratta di una «forzatura ideologica del governo e rischia di essere un grimaldello per scardinare diritti fondamentali nelle piccole aziende». Su posizioni di maggiore apertura sono invece i rappresentanti dei lavoratori del commercio: Uiltucs e Confcommercio. Francesco Rivolta, direttore di Confcommercio parla di «necessità di relazioni sindacali più moderne per fronteggiare la crisi e l’emergenza occupazione, abbandonando le vecchie logiche conflittuali». Mentre Bruno Boco di Uiltucs è favorevole a una deroga purché «parziale e a tempo. Sarebbe una possibilità necessaria per la produzione, specialmente in una situazione di crisi come questa». Infine, per Maurizio Arena segretario generale di Dircredito, il sindacato autonomo dei bancari l’articolo 8 «subordinando la contrattazione nazionale viola pesantemente l’autonomia delle parti sociali, che non è un fatto corporativo ma uno strumento di garanzia democratica per tutti».

La Stampa 06.09.11

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L’articolo 8 permetterà di sorvegliare e trasferire i dipendenti “scomodi”, di R. Gi.
Nel testo licenziato dalla Commissione bilancio si parla di “impianti audiovisivi e introduzione di nuove tecnologie”. Gli accordi «in deroga» si potranno applicare anche alle mansioni e all’inquadramento del personale. Licenziati semplicemente con una lettera, ricevendo qualche mensilità di stipendio aggiuntiva come benservito. Oppure, controllati durante l’orario di lavoro da vigilantes che girano in azienda; o meglio ancora monitorati elettronicamente da telecamere o dispositivi informatici. Oppure, trasferiti da una città all’altra senza indennità o preavviso. Oppure, costretti a ore di straordinario aggiuntivo obbligate. Tutto questo, e molto altro ancora potrebbe essere possibile una volta che cominceranno ad essere firmati gli accordi sindacali ispirati all’articolo 8 del decreto sulla manovra. Un articolo che consente che accordi sindacali potranno «derogare» – cioè stabilire liberamente regole – rispetto a quanto indicato nei contratti nazionali o alle leggi.
Come noto, l’articolo 8 stabilisce una serie di limiti alla «derogabilità»: non possono essere modificate le regole dei rapporti di lavoro che possono trovare una tutela costituzionale o difese da norme europee o convenzioni internazionali. I giuristi del lavoro già si dividono su quali esse siano: sicuramente non potranno essere toccati i diritti di associazione sindacale, quelli a tutela delle madri e dell’infanzia, quelli contro le discriminazioni politiche, di genere o razziali nei rapporti di lavoro. Già ci sono minori certezze sulle retribuzioni o sugli orari massimi di lavoro: la Costituzione si limita a parlare di «diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente», e stabilisce che l’orario massimo è stabilito per legge.
Sicuramente in ballo ci sono le norme sui licenziamenti. Parliamo dei licenziamenti «economici», quelli decisi perché l’azienda decide che ci sono degli esuberi, o che certi dipendenti non servono più o non «vanno bene». Oggi in base all’articolo 18 dello Statuto del 1970 se un lavoratore viene licenziato per queste ragioni (cioè non per «giusta causa», cioè se ruba o cose simili) può chiedere al giudice il reintegro nel posto di lavoro. Se si firmeranno accordi sindacali in base all’articolo 8 del decreto, le cose cambieranno. Tipicamente, come avviene anche nelle piccole imprese – questa norma il governo Berlusconi la propose anche nel 2001-2002, nel «libro Bianco» di Marco Biagi – si potrà «recedere» dal rapporto di lavoro (ovvero licenziare) semplicemente versando una indennità economica. Qualche mensilità di stipendio, e addio.
C’è una seconda area su cui potrebbero appuntarsi le attenzioni dei datori di lavoro: quella dei controlli sul personale. Non è casuale che proprio nel testo emendato dell’articolo 8 si faccia riferimento agli «impianti audiovisivi e all’introduzione di nuove tecnologie». Oggi lo Statuto dei Lavoratori stabilisce precisi limiti: niente vigilanti, perquisizioni all’uscita rigidamente ridotte, niente telecamere e altri strumenti che permettano il controllo a distanza dei dipendenti mentre svolgono l’attività lavorativa. E nemmeno fuori: i controlli per verificare se un dipendente è malato sono affidati per legge a organismi pubblici. È possibile invece che attraverso i nuovi accordi si possa stabilire regole diverse in deroga alla legge: controlli audiovisivi, o – per chi lavora su computer – verifiche sulla corrispondenza elettronica, sull’uso dei terminali per Facebook, sulla frequenza del ricorso al bagno, e così via. Altre materie definite per legge sono gli orari di lavoro massimi, gli straordinari, le regole per le assunzioni. Anche qui si potrà intervenire liberamente.
Tutto dipenderà dalla «creatività» di questi accordi sindacali aziendali, che potranno essere con relativa facilità imposti (a maggioranza) ai sindacati e alle rappresentanze di azienda. Basta immaginare uno stabilimento in crisi: meglio chiudere i battenti, o è meglio accettare un bel ridimensionamento di certi «privilegi non più sostenibili»? Certo è che l’articolo 8 apre campi potenzialmente sconfinati: gli accordi «in deroga» possono intervenire oltre che su leggi anche su materie su cui fanno testo i contratti nazionali di categoria. Si potrà cambiare la mansione del personale, le pause, l’inquadramento contrattuale, l’articolazione dell’orario di lavoro. Stabilire di assumere giovani con salario più basso, utilizzare collaboratori anche per lavori svolti da personale dipendente. Oppure, ancora, spedire in un’altra città lavoratori non più considerati utili o non particolarmente graditi.

La Stampa 06.09.11

"Governo a gamba tesa", di Sergio D'Antoni

Dividere, sfaldare, frammentare il fronte sociale unitario che ha dato vita all’accordo del 28 giugno.
Creare un pantano là dove può nascere un grande motore riformista. Minare i principi di una intesa capace di avviare il paese su un sentiero di cooperazione e di sviluppo sostenibile.
Gli effetti dell’ormai famigerato articolo 8 della manovra sono tutti racchiusi in questo sciagurato perimetro. La mossa del governo è un’ entrata a gamba tesa su quello che da sempre è il principale cardine del giuslavorismo italiano: l’autonomia delle parti e la loro esclusiva potestà in materia di contrattazione. Questa interferenza, considerata grave da tutto il mondo del lavoro, mira a creare un solco dove invece andrebbe costruita una strada.
E rischia così di neutralizzare la più grande opportunità di coesione e di rilancio data oggi al paese. L’accordo interconfederale di due mesi fa rappresenta un formidabile riferimento per avviare una stagione di crescita e di riforme concertate. La sintesi raggiunta dalle maggiori organizzazioni sindacali e da Confindustria pone oggi il corpo sociale nella condizione di avanzare concretamente sul sentiero della riforma dei rapporti aziendali.
Di trovare un punto di equilibrio tra flessibilità ed equità, competitività e solidarietà. Un governo e una maggioranza degni di questo nome avrebbero dovuto limitarsi a recepire quel documento, allargandone gli effetti erga omnes e avviando nel contempo una intensa attività concertativa, nel rigoroso rispetto delle reciproche sfere di competenza. L’articolo 8 va invece decisamente (e deliberatamente) in un’altra direzione. Stabilisce deroghe non incluse nel documento, pasticcia gravemente sulla rappresentanza, pone le condizioni per moltiplicare scontri aziendali e contenziosi.
Entra insomma nel merito di un accordo che aveva raggiunto la sua tensione ideale, tentando di scardinarne gli equilibri. Nel contesto di grave crisi che sta attraversando il nostro paese, non è possibile immaginare operazione più cinica e irresponsabile.
Il tentativo di creare spaccature all’interno del mondo del lavoro è da sempre costante di questa destra. Che vede nella mobilitazione unitaria delle organizzazioni sociali una tremenda minaccia invece di una formidabile occasione per realizzare riforme strutturali, condivise e durature. Fobia storica, che trova spiegazione nella scientifica impostazione antisociale delle politiche di Berlusconi, Bossi e Tremonti.
Un’asse che da sempre mortifica le ragioni della coesione e della redistribuzione della ricchezza, gravando i lavoratori, i ceti medi e quelli popolari dei maggiori sacrifici. Questa caratteristica si arricchisce oggi di un paradosso senza precedenti. In coincidenza dell’approvazione di questa manovra, sono infatti molti gli i membri della upper class italica a chiedere al governo di spostare il carico sui ceti più abbienti. Coscienti che un’Italia dove crescano ancora i divari è un’Italia senza futuro, gli stessi ricchi chiedono oggi di poter contribuire di più al risanamento. Ma l’esecutivo glielo nega. Uno scenario da teatro dell’assurdo.
Davanti all’ottusità del governo e alla evidente sua incapacità di interpretare la delicatezza del momento, non resta che battersi. Dentro e fuori dal parlamento. Il contributo che può arrivare in questo senso dal corpo sociale è determinante e imprescindibile.
Ma il fronte deve rimanere compatto, cosciente della propria irresistibile forza riformista. Memore della grande stagione concertativa del ‘92-’93. E consapevole che da questa parte c’è chi sa ascoltarne la voce e recepirne le istanze.

da Europa Quotidiano 06.09.11

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“Torniamo al parlamento”, di Federico Orlando

Oggi riapre il parlamento: l’aula del senato e, domani, Montecitorio. In agosto ha lavorato la commissione bilancio del senato, dove il governo ha presentato la sua manovra argentovivo, facendo impazzire i senatori coi cambiamenti continui, fino al colpo alla nuca di sabato contro i lavoratori: d’ora in poi licenziabili col consenso dei sindacati gialli.
Ma è solo col dibattito nelle aule che avremo non soltanto il confronto sulla manovra, sulla lontananza siderale fra questa e i 400 miliardi per il pareggio e lo sviluppo di cui ha parlato qualche possibile risanatore “tecnico”; ma anche sul rapporto tra gli onorevoli morituri e la capacità delle istituzioni rappresentative di risanarsi, sotto il pungolo e la guida morale del capo dello stato.
Non dimentichiamo che il sistema parlamentare ebbe in Italia la sua prova del fuoco, e la superò, dopo il proclama di Moncalieri (vero presidente Napolitano?) seguito alla disfatta di Novara. Che sta alla nostra storia militare come il quasi default di queste settimane alla storia economica.
Parlando alle platee di Rimini e di Cernobbio, Napolitano ha disilluso completamente chi s’illude che “dopo Berlusconi le urne”.
Invece no. Qualsiasi for president si scriva sulle schede, l’Italia non è repubblica presidenziale, ma parlamentare, governa chi riceve la maggioranza dei voti in parlamento; e quando questo stato di grazia finisce, il Quirinale chiama qualcun altro a ricomporlo: interno o esterno al parlamento poco importa, tutti i governi essendo parlamentari e quindi politici. Ciampi docet. E non perché la politica si sia ristretta ad arte del potere, come pensavano alcuni filosofi postkantiani, ma al contrario perché ritrova, dopo le orge e le sarabande del berlusconismo, la sua funzione di massima pedagogia sociale, e guarda oltre i suoi steccati.
Stamattina molti (come chi scrive) guarderanno a piazza Navona, dove la Cgil celebra il suo sciopero generale; così come molti guardano a migliaia di ragazzi che con le prove d’ammissione alle università si cimentano per l’avvenire; e alle acciaierie del Nord e ai vigneti del Sud, dove quasi ci si vergogna di incrociare gli occhi con quelli dei “negri”, a cui il governo degli evasori aveva pensato di imporre il pizzo sulle rimesse alle famiglie.
Se Napolitano è lontano mille miglia da Kerensky e il parlamento non è la dieta polacca, ne vedremo i frutti nelle prossime settimane: quando, finita la manovra, l’opposizione (dal Terzo polo al Pd all’Idv) tornerà a chiedere un nuovo governo di unità nazionale o, Casini permettendo, di risanamento nazionale.
A cavallo tra agosto e settembre, i primi segnali del parlamento non sono stati incoraggianti circa un suo ravvedimento: sia per la docilità della commissione bilancio del senato a discutere progetti di manovra che il governo modificava il giorno dopo, sia nel respingere la riduzione del finanziamento pubblico ai partiti o il pagamento dell’Ici per gli immobili della Chiesa non destinati a funzioni religiose.
Eppure, imprenditori e sindacalisti, capipartito e cardinali, hanno esaltato lo “spirito comune” con cui Napolitano ha pungolato ad operare. Il presidente sa bene che il governo senza il parlamento non ce la fa, e che questo, senza lo spirito comune, non resiste alle prevaricazioni di un governo sia pure morente.
La situazione l’ha raccontata al premier e non solo a lui Il Sole 24Ore di domenica: nell’Unione europea e nella Banca centrale l’opinione corrente è che il governo italiano meriterebbe d’essere punito per la sua folle carnevalata. Ma – scrive Zingales –, abbandonare l’Italia al suo destino «equivarrebbe alla fine dell’euro», porterebbe quasi inevitabilmente a un default del paese che contagerebbe anche Francia e Germania. Insomma, se l’Europa castigasse il governo sarebbe giusto, ma avrebbe «effetti catastrofici». C’è una sola via, «che sia il nostro parlamento a punire il governo per la sua inettitudine.
Non è tanto un problema di maggioranza quanto di capacità e di credibilità: o si cambia o si esce dall’Europa». Deputati e senatori da oggi sono chiamati a questa responsabilità personale e collettiva. Chissà se anche questa responsabilità farebbe parte del «paese di m.» di cui parla Berlusconi.
Chissà se in parlamento troverebbe ad attenderlo l’«opposizione criminale », come il premier, abituato a consigli d’amministrazione e falsi in bilancio, definisce la funzione istituzionale della minoranza.
Una cosa è certa, l’Italia deve recuperare in questo momento quella che fu definita la linea istituzionale dei suoi governanti, in alternativa alla linea conflittuale. L’ultimo degli istituzionali fu De Gasperi, «che lavorò a rafforzare lo stato contro il quale i cattolici erano stati dal 1860 al 1994».
L’ultimo dei conflittuali fu Moro, che pensava giolittianamente di gestire la crisi economica insieme al Pci per togliergli la pienezza dell’opposizione sociale. Gioco pericoloso, che Berlinguer turatianamente accettò per qualche tempo. A noi sembra che lo «spirito comune» chiesto da Napolitano a maggioranza e opposizione comprenda sia la linea istituzionale – di cui è interprete e garante lo stesso Quirinale – sia la linea conflittuale, non in vista di un nuovo Caf (Casini Alfano Formigoni), ma di «un futuro in cui tutti sarebbero stati diversi», secondo l’architettura morotea, nella bella analisi storico-politica dell’ambasciatore Romano.
Il parlamento può emendarsi e liberarsi dalla lunga dittatura berlusconiana (50 voti di fiducia, o giù di lì), anche guardando fuori dalle sue aule, nelle piazze dove si raccolgono le firme per abolire il Porcellum e ripristinare, in attesa ormai trentennale del doppio turno di collegio, un Mattarellum che intanto ci ridia i collegi e consenta un bipolarismo soft, senza la mannaia dell’uninominale anglosassone: mannaia un po’ infradiciata, come le ultime elezioni inglesi, e il relativo governo di coalizione, hanno mostrato.
Risanamento e riforma elettorale sono le due conquiste con cui la “sessione parlamentare” che si apre oggi può salvare il paese, se stessa, la legislatura fino al 2013, esprimendo per il governo formule nuove garantite dal Quirinale, cioè dalla Costituzione, e invocate dagli italiani. Come anche l’ex dogma dei sondaggi dimostra.

da Europa Quotidiano 06.09.11

"Pensione più lontana per 17 mila", di Alessandra Ricciardi

Le ultime modifiche sono attese per oggi, quando la manovra bis correttiva dei conti pubblici sarà all’esame dell’aula del senato. Saranno poche e ben ponderate, promettono dalla maggioranza di governo. Dopo il via vai di modifiche, che hanno caratterizzato finora il percorso del decreto legge varato il 13 agosto scorso, non sono ammessi stravolgimenti. I rumors di palazzo raccontano che tra via XX Settembre, via Veneto e viale Trastevere si starebbe esaminando anche una proposta per rimodulare il rinvio di un anno delle pensioni nella scuola.

Un correttivo, quello prospettato dal ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, ai colleghi dell’Economia e del Lavoro, rispettivamente Giulio Tremonti e Maurizio Sacconi, che sarebbe dettato dalla necessità di non penalizzare eccessivamente la scuola, dove per il particolare sistema della finestra unica a settembre l’attesa potrebbe arrivare a 20 mesi; e al tempo stesso di non compromettere i prossimi due anni del piano triennale di assunzioni approvato con la precedente manovra.

Il testo in ingresso del decreto legge n. 138, all’articolo 1, comma 21, dispone che dal 2012, e con esclusivo riferimento ai soggetti che maturano i requisiti per il pensionamento dal primo gennaio 2012 (sono dunque salvi coloro i quali maturano entro fine 2011), i lavoratori della scuola accederanno al trattamento pensionistico non più alla data di inizio dello stesso anno scolastico ma dall’inizio dell’anno scolastico successivo. Il che significa per esempio che un docente che matura i requisiti a gennaio prossimo non potrà andare in pensione a settembre 2012 (come sarebbe avvenuto con la vecchia normativa) ma a settembre dell’anno successivo. Una misura che i tecnici del Tesoro hanno stimato possa riguardare tra i 15.500 e i 17 mila soggetti, tanti quanti avrebbero la «propensione» ad accedere al pensionamento nel periodo 2012-2015 «con i requisiti minimi», precisa la relazione tecnica.

Si evince così che non sarebbero nel mirino del legislatore tutti i papabili a pensione, ma solo coloro che hanno meno di 65 anni di età (età alla quale scatta obbligatoriamente la pensione di vecchiaia, con 20 anni di servizio minimi). Insomma, la misura è diretta a disincentivare le pensioni di anzianità, quelle che si realizzano con i 60 anni di età e i 36 anni di contributi, ovvero 61 anni di età e 35 di contributi.

I risparmi stimati dal Tesoro, sulla base di una pensione media di 26 mila euro annui, sono di 100 milioni di euro per il 2012, che diventano 415 milioni nel 2013, per salire a 548 mln nel 2017.

Il prezzo del rinvio di un anno della pensione dovrebbe dunque essere accettato nel 2012 da circa 3800 pensionandi.

Tutti gli altri dovrebbero decidere di restare. Ma quanti sono gli altri? Secondo alcune stime ufficiose, solo un pensionato su tre della scuola ha i requisiti di vecchiaia, gli altri hanno i «requisiti minimi». E così tra quanti non faranno domanda di pensione, perché è più conveniente continuare a lavorare anche per avere un assegno più alto in futuro, e gli altri che vogliono andare via ma restano per un anno ancora, per colpa del blocco, i posti per nuove assunzioni (dopo l’infornata record di oltre 65 mila immissioni in ruolo di quest’anno) sarebbero ridimensionati, giusto quelli delle pensioni di vecchiaia e degli accantonamenti. E questo sarebbe il secondo effetto negativo.

da ItaliaOggi 06.09.11

"Ora Roma dovrà fare da sola", di Stefano Lepri

L’Italia è oggi il punto debole dell’euro. La sua fragilità politica rischia di danneggiare in modo irreparabile tutta la costruzione europea, moltiplicando i danni anche per noi. Però c’è qualcuno che non l’ha capito, oppure se ne infischia. Le misure per impaurire gli evasori fiscali in gran parte scompaiono, i taxi non si liberalizzano, niente apertura deregolamentata per i negozi, e così via. Già la manovra di Ferragosto era stata fatta a pezzi e rimessa insieme di nuovo a causa di nervosi timori di impopolarità; ora la commissione Bilancio del Senato sta espungendone molte norme invise alle lobby amiche.

Il guaio è che i tempi della crisi dell’euro, già da mesi più veloci della capacità di risposta dei governi, sono ora strettissimi. La Grecia non sta rispettando gli impegni, è in recessione grave, e a qualche punto nel prossimo futuro potrebbe decidere di rinnegare i propri debiti. Se il Fondo monetario internazionale insiste che occorre ricapitalizzare di forza le banche europee, è perché vi vede l’unica maniera di fermare il contagio di una insolvenza di Stato, evitando un disastro continentale. L’attacco dei mercati finanziari si concentra contro il Paese too big to be saved, troppo grande per essere salvato, che è il nostro.

L’Italia ha eroso in una settimana il sostegno temporaneo offertole dalla Banca centrale europea, mentre la Spagna riusciva a giovarsene.

E’ un nuovo paradossale «sorpasso» tra i due Paesi, tanto più significativo perché a Madrid si voterà tra due mesi e mezzo. Anzi, il presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy arriva ora ad accomunare Roma ed Atene: che la Grecia stia molto peggio non c’è dubbio, ma in entrambi i casi ci sono governi che potrebbero non mantenere le promesse.

L’irrazionalità dei mercati finanziari è evidente. Nelle quotazioni dei titoli di Stato ieri, a prestare soldi alla Germania ci si perde – un rendimento sotto il 2% non copre l’inflazione – mentre a prestare all’Italia si guadagna più del 5,5%. Il paradosso nasce dal timore che solo dalla Germania i capitali tornino indietro interi; mentre una rottura dell’euro renderebbe impossibile all’Italia pagare i propri creditori. La medesima ipotesi di catastrofe produce altri numeri ripugnanti al buon senso: sul mercato dei famigerati Credit default swaps, l’insolvenza dello Stato francese viene reputata meno remota di quella del Perù.

Può darsi che un rimedio contro le pazzie dei mercati esista, ma per trovarlo occorrerebbero la concordia delle grandi nazioni e un bel po’ di tempo. E al centro del vortice perverso di attese capaci di inverarsi ora c’è l’Italia. Inutile, anzi dannoso, invocare ogni giorno la soluzione degli eurobonds: benché questi titoli comuni restino nei sogni di ogni buon europeista, nel pieno della crisi appaiono ai tedeschi solo un espediente per addossare a loro gli errori nostri. Già avvalorano il loro timore le agenzie di rating.

Per evitare che la credibilità dell’Unione monetaria europea sia allineata a quella dei suoi membri più deboli (la minaccia di Standard & Poor’s) occorre un passo decisivo verso l’unione politica. Lo hanno sollecitato, concordi, il presidente della Bce Jean-Claude Trichet e il suo successore designato Mario Draghi. In Germania se ne sta cominciando a discutere sul serio, diviso il centro-destra ora al governo, perlopiù favorevole il centro-sinistra vittorioso in una elezione locale dopo l’altra. Ma perché il dibattito a Berlino e in altre capitali prenda la direzione giusta, occorre che l’Italia si salvi da sola. Purtroppo, dopo anni in cui si è creduto di vedere un segno di vitalità economica nel fare i propri comodi a dispetto delle leggi, non è facile chiamare alla responsabilità e alla solidarietà.

La Stampa 06.09.11