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"Avviso di Bankitalia: va aumentata l´Iva", di Massimo Giannini

L´autunno caldo è cominciato. «L´Italia deve scegliere: o lancia un vero segnale di svolta sulla manovra, o si offre in pasto ai mercati esponendo l´intera Eurozona a un enorme pericolo». Si apre una settimana che può cambiare il destino dell´italia e dell´Europa. In queste ore difficili, tra Banca centrale europea e Banca d´Italia, non c´è un solo interlocutore che non esprima «grandissima preoccupazione» per quello che sta accadendo nel nostro Paese. Il “caos totale” nel quale il governo è precipitato in questi ultimi due mesi, cambiando radicalmente per ben quattro volte il menu delle misure di risanamento per assicurare il pareggio di bilancio nel 2013, è una miccia accesa nel cuore della moneta unica. Per ora, a disinnescarla ha contribuito proprio la Bce, che ha comprato a piene mani i Btp sul mercato secondario, per disarmare la speculazione internazionale. Ma quanto può durare, l´ombrello aperto su di noi dall´Eurotower?
È la domanda cruciale, alla quale la Bce proverà a dare una prima risposta giovedì prossimo, al primo board convocato per la ripresa dopo l´estate. A Francoforte c´è consapevolezza della grande difficoltà della fase. «I dati della congiuntura internazionale non sono affatto confortanti», dicono all´Eurotower. Eurolandia è in forte frenata. Come già anticipato dal Fondo monetario, le economie dell´area cresceranno nel 2011 solo dell´1,9%. Nel 2012 andrà peggio, con un deludente 1,4%. «Preoccupa il rallentamento della Germania», che dopo aver trainato il Continente quest´anno, si fermerà l´anno prossimo a un fiacco 1,6%. L´Italia va peggio di tutti: non supera lo 0,8% quest´anno, e si ferma allo 0,7% l´anno prossimo. C´è quindi un primo nodo da sciogliere: già con queste cifre, «la manovra da 45 miliardi messa in campo da Berlusconi andrebbe rafforzata ulteriormente». Se scende il Pil, infatti, crescono più del previsto il deficit e il debito. Dunque «servono più tagli di spesa, per garantire il pareggio di bilancio».
Ma la manovra appena varata dal centrodestra, nella sua quarta e schizofrenica versione, non da garanzie. Né sulle singole misure, né sui saldi. Trichet lo ha già lasciato intendere. I suoi uomini sono ancora più espliciti. «L´Italia deve fare di più e di meglio. E deve farlo subito». Oggi riaprono Borse e mercati: le turbolenze ricominceranno. E la Bce non può continuare a togliere le castagne dal fuoco al governo italiano. Al board di giovedì i governatori dell´Eurosistema ne discuteranno, nel frattempo «sull´acquisto dei titoli di Stato sul mercato secondario si decide giorno per giorno». Ma una cosa è certa: «Il Security Market Program non è un meccanismo permanente». Se dunque è vero, come sostiene Trichet, che il salvagente della Bce sui Btp non è scattato solo dopo la garanzia che il governo italiano avrebbe rafforzato e accelerato la manovra, è anche vero che, a regime, il primo non dura in assenza della seconda. «Non possiamo coprire una qualsiasi forma di “azzardo morale” sul mercato dei titoli», sostengono alla Bce. Già i “falchi”, tra politici ed economisti tedeschi, hanno criticato la Banca centrale perché con i suoi interventi «ha agevolato il lassismo dei Paesi periferici dell´area». E´ ora di cambiare rotta. E già alla riunione di giovedì se ne potrebbe avere un anticipo, indirizzato implicitamente proprio all´Italia. «Altri Paesi – segnalano a Francoforte – si stanno dimostrando più responsabili. Uno su tutti: la Spagna, dove il Parlamento ha già varato la sua Legge Finanziaria, ed ha approvato l´inserimento della disciplina di bilancio in Costituzione».
L´Italia è indietro. Sui tempi e sui numeri. E questo, sulla sponda interna, allarma la Banca d´Italia. Mario Draghi si prepara al “trasloco”, ma in queste ore gli uomini del Direttorio sono in contatto costante e diretto con i loro “colleghi” d´oltrefrontiera. A Via Nazionale l´apprensione sul destino della manovra è persino più acuta che a Francoforte. Il messaggio lanciato con le tre versioni estive del pacchetto anti-deficit è stato «pessimo»: confusione, improvvisazione, approssimazione. Vista da Palazzo Koch, la manovra è un «patchwork indecifrabile». «E´ arduo affidare al recupero di evasione fiscale un rientro dal deficit di così vasta portata», si sostiene in Bankitalia, in piena sintonia con i dubbi della Ue. Berlusconi e Tremonti, accecati da un regolamento di conti tra loro, non vedono più la realtà. Dimostrano di non avere un´idea su ciò che è e su ciò che deve diventare la società italiana. Prima colpiscono il ceto medio con il contributo straordinario, poi colpiscono i pensionati con la gabella sulla naia e la laurea, poi fanno la faccia feroce contro gli evasori, dopo averli blanditi con lo Scudo fiscale e con l´irresponsabile sostegno pre-estivo alla diffusa Vandea per le “vessazioni di Equitalia”.
Così non si va da nessuna parte. A Via Nazionale, si teme il vicolo cieco. Le vie d´uscita che la Banca d´Italia caldeggia sono due. La prima, sul lato delle spese, è «accelerare sulla spending review», affondando con il bisturi della priorità politica finalizzata a ricerca e sviluppo e non più non con il machete dei tagli lineari e indiscriminati su tutte le voci. La seconda, sul lato delle entrate, è «un intervento mirato e selettivo sulle aliquote Iva». Questa, secondo Palazzo Koch, sarebbe la soluzione migliore, sul piano delle opportunità macro-economiche e delle compatibilità politico-sociali. La Banca d´Italia ha fatto i suoi studi e le sue simulazioni. L´aumento dell´Iva non avrebbe impatti recessivi maggiori di quelli che la manovra in sé già presenta ora. E dal punto di vista dell´inflazione, «l´impatto sarebbe quasi nullo, poiché il quadro dei prezzi nonostante le ultime fiammate va verso un raffreddamento e la domanda di petrolio è in discesa». Dunque questa è la scommessa di Draghi e dei suoi uomini: pressato dalla Bce e dai mercati, alla fine Berlusconi sarà costretto ad agire sull´Iva, a dispetto dei timori infondati di Tremonti. Sarà il male minore, e garantirà un gettito certo, al contrario delle norme “dissuasive” e assai demagogiche sulla delazione e la gogna fiscale.
Il dubbio vero è se questo governo abbia ancora la forza per scelte politiche nette, riconosciute e riconoscibili. O se invece la perdità di credibilità cumulata in tre anni di dissennatezze politiche e dissipazioni contabili sia irreversibile. All´Eurotower e a Via Nazionale si sa bene qual è la posta in palio. Tra Btp, Bot e Ctz, a settembre il Tesoro deve collocare sul mercato ancora quasi 45 miliardi di euro. Di qui alla fine dell´anno, le emissioni complessive di titoli di Stato ammonteranno a circa 148 miliardi. Se si allenta la sponda della Bce, come prevedono i “duri e puri” di Francoforte, basta un niente per far fallire un´asta e far banchettare gli speculatori internazionali. Sarebbe il disastro finale. Dopo aver rovinato l´Italia, Berlusconi e Tremonti si prenderebbero il merito di aver affondato anche l´Europa. Possono farcela, purtroppo.

La Repubblica 05.09.11

"Bimbi fuori dalle materne addio tempo pieno, classi "pollaio": si parte così", di Valeria Tancredi

A pochi giorni dall’inizio della scuola, la confusione e lo sgomento degli operatori scolastici non accennano a diminuire. La drammatica situazione in cui si trova la scuola bolognese, tra le più penalizzate d’Italia dai tagli ai fondi per la scuola pubblica, non verrà infatti alleviata da nessuna misura straordinaria, pur necessaria, di aumento dell’organico di diritto. Il cahier dès dòleances lo stila Sandra Soster, segretaria della Cgil Flc, che ci racconta i «problemi aperti più clamorosi». Intanto, «proprio nella terra che ha visto nascere e svilupparsi una scuola d’infanzia di eccellenza dice Soster-invidiata e studiata in tutto il mondo, quest’anno per la prima volta ben 450 bambini dai 3 ai 5 anni di età resteranno fuori da qualsiasi struttura, statale, comunale o privata. Vale a dire che viene negato un diritto a tantissime famiglie e si arriverà al paradosso che molti bimbi, dopo aver frequentato i nidi, resteranno a casa». L’assessore regionale Marzocchi aveva ipotizzato di finanziare con proprie risorse almeno 40 sezioni per tamponare l’emergenza, ma l’ulteriore mannaia ai trasferimenti agli enti locali contenuta nell’ultima manovra finanziaria ha cancellato anche queste residue speranze. I paesi che più soffrono di questa carenza sono quelli a più alto indice demografico: quelli della pianura e delle Terre d’Acqua mentre i quartieri di Bologna più colpiti sono Borgo Panigale, Savena e Navile. Non va meglio per i bimbi più grandicelli della scuola primaria. Al contrario delle rassicurazioni iniziali del Ministro Gelmini «il tempo pieno non verrà toccato» disse introducendo tre anni fa la stagione dei tagli indiscriminati il tempo pieno, assolutamente indispensabile per quelle famiglie, ormai la maggioranza, in cui entrambi i genitori lavorano, sta lentamente scomparendo, lasciando il posto ad alternative fantasiose per lo più a carico degli stessi genitori. «Che a quel punto osser- va la sindacalista considerando anche l’aumento della refezione scolastica, decidono di mandare i figli alle scuole private che costano poco di più. Non a caso le scuole paritarie stanno vivendo un boom». Nella provincia bolognese Incidente sulla Variante Due operai sono rimasti feriti in un incidente sul lavoro avvenuto in un cantiere della Variante di Valico, nel territorio di Rioveggio, sull’Appennino bolognese. un ventottenne di Caserta è caduto da un’impalcatura alta circa quattro metri, finendo addosso a un collega che si trovava a terra, un napoletano di 55 anni. Le loro condizioni sono di media gravità. 450i bambini tra i tre e i cinque anni che potrebbero rimanere per la prima volta fuori da qualsiasi tipo di scuola materna, anche privata. quest’anno mancano all’appello 64 sezioni di tempo pieno. E le rassicurazioni del Ministro? «La Gelmini intendeva dire che non sarebbero diminuite le sezioni già esistenti spie- ga Soster ma se aumentano gli alunni, come è il caso dell’Emilia Romagna che è la regione italiana con la più alta crescita della popolazione scolastica, con picchi a Bologna e Modena, è naturale che crescano le richieste. E il tetto fissato nel 2007 non basta più». Quest’anno in regione ci sono 2.400 alunni in più e 309 unità di personale (ATA e docenti) in meno. Anche le scuole medie, con 850 ragazzi in più e 3 classi in meno, non ridono. «Si cerca di ovviare a questa situazione che non consentirebbe neanche l’apertura delle scuole, sdoppiando alcune classi. È così che le sezioni di tempo pieno che mancano all’appello nel Bolognese rispetto alle richieste fatte dalle famiglie, nonostante le rassicurazioni della Gelmini. si sta creando il fenomeno delle classi “pollaio”, troppo numerose, dove qualità didattica, norme di sicurezza e dell’integrazione dell’handicap ne risentono irrimediabilmente», racconta Soster. L’Emilia Romagna non “vanta” solo il primato sulla crescita della popolazione scolastica, ma anche quello della precarietà degli addetti delle sue scuole. «Soprattutto negli istituti superiori i docenti sono precari, con ovvie ripercussioni sulla qualità della didattica. Gli insegnanti di sostegno lavorano con un rapporto 1 a 2,55 vale a dire che ognuno di loro si occupa di 2,55 bambini disabili. E la precarietà nella scuola bolognese oramai non risparmia nemmeno i presidi. Basta pensare che oggi ci sono 33 reggenze, cioè 33 presidi si occupano di 66 scuole», conclude la sindacalista.-;55 la media dei bambini disabili in carico ad ogni insegnante di sostegno nel Bolognese: il rapporto è salito dopo i tagli.

L’Unità/Emilia Romagna 04.09.11

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“Roma: La scuola riapre con il freno a mano tirato, fra cattedre vuote, carenze di bidelli e proteste”, di Alessandra Migliozzi

La scuola riapre con il freno a mano tirato, fra cattedre vuote, carenze di bidelli e proteste. Il ministro Gelmini ha assicurato un ritorno fra i banchi «regolare», ma nella Capitale sarà segnato dalle difficoltà.
Oggi il liceo Tasso inaugura l’anno. All’Albertelli si rientra l’8. L’avvio ufficiale è atteso per il 12 e l’umore non è alto. Il Lazio quest’anno ha perso 1.989 posti da insegnante (oltre 1.700 solo a Roma e provincia), gli ausiliari, tecnici e amministrativi in meno sono 1.220 (più di mille fra la Capitale e l’area provinciale). I numeri si traducono in disagi e già scattano le prime proteste: domani lo sciopero dei sindacati di base contro la manovra economica potrebbe mettere a rischio gli esami di riparazione e le lezioni delle classi che hanno anticipato l’apertura. Dal 7, invece, il Coordinamento precari scuola di Roma sarà sotto alla sede dell’ex Provveditorato per contestare i tagli al settore. E stamattina l’assegnazione delle supplenze parte nel caos. Solo per la primaria ci sono 1.200 cattedre da assegnare fra sostegno e posti comuni. All’infanzia sono 200. Ma all’Ufficio scolastico il personale scarseggia e le convocazioni per la chiamata dei docenti già segnano diverse rettifiche a una settimana dall’inizio ufficiale delle lezioni. «Gli elenchi delle sedi sono pieni di errori che abbiamo segnalato», conferma Antonio Cucinella, della Flc Cgil di Roma. «L’amministrazione lavora giorno e notte, ma il governo ha dato il via libera tardi alle operazioni», aggiunge Rosetta Mazziotta, Cisl Scuola.
Le scuole aspettano con ansia di poter abbinare le classi al nome dei loro docenti e intanto si preparano all’emergenza bidelli. La loro carenza, spiega Paolo Mazzoli, presidente Associazione scuole autonome del Lazio, «mette a rischio la sicurezza». Per questo sono partite le prime denunce alla Procura della Repubblica, come quella sporta dalla scuola di Via Gentile di Cinecittà: «Volevamo segnalare- spiega la vice preside- che non possiamo garantire la completa sicurezza dei bambini con così poco personale di sorveglianza». Nel frattempo le aule sono sovraffollate: le prime nella scuola di via Gentile partono con 28 alunni. Al liceo D’Assisi va peggio: ne hanno 31. I genitori della scuola Di Donato, fra le più multietniche di Roma, hanno fatto ricorso al Tar contro i tagli, l’8 ci sarà la sentenza. È partito anche un appello on line firmato, fra gli altri, dal regista Paolo Sorrentino, che ha i figli in questo plesso. Con meno docenti anche il tempo pieno diventa un lusso: non c’è posto per tutti. Così ci sono scuole, come l’Istituto Regina Elena, dove chi non ha ottenuto il servizio paga 20 euro al mese per accedere alla mensa. In altri istituti per offrire il tempo pieno a tutti i richiedenti è stato ridotto l’orario complessivo delle classi. Al comprensivo di via Tiburzi erano rimaste fuori 23 famiglie e il monte ore settimanale è stato portato a 27 invece di 30 nelle classi a tempo normale e da 40 a 37 in quelle a tempo pieno. Al 75° circolo si fanno 39 ore a settimana invece di 40.
Sono quasi spariti, infine, gli specialisti di inglese alla primaria. A Roma da 400 che erano sono diventati 98: da quest’anno «how are you?» lo insegnano i maestri di italiano e matematica addestrati con un corso breve. «Molti docenti- rivela Andrea Caroni, preside del 21° circolo- vengono disperati a confessarmi che non se la sentono di fare inglese, ma ormai sono obbligati».

Il Messaggero 05.09.11

"Il bancomat del ricatto", di Curzio Maltese

Agli insegnanti, agli operai, agli impiegati e ai pensionati che sopravvivono sul filo dei 1500 euro al mese farà certo piacere apprendere che il capo del governo è stato per tutti questi anni un bancomat.
Un bancomat sempre aperto a una nutrita corte dei miracoli composta da prostitute e magnaccia, spacciatori, mafiosi, politici voltagabbana, faccendieri, sfaccendati e soprattutto sfaccendate.
Bastava inserire la carta di credito del ricatto e uscivano dalle casse del premier migliaia, decine e centinaia di migliaia, milioni di euro. In cambio di nulla, si capisce, né sesso né droga né voti. Per pura bontà d´animo di “papi” e ora “zio” Silvio che si descrive «fatto così, incapace di dire no a chi ha bisogno». Un benefattore, insomma. Sia pure soltanto per alcune curiose categorie. Mai una vecchina, un barbone, un orfano, un disoccupato, un terremotato, un bambino africano. Del resto, quale uomo di fronte alle fotografie delle Olgettine, ormai diffuse su tutti i giornali del mondo, non verrebbe mosso a compassione? Quale cuore di pietra davanti alle difficoltà dei coniugi Tarantini o di un Lavitola, di Lele Mora ed Emilio Fede, incarnazioni stesse della fame nel mondo, non porterebbe la mano al portafogli? Per non parlare del partito dei responsabili capeggiato da Scilipoti, nei confronti del quale non è provata alcuna «liberalità», ma soltanto presunta. Da tutti.
I soldi per Berlusconi non sono mai stati un problema, a differenza che per qualche decina di milioni di connazionali. Gli sono piovuti dal cielo in valigioni fin dal principio della parabola, come nella celebre scena de Il Caimano. Ma la contabilità della vergogna certificata dalle intercettazioni, il bancomat del Cavaliere, pone alcune gravi questioni politiche e personali. Che nel suo caso, sono la stessa cosa.
Siamo anzitutto di fronte a un uomo disperato, braccato da un presente e da un passato inconfessabili, costretto a comprarsi ogni volta, da anni e quasi ogni giorno, una storia presentabile, oltre a tutto il resto. Amore, amicizia, fedeltà, ammirazione, onore. Aveva cominciato presto, fin dai tempi dello stalliere di Arcore, a comprarsi l´amico stalliere Mangano e gli amici dell´amico. Ma il precipizio degli ultimi anni è impressionante. Il gran seduttore di donne è ridotto a pagare centinaia di migliaia di euro per condurre alle sue «cene eleganti» torme di ragazze che lo disprezzano e poi moltiplicano le richieste non appena vengono convocate come testi dai magistrati. Il mitico capo, oggetto di culto delle masse, potentissimo e senza paura, è costretto a cedere alle richieste milionarie di un peracottaro come Lele Mora, con il devoto Emilio Fede a fare la cresta. Non può negarsi al telefono e neppure alle pressanti richieste di quattrini da parte di personaggi come Tarantini e Lavitola, che sembrano usciti da un cinepanettone andato a male. Il leader che doveva guidare la sesta potenza economica del pianeta verso un nuovo boom economico trascorre le giornate a correre di qua e di là, con il libretto d´assegni in mano, per tappare le falle e le balle di un potere fondato sulla falsificazione quotidiana.
Sarebbe tutta da ridere, come fa la stampa internazionale, se non fosse il nostro quel paese guidato da questo ricchissimo poveruomo. Se non toccasse a lui, per ironia della storia, chiedere oggi agli italiani di fare i sacrifici, stringere la cinghia, contare l´euro per la fine del mese. Al termine della storia Berlusconi, come tutti i personaggi del genere, non trova di meglio che offendere un paese cui deve tanto, troppo. L´ultimo Mussolini scriveva che governare l´Italia non è difficile, ma inutile. Berlusconi consegna attraverso le intercettazioni il suo slogan finale, «via da questo paese di merda». Magari su qualche cosa avrà pure ragione. Ma se prendesse tutta la sua corte dei miracoli di puttane e giornalisti, voltagabbana e spacciatori, e se ne andasse via davvero, potrebbe migliorarlo questo paese. Sarebbe per lui la prima volta.

La Repubblica 05.09.11

Fassina : “ Il nostro sostegno allo sciopero generale del 6 Settembre”

Lavoro, contrattazione, Europa, economia con Stefano Fassina Responsabile nazionale economia e Lavoro pd., Gianni Pittella vicepresidente vicario del parlamento europeo, Michele Ventura deputato pd V commissione bilancio, tesoro e programmazione, Francesco Pugliese direttore generale Conad. Coordina Corrado Chiominto capo redattore economico Ansa. Come gli altri dibattiti della giornata, anche questo parte dall’ultima novità di oggi in manovra: la commissione bilancio in senato ha votato modifiche all’art 8 in tema di lavoro.

Cosa è stato votato? Cosa cambia dopo questa modifica?

Fassina risponde subito ricordando l’impianto già grave sia dell’art 8 sia del decreto che lo contiene, misura già dannosa quindi, ma potenziata nel suo effetto negativo sul welfare da questa ultima modifica. Con la quale salta il contratto nazionale e lo statuto dei lavoratori, istituti declassati da contratti aziendali, e trattative sindacali territoriali, possibilmente costruite all’uopo, caso per caso, impresa per impresa, lavoratore per lavoratore.
Il mondo del lavoro non risponde più a leggi chiare e condivise a livello nazionale, ma a micro poteri e sistemi territoriali.
Salta anche l’accordo congiunto fra sigle sindacali e confindustria raggiunto il 28 giugno scorso. Accordo che il ministro Sacconi non ha potuto evitare, pur volendolo fortemente. Ma ha colpito duro dopo, sicuramente oggi con l’approvazione della modifica all’art. 8. Fassina assicura una battaglia serrata su questo punto, e il sostegno a tutte le iniziative promosse a tale scopo, prima fra tutte lo sciopero indetto dalla CGIL per il prossimo 6 settembre.

Non è di segno opposto il pensiero di Pugliese, che guarda la manovra e questo ultimo provvedimento dalla parte dell’imprenditore, del datore di lavoro “perché un’impresa registri un buon fatturato, è indispensabile il clima sereno fra dipendenti e fra questi e l’impresa stessa”.
Sconcertante anche il fattore temporale “impensabile e grave che misura di forte impatto sul mondo del lavoro sia stata presa in poche ore”.
La manovra ha inoltre inflitto un duro colpo alle cooperative, fonte di lavoro e reddito, di crescita e produttività, in Italia come in Europa sono le imprese che chiudono in attivo, che creano posti di lavoro e operano in settori di sostegno sociale. In un momento in cui il paese ha bisogno di strategie per aumentare la produzione e il Pil, il governo attacca con misure repressive le imprese cooperative che rappresentano il 12% del Pil.

Ma quando si parla di lavoro, non si parla solo di chi ce l’ha, anche di chi non ce l’ha ( il 28% il Italia, per la maggioranza donne, residenti al sud). Cosa chiede l’Europa per la crescita?

“Dipende da quale Europa” risponde Pittella, “c’è un Europa dei governi e una dei cittadini rappresentata dal parlamento europeo” , la prima sta dando risposte piccole e tardive, è un Europa a maggioranza centro destra che tenta di uscire dalla crisi senza formulare politiche per la crescita e lo sviluppo. Ma l’Europa del parlamento, quella delle forze socialiste e progressiste, propone soluzioni di rilancio come la creazione degli eurobond, titoli di debito emessi dalla Banca Europea, una raccolta di risparmi di tutto il mondo per investimenti in progetti di sviluppo e modernizzazione: banda larga, energie rinnovabili, erasmus, ricerca.
Per renderci conto della portata della proposta eurobond ci basta pensare che se adottati porterebbero mille mld di euro l’anno. Ma la proposta sebbene costruttiva incontra il rifiuto della Merkel e di Sarkozy.

E dal parlamento italiano cosa si vede?

Domanda rivolta e raccolta da Ventura, che non può non ripassare dal via, da quanto accaduto oggi in senato con la deroga all’art.8, espressione della volontà del governo di spaccare il mondo del lavoro, visione “ vintage” del sistema del lavoro, che colloca Sacconi più negli anni 80 che nel nuovo millennio.
“questa del lavoro è come quella sulla famiglia: tante parole, proclami e poi cosa c’è in manovra a sostegno delle famiglie? Niente”
Questo paese ha un debito pubblico più alto del mondo, il 120% del Pil, un ritmo della crescita che in euro zona segna un punto in meno rispetto a tutti gli altri paesi, un governo tra i più scadenti d’Europa. Per quanto la BCE comprerà i nostri titoli? E a pochi centimetri dal baratro, il governo di Berlusconi va alla cieca nella stesura della manovra più importante di questi ultimi anni.

E a proposito di ultimi anni è Fassina a dire chiaramente che questa manovra non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di tre anni gestiti alla “carlona”, spesso mentendo, riducendo una crisi economica che avanzava a mero atteggiamento pessimistico diffuso e alimentato dalla sinistra.

Ma al di là della novella c’è la storia: per tre anni questo governo non ha voluto affrontare il nodo della crescita perché per farlo avrebbe dovuto scomodare gli interessi di coloro che lo votano.
Noi Pd ci batteremo affinché questa manovra inserisca un principio di equità: paghi chi non ha mai pagato o ha pagato troppo poco il rientro di capitali dall’estero.

Redazione web Feste Democratiche – Milena Grieco

Più donne occupate, più un paese è civile

E’ l’ora delle donne a Piazza del Popolo: al centro del dibattito, Fattore D: una proposta di crescita per il paese, le donne e il loro potenziale non sfruttato. Celestina Dominelli, giornalista del Sole 24ore, ci presenta tre donne che si occupano dei diritti delle donne: Roberta Agostini, coordinatrice delle donne democratiche, Francesca Bettio, docente di economia del lavoro all’Università di Siena e coordinatore scientifico del network europeo EGGE (Employment and Gender Equality Issues),Cecilia Guerra, docente di Scienza delle Finanze e Direttore del Dipartimento di Economia Politica presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e membro fondatore del CAPP, Centro di Analisi delle Politiche Pubbliche.
Cecilia Guerra entra immediatamente nel vivo della questione: “l’Italia spende per le prestazioni sociali l’1,8% del PIL, ovvero meno della metà di altri stati europei con la Germania e l’Inghilterra, il fondo per l’autosufficienza è scomparso e con la manovra la situazione peggiorerà ulteriormente poiché sono previsti tagli all’assistenza, per cui si spende già poco, circa 60 miliardi di euro, e si comprende che non è possibile tagliare ancora”. E prosegue definendo “miope” il governo in carica e “incapace di vedere nelle donne un importante potenziale per lo sviluppo del paese”.

Celestina Dominelli interviene portando l’esempio della Francia e rivolgendosi a Francesca Bettio chiede: “Può essere considerato un modello per l’Italia?” “Sì certo, la Francia ha riorganizzato il settore dell’assistenza lavorando molto per migliorarlo e ha creato un sistema che riduce il lavoro nero, tramite i voucher o buoni giornalieri, in 2 anni sono riusciti a creare 200 mila posti di lavoro – e prosegue parlando della situazione dell’Italia – nel nostro paese, invece, esiste un’alta speranza di vita per cui avrà sempre più persone con bisogno di cure”.

Roberta Agostini prosegue prospettandoci una drammatica situazione per la donna fornendoci importanti dati “nel Nord Italia solo una donna su due è occupata, al Sud addirittura una su tre, inoltre la donna subisce disparità salariali e trova difficoltà a migliorare la propria carriera, settori come la politica e l’università hanno ai vertici perlopiù uomini – e prosegue citando il volume “Fattore D” di Maurizio Ferrer secondo cui – “i paesi più evoluti e progrediti sono quelli ove il numero di donne occupate è maggiore, l’ultima manovra, infatti, scarica sulle donne tutto il peso della famiglia e chiede proprio a loro di restare a casa, contro il la loro volontà”.
Della medesima opinione risulta Cecilia Guerra la quale con impeto ci riferisce che “Il governo in carica ragiona ancora con l’idea di famiglia com’era nel Dopoguerra, ora non è più così. Le famiglie non sono più in grado di risparmiare e la donna non è tutelata nel momento in cui decide di avere un figlio”.

A questo proposito Roberta Agostini aggiunge che “dopo la nascita di un figlio l’occupazione femminile crolla, la donna sceglie di rimanere a casa poiché lo ritiene più conveniente – e continua mettendoci al corrente di come il PD si stia muovendo in tal senso – nel Piano Nazionale delle Riforme del PD, uscito la scorsa primavera, ci siamo posti come obiettivo quello di raggiungere il 60% di donne occupate, come chiede l’Europa stessa, inoltre desideriamo concedere aiuti economici alle mamme che lavorano e chiedere il congedo di paternità poiché la parola d’ordine deve essere condividere”.

A difendere le donne dunque non ci sono solamente le donne: ce lo dimostra Celestina Dominelli, citando una frase di Giorgio Napolitano, pronunciata in occasione dell’8 Marzo 2011. “La parità di genere non riguarda solo le donne (…) ma coinvolge chiunque assuma come propri i valori democratici”.

Redazione web Feste Democratiche – Laura Martinelli

www.festademocratica.it

L'articolo 8 della manovra va stralciato

Il dibattito tra Franco Marini, senatore PD e Susanna Camusso, segretario generale Cgil è stato l’appuntamento principale di domenica 4 settembre nell’ambito della Festa Democratica Nazionale. Dopo un commosso ricordo di Franco Marini per la scomparsa di Nino Martinazzoli “padre determinante per la scelta del centrosinistra quando capì il berlusconismo all’alba e disse no a quella visione di ridurre la politica alla comunicazione, all’apparire e non all’essere”, il dibattito si è concentrato sui temi dell’attualità e sullo sciopero generale indetto per il 6 settembre dalla Cigl.

Per la Camusso con i provvedimenti di oggi al Senato e la modifica dell’articolo 8 della manovra “non resta nulla degli accordi presi a luglio. Nessuna rappresentatività e nessun criterio. La nostra Costituzione è basata sull’uguaglianza dei diritti e l’articolo 8 deroga a tutto questo. Non è mai successo nella storia italiana che un governo agisse così violentemente contro libera contrattazione delle parti e contro i sindacati. È una vendetta contro i lavoratori da parte del ministro del Lavoro”.

“Ho qualche perplessità sulle modalità dello sciopero – ha ribadito Marini – ma sono assolutamente netto sulla valutazione contraria all’articolo 8 della manovra. L’articolo 8 non ha nulla a che vedere con una manovra economica. Cosa centra? C’è una confusione inimmaginabile e la credibilità italiana in Europa vacilla. Regole di rappresentanza e norme sulla struttura contrattuale non centrano nulla con la manovra economica. È una forzatura, per me conta solo l’accordo del 28 giugno. L’articolo 8 va stralciato”.

In tal senso per la Camusso “il comportamento del governo conferma la giustezza della posizione della Cgil e la scelta dello sciopero. La manovra è iniqua e scarica tutto su lavoratori e pensionati. I lavoratori non ce la fanno più e non posso essere chiamati a risolvere la crisi mentre nel Parlamento si pensa a mantenere i privilegi”.

“Noi – ha dichiarato la Segretario generale della Cgil – proponiamo un’altra manovra con gli stessi saldi imposti dal governo. Ognuno faccia la sua parte a cominciare da chi ha di più e da chi non ha mai pagato le tasse. Occorre colpire le speculazioni finanziarie che rischiano di farci fare un’altra manovra tra 20 giorni. Invece questo governo ha un compito specifico: isolare la Cgil e dividere i sindacati. Ma noi non siamo isolati. Stiamo incontrando il sentimento delle persone vere ed è il governo a non essere più credibile. A cosa serve un sindacato se non è in grado di fare battaglie?”

Per Marini “lo sciopero è un’arma del sindacato. Non faccio critiche sulla scelta della Cgil. In Italia la situazione è drammatica. Ma una patrimoniale per abbassare il debito la vogliamo fare sì o no? Con lo scudo fiscale sono rientrati 100 miliardi tassati al 5% mentre in Europa li tassano tra il 20-30%. A mio parere però una manifestazione unitaria dei sindacati era un’azione che avrebbe dato più fastidio al governo rispetto allo sciopero della sola Cgil”.

Una proposta che è stata spiegata bene dalla Camusso. “Ad agosto le parti sociali hanno chiesto al governo discontinuità e manovre di emergenza. Fino ad allora il percorso era unitario. Ma qualcuno stava alla Domus Mariae a fare un accordo nascosto con il ministro del lavoro! Io le prediche non le sopporto più. Abbiamo discusso tante volte con Cisl e Uil e alle richieste di riunioni unitarie, ci è stato sempre risposto no. Hanno fatto accordi separati. Suona strano giudicare la Cgil mentre non ho visto mai nessuno che alzi la voce contro Cisl e Uil e dice di smetterla con gli accordi separati. Un sindacato diviso è più debole, ma l’unità si costruisce a partire dai lavoratori e non da quanto si è più o meno vicini al governo”.

Marini ha dunque ribadito che “serve ristrutturare la contrattazione come avviene in Europa. Tutti devono avere un rapporto lineare e limpido con il governo e nessun accordo segreto. La priorità però è l’unità d’azione sindacale per non indebolire i lavoratori e i sindacati stessi. Su questo il PD dovrebbe spendersi con grande forza”.

Andrea Draghetti

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Manovra, passa la libertà di licenziare

Si potrà anche licenziare in deroga all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Lo prevede l’emendamento votato qualche ora fa in Commissione Bilancio al Senato presentato dal governo. In sostanza il testo rende eplicito ciò che l’articolo 8 del decreto di Ferragosto già lasciava intendere in modo implicito: gli accordi aziendali potranno riguardare anche materie come la cessazione del rapporto di lavoro a meno che non sia discriminatorio o relativo a maternità e malartia. Il ministro Sacconi, nella conferenza stampa del 14 agosto scorso, avava giurato di non toccare l’articolo 18 dello Statuto. Oggi si smentisce.

L’emendamento all’articolo 8 della manovra prevede anche che piccoli sindacati percentualmente più rappresentativi a livello territoriale possono sottoscrivere accordi con le aziende. Nel testo dell’emendamento infatti si legge che il provvedimento, che modifica l’articolo 8 della manovra sul «sostegno alla contrattazione collettiva», stabilisce che «i contratti collettivi di lavoro, sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale, ovvero delle loro rappresentanze sindacali operanti in aziende possono realizzare specifiche intese con efficacia di tutti i lavoratori, a condizione di essere sottoscritte sulla base di un criterio maggioritario relativo alla presenze sindacali».

DURA CAMUSSO
«Le modifiche della maggioranza di governo all’articolo 8 indicano la volontà di annullare il contratto collettivo nazionale di lavoro e di cancellare lo Statuto dei lavoratori, e non solo l’articolo 18, in violazione dell’articolo 39 della Costituzione e di tutti i principi di uguaglianza sul lavoro che la Costituzione stessa richiama». Così la leader della Cgil, Susanna Camusso, sul nuovo art.8 della manovra che esplicita per gli accordi aziendali e territoriali la possibilità di derogare alla legge ed ai contratti nazionali, anche sul licenziamento. «Il governo autoritario distrugge autonomia delle parti», aggiunge.

«Il governo sconfitto sulle pensioni vuole ora distruggere l’autonomia e l’autorevolezza del sindacato e, così come per le pensioni, i segretari di Cisl e Uil non si accorgono di quello che sta succedendo e parlano d’altro», afferma Camusso. La segretario generale della Cgil sottolinea «ancora una volta il comportamento autoritario del governo che interviene sull’autonomia contrattuale delle parti con una scelta – dice – senza precedenti nella storia della nostra Repubblica».

Per il numero uno di Corso d’Italia, inoltre tali previsioni «negano il principio di rappresentatività che non può che essere dato dall’iscrizione al sindacato e dal voto dei lavoratori che viene invece escluso dalle modalità previste dall’articolo 8». «Nessuno – aggiunge Camusso – ci racconti che quell’articolo è coerente con l’ipotesi di accordo del 28 giugno con Confindustria che aveva come cardini il ruolo del contratto collettivo nazionale di lavoro e la misura della rappresentatività connessa al voto dei lavoratori: tanto che in assenza del voto dei rappresentanti sindacali si rendeva per la prima volta obbligatorio, in un accordo con le controparti, il voto dei lavoratori».

INSORGE IL PD
«Le modifiche che la maggioranza apporta al testo dell’articolo 8 dimostrano in modo lampante che il Pd avesse ampiamente ragione a denunciare la portata devastante di questo articolo che è una vera e propria destrutturazione del diritto del lavoro, a partire dalla possibile cancellazione in un contratto aziendale dell’ articolo 18 della Statuto dei lavoratori – una pura follia giuridica e politica -per arrivare alla messa in discussione di altri diritti fissati per Legge, Costituzione e convenzioni internazionali comprese». È la dichiarazione del senatore del Pd Achille Passoni, membro della Commissione Lavoro. Le modifiche apporta, dice Passoni «peggiorano il tema vergognoso della norma originaria, vale a dire la possibilità che ‘tre amici al bar’ si possano mettere d’accordo con l’imprenditore e stipulare un accordo aziendale, con contenuti devastanti per tutti i lavoratori, alla faccia della necessità di misurare con trasparenza chi rappresenta cosa». Per il democratico Giovanni Legnini, membro della commissione Bilancio, le modifiche all’articolo 8 apportate con gli emendamenti rappresentano «un passo avanti e due indietro»: «un passo in avanti perchè si recepisce l’accordo interconfederale del 28 giugno, due passi indietro perchè si introduce esplicitamente la possibilità di derogare a disposizioni di legge attraverso accordi territoriali e aziendali. Dicevano che non si toccava l’articolo 18 e invece è ora possibile e viene scritto espressamente».

LE ALTRE MISURE
Via libera dalla Commissione Bilancio del Senato agli emendamenti del governo che disciplinano l’accorpamento dei Comuni più piccoli, attraverso le Unioni dei Comuni, e che riducono la dimensione di consigli e giunte. Per le province confermato lo stralcio delle norme che chiudevano quelle con meno di 300.000 abitanti perchè la materia sarà trattata in un ddl costituzionale.

Passa subito invece il dimezzamento dei consiglieri provinciali. Questo pacchetto è passato con una sola modifica: nell’emendamento del relatore era inizialmente previsto che le riunioni di giunta dei Comuni più piccoli dovevano svolgersi di sera. È stato aggiunto solo un «preferibilmente» di sera.

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