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Un emendamento del Pd «salva» le feste laiche

Salve le feste del primo maggio, del 25 aprile e del 2 giugno ma non le feste patronali. È quanto prevede un emendamento alla manovra approvato dalla Commissione Bilancio del Senato. Lo riferisce Vincenzo Vita del Pd a margine dei lavori a Palazzo Madama. Le tre feste civili non saranno più accorpate alla domenica. L’emendamento era del Pd ed è stato accolto dal relatore. Resta l’accorpamento alla domenica per le feste patronali, con l’eccezione della festa del patrono di Roma, San Pietro e Paolo, che è tutelata dal Concordato.

Inoltre sono stati salvati dalla soppressione gli enti di ricerca e gli enti culturali sotto i settanta dipendenti. Lo prevede un emendamento bipartisan alla manovra approvato all’unanimità dalla Commissione Bilancio del Senato. Sono salvi quindi piccoli enti come l’Accademia della Crusca (oggetto di un’iniziativa del Sole 24 Ore) e l’Accademia dei Lincei.

Il Sole 24 Ore 03.09.11

"Il lessico del premier da regressione freudiana a grottesco tramonto", di Filippo Ceccarelli

Mi mettono le spie dove vogliono, mi controllano le telefonate, ma non me ne fotte niente. Io tra qualche mese me ne vado via da questo Paese di merda, di cui sono nauseato. “La politica – diceva Rino Formica – è sangue e merda”. Oggi è sparito il sangue. Nel linguaggio pubblico ha da tempo fatto irruzione lo sterco. «All´erta, all´erta, siamo nella merta» cantava Mino Maccari in un´epistola in versi al suo amico Flaiano. Erano gli anni cinquanta, a loro modo spensierati, ma quando più tardi il ministro delle Finanze Visentini si ritrovò a ripetere questa buffa filastrocca, già le condizioni finanziarie dell´Italia si erano aggravate e la constatazione di Maccari aveva acquistato realismo.
«Chi la fa, la copra» esortava del resto Amintore Fanfani negli anni sessanta. Ma anche qui, a parte l´antica arguzia di storpiare o addirittura di silenziare quella parola così evocativa, si avverte una vertigine non solo linguistica, ma anche di senso rispetto al berlusconismo fecale. Che ormai del tutto sganciato dalla sua stessa affettatissima tele-cortesia («mi consenta») si risolve in scontato vittimismo e banale volgarità. Per cui, astutamente rifornito di scheda telefonica panamense intestata a un cittadino peruviano, il presidente del Consiglio ha confidato al suo personale consigliere per la Sicurezza Lavitola, ai pm di Napoli che l´ascoltavano in presa diretta e a milioni di cittadini e spettatori che l´Italia è un paese di … Esatto, di quella cosa lì.
L´innominabile argomento suscita una cupa allegria, al solito rinforzata dalle giustificazioni berlusconiane del giorno dopo: «Sono cose dette a tarda sera» (in analoga circostanza di autocommiserazione intercettatoria il Cavaliere fece prezioso riferimento a una presunta «sfera onirica»). Sennonché l´irruzione nel discorso pubblico della materia organica più ripugnante, dello scarto per eccellenza, del prodotto meno trattabile del metabolismo costringe i più diligenti e spregiudicati fra gli osservatori dell´immaginario politico a immolarsi alla ricerca delle ragioni per le quali, insomma, da qualche tempo quella cosa lì stia saturando, per non dire che ha già abbastanza imbrattato, ammorbato e intasato la vita pubblica italiana non solo sul piano astratto delle parole e dei simboli, ma anche nella sua pratica e disgustosa concretezza.
E si potrà a tale proposito richiamare Freud, la regressione di un intero paese a livello anale; come pure si potrebbe continuare almanaccando attorno al realismo grottesco e carnevalesco o all´abbassamento della festa stultorum teorizzato dal grande critico russo Michail Bachtin. Ogni opinione è libera, come s´intuisce d´altra parte soffermandosi su alcuni passaggi del discorso di Bossi a Pontida: «Berlusconi si era cacato addosso»; come pure a quell´altra recentissima perla barese di Gianpi Tarantini secondo cui lo stesso presidente, al pensiero che certi altarini venissero fuori, «stava cacato nelle mutande».
E´ che per restare ai fatti – e senza inoltrarsi necessariamente nel pur affollatissimo repertorio di illustri stanze da bagno che di recente hanno ospitato controversie e/o sono state filmate e anche fotografate di straforo – ecco che da una fredda indagine emerge che sterco, letame ed escrementi, tanto di origine animale che umana, sono stati segnalati: nell´ascensore del ministro delle Finanze (periodo Visco), sulle pareti degli uffici del gruppo parlamentare dell´Italia dei Valori a Palazzo Raggi, davanti al maestoso portone di Palazzo Grazioli e due anni dopo davanti al più modesto ingresso della sede del Pdl a via dell´Umiltà, ma con vaso da notte e volantino esplicativo e illustrato.
Poi, con diverse motivazioni, lo stesso odioso e rivoltante materiale che si trova nel XVIII canto dell´Inferno è comparso sotto casa del presidente della Lazio Lotito e del ministro dell´Istruzione Gelmini; quindi ha fatto inconfondibile mostra di sé sulla targa della segreteria di De Magistris a Catanzaro; e infine nei primi giorni della crisi finanziaria – ma l´elenco è sicuramente manchevole – varrà la pena di menzionare l´iniziativa di una signora, Vincenza Cavalluzzi, che con il l´incoraggiamento e il patronage di Sgarbi ha messo in vendita le proprie feci con l´etichetta «Merda fallita Lehman Brothers» nei pressi della Consob.
«La politica – scolpì a suo tempo Rino Formica – è sangue e merda». L´impressione, trent´anni dopo, è che il sangue sia definitivamente e forse anche fortunatamente evaporato, mentre la deriva bassa della biopolitica e del populismo vittimistico continuano a produrre quell´altro elemento in gran quantità. E non è giusto, né tanto meno è confortante sentirselo ripetere da chi ne ha tratto il più spregevole vantaggio.

La Repubblica 03.09.11

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“Silvio ora deve stare attento sta per esplodere una bomba in casa sono arrivate le minorenni”, di DARIO DEL PORTO e CONCHITA SANNINO

Il direttore dell´Avanti tratta anche per la costruzione di alcune dighe in Albania con il premier Berisha
Il faccendiere sul premier “Tu non hai idea a che punto si arriverà con sta storia, io lo dovrò mettere spalle al muro”. «Questo sta proprio con il cervello da un´altra parte». Così Valter Lavitola, si riferisce al presidente del Consiglio Berlusconi in una conversazione del 14 luglio scorso con Angela Devenuto detta “Nicla” o “Ninni”, la moglie di Gianpiero Tarantini. Nella stessa telefonata la Devenuto, agitata per le difficoltà economiche in cui dice di trovarsi, esprime rabbia e amarezza nei confronti del premier, che lei stessa ha incontrato in compagnia del marito. Arrivando a riferire una dura espressione che «Gianpi», suo marito, avrebbe usato nei confronti del presidente: «Mi aiutasse a fare questa cosa e poi si togliesse dai coglioni, che mi ha rovinato la vita».

«IL CERVELLO DA UN´ALTRA PARTE»
V: «Hai capito? eh… stiamo parlando che io non lo so più che cosa fare con questo qua, l´unica cosa ti dico, la verità è andare con i piedi di piombo perché questo sta proprio con il cervello da un´altra parte…
N: «Ma io non ho capito…».
V: «Sarà sta storia della Fininvest, sarà ‘sta storia del governo che lui adesso dice che se ne va, sarà non si sa che cosa… allora il ragionamento non è che lui mi ha detto chi se ne fotte, così chi se ne fotte».

«PORTO TARANTINI AD ARCORE»
In un passaggio successivo Lavitola sostiene di aver parlato a Berlusconi di una richiesta di Tarantini di incontrarlo. Colloquio che, secondo i magistrati, Lavitola vuole evitare perché intende conservare il ruolo di intermediario con il premier.
V: «Io a lui gli ho detto me lo può fare un favore personale. Lui mi ha detto “sì” se io le faccio venire lì Giampaolo accompagnato dalla moglie in modo tale super sicuro all… di notte, di mattina. Lo faccio venire a Arcore lo faccio venire dove le pare, va bene? Lei lo può vedere? dice: “Ma per che cosa?”, niente semplicemente perché le vuole parlare perché ci sta bisogna andare a definire ‘ste cose e poi deve parlare pure di altri fatti che mò non mi va di parlarle a telefono, lui mi fa “ma che c… dobbiamo fare che cosa dobbiamo fare”. Io ho detto che ne so, cosa dobbiamo fare dobbiamo fare questo, “ma tu, non ho capito, per che c…., se dai tanto addosso a questi qua dice non ho capito gli stiamo facendo tutto”. Preside´ che gli stiamo facendo non gli stiamo facendo un cazzo. E lui dice come un c… stiamo facendo tutte queste cose, i soldi, quello quell´altro, l´avvocati. Dico, senti un´altra volta, allora dice “guarda basta io mi sono rotto i coglioni e…”. Insomma se la prendeva più con me che con lui allora rispetto a ciò io ti sto cercando di dire che io se…. oggi tra andargli a dire chiama Scaroni fallo venire là e vengo pure io piglio l´aereo vengo due giorni e torno va bene? a dirgli ricevi a Giampaolo quello ci fa un piacere più grosso a ricevere a Giampaolo che a fare andare a Scaroni là allora dico io siccome questo è uno stitico in tutte le cose a che c… serve fargli andare Giampaolo là che lui non lo vuole vedere?».
N: «Ma infatti Giampaolo sai cosa ha detto, sai cosa ha detto? ma facess… mi aiutasse a fare questa cosa si togliesse davanti ai coglioni ha detto perche mi ha rovinato solo la vita».
V: «Brava e quello che gli ho detto io».
N: «Ed è la verità».
V: «Brava…»

BERLUSCONI SPALLE AL MURO
Nella stessa telefonata, parlando della possibile «bomba» giudiziaria in arrivo da Bari, Lavitola manifesta l´intenzione di mettere Berlusconi «spalle al muro.
V: «Si… brava hai capito? allora quando lui (verosimilmente Tarantini n. d. r.) si sputtanerà io gli andrò addosso (secondo il giudice il riferimento è a Berlusconi n. d. r.) gli andrò a dire noi faremo il gioche…… i… i.. il coso io gli andrò a dire guarda che questo qui mo´ mi mette nella merda pure a me, perché questo si impazzisce si fa si dice, gli dico mo´ devi fare questa cosa se no mo´ scoppia la merda davvero perché mi incazzo pure io… Tu non hai idea a che punto si arriverà con sta storia, io lo dovrò mettere spalle al muro».
N: «Va bè Valter spalle al muro ma facesse che c….. ma ti posso dire una cosa ma andasse a fare in culo, cioè andasse pure lui a fare in c… e se la vedesse lui e il mese di marzo che alla fine dei conti noi non abbiamo più niente, quindi non abbiamo più niente da perdere, salvo il fatto di non avere i soldi la mattina per mangiare, lui invece c´ha da perdere tutto».

«LE MINORENNI IN CASA»
Angela Devenuto continua poi a sfogarsi con Lavitola.
N: «Io ti voglio dire una cosa, lui risolve i problemi a… ma va bè tu dici lui perché so´ femmina, ho capito gli compra le case le sistema gli trova il lavoro a quattro mignotte e che c… sto ragazzo fino a prova contraria l´ha preso e lo ha difeso davanti a tutta la stampa io non ho detto che nella vita c´ha una cosa e non deve essere per carità, non è che lui è obbligato, però voglio dire pure una coscienza di una persona di quella età che dice un ragazzo con tutta la vita davanti, cazzo gli do una mano».
E più avanti Angela Devenuto affonda.
N: «Ma se lui dopo Giampaolo, si è fatto arrivare in casa minorenni, ma vogliamo parlarne, ma perché il problema era Giampaolo».
LE DIGHE IN ALBANIA
Nei suoi affari Lavitola si muove ostentando grande influenza con il premier Berlusconi. Il 26 giugno conversa con un tale Roberto Guercio che gli chiede di attivarsi presso Berlusconi per un intervento sul presidente albanese Berisha.
R: «Walter.. allora serve che il presidente chiami Berisha e gli dica che vado lì a parlare per la questione delle dighe.. io ho trovato iso..».
V: «E vabbe´, questo…questo.. che tempi di urgenza c´ha?».
R: «Ma.. io pri.. prima ci vado e meglio è perché ho trovato i soldi e devo sistema´…».
V: «L´ho capito fratello mio, ma in questi giorni non è la cosa più facile da fare».
R: «No ma a me basta una telefonata sua o.. di qualcuno da presidenza che gli dice che vado lì per trattare questa cosa con una certa autorevolezza …, basterebbe pure Frattini forse…..».
V: «Ma voglio di.. ma secondo te avendoci tu già preso i contatti, non possiamo fare il contatto, non possiamo fare al contrario che tu ci vai e poi dopo facciamo chiamare da Berlusconi?».
R: «E vabbe´ ma come… il problema è che non abbiamo più il gancio lì per fa …. cioè che faccio gli telefono io da qua e ce vado..».
V: «C´è…».
R: «un minimo di cosa no?».
V: «Uh… e non lo so, io in questo momento non me la sento di chiama´ a Berlusconi e dirgli sta cosa almeno per qualche giorno, finche´ non si chiarisce tutto sto fatto».
R: «Vabbe´….».
V: «Secondo me, almeno…io dico una cosa, siccome noi siamo in grado sicuramente di far poi chiamare Berlusconi al 100%…io dico una cosa.. chiamalo, siccome tu ci sei già andato, lui ti ha ringraziato…tu chiamalo da parte di Berlusconi. Tu gli dici il presidente Berlusconi mi ha autorizzato a chiamare direttamente e chiede l´appuntamento.. tanto ho detto visti i rapporti che ci stanno mi potevo permettere».

“FAR DIMETTERE LETTA”
Il 5 luglio, discutendo con un non meglio identificato Roberto, che parla da un telefono intestato a Finmeccanica, Lavitola discute della situazione politica e del caso P4.
Lavitola: «Questo è un problema interno con Letta e che il casino grosso è fra Letta e Tremonti e una volta che si sono neutralizzati Letta e Tremonti i problemi non ci saranno più. Ci saranno altri pretendenti, ci saranno delle altre cose, ma il problema lì sono le mazzette».
Roberto: «Hai sentito che hanno pizzicato D´Alema».
Lavitola conferma ed aggiunge che «quella di D´Alema è un caso e che togliendo le sue manie di protagonismo questa è una cosa che ha innescato quello scemo di Marco Milanese (deputato del Pdl indagato a Napoli n.d.r.) contro di me, con quello scemo di Bisignani a Napoli e l´hanno fatta partire così, tant´è che all´inizio dell´indagine c´era solo lui (Lavitola) e siccome a loro è piaciuto fare casino lui lo ha fatto». Quindi aggiunge: «Vediamo che succede al tribunale del riesame, se il tribunale mi concede il fatto che hanno fatto associazione per delinquere (come poi accaduto, la parola passa ora alla Corte di Cassazione n.d.r.) e trasferisce in carcere Bisignani, Bisignani deve per forza raccontare cose di Letta, di Balducci e viene fuori l´ira di Dio».
Lavitola: «E a questo punto Berlusconi lo sa no? E quindi il discorso è non difendere a Letta ma farlo dimettere, io non ci riesco ma se ci riesco con me in Italia si mettono paura pure di guardarmi».

La Repubblica 03.09.11

"Un tombino sul condono", di Sergio Rizzo

Giulio Tremonti ha precisato che nella manovra non ci saranno condoni «poiché si tratterebbe di un intervento una tantum che genera introiti di cassa, ma che non modifica l’assetto della finanza pubblica». Evviva. Niente di più condivisibile per chi, come noi, ha sempre criticato duramente la disastrosa politica delle sanatorie. Ma qui, inutile nasconderlo, il problema della credibilità che sempre accompagna simili impegnative dichiarazioni è ancora più grande. Da settimane si rincorrono le voci di un nuovo condono che potrebbe spuntare accanto al tremendissimo (forse) giro di vite sull’evasione fiscale con tintinnio di schiavettoni. Non servono soldi, tanti e subito? E poi, non fu così che andò anche all’inizio degli anni Ottanta, quando alla sanatoria tombale fu accoppiata la legge (pressoché inutile) sulle «manette agli evasori»?
La dichiarazione di Tremonti, semmai, desta anche una legittima preoccupazione: che il partito del condono, agguerritissimo in Parlamento, sia già al lavoro. Convinto, magari, di non incontrare troppa resistenza.
I precedenti la dicono lunga. Ricordiamo che cosa è successo otto anni fa, quando il governo Berlusconi, contrario a parole, si arrese immediatamente all’offensiva parlamentare sfociata non in una, ma in un diluvio di sanatorie. E non possiamo non rammentare come lo stesso ministro dell’Economia, che in quella occasione aveva confessato di essersi dovuto piegare suo malgrado alla ferrea legge dei numeri e dei denari necessari a tenere a galla i conti pubblici, tornando nel 2008 al governo avesse garantito che l’epoca dei condoni era definitivamente sepolta. Salvo poi varare un nuovo scudo fiscale consentendo a evasori che avevano illecitamente esportato capitali di regolarizzarli pagando un ventesimo di quanto versano i cittadini onesti.
Tante volte si è detto di come i condoni abbiano profondamente compromesso la tenuta morale di un Paese dove già le tasse non sono mai state troppo popolari. L’hanno corrotta al punto che c’è chi li utilizza perfino per gabbarli, dimostrando che non sono credibili nemmeno le sanatorie. Quanti hanno chiesto di aderire al condono fiscale per poi dichiararsi falliti e non pagare? E quanti dopo aver pagato la prima rata, poi smettono di pagare, confidando magari in un’altra sanatoria, e poi in un’altra, e un’altra ancora? Non è un caso che al gettito previsto per il benevolo perdono del 2002 manchino almeno 4 miliardi di euro.
Oggi, poi, c’è un dettaglio in più che chiama in causa la credibilità. Ed è il modo con cui sta procedendo la manovra d’agosto, presentata in pompa magna in una conferenza stampa ufficiale a Palazzo Chigi, e smontata nel giro di due settimane (il contributo di solidarietà per i redditi più elevati? Abbiamo scherzato… Il taglio delle Province? Abbiamo scherzato… L’accorpamento dei Comuni più piccoli? Abbiamo scherzato…). Quindi rismontata nuovamente il giorno dopo un vertice politico «decisivo» dal quale il governo, che aveva promesso di non toccare le pensioni, ne era uscito con l’idea bislacca di colpire i riscatti previdenziali per la laurea e il servizio militare. Perché mai dovremmo credere proprio questa volta che non ci metteranno sotto il naso l’ennesimo maleodorante condono?

Il Corriere della Sera 03.09.11

"La credibilità perduta", di Andrea Bonanni

L´Europa non si fida dell´efficacia delle norme anti-evasione previste dal governo Berlusconi nella manovra che andrà in Senato martedì. «Riscontriamo un´eccessiva fiducia in misure la cui efficacia è molto difficile da valutare e da prevedere», dice il portavoce del Commissario agli affari economici Olli Rehn.
L´obiezione è oggettivamente fondata. E non convincono più di tanto le spiegazioni di Tremonti, che per rassicurare la Ue sulla «solidità» dei saldi di boilancio garantiti dal recupero di evasione si basa su quanto è stato già recuperato in questi anni. Le misure fiscali appena adottate dal governo sono di pura dissuasione etico-morale. I comportamenti dei contribuenti cambiano nel tempo. Il quadro del gettito nel prossimo triennio, checchè ne dica il ministro dell´Economia, appare quanto mai incerto.
E in ogni caso, il problema è assai piu grave e più generale. L´Europa non si fida più di questo governo e di questa maggioranza che in pochi giorni hanno fatto e disfatto decine di volte un provvedimento che avrebbe dovuto essere incisivo, lineare e soprattutto trasparente. E, come l´Europa, anche i mercati non nutrono più alcuna fiducia, e lo hanno dimostrato mandando alle stelle il premio di rischio pagato sui titoli del debito italiano.
Più che il taglio di 45 miliardi, più ancora che l´anticipo del pareggio di bilancio al 2013, quello che infatti si chiedeva all´Italia era una prova di credibilità e di serietà. L´attacco all´enorme debito pubblico italiano era stato infatti innescato dai segnali di progressivo disgregamento della maggioranza e dalle notizie sui dissapori tra il capo del governo e il suo ministro dell´economia. La manovra chiesta, anzi, dettata dalla Banca centrale europea come condizione per acquistare i titoli di Stato sul mercato e alleggerire l´onere del debito italiano, avrebbe dunque dovuto essere l´occasione per dare prova di solidità politica e di coerenza programmatica. Anche ammesso che, alla fine, il saldo della correzione di bilancio si riveli all´altezza di quanto richiesto, la maggioranza e il governo hanno invece offerto uno spettacolo miserevole, andando all´assalto delle misure proposte da Tremonti come gli squali che si accanivano sulla preda de «Il vecchio e il mare» con lo scopo neppure tanto nascosto di indebolire ulteriormente il prestigio del ministro dell´Economia.
Il risultato è una totale mancanza di trasparenza, cioè proprio di quel requisito che avrebbe dovuto tranquillizzare i mercati, e un senso di dilagante incertezza politica. Mentre Spagna e Portogallo, varate le manovre, mettono nell´agenda del rientro parlamentare le riforme necessarie a iscrivere il pareggio di bilancio come vincolo costituzionale, noi siamo ancora a discutere su come tagliare i 45 miliardi e ad affidare a un fantomatico recupero dell´evasione il raggiungimento di un saldo che dovrebbe essere garantito a priori.
E c´è di peggio: da giorni la Commissione va ripetendo che nella manovra manca qualsiasi provvedimento di stimolo alla crescita. In altri termini, che mancano quelle riforme strutturali di liberalizzazione che sole possono garantire di fermare l´emorragia di competitività che affligge il Paese. Siamo al paradosso che Bruxelles, da sempre accusata di essere un cerbero attento solo ai saldi di bilancio, un ragioniere senz´anima e senza sensibilità politica, si fa carico di ricordare al governo italiano quelli che dovrebbero essere i suoi elementari doveri nei confronti dei cittadini e del Paese.
A questo punto rimane comunque difficile capire se la manovra (ma quale?) sarà in grado di garantire il pareggio di bilancio nel 2013. Quel che però è certo e che non servirà a restituire al Paese e al suo governo la credibilità perduta. E senza credibilità, qualsiasi misura di bilancio rischia di rivelarsi soltanto un costoso quanto inutile palliativo.

La Repubblica 03.09.11

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“Incerte le norme contro l´evasione” Duello Ue-Tremonti sulla manovra, di Elena Polidori

In serata telefonata di chiarimento, ma il commissario europeo resta sulle sue posizioni. Botta e risposta tra la Ue e il ministro dell´economia sulla manovra. La Commissione esprime dubbi sulle norme anti-evasione e sul loro gettito; invita il governo a non fare «un eccessivo affidamento» su questi introiti che sono incerti, vaghi. Giulio Tremonti ribatte: «La manovra è totalmente solida nei saldi di copertura». Spiega: in Italia l´evasione fiscale e contributiva «è enorme». Negli ultimi tre anni sono stati già recuperati 25 miliardi. Ora, grazie ad un «radicale cambiamento nella strategia di contrasto all´evasione fiscale» è previsto un recupero di circa 700 milioni nel 2012 e di 1,6 miliardi nel 2013». A tarda sera da Bruxelles filtra una replica: «Una decisa lotta all´evasione è una importante componente di un pacchetto credibile ed è la chiave per l´accettabilità sociale di misure correttive. L´esperienza fatta in molti stati membri mostra comunque chiaramente che è difficile quantificare con precisione l´impatto delle misure anti-evasione sul gettito fiscale». Comunque, Bruxelles accoglie positivamente «la riaffermazione di Tremonti» sul rispetto degli impegni di bilancio.
Ed è un «caso». Il commissario Olli Rehn e il ministro italiano si parlano al telefono, cercano di chiarirsi, concordano una impostazione. Nella cronaca, fin dal mattino, la Commissione fa trapelare un giudizio cauto sulla manovra e in particolare proprio sul gettito della lotta all´evasione «molto difficile da quantificare». Le autorità europee annunciano anche che stanno «monitorando da vicino» la situazione, che seguono «il dibattito in corso al Parlamento» e che una valutazione complessiva ci sarà solo davanti al testo finale «quando sarà pronto». Visti i mille cambiamenti delle ultime ore, meglio aspettare.
Scritta è la risposta di Tremonti con un comunicato che suona così: «Negli ultimi tre anni per effetto della lotta all´evasione è già stata effettivamente incassata una cifra pari a circa 25 miliardi di euro». Altri 2,3 miliardi arriveranno appunto nel biennio perché d´ora in avanti il contrasto «non si svolgerà più solo dal lato della repressione ma anche dal lato della prevenzione: dal coinvolgimento sul territorio dei Comuni, alla trasparenza bancaria fino alla riforma delle sanzioni penali». Il ministro spera che altri denari arriveranno in futuro. Perciò l´obiettivo «non solo sarà centrato ma ampiamente superato».
Alle perplessità della Ue fa da contraltare Berlino che gioca la carta della speranza. Un portavoce del Cancelliere Angela Merkel fa sapere che la signora ha «piena fiducia» sul buon esito della manovra. «Il paese centrerà gli obiettivi».
In Italia, fioccano le critiche. Gli enti locali protestano mentre la Confindustria rende pubblico il suo «sconcerto», bollando i provvedimenti contro gli evasori come risultato «della fretta e dell´approssimazione con cui è stato predisposto l´emendamento». Oltretutto sarebbero anche «non coerenti» sul piano tecnico e dunque «dovranno essere rivisti». Per gli industriali i provvedimenti rischiano perfino di penalizzare le imprese che col fisco sono corrette. Due esempi per tutti: non va la misura che considera presuntivamente società di comodo le imprese in perdita per tre anni consecutivi; non funzionano i provvedimenti sui reati tributari, specie quelli previsti per l´infedele dichiarazione. Per contrastare il fenomeno dell´evasione, meglio abbassare la soglia per l´uso del contante a 500 euro.

La Repubblica 03.09.11

"La CGIL prepara lo sciopero: 100 piazze contro la manovra", di Massimo Franchi

«Un consenso crescente, una macchina che viaggia a pieni giri». Enrico Panini, che la macchina organizzativa dello sciopero generale Cgil di martedì 6 settembre la sta guidando, lavora senza pause ed è «molto soddisfatto». I numeri sono impressionanti:2 milioni di volantini stampati, 500 mila manifesti, 2,2 milioni sono anche le visualizzazioni della campagna per lo sciopero su Facebook (2 milioni per quella contro l’abolizione delle feste civili che ora può festeggiare la vittoria). D’altronde con «fabbriche ancora chiuse e molti italiani ancora in vacanza », ed uno sciopero da organizzare in tempi record, la mobilitazione della Cgil non rinuncia ai tradizionali volantinaggi ma punta sulla piazza virtuale di una protesta- web. «Il poco tempo a disposizione – spiega Panini – ha aumentato il livello, la frequenza e la passione con cui si portano avanti le iniziative di preparazione».Contante sorprese: «Fino a qualche mese i volantinaggi si facevano, adesso sono le persone che chiedono i volantini tanto che in questi giorni stiamo registrando un aumento di iscrizioni e deleghe alla Cgil. Il fatto che ci dà più forza è che stiamo registrando indignazione, sdegno, anche rabbia, ma mai rassegnazione. Ed è la cosa che ci fa sperare in una grande adesione per martedì». E per convincere il maggior numero di persone a scendere nelle 100 piazza in cui si terranno le manifestazioni lungo tutta la penisola, oggi andranno avanti anche i volantinaggi sulle spiagge di Sicilia,Campania, Emilia Romagna, Basilicata, Puglia, e altre regioni ancora. Domenica, con lo stop del traffico a Napoli, delegati Cgil in bicicletta con slogan sulle magliette. Oggi la Cgil sbarca anche al Festival del cinema di Venezia, dove si svolgerà una conferenza stampa di attori e sindacalisti che denunciano «il capitolo dei tagli alla cultura», come si legge in una nota del sindacato. «La difesa del lavoro e della dignità delle persone – scrive la Cgil – passa anche per la difesa della cultura, così come la ripresa economica e lo sviluppo dell’Italia passano per la valorizzazione del suo patrimonio artistico e della sua produzione culturale. Per questo sono da respingere i tagli allo spettacolo, alla cultura e all’istruzione operati nelle manovre economiche del governo che rastrellano risorse dai settori più vitali del paese, condannandolo al declino, per lasciare indisturbate grandi ricchezze improduttive e sacche di evasione ». Nella conferenza stampa l’attrice Ottavia Piccolo leggerà poi un appello del segretario generale Cgil Susanna Camusso.
TANTE ADESIONI Come già accaduto per altri scioperi generali della Cgil, anche in questa occasione sono tantissime le associazioni che hanno garantito la loro adesione e un aiuto nell’organizzazione. In prima fila i Partigiani dell’Anpi, in comune non solo la battaglia (sembrerebbe vinta) contro lo spostamento del 25 aprile. Poi l’Arci, il Sindaca to nazionale scrittori, l’Arcigay, il Forum dei movimenti per l’acqua, gli studenti universitari (Udu) e medi (Reds), il sindacato degli inquilini (Sunia).
IL PROGRAMMA DELLE 100 PIAZZE E per martedì il programma è oramai definito. Il segretario generale Susanna Camusso sarà a Roma, dove il corteo partirà alle 9 da Piazza dei Cinquecento (stazione Termini) e il comizio conclusivo si terrà alle ore 11 in Via di San Gregorio (a lato del Circo Massimo). Gli altri segretari confederali saranno sparsi per l’Italia.A Napoli, dove il corteo partirà da piazza Mancini con in testa i familiari dei marittimi di Procida da sei mesi ostaggio dei pirati in Somalia, il comizio sarà tenuto da Vincenzo Scudiere. A Genova si parte alle 9 dal Terminal traghetti e dai giardini della stazione di Brignole con comizio conclusivo in piazza De Ferrari di Vera Lamonica. A Milano invece partenza alle 9,30 dai Bastioni di porta Venezia fino a piazza del Duomo dove parlerà Fulvio Fammoni. A Torino alle 9 a piazza Vittorio fino a piazza San Carlo dove parlerà Danilo Barbi. Presenza importante anche a Bari dove il corteo sarà aperto dagli immigrati che lavorano nei campi, mentre il comizio conclusivo sarà tenuto da Fabrizio Solari. A Cagliari dalle 9,30 da piazza Garibaldi fino a piazza del Carmine con Nicola Nicolosi. In Sicilia, infine, a Catania dalle 9 in piazza Bellini fino a piazza Manganelli conSerena Sorrentino, mentre, mentre il segretario generale della Fiom Maurizio Landini sarà a Palermo. ❖

L’Unità 03.09.11

"L'etere, bene comune come l'acqua pubblica", di Gianni Valentini

Dove eravate alla vigilia di Ferragosto, quando il governo Berlusconi annunciò ufficialmente la manovra “lacrime e sangue”, imperniata sul cosiddetto “contributo di solidarietà”, la supertassa per i contribuenti con redditi superiori a 90 mila e 150 mila euro? In città o in vacanza? Al mare, ai monti o in campagna? In Italia o all´estero? Allora fu lo stesso presidente del Consiglio a dire, in tono accorato, che quel provvedimento gli faceva “sanguinare il cuore”, ma era inevitabile. Sono passate due settimane o poco più, siamo tornati al lavoro, la manovra è stata rovesciata più volte come un pedalino e adesso è lo stesso Berlusconi ad annunciare trionfante “abbiamo tolto le mani dalle tasche degli italiani”.
Che capolavoro di mistificazione politica e mediatica! A parte il fatto che la supertassa sopravviverà – a quanto pare – per gli statali e i pensionati, cioè per due categorie che per status professionale o anagrafico si possono considerare più deboli, la verità è che il governo non mette le mani in tasca agli italiani per il semplice motivo che non vi troverebbe più niente: le mani le ha già messe infatti sui nostri stipendi o salari; sulle nostre pensioni, appunto; sui vari servizi che dovranno diminuire inevitabilmente le prestazioni a causa dei tagli agli enti locali, aumentando di conseguenza il costo della vita per ognuno di noi.
Siamo, insomma, al vecchio gioco delle tre carte. Da un lato, la grancassa del governo annuncia nuove tasse, la pubblicazione dei redditi su Internet o addirittura il carcere per gli evasori oltre i tre milioni di euro (e quanti potranno mai essere?). Dall´altro, il capo del medesimo governo proclama di aver “tolto” le mani dalle tasche dei cittadini, mentre si apprende che negli ultimi anni la pressione fiscale è ulteriormente salita di due punti e ormai sfiora il 50 per cento.
Più che da “lacrime e sangue”, dunque, questa è una manovra da fumo negli occhi. Priva di interventi strutturali in grado di ridurre il nostro mostruoso debito pubblico e soprattutto di misure per la crescita e lo sviluppo. Una manovra da specchietti per le allodole che ricorda quello spot televisivo in cui Cristoforo Colombo sbarca fra gli indigeni d´America e scambia il suo cellulare con uno scrigno colmo d´oro.
Di tutto però si sente discutere, di vendere la Rai, le caserme o perfino la Valle dei Templi, tranne che delle frequenze televisive, tanto preziose per l´azienda del presidente del Consiglio. Eppure, l´etere è come l´acqua: un bene pubblico, un bene comune che appartiene a tutti i cittadini. Essenziale per il pluralismo dell´informazione e quindi per la vita democratica. Così l´emendamento presentato al Senato dal Partito democratico per mettere all´asta le frequenze liberate nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale, di cui abbiamo parlato qui nei giorni scorsi, rischia di finire nel frullatore parlamentare dove si prepara la maionese impazzita di questa manovra. Se ne potrebbero ricavare forse da uno a tre miliardi di euro, per fare cassa e rinsanguare i conti dello Stato. Ma la maggioranza del partito-azienda preferisce regalare le frequenze ai “signori dell´etere” e in primo luogo al proprio presidente-padrone.
A suo tempo, fu proprio l´ex sottosegretario alle Comunicazioni, Paolo Romani, promosso poi a ministro dello Sviluppo economico, a concordare con la Commissione europea il metodo del “beauty contest” (concorso di bellezza) per assegnare le nuove frequenze televisive agli operatori più “belli”, cioè più ricchi e più forti. E il 7 aprile del 2009 l´Autorità italiana sulle Comunicazioni, presieduta da Corrado Calabrò, decise a maggioranza con due voti contrari di adottare questo meccanismo, considerando la “doverosità” (testuale) della delibera per evitare la procedura d´infrazione aperta da Bruxelles contro l´Italia sul caos dell´etere.
Ormai, su richiesta della stessa Commissione europea, quel criterio è diventato legge dello Stato. Ma nulla impedisce evidentemente che, nell´attuale situazione di emergenza economica e finanziaria, il testo venga modificato o magari corretto. E anche al di là dell´asta al rilancio proposta ora dal Pd per assegnare queste frequenze al miglior offerente, sarebbe opportuno comunque aggiornare i canoni irrisori delle vecchie concessioni in scadenza l´anno prossimo, fermi ancora all´1 per cento del fatturato di ciascuna azienda televisiva.
Questo è davvero un modo per togliere le mani dalle tasche dei cittadini, senza metterle nelle casse dello Stato. Per non fare profitti privati a carico delle finanze pubbliche. Per non lucrare sull´etere che, come l´acqua pubblica, è un altro bene comune fondamentale.

La Repubblica 03.09.11

"Librerie e biblioteche, gli strumenti chiave per aiutare la lettura", di Rocco Pinto

Caro direttore, è entrata in vigore la legge Levi approvata in via definitiva al Senato sabato 20 luglio. La legge disciplina il prezzo dei libri e pone un tetto massimo di sconto del 15% sul prezzo del libro sia al dettaglio che per il commercio elettronico. Stabilisce alcune regole sulle promozioni. Si possono effettuare campagne promozionali stabilite solo dall’editore non superiori ad un mese, non ripetibili sulle stesse collane e ad esclusione del mese di dicembre. Lo sconto massimo sulle campagne è del 25%. Per le biblioteche e le scuole è possibile uno sconto massimo del 20%.

Questa legge che ha creato scontri e lacerazioni all’interno del mondo editoriale è finalmente stata approvata ed è un punto di partenza su cui librai, editori e altri operatori del mondo del libro, bibliotecari, insegnanti e quanti a vario titolo si occupano di libri e di lettura possono ripartire per arrivare a una legge più organica sul libro e la lettura di cui il nostro Paese ha bisogno. L’approvazione di questa legge ha scatenato polemiche che si sono levate da più parti e a cui bisogna provare a rispondere chiarendo alcuni passaggi non chiari a chi non è addentro.

Stefano Mauri (amministratore del Gruppo Gems) proprio a questo proposito sul Il Fatto del 26 agosto dice: «Confesso che se non mi occupassi da trent’anni di studiare il mercato del libro mi unirei con leggerezza al coro di voci che gridano allo scandalo di fronte a una legge, la legge Levi, che dal primo settembre restringe la libertà di sconto per i librai al 15%, proprio in tempi di crisi. Leggendo i giornali e i blog mi sarei fatto un’idea molto superficiale del problema». Quasi tutti i giornali hanno dato spazio alla polemica e non all’approfondimento.

La prima cosa da evidenziare è che in tutti i Paesi europei, ad eccezione del Regno Unito, il prezzo dei libri è regolamentato; in Francia e in Spagna lo sconto regolamentato è del 5%, in Germania non esiste sconto. Nonostante la flessibilità di sconti il nostro Paese è molto indietro rispetto a Francia e Germania come percentuali di lettori. Non sono gli sconti che fanno crescere i lettori ma le politiche di promozione della lettura che nei Paesi citati esistono e in Italia sono inesistenti. In Italia la metà della popolazione non legge neanche un libro all’anno ed è su questo che dobbiamo concentrarci. Quanto spostano i 1200 festival e i 18.00 premi letterari? Evidentemente poco, molto poco se la situazione è quella descritta.

Molti hanno sostenuto che questa legge salvaguarda piccoli e medi librai ed editori. Sono d’accordo solo in parte. Questa legge pone solo qualche regola che prima non c’era e riporta la competizione non sullo sconto ma sul servizio. Come può una libreria competere con Amazon o con un supermercato che arrivano a fare sconti del 35% laddove la libreria stessa acquista i libri con il 30%? Come può un piccolo editore con poche risorse rincorrere questa politica suicida degli sconti? La libreria deve potersi misurare sul servizio e non sullo sconto. L’editore sulla qualità del suo prodotto e non su quanto sconto fa. Finché in Italia non si riconosce il ruolo fondamentale delle librerie sul territorio al pari delle biblioteche continueremo a fare inutili dibattiti. In Francia si è arrivati ad assegnare un marchio di qualità alle librerie che rispondono a certe caratteristiche e sono un riferimento sia per l’assortimento che per la loro attività culturale.

E per allargare la base dei lettori c’è necessità di biblioteche, scuole e librerie che funzionino. Al Sud mancano biblioteche e librerie. Lo sviluppo di queste zone e la crescita economica sono legati alla modernizzazione sociale e culturale. Nelle statistiche recenti alti indici di lettura sono connessi ad alti indici di reddito. Quindi la promozione della lettura è un obiettivo strettamente connesso con lo sviluppo economico del nostro Paese.

Il lettore deve comprendere che le politiche degli sconti di questi anni spesso sono state aleatorie ed ingannevoli. Che senso ha lievitare i prezzi continuamente per poi continuamente ribassarli del 30% come è capitato in questi anni? E’ possibile per gli operatori essere in promozione continua?

Perché l’Italia non è capace di fare politiche nazionali di promozione della lettura e non riesce a fare una festa del libro sull’esempio di altri Paesi europei che potrebbe rappresentare un secondo Natale per gli operatori? Non siamo neanche capaci di copiare da chi fa meglio di noi. La Spagna ci ha superati da questo punto di vista. Se qualcuno ha fatto bene, perché non copiare? Questo lo diceva Bruno Munari.

* libraio indipendente

LA Stampa 03.09.11