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"Quando il rigore è scritto sull´acqua", di Massimo Riva

Se ne sono viste e sentite talmente tante nella grottesca gestazione di questa manovra che nulla dovrebbe più stupire. Ma ieri il ministro dell´Economia ha superato ogni infelice primato di manipolazione dei conti asseverando con solennità che i saldi dell´ultima versione del provvedimento restano invariati rispetto alla previsione dei 45 miliardi necessari per anticipare al 2013 il fatidico pareggio del bilancio.
Già il testo originario del decreto aveva suscitato fieri dubbi sulla consistenza effettiva dei suoi effetti finanziari in osservatori severi ma imparziali quali la Corte dei Conti, la Banca d´Italia, l´Ufficio del Bilancio del Senato. Rispetto a quelle ipotesi di intervento la situazione è poi degradata di giorno in giorno per la resistenza contro alcune misure da parte di un´opposizione interna alla maggioranza capeggiata su alcuni punti niente meno che dal presidente del Consiglio in persona. Si sono così persi per la strada pezzi di manovra magari più che discutibili e però di sicuro impatto sui saldi del bilancio. È stata cancellata, per esempio, la super Irpef sui redditi oltre 90 e oltre 150mila euro che avrebbe comunque garantito un gettito sonante vicino ai quattro miliardi in tre anni. I tagli previsti a carico degli enti locali sono stati dimezzati rinunciando così a un altro paio di miliardi. Al tempo stesso si è rinunciato a compensare questi risparmi perduti vuoi con aumenti dell´Iva vuoi intervenendo sulle pensioni d´anzianità. O meglio, in quest´ultimo caso, abborracciando una tale enormità giuridica come lo scorporo retroattivo dei riscatti d´anni di studio o di leva militare da dover fare in poche ore una penosa e precipitosa retromarcia.
E adesso lo stesso ministro che avrebbe dovuto far pagare le tasse ai tanti, troppi ladri d´imposte ci racconta che per i buchi apertisi nella manovra non c´è problema. Essi saranno pareggiati con il gettito di più severe misure contro l´evasione tributaria.
Ebbene gli italiani non hanno bisogno che il fiscalista Giulio Tremonti spieghi loro l´importanza politica, civile e finanziaria della lotta contro chi si fa beffe delle imposte e dunque potrebbero anche plaudire a un governo che finalmente dice di voler fare la faccia feroce in materia. Se non fosse – e qui davvero si ha di nuovo l´antica impressione di essere presi per il naso – che il governo annuncia non solo interventi più mediatici che di sostanza, ma si spinge perfino ad attribuire loro effetti contabili che sono intrinsecamente scritti sull´acqua.
Va bene, mandiamo pure direttamente in galera coloro che rubano tasse per più di tre milioni. Diamo pure ai Comuni la facoltà (già, perché non l´obbligo?) di pubblicare l´elenco delle singole dichiarazioni dei redditi.
Facciamo finalmente una revisione accurata di tutte quelle società di comodo dietro le quali gli evasori più ricchi e incalliti nascondono barche e auto di lusso, immobili in patria o all´estero e così via. Chiediamo anche ai contribuenti di indicare nella dichiarazione annuale quanti sono e presso quale banca i loro conti correnti. Ma il gettito per l´Erario di tutto questo armamentario come si fa a calcolarlo seriamente in quantità e soprattutto in tempi d´esazione?
I contribuenti onesti sono stanchi di essere bombardati da straordinari annunci di maxievasioni scoperte della Guardia di Finanza cui fanno seguito – sovente dopo parecchi anni di contenzioso – incassi effettivi per lo Stato in misura notevolmente inferiore. Quelli poi che sono anche più attenti alla contabilità pubblica sanno che altrettanto sovente governi e parlamenti si sono letteralmente inventate cifre di gettito da lotta all´evasione al solo e miope fine di dare una copertura falsa nella sostanza ma accettata nella forma a questo o a quel provvedimento d´urgenza. La corsa del debito pubblico è lastricata da un eccesso di trovate del genere.
Se c´è una forma di gettito aleatoria per sua natura è proprio quella che deriva dalla lotta all´evasione perché l´ordinamento della materia sembra fatto apposta per incentivare ricorsi e contenziosi con conseguente impossibilità per lo Stato di calcolare i relativi incassi soprattutto nell´immediato futuro. Al ministro Tremonti che ora scopre l´evasione come il passepartout finanziario della manovra in corso si vorrebbe ricordare che è suo l´impegno al pareggio di bilancio entro il 2013. Oggi chiedere agli italiani di credere che in un paio d´anni il nuovo corso fiscale del governo Berlusconi produrrà l´effetto di colmare i buchi che la stessa maggioranza ha scavato nella sua manovra significa obbligarli a un esercizio impossibile per la loro intelligenza oltre che per la loro esperienza in materia. Figuriamoci poi quanto un simile esercizio possa essere possibile da parte di coloro che muovono i capitali sui mercati internazionali e che, nelle scorse settimane, hanno inviato al governo italiano espliciti inviti a non fare più furbate di basso conio e di valore finanziario nullo. Ieri lo spread fra i titoli del Tesoro e i “bund” tedeschi ha di nuovo superato la soglia critica dei 300 punti. Non per caso.

La Repubblica 02.09.11

"L'inizio dell'anno e le bufale di Gelmini", di Roberto Ciccarelli

Nel quarto anno della guerra contro la scuola pubblica è arrivato il tempo di interderci sulle parole. Quando il ministro dell’Istruzione Gelmini sostiene, com’è avvenuto ieri in occasione della conferenza stampa sull’inizio dell’anno scolastico, che sarà «regolare» significa che è confermato il blocco degli scatti di anzianità che colpisce docenti e personale amministrativo. Quando Gelmini afferma che la scuola è stata risparmiata da un nuovo tsunami di 11 miliardi di tagli alle spese dei ministeri previsto dalla manovra correttiva non dice il vero, salvo correggersi in tempo reale: il taglio all’istruzione ci sarà, ma non inciderà sugli organici e sul funzionamento delle scuole. Verrà riassorbito da una razionalizzazione della spesa: 700 milioni di euro ottenuti dalla digitalizzazione e 300 dalla rescissione dei contratti con le ditte esterne delle pulizie.

Non è la prima volta che questa cifra viene rivendicata dal ministro. Ammesso che sia vera, e non il consueto gioco delle tre carte, si può concludere che il «risparmio» sulla scuola sarà di un miliardo e andrà ad aggiungersi agli otto tagliati da Tremonti dal 2008. Ma non è finita qui. Sempre ieri Gelmini ha rivenduto alla stampa l’assunzione degli oltre 66.300 docenti (30.300) e personale Ata (36 mila).

La cifra è vera, ma nasconde un’altra realtà inquietante: le assunzioni annunciate nel biennio 2012-2013 verranno autorizzate dal ministero dell’Econonia. Quindi il numero massimo di assunzioni preventivate, 29 mila tra docenti e personale Ata, all’anno è solo una previsione e dipenderà dai capricci di Tremonti.

Il Ministro non si è soffermata nemmeno su un aspetto forse per lei minore, ma di sicuro sostanziale per i nuovi assunti: per effetto del blocco dei contratti per il pubblico impiego e del blocco degli scatti di anzianità, i nuovi docenti percepiranno un salario differenziale. Dovranno cioè aspettare sei anni prima di avere un aumento di stipendio. Per la prima volta nella scuola ci sarà una categoria di insegnanti, assunti regolarmente, che percepirà meno dei colleghi pari grado.

Quella dei neo-assunti è una vicenda che nasconde particolari ancora più imbarazzanti. E’ come se il governo avesse fatto una concessione e, dopo averla dovuta ingoiare, ha iniziato a vendicarsi complicando sempre di più modalità e condizioni vessatorie.

Tra gli oltre 66 mila posti elargiti, almeno 10 mila docenti verranno assegnati sulla base delle vecchie graduatorie.

Si tratta di una norma di dubbia legittimità costituzionale destinata ad aumentare il caos durante le operazioni di inizio d’anno. E non basta ancora: i docenti immessi in ruolo a partire dal 1 settembre non potranno spostarsi di provincia per i primi cinque anni.

Sempre nel saluto di inizio anno Mariastella Gelmini ha sottolineato che l’accorpamento degli istituti scolastici contenuto già nel decreto sviluppo non comporta la riduzione di 3 mila dirigenti scolastici, ma solo di mille.

Per capire questo concetto bisogna ricorrere ad un’equazione.

Se saranno mille i presidi ridotti, e si sopprimono allo stesso tempo 1100 scuole, mentre quelle che non avranno un preside saranno almeno il doppio – è la stima della rivista Tutto Scuola – il risultato è il seguente: ci saranno dirigenti che seguiranno due scuole allo stesso tempo. Se invece la riduzione fosse di 3 mila, il numero di scuole per dirigente scolastico potrebbe aumentare.

La vera chicca del discorso di ieri è stato l’augurio che Gelmini si è fatta a proposito del «rafforzamento del patto tra le generazioni, sperando che i ritocchi alle pensioni non penalizzino i giovani». Questa frase è stata pronunciata poco dopo l’affondamento della norma che sopprimeva il riscatto della laurea. «Non commento la retromarcia dell’esecutivo – ha commentato Gelmini – l’importante però è non creare un dislivello pensionistico».

Se ne faccia una ragione, il Ministro: quel «dislivello» resta, con o senza norma. In compenso, gli spin doctor di Viale Trastevere avrebbero potuto suggerirle che, almeno su questo punto, Gelmini aveva visto giusto. A nessuno però è venuta in mente un’idea così balzana.

Il Manifesto 01.09.11

"L'opposizione va all'attacco. Bersani: il governo si dimetta", di Maria Zegarelli

Un governo «in stato confusionale» costretto a fare retromarcia sulla norma che escludeva gli anni del militare di leva e dell’università ai fini del calcolo della pensione, che adesso corre e si affanna a trovare nuove misure per far quadrare i conti senza far saltare la maggioranza. L’opposizione assiste all’ennesima giornata surreale, con vertici di maggioranza, richiami del presidente del Senato a fare presto con gli emendamenti e un’Europa che guarda allo Stivale con perplessità. Maggioranza nel «caos» dice il segretario del Pd Pier Luigi Bersani che auspica sia il Parlamento a prendere in mano la situazione «con un’assunzione di responsabilità alla quale, pur dall’opposizione, ci rendiamo disponibili con le nostre proposte. Poi, il governo prenda finalmente atto della sua condizione e passi la mano». Un governo «incapace di guidare la barca in acque piuttosto difficili» con un timoniere che ha perso la bussola. Un governo «totalmente imbambolato. Rincretinito, nel pallone, smentito dalla sua stessa maggioranza che ha presentato 600 emendamenti e che ancora non riesce a presentare una manovra che sia credibile», rincara dall’Idv Antonio Di Pietro che come il Pd indica un’unica strada per uscire dalle secche: «Mandarlo a casa». E Pierferdinando Casini, che si era detto disponibile al confronto, davanti al balletto delle norme che entrano e escono dalla manovra prende atto: «Impossibile dialogare con questi continui cambiamenti», una presa in giro per gli italiani. E sembra di vederli gli italiani: incollati davanti alla tv un giorno apprendono che saranno chiamati a versare un contributo di solidarietà, il giorno dopo che no, è meglio sottrargli gli anni del servizio di leva e dell’università e il giorno dopo ancora vai a capirlo. «Se si usa il linguaggio della verità, l’Italia capisce», capisce che deve fare dei sacrifici, osserva Walter Veltroni, ma di fronte «all’orrenda sarabanda di queste ore è peggio del calciomercato».
Casini a fine serata, se apprezza soddisfazione «per l’inserimento all’interno della manovra della riforma della giustizia civile e della riorganizzazione degli uffici giudiziari», misura proposta «dal Terzo Polo», poco prima aveva però sottolineato come il ddl sia ormai «senza padrini e madri e, soprattutto, senza copertura finanziaria. Il governo cambia idea ogni giorno. Questo è veramente un insulto agli italiani, che avrebbero bisogno prima di tutto di serietà». Frena Felice Belisario dall’Idv: «Il governo è ormai palesemente senza guida e ha presentato solo un emendamento per la riorganizzazione degli uffici giudiziari», quindi «non ha senso» discuterne.
AVVERTIMENTO
Bersani avverte: «Da molto tempo diciamo che maggioranza e governo non sono in grado di portarci fuori dai pericoli, ma solo di aggravarli». E se a luglio il Pd accolse l’invito di Napolitano ad assumere senso di responsabilità e accettò di far votare la manovra in soli tre giorni, stavolta parte a testa bassa. O dalla maggioranza si accolgono le proposte dei democratici o sarà battaglia durissima in Parlamento. «Giulio Tremonti si sarebbe dovuto dimettere – commenta Michele Ventura dal palco della Festa democratica di Pesaro – si sarebbe dovuto dimettere lui, che ha dimostrato di non essere all’altezza del compito che è chiamato a svolgere e si sarebbe dovuto dimettere anche il presidente del Consiglio». A questo punto, ragiona Ventura, qualunque cosa, anche le elezioni anticipate, sarebbe meglio «di questo governo». E concorda il segretario di Rc Paolo Ferrero, ospite dei democratici. «Ma nessun governo di transizione, meglio pensare al modo in cui, attraverso la convergenza sui punti programmatici, mandare a casa Berlusconi».
Tante le cose non piacciono all’opposizione, dalle misure che cambierebbero il regime di agevolazioni fiscali alle Coop (Udc e Pd chiedono al governo di ripensarci); all’articolo 8 che consente alla contrattazione aziendale di derogare leggi e contratti sul lavoro, alla mancata tassazione dei capitali scudati rientrati in Italia con un’aliquota irrisoria. Il segretario Pd sfida la maggioranza anche sulla riduzione dei costi della politica, dal dimezzamento del numero dei parlamentari agli interventi sulla pubblica amministrazione: le proposte ci sono, insiste, basterebbe calendarizzarle e votarle. Intanto Francesco Boccia si chiede perché il governo, ad esempio, continui «ad essere omertoso sul concordato fiscale con la Svizzera, in linea con gli accordi appena chiusi da Germania e Regno Unito». Sottoscrivere quel concordato, «facendo pagare imposte tra il 27 e il 48% a tutti gli italiani che hanno capitali in quel Paese – spiega il parlamentare – permetterebbe di recuperare 30 miliardi di euro». Proprio quello che Berlusconi non vuole. Come la tassa di solidarietà. Per questo aveva brindato quando dopo il “verticebeffa” di Arcore con Bossi era saltata. A fine serata dal Pdl Giuliano Cazzola dice che sì, «Quasi quasi inizio a pensare che siaarrivato il momento di un governo tecnico, con una persona chenon sia Cordero di Montezemolo, ma comunque una persona in gradodi dire: signori, la situazione è questa ed un governo che dice la sua e tira dritto». Peccato, conclude, che lui conta «come il due di coppe»…

L’Unità 01.09.11

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Bersani: “Il governo a casa” Casini: “Insulto agli italiani”, di ALBERTO CUSTODERO

«Una sarabanda». «Un´araba fenice». «Una pantomima ignobile». «Il governo è in stato confusionale. Rincretinito. Nel caos. Passa dalle truffe alle comiche. Insulta gli italiani». Continua con accenti sempre più aspri la protesta dell´opposizione alla manovra-bis. Bersani detta la linea del Pd: «Siamo pronti a dare un contributo di idee e di proposte per la manovra finanziaria – dice – poi il governo vada a casa perché non è in grado di assicurare la guida del Paese». Il segretario democratico assicura che il Pd è «assolutamente intenzionato» a chiedere la calendarizzazione della proposta di dimezzare i parlamentari perché può essere approvata in tempi brevi». E ricorda che «la proposta di mettere i redditi online era un´idea di Visco».
Il capogruppo pd al Senato, Anna Finocchiaro, avverte che «l´esame in Aula della manovra potrebbe anche slittare» mentre Veltroni definisce «una sarabanda la confusione nella quale sono precipitati l´esecutivo e la maggioranza». «Il tira e molla messo in scena dalla maggioranza – aggiunge – è peggio del calciomercato». Toni duri anche dall´Idv, con il leader Di Pietro che, dopo aver dato del «rincretinito», dell´»imbambolato» e dell´»incapace di intendere e volere» al governo, auspica di «mandarlo a casa». «L´esecutivo – tuona Di Pietro – viene smentito dalla sua stessa maggioranza che ha presentato 600 emendamenti e ancora non riesce a presentare una manovra che sia credibile». La butta in sarcasmo il capogruppo dei senatori idv, Felice Belisario: «Sembra di assistere ad una delle migliori farse di Totò, ma qui c´è da piangere. Hanno perso tre settimane, ora la manovra non può essere approvata in tre giorni». A chi dalla maggioranza invita l´opposizione al dialogo, replica il leader Udc, Pier Ferdinando Casini: «Noi vogliamo collaborare, ma su che cosa? Il governo cambia idea ogni giorno, è veramente un insulto agli italiani che avrebbero bisogno prima di tutto di serietà». Ironizzano anche dal Terzo Polo i finiani. «Il governo sta rinviando di ora in ora e di giorno in giorno la presentazione dei suoi emendamenti in commissione Bilancio. A questo punto – si legge in una nota di Fli – la manovra-bis sembra diventare un´araba fenice. Che ci sia ognun lo dice. Come sia, nessun lo sa».

La Repubblica 01.09.11

"Caso Penati, la partita adesso si gioca sulla Milano-Serravalle", di Giuseppe Vespo

Filippo Penati annuncia che potrebbe rinunciare alla prescrizione e si difende. Scrive al suo partito perché tutti conoscano le sue ragioni e attacca i suoi principali accusatori, gli imprenditori sestesi Piero Di Caterina e Giuseppe Pasini, a loro volta sotto indagine. L’ex sindaco di Sesto san Giovanni è indagato dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia nell’ipotesi che per circa 15 anni sia stato il dominus di un sistema di presunte tangenti. L’inchiesta della procura è tentacolare: i capitoli più importanti sono quelli legati alla riqualificazione dell’ex area industriale delle acciaierie Falck di Sesto, dal Duemila al 2005 in mano a Giuseppe Pasini, e quello dell’acquisto da parte della provincia del 15 per cento della società Milano-Serravalle, comprate dal gruppo Gavio al prezzo di 2,9 euro per azione e rivendute nel 2005 alla provincia di Penati a 8,9 euro. Su questo fronte la procura di Monza ha chiesto una consulenza per rivalutare la congruità dell’operazione. Già i magistrati di Milano avevano disposto una perizia che si è chiusa con un parere positivo sull’acquisto fatto dalla Provincia. Per contro però, la Corte dei Conti ha stabilito che quell’affare ha causatoundanno erariale. Più volte nel corso degli anni Penati ha sostenuto l’operazione Milano-Serravalle, ricordando le indagini non abbiamo mai portato a nulla. Allora perché oggi gli investigatori riaprono quel filone, partendo dai fascicoli dei colleghi contabili? Perché fino al giugno del 2010 non si conoscevano le dichiarazioni di Piero Di Caterina e poi quelle di Giuseppe Pasini. Il primo, imprenditore di Sesto attivo nei trasporti con la «Caronte » ma con interessi anche nell’edilizia, viene chiamato in procura dai magistrati di Milano che indagano sulle bonifiche del quartiere Santa Giulia, altra grossa inchiesta che coinvolge due big delle costruzione e delle bonifiche – indagati anche a Monza:Giuseppe Grossi e Luigi Zunino. Di fronteai giudici milanesi Di Caterina inizia però a parlare di Sesto. Perché? È lui stesso a scriverlo il 26 aprile 2010 a Penati e al suo braccio destro – indagato – Giordano Vimercati in una lettera email trovata dalla Gdf: «In questa lettera (…) affronto l’argomento relativo ad una serie di versamenti di denaro che in oltre 10 anni, oserei dire 15 anni, ho elargito in contanti a favore di Filippo Penati. (…) Le ultime dazioni di denaro risalgono alla campagna elettorale di quest’anno per la candidatura alla
Presidenza della Regione, perun ammontare di circa 50.000,00 Euro. Io sono stato costretto a pagare queste notevoli somme nel corso degli anni perché nel sistema dei trasporti pubblici milanesi si è verificato un abuso da parte di Atm nella ripartizione degli introiti di tariffazione. Da qui nasce l’esigenza di avere una protezione politica (…)». Riguardo al filone d’inchiesta sulla Milano-Serravalle è sempreDi Caterina a mettere a verbale di aver sentito da un altro indagato – l’ex dirigente provinciale Antonino Princiotta – di alcune trattative segrete per stabilire il «sovrapprezzo» dell’operazione che in parte sarebbe stato poi versato anche a Penati. A queste trattative avrebbe partecipato anche il dirigente di Banca Intesa Maurizio Pagani. I magistrati motivano la sua iscrizione nel registro degli indagati come un «atto dovuto». Perché chi indaga ha presente la necessità di trovare riscontri inconfutabili alle parole dell’imprenditore. È questo, a giudizio di Penati uno dei punti deboli dell’accusa: ci sono solo le dichiarazione di due «imprenditori con il malanimo derivato dai loro insuccessi».
L’esponente democratico aggiunge poi una domanda: «Di Caterina asserisce di avermi anticipato fino al 1997 somme per oltre 2 miliardi di lire, che gli sarebbero state restituite nel 2001 dalla tangente di Pasini versata su un suo conto in Lussemburgo. C’è da chiedersi come avrebbe fatto Di Caterina a sapere molti anni prima che Pasini avrebbe comprato le aree Falck?». Infatti probabilmente non lo sapeva: l’imprenditore, da quanto mette a verbale, pagavanon con l’intento di avere indietro, ma per oliare una macchina con la quale – a suo dire – poteva fare affari. Le cose, sostiene sempre Di Caterina, vanno avanti fino al 2003. Poi «degenerano» e lui decide di tirarsi indietro. C’è però quello che viene definito dal giudice l«’indizio principe» dei rapporti tra Di Caterina e Penati: «Il preliminare di vendita concluso il 14-11-2008 da Di Caterina e da Binasco Bruno», un «mero strumento giuridico volto a fornire una giustificazione del passaggio dal Gruppo Gavio a Di Caterina della somma di 2 milioni di euro». Il dubbio è che l’affare sia un ritorno della Milano-Serravalle.
Una volta davanti ai magistrati, Di Caterina tira in ballo anche Pasini, che al quel punto parla. Penati lo accusa di aver taciuto per anni, anche quando si è presentato alle elezioni per il sindaco di Sesto. Ad ogni modo, nel rigettare la richiesta di arresto per Penati – e nel derubricare le accuse da concussione e finanziamento illecito a corruzione – il gip di Monza Anna Mapelli sostiene che ci sono «gravi indizi di reato», non le esigenze di custodia perché il reato è prescritto. I pm Mapelli e Macchia hanno fatto ricorso. Il Riesame deciderà intorno alla metà di settembre.

L’Unità 01.09.11

"Spunta la pensione rosa a 65 anni", di Raffaello Masci

Pensionandi di tutta Italia, voi che vi avvicinate pericolosamente ai 60 anni e cominciate a fare i conti di quanto vi manca, tirate pure un respiro di sollievo. Per il momento ha vinto la Lega «le pensioni non si toccano» – e la previdenza è uscita dalla manovra. Ma state comunque sul chi vive, perché «la materia previdenziale» – dicono autorevoli esponenti della maggioranza – sarà toccata subito dopo. Dunque ieri il governo ha fatto marcia indietro sulla questione del riscatto degli anni di università e di servizio militare: troppe polemiche, troppe proteste, troppe categorie già disposte a dissotterrare l’ascia di guerra. E così in un summit tra i ministri Sacconi e Calderoli con i tecnici del Tesoro, si è deciso di soprassedere alla misura specifica, ma non a rimettere mano alle pensioni una volta congedata la manovra.

Dunque chi sta per andare in pensione quest’anno o, al più, l’anno prossimo, può considerarsi abbastanza sicuro del proprio destino, e subirà – tutt’al più – l’aggravante della finestra di 12 mesi se è un insegnante o un dipendente della pubblica istruzione. Chi, invece, vede la pensione un po’ più lontana (o addirittura lontanissima) sappia che sta per arrivare una ennesima stretta. I punti su cui si lavora sembrano abbastanza delineati, tant’è che sia il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, sia il guru della previdenza, Giuliano Cazzola (vicepresidente della Commissione Lavoro, Pdl), hanno indicato le stesse materie.

Una sarà l’età pensionabile delle donne: nel pubblico impiego le signore vanno già in pensione a 65 anni, come gli uomini, perché – è l’istanza – questa norma non si deve estendere anche al comparto privato? In particolare Brunetta ha messo a punto una serie di ipotesi tra le quali emergono, oltre all’aumento a partire dal 2012 dell’età necessaria per l’uscita per vecchiaia delle donne (sei mesi ogni anno con l’andata a regime a 65 anni nel 2021) anche l’inasprimento delle regole per l’accesso alla pensione di anzianità (un anno di età ogni anno, dal 2012 al 2015).

Naturalmente l’aumento dell’età pensionabile femminile produrrà risparmi a seconda della velocità con cui sarà portato a regime. In caso di aumento «soft», per esempio, sempre partendo dal 2012 ma aumentando l’età necessaria per la vecchiaia di un anno ogni due (quindi 61 anni nel 2012, 62 nel 2014, ecc.) il risparmio nel triennio 2013-2015, sarebbe di 2,2 miliardi. Se, invece, si facesse un gesto temerario ma coraggioso – tutte a 65 anni da subito – ci sarebbe certamente una rivolta, ma anche un risparmio di 3,5 miliardi nel triennio 2013-2015.

Un altro punto della riforma ventura, sollecitato soprattutto da Giuliano Cazzola, dovrebbe essere il ritocco dell’aliquota contributiva per i lavoratori parasubordinati (i co.co.co per intenderci) portandola al livello di quella dei dipendenti (dal 26 al 33 per cento), già nel 2012. Anche i pensionati che svolgono attività di collaborazione occasionale versano una quota del 15% mentre quelli iscritti ad altri regimi versano il 17%, e anche questo è un adeguamento che si potrebbe fare, considerando – spiega Cazzola – «che ogni punto di innalzamento della contribuzione porterebbe un maggiore incasso di 180 milioni di euro l’anno».

La Stampa 01.09.11

"Per fare cassa si rafforza l’idea del maxi condono", di Rosaria Talarico

Tramontata l’ipotesi di modificare i criteri per andare in pensione, per fare cassa e trovare fondi per riequilibrare i conti pubblici comincia a farsi strada l’idea di un nuovo condono, fiscale o edilizio poco importa. Basta far cassa. Le reazioni sono contrastanti. Si va dall’entusiasmo dei due promotori, i deputati Pdl Amedeo Laboccetta e Antonio Mazzocchi all’indignazione dell’opposizione e delle associazioni ambientaliste. In realtà al Tesoro starebbero studiando un meccanismo più sofisticato, una sorta di redditometro-concordato, ma intanto il dibattito impazza. «Ho ricevuto in soli otto giorni oltre 12 mila e-mail da tutta Italia da parte di semplici cittadini che hanno inteso manifestare apprezzamento per l’iniziativa di condono fiscale – racconta trionfante Laboccetta – evidentemente la proposta avanzata riguarda un tema pesantemente avvertito dagli italiani. Ed è per questo motivo che alla prossima utile occasione lo rilanceremo, insieme ai tantissimi deputati che si sono dichiarati disponibili a sostenerlo». La stima del deputato e membro della commissione Bilancio della Camera è di 35 miliardi di euro di entrate per l’erario. «Un’opportunità eccezionale» la definisce Laboccetta. Di segno assolutamente contrario le valutazioni dell’opposizione.

«Per la destra italiana il condono edilizio è una specie di marchio di fabbrica – sintetizzano i senatori Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante – così la maggioranza per tappare i buchi della manovra propone una nuova sanatoria generalizzata: una mannaia su ambiente e territorio, che se approvata innescherebbe l’ennesima spirale di cemento selvaggio, darebbe il colpo di grazia al nostro già martoriato paesaggio, ricoprirebbe di case illegali anche le aree più delicate e più a rischio». Il riferimento è alla proposta avanzata dal senatore campano del Pdl Gennaro Coronella di sospendere per un periodo di dodici mesi le demolizioni di case abusive in Campania per fronteggiare la grave situazione abitativa. E questo anche nel caso sia stata accertata la violazione di vincoli paesaggistici, ma solo se si tratta dell’unica abitazione. «L’attrazione di governo e maggioranza verso questa forma odiosa di illegalità proseguono i due parlamentari è davvero fatale, irresistibile: gli ultimi due condoni edilizi portano la firma di governi Berlusconi, questo completerebbe l’opera».

Wwf e Fai sono ancora più duri e parlano di atteggiamento grave e irresponsabile e di «evidenti finalità clientelari che mal si conciliano con gli obiettivi collettivi propri di una manovra economica». Le due associazioni ambientaliste auspicano che «le proposte presentate da alcuni parlamentari della maggioranza non vengano in alcun modo fatte proprie dal governo». In effetti in chiusura di campagna elettorale a Napoli per le elezioni amministrative fu lo stesso presidente Berlusconi a promettere un provvedimento d’urgenza per risolvere l’emergenza demolizioni.

Il governo già la scorsa settimana ha smentito per bocca del sottosegretario all’Economia, Luigi Casero: «L’ipotesi di condono non esiste assolutamente». E anche Laboccetta puntualizza che la sua proposta di condono sarebbe «educativa»: «Contemporaneamente proponiamo l’inasprimento delle pene detentive in caso di evasione fiscale. Il messaggio che diamo ai contribuenti è: stavolta chi evade il fisco si farà male. È un messaggio educativo e repressivo al tempo stesso. E poi, qui c’è la necessità di incassare denaro, non è che vogliamo aiutare i furbetti».

La Stampa 01.09.11

“Non possiamo continuare a vivere in un Paese dove è più tassato Paperino di Paperone”.

Ad immaginare il fisco del futuro sul palco della sala dibattiti di Piazza del Popolo di Pesaro erano presenti il deputato Pd Alberto Fluvi Componente Commissione Finanza alla Camera, l’on. del Pd Massimo Vannucci Componente Commissione Bilancio alla Camera dei Deputati, Maurizio Petriccioli Segretario confederale della Cisl con delega in materia di fisco, Claudio Siciliotti presidente del Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili, moderati dal giornalista di Repubblica Roberto Petrini. Si parte con l’affrontare il tema della tassazione in Italia. Per Alberto Fluvi “il problema delle tasse è importante ma non è il principale. Il tema principale è l’equità: ciascuno deve pagare in proporzione al reddito, come previsto dall’articolo 53 della nostra Costituzione. Gli italiani sono disponibili a fare sacrifici ma deve esserci la certezza che questi servano a qualcosa e tutti paghino per quello che hanno.”

Parla anche di evasione fiscale ed eccessiva tassazione del lavoro dipendente come nodi della manovra e richiama tutti al senso del dovere. “Dobbiamo affrontare queste tre questioni – continua Fluvi – perché tutti siamo chiamati a fare sacrifici come avvenne nel ’92 con il governo Amato o nel ’97 con l’Eurotassa.

Se per Fluvi il problema della manovra è il fattore equità, per Claudio Siciliotti “in questo Paese paga le tasse chi deve. L’Italia non ha mai avuto entrate maggiori delle uscite, per cui è irrealistico pensare al pareggio di bilancio se non si interviene nella spesa.”

Secondo il presidente del Consiglio nazionale dei Dottori commercialisti e degli Esperti contabili, occorrerebbe piuttosto “ alleggerire la tassazione sul lavoro, partendo ad esempio dalla de-tassazione del reddito femminile”.
E aggiunge : “ Ai giovani non chiediamo sacrifici ma i lavoratori dipendenti, gli autonomi ed i pensionati facciano un gesto di solidarietà. Per i lavoratori dipendenti le progressioni devono avvenire per merito e non per anzianità, gli autonomi devono pagare le tasse, i pensionati devono pagare di più perché non si può andare in pensione troppo presto”.

Ma chi deve pagare allora?

“Le entrate dello Stato sono: redditi da consumi, patrimoni e rendite – precisa Massimo Vannucci – Il problema è lo squilibrio tra queste voci, quindi la prima cosa da fare è ridistribuire il carico fiscale che aumenterebbe il potere d’acquisto dando una spinta in avanti all’economia. L’altra leva è l’evasione fiscale e una delle strade per contrastarla è quella della tracciabilità” (il Pd su questo ha presentato una proposta che prevede la tracciabilità già per importi di mille euro).

Anche Maurizio Petriccioli parla di “distribuire i pesi del fisco in maniera diversa, combattere l’evasione fiscale e chiedere di più a chi ha più da dare. L’unica strada per la ripresa è la lotta all’evasione”.

“I 300 miliardi di evasione fiscale dimostrano che siamo di fronte ad un fenomeno di massa – così si inserisce nel dibattito Alberto Fluvi – Il paradosso è che Berlusconi ci dice che evadere è lecito quando la tassazione è troppo elevata. Concordo con Bersani quando parla di una Maastricht dell’evasione, una sorta di Carta Europea che ci consentirebbe di riequilibrare il carico fiscale troppo gravato sul lavoro e poco sulle rendite finanziarie e immobiliari”.

“ Ma questo governo quanto ci costa?” E’ la domanda che si pone l’on. Vannucci dopo aver citato i numeri del debito pubblico e degli interessi. “ Troppo in termini numerici e di inaffidabilità. Questa manovra è la cartina tornasole”.

Redazione web Feste Democratiche – Simona Giulietti

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