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"Scuola, bilancio di tre anni con luci e tante ombre", di Manuela Ghizzoni

Nei prossimi giorni si aprirà un anno scolastico carico di problemi per la condizione della scuola pubblica e per la situazione generale del nostro Paese. È forse il momento di fare un bilancio del triennio che ci lasciamo alle spalle, nel corso del quale gli uffici periferici dello Stato e il mondo della scuola hanno dovuto fronteggiare la più pesante, e dannosa, operazione chirurgica portata ai danni del corpo della scuola pubblica nel dopoguerra. Bene ha fatto il prof. Malaguti, nel ripercorrere la sua esperienza triennale di dirigente scolastico, a richiamare il Rapporto sulla qualità di Tuttoscuola che vede balzare dal 16° al 6° posto la scuola modenese. Ma questo merito va attribuito a chi, ogni giorno, con fatica e passione, nella scuola e per la scuola lavora, e al contributo che la società e gli enti locali modenesi hanno dato per garantire gli alti standard raggiunti in anni di proficua collaborazione. Meriti non certamente attribuibili a chi in questi anni ha pensato che la scuola fosse un bancomat per risolvere i problemi di finanza pubblica. Non si tratta di un’opinione, ma di ciò che emerge dalla lettura corretta e complessiva del rapporto Tuttoscuola . Mentre siamo primi assoluti, su cento provincie, nell’impegno di spesa degli Enti locali per l’istruzione, nel rapporto figurano altri indicatori che ci spingono in fondo alla classifica e che sono riconducibili alle politiche del Governo. Ad esempio, per quanto riguarda il numero di alunni per classe risultiamo terzultimi. Così accade per lo stato di precarietà del personale. In questa non gratificante classifica siamo penultimi. In altri termini, se possiamo vantare con orgoglio i risultati di Tuttoscuola, lo dobbiamo in gran parte all’impegno delle istituzioni locali e molto meno alle scelte del ministro Gelmini, che si riflettono viceversa con particolare pesantezza sul nostro territorio. E le cose sono destinate a peggiorare, poiché di manovra in manovra il Governo si è accanito contro gli Enti locali e le loro risorse, mentre proseguono gli effetti della riduzione degli organici scolastici decisi nel 2008 (87.000 posti cancellati), così che nell’anno scolastico che si sta avviando registreremo un ulteriore incremento del rapporto alunni per classe nonchè la riduzione sul cosiddetto “tempo scuola”. Rispetto a questo indicatore di qualità scendiamo in classifica, passando dalla sesta alla settima posizione, eil futuro si annuncia fosco: lo testimoniano, ad esempio, la scomparsa di 80 classi a tempo prolungato nelle scuole medie, mentre le 3 classi in più a tempo pieno ovviamente sono insufficienti a soddisfare le domande e soprattutto non compensano la progressiva cancellazione delle esperienze di tempo scuola “luogo”, a 33/36 ore, nella primaria. Anche Malaguti ha riconosciuto queste ombre e non credo che possa bastare, per valutare l’operato della Gelmini, sventolare il voto in condotta o le ore scolastiche di 60 minuti, elementi di corredo rispetto all’azione pervasiva operata dal ministro contro la capacità della scuola di assolvere realmente alla propria funzione costituzionale. Per non parlare del gravissimo e annoso problema del precariato o della scandalosa situazione dei dirigenti scolastici, su cui attendiamo ancora una risposta dal ministro che abbiamo interrogato nel lontano marzo. Per il prossimo anno quasi la metà dei presidi dovrà svolgere doppio incarico e ciò andrà a detrimento dell’organizzazione e del buon funzionamento delle scuole. In conclusione, se vogliamo fare un bilancio su questi anni, non facciamo come lo stolto che guarda il dito mentre il saggio indica la luna.

La Gazzetta di Modena 04.09.11

"La bellezza e i barbari", di Corrado Augias

Qualche pezzo d´orecchio staccato, può sembrare poca cosa. Possiamo dirci: si riparerà. Non è così. Suona forte l´allarme per un problema ormai cronico e che, a volerlo affrontare senza ipocrisie, è questo: molte nostre città, Roma in particolare, sono disseminate di capolavori, grandi e piccoli ma tutti significativi. Per secoli queste opere sono rimaste affidate alla pubblica fede, all´aura della loro provenienza e del loro passato che in qualche modo le proteggeva. Quell´aura non c´è più, è svanita. Le opere, grandi o piccole, non sono più esposte alla pubblica fiducia ma al rischio del pubblico oltraggio. Diciamo la verità, sgradevole o scorretta che sia: molti italiani non si meritano più le città che abitano.
Vogliamo tentare un elenco? La fontana dei cavalli marini, a villa Borghese, è stata danneggiata tempo fa da un´auto che è entrata di notte a tutta velocità nella vasca spezzando le zampe a un cavallo. Possiamo immaginare chi fosse alla guida e in quali condizioni. La stessa villa è disseminata di statue neoclassiche. Sono state quasi tutte decapitate e molte sono rimaste così; le poche teste che si vedono sono quasi sempre repliche in gesso. La balaustra in travertino che fronteggia l´Accademia britannica a valle Giulia per tre volte è stata sfondata dalle solite vetturette ubriache che girano di notte. Le prime volte è stata restaurata; poi non più, da anni il buco è tamponato da quattro ponteggi rugginosi e qualche tavolaccia da cantiere. L´obelisco Flaminio a piazza del Popolo, il secondo più antico della città, arrivò a Roma nel 10 d.C. per ordine di Augusto dopo la battaglia di Azio. I tifosi che escono dallo stadio lo hanno più volte ricoperto di scritte con le bombolette azzurre. La bella fontana della Najadi a piazza Esedra è stata danneggiata da un ubriaco; i busti degli eroi risorgimentali al Gianicolo, e quelli del Pincio, sono stati più volte deturpati, rovesciati, mutilati, così le erme di villa Sciarra; il mosaico del Gladiatore sull´Appia antica è stato semidemolito da qualche bruto; i gradini di una delle scalinate più famose del mondo, quella di piazza di Spagna, vanto ed emblema della città, appaiono in più punti spezzati o scheggiati.
Il travertino è una pietra porosa e fragile, ci vuol poco a sconciarlo. Specie se si permette a qualche imbecille di percorrerli in automobile com´è avvenuto; uguale sorte del resto è toccata all´adiacente scalinata di piazza Mignanelli, lì con l´aggravante che si trattava di un film e che la troupe aveva regolare permesso rilasciato dal Comune. Vennero girati diversi ciak, ad ogni ripresa l´auto veniva giù a rompicollo e saltava qualche pezzo di gradino. All´angolo tra via Canova e via delle Colonnette sorge un basso edificio che è stato uno degli studi di Canova. Sui muri sono infissi piccoli resti di sculture romane, dal doppio valore: quello dell´antichità e quello neo-classico. Alcune sono state smurate e rubate.
Volendo si potrebbe continuare, purtroppo.
Si può fare qualcosa per arrestare questo lento scempio? Non lo so. L´amministrazione comunale certo non aiuta. Vero che non si può mettere un carabiniere per ogni angolo artisticamente pregevole, anche vero però che luoghi-simbolo come piazza Navona o la scalinata di piazza di Spagna dovrebbero essere sorvegliati con più severità. Invece non si riesce nemmeno ad arrestare il passaggio e la sosta delle auto in luoghi dove non dovrebbero proprio arrivare. Per altro verso sarebbe ingiusto scaricare l´intera colpa sull´amministrazione della città. Troppo vasto il fenomeno, troppo numerose le cause che lo determinano. L´incultura, l´aggressività, la circolazione notturna di alcol e droghe, l´inconsapevolezza di troppi che non si rendono nemmeno conto di quale tesoro siano molte nostre città, Roma più d´ogni altra. Quale delitto rappresenti sconciare con una bomboletta spray pietre cariche di millenni, demolire con una sbadata manovra in auto la cantonata di un palazzo, mutilare per una stupida bravata un´erma o un´antica tomba. Ho sfogliato i giornali degli anni passati. Ho visto i fieri propositi di varie amministrazioni dopo ogni colpo: faremo, impediremo, proporremo, provvederemo. Parole al vento, nessuno ha fatto, nessuno ha provveduto. Forse era troppo difficile, forse è mancata l´energia. La sola verità è quella che già Marcel Proust aveva denunciato un secolo e passa fa: “I veri popoli barbari non sono quelli che non hanno mai conosciuto la grandezza ma quelli che, avendola conosciuta in passato, non sono più in grado di riconoscerla”.

La Repubblica 04.09.11

"Un piano per il lavoro", di Laura Pennacchi

Ci si chiede se i leader mondiali, rinunziando a dare assoluta priorità alla tematica della crescita, non stiano sottovalutando la gravità, la durata, la strutturalità della crisi globale. Obama è l’unico che prepara, nell’anniversario del Labor day, misure per un rilancio della crescita. Nel frattempo politiche restrittive e recessive vengono adottate simultaneamente dai governanti europei, con il governo Berlusconi in cima alla classifica per la tragicomicità della manovra, giunta alla sua quarta convulsa riscrittura. Il fatto è che in tutto l’Occidente una disoccupazione persistentemente molto elevata (22,7 milioni i senza lavoro in Europa, 14 milioni negli Usa) segnala che uscire dalla recessione si sta rivelando molto più difficile del previsto, poiché, se la domanda aggregata crolla, il settore immobiliare declina e i consumi flettono, anche la liquidità creata da politiche monetarie accomodanti non prende la via degli investimenti. Non a caso Bernanke, presidente dell’americana Fed, all’incontro annuale di Jackson Hole di qualche giorno fa, nel ricordare che «politiche a breve per rilanciare la crescita e rimettere la gente al lavoro diventano centrali per il successo di lungo periodo», ha insistito che «seppure la questione della sostenibilità fiscale debba essere affrontata con urgenza, i politici preposti alle decisioni in materia non dovrebbero ignorare la fragilità dell’attuale ripresa economica». Il punto è che per prendere sul serio la fragilità dell’economia reale mondiale serve un grande salto culturale per affrontare la questione del lavoro, della crescita e degli investimenti in termini innovativi, sottratti agli stereotipi convenzionali dell’ortodossia neoliberista. Qui ci soccorrono le avanzate impostazioni, che puntano sulla creazione diretta di lavoro da parte di agenzie pubbliche, di due studi americani che si basano sull’assoluta importanza attribuita agli investimenti, al punto che si chiede che l’intera politica federale sia «investment-oriented» e capitoli dei rapporti si intitolano «The virtues of public investment». La convinzione è che il job gap non sia soltanto un effetto della recessione: una volta stabilitosi esso diventa un meccanismo autoperpentuantesi che ostacola il processo della ripresa economica (frena il mercato degli immobili e l’industria delle costruzioni, forza all’attesa i consumi, costringe all’immobilismo il settore dei beni capitale, mantiene la finanza nella riluttanza a concedere prestiti). Se negli Usa il programma Arra di 787 miliardi di dollari del 2008 ha generato 3-4 milioni di posti di lavoro, ce ne vorrebbe il doppio per creare i 6-8 milioni di posti oggi necessari per portare il tasso di disoccupazione al 5%. Ma questa via molto costosa per generare lavoro può essere sostituita da una strategia più efficace che «spinga le persone al lavoro come mezzo di nutrimento della crescita». Cioè per produrre una «ripresa trainata dal lavoro» piuttosto che una «ripresa senza lavoro». Si tratta di una scelta che punta a creare lavoro per i disoccupati direttamente in programmi di impiego pubblico che producano beni e servizi utili. Questa politica – l’uso del denaro pubblico per finanziare programmi diretti di job creation – crea molto più lavoro e in tempi più rapidi rispetto a politiche similari: a parità di risorse impiegate, fino a 10 volte di più delle scelte di stimolo fiscale indifferenziato (per esempio i tagli di tasse dell’era di Bush) e da 2 a 4 volte di più delle opzioni di trasferimento monetario (come l’incremento degli ammortizzatori sociali o la riduzione dei contributi sui lavoratori). Back to Work calcola che, al costo netto di soli 28,6 miliardi di dollari (46,4 miliardi al lordo), un programma di diretta job creation amministrato dal governo americano potrebbe creare un milione di posti di lavoro temporanei aggiuntivi, con un effetto moltiplicatore di altri 414.000 posti al di fuori del programma. L’indicazione della varietà di strutture amministrative che dovrebbero concorrere al programma è esplicitamente ispirata all’esperienza del New Deal. Allora la maggior parte delle iniziative di creazione di lavoro venne promossa dal governo federale, ma fu sponsorizzata dai governi locali e da agenzie federali e intrapresa anche da organizzazioni non governative. I programmi vennero modellati sulla base delle esigenze delle comunità e ottennero eccezionali. «Back to Work», alla domanda se non esista il rischio che simili progetti degenerino nella creazione di lavoro assistenziale, risponde che sì. Proprio per questo non bisogna desistere ma essere ancora più rigorosi nella costruzione dei programmi, senza rinunziare a sfidare i critici della creazione diretta di lavoro perché identifichino altre strategie che tuttavia forniscano una combinazione di benefici analogamente espansiva. Ce n’è abbastanza per invocare anche in Italia un Piano straordinario per il lavoro ai giovani, nel cui finanziamento troverebbe la sua piena legittimazione una tassazione patrimoniale.

L’Unità 04.09.11

"La favola del premier generoso un uomo ormai sotto ricatto che funziona come un bancomat", di Liana Milella

E vabbè che l´Italia è il paese di Pinocchio, ma c´è un limite nel credere alle favole. Quella dei 500mila euro una tantum e dei 20mila mese fissi “regalati” dal Cavaliere all´imprenditore procura-femmine Tarantini, versati solo «per buon cuore», perché lui «ha i soldi» e «dà una mano a chi è in difficoltà», non sta proprio in piedi. È una “favola” a cui nessuno, che abbia senno, raziocinio, sale in zucca, può credere. Se il presidente del Consiglio, come argomentano i tre pm di Napoli Woodcock, Curcio, Piscitelli, è vittima di un estorsione del duo Lavitola-Tarantini, per certo essa è un´estorsione del tutto particolare. Dietro la quale, a scorrere il corposo dossier delle intercettazioni che reggono l´arresto di Tarantini, della moglie, e la caccia al latitante Lavitola, c´è il capitolo più disordinato della vita di Silvio Berlusconi, quello delle donne.
La favola della sua presunta generosità rivela e dimostra, mai prima come in quest´inchiesta della procura di Napoli, un unico fatto: Berlusconi è da tempo, proprio per via delle “femmine”, un uomo ricattabile. Quindi debole, quindi privo della trasparenza necessaria per sedere a palazzo Chigi e fare il premier. Il 13 luglio, alle 23 e 15, il Cavaliere dice a Lavitola: «Io sono assolutamente tranquillo…a me possono dire che scopo, è l´unica cosa che possono dire di me, è chiaro?». Ma è proprio qui il punto debole. Il suo punto debole. Con chi, e grazie a chi, il presidente del Consiglio frequenta le ragazze. È l´oggetto del processo Ruby a Milano. È stato il tormentone del suo rapporto con Noemi Letizia, quando non aveva ancora 18 anni. È il tema dell´inchiesta di Bari sul giro di escort dell´imprenditore barese Gianpaolo “Gianpi” Tarantini, una per tutte, Patrizia D´Addario. È quello di cui, per minuti e minuti, discutono al telefono Tarantini e il giornalista-facendiere Valter Lavitola, e poi Lavitola con la moglie di Tarantini Angela Devenuto, detta Nicla, detta Ninni.
Ragionano su come spillare soldi al capo del governo. Che è, per l´appunto, un uomo politico ricattabile. Il perché lo dice Tarantini stesso. Il 5 luglio, mentre parla con Lavitola su un cellulare panamense. «Ci sono delle telefonate tra me e le ragazze, in cui loro mi dicono che lui, il giorno prima, gli ha dato i soldi». Riferisce il brogliaccio della polizia che Lavitola fa cenno di non aver capito. E Tarantini, che nell´estate del 2008 tra palazzo Grazioli e Villa Certosa faceva divertire il premier con le squillo portate in auto dai vetri oscurati, ripete pari pari: «Ci sono delle telefonate tra me e le ragazze, nelle quali dicono che hanno ricevuto soldi da lui». Lavitola minimizza, cerca di rabbonire Tarantini che vuole ottenere sempre di più denaro da Berlusconi: «Lascia stare, non facciamo cose sbagliate. Sono regali, lui ha ammesso che ha dato i mille, i tremila euro, lascia stare…». Sa, Lavitola, che se Berlusconi dovesse essere incriminato per favoreggiamento alla prostituzione, cadrebbe di conseguenza anche la loro chance di ricattarlo, finirebbe il gioco di spaventarlo per poi mungerlo. Perché, è scontato, non farebbe più il premier.
Ma resta, a cambiare del tutto la storia dei processi su Berlusconi e le sue amanti, l´insistente refrain di Tarantini, quando parla dell´ultima informativa della Guardia di finanza, la più scottante, in cui, per la procura di Bari, sono state raccolte tutte le intercettazioni tra lui e Berlusconi. Non avrebbero dovuto farlo le Fiamme gialle, ma lo hanno fatto, e chissà se c´è un retroscena anche in questo. Ma Tarantini il 2 luglio, annuncia a Lavitola: «C´è un problema grosso…Hanno fatto un puttanaio…un putiferio…hanno trascritto tutto, cosa che non dovevano fare…le mie e le sue…il capo (ossia il procuratore di Bari Antonio Laudati, ndr.) stava cacato nelle mutande, ha detto “ti prego aiutatemi”…Non se la può più tenere questa cosa finale, la deve mandare avanti…e se va…dice che sono terrificanti».
«Terrificanti». Sta tutta qui la svolta. Investigativa. Mediatica. Politica. A volte un aggettivo può cambiare la storia dell´Italia. Sicuramente possono farlo intercettazioni che rivelano come il premier, a palazzo Grazioli e a villa Certosa, nelle residenze in cui abitualmente tiene i vertici politici, in cui ha invitato capi di Stato come Putin e Blair, ha ospitato pure le prostitute che ha lautamente pagato per i loro servigi. Ci ha passato anche un´intera notte, come con la D´Addario. Questo sanno Tarantini e Lavitola. Per questo lo chiamano, ci parlano, lo spaventano, gli agitano lo spauracchio dello sputtanamento mediatico, gli spillano quattrini. Questo rivela l´inchiesta di Napoli. Di questo dovrà parlare Berlusconi quando si sederà davanti ai pm Woodcock, Curcio, Piscitelli.
Berlusconi e le donne. Berlusconi e Lavitola. Berlusconi e le telefonate notturne. Berlusconi e i cellulari panamensi. Berlusconi e i soldi a Lavitola e Tarantini. Berlusconi e il futuro del Rubygate. Berlusconi e l´improvvisa accelerazione, a luglio, sulle intercettazioni. Giusto quando apprende che la Gdf ha sbobinato e raccolto le sue sciagurate conversazioni con Tarantini del 2008. Tanti capitoli di un unico libro, quello della sua ricattabilità. Scrivono i pm a proposito del suo rapporto con Lavitola che «non pare giustificato da incarichi politici o istituzionali, né da una sua collocazione nella galassia aziendale o nella famiglia». Eppure ecco i due al telefono il 13 luglio. «Eccomi» dice il Cavaliere. «Eccomi, ciao, dimmi» ripete. Sono le 23 e 15. Ora inusuale per una conversazione tra estranei. E di certo questa non lo è lo. Dura 13 minuti e 19 secondi. È quella in cui Silvio si sfoga sull´Italia «paese di merda», in cui annuncia «tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei». In cui Lavitola fomenta le paure per l´inchiesta sulla P4.
Una conversazione che passa sui famosi cellulari panamensi che Lavitola crede sicuri e non intercettabili. Che ha fatto consegnare anche a Berlusconi. Sono arrivati a palazzo Grazioli il 5 luglio. Lui, il presidente, usa un´utenza intestata a tal Ceron Caceres. Se ne vanta Lavitola: «Io parlo così con Berlusconi, parlo così con quelli della Cia, parlo così con chiunque…». È inevitabile chiedersi perché mai, se un presidente del Consiglio non ha nulla da nascondere, se non è ricattabile, si fa mandare, o quanto meno accetta di ricevere e poi di parlare su un´utenza mascherata. Certo è una domanda alla quale il Cavaliere non potrà non rispondere.
Così come dovrà spiegare perché alimentava Tarantini. Perché lui e Lavitola lo consideravano una sorta di bancomat. Perché la sua segretaria storica Marinella Brambilla, una in carico anche a palazzo Chigi, aveva licenza di concordare ripetutamente con Lavitola la consegna di «foto da stampare e da passare a ritirare». Dove «foto», prova l´inchiesta, sta per soldi. L´imprenditore barese è convinto di poter ottenere quello che vuole da Berlusconi. Il 17 luglio si vanta con Lavitola: «Mi fai andare a parlare con lui perché io sono sicuro che io e lui, davanti, da soli, a me lui non mi dà 500…Io a lui gli voglio dire: presidè, io non c´ho una lira, sono disperato, sto facendo sta cazzo di operazione, nel frattempo mi vuoi mantenere come Cristo comanda, senza avere rotture di coglioni. Mi deve dire no?». Lui, Tarantini, sta facendo «un´operazione». Che riguarda Berlusconi, visto che se ne vuole vantare con lui. Una è la sua «operazione»: quella di nascondere, nell´inchiesta di Bari sulle escort, come sono andate veramente le cose. Quella di addossarsi tutta la responsabilità di aver pagato le ragazze, di averle portate a Roma e in Sardegna, senza che il Cavaliere sapesse che erano «puttane». È Tarantini stesso a chiamarle così.
Puttane a pagamento. L´oggetto principe del ricatto. Dell´estorsione dicono i pm. Tarantini non deve cambiare versione. È stato lui a reclutare le ragazze e ad offrirle al premier. Inconsapevole. Ma ecco il nuovo dossier della Gdf sulle intercettazioni. Dice Lavitola alla moglie di Tarantini: «Io ce le ho. Gliele ho mandate, a lui gli è preso un attacco di cuore nel vero senso della parola, è stato male». Lei: «Tra qualche giorno scoppierà la bomba a orologeria». Lui: «Io ti sto dicendo che la bomba ci aiuta solo ad accelerare sta cosa…più casino è meglio è…Siccome è una bomba, io capisco, voi siete due ragazzi, tu ti poni il problema che esce un´altra volta sui giornali, Tarantini, le puttane, il delinquente». Il «delinquente». Proprio così. Lavitola nel ricatto ci sguazza e anticipa la prossima strategia: «Quando lui si sputtanerà io gli andrò addosso…tu non hai idea a che punto si arriverà con sta´ storia, io lo dovrò mettere con le spalle al muro. Noi non abbiamo più niente da perdere, lui invece c´ha da perdere tutto questo, e quell´altro».

La Repubblica 04.09.11

"Riordino rete scolastica: Si parte tra le polemiche", di R.P. da La Tecnica della Scuola

In Emilia-Romagna non ci stanno. La Flc di Modena sottolinea: “Le scuole della regione hanno 900 alunni in media, da altre parti ne hanno meno della metà. Siamo stufi di fare i primi della classe”. Con l’avvio dell’anno scolastico si inizia a parlare in molte realtà territoriali di riorganizzazione delle rete scolastica: la questione, come si ricorderà, è stata posta dal decreto di luglio contenente la prima manovra finanziara (4° comma dell’articolo 19 della legge n. 111) che prevede la soppressione di tutte le direzioni didattiche e di tutte le secondarie di primo e l’istituzione di istituti comprensivi che abbiano però almeno 1.000 alunni (il tetto si abbassa a 500 nelle aree montane).
A chi non sta nei parametri non verrà più riconosciuta l’autonomia scolastica e quindi non potrà più contare su un proprio dirigente scolastico.
E, qua e là, si segnalano già prese di posizione contro l’operazione.
Particolarmente significativa è quella assunta dalla Flc-Cgil di Modena che fornisce dati interessanti sulle conseguenze di una riorganizzazione effettuata senza un attenta valutazione dell’esistente.
In alcuni Comuni della provincia emiliana, segnala la Flc, si starebbe già pensando di creare “macro-istituti” comprensivi di 1.700-1.800 studenti con relativa forte riduzione di autonomie scolastiche, dirigenti e personale amministrativo.
Ma c’è un paradosso: “La manovra di luglio – sottolinea Flc – interviene esclusivamente sulle direzione didattiche e sulle scuole medie uniche, non chiede invece di intervenire sugli istituti comprensivi già esistenti, che possono continuare ad esistere anche con numeri di studenti inferiori”.
Insomma, Istituti comprensivi di 550 alunni già esistenti potranno continuare ad avere l’autonomia, mentre un circolo didattico di 800 alunni e una scuola media di 600 alunni dovranno essere soppressi per dare origine ad un unico comprensivo di 1.400 alunni. La “stortura” è del tutto evidente.
“La Regione Emilia-Romagna e la provincia di Modena – ricorda la Flc – già in anni passati avevano razionalizzato la rete scolastica coinvolgendo tutti i soggetti interessati portando, ad oggi, una media regionale e provinciale di oltre 900 studenti per istituzione scolastica, contro la media nazionale di 743 studenti, a fronte di Regioni che hanno numeri medi dimezzati rispetto ai nostri”.
“Non si vede perciò la necessità di fare i ‘primi della classe’ – sostiene Stefano Colombini segretario provinciale della Flc – quando come Emilia-Romagna abbiamo la media di studenti per Istituto più alta in Italia”.

04.09.11

"La voce dell'Italia", di Claudio Sardo

L ’Italia deve tornare a crescere. Ne ha un bisogno vitale. Guai se le apparenze di questo progressivo declino accreditassero l’idea che i problemi strutturali possono essere ancora rinviati. Che, tutto sommato, il nostro modello sociale riuscirà a conservarsi, pur ammaccato, finché vivremo.In realtà già siamo in grave ritardo, come ha giustamente ricordato ieri il presidente della Repubblica. E i danni del decennio dominato dai governi Berlusconi hanno inciso sulla carne viva, le aspettative, persino gli umori delle persone: che sicurezza può avere un Paese che ha il record negativo in Europa di occupazione giovanile e femminile, che vanta il tasso di sviluppo più basso del mondo (dopo Haiti) nei primi dieci anni del secolo, che accelera solo nella divaricazione delle ricchezze mentre il grafico dei salari reali volge in picchiata? Ci sarebbe bisogno di un grande impegno nazionale. “Se non ora quando?” hanno gridato in piazza le donne, che si sono poste esattamente il tema della ricostruzione morale, culturale, civile. Per abbattere il debito pubblico sotto il 100% e impedire che gli interessi su quel debito azzerino gli investimenti sul futuro, è necessario un progetto almeno decennale. Per riportare i giovani in cima all’agenda delle priorità bisogna costruire un grande piano per il lavoro, che abbia come rotta i saperi, la cultura, la scuola. Per mantenere il made in Italy nella competizione mondiale si deve puntare sulla qualità come chiave per aumentare la produttività. E sul ripristino di politiche industriali, colpevolmente abbandonate dal governo. Naturalmente, tutto ciònon sarà gratuito. Costerà sacrifici. Ma l’inerzia è stata troppo lunga e già scontiamo una condanna. Le speranze rubate ai giovani sono fin d’ora la disperazione dei loro padri. Scomoderà tutti il necessario cambio di passo. Tuttavia sono necessarie alcune condizioni. La prima è che i sacrifici abbiano un carattere di equità: le ricchezze reali devono contribuire in misura maggiore. Innanzitutto quelle legate ai grandi patrimoni immobiliari e alle rendite finanziarie: il contrario insomma di ciò che accade con la manovra di Berlusconi. La seconda è che i tagli non siano “lineari”, perché così pagano i ceti più deboli e vengono tutelate le corporazioni più forti. Ma a questo punto bisogna anche dire con chiarezza che le dimissioni di Berlusconi e il cambio del governo sono condizioni non meno essenziali di un rilancio del Paese. Non c’è eccesso polemico in questa obiettiva considerazione che ormai fanno tutti, in Italia e all’estero. La prova desolante, anzi umiliante, della manovra anti-crisi approvata e smentita, riapprovata e corretta, capovolta e tuttora incerta nei contenuti, conduce ormai a un giudizio definitivo sull’inaffidabilità, sulla non credibilità del premier e della coalizione Pdl-Lega. Per di più il pericolo è aggravato dai rovesci del mercato, che espongono i nostri titoli del debito pubblico alle speculazioni, collocandoci come una delle frontiere più esposte dell’area euro. Cambiare il governo e aprire una nuova stagione è la premessa di una politica ricostruttiva, che dovrà avere proprio l’Europa come orizzonte. Del resto il governo Berlusconi che tenta di barricarsi usa la divisione ideologica (ad esempio del sindacato) come strumento per sopravvivere. Così si impedisce qualunque convergenza politica e, fatto ancor più grave, si rompe la coesione sociale. Lo sciopero generale proclamato dalla Cgil per martedì prossimo sarà un’occasione di mobilitazione e di partecipazione. Si avverte un consenso diffuso e crescente. Pur nella dolorosa divisione sindacale, questo sciopero porta un segno di ricomposizione della protesta edà ad essa una rappresentanza sociale. La convergenza, la coesione dei corpi intermedi, resterà un obiettivo anche dopo lo sciopero. Ma intanto avrà voce l’altra Italia. E le istanze di cambiamento – anche all’interno di questa iniqua manovra – si rafforzeranno (come ha dimostrato ieri l’approvazione in commissione di un altro emendamento Pd, sul recupero delle rate non pagate del condono di Tremonti). Cambiare non sarà una passeggiata di salute. Nessuno può illudersi che il mondo tornerà come prima. Ma se non si romperà questa gabbia del berlusconismo declinante, rischiamo di restare tutti soffocati. Anche perché l’antipolitica di destra e quella che si autodefinisce di sinistra sono all’opera per distruggere ciò che resta. Le piazze di martedì saranno un segno di speranza: e ha un grande valore culturale ciò che Susanna Camusso ha detto a proposito dei danni dell’antipolitica. Speriamo che dalle piazze questo vento di speranza arrivi anche nelle istituzioni.

L’Unità 04.09.11

"La situazione è semplice e disperata", di Francesco Guerrera*

Cernobbio è blindata. Dai poliziotti sommozzatori nel lago di Como agli agenti del Mossad con giacche che a malapena celano i muscoli, ai ragazzotti italiani con auricolari troppo visibili, i magnifici giardini di Villa d’Este formicolano di guardie del corpo dei tantissimi vip. Ma i veri pericoli sono dentro la villa, nei saloni sontuosi dove capi di Stato ed economisti discutono dell’epidemia di crisi che si sta diffondendo attraverso il globo. Contro problemi come questi, poco possono i muscoli del Mossad. Il tono lugubre al simposio annuale organizzato dall’Ambrosetti House l’hanno dato, come spesso in questi ultimi mesi, gli Stati Uniti.
Venerdì, mentre economisti di lusso come Nouriel Roubini, il guru della crisi finanziaria del 2008, Martin Feldstein di Harvard ed il nostro Mario Monti si interrogavano sulle sorti del mondo, è arrivata la notizia bomba dagli Usa: in agosto il mercato del lavoro americano non ha creato nessun posto di lavoro.

Nemmeno uno o due posticini, zero.
A questo punto, parafrasando la frase dei prestigiatori di un tempo, la contrazione economica c’è anche se non si vede nelle rilevazioni ufficiali della Federal Reserve.

Dopo quel dato straordinario – la prima volta in quasi un anno che l’occupazione americana è a crescita-zero – gli economisti sono corsi a riscrivere le loro previsioni con inchiostro rosso. Roubini, che era già pessimista prima, ha detto che le probabilità di un «doppio tuffo» nella recessione nei prossimi mesi sono ormai più del 60%, prima di ammonire un po’ tutti che la sperequazione dei redditi statunitensi potrebbe portare a disordini sociali.
Ma non c’è stato tempo di soffermarsi sui problemi d’oltre-Atlantico. Sulle terrazze di Villa d’Este, nelle pause tra le sessioni, si è parlato più dell’Europa ammalata che della vista mozza-fiato che probabilmente ispirò Manzoni: colline verdeggianti che si tuffano in un ramo del lago di Como.

Le onde lambiscono i muri della villa ma i vip di Cernobbio l’acqua se la sentono alla gola e sanno bene di chi è la colpa: una classe politica che sta facendo finta di niente mentre il Titanic dell’euro affonda.
Il presidente della Banca Centrale Europea Jean-Claude Trichet ha chiesto, anzi implorato, Giorgio Napolitano di far sì che la manovra promessa dal governo italiano venga passata il prima possibile. I mercati non possono più attendere, bisogna dargli qualcosa, anche se sono misure pasticciate, raffazzonate come quelle promesse da questo governo distratto e confuso.

Il Presidente, collegato via satellite su uno schermo in cima al podio dell’Ambrosetti, è sembrato quasi una figura messianica: ci siamo messi tutti col naso in su a guardarlo, sperando che dicesse la cosa giusta. E Napolitano il garante l’ha fatto, tentando di rassicurare il banchiere francese che non ci saranno più sotterfugi, mezze promesse e bocciature: l’Italia si rimboccherà le maniche e stringerà la cinghia anche perché, ormai, non c’è alternativa.
Con i tassi d’interesse dei buoni del Tesoro alle stelle – lo sberleffo dei mercati al principio di un’unione monetaria che prometteva tassi uniformi da Atene a Helsinki, gli investitori stanno votando con i soldi: l’asse dell’euro è sotto pressione estrema e potrebbe rompersi da un momento all’altro.

Purtroppo, le professioni di austerità provenienti dai Paesi a rischio – i poveri Piigs, i porcelli europei di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna – non sembrano aver convinto gli imprenditori e investitori che ho accostato nelle hall di Cernobbio.
Il capo di un’azienda industriale enorme, con migliaia di dipendenti in mezzo mondo, mi ha spaventato ieri mattina quando mi si è seduto vicino a colazione e mi ha chiesto: «Ma tu ci capisci qualcosa? Io sono proprio confuso». «Ma se non lo sai lei…», ho farfugliato, cercando di nascondere il mio smarrimento.

Questa è la congiuntura economica a cui devono far fronte aziende grandi e piccole: incertezza totale sulla direzione delle economie americane ed europee e sfiducia ancora più totale nella classe politica che le deve gestire. Il risultato è un’attesa che piacerebbe a Beckett. E mentre si aspetta non si assume e non si investe.

Trichet, come il collega americano Ben Bernanke lo ripete ormai da mesi: le banche centrali non hanno più munizioni, il pallino è in mano ai politici.
Ma invece di cercare soluzioni, i governi litigano, dimostrando in maniera drammatica, e forse letale, i limiti di un’unione monetaria che non è stata accompagnata da un’unione fiscale e politica.

Le beghe nazionali, i calcoli meschini di politica interna, hanno pregiudicato l’euro sin dall’infanzia. Non ci dimentichiamo che nel 2003, furono proprio la Germania e la Francia (con la complicità della presidenza italiana dell’Unione Europea) ad infrangere le regole serie del Patto di Stabilità, il bastione che avrebbe dovuto proteggere la moneta unica e garantire la probità fiscale dei Paesi membri. Non ci furono sanzioni ed il messaggio fu chiaro a tutti: l’Ue non prende il rigore economico seriamente, il laissez-faire è la nuova regola del gioco.

E’ un’ironia amara che siano proprio Germania e Francia oggi ad ergersi a giudici della situazione europea. Ed è ancora più sgradevole che le due potenze che misero le prime mine sotto l’edificio dell’euro strumentalizzino la geografia per spiegare i malori dell’euro: il Sud prodigo contro il Nord parsimonioso.

Nord e Sud sono ugualmente colpevoli ed accuse come queste, con ammicchi ad elettori in cerca di un capro espiatorio, non rinforzeranno né l’euro né la fiducia dei mercati.
A tre anni dall’ultimo tonfo, siamo di nuovo sul baratro o, come mi ha detto un imprenditore a Cernobbio, «siamo sospesi come Wyle il Coyote prima di accorgersi che sta in mezzo al canyon».

Non tutto è perduto ma la posta è altissima. In momenti come questi, i manager aziendali parlano di «piattaforma infuocata» – il momento di crisi che finalmente costringe i leader a prendere decisioni e i dipendenti a seguirli.

Negli Usa, sulla piattaforma c’è Obama ma, purtroppo per lui, i repubblicani controllano l’idrante. Lo stimolo fiscale – spese di infrastrutture, piani per stimolare l’occupazione, incentivi per gli investimenti d’impresa – non arriverà prima delle elezioni del prossimo anno. Il Presidente della speranza deve ora sperare che la disoccupazione cali o rischia di passare da nuovo Kennedy a nuovo Carter.

In Europa, le scelte sono ugualmente difficili. Un’integrazione maggiore, sia dal punto fiscale che da quello politico è inevitabile per prevenire la catastrofe dell’implosione dell’euro.
Ma la decisione passa per la Germania, che riceverà sia il conto sia le redini per progettare un’Europa più unita. Se gli elettori tedeschi non se la sentono di pagare o il resto del continente soccombe a paure storiche sul potere teutonico, i mercati potrebbero prendere decisioni drastiche sul futuro dell’euro.

E per l’Italia? La situazione è sia più disperata sia più semplice. Non c’è via d’uscita: bisogna agire ed agire subito, con misure concrete e riforme radicali.
Come dicono a Cernobbio quando i dibattiti stanno per finire: «Time is up» – «Il tempo è scaduto».

*Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario del Wall Street Journal

La Stampa 04.09.11