Latest Posts

Modena: Festa Pd, una giornata per la libertà d’informazione

Domani dalle 18.30 alle 23.30 confronto a più voci sul palco del Palaconad. La Festa del Pd di Modena dedica la giornata di domani, primo settembre, alla libertà d’informazione. Giornalisti e parlamentari saliranno sul palco del Palaconad per discutere sullo stato dell’informazione nel nostro Paese. L’iniziativa è promossa in collaborazione con Articolo 21 (associazione per la difesa della libertà d’informazione), il Premio Ilaria Alpi e Liberainformazione, l’osservatorio nazionale sull’informazione per la legalità e contro le mafie. Si parte alle 18.30 con un dibattito su “Quel che manca all’informazione”, condotto da Santo Della Volpe del Tg3. E’ prevista la proiezione di un video in ricordo del giornalista della Rai Roberto Morrione. Dopo una breve pausa si riprende alle 21 con il dibattito su “Libera Rai in libero Stato”, condotto da Giorgio Santelli e Michele Cervo di Articolo 21. Al termine la proiezione del trailer del Premio Ilaria Alpi di giornalismo.

"Cooperative infuriate: ingiusto tassarci", di Stefano Luppi

I presidenti delle tre centrali ( oltre 300 aziende) contro l’abolizione degli sgravi: un attacco alla solidarietà e all’equità. Difficile trovare ieri una categoria soddisfatta della manovra licenziata lunedì sera dal vertice di Arcore tra Berlusconi, Bossi e Tremonti, ma certo l’intervento più pesante – sia economicamente, sia per i rischi delle migliaia di lavoratori impegnati – sembra quello sulla riduzione dei vantaggi fiscali alle cooperative. Una sorta di mannaia finanziaria se si tiene conto che, solo calcolando quelle aderenti a Legacoop e Confcooperative, le “aziende” interessate sono 388 con migliaia di addetti e un fatturato complessivo nell’ultimo anno di quasi sette miliardi di euro solo nella nostra provincia. Ancora il governo non ha fornito i particolari di questo intervento finanziario che economicamente sembra destinato, in parte, a coprire i saldi dell’eliminato superprelievo di solidarietà, ma i vertici delle centrali cooperative sono infuriati. «Noi consideramo ingiusta, superficiale e inaccettabile – spiegano Mauro Veronesi presidente dell’Agci, Gaetano De Vinco presidente di Confcooperative e Lauro Lugli presidente di Legacoop – l’annunciata intenzione governativa di introdurre nella manovra bis modifiche in senso peggiorativo del regime fiscale delle cooperative. Lungi dal portare allo Stato introiti significativi, questo provvedimento colpirebbe chi ha sempre lavorato bene, con spirito mutalistico e riuscendo, come si vede nel territorio modenese, a difendere in questi anni di crisi l’occupazione e i redditi. Si finirebbe per punire la più importante forma di impresa solidaristica e dare il via ad un processo di omologazione del mercato alle società di stampo lucrativo. In compenso sparisce il contributo di solidarietà, non si toccano i redditi alti, si rinuncia a una lotta più serrata contro l’evasione che continua a costituire un freno opprimente allo sviluppo per gli effetti di iniquità e immoralità che trascina. Intendiamo perciò difendere in tutti i modi possibili il movimento cooperativo, perché le nostre imprese, per i principi di solidarietà, legalità ed equità su cui si fondano, e per il contributo che hanno saputo dare al nostro territorio meritano di essere valorizzate, non certo punite». Ieri è intervenuto anche Luigi Marino presidente nazionale di Confcooperative che ricorda: «Non avrei mani pensato che il governo arrivasse a tanto in termini di superficialità e cattiveria». Non è la prima volta, negi ultimi anni, che a Modena si accendono polemiche intorno ai vantaggi fiscali esistenti nel mondo cooperativo. Un settore che ha oltre 700mila soci e che, secondo fonti del governo, gode di 714 milioni di euro di sgravi all’anno tra esenzioni parziale dell’Ires e altre deduzioni. Anche se non tutto è così semplice perché ci sono diversi regimi fiscali in ambito cooperativo. Fino al 2001 gli utili delle coop accantonati non erano soggetti a imposte dirette, mentre dall’anno seguente questo regime venne mantenuto solo per le coop sociali. Proprio Tremonti nel 2004 suddivise le imprese in due gruppi: a “mutualità permanente” dove l’attività dei soci supera quella esterna e a “mutualità non permanente” dove avviene il contrario anche se c’è sempre la non distribuzione tra i soci. Queste ultime però assomigliano di più a una azienda comune per cui l’esenzione dall’Ires (tassa sul reddito d’impresa) è limitata al 30% degli utili a differenza del primo gruppo dove si arriva al 70%. Il comparto che assomma in Italia 43mila imprese, oltre un milione di occupati, 12 milioni di soci e un fatturato di 127 miliardi di euro.

La Gazzetta di Modena 31.08.11

Manovra: Maggioranza nel caos

Salta l’accordo Pdl – Lega sulla manovra bis. Bersani: “Il Parlamento prenda in mano la situazione”. Fassina: “Si deve intervenire sui grandi patrimoni per evitare insostenibili tagli dei servizi sociali e regressivi aumenti di tasse a Regioni, Province e Comuni”

“Da molto tempo diciamo che maggioranza e Governo non sono in grado di portarci fuori dai pericoli, ma solo di aggravarli. Una conferma inequivocabile viene dal caos di questi giorni, che espone il nostro Paese a rischi davvero seri”. E’ il commento del Segretario del PD Pier Luigi Bersani, dopo che era saltato l’accordo di Arcore riaprendo così ancora una volta il capitolo della manovra. “A questo punto – ha ammonito il Segretario democratico – il Parlamento prenda in mano la situazione con un’assunzione di responsabilità alla quale, pur dall’opposizione, ci rendiamo disponibili con le nostre proposte. Poi, il Governo prenda finalmente atto della sua condizione e passi la mano”.

Stamattina infatti, al termine dell’incontro tra Calderoli e Sacconi, sull’onda della pressione esercitata da PD, Opposizioni e Sindacati (tutti), la maggioranza ha deciso di non presentare più la norma sulle pensioni che prevedeva l’eliminazione dal computo degli anni di servizio il riscatto della laurea e del servizio militare, si torna a parlare di aumento dell’Iva e di contributo di solidarietà. E in Commissione Bilancio del Senato è iniziato l’iter di modifica del provvedimento, con “una valanga”di emendamenti, 1.300, da votare per cambiare la manovra.

“Ancora una volta abbiamo vinto una battaglia di buon senso sull’ultima invenzione del governo relativa alle pensioni”, ha detto la Presidente del Partito Democratico Rosy Bindi. “La verità è che a guidare l’Italia oggi non c’è un governo, ma una serie di persone che tirano a sorte. Il dramma è che questa situazione continua a far perdere la credibilità del Paese di fronte al mondo ed ai mercati”.

D’altronde l’Europa ci guarda, come tutto il mondo e la Commissione europea “non si aspetta che gli obiettivi su cui l’Italia si è impegnata con i partner europei siano rimessi in discussione”. Bruxelles confida in particolare che nel nuovo pacchetto i provvedimenti per la crescita “abbiano un peso maggiore”.

“Il problema è questo metodo di governare”, ha dichiarato Enrico Letta, vicesegretario del PD. “Era ovvio che la norma sulle pensioni non andava, ma governano ‘alla grande fratello’: si fanno le proposte e poi vanno in nomination per vedere se fanno arrabbiare la gente. Se governano così perché non se ne vanno?

“Quello che sta avvenendo sulla manovra sfiora la farsa ma rimane comunque scandaloso”, ha affermato Anna Finocchiaro, Presidente del Gruppo del PD al Senato. “C’è da gioire per la cancellazione di una norma ingiusta e incostituzionale come quella sulle pensioni ma ora ci troviamo di fronte a una manovra che non esiste. Siamo di fronte a un esecutivo incapace. Dove sono finiti gli aedi degli accordi di Arcore? Ieri dal segretario del Pdl Alfano e dal premier sono venuti appelli alla responsabilità dell’opposizione. Avverto – ha concluso la presidente del Gruppo del PD – che c’è un limite alla decenza. Visto che resistono norme come quella sul tfr e la tredicesima, chiedo di sapere quando hanno intenzione di rompere il patto che hanno evidentemente stretto con evasori e privilegiati”.

Ha chiarito Finocchiaro: “Ieri sembrava che il vertice di Arcore, atteso come l’oracolo di Delfi dovesse sciogliere tutti i nodi nella maggioranza. Oggi la Lega si rende conto della stupidaggine fatta. Ma ora di che cosa discutiamo in Senato? Come faranno ora, di buco in buco, a far quadrare i conti? Quale altra sorpresa attende gli italiani?

“La retromarcia sulle pensioni è l’ennesima conferma che siamo nelle mani di un Presidente del Consiglio e di una leadership leghista completamente allo sbando”. Sono le parole di Stefano Fassina, responsabile economico del PD. “La manovra già profondamente iniqua ed inadeguata peggiora di giorno in giorno sia sul piano dell’equità che su quello della credibilità. Oramai, gli unici atti che PdL e Lega riescono a fare sono punitivi, come quelli verso i dipendenti pubblici e le cooperative, o di sabotaggio, come quello del Ministro Sacconi contro l’accordo del 28 Giugno. La proposta di tappare con l’aumento dell’Iva i buchi di bilancio rimasti aperti è inaccettabile e renderebbe la manovra ancora più iniqua e depressiva. Si deve intervenire sui grandi patrimoni immobiliari – ha insistito Fassina – e così recuperare anche le risorse per evitare insostenibili tagli dei servizi sociali e regressivi aumenti di tasse a Regioni, Province e Comuni”.

“Ancora una volta l’esecutivo si sta dimostrando un pericolo per il futuro degli italiani”, ha commentato Cesare Damiano capogruppo PD in Commissione Lavoro. “E’ chiaro che il governo è sprofondato nel caos, è un insieme acefalo di interessi particolari che ha un solo obiettivo: tutelare gli evasori e colpire il paese che lavora”.

Intanto per le 18 di oggi è stabilito il termine per la presentazione dei testi di maggioranza e governo.

“Continuo a leggere che il governo terrà conto delle proposte delle Opposizioni – ha detto Anna Finocchiaro – peccato che noi non possiamo tenere conto della manovra del governo Berlusconi perché ancora non è stato presentato il testo definitivo. Se entro le 18 non arriva la manovra noi non parteciperemo più ai lavori perché la nostra permanenza in Commissione è del tutto inutile. Il Paese in un momento come questo avrebbe bisogno di tutt’altro e noi non abbiamo più intenzione di stare a discutere in generale delle questioni”.

di Anto.Pro. da www.partitodemocratico.it

"Siamo una risorsa per il Paese. Alternativi e responsabili di fronte alla crisi"

Il segretario Bersani intervistato da Enrico Mentana davanti a oltre quattromila persone alla Festa Democratica Scuola di Modena. E’ un arena da concerto rock quella che accoglie il segretario nazionale Pier Luigi Bersani alla Festa Democratica della Scuola di Modena. Quattromila persone che applaudono anche le parole di Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria nazionale PD: “In tempo di crisi, i nonni e i genitori qui lo sanno bene, si stringe la cinta per dare quello che si può ai nostri figli, perché lì sta il futuro. E il lavoro degli amministratori locali in questo territorio dimostra che in tempo di crisi altre scelte sono possibili, per una scuola pubblica aperta a tutti e di qualità”.

Bersani sale sul palco dopo un’ora e mezza a spasso fra gli stand, per salutare uno per uno i volontari della Festa. Ed è a loro che va il suo ringraziamento: “L’imitazione di Crozza serve a far capire che siamo gente seria, che ha voglia di lavorare, proprio come i volontari delle nostre Feste”. “Ci voleva un comico per dire che siamo gente seria?” chiosa Enrico Mentana.
Ma la serata prende da subito una piega molto seria e impegnativa: Mentana chiama Bersani a una riflessione sulla manovra quasi punto per punto, dalle pensioni (“scelta ingiusta chiedere sacrifici senza colpire i privilegi”), dal contributo di solidarietà all’aumento dell’IVA, dalle detrazioni fiscali alla tassa sui beni di lusso.

Il segretario del PD rivendica il lavoro svolto per presentare in Parlamento proposte responsabili ed alternative, basate su un assunto di giustizia e proporzionalità: “Paghino quelli che fino ad oggi non hanno pagato”. Elenca i punti sui quali il PD presenterà gli emendamenti, dalla riemersione dei capitali all’estero, fino alle liberalizzazioni.
Combattere l’evasione fiscale e coltivare la fedeltà riducendo progressivamente il carico delle tasse, dare fiato all’economia, che non cresce come il resto d’Europa, rendere più equo ed universale il welfare, intervenire contro la precarietà, rilanciare scuola e ricerca, sono alcuni dei punti su cui Bersani delinea il futuro del Paese, dopo il tramonto di Berlusconi.

“La prossima volta tocca a noi”, afferma sicuro in risposta a un Mentana che lo pungola sul cambiamento di scenario politico. Prima il progetto, poi le alleanze e infine le primarie: questo il percorso per arrivare preparati alle prossime elezioni politiche, evitando gli errori del passato. Puntando sulla riscossa civica che è emersa in occasione dei referendum e delle amministrative e sull’apertura alle altre forze, incluse quelle moderate.
Bersani rivendica un ruolo nuovo per il PD, fuori dalla logica di contrapposizione fra partiti e società civile: “Il PD ci sarà, a dare una mano sotto il palco e con le bandiere arrotolate, ovunque ci sia qualcuno che protesta contro una manovra iniqua, incluso lo sciopero della Cgil.”

Mentana guarda in casa PDL e interroga Bersani sul tema del rinnovamento, che guarda oltre la discesa in campo di Montezemolo e non vuole soffermarsi sulla rottamazione (“Piuttosto mi preoccupa il pensiero che in un tempo non troppo lontano verrà meno la generazione di Ciampi, Scalfaro e Napolitano. Che dovremo fare a meno del loro straordinario equilibrio e senso di responsabilità”). Preferisce rivendicare i passi in avanti che una generazione sta compiendo nei circoli, nelle federazioni e nelle amministrazioni del PD. Una generazione che già esiste ed è portatrice di valori, competenze, esperienze.

Si affronta infine la questione morale: il caso Penati è anche un’occasione dolorosa per dimostrare la differenza che rivendichiamo, una differenza politica basata su tre elementi: pieno rispetto per il lavoro della magistratura, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, fare sempre un passo indietro. Il PD rafforzerà il suo codice etico, ma occorre anche difendersi dagli attacchi degli avversari. I detrattori sono avvisati: “Qui c’è una risorsa preziosa per il Paese, che non va sprecata”.

di Giulia Tosoni

www.partitodemocratico.it

"Bentornati a scuola tra tagli, classi al limite e il solito caos precari", di Luciana Cimino

Ricomincia l’anno e sul tappeto restano i problemi di sempre, aggravati dalla «cura» Gelmini e dalla scure di Tremonti contro la pubblica istruzione. Si batte per sopravvivere la scuola pubblica italiana. Tre anni di tagli e riforme approntate più per esigenze di bilancio che per scopi didattici hanno lasciato il segno e il conto per studenti e docenti verrà presentato tra pochi giorni, quando suonerà la campanella e indicherà senza mezzi termini lo stato in cui si trova l’istruzione pubblica italiana. Gli effetti della cura Gelmini Tremonti si paleseranno tutti all’inizio del nuovo anno scolastico tra caos graduatorie, sentenze del Tar e della Corte Costituzionale che sconfessano le politiche finora adottate, effetti dei tagli lineari di quest’ultima manovra e delle due precedenti. «La Gelmini è una ministra che odia la scuola pubblica e persegue una volontà di privatizzare l’istruzione per fare cassa», sintetizza Domenico Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil. «I tagli sono coerenti con quel disegno di decostituzionalizzazione dell’istruzione che invece dovrebbe essere garantita a tutti perché strumento di emancipazione sociale» prosegue Papaleo per il quale «il bilancio di questi tre anni è disastroso: il governo ha prodotto un peggioramento della qualità formativa. I territori sono nell’impossibilità di offrire livelli di istruzione all’altezza, inoltre continua Papaleo è stata colpita la dignità di chi opera nei settori della conoscenza». Ecco, punto per punto, i nodi che verranno al pettine con la riapertura dell’anno scolastico.
Tagli del personale, sostegno e tempo pieno
140 mila insegnanti in meno, 60 mila posti per gli Ata (cioè amministrativi, ausiliari, tecnici) tagliati. Uno dei risultati è la penalizzazione del tempo pieno, servizio essenziale per le famiglie. Non esistono più le 40 ore degli anni passati, che rispondevano a una esigenza di “coerenza formativa”. Ora, oltre alla riduzione del monte ore del tempo pieno, le scuole si ritrovano ad accorpare scampoli di ore a più insegnanti. Questo si traduce in una frammentazione dell’offerta formativa oltre che in un sostanziale fallimento del tanto pubblicizzato “maestro unico”. Sul taglio degli insegnanti di sostegno è dovuta invece intervenire una sentenza della Corte Costituzionale che nel 2010 ha dichiarato illegittime le norme che fissano un limite massimo al numero dei posti degli insegnanti di sostegno, e che vietano di assumerne in deroga, in presenza di studenti con disabilità. Nonostante questo gli insegnanti di sostegno risultano a tutt’oggi insufficienti.
La ridefinizione degli ordini scolastici
Si vedranno a settembre gli effetti della cosidetta “riforma delle superiori”. Licei e istituti professionali aprono infatti in una grande confusione: ridefinite le loro funzioni, è mancato però l’adeguamento delle classi di concorso. Altrimenti detto: le nuove materie previste dalla riforma vengono insegnate in base alle vecchie categorie.
«Grida vendetta», secondo la Flc Cgil la norma sull’apprendistato del
2010 che stabilisce che l’obbligo scolastico si può assolvere, anziché tra i banchi di scuola, nelle fabbriche andando a lavorare a soli 15 anni. «Una palese violazione della Costituzione e un abbassamento dell’obbligo scolastico fissato a 16 anni dalla legge Fioroni», spiega il sindacato, che «colpisce le fasce deboli degli studenti, quelli per i quali l’obbligo rappresentava una tutela della cittadinanza.
Insegnanti precari
La Gelmini aveva propagandato il “Piano triennale delle immissioni di ruolo”. In realtà il decreto dice che esso è subordinato alle condizioni che detta il Ministero dell’Economia. Cioè se l’Italia è in crisi, e lo è, si può decidere, per problemi di bilancio, di non procedere con le assunzioni. E per il prossimo anno non ci si aspettano condizioni migliori. Inoltre i precari che avranno la fortuna di essere nominati quest’anno con il caos delle doppie graduatorie (quella di quest’anno e quella, già bocciata dalla Corte Costituzionale, del 2010 che, fortemente voluta dalla Lega, di fatto penalizza i docenti del Sud) si ritroveranno con lo stipendio da supplente. Questo per effetto del blocco dei contratti per il pubblico impiego e dello stop fino al 2014 degli scatti di anzianità. Va sottolineato come questo decurtamento di salario si inserisce in una situazione in cui gli stipendi degli insegnanti italiani sono già i più bassi d’Europa. Inoltre non si sa come procedere alle nomine, questo perché Viale Trastevere non ha fornito a presidi e Ambiti territoriali provinciali (gli ex provveditorati) le apposite circolari. «Il Ministero è latitante dice la Flc Cgil ha dato solo indicazioni verbali perché temeva che scriverle avrebbe scatenato montagne di ricorsi, che comunque ci saranno. Questo contraddice anche il principio di trasparenza che spetta alla pubblica amministrazione».
Un preside per più scuole e la sparizione delle serali L’elenco dei tagli alla scuola pubblica è lungo e questa è una ricostruzione giocoforza parziale. Basta dire però che in una situazione già compromessa le decurtazioni effettuate dal governo in 3 anni hanno costituito un colpo ferale per l’istruzione italiana. Si parte con gli 8 miliardi tagliati nel 2008. Si procede con i finanziamenti della legge sull’autonomia scolastica (legge 440/97) che passano dai 258 milioni di euro del 2001 a 88 milioni nel 2011. Nel 2009 inoltre viene completamente azzerato il Fondo di funzionamento ordinario delle scuole e cioè tutto quello che serve agli istituti per sopravvivere, dal toner per le stampanti, alla carta igienica, dai fogli per gli insegnanti ai registri. Le scuole hanno ovviato chiedendo un contributo ai genitori, «in pratica la scuola da gratuita è diventata a pagamento per le spese che devono sostenere le famiglie». Nel 2010 il fondo è stato ricostituito a causa della molteplicità di ricorsi arrivati in Viale Trastevere. “Scientifica” è stato invece la quasi completa soppressione delle scuole serali. Dall’anno scolastico 2011/2012 le prime classi verranno abolite, lasciando così morire progressivamente un’istituzione fondamentale nata negli anni ‘60 per garantire il diritto allo studio degli studenti lavoratori e delle classi più svantaggiate. I presidi poi potranno essere posizionati su più scuole. L’ultima finanziaria priverà del posto circa 1100 direttori e altrettanti collaboratori. «Dal punto di vista organizzativo e dell’autonomia scolastica è quanto di peggio si poteva fare. Finirà che alcune scuole vedranno il proprio preside due volte l’anno, il Ministero deve decidere: serve o no questa figura?».
Classi “pollaio” e scuole fatiscenti
Se “la coperta è corta” a farne le spese sono gli studenti. I presidi non hanno nè insegnanti e nè risorse per sdoppiare le classi quindi si va in sovrannumero. «Avere 25 o 35 alunni in classe è diverso spiega la FlcCgil perchè ci rimetteranno i più deboli, verrà portato avanti infatti solo chi ce la fa, chi è indietro non potrà essere recuperato». Per quanto riguarda l’edilizia scolastica, nonostante i continui annunci della Gelmini, la situazione rimane «scandalosa», sopratutto al Sud. In Sicilia il 65% degli edifici scolastici non è a norma. Ma in tutta Italia nel complesso molti istituti sono fatiscenti e inappropriati.
«A settembre aprirà una scuola più povera dice Domenico Pantaleo sempre meno in grado di garantire ai ragazzi livelli di apprendimento all’altezza di una società che cambia. Nel Mezzogiorno la devastazione della scuola si inserisce in un tessuto già fragile». E il futuro non è roseo neanche per quanti ancora aspirano a fare gli insegnanti. L’ultima manovra, con la stretta sulla pensioni, di fatto sbarrerà la strada ai neolaureati che non saranno chiamati a integrare i pensionandi. «Si colpisce la dignità sociale dei docenti, li si riduce a puri fattori economici quando dovrebbero essere il futuro del Paese. Non a caso nel resto d’Europa, pur tagliando altre spese, investono nella scuola», conclude il segretario che annuncia una «lunga lotta a difesa della scuola pubblica» che partirà con lo sciopero generale del 6 settembre.

L’Unità 31.08.11

"Cancellati dalla scuola tremila presidi", di Lorenzo Salvia

Più di 1.100 scuole soppresse e accorpate, soprattutto al Sud e nelle isole. Sono una su dieci, mica briciole. E altre 2 mila assegnate definitivamente in «comproprietà», cioè senza un preside tutto per loro ma gestite da quello di un istituto più grande, prassi diffusa già oggi ma che si pensava temporanea. Il risultato? Saranno eliminati dall’organico 3.180 posti di dirigente scolastico, adesso i presidi si chiamano così. Niente briciole nemmeno qui, anzi una bella fetta dell’intera torta: valgono il 30% del totale. È vero che le due manovre estive non toccano gli organici degli insegnanti. Ma la prima, quella di luglio, contiene una vera e propria rivoluzione organizzativa che potrebbe complicare la vita ai presidi (superstiti). E creare qualche problema anche alle famiglie al momento delle iscrizioni per l’anno prossimo. A spiegare nel dettaglio cosa cambierà è uno studio della rivista specializzata Tuttoscuola, che sarà pubblicato oggi sul sito www.tuttoscuola.com.
Perché tutti questi cambiamenti? La manovra di luglio ha stabilito che le scuole elementari e quelle medie non dovranno essere più separate ma riunite sotto un’amministrazione unica: un solo preside, una sola segreteria, un solo consiglio d’istituto. Si chiameranno istituti comprensivi, ci sono già adesso ma non dappertutto. E dovranno avere almeno 1.000 alunni, che possono scendere a 500 nelle isole e in montagna. In queste zone, considerate disagiate, le scuole che scendono sotto quota 500 perderanno il preside e se ne vedranno assegnato uno in comproprietà mentre se scenderanno sotto quota 300 saranno accorpate con quelle vicine. Sono questi i paletti che faranno partire nei prossimi mesi un vero e proprio risiko. Non saranno cancellate né classi né sedi scolastiche ma diversi istituti dovranno fondere le loro strutture amministrative. «In questo modo — dice Giovanni Vinciguerra, direttore di Tuttoscuola — il settore si riorganizza e fa la sua parte in questo periodo di crisi».
La manovra ha l’obiettivo dichiarato di ridurre i costi. Saranno risparmiati 200 milioni di euro l’anno, da reinvestire nella scuola. Soldi che arriveranno dal taglio non solo dei presidi ma anche dei dirigenti amministrativi (1.130, l’11%) e degli assistenti amministrativi, altri 1.100 posti. Secondo il direttore di Tuttoscuola, però, gli effetti non saranno solo economici: «Generalizzare il modello degli istituti comprensivi — spiega — è una scelta anche didattica perché favorisce una continuità che oggi non c’è sempre tra elementari e medie». Non solo. «Potrebbe consentire anche una maggiore flessibilità nell’utilizzo degli insegnanti, penso a docenti di inglese delle medie che potrebbero rafforzare quelli delle elementari». Ci saranno anche problemi, però.
E per capire quali, la cosa migliore è fare un esempio. Oggi a Belluno ci sono tre scuole elementari e due medie. Sono da accorpare nei nuovi istituti comprensivi ma tutte insieme arrivano a 2.850 studenti. Per creare tre istituti hanno bisogno di altri 150 studenti che potrebbero trovare arruolando una scuola esterna al comune. Altrimenti se ne dovranno creare due un po’ più grandi. Il problema è capire quanto tempo ci vorrà per prendere queste decisioni, a Belluno come nel resto d’Italia. Con il rischio che tutte le tessere del mosaico non siano al loro posto quando, di solito a fine gennaio, arriverà il momento delle iscrizioni al prossimo anno. Secondo Tuttoscuola c’è poi un altro problema: «Ogni preside — dice Vinciguerra — dovrà lavorare di più perché avrà a che fare con un numero maggiore di studenti, di famiglie e di insegnanti. E questo continuando a guadagnare come un quadro, in media 2.700 euro netti al mese». Con una beffa: a giorni partirà il concorso, atteso da tempo, che metterà in palio 2.386 incarichi da preside. Con questa riduzione dell’organico, secondo Tuttoscuola, «almeno una parte dei vincitori non troverà posto».

Il Corriere della Sera 31.08.11

Una buona politica è la cura dell'antipolitica

Quale Italia di domani? Ne hanno discusso sul palco della Festa Nazionale di Pesaro il senatore Pd Luigi Zanda, il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda e il presidente della Provincia di Pesaro e Urbino, Matteo Ricci. Il dibattito è stato moderato dalla giornalista de “la Repubblica”, Giovanna Casadio. Tutta la discussione è stata condizionata soprattutto dalle ultime notizie di attualità che hanno caratterizzato il mondo politico negli ultimi giorni: dalla nuova, ennesima, manovra economica varata dal governo, alla lettera di Filippo Penati con cui l’esponente democratico annunciava la sua volontà di rinunciare alla prescrizione nel caso Falk.

Tagli agli enti locali. Per Matteo Ricci, la totale abolizione delle Province voluta dal governo significa “indebolire una comunità. È una scelta impensabile perché non ha nulla a che fare con la gestione di servizi per i cittadini”. “So bene che quello che dico è un discorso difficile da controvertere quando dall’altra parte c’è la rabbia nei confronti dei costi della politica. Ma il dibattito dovrebbe essere molto più approfondito, un dibattito anche europeo. Ora si vuole solo tamponare la rabbia dei cittadini facendo un taglio improprio. Una decisione sgradevole e poco felice. In regioni come la nostra le Province servono e sono necessarie. In altre situazioni, come vicino le città metropolitane, meno. Ma è difficile parlare di questo perché si corre il rischio di sembrare un presidente di Provincia che vuole solo difendere il posto di lavoro. Il governo invece vuole solo salvare la faccia con questo specchietto per le allodole. Ma non ci riuscirà. Tagliare le risorse agli enti locali non significa abbassare gli stipendi dei sindaci e dei presidenti ma tagliare i servizi per gli anziani, quelli sociali, gli asili, le infrastrutture”.

Molto duro il giudizio di Luigi Zanda: “l’Italia è un paese malato, come lo è l’Europa e tutto l’occidente. Giovani senza occupazione, debito pubblico mostruoso sono solo alcuni esempi. In tutto questo c’è una responsabilità grossa della politica perché se non trova in fretta una risposta, una cura, si dà solo forza e spazio all’antipolitica”.

“Questa del governo – ha continuato Zanda – è la quarta manovra in tre mesi, tutte diverse tra loro. Il PD ha luglio ha consentito l’approvazione di una manovra anche se non la condividevamo. Lo abbiamo fatto solo per dare una risposta positiva per il bene dei mercati. Ma quella di ieri non è accettabile. Contiene tutto e il contrario di tutto. Va discussa, modificata in Parlamento, va corretta. Noi abbiamo presentato una vera e propria contro-manovra che vogliamo sia approvata. Faremo una battaglia parlamentare durissima”.

Molto critico alle decisioni del governo anche il sindaco Zedda. “L’abolizione delle Province – ha dichiarato – è stata approssimativa. Non si pensa affatto a come migliorare la condizioni dei cittadini ma solo a fare un taglio percentuale. Non c’è una linea, una regola, una strategia. Non si guardano le situazioni nel dettaglio, se sono bene o male gestite. Si taglia e basta”.

Per Zanda è importante dare un segno forte da parte della politica per la riduzione dei costi della politica. “Dove tagliare i costi? In primo luogo in Parlamento. Non penso che il numero dei parlamentari sia sproporzionato ma, nonostante questo, vanno ridotti. Io avevo presentato una proposta di riduzione già nella passata legislatura. Ora dobbiamo essere di esempio. Si spende troppo non solo per gli stipendi degli eletti ma per la struttura elefantiaca che sta attorno al Parlamento. Il PD ha proposto per una commissione che entro settembre prepari il testo da votare per l’immediata la riduzione del numero dei parlamentari”.

Differenze tra gli schieramenti e il ricambio generazionale. “C’è diversità nei comportamenti, nello stile, nel dna tra noi e loro”, a dirlo è stato il sindaco Massimo Zedda. “Il caso Penati è un grave colpo per noi. Ma sono convinto che in fondo fare politica è semplice quando ci si pone la domanda giusta. E questa deve essere questa: è giusto fare una cosa o no? Di certo non è giusta la domanda conviene o non conviene?. Ma questo non si significa parlare di rottamazione come chiede il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Penso che sia molto meglio saper accettare le sfide. È una questione di preferenze e non una questione d’età. Serve un programma, credibilità, serietà e tanto impegno”.

Anche per il senatore Zanda “le differenze ci sono è molto evidenti. Con il berlusconismo sono emersi centri di potere e aumento di corruzione. Se il caso Penati a noi ci ha addolorato tanto ma la risposta è stata molto netta e precisa, fino alla decisione di Penati di non avvalersi della prescrizione. Tutti i casi che sono accaduti nella maggioranza invece sono stati sotterrati, nascosti o consentiti attraverso nuove leggi ad personam. È una questione di cultura. Serve cultura vera e non televisiva”.

Per Ricci “il Paese è stanco e con le elezioni vuole un cambiamento. Le nuove generazioni saranno protagoniste nell’interpretare il cambiamento e il Partito Democratico si dovrà attrezzare in questo senso. Non si vincono le prossime elezioni presentando le stesse ricette e la stessa squadra delle elezioni precedenti. Nessun personalismo, ci vuole un rinnovamento serio, con una nuova generazione che spinge. Una squadra nuova per rifare l’Italia e la mia generazione può dare un contributo importante”.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it