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"Visco: ero un innominabile ma ora Tremonti mi copia", di Tonia Mastrobuoni

Onorevole, il governo sta riesumando le misure «alla Visco». «Da una vita sono abituato ad avere ragione postumo, anche se non sono morto. Che vuol farci, la politica funziona così, con le emozioni. Se uno imposta un discorso razionale, serio, organico ed equilibrato su come bisogna fare una vera lotta all’evasione…».
Perde le elezioni. «No, più che altro sia nel 1996-2001 sia nel 2006-8 ho rischiato di passare per persecutore, per matto. Sono stato attaccato non solo dalla destra che adesso ripropone a tozzi e bocconi le cose nostre. Ma sono stato isolato anche dai miei, da quella parte che si definisce “liberal”».

Ci faccia indovinare. Si riferisce a Morando?
«Non faccio nomi. Mi limito a dire che erano i liberal. È che per alcuni l’idea che le tasse debbano essere un’oblazione volontaria è talmente radicata. Adesso l’emergenza costringe addirittura la destra a fare la lotta all’evasione. Pensare che anche nel 2006-8 avevamo recuperato evasione come pazzi».

Come Dracula lei ha avuto un discreto effetto deterrente.
«È innegabile. A furia di descrivermi come terribile e cattivissimo, certo, la gente si spaventava. Ma erano loro a non rendersi conto del fatto che io non gestisco il fisco in materia tattica, che faccio le cose perché le ritengo giuste, senza mediazioni. È questo il deterrente terribile».

Anche politico.
«Diciamo che tutte e due le volte non sono riuscito a portare a termine il mio compito».

Ma non è problematico calcolare il gettito da evasione ex ante per coprire i «buchi» della manovra come sta facendo Tremonti?
«Ma certo. Io non l’ho mai fatto. E sono abbastanza sicuro che l’Europa gliele boccerà. Con noi le misure antievasione erano contabilizzate zero. Ecco perché, una volta recuperate cifre pazzesche, abbiamo avuto il famoso “tesoretto”…».

Quello che a Bruxelles non veniva neanche tradotto in inglese…
«Esatto. La verità è che il governo Berlusconi si dimenticherà tutto non appena le acque si saranno calmate un po’. Nessuno ricorda che a un certo punto ci provò anche Siniscalco a combattere l’evasione. Berlusconi disse subito “no, no, per carità, è una cosa alla Visco!”. E pensi un po’, adesso stanno talmente con l’acqua alla gola che devono persino fare cose “alla Visco”. Ma tanto domani, quando i mercati si tranquillizzeranno, vedrà che tornerò a essere un innominabile».

Non si butti giù.
«No, ma l’importante per me è che l’abbia capito anche il centrosinistra. La responsabilità del governo è non aver messo in sicurezza i conti pubblici. Ma io e Tommaso Padoa Schioppa faticavamo anche con i nostri, su questo fronte».

Ma come si fa a fare la lotta all’evasione seria?
«Intanto, anche in queste misure manca una visione organica del problema. In Italia la fonte dell’evasione è una sola. In parole semplici: mentre il reddito mio e il suo sono tracciati perché siamo lavoratori dipendenti, altri non lo sono. Serve un sistema di monitoraggio e di controllo che renda più simile chi ha la ritenuta d’acconto e chi non ce l’ha. Dunque l’elenco clienti-fornitori, la tracciabilità dei pagamenti, l’uso limitato dei contanti… perché l’altro principio forte di una lotta seria all’evasione è: “follow the money”, segui i soldi».

A proposito dei suoi, cioè del Pd. Ma perché ritassare lo scudo? Il fisco non dovrebbe avere una parola sola?
«Sì ma non necessariamente un’aliquota sola. Inoltre quelli sono ricchi, è giusto che diano un po’ di soldi. Sa cos’è? Che quando si tratta di fare un po’ di giustizia, tutti si comportano come delle verginelle offese».

Ma oggi sarebbe facile incrociare i dati redditi-patrimoni e beccare molti più evasori?
«È molto più facile individuarli oggi che dieci anni fa, indubbiamente. Il problema è che se Sogei invece di occuparsi di queste cose affitta appartamenti al ministro…».

La Stampa 03.09.11

"Medicina, un test da rifare", di Pietro Garibaldi

La facoltà di medicina sembra essere quella che garantisce migliori opportunità di occupazione ai giovani italiani. Merito della scelta di introdurre il numero chiuso. Ma non per questo il meccanismo del test di ingresso garantisce che siano i candidati più brillanti ad accedere alla facoltà. Perché le graduatorie sono valide per i singoli atenei. Basterebbe una graduatoria nazionale, con la possibilità per gli studenti più meritevoli di scegliere la sede che preferiscono. La bassa crescita del paese dipende infatti anche da una cattiva allocazione dei talenti.

La disoccupazione giovanile a luglio del 2011 è ancora al 27 per cento. Nemmeno i giovani laureati se la passano tanto bene. Secondo l’ultimo rapporto Almalaurea, la disoccupazione tra i laureati triennali è aumentata lo scorso anno dal 15 al 16 per cento. In tempi di crisi e con tassi di disoccupazione così elevati, per un neo diplomato la ricerca di una facoltà che garantisca davvero un lavoro è una scelta cruciale.

IL PRIMATO DI MEDICINA

Tra le facoltà italiane, sembra che medicina sia quella che garantisca la migliore occupabilità tra i giovani, nonostante le risorse del Servizio sanitario nazionale siano scarse e oggetto di tutte le ristrettezze imposte dalla finanza pubblica. Per capire quanto vale oggi una laurea in medicina, basti pensare che a tre anni dalla laurea, il 97 per cento dei giovani laureati in medicina è occupato. Per la laurea in economia, la seconda più appetibile, il tasso di occupazione a 3 anni scende all’85 per cento. Se il laureato è in lettere, il tasso di occupazione a tre anni crolla sotto il 50 per cento.

IL NUMERO CHIUSO

Il motivo principale di così buone prospettive occupazionali della laurea in medicina è legato all’esistenza del numero chiuso: dal 1999, per iscriversi alla facoltà di medicina è necessario superare un test di ingresso. Chi entra nella facoltà e si laurea è quasi certo di trovare poi un posto di lavoro nel settore sanitario nazionale, per il semplice fatto che il numero programmato è calcolato anche sulla base del numero di medici che nei prossimi anni andrà in pensione. L’introduzione del numero chiuso è stata una scelta giusta: negli anni Ottanta e Novanta eravamo pieni di medici disoccupati, oggi i posti a medicina vanno praticamente a ruba.
Nel 2010 i posti disponibili nell’università statale italiana statale erano settemilacinquecento, mentre i candidati aspiranti medici che hanno “provato” il test erano più di cinquantamila (51mila, per l’esattezza). Il tasso di selezione nazionale è pari al 14 per cento e soltanto uno studente su sette riesce a iscriversi a medicina.

I MIGLIORI STUDENTI VANNO NELLE FACOLTÀ MIGLIORI?

L’esercito dei 50mila aspiranti medici deve rispondere a 80 domande di cultura generale, logica, matematica e fisica, biologia e chimica. Al di là delle polemiche sulla capacità di selezionare un medico in base al test di ingresso, con una tale offerta di candidati dovremmo essere certi che i posti disponibili andranno certamente ai futuri medici che meglio lo hanno superato. Finalmente, si è trovato un modo per far competere gli atenei per i giovani più brillanti e i giovani più brillanti per le facoltà di medicina più prestigiose. Insomma, finalmente in Italia abbiamo un vero e proprio meccanismo di selezione in base al merito?

UN MECCANISMO DI SELEZIONE BIZZARRO E ASSURDO

Purtroppo non è così, poiché i giovani 50mila aspiranti medici sono obbligati a scegliere inderogabilmente prima del test in quale università sostenere l’esame di ammissione e dunque in quale università provare a iscriversi. Se un candidato non riesce a entrare nell’ateneo in cui ha sostenuto l’esame di ammissione, perderà il diritto a entrare in un altro, anche se magari il suo punteggio risultava tra i migliori settemila e quindi potenzialmente rientrava nel numero di posti disponibili.
Guardando con attenzione le statistiche del test si capisce che è davvero una situazione bizzarra. L’ateneo dove è più difficile entrare pare essere quello di Milano, dove il punteggio minimo tra gli ammessi è pari a 48 risposte esatte su 80. Ma i primi esclusi a Milano, probabilmente perché hanno risposto a 47 domande (i candidati a Milano nel 2010 erano più di 2000 per 330 posti) su 80 non potranno iscriversi nel Molise, a Sassari, a Foggia o a Messina, dove il punteggio minimo degli ammessi è inferiore 42 risposte su 80. Avendo scelto di fare il test a Milano, non avranno diritto di iscriversi in nessuna altra università statale.
Nella situazione attuale i giovani sono costretti a calcoli assurdi: mi conviene provare a Milano (dove è difficile entrare) o provare a Foggia (dove la soglia minima è più bassa)?

COME RIMEDIARE E RIFORMARE LA STORTURA

Per rimediare a questa assurda stortura, senza alcun costo, sarebbe sufficiente permettere agli studenti di scegliere la facoltà in cui immatricolarsi dopo aver sostenuto il test. Il test viene già oggi fatto nello stesso giorno in tutti gli atenei e i risultati sono a disposizione del Miur. Basterebbe pubblicare una graduatoria nazionale dei primi settemilacinquecento studenti. Dopodiché basterebbe obbligare i migliori 7500 studenti a scegliere la sede in cui immatricolarsi entro qualche giorno dalla pubblicazione. I posti andrebbero via riempendosi nei diversi atenei e saremmo certi di un’allocazione alla facoltà di medicina puramente competitiva. La scelta della sede sarebbe comunque una libera scelta dell’individuo. Se il miglior studente non vuole trasferirsi a Milano (una delle facoltà più prestigiose) per motivi personali, avrà comunque la possibilità di scegliere qualunque altro ateneo.
Non si capisce perché le facoltà stesse non spingano per una riforma in questo senso. Forse solo per il fatto che non gradiscono vedere il loro ateneo scelto da studenti meno bravi?
Ovviamente la riforma proposta è un piccolo esempio nella scelta della professione. Ma lo consideriamo davvero un esempio significativo di come nel nostro paese si finisca spesso per scegliere meccanismi di selezione bizantini e bizzarri. E la bassa crescita è anche legata a una cattiva allocazione dei talenti. In questo caso, è davvero una scelta di amministratori, rettori e politici.

da www.lavoce.info

"Cooperative: un motore economico che nemmeno il duce riuscì a distruggere" di Nicola Cacace

Come ha detto Marino, presidente di Confcooperative, «è il quarto intervento di spoliazione delle cooperative attuato da Berlusconi in pochi anni» (Avvenire 1 sett.), malgrado il successo della cooperazione anche negli anni di crisi, quando aumentava l’occupazione del 5,5% mentre l’occupazione nazionale si riduceva del 3%. Oggi la cooperazione è un motore di sviluppo e di coesione sociale, con 1,5 milioni di occupati, il 7% dell’occupazione e 127 miliardi di fatturato, l’8% del Pil. La cooperazione è andata in controtendenza anche rispetto al nanismo industriale, essendo nel decennio il peso delle GI coop (+ di 1000 occupati) passato dal 4% all’8% del totale occupazione nazionale. Ed oggi che il paese ha estremo bisogno di rilanciare la crescita, come chiesto anche da Bruxelles, Berlusconi tenta di realizzare un obiettivo perseguito da anni, colpire quelli che, stupidamente, considera avversari di classe. E lo fa con la motivazione che le cooperative «godrebbero di vantaggi fiscali rispetto alle società di capitale».
Questi famosi vantaggi fiscali, che in sintesi si riducono ad un’aliquota del 10% sugli utili reinvestiti invece del 33% sono la contropartita della “mutualità” cioè del fatto che il socio-azionista, mentre deve ripianare le perdite e deve rinunciare ai Capital Gain, che resteranno alla Cooperativa vita natural durante o andranno allo Stato in caso di cessazione di attività. Perciò la Costituzione, all’art.45 recita: «La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità…e ne promuove e favorisce lo sviluppo con mezzi idonei».
I valori della cooperazione sono tre: democrazia (una testa, un voto), indivisibilità del patrimonio sociale, giusta remunerazione del capitale e del lavoro.
La mutualità che li comprende significa che il socio investe in un’impresa che considera un bene per se medesimo, per il territorio ed i suoi figli, e il profitto è un mezzo, non il fine dell’impresa. Perciò la formula «cooperativa» è quella che si sta dimostrando di maggior successo in epoca di globalizzazione e di crisi. Quanti capitalisti sono disponibili a prestare lavoro e capitali a queste condizioni, essere responsabili delle perdite ma non padroni degli utili e non delocalizzare mai?
È significativo che quando Luigi Marino e Giuliano Poletti, presidenti di Lega e Confcooperative, hanno proposto di estendere le agevolazioni fiscali delle cooperative alle SpA purchè accettassero di di reinvestire gli utili senza distribuirli, nessuna risposta sia venuta da Confindustria.
Le Coop sono sopravvissute in Europa agli attacchi del nazismo e del fascismo. Non penso che uno screditato primo ministro come Berlusconi riuscirà ad imitare Mussolini, che nella sua furia classista, trasformò la Banca della Cooperazione in Banca nazionale del lavoro.

L’Unità 03.09.11

"L'ideologia che ci governa", di Nadia Urbinati

Continuare come se nulla fosse successo nel frattempo, come se il crollo di fiducia nella politica della destra non ci sia stato, come se la sconfitta di Milano, che prima del 15 maggio sembrava impensabile al premier, sia stata un fatto assolutamente irrilevante. Come se la grande disobbedienza del 12 e 13 giugno sia capitata in un altro paese. Tutto ciò che prima sembrava determinante, una volta avvenuto è stato rubricato in fretta nel capitolo della cronaca antica. Siccome i cittadini non hanno votato a elezioni politiche, essi non hanno espresso alcun giudizio su questa maggioranza di governo quando hanno votato a favore di coalizioni di centrosinistra e quando hanno detto NO all´insistente suggerimento di Berlusconi di non andare a votare ai referendum.
A leggere i giornali di questi giorni sembra che niente di nuovo ci sia sotto il sole italiano: il clientelismo con i quale si è cementata questa alleanza di governo mostra un altro spezzone del suo carattere sistemico, perpetrato con studiata intelligenza per distribuire incarichi proporzionalmente al nord come al sud, nelle posizioni di rilievo politiche, amministrative e aziendali. Come a riconfermare il carattere endogeno che lo contraddistingue dal primo giorno del suo insediamento, il governo ha deciso di tener conto solo delle opinioni che gli sono favorevoli, di dar segno di rispondenza solo a quella parte della società e della cittadinanza che è in sintonia con il suo fare. Gli altri, le opinioni degli altri, non esistono, non hanno peso, non contano. Indifferente all´opinione autorevole che i cittadini hanno voluto far giungere chiara e forte a Roma, il governo della Repubblica, che nella costituzione e nei manuali di dottrine della politica è definito come un potere dipendente e in questo senso servente rispetto a quello sovrano rappresentato in Parlamento e prima ancora nelle urne, persiste nella sua opera di nascondimento e indifferenza.
La P4 rispecchia l´identitá proteica dell´ideologia berlusconiana, poiché nonostante gli sforzi che facciamo per connotare onorevolmente le ideologie, interpretazioni di parte ma pur sempre politiche dei fini indicati nella costituzione, questa che ci governa da anni è un´ideologia. I cui caratteri principali e facilmente riconoscibili sono: il disrispetto per le regole poiché, si fa credere, limitano la libertà e l´intraprendenza di chi governa e al cui giudizio carismatico solo è bastante rifarsi se si vogliono conoscere le regole di ciò che conviene o non conviene; la giustificazione della necessità dell´emergenza quando l´ordinamento resiste alla volontá di potenza; la propaganda di ciò che si vuole il popolo creda e pensi; l´instancabile demolizione della dignità dell´opposizione, un intralcio al potere della maggioranza invece che un necessario controllo; la privatizzaione del bene pubblico, nel quale vanno messe prima di tutto le regole del gioco che non sono proprietà di chi le usa, oltre che le risorse dello Stato, tra le quali la legge è certamente quella più importante; il fare delle istituzioni luoghi per portare a compimento prima di tutto ciò che è nell´interesse privatissimo di chi governa, anche a costo di “mettere un velo” sulla legge (ovvero sulla libertà), per parafrasare il “divino Montesquieu”; infine e a compimento di tutto questo, la certosina e diremmo quasi perfezionistica attenzione a praticare l´arte del nascondimento.
La contraddizione tra questa pratica sistemica e le regole del gioco democratico costituzionale è stridente, insanabile. Sappiamo che la nostra democrazia è forte, perché vitalità e ragionevolezza della cittadinanza si sono mostrate con sobria e pubblica chiarezza, senza infingimenti, propagande e parole roboanti. Le due parti del dramma sulla scena politica italiana sono ben definite e fingere che una delle due non esista o sia apparsa e scomparsa come una cometa nell´attimo della conta dei voti è oltre che sbagliato, improvvido per chi finge. Come ha scritto Ezio Mauro, la memoria dei post-it è ancora fresca e riprendere la lotta contro i tentativi di oscurare la verità, di impedirci di sapere quel che succede nelle stanze dei palazzi non sarà né irrealistico né difficile. La discrepanza tra il dentro e il fuori delle istituzioni è ormai marcata. Sentire fastidio per ciò che è stato detto con il voto, fingere che non sia successo nulla, continuare a razzolare come prima e anche più caparbiamente di prima può essere improvvido. Certo é un segno di timore di perdere il potere, di debolezza quindi, non di forza.

La Repubblica 03.09.11

"Beslan abita ancora sulle tombe dei suoi figli", di Mark Franchetti

Piangenti e vestite di nero, migliaia di persone in lutto si riuniranno oggi alla scuola di Beslan per commemorare il settimo anniversario del più grave attacco terroristico mai avvenuto in Russia. Porteranno fiori e bottiglie d’acqua, un modo simbolico per ricordare la sete sopportata dai loro cari nelle ultime ore prima della morte. Un rintocco di campana segnerà il momento, poco dopo mezzogiorno, quando il 3 settembre 2004 si udirono due potenti esplosioni all’interno della palestra della scuola dove più di 1200 ostaggi – gli allievi, i loro genitori e gli insegnanti – erano da 52 ore in mano ai terroristi islamici.
Nel massacro che seguì morirono 333 persone – tra cui 186 bambini. Diciassette bambini persero entrambi i genitori e 72 sono rimasti gravemente disabili. In un solo blocco di appartamenti vicino alla scuola si sono contati 34 bambini tra le vittime. In un paese così piccolo, quasi tutti hanno perso una persona cara o conoscono qualcuno che l’ha persa.
Sette anni dopo Beslan, con i suoi 35.000 abitanti, è tranquilla, provinciale e rurale. Ma a differenza delle grandi città che hanno sofferto terribili atti terroristici su larga scala come New York e Mumbai, Beslan è ancora un luogo dove quasi tutta la popolazione è segnata da profonde cicatrici emotive collettive. Per molte delle famiglie di coloro che morirono nella scuola la ferita resta aperta: ora come sette anni fa sono arrabbiate per l’evidente mancanza di volontà delle autorità d’indagare adeguatamente sull’attacco terroristico e rivelarne tutte le verità nascoste. Incredibilmente, sette anni dopo, sono ancora in attesa della conclusione ufficiale dell’inchiesta aperta sull’accaduto. La chiusura dell’indagine è stata rinviata più di trenta volte. Un lungo rapporto del Parlamento pubblicato cinque anni fa è stato respinto dai cittadini di Beslan come un tentativo di insabbiare la vicenda perché non è riuscito in alcun modo ad attribuire una qualche responsabilità al governo russo.
Nel 2005 Nurpashi Kulayev, un falegname ceceno disoccupato, l’unico terrorista catturato vivo, è stato condannato all’argastolo. Si pensa che, contrariamente alle assicurazioni delle autorità, alcuni terroristi siano riusciti a fuggire. Un processo nei confronti di tre funzionari di polizia locali accusati di negligenza si è concluso con l’amnistia senza che gli imputati testimoniassero in pubblico. Non un solo funzionario dello Stato si è dimesso o è stato licenziato come conseguenza del peggior attacco terroristico della storia russa. Al contrario, alcuni alti ufficiali locali della sicurezza sono stati promossi. E questo nonostante il fatto che gli avvertimenti della polizia su un imminente attacco terroristico, fatti due settimane prima del sequestro della scuola, non avessero portato ad alcun rafforzamento delle misure di sicurezza.
Perché le segnalazioni sono state ignorate, si chiedono ancora senza avere risposta molte famiglie delle vittime? Perché i russi non riuscirono nemmeno a negoziare con i terroristi e quali concessioni era pronto a fare il Cremlino? E, soprattutto, chi o che cosa causò le due fatali esplosioni che hanno portato al massacro?
Per tutto il tempo dell’assedio le autorità russe hanno mentito sul numero degli ostaggi, affermando che erano solo 300. I terroristi fecero i nomi di quattro alti funzionari dello Stato con i quali volevano parlare ma alla terza mattina del dramma nessuno di loro si era presentato alla scuola. Frustrati, i membri del commando che avevano già ucciso numerosi uomini prigionieri e li avevano gettati fuori da una finestra – smisero di dare da bere agli ostaggi. I prigionieri, nel caldo soffocante, finirono per bere la propria urina.
«Di chi è la colpa per la morte di tanti bambini?», ha chiesto Susanna Dudiyeva, che ha perso suo figlio di 13 anni, Zaur, e ora è a capo del comitato Madri di Beslan, che sta facendo pressioni sulle autorità per avere risposte. «Per me diventa più difficile ogni anno perché più passa il tempo, più penso a come mio figlio morto sarebbe stato adesso», racconta. E aggiunge: «Questa è una città profondamente traumatizzata, dove molti uomini si sono dati al bere dopo la tragedia perché non potevano far fronte al senso di colpa e alla sensazione di aver tradito i propri figli morti. Questo non sarà mai più un posto normale. Io per prima non riesco a venire a patti con la morte di mio figlio. È per questo che mi batterò fino alla fine per la verità». Dudiyeva ha incontrato sia Vladimir Putin sia Dmitry Medvedev, suo successore alla presidenza, ma sente che entrambi i leader l’hanno illusa.
Sospesa nel tempo, la scuola è ancora come dopo il massacro, al tempo stesso memoriale e simbolo struggente delle divisioni della città. Gli ex ostaggi e i familiari delle vittime sono ancora divisi su cosa si debba fare dell’edificio attorno al quale quest’anno è stata costruita una struttura commemorativa. Molti pensano che avrebbe dovuto essere abbattuto, altri si piazzerebbero letteralmente di fronte al bulldozer per salvarlo.
Grandi chiazze carbonizzate sul pavimento in legno della palestra segnano ancora chiaramente il punto dove alcuni degli ostaggi sono morti bruciati nel rogo seguito all’esplosione. Tutto intorno, ordinatamente disposti in file sulle pareti annerite e crivellate di proiettili della palestra, sono appesi i ritratti delle vittime. Fiori e ghirlande, candele e peluche circondano la palestra, insieme alle bottiglie di acqua minerale e a lattine di bibite lasciate in memoria dei bambini morti assetati perché i terroristi negarono loro l’acqua. Le pareti sono coperte di messaggi scritti a mano, versi e poesie che piangono i morti. Una grande croce ortodossa di legno si erge al centro della palestra. E’ un luogo straziante e commovente.
Il senso di colpa dei sopravvissuti ha avuto un effetto velenoso sulla psiche della città. I genitori sono perseguitati dalla sensazione di aver tradito i loro figli morti, i giovani sopravvissuti devono fare i conti con la morte di fratelli e amici, così come con l’onnipotente culto della personalità che hanno lasciato in eredità. In alcuni casi i genitori, senza volerlo, dimostrano più amore per il loro bambino morto che per quelli vivi.
Nonostante le tensioni e le divisioni, la gente di Beslan ha mostrato notevole capacità di recupero, dignità e autocontrollo. I timori che il dolore della città potesse risolversi in una sanguinosa vendetta non si sono avverati. In sette anni, più di 50 nuovi bambini sono nati nelle famiglie colpite dalla tragedia. Elena e Yuri Zamesov hanno avuto tre maschietti dopo la morte dei loro figli, Natalia, di 12 anni, e Igor che ne aveva dieci. «Avere altri bambini ci ha regalato gioia e ci ha un po’ distratti, ma non ha in alcun modo diminuito il mio dolore», dice Elena. «Dicono che il tempo guarisce. La verità è che peggiora le cose. Mi pare di impazzire quando mi immagino quello che i miei figli hanno passato in quei tre giorni. Solo chi ha perso un bambino può davvero capirci».
Ma ci sono altri, come Kaspolat Ramonov che ha perso sua figlia quindicenne, Marianna, e ha dedicato la sua vita a custodirne il corpo. Alla lettera. Dopo la sua morte, Ramonov vegliò la tomba della figlia giorno e notte, in una sezione speciale del cimitero della città dove sono stati sepolti tutti i bambini uccisi nell’attacco terroristico, un luogo che ora viene chiamato «la città degli angeli» e dove praticamente ogni lapide è coperta di giocattoli. Iniziò pian piano ad occuparsidel cimitero fino a quando cinque anni fa è stato nominato ufficialmente suo custode. Conosce intimamente la storia di ciascuna vittima sepolta lì. Se una madre ha bisogno di lasciare la città per un paio di giorni, Ramonov parla alla tomba del suo bambino. «Non ti preoccupare, dico, tua madre tornerà presto e ti sta pensando», spiega. «Questo non è un lavoro», aggiunge. «Io vivo qui per badare ai bambini».

La Stampa 03.09.11

«L’Italia è in pericolo, un nuovo governo o non ce la faremo», intervista a Pier Luigi Bersani di Simone Collini

Il segretario del Pd «Con questa manovra abbiamo la prova, l’esecutivo Berlusconi non è credibile. Allo sciopero della Cgil saremo presenti»
. In queste ore siamo a un punto di svolta, purtroppo drammatico». Pier Luigi Bersani parla mentre la Borsa chiude su un brutto -3,9%, mentre l’Ue esprime perplessità sulle misure anti-evasione e mentre torna a volare lo “spread” italiano, una parola che nelle ultime settimane purtroppo tutti hanno imparato a conoscere. «Questa manovra e questo governo non sono credibili. Siamo in piena emergenza e noi siamo disponibili ad assumerci le nostre responsabilità in Parlamento per cercare di migliorare le norme nel senso della credibilità, dell’equità e della crescita. Ma serve un cambiamento del quadro politico, altrimenti tutto è vano».
Non è la prima volta che formula un simile ragionamento.
«È vero, noi diciamo ormai da oltre un anno che il problema politico è nel cuore stesso dell’emergenza economica e finanziaria, perché chi ci ha portato fin qui, sul fronte più esposto, non è in grado di dire al Paese che c’è una crisi e che c’è bisogno di uno sforzo collettivo dove chi ha di più deve dare di più. E lo abbiamo detto non da oppositori, ma da italiani consapevoli. Ci siamo rivolti già un anno fa con un appello a tutte le forze delle classi dirigenti, abbiamo detto chi sa parli, perché rischiamo il botto. Adesso però abbiamo la prova, con questa manovra, che non abbiamo un governo credibile».
Cosa pensa possa succedere nelle prossime settimane?
«Difficile dirlo, ma quel che so è che siamo sull’orlo di una situazione drammatica e abbiamo un governo e una maggioranza che non se ne rendono conto. Per questo noi siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità in un passaggio che affronti davanti ai mercati l’emergenza, ma questo dentro un percorso di cambio politico, perché altrimenti siamo da capo».
Cosa significa, concretamente?
«Che noi in Parlamento ci confrontiamo sulle nostre proposte, che siamo anche pronti a rafforzare di fronte all’aggravarsi della situazione. Ma chiediamo che si apra una prospettiva nuova. Serve un governo di transizione con figure autorevoli, credibile agli occhi del mondo, che approvi una nuova legge elettorale e che fissi un appuntamento più ravvicinato per le elezioni, nella primavera prossima. Noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità».
Perché questo suo messaggio dovrebbe essere raccolto?
«Perché altrimenti tra poco non sarà più soltanto questione di attacchi
speculativi. L’Europa, la Bce, i mercati valutano che non stiamo affrontando il problema. Si aspettano che andiamo a prendere i soldi dove sono, mentre il governo pensa che si possano tagliare 20 miliardi sull’assistenza, il che pone un problema di credibilità prima ancora che di equità. E non si può pensare di prendere i soldi da chi non ne ha. Questo governo si accapiglia su minutaglie, su misure che valgono 2 o 3 miliardi quando la manovra dovrebbe essere di 55 e in realtà è piena di buchi. Vanno al ribasso perché siamo al si salvi chi può e non c’è nessuna misura che abbia il sapore di un approccio riformatore. Ma così provocano discredito e sfiducia su quello che invece possiamo fare. Se non ci sarà una svolta questo lo pagheremo». La maggioranza le darà dell’allarmista…
«Nessun allarmismo, è la realtà. Il mese di settembre è molto delicato. I compratori dei buoni del tesoro sono per il 40% stranieri. Il nostro “spread” ha superato quello della Spagna, che ha avuto il merito di aver preso atto di un problema politico e ha anticipato le elezioni per consentire una ripartenza. E a questo punto si trova in una situazione migliore della nostra».
Ma a chi è rivolto questo ragionamento, se il premier vi ha accusato di essere “criminale e anti-italiana”? «Affermazioni irresponsabili e sconsiderate di uno che è parte rilevante del problema e che dimostra con questo di non poter essere la soluzione. Io parlo a tutte le forze di opposizione ma anche, se esistono, a forze della maggioranza che non possono non vedere che siamo nell’ingovernabilità e che quindi devono promuovere atti di apertura al cambiamento. E infine mi rivolgo a chi può dare una mano nell’ opinione pubblica, nel mondo dell’ economia, tra le forze sociali, affinché ci si pronunci sulla necessità di affrontare l’emergenza chiamando tutti alla responsabilità, ma in un percorso di cambiamento politico che appaia credibile agli occhi del mondo».
Citava le forze sociali: il Pd sarà allo sciopero generale indetto dalla Cgil? «Noi saremo presenti, con dirigenti e militanti, in tutti i luoghi in cui si criticherà la manovra e si chiederanno più credibilità, equità e misure per la crescita, allo sciopero della Cgil come ad altre manifestazioni. Aggiungo che in
una emergenza del genere diremo sempre che una convergenza delle forze sociali, come quella dell’accordo del 28 giugno, è un bene prezioso su cui, fossimo stati al governo noi, avremmo fatto fiorire una nuova fase di concertazione. Questo governo invece ha introdotto nella manovra un articolo, l’8, che non c’entra niente col resto del decreto e che va rimosso, per ripristinare lo spirito e il valore dell’accordo tra le forze sociali».
Ha insistito molto sulla parola «credibilità»: c’è il rischio che il caso Penati abbia ripercussioni sul Pd?
«È una vicenda dolorosa, ma è anche l’occasione per fare una riflessione ulteriore non solo sul nostro diverso modo di procedere rispetto alla maggioranza, fatto di fiducia nella magistratura, passi indietro, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma anche sul fatto che dobbiamo mettere ogni impegno nel migliorare l’esigibilità dei nostri codici etici e del nostro Statuto. E ci stiamo lavorando. Ma la nostra gente ci chiede anche di reagire a teorie che vanno oltre le legittime critiche, e che descrivono il Pd come un corpo malato. Abbiamo fatto partire un po’ di denunce. Né accettiamo che si faccia di tutta l’erba un fascio e che si indebolisca per questa via l’unico strumento che gli italiani hanno per il cambiamento».
Qual è la posizione del Pd sul al referendum per il ritorno al Mattarellum? «Partiamo dal fatto che abbiamo una nostra proposta di legge elettorale. Non è il Mattarellum, di cui abbiamo visto i limiti dal punto di vista della governabilità. Però siamo amichevoli verso un’operazione referendaria che ha come obiettivo essere uno stimolo a cambiare la legge elettorale».
Cosa vuol dire concretamente essere «amichevoli»?
«Che senza mettere il cappello sopra questo referendum ospitiamo nei nostri luoghi, a cominciare dalle Feste, i comitati referendari. A un partito tocca proporre soluzioni in Parlamento e stiamo chiedendo la calendarizzazione della riforma insieme al dimezzamento del numero dei parlamentari, che sono elementi distintivi della nostra operazione istituzionale».
Nelle ultime ore c’è un fiorire di candidature, da Renzi a Profumo e forse Montezemolo: cosa ne pensa?
«Di fronte ai problemi drammatici che ha l’Italia non ci sono scorciatoie. Tutti sono benvenuti, tutti possono dare un contributo alla politica, purché si scelga una prospettiva e un campo e non si conceda niente a ipotesi personalistiche e semplicistiche, che ci hanno portato un mare di guai. Siamo aperti al confronto con tutti ma non si pensi di fare a meno del Pd o di ridurlo a salmeria. Questa è una prospettiva irrealistica. Non per il Pd, ma per il Paese».

L’Unità 03.09.11

"L'autunno che verrà. La crescita che non c'è e il sogno di una strategia alla tedesca" di Franco Mosconi*

“Idee. Innovazione. Prosperità. La strategia high-tech 2020 per la Germania”: è proprio impensabile che l’Italia faccia quello che i tedeschi propongono per la crescita? E’ ora che anche da noi si metta in campo una politica industriale in linea con l’Europa e in grado di concentrare le poche risorse disponibili su grandi progetti. L’allarme lanciato sulla nuova manovra dalla Banca d’Italia con l’audizione in Parlamento di Ignazio Visco («occhio ai saldi e alla crescita», scriveva a commento questo giornale martedì scorso) va preso molto sul serio. Non può essere ridotta – è l’argomentazione del Vice direttore di Via Nazionale – l’entità complessiva dell’aggiustamento dei costi, ma occorre anche associare al riequilibrio «una politica economica volta al rilancio delle prospettive di crescita della nostra economia». Già, la crescita. Che anemica di suo (intorno all’1% da anni) viene continuamente rivista al ribasso: da ultimo, con le stime di inizio settimana dell’FMI (0,8 e 0,7% per il 2001-2012).

È un po’ come dire che piove sul bagnato. Possono dirsi queste bad news totalmente inattese? No, se guardiamo a un paio di apprezzati indicatori che anticipano la congiuntura, quali l’«€-coin» della Banca d’Italia e il servizio di stima preliminare «Now Casting» di Lucrezia Reichlin et al. Il primo è calato in misura marcata in agosto: infatti €-coin è sceso allo 0,22% (dallo 0,45 di luglio), accentuando il calo segnato nei due mesi precedenti (ancora in primavera era intorno allo 0,60); il secondo segnalava una frenata dell’economia già da maggio. Se ci trasferiamo in Germania notiamo come l’indice IFO – il principale indice di fiducia delle imprese tedesche – sia calato di 4,2 punti nella rilevazione di agosto, che è il maggior calo dal novembre 2008.

E così potremmo continuare passando in rassegna altri indicatori quali-quantitativi. Non muterebbe però la sostanza del discorso che è quella di un generale arretramento delle economie europee. Che autunno dunque ci aspetta? L’autunno del nostro scontento? Certo, le difficoltà che si sono materializzate nel secondo trimestre dell’anno anche per l’economia tedesca (si v. il “Filo Diretto” di Franco Locatelli con Paolo Onofri di Prometeia, “First on Line”, 16/08/2011) pongono non pochi problemi per il futuro prossimo della nostra industria. Non bisogna dimenticare che la Germania è il nostro principale partner commerciale, e che la straordinaria forza delle grandi imprese tedesche attive sui nuovi mercati asiatici mette in moto, lungo la filiera, tante produzioni italiane (in primis, nella meccanica).

Se a ciò uniamo le ormai storiche debolezze strutturali del nostro apparato produttivo, il quadro che ne emerge è tutt’altro che roseo. Ma il pregio delle imprese che sono esposte alla concorrenza internazionale – e la manifattura italiana ricade in questa categoria – è che non alzano facilmente bandiera bianca: cercano anzi di competere con tutte le loro forze sui mercati globali, e non accidentalmente i risultati per il made in Italy non sono mancati, anche in tempi recentissimi. Ora, in un Paese che si confronta con questa situazione, due fatti destano meraviglia: possiamo chiamare il primo «di pensiero», il secondo «di policy». Vediamoli sinteticamente. Il primo ci dice che nel discorso pubblico la questione della competitività della nostra industria ha sì guadagnato qualche posizione rispetto agli anni delle lodi sperticate all’economia di carta, ma non è ancora la questione fondamentale che invece dovrebbe essere.

È un po’ tutta la classe dirigente del Paese (compreso il mondo accademico) che ne porta la responsabilità: per molti anni – per non dire decenni – la manifattura non era più di moda e pochissime voci si sono levate per contrastare, anzitutto dal punto di vista culturale, questo colossale abbaglio. Il crac finanziario del 2008 sembrava aver riportato in auge l’economia «reale», ma alla fine della fiera più a parole che nei fatti. Eccoci così condotti alla seconda questione, quella che ha a che fare con le politiche pubbliche. A distanza di tre anni dal crac e dalla dimostrazione che senza una forte industria manifatturiera non si costruisce su solide basi la crescita di un Paese, a distanza di tre anni – dicevamo – non vi è neppure la più pallida attuazione di una Politica industriale nazionale concertata con la UE.

Il decreto per la correzione dei conti di Ferragosto e la sua nuova versione uscita da Arcore non sfuggono, ahinoi, alla regola. Può un paese come l’Italia, che come ricorda il Centro Studi di Confindustria è la seconda manifattura d’Europa e fra le primissime al mondo, permettersi questa totale dimenticanza? Le politiche per la crescita – come da più parti è stato annotato – rappresentano il grande assente di questa manovra. E fra le politiche pro-crescita, è bene non dimenticarlo, vanno annoverate le Politiche industriali: quelle nuove e moderne, che hanno in Dani Rodrik, Philippe Aghion e Ha-Joon Chang tre dei più autorevoli proponenti (e parliamo di tre economisti di livello internazionale). E se proprio l’espressione non piace perché richiama alla mente le Politiche industriali per settori degli anni ’70 e ’80 (quel «picking the winner» di non proprio brillante memoria), si può sempre optare per un’espressione come quella usata in un suo documento ufficiale del 2010 dal governo federale tedesco: «Idee. Innovazione. Prosperità. La strategia high-tech 2020 per la Germania».

L’approccio non è per singoli settori ma per cinque «tecnologie chiave»: clima/energia; salute/nutrizione; mobilità; sicurezza; comunicazione. Un’imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze per finanziare un piano di questo tipo sarebbe stata fuori dal mondo? Crediamo proprio di no, tanto più che c’era il precedente di «Industria 2015» voluto dal Governo Prodi nel 2006 da riprendere e sviluppare, non già da abbandonare. Sempre dalla Germania ci viene l’esperienza della grandi società scientifiche, fra le quali le due più conosciute: Max Planck e Frauenhofer. La nostra situazione, al contrario, non potrebbe essere più irrazionale. Facciamo due soli esempi. A livello locale, noi continuiamo ad avere venti (frammentate) Politiche industriali regionali, ognuna con i suoi Enti di trasferimento tecnologico, nonché migliaia di Società pubbliche a partecipazione regionale, provinciale e comunale operanti in svariati campi dell’economia: la sommatoria delle prime non fa un Politica industriale nazionale a tuttotondo da far valere anche sui tavoli di Bruxelles; le seconde andrebbero in una misura non piccola privatizzate sia per recuperare preziose risorse sia per provare a mettere la parola fine alla commistione affari-politica che sta imperversando nel Paese.

A livello nazionale – siamo al secondo esempio – continuiamo ad avere enti come il Cnel per il quale la manovra ha decretato solo un modesto taglio, mentre assai più decisa e rigorosa è la proposta di Nicola Rossi per la sua abolizione (“Corriere della Sera”, 20 agosto). E gli esempi potrebbero continuare. In conclusione, l’imperativo categorico dovrebbe essere quello di concentrare le risorse in grandi progetti strategici per la formazione di capitale umano e fisico, unendo in questo sforzo le risorse oggi assorbite – vuoi a livello nazionale, vuoi a livello locale – dalle ormai irrazionali (e superate dai tempi) istituzioni, leggi e società più sopra richiamate; o, almeno per cominciare, da alcune di esse. Sarebbero per primi l’industria manifatturiera italiana e le connesse attività di servizio esposte alla concorrenza a trarne giovamento, e quindi la crescita economica del Paese.

A ben vedere, sarebbero i giovani i principali destinatari di un grande progetto di ricerca applicata e trasferimento tecnologico condotto in partnership fra Stato centrale e Regioni nell’ambito delle politiche comunitarie (pensiamo anche a «Europa 2020»). Dare qualche speranza e infondere fiducia nel futuro restano, alla fin dei conti, i primi ingredienti per scongiurare la stagione – autunnale o invernale che sia – del nostro scontento.

* Docente di Economia industriale dell’Università di Parma

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“La Via (Nuova) del Made in Italy, Conquistare il Low Cost”, Dario Di VIco

Hans-Werner Sinn, il severo economista tedesco di casa al workshop Ambrosetti, lo ha scandito due volte perché l’uditorio capisse bene. «Cari italiani, avete prezzi troppo alti, dovete invece diventare un Paese a basso costo». Solo così riuscirete a vivere nell’euro senza patemi. La riflessione di Sinn, o se preferite il monito, è a largo raggio e investe, per sua stessa precisazione, i prezzi degli immobili, dei salari e dei prodotti. Ma se ritoccare all’ingiù le paghe degli operai italiani è lunare perché non concepire un prodotto made in Italy più democratico, più alla portata di tutte le borse? Il dibattito sulle conseguenze della nuova fase della Grande Crisi finora è rimasto confinato alla finanza pubblica, si è esteso tutt’al più alle variabili macroeconomiche ma non ha ancora lambito i comportamenti e le strategie del nostro sistema di imprese.
Sappiamo di sicuro che le aziende italiane negli anni che sono passati dal 2008 ad oggi non sono state con le mani in mano, mentre si battevano per difendere palmo a palmo le quote di mercato avviavano in fabbrica una ristrutturazione permanente che ha permesso loro di diventare più snelle, più efficienti. Hanno tagliato personale laddove era possibile, hanno applicato un pò di toyotismo, hanno raggiunto accordi per incrementare la produttività e tagliare l’assenteismo, hanno razionalizzato la filiera dei fornitori e, i più bravi, ottimizzato anche la gestione dei flussi finanziari. Ma tutto ciò potrebbe non bastare soprattutto a quelle imprese (moltissime piccole e medie) che esportano poco e sono giocoforza concentrate sul mercato interno. Da qui la necessità di riflettere sulla strategia di prezzo per presentare al pubblico un’offerta segmentata, in cui accanto al made in Italy di prima fascia possa prendere corpo un secondo prodotto nazionale di buona qualità ma a prezzi più contenuti.
È chiaro a tutti che la dinamica dei redditi in Italia è ferma e chi ha provato a fare qualche simulazione è arrivato alla conclusione che ci saranno almeno 15 milioni di famiglie con un introito mensile tra i 1.500 e i 1.800 euro. Si tratta di ceto medio basso, operai, giovani senza posto fisso e pensionati che trovano crescenti difficoltà a far quadrare i conti. E finora ci sono riusciti solo perché hanno intaccato le riserve di risparmio. Questi consumatori oggi se hanno necessità di mobili e arredo a basso costo vanno dalla svedese Ikea, se vogliono una felpa vanno dai francesi di Decathlon, se necessitano di cure dentistiche bussano dagli spagnoli di Vitaldent e se hanno bisogno di un parrucchiere si rivolgono ai negozi cinesi (tariffa 6 euro) spuntati come funghi nelle grandi città. Un buon prodotto o servizio low cost, in genere, riesce ad allargare addirittura il mercato e il caso di scuola è sicuramente quello delle linee aeree, che grazie al prezzo contenuto hanno fatto volare consumatori che altrimenti non l’avrebbero fatto.
Per praticare al pubblico prezzi bassi senza fare dumping o chiudere bottega il giorno dopo ci vuole un’ottimizzazione dei processi industriali e di quelli distributivi. È un’altra porzione di quella ristrutturazione permanente di cui abbiamo parlato. Alla fine se il prezzo sarà basso, la cultura aziendale dovrà comunque essere d’eccellenza perché si dovranno tagliare tutte le inefficienze e gli sprechi. Casi di imprese italiane che si stanno muovendo su questa strada ne esistono e gli addetti ai lavori fanno due nomi prima degli altri, Oviesse e Calzedonia, ci sono però interi settori nei quali manca per ora un’offerta di made in Italy democratico. Per citarne alcuni sicuramente l’edilizia residenziale, gli alberghi e le calzature. Eppure non è stato sempre così, basta pensare che i nostri albergatori della riviera romagnola sono stati quelli che hanno inventato le vacanze a basso costo, che hanno portato in Italia migliaia di connazionali di Sinn e che lo hanno potuto fare proprio grazie a un’ottimizzazione degli acquisti e a una standardizzazione delle procedure ante litteram.

Il Corriere della Sera 03.09.11