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Damiano: "Bossi e la Lega hanno truffato i pensionati"

In una Piazza del Popolo gremitissima, il dibattito sul welfare moderato da Bianca De Giovanni, giornalista de L’Unità, con Cesare Damiano, capogruppo Pd alla Camera della Commissione lavoro, Agostino Siciliano, segretario nazionale UIL pensionati, Carla Cantone, Segretario Generale SPI CGIL (Sindacato pensionati italiani) e Eleonora Voltolina, fondatrice della testata online Repubblica degli stagisti. Si entra subito nel vivo con l’analisi che la Voltolina fa della situazione dei giovani, di “chi rischia di non vedere mai la pensione”, costretto al precariato, alla discontinuità del lavoro, schiacciato dalla mancanza di una prospettiva, “a quanto ammonteranno le pensioni fra 30 anni?”, si chiede, con un sistema contributivo basato su retribuzioni risibili, con periodi di pausa, inquadramenti “fantasiosi”, versamenti dispersi in casse diverse che è difficilissimo raccordare, ingresso tardivo nel mondo del lavoro…

La domanda è se sono gli anziani a dover rinunciare per aiutare i giovani, e Carla Cantone sottolinea la vergogna di un governo che punta a creare una divisione intergenerazionale, quando proprio gli anziani assolvono il ruolo di ultimo ammortizzatore sociale, ed i dati sono desolanti: 4 milioni di pensionati con meno di 500 euro mensili, altri 4 con meno di 700 euro, e 6 milioni sotto i 1200, con un sistema di welfare messo in ginocchio dai tagli agli Enti locali. Le due generazioni, ribadisce la Segretaria della SPI, devono essere fortemente unite per rilanciare un diverso modello di società, facendo scelte condivise, che contrastino le politiche dissennate del governo e gli egoismi delle imprese, e rilancia l’appello per lo sciopero generale del 6 settembre. Rincara Agostino Siciliano, denunciando una politica che gioca a dividere, che decide sulle nostre teste, ricordando le misure introdotte dal Ministero Damiano sulle norme di rivalutazione delle pensioni (si garantiva un minimo del 60 per cento ai giovani), e ricordando che nel “patto generazionale” che ci chiede l’Europa ci si dimentica delle risorse in termini di liquidazioni e sostegno continuo pagate dagli anziani. Le strategie possono essere diverse,incalza, ma gli obbiettivi sono largamente condivisi e i temi comuni.

Con nettezza interviene Cesare Damiano “basta fare cassa con le pensioni, dobbiamo sostenere con ancora maggior coraggio la battaglia politica e culturale che affermi che le risorse vanno prese altrove, dai grandi patrimoni, dalla speculazione internazionale. L’accordo del 2007, con il governo Prodi, è costato un anno di lavoro, di contrattazione. Tremonti fa le riforme pensionistiche per decreto…non capitava dal 1967”. Per rispondere ai giovani, ricorda che il taglio alle pensioni attuali non produce pensioni migliori per i giovani. Alla Voltolina che chiedeva l’innalzamento dell’età pensionabile, Damiano propone di riprendere parti della vecchia proposta Dini: uscita dal lavoro fra i 62 e i 70 anni, con la possibilità di scegliere e un trattamento economico che aumenta progressivamente. Ma proprio a proposito di pensioni e tra gli applausi del pubblico presente,Damiano invita tutti a ricordare agli operai che votano Lega “la truffa di Bossi che da anni massacra le pensioni, e” il pasticcio di Arcore” sul compromesso fra Berlusconi e Bossi per salvare il governo, non il Paese, la vergogna di un “ Calderoli che vuole tagliare la reversibilità e gli assegni di accompagnamento per le vedove e i vedovi” augurandosi infine una forte mobilitazione, politica e sociale, “meglio se unitaria”.

E’ Carla Cantone a ricordare la “macelleria sociale attuata attraverso le ultime due manovre e le finanziarie precedenti con gli interventi su ticket, sanità, fondo per le persone non autosufficienti. Si può porre fine a tutto questo solo cacciando il governo- continua la leader dello SPI CGIL-sperando che nel prossimo al dicastero del Lavoro ci sia nuovamente Damiano e si riparta dall’impegno stilato con lui, che prevedeva la quattordicesima e le norme sulla rivalutazione””.

Non poteva non mancare, alla fine del dibattito, la denuncia da parte di Cesare Damiano del tentativo di “balcanizzazione” dei sindacati per mezzo dell’ “ignominia dell’articolo 8 firmato da Sacconi, che introduce la libertà di licenziamento in contrasto con gli accordi del 28 giugno fra Sindacati e Confindustria”.

www.festademocratica.it

"Pensioni, il governo ci ripensa", di Raffaello Masci

La norma che azzera il riscatto della laurea e del servizio militare ai fini previdenziali, forse, verrà rivista. Perfino cancellata. Ieri c’è stata una levata di scudi così massiccia, dura, vasta e trasversale alle categorie sociali, che il governo e la maggioranza ci stanno ripensando. È stato il relatore della manovra in Parlamento, Antonio Azzollini, a far balenare questa eventualità. D’altronde sarebbero almeno 100 mila i lavoratori immediatamente colpiti da questa nuova stretta, forse 130 mila addirittura. Il ministro Maurizio Sacconi, considerato il padre di questa trovata, ha visto ieri i vertici degli enti previdenziali fino a tardissima sera, e oggi incontrerà il collega leghista Calderoli, quello delle «pensioni non si toccano».

Per tutta la giornata, peraltro, c’era stato un clima di rivolta in tutto il paese. «Ho sognato Berlusconi che diceva a Bossi: questa volta li abbiamo fregati sui riscatti previdenziali, la prossima volta vogliamo provare con i Bot?». È il messaggio di un lettore che ieri ha scritto al Forum de «La Stampa.it». Ma su altri siti e sui blog è stata una vera insurrezione, un’alzata di scudi forse prevedibile e certamente molto, molto severa nei confronti della decisione del governo. «Mi hanno dato “il pacco” – dice un altro messaggio – perché quando io ho riscattato la mia laurea non volevo 50 euro di pensione in più, che non mi cambiano niente, volevo l’anzianità, quella loro mi hanno venduto e quella ora rivogliono indietro, senza restituirmi nulla. Ladri!».

Il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, intervistato da Radio24, ha fatto presente come il voltagabbana del governo getti, per il futuro, un’ombra sull’affidabilità delle istituzioni: «Lo Stato mi fotte – sintetizza l’esponente del Pd – e io appena posso fotto lo Stato». S’innesca, insomma, un meccanismo di rabbia che invoca una vendetta. Forse è per questo che la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, ha definito questo provvedimento «un golpe della cui gravità ancora non ci si è resi conto». In effetti, secondo il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, «la partita non può chiudersi così. Per salvare i giocatori di calcio e i redditi alti dal contributo di solidarietà, è sbagliato penalizzare chi ha riscattato con i propri soldi la laurea ed il servizio militare». Quanto alla Uil, attraverso il segretario Luigi Angeletti, aveva già detto al nostro giornale tutto il suo disappunto: «Uno sgarbo ingiustificato». Senza dire che, sempre secondo la Cgil, la norma farà saltare molti importanti accordi di ristrutturazione dei grandi gruppi – come Alitalia, Telecom, Finmeccanica, Fiat – che fondavano la mobilità del personale «anche» sulla previdenza riscattata.

Ma ad insorgere sono state anche le categorie professionali direttamente toccate da questa misura: gli avvocati, i magistrati, i medici, i funzionari di polizia. «Questa decisione del governo – dice Giuseppe Sileci, presidente dei giovani avvocati – fa a pugni con il principio della certezza del diritto». Per Costantino Troise, segretario del sindacato dei medici Anaao Assomed, «adesso è davvero troppo! I politici si affannano a precisare che i riscatti resterebbero utili ai fini economici per il calcolo della pensione, ma non è chiaro cosa questo significhi nel sistema retributivo».

E così via: in quasi tutte le categorie ieri c’è stato un fremito di rabbia. La scuola, per esempio, dove i laureati sono molti (l’80% dei 30 mila pensionati annui): «Nei confronti degli insegnanti è stato commesso un vero latrocinio – commenta il segretario della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo -, chi ha fatto il militare dovrà rimanere in servizio un anno in più, e chi ha riscattato la laurea di anni ne deve fare almeno 5, un tempo che diventa infinito se si somma anche la finestra mobile di un ulteriore anno».

Il Pdl minimizza, anzi plaude: e che sarà mai! «Il provvedimento – ha commentato il ministro per le Politiche comunitarie, Anna Maria Bernini – tocca solo quella “secca” di anzianità, cioè la possibilità di andare in pensione con 40 anni di contributi senza l’aggiunta dell’età anagrafica». La Lega, invece, è in subbuglio e sono molti i senatori che stanno facendo pressioni affinché la misura venga cancellata senza tante mediazioni. Il problema è che da questa norma sarebbe derivato un gettito di 650 milioni il primo anno e di 1200 il secondo. E quel gettito da qualche parte va recuperato.

La Stampa 31.08.11

Bindi e Franceschini dicono sì al referendum anti-Porcellum", di Mariantonietta Colimberti

Tutti contro il Porcellum, e questo si sapeva già; sempre più numerosi quelli “per” il Mattarellum, e questa è una notizia. Perché dalla riunione del coordinamento dem di domani (che si occuperà anche del caso Penati e della manovra), potrebbe emergere un orientamento diverso dalle conclusioni della direzione dello scorso 19 luglio, quando con soli tre voti contrari (di Arturo Parisi, Giulio Santagata e Sandra Zampa) era stato approvato un progetto di riforma della legge elettorale – sistema maggioritario con collegi uninominali a doppio turno, recupero proporzionale su base circoscrizionale e una piccola quota nazionale come diritto di tribuna – relegando in soffitta le proposte referendarie in campo, sia i quesiti proporzionalisti di Passigli sia quelli pro-Mattarellum di un fronte che già allora si prospettava ampio: da Castagnetti a Parisi, Bindi, Veltroni e molti altri.
Perché dinanzi al pericolo che la battaglia parlamentare possa non arrivare mai o risultare fiaccata dalle insidie del palazzo, si va facendo sempre più strada la convinzione dell’utilità del referendum, sia come strumento di pressione, sia, in ultima istanza, per ripristinare un sistema elettorale comunque migliore dell’attuale.
Bersani, che a luglio era stato l’artefice della mediazione quasi unanimista, ritiene che ai partiti tocchi la via parlamentare e che il referendum sia una «extrema ratio».
«Trovo corretto che il partito in quanto tale non promuova referendum – dice a Europa Rosy Bindi – Diverso è il fatto che ciascun esponente, dirigente o militante che sia, da cittadino un po’ speciale scelga di firmare». È quello che la presidente dell’assemblea nazionale farà, convinta che il Matterellum sia in ogni caso una soluzione non troppo difforme dalla proposta dem, «della quale sono soddisfatta e nella quale mi riconosco».
Il capogruppo alla camera, Dario Franceschini, orientato a non firmare, ha detto però ai suoi di voler lavorare «perché tutto il gruppo dirigente appoggi i quesiti referendari», mentre il vicesegretario Enrico Letta ha osservato nei giorni scorsi che «il Pd ha la sua proposta parlamentare e deve portarla avanti. Tuttavia, poiché l’obiettivo prioritario è abbattere il Porcellum, le due strade non sono alternative».
Nello schieramento trasversale che si va delineando pro-Mattarellum ieri sono arrivati anche Ignazio Marino ed Enzo Bianco. «Se il referendum andrà avanti non si potrà che sostenerlo», dice lo stesso estensore della proposta dem, Gianclaudio Bressa.
Una delle preoccupazioni di chi nel Partito democratico resta tiepido o è decisamente contrario al referendum è l’ostilità del Terzo polo al suo possibile esito, puntualmente ribadita ieri con una certa ruvidezza da Rocco Buttiglione: «È chiaro che se il Pd sposa il Mattarellum – ha detto l’esponente dell’Udc – rinuncia a ogni ipotesi di alleanza con noi». «Perché, il Porcellum favorisce l’alleanza con il Terzo polo?», replica Rosy Bindi, secondo la quale «lo spazio nel Mattarellum c’è, anche se l’ideale sul fronte dell’alleanza è il doppio turno che abbiamo indicato. Tuttavia, se il referendum dovesse passare, anche in parlamento avremmo più forza per imporre il cambiamento auspicato».
Durissimo contro il Mattarellum Giorgio Merlo, vicepresidente della commissione vigilanza della Rai, secondo il quale «la carovana di Prodi, Parisi e compagnia» vuole «riproporre il caravanserraglio dell’Unione». È problematico Beppe Fioroni, che con Europa non nasconde le sue preoccupazioni relative al rapporto col Terzo polo, esprime riserve sull’efficacia dei collegi uninominali («con la preferenza combattono tutti ad armi pari, con i collegi cosa succede, ad esempio, a Varese?») e osserva: «C’è stata una direzione in cui è stata presa una decisione. È singolare che ci siano un partito e dei personaggi che cambiano idea con grande facilità. Danno l’impressione che per taluni la bontà della proposta sia legata più alle contingenze e agli opportunismi che alle convinzioni».

da Europa Quotidiano 31.08.11

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“Il Pd sostenga la battaglia la gente non capirebbe timidezze sul Porcellum”, intervista a Dario Franceschini di Umberto Rosso

La nostra proposta sul doppio turno resta sul tappeto, ma realisticamente è meglio puntare sulla scelta referendaria. «Lanciamo tutto il Pd nella battaglia a sostegno del referendum per cancellare la legge porcata».
E lei, onorevole Franceschini, personalmente firmerà? Ieri lo hanno fatto anche Prodi e Veltroni.
«Io al momento ho un ruolo nel partito, presidente del gruppo dei deputati. Solo per questo non ho già firmato con una scelta individuale. Sarebbe sembrato solo un modo per fare bella figura. Sono convinto che la mia firma ci sarà presto ma insieme a quelle di centinaia di migliaia di democratici raccolte dal Pd».
Non vi starete svegliando tardi? Manca solo un mese per raggiungere le 500 mila firme.
«E´ un impegno molto forte, ma possiamo farcela. Impegnando il partito, i suoi militanti e le sue strutture nel sostegno pieno al comitato referendario che ha promosso l´iniziativa. Questo è quel che proporrò domani, nella riunione di coordinamento del Pd».
Insomma, un´inversione di rotta rispetto alla “via parlamentare” alla riforma elettorale.
«No. Alla battaglia per calendarizzare in aula la nostra proposta di riforma, doppio turno di collegio con forte connotazione proporzionale, non rinunciamo mica. Batteremo il chiodo ogni settimana».
Però…
«Però, realisticamente, anche se perfino dentro la maggioranza in tanti hanno il mal di mancia sul Porcellum, quanto ai numeri per farlo saltare siamo lontani. Per cui oggi, in presenza di un referendum che punta ad abrogare la porcata elettorale, nessuno capirebbe una prudenza del Pd ad appoggiare un´iniziativa che vuol restituire ai cittadini il diritto di scegliersi chi deve rappresentarli».
A luglio però l´avevate bocciata.
«Eravamo in un´altra fase. C´erano in pista, in quel momento, due ipotesi contrapposte. Una tutta proporzionalista, l´altra maggioritaria. Dovevamo evitare il rischio di uno scontro. Adesso che il referendum proporzionalista di Passigli non è più in campo, via libera».
Bersani ha superato la freddezza?
«Si è detto disponibile, ha già aperto le nostre feste ai banchetti per la raccolta delle firme. E´ il segretario del partito, fa bene a non schierare il Pd senza passare prima da una consultazione collegiale. E´ quel che faremo appunto giovedì. E io chiederò un deciso passo avanti nell´impegno».
Tutti pronti nel Pd a tornare al Mattarellum?
«E´ un sistema che, certamente, presenta dei limiti. Li conosciamo, già sperimentati in passato. Con i collegi uninominali a turno unico, per vincere c´è la corsa al fronte più largo possibile. E´ il rischio dell´ammucchiata. Ma con tutte le sue imperfezioni, il Mattarellum è cento volte meglio del Porcellum».
I dalemiani non sembrano della stessa opinione.
«Non ho sentito nessuno dentro il partito che di fronte a quella alternativa secca scelga la legge porcata. In ogni caso, sono certo che affronteremo la sfida uniti, senza divisioni al nostro interno».
E come la mettiamo con l´alleato Casini? Di ritorno al Mattarellum non ne vuol sentire parlare.
«E´ vero. Casini è storicamente ostile, contrario. Però credo che anche il leader dell´Udc almeno su questo dovrà convenire: il referendum è l´unica strada per tentare di cambiare il Porcellum. Il solo strumento di pressione, a questo punto, che può costringere la maggioranza a riaprire la discussione sull´attuale legge elettorale. Se raggiungiamo le firme, e la Cassazione dà disco verde, nella primavera del 2012 il centrodestra potrebbe ritrovarsi con una bella spada di Damocle sulla testa».

La Repubblica 31.08.11

"Ma i conti continuano a non tornare", di Stefano Lepri

No, i conti non tornano. Ancora il Tesoro non ha fornito cifre precise, ma la manovra di Ferragosto appare parecchio indebolita. E non è bene anche solo darne l’impressione, quando sui mercati i titoli di Stato italiani sono sostenuti da interventi che la Bce ha deciso in modo non unanime, con la Bundesbank all’opposizione. Si rischia di aggravare il disamore dei tedeschi verso l’euro. I soliti italiani, diranno: gli dai una mano e approfittano per prendersela comoda. Prima dell’accordo di Arcore era corsa voce che il «contributo di solidarietà» sarebbe stato sostituito da un aumento dell’Iva. Poi il ritocco Iva è scomparso, ma tutti gli altri pezzi della manovra sono stati riaggiustati come se ci fosse. I due moventi principali sono stati renderla più presentabile all’elettorato del centro-destra e attenuare l’ostilità degli enti locali. Ossia minori aggravi fiscali, o almeno l’apparenza di minori aggravi fiscali, da una parte; minori tagli di spese dall’altra. Che così facendo la somma resti uguale è più che dubbio.

Già prima, alcuni analisti reputavano la manovra insufficiente a raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. Tra i punti deboli, come rilevato dalla Corte dei Conti, c’era la somma enorme, 1,5 miliardi nel 2012, affidata all’aleatorio aumento di gettito di lotto, lotterie ed altri giochi. Fra una cosa e l’altra, ad esempio gli economisti della banca inglese Barclays già la settimana scorsa valutavano che il pareggio sarebbe stato mancato di una quindicina di miliardi.

Altre speranze a cui il governo ora si affida vengono dalla lotta all’evasione fiscale. Giustissimo colpire gli evasori prima di infierire sugli onesti. Ma, a meno di sorprese, non si capisce da quali nuovi provvedimenti dovrebbe provenire il gettito. Contro le «società di comodo» già in passato diversi ministri hanno agito: lo stesso Giulio Tremonti quando debuttò nel 1994, e a più riprese, nel 1997 e nel 2006 sotto il centro-sinistra, il suo rivale Vincenzo Visco. Ora, piuttosto che ingegnarsi a scoprire a chi davvero fanno capo ville e yacht, non si fa prima a tassare le ville e gli yacht?

La scomparsa del «contributo di solidarietà» a carico dei redditi medio-alti non sarà rimpianta. Tuttavia rispondeva in modo sbagliato a una esigenza largamente condivisa, anche in altri Paesi: far pagare ai ricchi almeno una parte degli oneri della crisi. Veniamo da anni in cui le disuguaglianze sociali si sono allargate; e proprio a causa del cattivo andamento dell’economia difettano le occasioni di investire produttivamente i capitali. Per tassare i patrimoni era disponibile un consenso ampio, perfino da parte della Confindustria.

Ma quando la politica è debole, è debole soprattutto verso i propri vizi. Trova ancor più difficile raccogliere le esigenze dei cittadini perché teme il potere dei corpi intermedi che sanno frammettersi tra l’elettorato e il Parlamento: enti locali, categorie, corporazioni varie. Aumentando le tasse certo si rischia di perdere le elezioni. A tagliare le spese si rischia di non riuscire nemmeno a fare la campagna elettorale, causa ribellione nelle proprie file (come si vede dall’atteggiamento di molti amministratori locali di centro-destra). Così si esita da entrambi i lati.

Questa debolezza viene rivelata dalla crisi; a guardare le cifre si è manifestata lungo gli anni, in un progressivo allontanamento dalle promesse della prima ora. Nella prima legislatura in cui ebbe respiro per governare, dal 2001 al 2006, il centro-destra lasciò la pressione fiscale invariata e fece crescere la spesa di due punti. Nella seconda, l’attuale, secondo i suoi stessi piani spingerà la pressione fiscale a un record storico, per coprire una spesa che anche realizzando tutti i dolorosi tagli resterà più alta di quella del 2001.

La Stampa 31.08.11

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“Sindacati, toghe e medici è altolà sulla previdenza”, di LUCIANO COSTANTINI e UMBERTO MANCINI

Il fronte della rivolta è esteso, sempre più esteso ed agguerrito: dai sindacati ai funzionari pubblici, dai magistrati ai dirigenti di polizia ai medici. Tutti sul piede di guerra, pronti a muovere contro una manovra che va a scompaginare l’assetto della previdenza pubblica. La Cgil conferma lo sciopero del 6 settembre: «Sulle pensioni si è consumato un autentico golpe». Cisl e Uil danno, praticamente, l’ultimatum al governo: o ci ripensa o scatterà la mobilitazione. I magistrati minacciano «iniziative di protesta, nessuna esclusa». Questa volta non si tratta di annunci intimidatori perché è la base che è in rivolta, difficile arginare la rabbia. Che la tensione stia salendo lo dimostra anche la decisione di Bonanni e Angeletti di convocare per le sette di ieri sera le segreterie di Cisl e Uil, unitariamente, per formalizzare la richiesta all’esecutivo di stoppare l’annunciato intervento sulle pensioni in quanto «discriminatorio nei confronti dei lavoratori che hanno pagato di tasca propria il riscatto della laurea sulla base di norme vigenti, azzerando di fatto anche i contributi del servizio militare». La Uil deciderà il 16 settembre la data di uno sciopero del pubblico impiego; la Cisl siciliana si sta già preparando ad una manifestazione regionale a settembre. Sarà battaglia. Chi lo sciopero generale conferma è la Cgil che martedì 6 settembre scenderà in piazza: otto ore di stop a tutte le attività con manifestazioni in tutta la penisola. «Le ragioni della protesta – dice Susanna Camusso in conferenza stampa – sono rafforzate e i lavoratori se ne sono accorti. A tutti i maschi italiani che hanno deciso di servire lo Stato con un anno di militare, ora gli si dice di aver perso un anno. Va peggio per coloro che hanno scelto di laurearsi e che hanno speso soldi per riscattare gli anni di laurea: dovranno lavorare almeno 4 o 8 anni se hanno fatto la specializzazione». Assai critici anche Bonanni e Angeletti. «La soluzione trovata da Pdl e Lega – sottolinea il numero uno della Cisl – è inaccettabile, sgradevole, non equa, non prevista». Non prevista perché palazzo Chigi soltanto a giochi fatti avrebbe comunicato ai vertici sindacali entità e contenuti della manovra. Oltre tutto – ed è questo un forte motivo di irritazione delle confederazioni – è assurdo che il contributo di solidarietà venga tolto ai privati e mantenuto per i pubblici. Irritazione, anzi di più.
Durissimo anche il giudizio del Comitato intermagistrature che coordina l’Associazione nazionale magistrati e le principali sigle: «E’ del tutto evidente l’incostituzionalità di una disposizione con la quale si opera una decurtazione secca del trattamento economico solo dei dipendenti pubblici, in violazione dei principi di uguaglianza e di progressività del sistema fiscale». Anche in questa caso, la categoria si riserva di adottare «azioni di protesta, nessuna esclusa». Fortemente critici anche i funzionari di polizia: «Le nuove norme penalizzano gli onesti. La maggioranza di governo anziché colpire con determinazione, senza se e senza ma, la corruzione e l’evasione, cause immorali del debito italiano, preferisce penalizzare chi ha servito lo Stato».
I più arrabbiati sono i medici. E in effetti la nuova stretta sulle pensioni colpisce soprattutto chi ha scelto di laurearsi e specializzarsi, escludendo gli anni riscattati, per l’università o il servizio militare, dal calcolo del requisito di anzianità. E proprio dai camici bianchi arrivano le proteste più feroci. Con la minaccia, se le norme non dovessero cambiare, di avviare una class action. «Penalizzare chi ha studiato è assurdo, la scure cade sempre sui soliti noti – dice Carlo Palermo, primario e coordinatore delle segreterie regionali dell’Anaao Assomed – che attacca duro: nei prossimi 5 anni sarebbero dovuti andare in pensione circa 30 mila medici ospedalieri, con circa 62 anni di età e 37-38 di contributi. Con le nuove regole ci sarà un rallentamento delle uscite per circa 30-35 mila colleghi. Per il prof. Giacinto La Verde, presidente dell’Ape ed ematologo, «colpire la cultura e chi ha studiato è una offesa per un Paese civile». «Al ministro Calderoli – aggiunge La Verde – che dice di voler penalizzare chi non ha lavorato, faccio notare che gli anni di specializzazione per i medici sono anni di duro impegno, con l’obbligo di frequenza, i turni di notte, la retribuzione: non considerare questo periodo ai fini pensionistici è assurdo e contro le regole europee».

Il Messaggero 31.08.11

"Iniquità, ricorsi e possibili rimborsi caos pensioni per 130mila lavoratori", di Roberto Mania

Caos previdenza. La “decisione di Arcore” sulle pensioni di anzianità rischia di avere un cammino tortuoso in Parlamento, con i maldipancia anche nel Pdl oltreché nella Lega, ed è destinata a provocare subito dopo un´ondata di cause davanti ai tribunali. Da ieri sono al lavoro – costretti a una vera gimcana tra le norme – i tecnici della Ragioneria e gli uffici legislativi del Lavoro e dell´Economia per preparare il testo che dovrà essere inserito nel maxi emendamento del governo. Obiettivo: rendere compatibile con l´attuale normativa generale, e forse con la stessa Costituzione, l´idea di non considerare i riscatti previdenziali effettuati (onerosamente) per la laurea e quelli (gratuiti) per il servizio militare ai fini del calcolo dei 40 anni di contributi per l´accesso alla pensione di anzianità indipendentemente dall´età anagrafica. Di fatto un aumento (da uno a quattro, cinque anni e anche più) dell´età effettiva di pensionamento. Interessati dagli 80 ai 100-130 mila lavoratori. Perlopiù uomini.

Risparmi ma anche minori entrate
Attraverso questa misura il governo calcola di risparmiare 500 milioni il primo anno (il 2013), un miliardo l´anno successivo e tra 1,2 miliardi e 1,5 a regime. Nello stesso tempo, però, bisognerà stimare le minori entrate visto che più nessuno chiederà il riscatto del periodo universitario (la leva non è più obbligatoria) dal momento che non ci sarà più alcuna convenienza. La ragione vera, infatti, per cui si chiede il riscatto è quella di andare in pensione prima dell´età di pensionamento di vecchiaia (65 per gli uomini e 60 per le donne).

Nel sistema retributivo
la pensione non sale dopo i 40 anni
Ma la norma è piena di incongruenze. Il comunicato dell´altroieri di Palazzo Chigi spiegava che gli anni riscatti sarebbero comunque stati considerati ai fini del calcolo dell´importo del futuro assegno pensionistico. Ma questo può essere valido nel sistema contributivo. Il punto è che chi va in pensione con 40 anni di contributi ci va con il metodo retributivo ricevendo, più o meno, l´80 per cento delle media delle retribuzioni degli ultimi dieci anni. Arrivati al massimo, versare altri contributi non serve assolutamente a nulla. E chi ha versato perderà i soldi? Glieli ridarà lo Stato? Ancora non si sa. Ma di certo il problema c´è, visto che ieri il relatore della manovra, Antonio Azzollini, si è precipitato a dire «che si lavora ad una norma transitoria per tutelare chi ha già avviato il processo di riscatto del servizio militare e degli anni di università». Difficile pensare che possano essere esclusi dalla norma. Probabile, allora, che si pensi a una forma di restituzione del riscatto attraverso i futuri ratei pensionistici.

Effetti paradossali: chi va
in pensione d´anzianità e chi no
C´è anche un altro problema. La sterilizzazione dei riscatti rischia di provocare effetti paradossali. Il nostro è un sistema in transizione: un po´ è ancora retributivo, per il resto è contributivo. Il confine venne fissato dalla “riforma Dini”: chi al 31 dicembre del 1995 aveva più di 18 anni di contributi restava totalmente nelle vecchie regole, gli altri pro quota passavano al contributivo. Va da sé che in molti avranno “utilizzato” i riscatti per rimanere nel più vantaggioso sistema retributivo. E ora?
Paradosso per paradosso, ce n´è almeno anche un altro. Uno dei più recenti aggiustamenti della riforma Dini riguarda il meccanismo delle quote (somma tra età anagrafica e anni di contribuzione) attraverso il quale gradualmente si superano le pensioni di anzianità. Attualmente siamo a quota 96 (60-36). Ora, chi raggiungerà la “quota” anche per effetto dei riscatti potrà andare in pensione, chi invece avrà toccato i 40 anni di versamenti ma non ancora compiuto i 60 anni, resterà al lavoro.

Si “rottamano” ancora
gli statali dopo 40 anni?
E come si concilia la nuova proposta del governo con quella della manovra dello scorso anno che prevedeva la possibilità per le amministrazioni pubbliche di interrompere il rapporto di lavoro con il dipendente che avesse raggiunto i 40 di contributi? In migliaia rischiano di restare
senza pensione e stipendio
In tante aziende (Alitalia, Fiat, Finmeccanica, Telecom, banche, Ferrovie, Poste) si sono fatti accordi di ristrutturazione con centinaia di migliaia di lavoratori finiti in mobilità lunga in attesa della pensione di anzianità sulla base dei 40 anni di versamenti. Ora rischiano, senza più uno stipendio, di rimanere anche senza pensione.

La Repubblica 31.08.11

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“Caccia a 5 miliardi, rischio manovra-ter”, di Valentina Conte

Incerto il gettito della lotta all´elusione e della stretta sulle coop. Mancano incassi certi come il contributo di solidarietà e si devono tagliare 2 miliardi agli enti locali. Sui saldi finali pesano l´incognita crescita e l´aumento degli interessi sui titoli di Stato.
I conti non tornano. Quelli dell´economia globale, dell´Europa, dell´Italia, della manovra bis. L´esercizio politico di spostare le poste come birilli ha forse preservato il consenso dei rispettivi elettorati, meno i saldi di un provvedimento d´urgenza richiesto dalla Bce per anticipare al 2013 il pareggio di bilancio. Il rischio è che, a breve, quei conti si debbano riaprire per un terzo, doloroso, intervento. Tre manovre in tre mesi, l´Italia come la Grecia, è il pericolo da scongiurare a tutti i costi.
I sintomi, però, ci sono tutti. Il vertice di Arcore di lunedì ha, di fatto, aperto un primo “buco”, stimato dall´opposizione ma anche da studiosi ed economisti in almeno 5 miliardi: tolto il contributo di solidarietà (3,8 miliardi di euro in tre anni), concessi 2 miliardi di minori tagli agli enti locali (diventano 3 se uno si storna dall´introito della Robin Hood tax), le compensazioni paiono evanescenti. La stretta sulle società di comodo, la scure sulle Coop, il gettito dell´evasione passato in gestione ai Comuni, sul pallottoliere della contabilità pubblica per ora valgono zero. Così come le riforme costituzionali (abolizione delle Province e dimezzamento dei parlamentari). Poi i dubbi di costituzionalità aperti dal caso supertassa, rimasta per pensionati e statali, e dal caso pensioni, che comunque forniranno introiti solo a partire dal 2013 (500 milioni), fanno pensare ad un´altra falla da riempire. Infine, la delega fiscale da 20 miliardi, corposa ma ancora nebulosa, che nasconde l´aumento dell´Iva.
Poi c´è il contorno. Fatto di stime sulla crescita in forte ribasso (lo diceva lunedì il Fondo monetario internazionale per il mondo e l´Italia, ieri l´Istat e anche la Banca d´Italia). Interessi sui titoli di Stato italiani che lievitano a vista d´occhio (gli spread con i Bund tedeschi hanno ripreso a correre). Numeri che i mercati sanno leggere benissimo e che, inevitabilmente, cambieranno le condizioni italiane per aver deficit zero nel 2013. «Le stime sul Pil dell´Fmi possono anche peggiorare, perché calcolate senza tenere ancora in conto l´effetto comunque depressivo delle due manovre estive», dice Mario Baldassarri, economista e senatore Fli. «Al momento la minore crescita, da qui al 2013, è stimata in due punti in meno. Ovvero un punto in più di deficit. Ovvero 15 miliardi nel 2013. Il pareggio, nei numeri non c´è più. Servirà una manovra ter da 25-30 miliardi che non ci possiamo però permettere. A che titolo la Bce continuerà a comprare i nostri titoli?». Tra una ventina di giorni il governo presenterà il nuovo Def, con il Pil rivisto. «Il punto è correggere i conti, subito, ma con misure strutturali», dice Nicola Rossi, economista, gruppo misto. «Questa manovra bis, così sbilanciata sulle entrate, ne avvicina una terza. Sì, sembra proprio l´iter greco».

La Repubblica 31.08.11

L’insegnante: “Carte cambiate a giochi aperti”, di Luigi Grassia

Questa cosa mi angoscia, mi fa venire una gran rabbia. È tutto il giorno che ricevo telefonate di persone nelle mie condizioni. Mi ero fatta tutto un programma. Sarei andata in pensione presto e avevo tante cosa da fare: avrei avuto più tempo per scrivere i miei libri per le scuole, e per fare più spesso la volontaria nella Croce Rossa. E invece mi hanno cambiato le carte in tavola a giochi aperti». Donatella Bottero, che insegna inglese in una scuola per geometri di Torino, non si dà pace, anche se dice: «Adesso comincio gli esami di settembre. Magari tornando a lavorare mi passa tutto. Ma che peccato».

Al tempo. Lei quanti anni ha? E quale storia?

«Sono nata nel 1956. Lavoro nella scuola dal 1977 o 1978, ho fatto pochissimo precariato, per cui avevo quasi raggiunto i 35 anni di anzianità, a parte un piccolo scatto che avrebbe comunque comportato un ritardo. Ma così…».

Scusi, non si arrabbi ancora di più. Ma guardi che parecchi esperti di previdenza non si commuoverebbero per il suo caso. Le direbbero: lei è una signora giovane, continui a lavorare.

«Può darsi. Ma avrebbero dovuto dirmelo prima. Invece questa cosa retroattiva è una promessa tradita».

Lei ha già pagato per il riscatto degli anni di laurea?

«No. C’è una prassi nella scuola, per cui si fa domanda per il riscatto quando si passa di ruolo, però il pagamento resta sospeso. Si salda più avanti lo stesso ammontare che si sarebbe pagato al momento della richiesta. In questo siamo più fortunati degli altri lavoratori che hanno pagato senza sapere. Ne conosco uno che ha versato 120 mila euro. Credo che diventerà un terrorista» (ma si sente al telefono che la professoressa lo dice come battuta, NdA).

I calciatori come Eto’o che vogliono cambiare squadra ottengono quello che vogliono, in barba al contratto, perché nessuno può obbligarli a lavorare. E voi insegnanti «scippati»? Farete ostruzione? Giorni e giorni di mutua selvaggia?

«Ma per carità! Ho fatto l’ultima malattia due anni fa: dieci giorni d’influenza col febbrone, e ho subìto una decurtazione di 148 euro in busta paga per le regole di Brunetta. Come fa a paragonarci ai calciatori? Loro scioperano e tutti si interessano. Noi siamo delle nullità».

Quando le dicono che voi professori non siete mal pagati, soprattutto in rapporto alle non moltissime ore lavorate, lei come risponde?

«Su questo ho un’opinione diversa dalla maggior parte dei miei colleghi, e di sicuro non riuscirò a convincerli. Io ho visto come funzionano le scuole all’estero. Ho notato che negli altri Paesi gli insegnanti passano più ore di noi fra le mura della scuola. Qui c’è una certa tendenza a scappare via appena finisce l’orario. È vero che poi passiamo altro tempo a casa a correggere i compiti e a preparare le lezioni, ma questo tempo non viene apprezzato come vero lavoro dal resto della società, sembra un parttime. Invece all’estero molte di queste attività vengono svolte fra le mura della scuola. Per giustificare socialmente un aumento di stipendio dovremmo passare più tempo a scuola. Ma il messaggio non passa».

La Stampa 31.08.11

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“Insegnare bene, unica salvezza”, di Mila Spicola

Nelle ultime ore ho ricevuto quattro sms. Di Calogero, «bidello precario», che ha iniziato a Palermo lo sciopero della fame (ancora?) da mancato incarico. Di Marco, collega di francese dello scorso anno, che è entrato di ruolo a Reggio Emilia e sta preparando la valigia. Il gatto lo lascia a Palermo. Insieme alla mamma e alla fidanzata. Della mia preside. Anzi ex, in pensione dall’1 settembre: non saremo accorpati, non avremo un nuovo preside, ma un reggente. Di Alessandra «agosto china sui libri per il concorso e tu?». Il concorso per preside: «Tu non lo fai? Lo fanno tutti, prova. Insegnare è un inferno ormai». Quattro storie, quattro problemi: il precario, il prof che dal Sud va al Nord (chissà le maledizioni leghiste), le scuole senza presidi e gli insegnanti stanchi di esserlo. Mi ripeto davanti allo specchio che ho fatto bene: io voglio insegnare, nel bene e nel male «finché morte non ci separi», spero mai giunga. Sono anni che ripetiamo che «difendiamo la scuola statale», ora trasformiamolo in «miglioriamo la scuola». Abbiamo corso il rischio di diventare i paladini dei mali e della voglia di tornare indietro: «eliminiamo i tagli» non vuol dire che la scuola era una meraviglia prima dei tagli. Difetti e malamministrazione la riguardavano come ogni ambito della vita pubblica. La scuola deve cambiare, deve farlo per tutti noi. Deve aggiornarsi, puntare su qualità e professionalità, sul rigore e sulla professionalità. Con l’aiuto di chi «ne ha competenza» e non con «gli allenatori della domenica». Quelli della banalità dei «grembiulini» e del «siete troppi». Si torna a scuola ragazzi. Evviva. Insegnare bene rimane per noi, e anche per voi, l’unica via di scampo

L’Unità 31.08.11

"La prova del tifone", di Barbara Spinelli

Hanno la memoria corta, coloro che guardando fuori dalla finestra, e vedendo i tempi come son brutti, concludono che non è sotto cieli sì rabbuiati che si può fare dell´Europa una grande potenza.Una grande potenza decisa a non farsi abbattere dalle raffiche dei mercati e da quel che le raffiche dicono: la crisi di un mondo, non del mondo; la nascita di un universo multipolare, non più egemonizzato da America e Occidente. L´idea dell´unificazione europea non nacque nei sogni di uomini che se ne stavano sdraiati su verdi prati, ma nella tormenta e nella guerra, quando le forze dei nazionalismi e delle dittature mietevano morte.
Lo sanno gli italiani, che da quelle guerre uscirono più saggi perché vinti. Lo sanno soprattutto i tedeschi, per i quali l´Europa fu redenzione democratica. Sembrano averlo dimenticato, ma se negli Anni ´30 la crisi li spezzò, anche spiritualmente, fu perché la Germania era stata trattata, dopo il 14-18, come uno Stato da vessare, da punire economicamente. I suoi creditori furono esosi e sterminatamente vacui, le riparazioni imposte al vinto divennero un cappio insostenibile. I disoccupati, alla fine del ´31, erano 6 milioni. Mancò nei vincitori la saggezza della solidarietà e fu catastrofe, per i tedeschi e per l´Europa.
I moderni euroscettici non sanno la storia che fanno e che ripetono, intontiti. Anche, quando commentano tristemente che mancano stavolta i grandi uomini, che il vento della crisi è troppo forte per prendere decisioni, che la decadenza essendo alle porte non resta che intirizzire e rimpicciolirsi, non sanno quel che dicono. È vero, mancano i grandi, la bufera travolge e sparpaglia gli uomini: che altro fare, se non pregare? È quel che fanno i politici: invece di agire, predicano. Viene in mente il Tifone di Joseph Conrad: «È questa la forza disgregatrice di un gran vento: isola l´uomo dai propri simili».
Quel breve romanzo di Conrad vale la pena rimeditarlo, perché in esso oggi ci rispecchiamo e perché nostra è la domanda che assilla il protagonista, il capitano MacWhirr. Il suo vice, Jukes, gli fa capire a un certo punto che l´immane tempesta forse la potrebbe schivare, deviando dalla rotta stabilita. Perché MacWhirr non segue questo consiglio in apparenza prudente, di buon senso? Perché si getta a capofitto nel tifone quando potrebbe aggirarlo? MacWhirr ha qualcosa di ottuso, cocciuto, non immaginativo, lo sguardo perso nel vuoto. Quel che dice a se stesso, provo a riassumerlo in un monologo immaginario: «Cosa dirò, quando arriverò al porto con due giorni di ritardo avendo allungato il percorso pur di scansare la tormenta? Non potrò giustificarmi evocandola, perché neppure l´avrò vista («Come sapere di cosa è fatta una tempesta prima che ti cada addosso?»). Di quale impedimento ciancerò, non avendolo neanche sfiorato? Dirò che ho letto tanti manuali, ma in quale manuale è contemplato il preciso tifone che mi s´accampa forse davanti? Non sono, tutte le «strategie della tempesta» enumerate dagli esperti, figlie – come dice Keynes – di qualche economista defunto? Il fatto è che dovevo arrivare al porto di Fu-Chau venerdì a mezzogiorno, col mio carico umano di coolies cinesi, e che per evitare un tifone che mi resta ignoto ho fatto tutto un giro di Peppe e non ho rispettato i patti. Questo mi rende inaffidabile, non atto al comando, ora e in futuro. La tua occasione è questa, ed è ora e qui».
Ecco, a me sembra che gli uomini eccelsi siano creature delle occasioni, colte nel momento in cui si presentano. Non appaiono prima che l´ora spunti e il vento li metta alla prova, minacciando di separare individui e nazioni. Si può contrastare infatti la sua forza disgregatrice, traversando da forti il tifone. In Europa, oggi, quel che salva è guardare in faccia la tempesta, farsi da essa educare alla grandezza, arrivare in porto all´ora giusta. Quel che ci perde è allungare il tragitto di 300 miglia, far deviare la nave di cinquanta gradi verso Est: un incubo, per il capitano della Nan-Shan.
Gli euroscettici somigliano al primo ufficiale Jukes, che suggerisce di allungare la via: gli stessi tremori e timori li indolenziscono. L´ora del grande vento non è la migliore – dicono – per azioni ardite. Non è questo il momento, in tanta turbolenza, di ripensare l´Europa, di immaginare quel che si perde scassandola, di escogitare i mezzi perché possa resistere solidalmente alla recessione, non isolando i popoli uno dall´altro. Salvare l´idea europea dello Stato sociale, ricominciare a crescere ma in maniera diversa, risparmiando energia e sintonizzandosi con i Paesi emergenti che crescono al posto nostro: tale la via. E dare agli europei un corpo politico più vasto: perché la taglia conta nella mondializzazione, se vuoi governarla e non affidarla solo ai mercati.
Gli eurobond di cui si parla in questi giorni (proposti da Tremonti e il presidente dell´Eurogruppo Jean-Claude Juncker, da Mario Monti, da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio) sono frecce che l´Unione potrebbe mettere nella sua faretra. E certo son tanti i problemi, ma anche per l´Europa vale la domanda sorta in Italia di fronte agli sconquassi berlusconiani: se non ora, quando? È ora che va riaggregato quel che il vento disgrega. È ora che i politici sono chiamati a farsi modellare dal tifone e apprendere il comando. È ora che occorre avere fiducia nella società e nelle nuove generazioni, le più colpite dalla crisi perché a lungo trascurate dalle generazioni precedenti.
Che la Germania sia oggi la più paralizzata ha qualcosa di stupefacente e tragico. Proprio lei che ha sperimentato la rinascita dopo il disastro oggi si chiude, si assoggetta a defunti dottrinari del mercato. Pensa che ognuno debba far prima ordine in casa propria. È tentata dal destino della piccola Svizzera, sfiancata da una moneta troppo forte. Senza ben saperlo, è immersa in discorsi decadenti sull´Europa.
I discorsi sulla decadenza sono un´impostura, sempre: per l´Europa e ancor più per i giovani (con che faccia tosta dir loro che il mondo finisce?). I rinvii e le ignavie fanno comodo ai gruppi di interesse che corrodono le democrazie, ma il comodo è breve anche per loro. Le deviazioni non ci fanno tornare indietro agli Stati-nazione, come alcuni sperano o temono. Non ritorneremmo, se l´Euro si sfasciasse, allo Stato sovrano descritto da Nietzsche («il più freddo di tutti i mostri freddi») perché quel che accade è per buona parte del mondo un progresso, col quale entreremo in contatto solo se faremo blocco. Solo se gli Stati risaneranno le proprie economie, e al contempo faranno in modo che una nuova crescita parta dal continente Europa.
Gli eurobond potrebbero aiutare questa crescita collettiva, perché implicano l´istituzione di un Fondo finanziario europeo, che emetta titoli di due tipi: titoli per trasformare i debiti degli Stati in debito europeo, e titoli per finanziare nuovi piani infrastrutturali comuni. All´inizio l´idea fu considerata utopica. La proposero fin dal maggio 2008 tre economisti – Alfonso Iozzo, Stefano Micossi, Maria Teresa Salvemini – in un progetto per il Centro studi di politica europea a Bruxelles (Ceps). L´estendersi della crisi resuscita l´idea. Ma allo stesso modo in cui fu necessario creare nuove condizioni perché l´Euro nascesse – sostiene Alfonso Iozzo – oggi occorre un salto di qualità dell´Unione: «Nel caso della moneta unica, fu necessario rassicurare i tedeschi con il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità. Non diversa la sfida degli eurobond: per il passaggio dai debiti nazionali al debito federale europeo, saranno necessarie norme costituzionali dell´Unione che garantiscano la supremazia delle decisioni europee sulla possibilità di fare deficit a livello nazionale».
L´altro scenario c´è: è il giro di Peppe. Se aspettiamo il bel tempo saremo perduti, perché è quando fa brutto che l´uomo escogita l´ombrello, i tetti sopra le case, il fuoco per scaldarsi. Anche il Welfare fu concepito da Beveridge in piena guerra, nel ´42. I giovani, quando vedranno che i vecchi s´inventano tetti e ombrelli, non si ribelleranno.

La Repubblica 31.08.11