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"Manovra, in piazza ci saremo. Sull'articolo 8 governo irresponsabile", di Pier Luigi Bersani

Ci saremo con tutti quelli che criticano questa manovra, comprendiamo bene le ragioni dello sciopero. Con tutti i problemi che abbiamo, è da irresponsabili, per puntiglio ideologico e micragneria politica, mettere un solco tra le forze sociali, come fa il governo con l’articolo 8 della manovra. Il Partito Democratico chiederà lo stralcio ed è disposto a modificare l’articolo 8 recependo l’accordo del 28 giugno delle parti sociali, che nei prossimi giorni il partito potrebbe incontrare di nuovo proprio sull’argomento.
Rompere il meccanismo del 28 giugno è totalmente assurdo, perche esso poteva e potrebbe rappresentare ancora l’avvio di una nuova fioritura della concertazione per la ripresa e la crescita.

La situazione è drammatica, lo diciamo da tempo che chi ci ha portati fin qui non è in condizione di portarci fuori. Bisogna rafforzare questa manovra e poi avviare una svolta politica.

Chi può credere a una manovra che cerca soldi da chi non li ha e che non ha niente di strutturale?

www.partitodemocratico.it

"Italia, maglia nera nell’occupazione dei più giovani", di Walter Passerini

Praticamente nulla è previsto dalle manovre di luglio, agosto e settembre a favore dei giovani, salvo un paio di impegni generici e tutti da verificare, uno per neo-imprenditori e un altro per giovani coppie con figli. Nulla di strutturale e di decisivo, che dia il segnale di un impegno non propagandistico e mediatico per le future generazioni. Si parla di caccia all’evasione e qualcuno arrischia ipotesi e cifre sulle possibili entrate.
E allora, prendiamo sul serio la proposta in manovra e facciamo in modo che una cifra modesta ma significativa di risorse recuperate venga stanziata per favorire l’occupazione dei giovani. Attenzione. I diplomati e laureati al vertice delle loro preferenze mettono le grandi imprese. Forse non sanno che la domanda più dinamica di lavoro in Italia è quella delle piccole e medie imprese. Sono oltre 4,5 milioni le realtà di minori dimensioni che potrebbero essere aiutate a crescere. Come? Dando a ogni piccola impresa che assume stabilmente un giovane under 35 un bonus, uno sconto contributivo e fiscale. Si potrebbero ottenere almeno 100mila assunzioni coi soldi degli evasori.
Diventeranno una risorsa sempre più sottovalutata e con decrescenti occasioni di lavoro; e dovranno lottare per il ricambio generazionale, se non vorranno essere vittime della bomba previdenziale. Non si presenta sotto i migliori auspici il futuro delle nuove generazioni, nonostante la Carta europea dei diritti di Nizza, a meno che non vengano invertiti i trend e non si mettano i giovani al centro di una campagna di emergenza, trasformandola in una priorità. Ecco la radiografia di una generazione sprecata.
Demografia
Il fenomeno è diffuso, l’invecchiamento degli italiani, secondo l’ultimo Rapporto Iref-Acli sul «lavoro scomposto», è sotto gli occhi di tutti. L’indice di ricambio generazionale della popolazione attiva ne è molto influenzato, tanto da assegnare ai giovani il ruolo di vittime della bomba delle pensioni. Il mantenimento al lavoro degli over 60 aggraverà lo squilibrio tra entrate e uscite. Le uniche regioni con un indice di ricambio positivo sono quelle del Sud, che sono le meno protette dal lato occupazionale. Le più «vecchie» sono Piemonte, Toscana, Friuli e Liguria.
Occupazione
Anche se è in crescita la componente adulta (48% tra i 30 e 49 anni), la quota di lavoro atipico, temporaneo e spesso precario, colpisce fortemente i giovani (40%) e in particolare le ragazze. Se da un lato la disoccupazione giovanile viaggia verso il 30%, i tassi di occupazione dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni sono sotto la media Ue (37,6%): in Italia solo un giovane su quattro lavora (24,4%), contro il 52% dei ragazzi inglesi (52,4%), tedeschi (46,9%) e francesi (32,2%).
Retribuzioni
Anche i differenziali retributivi, conferma il Rapporto IrefAcli, rivelano una penalizzazione dei giovani. Un ragazzo con meno di 19 anni guadagna in media la metà della paga giornaliera del settore privato, che è di 83 euro. Tale differenza si riduce di 10 euro tra i 20 e i 24 anni e di 20 euro tra i 25 e i 29 anni. La parità retributiva si raggiunge solo dopo i 40 anni.
Sottoinquadramento
Alle difficoltà di accesso, alla precarietà del lavoro, agli stipendi più bassi e agli ostacoli alla crescita, per i giovani l’impatto con il primo impiego è spesso un declassamento. Le proposte di lavoro non sono in linea con la qualificazione formale. Eccessive le forme sinadeguate che vengono loro offerte, ciò che crea un circolo vizioso, che contribuisce a infoltire l’esercito degli scoraggiati e dei Neet (non studiano e non lavorano), oltre 2 milioni tra i 15 e i 29 anni, di cui oltre la metà ragazze e il 58% al Sud.
Canali di ricerca
Oltre che sprecati, ma anche spaesati sembrano i giovani di fronte ai canali di ricerca del lavoro. Nonostante la conclamata necessità di migliorare gli strumenti utili a trovare un’occupazione, oltre un giovane su due ha trovato il primo impiego grazie ad amici, parenti e conoscenti, a cui si aggiunge una quota superiore al 15% di invio diretto di candidature e curriculum. Scarso il peso di agenzie del lavoro e centri pubblici, a conferma della inadeguatezza dell’orientamento e del prevalere del fai da te nella ricerca del lavoro.

La Stampa 05.09.11

"Didattica mirata per i casi di dislessia", di Franco Portelli

Con il nuovo anno scolastico arrivano importanti novità per gli alunni dislessici. Sono circa duecentomila i soggetti potenzialmente interessati.
La dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia sono adesso riconosciuti come disturbi specifici di apprendimento (Dsa). La dislessia è un disturbo che può manifestarsi, negli alunni, appena sottoposti all’apprendimento della lettura e della scrittura. Queste difficoltà provocano conseguenze sia sul piano degli apprendimenti, sia sul piano psicologico.
Fino a oggi, in diversi casi, questi alunni hanno dovuto subire ingiuste bocciature e umilianti trattamenti, perché considerati come svogliati e poco attenti, piuttosto che persone con difficoltà con la necessità di essere seguiti attraverso interventi didattici mirati. Il decreto attuativo e le linee guida, che arrivano dopo la legge 170/2010, attesa da dieci anni e recentemente approvata, prevedono misure in grado di favorire il successo scolastico di questi alunni. Arriveranno, adesso, nelle scuole, strumenti utili come registratori vocali, programmi di videoscrittura con correttore ortografico e calcolatrici.
Le scuole hanno il compito di segnalare alle famiglie le eventuali evidenze di disturbi specifici di apprendimento, in modo da avviare il percorso per una corretta diagnosi. Dopo l’individuazione di un alunno con Dsa, la scuola si farà carico, di attivare interventi didattici individualizzati, anche attraverso la redazione di un Piano didattico personalizzato, con l’indicazione degli strumenti compensativi e delle misure dispensative adottate. Ricadute di questo processo ci saranno pure sulla valutazione, che deve avvenire consentendo all’alunno di dimostrare effettivamente il livello di apprendimento raggiunto.
Nei casi più gravi è anche possibile prevedere apposite misure dispensative, cioè interventi che consentono all’alunno di non svolgere alcune prestazioni particolarmente difficoltose a causa del disturbo. Ad esempio, nel caso in cui ricorrano particolari condizioni, l’alunno potrà essere dispensato dalla prova scritta di una lingua straniera, in corso d’anno e in sede di esame, e svolgere prove sostitutive.

Il Sole 24 Ore 05.09.11

I giovani del Pd in marcia «Nel governo Bersani idee e ministri nuovi», di Simone Collini

Non hanno perso tempo i trenta-quarantenni del Pd che puntano a un rinnovamento del partito e della piattaforma programmatica del centrosinistra. Sabato si sono visti a Pesaro, invitati dal presidente della Provincia Matteo Ricci e dal viceresponsabile Informazione del Pd Francesco Verducci, europarlamentari come Roberto Gualtieri e Debora Serracchiani, membri della segreteria come Stefano Fassina e Matteo Orfini, responsabili dipartimentali come Andrea Orlando, segretari regionali come Stefano Bonaccini, Enzo Amendola e Andrea Manciulli, quello dei Giovani democratici Fausto Raciti, amministratori locali come Nicola Zingaretti. E da oggi sarà sulla pagina Facebook “Rifare l’Italia” un documento che fa da sintesi dell’incontro e da base per l’avvio della discussione.
CICLO
Si parte da fatto che compito del Pd «non è semplicemente la costruzione di un’alternativa a questo governo ma la chiusura di un intero ciclo ventennale e l’apertura di una nuova fase della vita del paese». Si prendono a riferimento le parole pronunciate a Rimini dal Capo dello Stato (è da vent’anni che rallenta la crescita della nostra economia echeè inaumentoladiseguaglianza nella distribuzione del reddito) sostenendo poi che «le ragioni di questo ventennale declino sono essenzialmente politiche» e che «sarebbe riduttivo limitarsi a denunciare le colpe del berlusconismo».
La crisi, scrivono i trenta-quarantenni del Pd «ha riguardato tutta la classe dirigente» e «nessuno può considerarsi privo di responsabilità». Viene denunciato un «intreccio di conservatorismo e “nuovismo” neoliberale che ha reso la politica italiana ipertrofica e impotente, invadente e al tempo stesso fortemente subalterna di fronte al peso degli interessi costituiti, delle corporazioni, dei localismi».
E viene contestato anche il bipolarismo di questi anni, «imperniato su coalizioni e leader invece che su grandi e solidi partiti di tipo europeo»: «Ha garantito una rendita di posizione agli spezzoni di classi dirigenti sopravvissuti al naufragio della prima repubblica e al tempo stesso ha impedito la realizzazione di vere riforme».
Nella parte riguardante la necessità di rinnovamento nel Pd, i trenta-quarantenni dicono di riconoscersi nella leadership di Bersani «e nel progetto su cui si è affermata» proprio perché lega l’obiettivo di rinnovare la classe dirigente a quello di fare del Pd il «protagonista di una svolta» che porti il Paese «fuori dalle secche della seconda repubblica». Dicono che il ruolo che ricoprono dimostra che uno «sforzo di rinnovamento e di promozione di una nuova classe dirigente è in atto nel Pd», ma sottolineano anche che «il rinnovamento non avviene mai per cooptazione» e che «è tempo che la nuova generazione di dirigenti democratici si assuma fino in fondo le proprie responsabilità» e soprattutto che non si possono «riproporre le idee e gli uomini» dei governi dell’Ulivo e dell’Unione.
Governi che «non hanno saputo affrancarsi da quell’intreccio di conservatorismo e subalternità al liberismo che nel nostro Paese ha impedito l’affermazione di una solida ed incisiva azione riformatrice di respiro europeo»: «Il governo guidato da Bersani dovrà segnare una discontinuità politica, culturale e programmatica prima ancora che generazionale, con quella stagione».
EUROPA
L’Europa, scrivono, va assunta come «dimensione entro cui si definisce il confronto tra progressisti e conservatori e non come un mero vincolo esterno», mentre sul piano politico dicono che bisogna «superare la logica delle coalizioni coatte». Si legge anche nel documento che qualsiasi sarà la legge con cui si voterà «le liste dovranno essere redatte sulla base di primarie di collegio».
Il documento si chiude con un neanche troppo implicito riferimento a Matteo Renzi: «L’illusione e la retorica della tabula rasa produce in realtà l’effetto opposto di tenere artificialmente in vita sotto forma di ingombranti rottami quel passato che si vorrebbe superare. Rottamare è dunque inutile e controproducente: occorre rinnovare».

L’Unità 05.09.11

"Come abolire il diritto al lavoro", di Luciano Gallino

Se diventano legge, le modifiche all´art. 8 del decreto sulla manovra economica avranno effetti ancor più devastanti per le condizioni di lavoro e le relazioni industriali di quanto non promettesse la prima versione.
I ritocchi al comma 1 rendono più evidente la possibilità che sindacati costituiti su base territoriale – si suppone regionale o provinciale, e perché no, comunale – possano realizzare con le aziende intese che, in forza del successivo comma 2, riguardano la totalità delle materie inerenti all´organizzazione del lavoro e della produzione. Da un lato si apre la strada a una tale frammentazione dei contratti di lavoro e delle associazioni sindacali da rendere in pratica insignificante la presenza a livello nazionale dei sindacati confederali; un esito che la maggioranza di governo punta da anni a realizzare.
Dall´altro lato la combinazione dei commi 1 e 2 darebbe origine a veri mostri giuridici. Il comma 2 stabilisce infatti che le intese sottoscritte da associazioni dei lavoratori più rappresentative anche sul piano territoriale valgono per la trasformazione dei contratti di lavoro e per le conseguenze del recesso del rapporto di lavoro. Come dire che se il sindacato locale accetta che uno possa venir licenziato con tre mesi di salario come indennità e basta, tutti i lavoratori di quel territorio dovranno sottostare a tale clausola. C´è dell´altro. Le eventuali intese tra sindacati e aziende riguardano anche le modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese – si noti bene – le collaborazioni coordinate o a progetto e le partite Iva. Il che significa che il sindacato potrebbe sottoscrivere dei contratti che prevedono l´impiego di lavoratori autonomi, quali sono formalmente i collaboratori e le partite Iva, come lavoratori dipendenti. Finora, se qualcuno cercava di realizzare simile aberrazione, finiva dritto in tribunale. L´art. 8 del decreto trasforma l´aberrazione in legge.
Quanto al nuovo comma 2-bis, esso abolisce di fatto non solo l´art. 18, bensì l´intero Statuto dei lavoratori. E con esso un numero imprecisato di disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate dal comma 2, visto che nell´insieme essi abbracciano ogni aspetto immaginabile dei rapporti di lavoro. Ciò è reso possibile dalla esplicita indicazione che le intese di cui al primo comma operano anche in deroga alle suddette disposizioni ed alle regole contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro. A ben vedere, il legislatore poteva condensare l´intero articolo 8 in una sola riga che dicesse “i contratti collettivi nazionali sono aboliti e con essi tutte le norme concernenti il diritto del lavoro”.
Per quanto attiene alla tutela della parte più debole del contratto di lavoro, sarebbe quindi un eufemismo definire scandaloso il complesso del nuovo articolo 8 del decreto. Ma è giocoforza aggiungere che esso è anche penosamente miope per quanto riguarda il contributo che una riforma delle condizioni di lavoro potrebbe dare ad una ipotetica ripresa dell´economia. Il nostro Paese avrebbe bisogno, per menzionare un solo problema, di cospicui interventi nel settore della formazione continua delle sue forze di lavoro, di ogni fascia di età. È un settore in cui siamo indietro rispetto ai maggiori paesiUe. Questo decreto che punta in modo così smaccato a dividere le forze di lavoro per governarle meglio li rende impossibili. Naturalmente, c´è di peggio: esso rende anche impossibile un significativo recupero mediante la contrattazione collettiva della quota salari sul Pil, la cui caduta – almento 10 punti in vent´anni – è una delle maggiori cause della crisi.

La Repubblica 05.09.11

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“Colpito il lavoro”, di Luigi Mariucci

Perché mai, nell’ambito di una ennesima manovra finanziaria che dovrebbe avere di mira le misure di contenimento del debito pubblico, il taglio degli sprechi e la lotta all’evasione, il moribondo governo in carica insiste nel proporre una norma che, in sostanza, fa tabula rasa delle tutele lavoristi che lasciate in eredità da mezzo se- colo di tradizione riformista? Mi riferisco all’articolo 8, secondo il qua- le con accordi aziendali stipulati da non si sa chi si potrebbero derogare tutte le norme fondamentali di tutela del lavo- ro: dalla disciplina delle mansioni a quella dell’inquadramento professionale, dall’orario di lavoro ai licenziamenti. Si tratta di una proposta demenziale e avventurista, totalmente priva di senso razionale. Basti dire che se fosse vera una relazione univoca tra libertà di licenziamento e occupazione gli Stati Uniti, dove vige in generale il principio dell’«employment at will» (vale a dire della libertà incondizionata di licenzia- mento) dovrebbero essere il Paese della piena occupazione. Lì invece ci sono 19 milioni di disoccupati. L’abrogazione delle norme cruciali dello Statuto dei lavoratori non ha quindi nulla a che fare con le misure di cui si discute ai fini di risanamento del debito pubblico e di controllo della spesa. Ha che fare inve- ce con una specifica intenzione politica sciagurata, impersonata in particolare dal ministro del lavoro in carica, il quale si è scientificamente attivato al fine di dividere le forze sociali, e in particolare di isolare la Cgil. Questa perniciosa attività rappresenta un paradigma negati- vo tanto più se confrontato con ministri del lavoro che rispondevano ai nomi di Giacomo Brodolini, Carlo Donat Cattin, Gino Giugni. Nel merito, si può osservare che l’illegittimità costituzionale della norma in parola è evidente, sotto molteplici profili. Anzitutto in riferimento agli articoli 3 e 39 della Costituzione. La legge ordina- ria non può infatti attribuire efficacia «erga omnes» ai contratti aziendali se non attraverso i criteri previsti dalla seconda parte dell’articolo 39. Né può essere ammissibile che con legge ordina- ria si disponga in materia di efficacia dei contratti collettivi. Tanto meno è legittimo con legge disporre una sanatoria ex post di accordi aziendali (come quelli Fiat) «ove votati dalla maggioranza dei lavoratori». Il ministro in carica cita a ogni pie’ sospinto, a sostegno delle sue claudicanti tesi, impropriamente e ingiustamente, il nome di Marco Biagi. Avendolo conosciuto so- no convinto che Marco gli avrebbe impedito di dire almeno tali castronerie.

L’Unità 05.09.11

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Rischiano i dipendenti delle imprese più piccole

Pietro Ichino, giuslavorista e parlamentare Pd, da sempre un nemico giurato del dualismo nel mercato del lavoro provocato dall’articolo 18 tanto che per neutralizzarlo sostiene da anni la necessità di introdurre il “contratto unico”, ha molti dubbi sull’articolo 8.

Cosa cambia, concretamente?

«La nuova versione approvata ieri dalla commissione Bilancio perfeziona per alcuni aspetti la formulazione originaria, ma la sostanza rimane quella: la riforma del diritto del lavoro viene delegata alla contrattazione aziendale».

Non si rischia una giungla contrattuale?

«Direi piuttosto che si rischia un aggravamento del dualismo, nel nostro tessuto produttivo, tra i lavoratori regolari delle aziende medio-grandi, per i quali presumibilmente non cambierà nulla, e i poco o per nulla protetti delle imprese più piccole, che rischieranno di perdere anche il poco che hanno».

Quali sono i limiti di intervento?

«Ora è stato esplicitato il limite dei principi costituzionali e dei vincoli internazionali ed europei. Ma gran parte del nostro diritto del lavoro non ne è coperto: per esempio l’articolo 18 dello Statuto, in materia di licenziamenti».

È vero che l’articolo 18 muore?

«Non mi sembra probabile che nelle imprese medio-grandi le rappresentanze sindacali legate ai sindacati confederali saranno disposte a rinunciare a questa protezione. Questo potrà accadere più facilmente nell’area delle imprese più piccole, o comunque oggi non sindacalizzate. Per questo parlavo del rischio di un aggravamento del dualismo attuale del nostro tessuto produttivo.

Ma la Bce non ci chiede proprio il superamento del dualismo tra chi è protetto contro il licenziamento e i milioni di precari?

«Sì; e ci chiede anche, nell’area del lavoro regolare, il passaggio dalla vecchia tecnica protettiva, consistente nell’ingessatura del posto di lavoro, a una protezione nuova del lavoratore, costituita dalla garanzia economica e professionale nel mercato del lavoro. È evidente che la contrattazione aziendale, abbandonata completamente a se stessa, senza neppure qualche linea-guida, non è in grado di produrre una riforma di questo genere e di questa complessità.

Secondo Susanna Camusso è un attentato alla Costituzione.

«Non parlerei tanto di attentato alla Costituzione, che è formalmente salvaguardata nella nuova formulazione della norma, quanto piuttosto di una scelta politica profondamente sbagliata: quella di delegare alla contrattazione aziendale una riforma che invece richiede un disegno organico e un legislatore che se ne assuma per intero la responsabilità».

Non è una sconfessione dell’accordo interconfederale di giugno?

«Sicuramente lo ignora, anzi sembra puntare a scardinarlo. Non è stato ancora ratificato dalla Cgil. Ora, in conseguenza di questo intervento legislativo, vedo il rischio che la ratifica possa saltare. Ma forse è proprio quello che Sacconi vuole».

La Stampa 05.09.11

"Concorso dirigenti: Errori e polemiche", di R.P. da La Tecnica della Scuola

Mano a mano che ci stiamo avvicinando alla data del 5 ottobre, quando più di 40mila docenti dovranno sottoporsi alla prova pre-selettiva per accedere successivamente alle prove concorsuali per il reclutamento di 2.386 dirigenti scolastici, le polemiche (e le proteste) sulle modalità di svolgimento della prova si intensificano.
Secondo quanto comunicato nei giorni dal Ministero, a tutti i candidati dovrebbe infatti essere consegnato un bel volumone con i 5663 quesiti predisposti dagli esperti del Ministero; con il “questionario” verranno date anche un paio di paginette con l’elenco dei quesiti selezionati.
I candidati, quindi, dovranno rintracciare nel volumone il quiz da risolvere e quindi dare la risposta che considerano esatta.
Insomma, più che un test per saggiare le conoscenze di base dei candidati sembra che si tratti di una prova mirata a misurare la saldezza di nervi dei futuri dirigenti scolastici (bisogna anche ammettere, peraltro, che per fare il dirigente di una scuola i nervi saldi servono forse molto di più della conoscenza delle norme !).
In questo modo, dicono dal Ministero, si riduce al minimo il rischio di fuga di notizie e indiscrezioni; non c’è dubbio, però, che il costo dell’operazione è rilevante dato che si parla di un librone di 1.700 pagine da stamparsi in più di 40mila copie (altro dubbio: si farà in tempo, di qui al 5 ottobre ? di sicuro, per stare nei tempi, bisognerà seguire una procedura d’urgenza senza gara d’appalto, con tutti i rischi che questo comporta).
Se poi entriamo nel merito dei singoli quesiti già non mancano le polemiche.
In diversi siti stanno circolando elenchi di quesiti poco chiari o che addirittura contengono due risposte perfettamente uguali.
Molte perplessità stanno suscitando gli item dell’area 7 (Uso a livello avanzato delle apparecchiature e delle applicazioni informatiche più diffuse) che sembrano ideati più il rilascio della patente ECDL che per futuri dirigenti scolastici.
Un esempio per tutti è contenuto nel quesito 87
Se in un foglio di calcolo si copia la formula =E4*$D$9 dalla cella E4 alla cella E5, quale formula comparirà nella cella E5?
Sinceramente nutriamo qualche dubbio che un bravo dirigente scolastico debba conoscere l’uso di un foglio di calcolo fino a questo livello di precisione.
Per non parlare di veri e propri errori.
Il quesito n. 9 dell’area 1 chiede la data di ingresso della Romania nella UE e dà come risposta esatta l’anno 2006; peccato che andando a controllare sul sito dell’Unione si scopre che la Romania è diventata membro a partire dal 1° gennaio 2007.
Nulla di grave o di irreparabile, per carità; al Ministero, infatti, si sta già lavorando per correggere le inesattezze e le imprecisioni.
A questo punto non resta che augurarsi che nelle centinaia di scuole in cui il 5 ottobre si svolgeranno le prove, tutto funzioni regolarmente e senza intoppi.

La Tecnica della Scuola 05.09.11

"Un volto-simbolo del cattolicesimo democratico", di Aldo Cazzullo

La morte di Mino Martinazzoli coincide con la scomparsa — o comunque segna il declino — del cattolicesimo democratico. Una minoranza preziosa, per la Chiesa e per lo Stato, che nella storia recente ha avuto un grande potere, proporzionato più al peso culturale che al numero: tra gli Anni 60 e 70 in Vaticano, negli Anni 80 nella segreteria Dc. Dopo la morte di Nino Andreatta e l’uscita di scena di Romano Prodi, Martinazzoli restava il simbolo di una storia che ha avuto il suo apice drammatico nel sequestro e nell’assassinio di Aldo Moro (benché Francesco Cossiga, un altro che non ha avuto solo demeriti, potesse passare pomeriggi a spiegare la differenza tra un cattolico democratico, come considerava se stesso e il suo amico Martinazzoli, e un cattolico liberale, come definiva Moro). Gli avversari li liquidano spesso come cattocomunisti, confondendo un fenomeno limitato ad ambienti e personalità ben precisi — intellettuali einaudiani come Felice Balbo, collaboratori di Berlinguer come Tatò e Rodano — con un movimento più vasto. Gli amici interessati ne tessono le lodi contrapponendoli al resto del mondo cattolico, come se fossero gli unici cristiani «buoni» (un atteggiamento settario da cui Martinazzoli era infastidito). Nella realtà, i cattolici democratici sono stati il sale di un partito come la Dc, che rischiava di restare un corpaccione insipido rotto a ogni compromesso, e potrebbero dare ancora molto al povero Pd, ormai saturo del mito logoro del comunismo italiano schiantatosi definitivamente sui maneggi della Milano Serravalle. E sarebbe un errore anche per le gerarchie ecclesiastiche, da tempo orientate diversamente, non tener conto di una tradizione così ricca, per quanto all’apparenza fuori tempo nell’Italia di oggi. Resteranno per sempre alcuni insegnamenti. Come quello di Giovanni Bachelet, che al funerale del padre Vittorio, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura assassinato dalle Br, prega «per gli uomini che hanno ucciso il mio papà»: una delle pagine più nobili della storia repubblicana, che fa bene rileggere ora che nei palazzi delle istituzioni si insinuano ricattatori e malavitosi. E resta la lezione umana e politica di Mino Martinazzoli, un uomo in cui il fascino personale e la dirittura morale si fondevano come in un prodigio.

Il Corriere della Sera 05.09.11