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"Sull´orlo dell´abisso", di Tito Boeri

Le cronache di ieri ci assegnano il compito di stilare l´ennesimo bollettino di guerra. In questi notiziari si contano prima i morti e poi i feriti. Si cerca di fornire un´immagine anche visiva, il più possibile nitida, del fronte, degli schieramenti in campo e di come le loro strategie possono far evolvere gli equilibri futuri. Non può mancare, infine, un richiamo patriottico, possibilmente senza retorica, come si addice ai migliori italiani.
Di morti, per fortuna, sin qui non ce ne sono stati. Le perdite patrimoniali di molti, anche di chi deteneva titoli di Stato e attività tradizionalmente considerate a basso rischio, non si sono ancora materializzate, se non in rarissimi casi. Ben pochi hanno dovuto sin qui liquidare posizioni fortemente svalutate. Né ci sono imprese che hanno dovuto chiudere i battenti. Certo, i capitali di famiglie e imprese si sono fortemente svalutati, pericolosamente assottigliati: la Borsa italiana da inizio luglio ha perso un quarto del proprio valore, gli spread sui nostri titoli di Stato sono tornati ai livelli raggiunti prima degli acquisti massicci della Bce. Ma chi non aveva soldi investiti in titoli di stato, azioni o obbligazioni sin qui ha subito solo lievi escoriazioni.
Se quella che è stata sin qui una crisi estiva dovesse continuare, si trasformerebbe però in una lenta agonia di un intero Paese, con una caduta del prodotto interno lordo e una spirale di deficit e debito pubblico che si autoalimentano. Ben presto ci sarebbero i primi morti, le prime imprese che falliscono, la disoccupazione tornerebbe a salire. E poi solo di peggio, in un vortice che trascina tutto all´ingiù colpendo questa volta soprattutto i più poveri. È qualcosa che dobbiamo a tutti costi evitare perché questa volta saremmo ancora più disarmati di due anni fa. Nella grande recessione del 2008-9 le famiglie italiane hanno subito di più gli effetti della crisi delle famiglie di paesi maggiormente investiti dalla crisi. Perché abbiamo attivato molto meno che in altre nazioni strumenti di sostegno alle famiglie in difficoltà. Questo è avvenuto in parte perché gli strumenti di cui disponiamo per proteggere le famiglie da eventi avversi sono mal congegnati e faticano a raggiungere chi davvero ne ha bisogno. Ma in parte è avvenuto perché l´immenso debito pubblico che grava sulle nostre spalle ci impediva di varare alcune delle misure attivate altrove. Oggi, dobbiamo esserne consapevoli, siamo messi ancora peggio di allora. Non potremmo più permetterci neanche la Cassa Integrazione in deroga. E gli stessi ammortizzatori informali, gli aiuti forniti all´interno delle mura di casa, si sono indeboliti, dato che abbiamo famiglie, soprattutto quelle con figli, sfiancate dalla Grande Recessione, che fra questi nuclei famigliari ha fatto salire i tassi di povertà anche del 5-6 per cento.
L´unica cosa che ci può consolare è che oggi il fronte è localizzato proprio attorno al nostro Paese. Siamo noi l´epicentro della crisi. Magra consolazione si dirà. Non è così. Il fatto è che non subiamo più le conseguenze di errori altrui, ma siamo in gran parte protagonisti del nostro destino. Tutti ci guardano. Basta leggere i titoli degli editoriali dei giornali tedeschi di ieri per rendersene conto: «Dolce Vita sull´orlo dell´abisso» (Suddeutsche Zeitung), «Prima del Diluvio» (der Spiegel). Si riferiscono a un governo che non solo continua a non chiudere la manovra, ma che addirittura la indebolisce giorno per giorno. Forse avranno letto la relazione tecnica all´ultimo emendamento del governo. Entrate stimate dal coinvolgimento dei Comuni nella lotta all´evasione? Zero. Modifiche dei controlli sull´IVA? 50 milioni fra tre anni. Il tutto per rimpiazzare la perdita di 6 miliardi decretata ad Arcore e nella notte successiva.
Chissà cosa scriveranno dopo aver letto quanto battevano ieri le agenzie proprio mentre si chiudeva una devastante giornata di Borsa e lo spread chiudeva sui massimi, a 369 punti base. “Manovra, salta soppressione enti sotto 70 dipendenti” (ore 17:03), Manovra, stop liberalizzazione taxi e noleggio con conducente (ore 17:09), Manovra, salta liberalizzazione apertura negozi (ore 17:39), Manovra, slitta di sei mesi aumento sigarette (ore 18).
Per questi motivi un segnale forte che venisse da noi sarebbe, per una volta, influente. Una manovra restaurata e potenziata, in grado di tagliare davvero la spesa corrente, contenente riforme a costo zero per la crescita, verrebbe accolta ben diversamente da chi può con noi combattere a difesa dell´euro e con ben maggiori munizioni di noi.
Perché certo non è una guerra che possiamo vincere da soli. Bene che la coalizione rimanga unita e operi in modo coordinato, senza segni di cedimento. Nessun Paese dell´area dell´euro è sin qui uscito dalla coalizione. Neanche chi sta già ristrutturando il proprio debito ha abbandonato la moneta comune. Ma il rischio di resa forse non è mai stato così forte. Una nuova recessione renderebbe lo smantellamento dell´Euro pressoché inevitabile. Bisogna per questo scongiurare il pericolo in tutti i modi, con politiche espansive della Banca Centrale Europea, che riportino il tasso per le posizioni di rifinanziamento all´1 per cento, spingendo i tassi sul mercato monetario il più possibile verso lo zero. Se l´Italia fosse virtuosa nell´aggiustamento, se desse il buon esempio, forse anche Trichet e Draghi oggi potrebbero parlare questa lingua.
Oggi in Italia ci sarà lo sciopero generale. Prendiamolo come protesta contro l´articolo 8 della manovra, quello che vuole permettere ai contratti aziendali di calpestare le leggi dello Stato. Facciamo che sia una mobilitazione per rivendicare un ruolo allo Stato nel fissare diritti minimi inderogabili dei lavoratori, a partire da un salario minimo, forme di compensazione in caso di licenziamento e coperture assicurative e previdenziali di base, che possono essere solo integrati, aumentati, dalla contrattazione collettiva. Diritti per tutti e non solo per chi, sono sempre meno, è rappresentato dai sindacati. Non deve, invece, essere uno sciopero generale contro la manovra, perché oggi sfonderebbe solo una porta aperta e uno sciopero generale “contro” in ogni caso oggi non possiamo proprio permettercelo. Qui ci vuole solo una grande mobilitazione popolare per salvare il Paese.

La Repubblica 06.08.11

Napolitano: migliorare la manovra

Una manovra da cambiare e da rendere «più efficace e credibile» dopo che il responso dei mercati anche oggi è stato «allarmante», con una nuova «impennata» dello spread. Dopo giorni di pressing e moral suasion arriva l’affondo di Giorgio Napolitano sulla manovra, sicuro che «si è ancora in tempo» per introdurre nuove «misure capaci di rafforzarla» ora che approda in aula al Senato. Provvedimento che si stava avviando a una approvazione in tempi rapidi, rivisto e corretto dalla commissione Bilancio, probabilmente già mercoledì, rispondendo proprio al richiamo del Colle a fare presto, mantenendo il confronto responsabile tra le parti, ribadito più volte nei giorni scorsi.

Ma dopo una nuova giornata di passione a Piazza Affari, Napolitano consegna una nota durissima a maggioranza e opposizione, chiarendo che «nessuno può sottovalutare il segnale allarmante rappresentato dall’odierna impennata del differenziale tra le quotazioni dei titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi», segnale «di persistente difficoltà a recuperare fiducia come è indispensabile e urgente», facendo appello a «tutte le parti politiche perchè sforzi rivolti a questo fine non vengano bloccati da incomprensioni e da pregiudiziali insostenibili». Quando arriva la nota il presidente del consiglio è ad Arcore mentre il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti è nel suo studio in via XX settembre. Le richieste del presidente della Repubblica non potranno certamente rimanere inascoltate e quindi sarà necessario mettere nuovamente mano alla manovra.

Il richiamo forte di Napolitano arriva dopo i tentativi messi in atto dal ministro dell’Economia e, insieme, dal premier, di convincere Umberto Bossi a riaprire il capitolo pensioni, in un incontro di due ore a via Bellerio. Tentativo, a quanto pare, fallito. Quale possa essere la leva per dare «credibilità» alla manovra non è dato sapere: oltre alle pensioni l’altra misura strutturale da fare subito potrebbe essere l’Iva, di cui molto si è parlato, anche se dal Tesoro, ancora nel pomeriggio, si chiariva che non era allo studio nessun intervento in materia. C’è poi lo spettro, ventilato dall’opposizione, della necessità di una imposta sui grandi patrimoni.

Nel pomeriggio la strada appariva sgombra per una veloce approvazione delle misure già messe a punto. Le opposizioni (esclusa l’Idv), avevano dato la loro disponibilità a fare approvare il provvedimento in due giorni a patto che il governo rinunci alla fiducia. Obiettivo confermato anche da Maurizio Gasparri che aveva pronosticato una chiusura «in 48 ore» se tutti i gruppi si impegnano a ridurre, o ritirare proprio, gli emendamenti (che al momento sono qualche centinaio).

Domani, comunque, sarà la capigruppo convocata per domani prima dell’avvio dei lavori dal presidente del Senato, Renato Schifani, a rimodulare la tempistica per l’esame dell’assemblea. Quanto la nodo fiducia (che in ogni caso a Palazzo Madama può essere messa in qualsiasi momento e votata subito dopo), da ambienti del Senato trapela che sia una questione ancora aperta.

Le distanze tra maggioranza e opposizione, in ogni caso, al di là delle intenzioni, restano ampie e sempre sulle stesse questioni. Da un lato i tagli agli enti locali (con gli amministratori ancora sul piede di guerra perchè così com’è la manovra impedisce «di fornire i servizi ai cittadini»), dall’altro il nodo più difficile da sciogliere del pacchetto lavoro, con la Cgil che domani scenderà in piazza, dove ci saranno anche i leader di Pd e Idv, Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro. E proprio sull’articolo 8 della manovra si concentrerebbero le preoccupazioni di Giorgio Napolitano, che, secondo fonti parlamentari dell’opposizione, guarderebbe con attenzione agli effetti delle possibilità di deroga introdotte col provvedimento. Non c’è solo il passaggio cruciale dei licenziamenti, infatti, ma anche il timore che si possa derogare anche sulla sicurezza sul lavoro.

www.lastampa.it

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Segnali allarmanti, rafforzare efficacia manovra»

Il presidente della Repubblica, dopo la pessima performance di oggi della Borsa (Piazza Affari -4,8%, in Europa bruciati 254mld), e l’impennata del differenziale tra Btp e Bund, lancia l’allarme: «Nessuno può sottovalutare il segnale allarmante rappresentato dall’odierna impennata del differenziale tra le quotazioni dei titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi».

La preoccupazione di Napolitano è che il decreto elaborato dal Governo, e in discussione in questi giorni al Parlamento, non basti a calmierare i Mercati: «È un segnale di persistente difficoltà a recuperare fiducia come è indispensabile e urgente – spiega – si è ancora in tempo per introdurre in Senato nella legge di conversione del decreto del 13 agosto misure capaci di rafforzarne l’efficacia e la credibilità».

Quinti, l’appello «a tutte le parti politiche perchè sforzi rivolti a questo fine non vengano bloccati da incomprensioni e da pregiudiziali insostenibili».

Del resto, anche Draghi oggi aveva messo in guardia i governi europei a non cullarsi di fronte alle azioni di salvataggio e di aiuto messi in atto nei mesi scorsi dalla Banca Centrale Europea – come per esempio l’acquisto dei nostri titoli di Stato. L’Italia è avvisata. Non c’è più tempo da perdere.

www.unita.it

"Dieci anni che hanno sconvolto il mondo", di Roberto Esposito

I dieci anni che separano l´11 settembre 2001 dal settembre 2011 hanno costituito una prova durissima per l´Occidente. Certo, nel secolo scorso esso era stato sul punto di soccombere ed aveva trovato la forza di rialzarsi, prima con la vittoria sul nazismo e poi con l´abbattimento del muro di Berlino, che ha consentito la riunificazione dell´Europa e l´implosione del blocco sovietico. Ma questo decennio ha posto l´Occidente di fronte a due sfide nuove, altrettanto insidiose. Innanzitutto quella venuta dal terrorismo fondamentalista, che gli ha dichiarato una guerra difficile da combattere per l´assenza di un fronte e l´invisibilità del nemico. Essa è ancora lontana dall´essere vinta, ma non c´è dubbio che, pur tra tragici errori come l´invasione dell´Iraq, nel complesso l´Occidente ha tenuto. Non solo per la cattura dei principali avversari, che proprio quest´anno ha decapitato Al Qaeda, ma soprattutto perché è riuscito a difendere senza troppi danni i propri standard democratici.
È vero che anche in questo caso ci sono state eccezioni – non solo Abu Ghraib, ma le violenze, gratuite e inaccettabili, che non sono mancate anche altrove. Ed è vero che alcuni sistemi di sicurezza messi in atto nei punti sensibili, soprattutto in America, possono risultare talvolta invasivi rispetto alla privacy. Ma resta il fatto che, per ora, il terrorismo non ha potuto vantare grandi vittorie strategiche. Ciò è stato reso possibile da molteplici fattori, primo dei quali il passaggio dall´amministrazione Bush a quella di Obama – e cioè dall´abbandono di un politica fondata sulla tesi dello scontro di civiltà a favore di un´altra più rispettosa delle differenze tra culture e sistemi di valori diversi. Certo, le rivolte a sfondo etnico che hanno acceso le periferie di Parigi e Londra segnalano che il problema non è affatto risolto, che un punto di equilibrio accettabile tra integrazione ed opzione multiculturale non è stato ancora trovato, ma certamente si può ancora, e anzi si deve, lavorare ad un miglioramento progressivo dei rapporti con le comunità locali, in un orizzonte più aperto anche dagli esiti complessivamente positivi della ‘primavera araba´.
Il vero problema dell´Occidente, come si è manifestato in questa lunga e terribile crisi economica, è però quello del rapporto con se stesso. Con la propria identità e con il proprio modello di sviluppo. Più ancora, con la propria forma di vita. Anche in questo caso, nel suo insieme – rispetto alla crisi economica sfumano le distanze tra Europa ed America precedentemente emerse su questioni di politica estera –, l´Occidente si confronta con potenze esterne, soprattutto quelle asiatiche. E non c´è dubbio che da questo confronto esso risulterà trasformato. Ma bisogna vedere in quale direzione. Se cercherà di inseguire, o peggio imitare, le economie emergenti sul loro terreno – abbassando il costo, e peggiorando le condizioni, del lavoro fino a livelli insostenibili per la propria idea di civiltà, oppure se affronterà la sfida senza perdere l´anima, custodendo le conquiste socio-culturali scaturite da decenni di democrazia.
Ma custodire quei valori democratici e sociali non significa lasciare le cose come stanno. Anzi ciò è possibile solo intervenendo, anche drasticamente, su quei modelli e stili di comportamento che hanno generato questa pesantissima situazione che viviamo. Innanzitutto lo schiacciamento dello sguardo al futuro sulla richiesta del consumo immediato. È quello che gli psicanalisti chiamano il cedimento dell´ordine del desiderio – sempre portato a oltrepassare la linea del presente in vista di un investimento futuro – all´imperativo del godimento. Naturalmente la crisi economica ha una serie di cause tecniche analizzate in questi mesi dagli economisti, al fondo delle quali vi è un crescente scollamento della finanza rispetto all´economia reale. Ma qui mi riferisco a qualcosa di più ampio e generale, in cui anche questo fenomeno patologico trova le proprie radici. Si tratta, appunto, della spinta ossessiva al consumo e dunque alla distruzione di ciò di cui si vuole godere in maniera illimitata – sia esso costituito da oggetti, da una parte di natura o anche, talvolta, dalla dignità di altre persone.
Lo stesso rapporto tra generazioni – ormai contrapposte nella ricerca della salvezza dalla disoccupazione, ma anche da una dissoluzione dei progetti di vita – appare risucchiato in questo meccanismo distruttivo. Esse non si confrontano – o anche affrontano – come è giusto che sia, in ordine all´innovazione, come ancora avvenne alla fine degli anni Sessanta, ma in ordine all´autoconservazione, se non alla pura sopravvivenza sul piano dei bisogni materiali. Anche da questo lato sembra mancare quello sguardo lungo che consente di fare sacrifici a favore di coloro che verranno senza travolgere i mondi vitali dei loro padri. Se non si acquista questa consapevolezza – relativa al rapporto tra presente e storia, ma anche a quello tra politica e vita – l´Occidente perderà in casa propria la partita che finora non ha perso nel confronti delle minacce esterne.

La Repubblica 06.09.11

"Per un'alleanza credibile e alternativa", Di Pietro e Fioroni a confronto

Agenda incentrata sugli argomenti che stanno tenendo banco nella piazza politica di questi giorni. Referendum sulla legge elettorale, etica della politica, scenari elettorali futuri. Coordinati dal giornalista de La Stampa Fabio Martini hanno stimolato il vasto pubblico presente non lesinando battute ironiche e sfottò reciproci. La corsa ad accaparrarsi il Terzo polo. Pareri contrastanti sulle possibili alleanze della coalizione di centro-sinistra con Casini-Fini-Rutelli: Di Pietro ha messo una sorta di veto facendo l’esempio odierno del Molise, dove l’Udc si è accasato con il Pdl, e rimarcando le ambizioni individualistiche del Terzo polo, “che altrimenti non si lascerebbe chiamare in questa maniera ma troverebbe una collocazione chiara in uno dei due schieramenti”, ha spiegato il leader Idv.
“Caro Antonio, ti invito a fare una riflessione più accurata – è stata la risposta di Fioroni – in quanto se domani andiamo a votare come Pd-Idv-Sel vinciamo di trentamila voti, ma per governare e fare le riforme di cui il Paese ha bisogno servono larghe maggioranze in Parlamento. E i cittadini ci chiedono proprio questo”.

Referendum sulla legge elettorale. Di Pietro ha focalizzato buona parte del dibattito sull’invito a firmare e far firmare per il referendum (sono presenti alcuni banchetti anche alla Festa Democratica Nazionale, ndr): “Ho più volte sottolineato che non mi piace la politica tentennatrice di alcuni partiti – tuona il molisano – su questo referendum dobbiamo tutti fare fronte comune e raggiungere le firme necessarie. Non mi piacciono i ‘sì ma anche’.
Dobbiamo cambiare questa legge perché – prosegue sorridendo – Gesù su dodici apostoli ne sbagliò uno, ma io che sono un povero cristo quanti ne sbaglio? La palla deve passare ai cittadini: ricordiamoci che in Parlamento abbiamo l’11% di inquisiti”.

Fioroni è stato ben più cauto: “Ragioniamo su come era il Parlamento prima del Porcellum, quando si veniva eletti con le preferenze: era meglio di quello attuale? Non mi sembra proprio. Ai tempi di mio padre, quando si usciva dall’urna e si diceva ‘io sono comunista, socialista o democristiano’, si rimarcava con quel verbo essere i propri valori politici di riferimento, adesso – purtroppo – non è più così”.

Di Pietro non ha mollato l’osso: “E’ dal 1994 che propongo una legge basata su tre punti: in primis chi ha sentenze passate in giudicato non può candidarsi; in secondo luogo chi è rinviato a giudizio – fino all’eventuale assoluzione – non può ricoprire incarichi di governo centrale o locale; infine gli imprenditori macchiatisi di reati contro fisco o pubblica amministrazione non possono stipulare contratti con gli enti pubblici”.

Finale per Fioroni: “Teniamo come specchietto di riferimento nella nostra attività il discorso che Giorgio Napolitano ha fatto poche settimane fa al Meeting di Rimini: ha parlato di verità e responsabilità come punti cardine di chi fa politica. Lo ritengo uno dei migliori discorsi di tutta la storia dei presidenti della Repubblica italiana”.

Anche in questo confronto non è mancato un ricordo a Mino Martinazzoli, scomparso il 4 settembre all’età di 79 anni.
Un lungo applauso è stato tributato dal pubblico al procuratore antimafia Piero Grasso, presente in platea alla seconda parte del dibattito.

Redazione web Feste Democratiche – Pier Paolo Bellucci

Risanamento, sviluppo, credibilità La nostra impresa: far crescere l'Italia

In Piazza del Popolo le proposte per lanciare l’Italia oltre la crisi. Con: Matteo Colaninno responsabile nazionale pd sviluppo industriale, Paolo Guerrieri, docente di Economia alla Sapienza di Roma, Diego Della Valle, Luigi Abete presidente della BNL. Coordina Dario di Vico editorialista Corrire della Sera. Il tema della crisi, sempre ostico per un pubblico non specialistico, questa sera sembra essere di facile comprensione grazie all’efficacia delle domande di un eccellente Dario Di Vico e alla semplicità di linguaggio dei protagonisti del dibattito.
Il primo ad essere interpellato, è il docente universitario Paolo Guerrieri, alla richiesta di spiegare i fenomeni della crisi, risponde in modo sorprendentemente chiaro, affermando che i fatti di questi giorni, come lo spread a 360 punti (differenza tra i rendimenti dei nostri titoli rispetto a quelli tedeschi) sono legati al rischio del debito: “ l’Italia, a causa del suo enorme debito pubblico, trova sempre maggiore difficoltà nel reperire creditori disposti ad acquistarne titoli di stato, e solo grazie agli interventi della BCE, che ha sopperito a questa mancanza sottoscrivendo bond del nostro paese.
Il tempo stringe, l’Italia deve avere un sussulto, altrimenti sarà sempre più esposta nei confronti dei mercati”.
Luigi Abete, da imprenditore, approfondisce l’argomento sul carattere politico del “sussulto” introdotto da Guerrieri. Per il Presidente della BNL: “La finanziaria, se rimane con i saldi iniziali, non fa altro che fermare l’emorragia, dobbiamo compiere scelte di risanamento più energiche. Pensate di avere 50000 € di reddito e 60000 € di debiti, questa è la situazione del nostro paese”.

Ricorda come nel ’92, collaborando con il Governo Amato, furono fatte scelte molto coraggiose, come l’aumento delle tasse per le imprese ed il prolungamento dell’età pensionistica dei lavoratori: “bisogna fare le cose con equilibrio, assieme, i sacrifici devono essere equi, solo così si può progettare il futuro”. Competitività, credibilità e rapidità sono le tematiche introdotte da Diego Della Valle. “Nelle crisi del passato avevamo un vantaggio, non esistevano i paesi competitori dell’est, e ciò rende la crisi molto più pericolosa, l’Italia da troppi anni sta perdendo competitività”. Per il patron di Tod’s non devono essere le ricette contro la crisi il tema al centro dell’agenda politica, ma la credibilità delle personalità che la devono affrontare, dobbiamo considerare la gente per bene che abbia un mandato concreto, e ciò è possibile solo riconsiderando la legge elettorale.

La questione morale viene poi riproposta con una battuta dell’ex presidente di Confindustria, che considera non credibile il Partito democratico. Incalzato dal giornalista la riposta di Matteo Colaninno non si fa attendere “Intanto mandiamoli a casa, hanno perso la testa, invece di affrontare la crasi propongono di spostare dei ministeri a Monza.

Hanno smantellato le strutture create da noi durante il secondo governo Prodi per la lotta all’evasione ed il controllo del deficit, adesso le hanno reintrodotte facendoci perdere 3 anni di sviluppo. Dovremmo chiedere i danni a questo Governo”. In conclusione il responsabile dello sviluppo industriale del Pd, ricorda di come lui, facente parte della società civile, ha deciso di dedicarsi all’impegno civile, ribadendo che c’è un’alternativa a questo governo, ma tutto deve essere aiutato da una nuova legge elettorale.

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"Berlusconi faccia un passo indietro. Noi saremo responsabili" Confronto Bindi – Casini

Si parte subito con il tema della manovra. L’Italia è in pericolo, gli italiani hanno paura. Anche oggi la Borsa è caduta, cosa deve fare l’opposizione? “Di fronte all’irresponsabilità altrui, le opposizioni devono essere più responsabili, più serie – commenta il leader nazionale dell’UDC Pierferdinando Casini – . “Il Governo fa finta di non vedere che è parte integrante del problema. La manovra cambia di giorno in giorno, non so se la versione di oggi è definitiva.

Davanti a questa situazione i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Di fronte a questa irresponsabilità, le opposizioni non possono giocare al tanto peggio tanto meglio, devono indicare delle alternative, indicare delle strade.” E sottolinea: “ Non si può dire come dicono gli amici che ci governano ‘Siamo nella catastrofe, lo sono tutti e lo siamo anche noi’. Una linea comune delle opposizioni è possibile?

Per la presidente dell’Assemblea nazionale del Pd Rosy Bindi “ Lo stiamo già facendo da molte manovre. Fin dall’inizio di questa legislatura, il punto fermo del Pd è stato quello di lavorare per unire le opposizioni. Ci sono cose che legittimamente ci differenziano ma sulle grande questioni stiamo maturando anche posizioni comuni.”
Aggiunge che “c’è una coralità unanime sulle questioni di fondo e sul fatto che il problema principale del Paese è questo Governo e questa maggioranza, un Premier ed un Governo a cui tutti stiamo chiedendo un passo indietro e dicendo che siamo pronti tutti insieme a fare la nostra parte affinché il Paese superi la crisi.
Non chiediamo elezioni anticipate, non stiamo chiedendo un Governo del ribaltone.
Chiediamo tutti insieme di cambiare il timone del Paese, sotto le scelte del Capo dello Stato, di fare la nostra parte.” Dopo la manovra, si parla dello sciopero di domani proclamato dalla CGIL. “Considero lo sciopero di domani del tutto sbagliato, che rischia di essere un favore per il Governo – commenta Casini – . “Ma ritengo un errore politico enorme trovarsi ad agire in una società in cui i sindacati sono spezzettati.
Ritengo fondamentale l’unità sindacale e giudico positivo lo sforzo fatto dalla Camusso, Bonanni e Angeletti per trovare una soluzione unitaria (il riferimento è all’accordo interconfederale siglato il 28 giugno).
Tuttavia, precisa, “tutte le persone che scendono in piazza hanno il mio rispetto”.
Rosy Bindi parte dal ribadire l’autonomia sindacale e aggiunge che “domani saremo con la CGIL, come siamo stati alle manifestazioni di Cisl e Uil, non perché aderiamo allo sciopero ma perché condividiamo molti dei motivi per i quali protestano e scendono in piazza.”
Si domanda come non possa il Pd condividere una manifestazione del mondo del lavoro che vive una situazione drammatica, in un Paese dove la crescita è vicina allo zero. E se non c’è crescita non c’è lavoro. Cita i milioni di posti di lavoro persi, il numero di giovani disoccupati, i cassintegrati. “Come possiamo accettare che il Governo approfitti della crisi per dividere il mondo del lavoro?”- si domanda la Bindi.
“Il Governo gioca alla divisione del mondo del lavoro. Perciò domani bisogna essere in piazza per dire al Governo che così non va”. Una lunga ovazione dal pubblico.
Poi, rivolgendosi a Casini aggiunge “A molti democristiani che votano Berlusconi voglio dire che la Democrazia Cristiana queste cose non le ha mai fatte .”
Il riferimento alla DC porta al ricordo di Mino Martinazzoli, ultimo segretario, scomparso ieri.
“In un momento di crisi in cui la politica appare sempre più distante dalla gente, l’esempio di Martinazzoli ci deve insegnare che ci sono stati tanti uomini che hanno servito la politica e che non se ne sono mai serviti – così Casini ricordando la figura di Martinazzoli.

Segue un confronto tra i due leader sul destino dei cattolici nel pluralismo italiano.

Per la presidente Bindi “Il Pd esiste perché ci sono i cattolici, se no sarebbe altro. Il nostro sale è il pluralismo, che si esprime in unità plurale”. “L’Italia è figlia dell’identità cristiana. Oggi ridare ricette del passato come soluzione del presente è sbagliato” – risponde Casini.

Non poteva mancare il tema del referendum.

“Se il referendum è una sollecitazione a cambiare la legge elettorale, soprattutto per reintrodurre le preferenze, va benissimo; ma se mira a resuscitare il Mattarellum allora non mi piace. Io non voglio tornare su quella strada, vorrei una legge elettorale proporzionale alla tedesca”. Questa la posizione del leader UDC.
“L’ho firmato come strumento di pressione verso un Parlamento che deve fare la legge elettorale, che va verso il superamento delle malattie create dal bipolarismo.” (Il Pd ha presentato una proposta in Parlamento) – conclude la Bindi.

E alle prossime elezioni quali saranno le possibili alleanze? “Alle elezioni bisogna andare con un programma altrimenti non si governa il Paese” – commenta Casini. Riporta l’esempio delle Marche, dove alle scorse elezioni regionali e per le provinciali di Macerata si è sperimentato un nuovo modello: PD, UDC, IDV. “Se il modello è quello delle Marche posso condividerlo, se lo schema è sinistra contro destra, allora il Paese si trova ingessato.”

Per Rosy Bindi “l’operazione richiede l’elaborazione di un programma di governo e l’affinamento intorno ad un progetto futuro del Paese.” Prova a mettere un argine al corteggiamento dei centristi da parte del PDL “Non possiamo fare a meno dei moderati, del Terzo polo, dell’UDC.

Il Pd deve aprire una fase di dialogo che non vuole escludere nessuno, per costruire l’Italia di domani, perché l’Italia ha bisogno di cambiare”.

Redazione web Feste Democratiche – Simona Giulietti

Penati: Delibera della Commissione nazionale di Garanzia del PD

La Commissione nazionale di Garanzia, riunitasi il 5 settembre 2011, in relazione alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto Filippo Penati,
– affermata la propria competenza a norma dello Statuto nazionale ad esaminare il caso;
– viste le dimissioni di Filippo Penati dalla carica di vice presidente del Consiglio regionale Lombardo, dal gruppo consiliare del PD lombardo, nonché contestualmente da ogni organismo del partito;
– vista la relativa autosospensione dal PD da parte di Filippo Penati e la conseguente presa d’atto della Commissione di Garanzia di Milano;
– rilevata negli atti citati la conformità alle norme dello Statuto e del Codice etico, norme che costituiscono strumenti ed esempio di particolare rigore nella vita del PD;

delibera all’unanimità :

Filippo Penati, ai sensi dell’art.10 del Regolamento delle Commissioni di Garanzia, è sospeso dal PD, fino al completo positivo chiarimento della propria posizione giudiziaria.

Ne dispone nelle more del procedimento la esclusione dall’elenco degli iscritti.

La Commissione, inoltre, sottolinea che le disposizioni in materia, statuite dall’ordinamento del Pd, sono fra le più rigorose presenti nel panorama politico italiano ed è auspicabile che, anche al fine di garantire un corretto confronto democratico fra le forze politiche, tale rigore diventi patrimonio comune dell’insieme della politica italiana.

Alla base delle disposizioni sopra richiamate, sta la convinzione profonda e costitutiva del Pd – cui Penati si è autonomamente adeguato autosospendendosi e dichiarando di voler rinunciare alla prescrizione – che quanti rivestano responsabilità pubbliche o esercitino attività politica debbano, ancora più dei comuni cittadini, mostrarsi integri e lontani da ogni forma di compromissione con l’illecito, al fine di non danneggiare con i propri comportamenti le istituzioni nelle quali operano e il partito in cui militano.

La costitutività di tali principi trova, inoltre, riscontro nell’impegno, da tempo assunto dalla Commissione nazionale di Garanzia, di discutere insieme con i Segretari regionali e con le Commissioni di Garanzia territoriali, già convocate a Pesaro per il 9 settembre, in un incontro su “ Il PD regole e garanzie”, nel quale si esaminerà lo stato di attuazione di Statuto e Codice Etico nell’intero territorio nazionale al fine di avanzare alla prossima conferenza nazionale sul Partito, proposte con particolare riferimento al tema dell’ impegno politico inteso come servizio alla società e non come carriera .

www.partitodemocratico.it

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Tangenti, il Pd sospende Filippo Penati
“Fino al chiarimento della situazione”

Il Pd ha sospeso Filippo Penati dal partito: lo ha deciso la commissione di Garanzia del Partito democratico, presieduta da Luigi Berlinguer, che si è riunita a Roma. Il voto è avvenuto all’unanimità. La sospensione è un “atto temporaneo” che varrà “fino al completo chiarimento della sua situazione giudiziaria”, ha spiegato Berlinguer, aggiungendo che nei confronti di Penati è disposta anche “l’esclusione dall’elenco degli iscritti”.

“È convinzione profonda e costitutiva del Pd – si legge nella decisione della commissione – a cui Penati si è autonomamente adeguato autosospendendosi e dichiarando di voler rinunciare alla prescrizione, che quanti rivestano responsabilità pubbliche o esercitino attività politica debbano, ancora più dei comuni cittadini, mostrarsi integri e lontani da ogni forma di compromissione con l’illecito, al fine di non danneggiare con i propri comportamenti le istituzioni nelle quali operano e il partito in cui militano”.

Il comitato dei garanti si è riunito alle 15.30 e dopo oltre tre ore è giunto alla decisione. Ex sindaco di Sesto e ex presidente della Provincia di Milano Penati aveva già comunicato la sua autosospensione dal partito.

www.repubblica.it