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Napolitano: "Subito la manovra il governo resta se ha la fiducia ma se cade decido io sul premier", di Umberto Rosso

L´altalena della manovra, cambiata di continuo, rischia di affondare la credibilità italiana agli occhi dell´Europa. Giorgio Napolitano decide che in questo tormentato cammino è arrivato il momento di far sentire la sua voce. E sceglie il summit di Cernobbio, in videoconferenza dal Quirinale, per presentare il «conto» e far balenare l´idea che in caso di crisi di governo nulla sarebbe scontato: «Il governo resta al suo posto finché ha la maggioranza. Ma il giorno in cui dovesse aprirsi una crisi, la Costituzione mi dà anche la facoltà di indicare la persona che deve formare l´esecutivo». Il presidente della Repubblica chiede al governo «chiarezza e certezza di intenti e di risultati», di far piazza pulita delle tante «oscillazioni nocive», che hanno come conseguenza «il riemergere sul nostro paese di antiche diffidenze», e di fare in fretta nell´approvazione della legge.
Ben prima, precisa, «dei sessanta giorni rituali per la conversione del decreto del 13 agosto scorso». Sceglie dunque la superplatea del Workshop Ambrosetti, con i big dell´Eurotower, i premi Nobel dell´economia e i grandi banchieri, per lanciare dal Quirinale lo stop ai balletti ma anche per offrire le sue personali rassicurazioni a Trichet e alla Bce che ci osservano perplessi e vogliono garanzie sul rispetto dei target fissati per il rientro dal debito entro il 2013. «E´ essenziale che l´obiettivo annunciato di diminuzione del debito sia pienamente confermato e implementato», ha osservato il presidente della Banca centrale europea rivolgendosi direttamente al capo dello Stato. Facciamo e faremo quel che dobbiamo fare – si impegna dunque Napolitano – «non in obbedienza ad imposizioni che provengono dall´esterno ma nell´interesse del nostro paese».
Ma, come gli domanda l´ex ambasciatore Sergio Romano, non è arrivato il momento di giocare la carta di un «governo diverso» per realizzare risanamento e maggiore coesione fra i partiti? Il convitato di pietra del governo tecnico si riaffaccia. Napolitano non dribbla la risposta. Descrivendo due diversi scenari. Il primo, che è quello attuale. «Fino a quando c´è un governo che ha la maggioranza in Parlamento, comunque esso agisca, io non posso sovrappormi con il fatto, ma nemmeno con l´idea, di un governo diverso. Non siamo in una Repubblica presidenziale, siamo una democrazia parlamentare». Ma, ecco la seconda ipotesi, «il giorno in cui si aprisse una crisi di governo, cosa che sembrava potesse accadere alla fine dell´anno scorso ma poi non si è verificata, chiamerei a consulto tutte le forze politiche e mi assumerei la responsabilità anche di fare una proposta per la soluzione della crisi. La Costituzione mi dà sempre, tra l´altro, la facoltà di incaricare la persona che debba formare il nuovo governo: in quelle circostanze farei la mia parte. Non posso, invece, andare oggi al di là del mio ruolo istituzionale».
Una ricostruzione delle competenze formali assegnate all´inquilino del Colle, ma che sembra contenere implicitamente qualche avviso ai naviganti nell´eventualità di un Berlusconi al capolinea. Dal Quirinale lo scenario delle elezioni anticipate resta escluso, se non come ultima spiaggia, e dunque le schiere del «voto subito» sono avvertite. E per scongiurare il rischio delle urne, il capo dello Stato lavorerebbe alla ricerca di altre maggioranze che, con quell´accenno al potere di indicare il nuovo premier, potrebbero essere aperte a tutte le soluzioni.

La Repubblica 04.09.11

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E il Cavaliere avverte gli alleati “Il Colle sa che se cado si va al voto”, di Carmelo Papa

L´incubo mercati e lo spettro della crisi. E un avvertimento del Colle che lascia intatto lo stato di allerta. «Napolitano è stato corretto, ha messo in guardia tutti i complottisti che sono al lavoro contro di me fuori dal Parlamento». È questo l´apprezzamento che, in prima battuta, Berlusconi ha condiviso coi suoi da Arcore. Ma il risvolto neanche tanto implicito di quell´intervento dell´inquilino del Colle rivolto agli economisti di Cernobbio è piaciuto molto meno, al presidente del Consiglio. Il Quirinale ha fatto riferimento a quel che accadrebbe in caso di crisi, ai poteri che la Costituzione riconosce al capo dello Stato, dunque al “piano B”, che contempla la possibilità che le Camere non vengano sciolte. «A Napolitano deve essere chiaro che se cade il mio governo si va al voto – è stato lo sfogo in seconda battuta del premier – Non ci sono alternative, soprattutto non ci sarà mai un governo tecnico: noi non lo sosterremo mai».
È un lungo fine settimana col fiato sospeso, quello che si sta vivendo in queste ore lungo l´asse Villa San Martino-Palazzo Chigi, in attesa della riapertura delle borse di domattina. I segnali recapitati da Bruxelles negli ultimi giorni, gli avvertimenti sulla manovra italiana ballerina, non sono stati rassicuranti. Tanto meno lo è stata la chiusura di Piazza Affari venerdì scorso. La preoccupazione fa capolino tra dirigenti e ministri pidiellini, mentre il decreto salva-conti completa l´iter in commissione al Senato e si appresta a passare all´esame dell´aula, da martedì. Il timore che confidano in tanti tra loro è che un eventuale crollo dei mercati domani possa far precipitare titoli e situazione finanziaria. In quel caso, sostengono i berlusconiani, «Tremonti dovrebbe farsi da parte». Il tam-tam è insistente in queste ore: il sacrificio sull´altare della crisi del ministro inviso ai più, dentro il partito. Ma è una previsione che, sebbene per lui «comoda» sotto certi profili, il Cavaliere preferisce non fare. Il premier sa bene infatti che se tutto precipitasse fino a quel punto, anche per lui sarebbe difficile tenere in piedi il governo. Il timone della barca alla deriva rischierebbe a quel punto di sfuggirgli di mano. I due ormai ex inseparabili, il presidente e il professore, si reggono sempre più a vicenda. Tanto più che il capo dello Stato ieri è stato abbastanza nel descrivere il recinto entro il quale intende muoversi in caso di crisi, che è poi quello che gli riconosce la Carta costituzionale. Il governo c´è finché la maggioranza parlamentare regge. Se questo presupposto dovesse venire meno, allora lo scioglimento delle Camere non sarebbe affatto l´unico approdo. Non certo il primo. Esiste d´altronde un precedente che il Quirinale terrebbe in considerazione, quello della nomina di un governo tecnico alla Ciampi (1993) che ha segnato un´altra fase assai turbolenta della Repubblica. Nessuna intenzione di interferire nelle vicende politiche, da parte del presidente Napolitano. Consapevole tuttavia dei suoi poteri in caso di crisi e ancor più convinto che il ricorso alle urne non sarebbe la via preferibile mentre il paese è sotto attacco speculativo.
Berlusconi prova perciò a uscire indenne dalla tempesta. Resa ancora più insidiosa dal nuovo ciclone giudiziario che, sulla scia dell´arresto di Tarantini, sta riportando alla ribalta scandali privati e vulnerabilità pubblica del premier. Sebbene un ministro lo descriva «incazzato, più che preoccupato» dopo l´interrogatorio della fedelissima segretaria Marinella Brambilla e alla vigilia di una sua possibile convocazione da parte dei pm napoletani. Come se non bastasse, la doccia gelata fatta scendere in serata da Calderoli sulla prospettiva di una ricandidatura del leader Pdl alla premiership nel 2013 non fa che accrescere le incognite sul futuro della coalizione e, soprattutto, su quello personale del premier. La parola d´ordine dettata da Arcore dunque è portare a casa al più presto la manovra. Raccontano che il presidente del Consiglio abbia seguito anche ieri a distanza i lavori in corso in commissione al Senato, intervenendo in prima persona sui suoi sottosegretari per far cancellare la norma che prevede la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi on line. Perché passi pure l´intensificazione della lotta all´evasione, come ha voluto Tremonti, ma raccontano che Berlusconi quella disposizione «da stato Torquemada» non vuole leggerla più nemmeno nella bozza del provvedimento.

La Repubblica 04.09.11

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“Il Colle e i paletti istituzionali su crisi e governi tecnici”, di Marzio Breda

La dietrologica categoria del «vorrebbe, ma non può» è una costante delle analisi politiche in Italia. Specie quando si ha a che fare con le più alte cariche dello Stato, che non a caso spesso schivano le domande imbarazzanti recriminando sulle proprie mani legate. Così è successo anche ieri. Quando qualcuno ha preteso di interpretare le parole del presidente della Repubblica, in risposta a un quesito con cui l’ambasciatore Sergio Romano ventilava l’ipotesi di un esecutivo tecnico (ma lui, con più garbo, ha detto «composto da persone che non abbiano immediate preoccupazioni elettorali»), come un modo per cavarsela.
Insomma: la replica con la quale Giorgio Napolitano ha stoppato il tormentone su un prossimo gabinetto post-Berlusconi, spiegando che «finché c’è un governo in carica che abbia la fiducia della maggioranza in Parlamento io non posso certo sovrapporvi, non dico il fatto, ma nemmeno l’idea di un governo diverso», è parsa ad alcuni osservatori come il frutto di una reticenza obbligata.
Una lettura interessata e sbagliata. Quasi a sottintendere che, «se invece potesse», il capo dello Stato provvederebbe di corsa a sostituire l’attuale inquilino di Palazzo Chigi.
Le cose non stanno così. Non solo perché il presidente non deve, e non può, delegittimare — anche solo almanaccando pubbliche congetture su scenari futuribili — un governo che abbia i numeri alle Camere, «comunque esso agisca». Ma perché, e lo ha ricordato lui stesso in una sorta di memorandum sul proprio ruolo di arbitro istituzionale, «non siamo in una Repubblica presidenziale ma in una democrazia parlamentare». E poi perché si sa che la prospettiva di una destabilizzante cesura alla guida del Paese preoccuperebbe molto Napolitano. Meglio tenerla lontana dal nostro immediato orizzonte. Almeno in una fase critica come quella attuale.
Di più: posto che in ogni caso il governo dovesse cadere per un’implosione della sua stessa maggioranza, il capo dello Stato farebbe di tutto per non chiudere la legislatura. Lo ha spiegato ricostruendo, a uso del pubblico che affollava il forum dello studio Ambrosetti, a Cernobbio, la procedura che il Quirinale aprirebbe. E segnalando con puntiglio le proprie «prerogative», tra le quali rientra quella di «fare una proposta per la soluzione della crisi» e «incaricare la persona» che dovrebbe formare il nuovo esecutivo. Che non sarebbe necessariamente «tecnico» (o in qualsiasi maniera lo si intenda battezzare) e nato dalla volontà del capo dello Stato, secondo le speranze caldeggiate da più parti, nell’opposizione. Infatti, come ha ripetuto spesso, «tutti i governi sono parlamentari» e dunque politici. Restando fermo in ogni caso che, a suo avviso, le elezioni dovrebbero essere soltanto l’extrema ratio. Senza automatismi.
Sarebbero ragionamenti di scuola se non fosse che su tali ipotesi Giorgio Napolitano si è espresso più volte. È successo ad esempio quando «è sembrato che una crisi potesse accadere alla fine dell’anno scorso», con l’uscita del gruppo dei finiani dalla maggioranza, «ma non accadde». E, prima ancora, nell’estate del 2010, quando erano invece le forze del centrodestra a premere affinché lui congedasse subito il Parlamento e, come allora recriminò con sarcasmo e durezza, «mostravano stupore per il fatto che il presidente della Repubblica non fosse pronto, con la penna in mano, a firmare un decreto di scioglimento delle Camere».
Bisogna tenere conto di questi precedenti se si vuole comprendere in che direzione si muove il capo dello Stato. Una direzione che ha sempre reso esplicita. Pure ieri, dopo aver ringraziato il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, «per quanto ha fatto nelle ultime settimane» per l’Italia, raccontando il suo assillo «per l’eccesso di conflittualità tra i partiti e per la forte pressione che calcoli elettorali e di convenienza esercitano». Ecco il senso dei suoi ripetuti appelli a far leva su quanto di positivo entrambi gli schieramenti hanno saputo produrre durante l’estate, dimostrando responsabilità nel varo urgente della prima manovra. La speranza che coltiva ora è che, fermi restando i suoi giudizi di fondo sui provvedimenti necessari (e basta pensare al richiamo a «parlare il linguaggio della verità» e a cancellare «l’intollerabile primato dell’evasione fiscale»), quel filo non si spezzi.

Il Corriere della Sera 04.09.11

"Un nuovo patto per i disabili", di Franco Bomprezzi

Può iniziare l’anno con la coscienza a posto una scuola che non tenga conto, in modo dignitoso e sereno, dei diritti e delle esigenze di oltre centonovantamila alunni? La domanda, legittima, riguarda gli alunni con disabilità, poco più del due per cento della popolazione scolastica. Mai come adesso la preoccupazione è palpabile. Impossibile e inutile, qui, addentrarsi nelle circolari ministeriali, nei combinati disposti, nei riferimenti normativi che si sono sovrapposti e spesso contraddetti negli ultimi tempi. Un diritto, sancito in modo chiaro dalla legislazione italiana, all’inclusione scolastica degli alunni con disabilità fisica, sensoriale o intellettiva, si sta scontrando con le restrizioni e con i tagli della spesa pubblica. Per garantire la frequenza scolastica di alunni disabili non si deve pensare infatti solo alla presenza, numericamente sufficiente, di insegnanti di sostegno, ma anche ad altre figure professionali, come gli assistenti per l’igiene personale, e a servizi fondamentali, come il trasporto. La tendenza in atto è quella di garantire i servizi “al minimo”, limando ore di sostegno e numero di docenti, aumentando gli iscritti per classe anche in presenza di alunni con disabilità. Il risultato è facilmente prevedibile. Gli insegnanti “curricolari” vivranno quasi sempre come un incubo e non come una opportunità pedagogica, didattica e perfino di educazione civile, la presenza in classe di alunni con problematiche complesse, che il singolo docente, già in difficoltà per una serie di restrizioni strutturali, non è in grado di affrontare e risolvere, trovandosi, di fatto, da solo sulla graticola. Come uscirne? Come affrontare questa ennesima e annunciata “emergenza” della scuola senza rassegnarci alla sconfitta? È necessario — subito, adesso — un “patto” fra famiglie e insegnanti. Un patto professionale e di solidarietà, nell’interesse di tutti gli attori della scuola: gli alunni più fragili, gli alunni senza disabilità, i docenti, il personale di sostegno. Bisogna provarci, con entusiasmo e lucidità, prima che prevalgano solo egoismi, paure e rinunce.

Il Corriere della Sera 04.09.11

"Piove sul bagnato", di Antonio Valentino

C’è il rischio che il nuovo anno scolastico sia particolarmente rovinoso per la nostra scuola. Certamente perché i tagli al personale degli ultimi anni e le difficoltà finanziarie delle scuole non sono fattori che favoriscono non dico l’innovazione, ma almeno la necessaria regolarità nella gestione delle scuole. Certamente perché l’opacità dell’azione ministeriale – nell’accompagnamento dei processi di riordino in atto – non lascia presagire niente di buono; c’è anzi il rischio che la demotivazione e il disinteresse crescano ulteriormente.

Ma quest’anno c’è una ragione in più.
La manovra finanziaria dello scorso luglio ha infatti cancellato la deroga, per scuole con più sedi, al numero di classi (da 32 a 40) necessario per la concessione dell’esonero o del semiesonero del docente collaboratore del Dirigente. Pertanto le scuole che non raggiungono il limite previsto di 40 classi, quale che sia la loro situazione (sezioni staccate, sezioni associate, corsi serali), non potranno più fruire del semiesonero; e quelle che non avranno raggiunto il limite delle 55 classi non potranno godere dell’esonero. (Precedentemente, rispetto all’esonero, era prevista la deroga per le scuole con più sedi e con un numero di classi tra 44 e 55).
Con questa nuova disposizione, tra l’altro, “piove sul bagnato”.
Nel senso che quest’anno è ulteriormente aumentato il numero delle scuole date in reggenza. Più della metà delle scuole avrà mediamente, a livello nazionale, un dirigente “dimidiato”, costretto a dividersi tra la scuola di titolarità e la scuola assegnata in reggenza, che passerà gran parte del suo tempo in giro a raggiungere le diverse scuole e le loro sezioni. E, quando le avrà raggiunte, dovrà affrontare situazioni spesso nuove, senza più neanche il sostegno informativo e organizzativo del collaboratore, saggiamente garantito gli anni precedenti attraverso la deroga di cui sopra. Questo dato, già di per sé inverosimile, diventa impressionante in regioni come la Lombardia, in cui più di un terzo delle scuole dal 1° settembre è senza dirigente: oltre il 65%.
Dire che ci si trova, se non si ricorre urgentemente ai ripari, di fronte a un’operazione rischiosa, è dir poco.
Va bene risparmiare, ma risparmiare condannando le scuole, nel migliore dei casi, a non poter gestire neanche l’ordinario, è uno scandalo ingiustificabile in un paese civile. E infatti quello che sta succedendo da noi, per quanto riguarda gli interventi sulla scuola, non trova riscontro in nessuno dei paesi sviluppati. Nessuno.
E la cosa ancora più grave è che provvedimenti di questo genere si prendono nel bel mezzo di un processo innovativo, sul fronte dell’organizzazione didattica e dei contenuti formativi (criticabile finchè si vuole, soprattutto in ragione dei tagli a cui si associa, ma potenzialmente migliorativo), che meriterebbe misure di sostegno e accompagnamento, oltre che di monitoraggio. Che purtroppo, invece, nella pratica scolastica si apprezzano come la metastasiana “Araba Fenice”.
Questo disastro va scongiurato.
È necessario, a questo punto, una mobilitazione delle organizzazioni sindacali e delle associazioni professionali (l’ANDIS di Milano già si è mossa con un suo comunicato molto netto), ma anche delle scuole (Collegi e Consigli di istituto), che evidenzi problemi e difficoltà e chieda soluzioni accettabili.
Non si chiede la luna. Solo di non essere presi in giro.
Forse andrebbe ricordato al MIUR che, almeno sulla carta, quello che sta cominciando è un anno importante per le sorti delle riforme da poco avviate; importante anche per riprendere e dare gambe a elaborazioni e interventi capaci di creare condizioni di contesto concretamente migliorative del fare scuola.

Per quanto riguarda i processi di riordino e riforma già avviati e in fase di realizzazione
(qui mi riferisco alla scuola secondaria), è noto infatti che con il nuovo anno scolastico si completa il processo di riordino del primo biennio e per la prima volta si attiverà, nelle aree Tecnica e Professionale, l’insegnamento di Scienze e Tecnologie applicate. È attraverso tale insegnamento soprattutto che gli studenti potranno verificare la fondatezza delle loro scelte di indirizzo.
Ma l’anno che parte dovrà anche necessariamente impegnare le scuole perché attraverso le Linee Guida per il secondo biennio degli Istituti Tecnici e Professionali (in fase di avanzata elaborazione, si dice) si realizzino le condizioni perché le innovazioni previste possano trovare non solo momenti di formazione docente mirata, ma anche di progettazione didattica; almeno per le classi terze del prossimo anno scolastico. (Come si sa, per i Licei, non ci sono Linee Guida, ma Indicazioni nazionali, – costruite, tra l’altro, con criteri e strategie di riferimento del tutto diversi; ciò, a evidenziare… l’unitarietà e l’equivalenza formativa del sistema scuola. Ma tant’è. In questo nostro strampalato paese, si arriva ormai a tollerare di tutto).
A proposito delle Linee Guida, a voler fare le cose come Dio comanda, bisognerebbe anche capire, in primo luogo, cosa ne è stato delle stesse lo scorso anno e come ha funzionato la progettazione curricolare e didattica.
Questo è il lavoro necessario richiesto perché il riordino produca innovazione e miglioramenti.
Ma, con questi chiari di luna, quale scuola potrà sentirsi impegnata su terreni così faticosi e importanti?
Che non sono, tra l’altro, gli unici su cui le scuole dovrebbero essere chiamate a lavorare. Andrebbero considerati infatti anche i risultati relativi all’attivazione dei dipartimenti e del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) (Su quest’ultimo, in molti casi, i problemi, come sappiamo, sono stati enormi e il quadro delle sperimentazioni tentate non è molto incoraggiante).
Come pure ci sarebbero da approfondire i primi risultati sulla certificazione delle competenze, realizzata, nelle Superiori, per la prima volta lo scorso anno scolatico, a cui molte scuole tra l’altro erano arrivate impreparate; e non per colpa loro. Ma problemi al riguardo si pongono anche per la Secondaria di primo grado.
Sul tema delle competenze, inoltre, gli interventi in termini di ricerca/sperimetazione – anche ai fini di una formazione docente più convinta ed efficace – richiederebbero elaborazioni complessive più approfondite. E ciò, a partire dalle riflessioni più recenti di chi pensa al lavoro per competenze non solo come metodologia didattica e progettuale, ma anche come possibile nuovo asse strategico di una scuola diventata di massa, chiamata a fare i conti con le trasformazioni senza precedenti dell’era digitale.

A questo punto, mi sembra addirittura insensato tirare in ballo ambiti di intervento, pure comunque fondamentali, relativi alle condizioni strutturali di contorno, accennati all’inizio. Come, ad esempio, la valutazione del personale, su cui lo scorso anno si è sviluppato un grosso dibattito a seguito delle sperimentazioni volute dalla Gelmini (tra l’altro miseramente fallite, ma a cui va riconosciuto il merito di aver sollevato una questione di grande rilevanza). Ambito importante di ricerca e di sperimentazione a cui si è collegata, tra l’altro, anche la riflessione sul Decreto Brunetta e le sue implicazioni sulla figura del Dirigente Scolastico e sull’idea di scuola ad esso sottesa.

Tutto questo per sottolineare ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che non di tagli alle risorse per l’istruzione e la formazione si dovrebbe parlare (anche nell’attuale situazione di crisi economica), ma di ulterori investimenti. Nella convinzione, tra l’altro da tutti a parole condivisa, che senza investimenti su conoscenza e formazione non c’è futuro.

Un inciso, non comunque fuori tema: riguarda i ragionamenti e le analisi interessanti e preoccupate svolti quest’estate da Tiriticco e De Anna, anche su ScuolaOggi, sulla questione della “descolarizzazione” strisciante e di respiro regressivo che sta vivendo il sistema di istruzione e formazione nel nostro paese.
Mi sembra che gli interventi ultimi contro la scuola pubblica costituiscano ulteriori segnali di questa deriva.
Ovviamente si vorrebbe sbagliare.

Ciò detto, un elemento conclusivo di riflessione va aggiunto: cominciare un anno scolastico con uno stato d’animo depresso non giova a nessuno.
Ritengo inoltre che sarebbe miope e distante dall’etica democratica limitarsi solo ad inveire contro la politica e il Ministero. Anche se nell’attuale situazione, più di una tentazione, più che giustificata, ci sarebbe.
Comunque, alla cattiva politica – o a una politica inadeguata – non si può rispondere con la fuga dalle responsabilità specifiche, di singoli e di categoria – legate al proprio ruolo e alla proria etica professionale -, che non possono essere oscurate, senza tirarsi la zappa sui piedi.

So che quest’ultima considerazione può apparire contradditoria ed erroneamente salomonica.
Ma penso convintamente che non lo sia.
E questo perché, di fronte allo sconquasso nel quale ci muoviamo, o si sviluppa un diverso protagonismo delle associazioni professionali e delle organizzazioni sindacali – ma anche dei Collegi docenti singolarmente e/o in rete -, volto a farsi carico, per quanto sta nelle proprie possibilità, di un funzionamento decoroso delle singole istituzioni, oppure la scuola di tutti sarà sommersa da questa diffusa situazione di demotivazione e impotenza.
Con conseguente caduta di ogni speranza di uscire da questo sfascio giocando la carta dell’innovazione e del miglioramento.
O no?

da ScuolaOggi 04.09.11

"La tela di Penelope di un governo squalificato", di Eugenio Scalfari

I mercati non gradiscono. Nella seconda metà d´agosto, con gran parte degli operatori in vacanza, hanno accennato una ripresina. Adesso siamo di nuovo in piena turbolenza. Si muovono tutti insieme, da Tokyo e Seul alle piazze europee e a Wall Street. Ballano i titoli azionari e in particolare quelli bancari, ballano in Europa gli “spread” tra i debiti sovrani non affidabili e il “Bund” tedesco, ballano i tassi d´interesse e le quotazioni delle materie prime e dei beni-rifugio. La fiducia dei consumatori e dei risparmiatori nei confronti dei rispettivi governi è in caduta libera.
I governi dal canto loro ce la mettono tutta per farsi sfiduciare e il nostro in questa poco commendevole gara è di gran lunga in testa. Forse conviene cominciare proprio da questo punto, cioè dal cortile di casa nostra che si è da tempo trasformato in una discarica d´immondizia i cui rifiuti si accumulano senza la minima prospettiva che possano sparire.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, parlando ieri mattina in videoconferenza al “meeting Ambrosetti” di Cernobbio e rispondendo ad alcune osservazioni critiche del presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, ha chiarito senza peli sulla lingua la natura degli errori compiuti dai governi italiani negli ultimi dieci anni; per l´esattezza dal 2001 ad oggi, cioè otto anni di governi Berlusconi con la parentesi di due anni del debolissimo governo Prodi sorretto da due soli voti di maggioranza.

Gli errori sono stati quelli di aver sottovalutato il peso del debito pubblico e di non aver fatto nulla per farlo diminuire; di essersi accorti solo due settimane fa che quel debito era diventato l´obiettivo principale dell´assalto dei mercati; infine d´aver dovuto predisporre sotto la pressione dell´emergenza una seconda manovra che sembrava più attenta alle ripercussioni elettorali che alla gravità della situazione europea e italiana.
Dopo questa diagnosi – del resto largamente condivisa in Italia e in Europa – la terapia suggerita dal presidente della Repubblica è quella di anticipare il pareggio del bilancio dal 2014 al 2013, con misure chiare ed efficaci senza preoccuparsi della loro maggiore o minore popolarità avviando contemporaneamente misure mirate alla crescita dell´economia reale.
Alla domanda sulla tenuta del governo Napolitano ha risposto che il governo c´è e ci sarà fintanto che disporrà della maggioranza in Parlamento e che pertanto ogni ipotesi d´un governo diverso o d´uno scioglimento anticipato delle Camere è fuori dal quadro d´una democrazia parlamentare come la nostra.
Infine ha assicurato che il Parlamento approverà la manovra entro i tempi stabiliti e cioè entro la metà di settembre e forse prima e che a questo risultato daranno il loro contributo anche le opposizioni che, quale che sia il loro voto, non ricorreranno a manovre ostruzionistiche. «L´Italia farà il suo dovere per l´Europa e per se stessa, di questo siamo certi»: così ha concluso il capo dello Stato.
Parole chiare e ferme anche se la frase finale è più un auspicio che una certezza. Noi, tanto per dire, non siamo affatto certi che il governo farà il suo dovere. Finora non l´ha fatto, come lo stesso Napolitano ha rilevato nel suo intervento e non c´è purtroppo alcuna ragione al mondo per pensare che cambierà nei prossimi giorni.

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Questi decreti (siamo al terzo negli ultimi due mesi) hanno una caratteristica comune: sono come la tela di Penelope, filata di giorno e disfatta la notte. L´ammontare oscilla tra i 48 e i 45 miliardi ma tutto il resto cambia in continuazione.
Chiedo scusa, c´è un´altra caratteristica comune ai tre decreti: nessuno di essi prevede misure capaci di rilanciare la crescita. Sembra che la crescita sia fuori dalla strategia di questo governo.
Il rigore colpisce gli statali, i lavoratori dipendenti con redditi fino a 50.000 euro lordi, i pensionati. Colpisce gli enti locali e le cooperative. Colpisce e colpirà il “welfare”.
Dunque un rigore socialmente partigiano in un´economia a crescita zero. La novità è arrivata con la stesura del terzo decreto sotto la forma del maxi-emendamento presentato tre giorni fa da Tremonti: al posto del contributo Irpef per i redditi superiori a 90.000 euro che avrebbe dato un gettito complessivo di 3,8 miliardi, abolito da un colpo di mano Sacconi-Calderoli caldeggiato da Berlusconi, il ministro dell´Economia ha tirato fuori dal cilindro la lotta contro l´evasione dalla quale si aspetta nei prossimi tre anni un gettito di 3,8 miliardi di euro. Non un soldo di più né uno di meno, quanto basta a lasciare i saldi invariati con grande giubilo generale.
In realtà il giubilo non è molto generale nella maggioranza e neppure in Confindustria, se ne duole perfino il cuore del premier che ha ripreso a sanguinare. Il popolo degli evasori infatti fa parte integrante della clientela berlusconiana. È stato vezzeggiato in tutti i modi negli otto anni del governo Berlusconi-Tremonti; il governo dei condoni, l´ultimo dei quali “scudato” con il 5 per cento di tassa, una trattenuta ridicola, un regalo in piena regola a chi aveva portato all´estero i suoi capitali.
Se quei capitali fossero stati colpiti con un´aliquota del 30 per cento com´è avvenuto da parte dei paesi europei che hanno effettuato analoghi condoni, il gettito per l´erario sarebbe stato di oltre 40 miliardi. Tremonti ne prenderà 3,8 e per ottenerli minaccia sfracelli che culmineranno con la pubblicazione dei nomi degli evasori e con il carcere dai tre ai cinque anni per chi evade più di tre milioni.
In un paese dove il grosso dei lavoratori autonomi dichiara un reddito annuo di 15.000 euro le patrie galere sarebbero costrette ad aprire i portoni a qualche centinaio di migliaia di persone con buona pace di Marco Pannella e dei suoi digiuni. Ma non avverrà niente di tutto ciò. Tremonti si contenta d´un gettito su misura. Gli basta rimpiazzare il gettito della super-Irpef e se il cuore di Silvio sanguina per così poco, a lui non gliene importa niente, anzi ci gode.
Ma li otterrà quei 3,8 miliardi di spicciolame? A Bruxelles non ne sono affatto sicuri e alla Bce neppure. Come mai? L´evasione in Italia supera i 130 miliardi. La cifra attesa dall´Economia rappresenta dunque il 3,2 per cento della stima totale. Vincenzo Visco, quand´era ministro delle Finanze, recuperò in un esercizio 30 miliardi dall´evasione. Eppure nessuno finì in galera.
Perché dunque sia Bruxelles sia Francoforte sono così preoccupati?

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La vera preoccupazione delle Autorità europee riguarda la credibilità del governo e la sfiducia dei mercati nel debito sovrano italiano. Quella sfiducia è alimentata da vari elementi.
Il primo proviene dalla contrazione economica americana e dall´evidente declino politico del presidente Obama. Il secondo dalla contrazione economica europea e dall´inesistenza d´un vero governo dell´Unione. Questi due elementi si riflettono sull´Italia che, di suo, ci aggiunge la non credibilità del governo, del premier, del suo ministro dell´Economia e del loro maggior alleato nella persona di Umberto Bossi.
La contrazione economica sarà inevitabilmente accentuata dal rigore. In Italia il rigore è tanto più sgangherato quanto più è affidato a incrementi di tasse regressive che colpiranno principalmente le fasce basse del reddito. La pressione fiscale (lo dice la Banca d´Italia) nel biennio 2012-13 arriverà alla cifra record del 44,5 per cento del Pil e forse anche di più se il Pil non crescerà dell´1,2 come prevede ancora il governo, ma soltanto dello 0,7 come sostiene il Fondo monetario internazionale.
Un governo che gioca con la tela di Penelope cambiando la sera quello che aveva deciso la mattina; un governo dove Berlusconi, Tremonti e Bossi si fanno i dispetti un giorno sì e l´altro pure, sapendo però che debbono restare aggrappati l´uno all´altro per non cadere tutti insieme; un governo in cui sia Berlusconi sia Tremonti sono ricattabili e ricattati; infine un governo il cui Capo sta per ore al telefono con malfattori e procacciatori di prostitute, confidando ad essi i suoi affanni e rifornendoli di denaro contante; ebbene, un governo di tal fatta è il problema.
Napolitano ha ragione quando ci ricorda che fino a quando il governo disporrà d´una maggioranza parlamentare lui non può né vuole pensare a licenziarlo. Ma che cosa accadrà se nei prossimi giorni il fandango dei mercati tornerà ad infuriare?
L´otto settembre (pessima data nella nostra memoria) si riunirà a Francoforte il consiglio direttivo della Bce. Uno dei temi – ma direi il tema – all´ordine del giorno sarà l´aiuto dato alla Spagna e soprattutto all´Italia con l´acquisto dei loro titoli di Stato sul mercato secondario. A metà agosto quell´aiuto fu complessivamente di 22 miliardi, nella settimana successiva di 12, nella terza di 4. Non sappiamo domani, ma sappiamo che il consiglio dell´otto settembre non sarà affatto tranquillo.
Mi domando: se la tempesta infuriasse non come Irene ma come Katrina, che cosa accadrà? Se il governo non è credibile né per i mercati né per l´Europa, noi che cosa facciamo?
Mi permetto, con devoto rispetto e profonda amicizia e stima, di sottoporre questa domanda al capo dello Stato. E a chi altro se non a lui?

La Repubblica 04.09.11

La cultura è il petrolio italiano

La grande presenza di spettatori in una piazza del Popolo gremita è il principale segno dell’importanza reale e percepita del dibattito “La cultura per ripartire”. Intervengono Matteo Orfini responsabile per il Partito Democratico dell’area cultura e informazione, Massimo Ghini attore e doppiatore, Pietro Giovanni Guzzo archeologo ed ex incaricato della Soprintendenza Speciale di Napoli e Pompei, Livia Potolicchio Segretaria Nazionale Fillea CGIL, Arnaldo Colasanti scrittore e critico letterario, Nicoletta Robello attrice e regista teatrale. Coordina il dibattito Cristiano Bucchi.

La discussione si apre con una battuta amara di Massimo Ghini: “la forza comica del provvedimento di incarcerare esclusivamente chi evade il fisco a partire dai 3 milioni di euro supera fortemente quella dei cinepanettoni. Se non succederà qualcosa di forte il paese resterà addormentato.”

Orfini, in merito alla manovra economica rilancia: “Oggi è Sabato, speriamo che almeno la Domenica quelli del governo si riposino. Da giorni ormai c’è un escalation di provvedimenti sempre peggiori. La situazione è drammatica, il paese non è governato proprio nel momento in cui ha più bisogno di esserlo. Servono provvedimenti urgenti che prevedano sacrifici per chi non li hai mai fatti fin’ora.” In un contesto del genere “ La cultura non è minimamente presa in considerazione, le numerose finanziarie che si sono susseguite lo dimostrano, cosi come l’assenteismo continuo del ministro Bondi e del suo successore.”

Si può quindi ancora vivere di cultura oggi in Italia?
“Tra le difficoltà innegabili cerchiamo di reagire”, spiega Nicoletta Robello, “ma ad oggi non é possibile fare cultura, nel mio caso spettacoli dal vivo, come si faceva in passato. I tagli sono stati devastanti ma ovunque in Italia c’è chi nel nostro mondo prova a programmare il futuro in attesa di una ripresa globale, come accade da mesi al Teatro Valle di Roma”.
Spetta in seguito ancora a Ghini, alla luce di una più che decennale esperienza ai vertici del sindacato attori, la spiegazione del fenomeno di declino dei contesti culturali: “il sistema spettacolo italiano si è adagiato sul Fondo Unico per lo Spettacolo senza progettare un’economia alternativa che supplisse ad eventuali necessità”. Un intero mondo che ha prestato il fianco, unitamente a una iniqua distribuzione dei fondi, a favore degli enti lirici che attualmente se ne assicurano il 48%, lasciando la restante parte a tutti gli altri segmenti del settore.
Ultimo ma non meno importante fattore di crisi è rappresentato da una totale mancanza di progettazione strategica, che ha fatto si che il sistema saltasse.
L’attore romano lancia pertanto una proposta diretta: “assicuriamoci innanzitutto di mandare a casa questo governo e in seguito presentiamoci al paese facendo chiarezza e proponendo provvedimenti ispirati al modello francese e che possano incentivare la produzione all’interno del paese, con fondi agevolati di origine privata per non gravare esclusivamente sullo stato”.
A questa si affianca quella dell’esponente del Partito Democratico: “lo stato dovrà investire più soldi sulla cultura, ma gestirli meglio. Si dovrà contrastare l’immagine creata dalla propaganda di centro-destra di una cultura luogo di parassiti. E infine sbloccare quelle risorse rimaste bloccate negli enti previdenziali per fornire delle garanzie minime ai lavoratori di queste categorie.
Non dimentichiamo che la cultura è anche lavoro: restituiamo dignità e autonomia ai 3 milioni di lavoratori che sono impiegati nel settore tra diretto e indotto ”.
“E’ necessario uniformarsi all’Europa”, sostiene la Robello, “il paese è indietro, mentre al di fuori di esso si progettano modelli culturali 3.0 che intervengono direttamente nelle varie società. Interroghiamoci sulla funzione della cultura, e di come possiamo ottimizzarne la forza educativa e sociale anche grazie a nuove figure professionali.
Perché attraverso la cultura si trasmette informazione e conoscenza.”
In chiusura, tre significativi flash da parte dei restanti ospiti. In primis la citazione di un aneddoto sul premio nobel Pasternak da parte di Colasanti, che aggiunge: “abbiamo bisogno di ritrovare l’amore per la cultura, in un paese che disprezza tutto”.
A cui segue l’opinione di Guzzo, secondo cui “alla cultura tecnica va affiancato un apparato di informazione e comunicazione che assicuri una mediazione in favore del pubblico.”
Conclude il dibattito Livia Potolicchio affermando che “la cultura è un diritto da garantire lungo tutto il corso della vita. Chi la attacca compie un attacco alla democrazia stessa”.

Redazione web Feste Democratiche – Francesco Gennari

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Uniamoci per il bene del Paese. L’Italia di domani con Ignazio Marino e Luigi De Magistris

A confrontarsi sul palco della sala dibattiti, accolti da un lungo applauso del pubblico, il senatore del Pd Ignazio Marino ed il sindaco di Napoli Luigi De Magistris dell’IDV, moderati dal giornalista Tommaso Labate de Il Riformista. L’appello di oggi del Capo dello Stato a ritrovare lo spirito di coesione nazionale per una manovra condivisa approvata in tempi rapidissimi, trova l’accordo del sindaco di Napoli “affinché prevalga il senso istituzionale”. Da primo cittadino ribadisce il suo “No ai tagli agli Enti locali” ed invita le forze di opposizione a “fare uno sforzo per cambiare la manovra perché colpisce i ceti medi e popolari, cioè le persone che danno tanto a questo Paese. Non vedo nulla nei confronti degli evasori e delle grandi rendite finanziarie” – aggiunge De Magistris – . Avanza anche proposte: “imposte su transazioni finanziarie, lotta all’evasione, lotta politica a partire dallo sciopero della CGIL”.

“Parlando di manovra dovremmo chiederci di quale manovra perché ogni giorno cambia” – dice Marino. “E’ evidente che c’è il desiderio di colpire le persone oneste. Credo che il Pd stia facendo la sua parte e lo sta dimostrando in questi giorni (il riferimento all’emendamento approvato per mantenere le festività che il Governo voleva abolire). Parla anche delle proposte scritte anche in modo provocatorio, che verranno presentate la prossima settimana nel dibattito parlamentare. “Abbiamo chiesto di rinunciare a quattro caccia bombardieri e ristabilire il fondo per la non auto-sufficienza.” Invita il centro sinistra a fare riforme strutturali: “abolire le provincie (si risparmierebbero due miliardi di euro e 140 milioni di stipendi dei politici) e prevedere una sola Camera legislativa”. Ma tutto questo è stato rimandato perché non ci sono i tempi per la modifica della Costituzione. Un accenno all’evasione: “Dobbiamo metterci in testa che dobbiamo pagare tutti per quello che abbiamo”.

Sciopero CGIL. Bersani e Di Pietro devono scendere in piazza a scioperare?

De Magistris ricorda la manifestazione della FIOM contro il ricatto FIAT, il movimento delle donne italiane, la protesta dei giovani contro la Gelmini. “L’opposizione si fa anche nei centri sociali, con i sindacati, i movimenti, le associazioni. Quindi per far cambiare la manovra è giusto il lavoro dei colleghi in Parlamento, ma c’è bisogno della base.”

Parla di “mission diversa” il senatore del Pd Marino. “ La CGIL è un sindacato, noi siamo un partito. Sono rimasto sorpreso per la proposta all’interno del nostro partito di raccogliere le firme per non far fare lo sciopero alla CGIL.”

Ma i movimenti di piazza possono dare una spallata al Governo?

“Penso che non si voterà prima della 2013 perché il centro destra è in caduta libera ed il centro sinistra non è vicino al traguardo della costruzione dell’alternativa”- risponde De Magistris.

Ricorda la sua campagna elettorale dove, dopo una prima fase iniziale di depressione, si è passati alla fase dell’indignazione che ha portato ad una grande mobilitazione, ingrediente che ha consentito la sua vittoria.

Anche la lezione di democrazia dell’Egitto, la mobilitazione partita dalla rete, testimoniano che “Non è vero che non c’è voglia di politica” – chiosa il sindaco partenopeo. “Dobbiamo credere di più, cambiare i modelli dove non conta più l’avere dell’essere, conta essere operai e non veline”.

Marino parla di “classe dirigente confusa, che ha un solo obiettivo: rimanere attaccati alla propria poltrona.” Coglie l’occasione per mandare da Pesaro un messaggio a Pierluigi Bersani, perché, piaccia o no, si è riproposto di dire quello che pensa. “Non devo far carriera!” L’invito al segretario a non essere “diversamente favorevoli” come nel caso del referendum. “Diciamo si, ci capiscono tutti e facciamo prima. Bisognerebbe mettere banchetti in tutta Italia e utilizzare tutte le nostre energie per cambiare questa legge elettorale” – continua Marino.

Si aspetta che Bersani compia anche un altro passo nell’ottica del cambiamento e annunci che alle prossime elezioni politiche non firmerà nessuna deroga nelle candidature: “Chi ha già alle spalle tre legislature non deve essere nuovamente candidato al Parlamento, come scritto nello Statuto del partito. L’unico con tre legislature che può essere ricandidato è Bersani.”

Si schiera a favore del referendum Luigi De Magistris perché questo strumento consente una forte partecipazione popolare alla vita del Paese. “Siamo convinti che in Parlamento non c’è la volontà di cambiare la legge elettorale. Le cose bisogna farle nel momento in cui si governa.”. E riporta come esempio ciò che ha fatto al Comune di Napoli, dove al suo arrivo trovò centoventi contratti di consulenze esterne che ha provveduto subito a strappare.

In chiusura non poteva mancare il tema della questione morale ed il riferimento al caso Penati.

“Io credo che a partire da Berlusconi – commenta De Magistris – la questione morale attraversa senza soluzione di continuità il nostro Paese ed interessa ugualmente sia il centro destra che il centro sinistra, certo Berlusconi è l’estremo. I leader di partito hanno tutti gli strumenti per selezionare la classe dirigente: sanno la differenza tra Marino e Penati.”

Marino cita il recente caso del senatore Tedesco. “ In Aula al Senato ho votato si alle richieste della Magistratura. Il Parlamento non deve essere un ostacolo all’azione della Magistratura. Penso allo stesso modo che il dare le dimissioni sia una cosa da fare per evitare di danneggiare il partito.” Conclude con una richiesta a Bersani di convocare una riunione per leggere gli atti pubblicati dalla Procura cercando così di meglio comprendere il caso ed evitare in futuro situazioni come quella di Penati e Tedesco che “non sono accettabili in un partito come il nostro”.

Redazione web Feste Democratiche – Simona Giulietti

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Modena, i parlamentari del Pd in piazza con la Cgil

Martedì prossimo in piazza Grande ci saranno anche i parlamentari modenesi del Partito democratico alla manifestazione della Cgil contro la manovra del governo. “Condividiamo le ragioni dello sciopero – si legge in una nota congiunta dei parlamentari democratici – e sosteniamo la battaglia del sindacato contro questa manovra iniqua e priva di qualsiasi efficacia sul fronte della crescita. Noi continueremo a batterci in Parlamento, con responsabilità, per cercare di migliorare la manovra nel senso dell’equità e del rilancio dell’economia. Con la consapevolezza – sottolineano i parlamentari del Pd – che questo governo ha perso qualsiasi credibilità, anche di fronte ai mercati, e che serve al più presto un cambiamento del quadro politico, per il bene del Paese”.