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"Referendum, boom dei moduli di adesione. Si muovono anche Sel e Idv", di Fabrizia Bagozzi

Quindicimila moduli in due giorni. Settemila solo ieri. Dopo un agosto più lento, la discesa in campo di due big come Prodi e Veltroni ha smosso le acque e al comitato che promuove il referendum anti-Porcellum fioccano le richieste dei prestampati. Tant’è che, esauriti i primi 110mila, ora ne verranno prodotti altri 50mila per riuscire a far fronte alla domanda che arriva da ogni parte d’Italia e che riguarda gruppi organizzati, associazioni, ma anche singoli individui che chiedono lumi su come firmare e come far firmare. Ieri, per esempio, molti di quelli che hanno chiamato erano semplici cittadini, pronti a impegnarsi in solitaria o ad aggregare attorno a sé per chiudere una volta per tutte la stagione della porcata targata Calderoli.
Ma se, con l’avvicinarsi della scadenza – oggi mancano 29 giorni al deposito delle firme in Cassazione – la domanda cresce, per il comitato diventa cruciale l’offerta, intesa come offerta di spazi per una raccolta sistematica e massicia, che è poi quella che meglio può garantire il raggiungimento di quota 500mila.
La macchina è in pieno movimento. E i due partiti importanti che promuovono il referendum – insieme ai Democratici, al Partito liberale, all’Unione popolare e alla rete dei referendari – fanno la parte del leone. Forte di una struttura abituata alla mobilitazione, l’Italia dei valori, ha “promesso” 150mila firme, Sel 100mila. Ed è già possibile sottoscrivere in molti comuni italiani – ieri su Repubblica i Democratici hanno lanciato la campagna “Firma nel tuo comune” – mentre nel fine settimana saranno allestiti banchetti a Roma, a Napoli e nelle più grandi città italiane.
Anche se per ora ancora random, è possibile firmare anche alle feste del Pd, dove i referendari non si sentono ospiti: alla festa nazionale di Pesaro, a Torino, a Bologna.
A Modena, dove martedì sera, in poche ore, hanno firmato oltre 400 persone.
Certo è che, se l’obiettivo è possibile, la corsa è in salita. La matematica non consente divagazioni: per raggiungere le 600mila firme che danno un minimo di garanzie sull’obiettivo – la cifra tiene conto della percentuali di errori – se ne devono raccogliere 20mila al giorno. Numeri che di solito fanno le grandi organizzazioni radicate sul territorio. Ai tempi del referendum sulla legge 40, dispiegando tutta la loro capacità di mobilitazione, i Ds riuscirono a raccogliere in un mese, settembre, 600mila firme.
Il tempo stringe, ora bisogna fare i numeri. Così Di Pietro coglie l’occasione per lanciare un appello dei suoi, chiedendo ai big (sottotesto: del Pd) che hanno sottoscritto «personalmente», di scendere in piazza per raccoglierne altre. E fra le personalità democratiche che hanno firmato ieri, si segnalano i già annunciati Castagnetti e Fassino, mentre ha fatto sapere che firmerà «con amarezza», il sindaco di Firenze Matteo Renzi.
E dopo le adesioni di Prodi e Veltroni, in casa democratica cresce il fronte del sì, mentre l’area dalemiana e alcuni ex popolari fautori dell’alleanza col Terzo polo rimangono contrari. Il segretario Bersani è rimasto finora sulla linea della «extrema ratio».
Oggi di questo (anche) si discuterà durante il coordinamento, nel quale il capogruppo alla camera Dario Franceschini chiederà che il partito appoggi pienamente la campagna referendaria ed entri in campo con tutta la sua organizzazione, i suoi militanti, le sue strutture. Fra coloro che hanno aderito al referendum c’è anche il vicepresidente del senato Vanino Chiti, che lancia un appello a Stefano Passigli e a tutti coloro che avevano promosso il referendum proporzionalista: «C’è bisogno di una possente sollecitazione democratica al parlamento. Unite il vostro impegno al nostro. Intento comune non è quello di scrivere con il referendum la legge elettorale,ma di determinare le condizioni perché il parlamento lo faccia».

da Europa Quotidiano 01.09.11

"Preoccupante vuoto di potere", di Luigi La Spina

Al di là dell’imbarazzante retromarcia sul riscatto degli anni di università o di leva ai fini della pensione, un caso in cui il dilettantismo e l’improvvisazione hanno sicuramente superato ogni limite, quello che colpisce in queste settimane di fine estate è un’impressione più preoccupante. Il drammatico scarto, cioè, fra la gravità dei problemi dell’Italia e il livello di consapevolezza politica, di competenza professionale e di responsabilità morale con i quali chi ci governa affronta una situazione certamente molto difficile.

Il nostro Paese, infatti, soffre di tutti i problemi finanziari, economici e sociali dell’Europa e dell’intero Occidente con l’aggravante di due cospicui handicap rispetto alle altre nazioni: un pesantissimo debito pubblico e un livello di crescita nettamente inferiore. Ridurre il peso del primo sui conti dello Stato senza innescare una recessione, anzi cercando di stimolare investimenti e consumi, è compito arduo, soprattutto in una società come la nostra, dove il potere delle corporazioni sulle scelte della politica è molto forte.

In queste condizioni, solo l’autorevolezza e la credibilità di una intera classe politica e, soprattutto, della sua espressione governativa potrebbe convincere i due fondamentali interlocutori, le istituzioni internazionali e i cittadini italiani, di essere in grado di fronteggiare la situazione. Occorre dimostrare ai primi di aver compreso la gravità dell’emergenza in cui si trova l’Italia e di avere la forza e il coraggio di imporre le misure indispensabili. Ai secondi è necessario parlare con la serietà che il momento richiede e non nascondere la verità, amara ma incontrovertibile: per riprendere il cammino della crescita sono necessari sacrifici, ma di tutti. Certamente graduati secondo le disponibilità economiche di ciascuno, senza illudere, però, che i problemi possano essere risolti con qualche estemporanea trovata punitiva contro chi è meno caro ai partiti della maggioranza o con le solite promesse di un radioso futuro in cui gli evasori saranno finalmente scovati e la politica sarà capace di tagliare i suoi costi. Promesse a cui ormai nessuno, neanche il più ingenuo, crede più.

Lo spettacolo che la politica italiana offre alle istituzioni finanziarie internazionali, ai Paesi partner dell’eurozona e soprattutto ai cittadini è, a dir poco, sconcertante. I due leader della maggioranza governativa, Berlusconi e Bossi, sono apparsi, nei giorni scorsi, silenti e persino defilati, proprio quando ci sarebbe la necessità di esercitare una guida energica, lucida, autorevole. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a suo agio nelle discussioni intellettuali sui destini del mondo, sembra patire un oscuramento preoccupante, non si sa se dovuto ai guai giudiziari che l’hanno sfiorato o all’offensiva che una parte del suo partito sta conducendo contro di lui. Con risultati, in ogni caso, negativi. Perché questa offensiva non è sufficiente per costringerlo alle dimissioni, ma è sufficiente per metterlo in grande difficoltà.

Questo sostanziale vuoto di una leadership all’altezza del grave momento in cui si trova il nostro Paese ha prodotto una confusione di idee assoluta, in cui la modestia delle competenze e l’irresponsabilità dei ruoli garantiscono una sfrenata libertà alla fantasia. Si avanzano proposte, come quest’ultima sugli anni di studio per raggiungere la pensione, senza calcolare le conseguenze economiche, valutare i rischi di incostituzionalità, comprendere gli enormi danni nel rapporto tra i nostri concittadini e lo Stato che una norma del genere avrebbe arrecato. L’unica preoccupazione sembra quella di scaricare i sacrifici su quella categoria che è più lontana dal proprio elettorato. Così il compromesso, soluzione inevitabile e anche accettabile quando riesce a evitare troppe ingiustizie, diventa una trappola, perché si trasforma in un veto di tutti contro tutti. Il risultato è inevitabile: la manovra non c’è più e i conti non tornano. Allora, almeno così pare, si dovrà ricorrere all’arma finale: l’aumento dell’Iva. Come tutte le armi finali, con effetti dirompenti. Sicuramente utili per garantire i saldi promessi all’Europa, ma rischiosi per i già modestissimi livelli di crescita economica del nostro Paese.

E’ comprensibile che un governo, qualsiasi governo, si preoccupi delle conseguenze elettorali, quando decide provvedimenti che comportano sacrifici. Ma è incomprensibile come non si capisca come questo modesto carosello di proposte, pasticciate e incoerenti, suscitino negli italiani una irritazione e una indignazione ben maggiore di quella che produrrebbe un serio appello alla responsabilità collettiva. Peccato che i nostri politici disprezzino così tanto l’intelligenza e la maturità di coloro che governano.

"Chiusure e accorpamenti l´anno scolastico al via con 1100 istituti in meno", di Corrado Zunino

Nel suo vestito leggero color acquamarina, Mariastella Gelmini ministro dell´Istruzione ieri da Palazzo Chigi ha assicurato che i tagli sono finiti e la scuola il 12 settembre partirà rinnovata e migliorata. Illustrando i dati ministeriali, la Gelmini ha sostenuto: si diffonde il tempo pieno, più 6% gli alunni rispetto al 2004. I docenti destinati al sostegno, quindi alla crescita dei ragazzi in difficoltà, sono diventati 94.430, primato nella storia della scuola. Tornano le borse di studio falcidiate da Tremonti: 100 milioni andranno per quella voce, «daremo un contributo a tutti i laureati con 110 e lode».
Negli androni dei provveditorati e nelle segreterie delle scuole che lentamente riaprono si raccontano altre storie. A Torino un gruppo di docenti ha spiegato che i numeri record del sostegno si sono fatti dirottando “prof” di ruolo – che per vent´anni hanno insegnato matematica e storia – sui bambini in difficoltà. Per quanto riguarda l´università, segnalano sindacati e studenti, i tagli decisi nel 2008 proseguono fino al 2013. E nei cicli inferiori ci saranno 19.700 insegnanti in meno. In generale, la spesa per l´istruzione sarà calante fino al 2025. In tutto il Centro-Nord si segnalano classi pollaio (il ministero certifica che sono cresciute). In Toscana, 2000 studenti in più (747 nelle superiori) e 898 insegnanti in meno. Si stanno allestendo Consigli comunali preoccupati nei comuni della Valdarno, nel Grossetano. In provincia di Pavia la soglia dei 30 studenti sarà superata in molte classi. Caro libri generalizzato: 40 mila italiani hanno chiesto un prestito per comprare i manuali ai figli. Il sindacato Gilda parla di rischio dell´inizio dell´anno scolastico. Il Pd ha presentato un´interrogazione: «Abbassamento della qualità didattica, aumento della dispersione scolastica».
In un lavoro di approfondimento il periodico “Tuttoscuola” ha spiegato che grazie a tre commi della manovra bis di luglio la riorganizzazione gelminiana sarà profonda e dolorosa. Per cinque milioni di famiglie cambierà il preside: 3.180 a casa. Sarà rivoluzionata la rete delle scuole: 5.600 (oltre la metà) saranno accorpate in 4.500, 1.100 saranno soppresse (quasi tutte elementari e medie). Duemila scuole, le più piccole, saranno date in reggenza a presidi già impegnati. In Sardegna e in Sicilia un istituto su cinque sarà cancellato.

La Repubblica 01.09.11

"I prezzi al massimo dal 2008. Ue: 22,7milioni senza lavoro", di Marco Tedeschi

Gli italiani tornano a casa dopo le ferie e trovano la prima conferma delle difficoltà del prossimo autunno. L’inflazione riprende a correre, mentre il mercato del lavoro non dà segni di risveglio in coincidenza con le gravi incertezze della nostra economia. Nel mese di agosto i prezzi al consumo sono saliti mediamente al massimo dall’ottobre 2008, mentre nell’Eurozona l’inflazione resta ferma sui valori precedenti (2,5%). Sul fronte del lavoro il tasso di disoccupazione in Italia è stabile all’8%, sotto la media dell’ area euro (10%), ma non ci sono segnali incoraggianti di ripresa nella creazione di occupazione. E la Cgil parla di «pericolosa stagnazione ». I prezzi al consumo nel mese scorso registrano un aumento dello 0,3% rispetto luglio e del 2,8% nei confronti dello stesso mese dell’anno precedente (era 2,7% a luglio). La corsa dei prezzi è trainata dal costo dei carburanti e dei trasporti. Al netto dei soli beni energetici, il tasso di crescita tendenziale dell’indice dei prezzi al consumo resta stazionario al 2,1%. In particolare volano i prezzi nel settore trasporti: in particolare l’aumento più significativo si rileva in quello marittimo e per vie di acque interne (+29,8%), che segnano un incremento del 61,4% rispetto ad agosto 2010 (era +33,1 a luglio). Si registrano aumenti congiunturali consistenti anche per i prezzi del trasporto aereo (+17,3%), che crescono su base tendenziale del 5,1%. Infine, i prezzi del trasporto ferroviario passeggeri registrano un aumento rispetto a luglio pari all’1,1% e crescono del 9,7% su base annua.
INFLAZIONE ACQUISITA AL 2,6% L’inflazione acquisita per il 2011 è pari al 2,6%. Il tasso di disoccupazione invece si attesta a luglio all’8%, non facendo registrare variazioni rispetto al mese precedente; su base annua il tasso cala di 0,3 punti percentuali. La disoccupazione giovanile scende al 27,6%, con una diminuzione congiunturale di 0,2 punti percentuali. Su base annuale sale invece di 0,8 punti. Gli occupati sono cresciuti dello 0,2% (+36 mila unità) rispetto a giugno e dello 0,4% (+88 mila unità) nel confronto con lo stesso mese dello scorso anno. Il tasso di occupazione si attesta, come nei due mesi precedenti, al 56,9% e risulta stabile sia nel confronto congiunturale, sia in termini tendenziali. La periodica rilevazione Istat, combinata con i dati sulla cassa integrazione, evidenzia un andamento dell’occupazione «positivo ma contenuto nei limiti della ripresa in atto», commenta il Ministro del Welfare Maurizio Sacconi. Preoccupati invece restano i sindacati. La Cgil parla di «pericolosa ed evidente stagnazione occupazionale». Cisl e Uil denunciano che la ripresa dell’occupazione «è ancora troppo modesta». Rimane delicata la situazione occupazionale in Europa. Secondo le stime dell’istituto di statistica dell’Ue, i disoccupati del mese scorso nell’Unione europea erano 22,711 milioni, di cui 15,757 milioni nei 17 paesi della moneta unica, in aumento rispettivamente di 18 mila e 61 mila rispetto a giugno. Rispetto all’anno scorso, invece, il numero dei senza lavoro è diminuito di 451 mila nell’Ue27 e di 247 mila nell’Eurozona. A pesare sono ancora le cifre della Spagna (21,2%), mentre i livelli più bassi si sono registrati in Austria (3,7%) e Paesi Bassi (4,3%). Il tasso di disoccupazione resta particolarmente alto fra i giovani sotto i 25 anni: 20,7% nell’Ue (era il 20,8 in giugno) e 20,5% nell’Eurozona (invariato). Negli Stati Uniti, in luglio i disoccupati erano pari al 9,1% mentre il dato di giugno in Giappone era pari al 4,6%.❖

L’Unità 01.09.11

"Il premier: un pasticcio e la colpa è di quei tre…", di Carmelo Lopapa

Dice che su questo «pasticcio» lui non vuol «mettere la faccia». Che la risolvano Tremonti e Calderoli e Sacconi, al più presto, la grana dei conti che non tornano. Che lui da ieri sera e per tutta la giornata di oggi si occuperà «solo di Libia», tentato perfino dal disertare il Consiglio dei ministri di stamattina. D´altronde deve volare a Parigi per la conferenza internazionale in programma nel pomeriggio. Per Silvio Berlusconi l´accordo valido è quello siglato a casa sua lunedì scorso. Certo, fatta salva la norma-boomerang sul riscatto degli anni universitari e del servizio militare. È stata cancellata con tutta fretta ieri mattina dallo stesso artefice della trovata, il ministro del Welfare, al termine del faccia a faccia avuto col collega leghista Calderoli. Emerge adesso che al vertice di lunedì Sacconi aveva fatto sapere che i beneficiari sarebbero stati non più di 3-4 mila e che sulla disposizione c´era la copertura di Cisl e Uil. Si è scoperto martedì mattina che coloro che avevano riscattato laurea e militare erano qualcosina in più: appena 600 mila. E che i sindacati (tutti) erano pronti alla rivolta. Marcia indietro, dunque. Ma tanto è bastato per allargare la falla dell´ammanco, passato dai 5-6 miliardi stimati informalmente dalla Ragioneria dello Stato dopo la riscrittura della manovra, ai 7-8 di ieri. Dato che, dal congelamento del riscatto ideato ad Arcore, il governo stimava di ricavare almeno 1,5 miliardi di euro. Spariti anche quelli. Ecco perché a fine giornata, chiuso a Villa San Martino e parecchio infastidito dal disordine generale sulle cifre e dalle polemiche in libertà dei suoi, il Cavaliere lascia intendere che l´ipotesi di innalzare di un punto l´Iva, addirittura di 1,5, resta sullo sfondo, come extrema ratio. Quasi un monito all´indirizzo del ministro dell´Economia Tremonti, che di un intervento sull´imposta sul valore aggiunto continua a non voler sentire parlare. Allora provveda lui in altro modo, è quanto gli manda a dire il presidente del Consiglio. Sulla testa di tutti i ministri resta la spada di Damocle di un ulteriore giro di vite sui bilanci dei ministeri, già al momento spazzolati per 6 miliardi di euro. La riunione di governo di questa mattina sarà dedicata ad altro, si affretta ad anticipare Palazzo Chigi per disinnescare tensioni e aspettative della vigilia. Quel che tutti sanno è che di manovra invece si parlerà, eccome, al termine del cdm, quando Tremonti, Calderoli, Maroni, Nitto Palma e Sacconi dovrebbero essere raggiunti da Alfano.
E in testa all´agenda c´è la misura messa a punto nelle ultime 36 ore da Roberto Calderoli. Il ministro della Semplificazione ne avrebbe discusso al telefono con Tremonti e con il segretario Pdl. A sentire i pidiellini ci sarebbe un sostanziale via libera. Si tratterebbe di un inasprimento delle norme antievasione, con un aggravio di pena per i reati fiscali gravi, fino al carcere. Il tutto camminerebbe di pari passo con una sorta di concordato: il recupero delle migliaia di contribuenti che hanno fatto i furbi in occasione dell´ultimo condono fiscale varato da un governo Berlusconi, quello del 2003. In quell´occasione, tanti evasori hanno pagato la prima rata per bloccare il procedimento penale. Salvo poi disertare tutti i successivi step col fisco. Ebbene, la macchina del Tesoro metterebbe ora nel mirino quei piccoli-grandi evasori per recuperare – stando alle prime stime – circa 4 miliardi di euro. Il tutto, tramite una maggiorazione delle rate già previste. E col divieto assoluto, per i «condonati», di aderire in futuro a ulteriori condoni. Al lavoro, gli uffici tecnici del Tesoro e di Palazzo Chigi. Per tutta la giornata, sulla scia del caos e della ricerca forsennata di soluzioni, si è parlato con insistenza anche di un nuovo condono tombale. Perfino di un condono edilizio-blitz all´orizzonte. Voci tuttavia smentite in serata dai ministri che stanno lavorando al restyling del decreto: colpi di spugna che garantirebbero solo entrate una tantum e con pessimo ritorno di immagine. Sarebbero invece allo studio altre misure minori per recupero di centinaia di milioni sulle voci di bilancio più disparate. Perfino un nuovo redditometro sui beni di lusso.
Ma è una corsa contro il tempo. Anche perché l´Italia è sotto la lente di ingrandimento di Bruxelles, dove è già rimbalzata l´eco del caos di questi giorni sul risanamento dei conti. Questa mattina il presidente della commissione Ue Barroso avrà un incontro informale con i vertici del gruppo Pdl all´Europarlamento. Vuol vederci chiaro. Gli emendamenti che il governo avrebbe dovuto depositare ieri in commissione Bilancio al Senato sono ancora in cantiere, preannunciati per questa mattina. Il presidente del Senato, Renato Schifani, convocando ieri nel suo studio La Russa, il sottosegretario Casero, i capigruppo Gasparri e Quagliariello ha avvertito che bisogna necessariamente provvedere entro oggi. Non oltre. E preferibilmente senza fiducia. Così, trapela, gradirebbe soprattutto il Colle. «La verità è che nessuno sa nulla e forse neanche nelle prossime ore gli emendamenti saranno pronti» confidava in serata il repubblicano Francesco Nucara lasciando la sede Pdl di via dell´Umiltà dopo aver incontrato Alfano.
Non è un caso se a Palazzo Madama in pochi, nella maggioranza, sono pronti a scommettere ormai sull´approvazione del testo in commissione entro domani. Più probabile lo slittamento a lunedì. Poi, da martedì in aula, il maxiemendamento viaggerà quasi certamente blindato dalla fiducia.

La Repubblica 01.09.11

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“Dilettanti al potere”, di TITO BOERI

Secondo il Ministro Brunetta di una manovra ogni quattro giorni si può anche morire. Difficile, per una volta, dargli torto. Anche se a morire è il Paese a quanto pare ben prima di questo governo. Ormai ne abbiamo perso il conto. L´ultima manovra è durata meno di un giorno. Sono bastate dodici ore per indurre la maggioranza a fare marcia indietro sull´esonero degli anni di laurea e di servizio militare dal computo dei requisiti per la pensione d´anzianità, annunciato con un comunicato dopo il vertice di Arcore.

E ieri la maggioranza non ha presentato gli attesi emendamenti in Commissione Bilancio al Senato. A questo punto mancano tra i sei e i sette miliardi all´appello. La cancellazione del contributo di solidarietà toglie alla manovra circa 4 miliardi in tre anni. I tagli ai Comuni sono stati ridotti di due miliardi secondo il Presidente dell´Anci (addirittura di 3 miliardi secondo il sindaco di Roma, Alemanno). Nei giorni scorsi il servizio studi del Senato aveva espresso serie riserve sulle stime offerte dal governo circa gli effetti dei nuovi tagli a Ministeri ed Enti Locali (13 miliardi e mezzo a regime in totale) nonché sul gettito dell´ennesima tassa sui giochi (mezzo miliardo). Inoltre il visibile rallentamento dell´economia nel 2011, certificato martedì dall´Istat, e il peggioramento della congiuntura internazionale richiederanno uno sforzo aggiuntivo per centrare il pareggio di bilancio nel 2013. Altri 20 miliardi della manovra, infine, continuano a venire affidati alla norma capestro sul taglio delle agevolazioni fiscali, che colpisce soprattutto le famiglie a basso reddito, una norma che lo stesso Governo dichiara di non voler mettere in pratica e di tenere solo come extrema ratio nel caso in cui non si arrivasse all´approvazione di una imprecisata riforma fiscale e assistenziale. Insomma, a due mesi e mezzo dall´apertura di una crisi di credibilità drammatica per il nostro Paese, a tre settimane dalla decisione della Bce di intervenire a sostegno dei nostri titoli di Stato a fronte dell´impegno del nostro Governo ad anticipare l´aggiustamento e a più di due settimane dal Consiglio dei ministri che ha impegnato il nostro Paese al pareggio di bilancio entro il 2013, il nostro governo non è ancora riuscito a chiarire come raggiungerà questo obiettivo, varando una manovra dell´entità richiesta. Anche se è difficile che la Bce possa a questo punto ritirare il suo sostegno, il suo intervento non è certo illimitato. E il nostro governo sta dando ragione a quel crescente plotone di deputati della Cdu che si oppongono al potenziamento del fondo salva stati mettendo Angela Merkel in minoranza a un mese dal voto al Bundestag. Sta anche offrendo munizioni al Presidente Federale della Germania, Christian Wulff, che mette in discussione la costituzionalità degli stessi interventi della Bve in acquisto dei nostri titoli di Stato. In altre parole, non solo non stiamo favorendo quel maggiore coordinamento delle politiche fiscali a livello europeo che è fondamentale per risolvere la crisi del debito dell´area Euro, ma addirittura stiamo contribuendo attivamente ad allontanarne la soluzione.
Nel frattempo il Paese si lacera e vive in continua apprensione. Gli italiani respirano ormai un clima da finanziaria permanente, in cui ogni giorno devono stare in guardia e controllare di non trovarsi colpiti alle spalle da qualche provvedimento improvvisato da qualche ministro balneare (non solo nell´improvvisazione con cui interviene, ma spesso anche nell´abbigliamento). Perché il governo ha già ampiamente dimostrato di non farsi scrupolo alcuno nel colpire in modo anche molto pesante chi non fa parte del proprio elettorato, rinnegando impegni presi con misure retroattive e fortemente punitive al tempo stesso. Ad Arcore è stata la volta dei laureati, tra cui la Lega raccoglie pochi consensi, e dei dipendenti pubblici, che nei sondaggi tipicamente sono orientati verso il centro-sinistra. Ai primi era stato imposto di ritardare il pensionamento fino a sei anni senza che questo prolungamento forzato della carriera lavorativa potesse almeno comportare un incremento della propria pensione futura. È un costo altissimo concentrato su di una platea molto ristretta. I dipendenti pubblici si sono visti, invece, mantenere il contributo di solidarietà tolto alle altre categorie. È chiaro che queste scelte non possono che apparire inique suscitando l´indignazione anche di chi non è colpito dalla scure dei tagli.
Se il Governo intende intervenire sulla spesa pensionistica, una scelta probabilmente inevitabile dato che rappresenta il 40 per cento della spesa corrente disponibile, le sue scelte devono essere ispirate a spargere i sacrifici su di una platea più vasta possibile, riducendo al contempo le disparità di trattamento fra generazioni diverse. Una misura che va in questa direzione è l´estensione del metodo contributivo pro-rata a tutti con l´adozione di finestre flessibili di pensionamento tra i 62 e i 67 anni. Il vantaggio di passare al contributivo è che, ritardando l´andata in pensione, il lavoratore, anche quello che avesse già raggiunto 40 anni di contributi, si vede riconosciuto un incremento della propria pensione di circa il 3 per cento all´anno in termini reali. Molti italiani hanno subito in questi mesi ingenti perdite patrimoniali, dato che non c´è attività di risparmio, anche tra quelle considerate a basso rischio, o bene rifugio (a parziale eccezione del solo oro) che non abbia subito forti riduzioni del proprio valore in questi mesi.
Lavorando più a lungo e beneficiando poi di pensioni più alte, molti italiani potrebbero ricostruirsi il loro patrimonio per una vecchiaia destinata a durare molto più a lungo di quanto avevano sperato quando avevano iniziato a lavorare. Il tutto senza doversi vedere riconoscere miglioramenti retributivi per aumentare le proprie pensioni. Non si dica che questo renderebbe più difficile il riassorbimento della disoccupazione giovanile. Al contrario, come mostra l´esperienza internazionale, gli ultrasessantenni hanno un ruolo cruciale nel facilitare l´ingresso produttivo dei giovani nel mondo del lavoro. Del resto basta guardare a casa nostra per rendersi conto che abbiamo due primati poco invidiabili: quello della quota più alta di giovani che non lavorano e non studiano al tempo stesso e quello di chi ha vite lavorative più brevi. Lavorando più a lungo possiamo ridurre la pressione fiscale che grava sui giovani e aumentare assunzioni e rendimento dell´istruzione fra chi ha meno di 24 anni.

La Repubblica 01.09.11

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“Tremonti assediato nel bunker”, di CLAUDIO TITO

«Non mi assumo la responsabilità di errori non miei». Il telefonino è rimasto muto per buona parte della giornata, l´ufficio al ministero chiuso. La baita di Lorenzago di Cadore si è trasformata per un giorno in un vero e proprio bunker. Per respingere gli assalti del fuoco amico.
Quello della sua maggioranza. Giulio Tremonti si è dunque messo l´elmetto e ha piazzato i sacchetti di sabbia. Per affrontare quella che assomiglia sempre più alla “battaglia finale”, quella che segnerà le sorti dell´esecutivo e le sue personali. Chiudendosi in un isolamento che va assumendo le caratteristiche di un assedio. Un accerchiamento che ha il suo epicentro nella manovra e che trova origine a Palazzo Chigi.
Silvio Berlusconi, del resto, non si fida più di quello che un tempo definiva un «genio». «Usa pretesti per qualsiasi cosa – è sbottato ieri – anche oggi ha un solo obiettivo: “Far morire Sansone con tutti i filistei”. Tenta sempre lo sgambetto». Tra i due ieri neanche una parola. Solo tanta diffidenza. E il sospetto reciproco di costituire un “target” da colpire e abbattere. Uno scontro che sospinge l´esecutivo sempre più verso il baratro dell´ingovernabilità. O, come ammoniva ieri il presidente del Senato Schifani rivolgendosi ai capigruppo della maggioranza, verso una situazione di «pre-crisi». Un clima in cui – è la paura del Cavaliere – «tutto può improvvisamente precipitare a causa sua». Oppure si può risolvere con le dimissioni di Tremonti. «Eventualità per cui – ha ripetuto ancora il presidente del consiglio – non mi straccerei le vesti». Anzi, ormai per l´inquilino di Palazzo Chigi sta diventando quasi una speranza.
Non è un caso che per tutta la giornata di ieri il responsabile del Tesoro abbia alzato le difese barricandosi a Lorenzago. Non vuole cedere e soprattutto non vuole «coprire» i «buchi» aperti dai suoi alleati. A cominciare dalla misura sulle pensioni di anzianità. Mentre il centrodestra attendeva sotto shock a Palazzo Madama la definizione dei nuovi emendamenti, lui ha evitato di parlare praticamente con tutti. L´unico canale di comunicazione aperto era con i sottosegretari, Casero e Giorgetti. I soli in grado di trasmettere la posizione del ministro. «Non possono chiedermi di stravolgere la manovra in qualcosa che non sarebbe più mio – si è sfogato con i fedelissimi – . Hanno cercato di fare i furbi? Ora cosa vogliono?». La sua ira non è rivolta solo contro il premier. Stavolta gli strali colpiscono in primo luogo il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, l´ideatore della norma sul riscatto della laurea e della naja per le pensioni di anzianità. A Via XX Settembre, infatti, raccontano che Sacconi prima di dar il via libera alla “stretta” aveva chiesto un parere ai tecnici dell´Inps ricevendo un parere assolutamente “negativo”. «E ora chiedono a me di risolvere il problema? Ci pensino loro». L´unico aiuto fornito è stato quello di mettere a disposizione di Sacconi e del leghista Calderoli i tecnici dell´Economia.
Sa però che la «battaglia» non è ancora finita. Anche perché i sospetti di buona parte del Pdl sono tutti intatti. In pochi credono che i saldi siano coperti, tutti pretendono di vedere i provvedimenti concreti nell´incubo che i tagli ai ministeri siano ulteriormente cresciuti. Soprattutto sono terrorizzati dalle misure «draconiane» prospettate per la lotta all´evasione. «Prevedere il carcere – sbottano a Via dell´umiltà – significa ammazzare il nostro elettorato. Altro che ritornare allo spirito del ‘94». Un atteggiamento che adesso ha fatto breccia anche nella Lega. Le frecciate del Ministro infatti ieri sono scoccate ieri anche contro Calderoli e contro lo stato maggiore lumbard. Sta di fatto che il suo “ritiro montanaro” ha provocato una sorta di crisi di nervi nella coalizione. Basti pensare al ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che ieri usciva sconsolato dalle riunioni di maggioranza allargando le braccia e scuotendo la testa in attesa di risposte che dal Cadore non arrivavano.
Ma il bunker di Tremonti è anche costruito intorno ad un appuntamento che tutti, nel Popolo delle libertà e nel Carroccio, considerano cruciale: l´autorizzazione all´arresto di Marco Milanese che sarà votata il 20 settembre alla Camera. Nella maggioranza quasi tutti danno per scontato che l´esito non sarà positivo per l´ex collaboratore di Tremonti: «È andato in carcere Papa, ci andrà anche lui». Il ministro lo sa e sta ora cercando di capire come affrontare il caso. Tanto che gli uomini del Cavaliere iniziano a pensare che stia costruendo i presupposti delle dimissioni scaricando le responsabilità sul Pdl e non su Milanese. «In ogni caso – chiosava ieri Berlusconi – si sta infilando in un cul de sac. Anche perché sa bene che senza Bossi non va da nessuna parte. E Umberto con lui non ci sta più».
Eppure, al momento, nessuno è riuscito a vulnerare il bunker di Lorenzago. E a Palazzo Chigi, semmai, iniziano a materializzarsi i fantasmi di una crisi di governo: «Vuole l´incidente». Soprattutto Berlusconi inizia a temere le reazioni del Quirinale. La paura che Napolitano – dinanzi alla paralisi del governo – agisca facendo uso pienamente dei poteri che gli attribuisce l´articolo 88 della Costituzione: «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Anche perché la confusione di questi giorni per il momento è stata ignorata dai mercati. Ma sia Berlusconi, sia Tremonti si aspettano – se l´accordo non verrà chiuso – altre giornate di passione in borsa e nel collocamento dei nostri titoli di Stato. «Ma la partita – avvertono i due – non è ancora finita».

La Repubblica 01.09.11

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“Resta carica l´arma Iva, può portare 6 miliardi”, di Agnese Ananasso

E´ la misura preferita dal premier: aumento possibile per le tre aliquote. Il sottosegretario all´Economia Casero nega: “Ipotesi su cui non stiamo lavorando” Tremonti insiste per collegarla alla riforma fiscale. Sembra il gioco delle tre carte. Anzi delle tre aliquote dell´Iva. Alla fine l´ipotesi di innalzamento dell´Iva dell´1% è ritornata in ballo, anche se il sottosegretario al ministero dell´Economia Luigi Casero continua a negare che il governo stia lavorando su questo fronte. Eppure quello dell´Iva è un piatto che farebbe gola a molti, in primis a Berlusconi. Appoggiato da Confindustria, Cisl e Uil, Udc e Anci (Comuni). L´aumento può far incassare da un minimo di 4 miliardi (aumento dal 20 al 21% della sola aliquota principale) ad oltre 6 miliardi (aumento di tutte e tre). Se tutti pagassero, visto che è l´imposta più evasa in Italia: nel 2010 il Fisco ha scoperto pagamenti omessi per sei miliardi. I primi ad evadere sono gli autonomi, solo il 12,5% di loro la paga, contro il 50,3% dei dipendenti. Evasione fiscale, inflazione e contrazione dei consumi sono le preoccupazioni del fronte del no, guidato dal ministro dell´Economia Giulio Tremonti, da Bossi, da Confcommercio e dalle associazioni dei consumatori. In prima battuta Tremonti l´aveva spuntata con un rinvio del ritocco dell´imposta. Un rinvio, appunto. Meglio se nell´ambito dell´attuazione della delega fiscale, in cui il rialzo dell´Iva è già previsto. In quel caso l´innalzamento potrebbe essere deciso senza passare dal Parlamento.
Sarebbero le famiglie ancora una volta a pagare. Si schierano quindi contro questa operazione Confcommercio e associazioni di consumatori. La Confcommercio è preoccupata per l´effetto depressivo sui consumi, causato da una lievitazione dei prezzi. E di conseguenza sulla crescita del Paese. Secondo i calcoli della confederazione avrebbe un impatto negativo sul Pil, che, in assenza di una compensazione Irpef, potrebbe ridursi di oltre l´1%. E il quadro non è dei più allegri, visto che l´Fmi ha rivisto al ribasso le stime di crescita dell´Italia, con un incremento di Pil stimato per il 2011 dell´0,8%. Confcommercio fa notare inoltre che degli oltre 93 miliardi complessivi di gettito Iva, 90 derivano dall´aliquota ordinaria (20%) e da quella intermedia (10%) e più del 70%, cioè quasi 66 miliardi, viene proprio dai consumi delle famiglie. Ancora una volta quindi si taglierebbero le gambe alle famiglie. Che secondo il Codacons pagherebbero 290 euro in più all´anno. I settori più penalizzati sono quelli dei beni di largo consumo, quelli su cui grava l´Iva ordinaria al 20% e in cui rientrano, per esempio, anche le automobili, nuove e usate. Ma anche l´intermedia – quella al 10% che si applica su elettricità domestica, farmaci, seconda casa, frutta e carne – e quella al 4% su prima casa, libri, giornali, pane, latte, formaggio, potrebbero non uscire indenni dalla manovra, per effetto dei tagli lineari che potrebbero essere operati sulle agevolazioni. Aumentare solo sull´Iva sui beni di lusso? Un´altra ipotesi. Un altro giro di carte.

La Repubblica 01.09.11

Il presidente della Regione Vasco Errani "Saremo al fianco di Comuni e Province: per il 2012 dovremo fare insieme i bilanci", da www.regione.emilia-romagna.it

Si è svolta nella sede della Regione, a Bologna, l’assemblea degli amministratori emiliano-romagnoli per un confronto sui contenuti della manovra finanziaria del Governo. Durante l’incontro sono state avanzate proposte di cambiamento e si è discusso di eventuali iniziative da prendere. Tra gli interventi, quello del presidente della Regione, Vasco Errani, che ha ribadito la necessità di avere un confronto col Governo “per cercare una via nuova rispetto alle necessità che ci sono in questo Paese”. Ha anche ribadito che i bilanci 2012 di Regione, Province e Comuni devono essere fatti inisieme nella cornice di un nuovo Patto regionale.
Inoltre sono intervenuti la vicepresidente della Regione, Simonetta Saliera, il presidente dell’Upi – Unione province italiane -, Vincenzo Bernazzoli e il presidente regionale dell’Anci – Associazione nazionale dei comuni italiani -, Daniele Manca.
Tra gli emendamenti presentati dalla Conferenza delle Regioni: l’alleggerimento dei limiti del Patto di stabilità, l’incremento del fondo per il trasporto pubblico locale, il no al taglio dei fondi Fas (i fondi per le aree sottoutilizzate), il rispetto del patto per la salute e l’eliminazione dei ticket sanitari.

“Le Regioni non vogliono, e non hanno mai voluto, uno scontro con il Governo ma vogliono riaprire il confronto con il Governo”. Così il presidente della Regione Vasco Errani durante l’incontro dell’Assemblea degli amministratori emiliano-romagnoli riuniti per un confronto sui contenuti della manovra finanziaria con l’obiettivo di avanzare proposte per cambiarla e per discutere di eventuali iniziative da intraprendere.

“Il Governo – ha aggiunto Errani – dovrebbe a questo punto fare una riflessione seria e aprire un confronto con Regioni e autonomie locali per cercare, insieme, una via nuova rispetto alle necessità che ci sono in questo Paese. Siamo consapevoli della fase difficile che abbiamo davanti: ciascun livello della Repubblica faccia la propria parte proporzionalmente al proprio contributo nella spesa pubblica. Chiariamo, quindi, quali risorse sono veramente in campo e decidiamo assieme quali scelte e quali livelli di servizi vogliamo garantire ai cittadini”.

Alle preoccupazioni dei primi cittadini emiliano romagnoli, il presidente Errani ha risposto che “i bilanci 2012 di Regione, Province e Comuni dobbiamo riuscire a farli insieme, nella cornice di un nuovo Patto regionale per lo sviluppo intelligente, sostenibile e inclusivo. Inoltre, sempre insieme, dobbiamo puntare a ridurre ancora i costi di gestione, non per inseguire la vulgata populista, ma per recuperare risorse. Al contempo la semplificazione e la sburocratizzazione delle istituzioni deve far fare un passo in avanti all’autoriforma del sistema istituzionale emiliano romagnolo”.

La vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Simonetta Saliera, nell’inquadrare la situazione, ha evidenziato che “nelle manovre ci sono provvedimenti inaccettabili ispirati da opportunismo politico. La manovra ha le sembianze di un serpente: cambia pelle, ma mantiene inalterata la propria mortale velenosità. Si lambisce solo superficialmente i settori della speculazione finanziaria e non si tocca la rendita, non si richiede nessuna solidarietà sociale alla ricchezza del superfluo, ma la si impone solo ai dipendenti pubblici. Non facciamoci illusioni: a pagare saranno sempre quelli che stanno tra l’incudine e il martello. La nostra mobilitazione non si ferma: noi chiediamo chiarezza, giustizia e prospettiva per il futuro, migliorare si può: nella chiarezza, nella sobrietà dell’impegno e nella concezione che lo Stato è di tutti e non crea discriminazioni fra i propri cittadini”.

Il presidente dell’Upi Emilia-Romagna Vincenzo Bernazzoli riferendosi alle Province ha sottolineato che “trattare le istituzioni in questo modo, ovvero come fossero l’unico peso per la società, è un problema politico, civile e di dignità complessiva per la democrazia”.

Sul fronte dei Comuni, il presidente regionale dell’Anci Daniele Manca ha aggiunto che “la situazione è umiliante. Con questi provvedimenti cade il principio di leale collaborazione tra istituzioni basato sulla responsabilità di ciascun livello. Inoltre svanisce ogni possibilità, che sembrava emergere con il Federalismo fiscale, di migliorare e modernizzare le istituzioni di un Paese di cui non si intravede alcun progetto per il futuro”.

Il governo ha fallito. Serve un quadro politico tutto nuovo

Scenari attuali e prospettive di cambiamento sono stati al centro del dibattito “L’Italia di domani” che ha visto la partecipazione Michele Ventura, vice capogruppo PD alla Camera e Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, intervistati dalla giornalista dell’Unità, Maria Zegarelli

Alla luce della nuova manovra economica e di tutte le marce indietro che il governo ha intrapreso quotidianamente, Ventura ha ribadito che in Europa e a livello internazionale “il governo Berlusconi è del tutto non credibile e inadeguato per far fronte alla crisi. Servono forme di integrazione delle politiche economiche e finanziarie europee. Noi ne paghiamo le conseguenze in quanto il nostro governo è completamente screditato”.

Per Ferrero “la maggioranza procede a stop and go dando un segnale di debolezza e, soprattutto, di furbizia. Temo che alla fine la manovra sarà molto più pesante di come è adesso. Questa manovra è iniqua perché colpisce lo stato sociale, il lavoro dipendente, i pensionati; è recessiva; è inutile alla lotta contro la speculazione finanziaria perché non mette la mordacchia agli speculatori”.

Un difetto che per il segretario di Rifondazione comunista si ripresenta in tutta l’Unione europea che ha abbandonato il sistema economico keynesiano per puntare sul ruolo della BCE il cui solo obiettivo è quello di non fare crescere l’inflazione. Una banca centrale che non serve agli Stati ma solo agli speculatori. Per Ferrero “bisogna uscire da questo circolo liberista e neo liberista e devono essere direttamente gli Stati a governare la moneta. Non si esce dalla crisi seguendo le nuove politiche neo liberiste. Le politiche economiche devono tornare a seguire lo schema keynesiano”.

Un concetto che per Ventura rischia di restare in astratto e di non voler entrare nel dettaglio. “Il PD ha assunto una chiara posizione in materia economica. Per noi è proprio nella mancanza dell’Europa che si verificano e si accentuano le difficoltà. C’è un un ritorno del nazionalismo degli Stati che indebolisce l’Europa. Per noi invece è necessario un nuovo protagonismo europeo e non solo economico e finanziario. Abbiamo ribadito la nostra volontà di tassare le rendite finanziarie e di non fare alcun taglio lineare ma solo ai grandi patrimoni. Tremonti se avesse un sussulto di dignità dovrebbe dimettersi e con lui tutto il governo se vogliono davvero dare una svolta al Paese”.

“Ma questo governo – ha continuato Ventura – non è assolutamente disposto a fare un passo indietro. Il loro attaccamento al potere è micidiale. Ora non è il momento di parlare e annunciare nuovi schieramenti politici possibili ma discutere di contenuti e di programmi per l’Italia. Parlare di come riformare il welfare per dare risposte sia ai giovani sia ai pensionati. Parlare di politica per la crescita, di incentivi per i saperi, di nuove produzioni, di un piano energetico alternativo, di politiche industriali serie e vere. Siamo in emergenza e siamo responsabili del nostro ruolo ma è importante che questo governo se ne vada. Meglio le elezioni di questo governo”.

“Ci sono molte cose in cui siamo d’accordo con il PD – risposto Ferrero – ma il problema è farle. Propongo di fare una mobilitazione insieme a tutte le forze di opposizione per mandare a casa il governo. Non vedo bene però un governo di transizione che potrebbe fare peggio di quello attuale. Sono necessarie le elezioni nonostante questa legge elettorale non mi piaccia affatto. Siamo pronti ad un accordo con le forze di centrosinistra per sommare i voti e vincere le elezioni. Un’alleanza qualificata in forme diverse a livello nazionale con delle primarie sul programma e non sul candidato premier. Serve un accordo valido per tutta la legislatura e serve una riforma elettorale di stampo proporzionale perché, con il maggioritario, è arrivato Berlusconi”.

Una posizione non condivisa da Ventura per cui è sì giusto “progettare politiche di lungo respiro del post liberismo ma è fondamentale guardare anche all’immediato e fermare la crisi perché non diventi ancora più grave. E questo, in quadro politico del tutto nuovo, caratterizzato dalla fine della favola del berlusconismo. E noi del PD saremo i primi a dare l’esempio di una politica sobria e rigorosa calendarizzando per settembre la riduzione dei costi della politica. Il Parlamento va difeso come istituzione perché è lì che sta la sovranità del popolo ma servono forme rigorose che ne ridiano lustro e credibilità. La politica è qualcosa utile e indispensabile per far crescere e tutelare gli interessi dei cittadini”.

di Andrea Draghetti da www.partitodemocratico.it