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"La truffa delle frequenze tv nel Far West dell´etere", di Giovanni Valentini

Mentre il sindaco di Agrigento pensa di cedere ai privati il brand della Valle dei Templi, o qualcun altro di vendere la tv di Stato, il governo italiano vuole regalare ai “soliti noti” altre sei frequenze televisive liberate nel passaggio dal sistema analogico a quello digitale. Il pacco-dono è stato confezionato a palazzo Chigi per essere spedito ai due principali beneficiari: la Rai e Mediaset. Rai e Mediaset, cioè i detentori del vecchio duopolio che oggi fa capo direttamente o indirettamente al presidente del Consiglio. E naturalmente il costo della munifica elargizione, da uno a tre miliardi di euro, sarà a carico di tutti noi, cittadini e contribuenti, sudditi del regime televisivo, in termini di mancato incasso per lo Stato: a meno che nei prossimi giorni non venga approvato al Senato un emendamento del Pd per bloccare questo ennesimo saccheggio via etere.
Siamo in piena emergenza economica e finanziaria. Dobbiamo ridurre il nostro colossale debito pubblico. I titoli di Stato valgono sempre meno e gli interessi aumentano sempre di più. Eppure, rinunciamo a far fruttare un bene pubblico come l´etere, per favorire sostanzialmente gli interessi dell´azienda che appartiene al capo del governo.
È come se l´Italia avesse a disposizione un tesoro nascosto, una miniera invisibile, un immenso giacimento d´oro o di petrolio, ma non volesse sfruttarlo come si deve per ottenere il massimo rendimento. E anzi, invece di cederlo al migliore offerente, lo regala a chi già vi ha messo le mani sopra. Ma, prima di arrivare a vendere i gioielli di famiglia, uno Stato onesto e oculato non dovrebbe cercare di affittare a un giusto prezzo i beni di sua proprietà?
Ormai è un quarto di secolo che il Far West italiano dell´etere viene attraversato impunemente da scorribande di lobby e potentati, con in testa il Cavaliere di Arcore. Fino a quando c´era il Psi di Bettino Craxi a proteggerlo, Berlusconi era rimasto dietro le quinte a godere i benefici del vassallaggio. Poi, come si sa, è stato costretto a scendere in campo in prima persona per difendere a spada tratta il suo macroscopico conflitto d´interessi.
Anomalia dopo anomalia, deroga dopo deroga, rinvio dopo rinvio, l´assetto del nostro sistema televisivo deriva in realtà da quel vizio d´origine che va sotto il nome di “occupazione selvaggia dell´etere”. Fu proprio l´assalto del Biscione alle vecchie frequenze analogiche a innescare una catena di storture legislative e giudiziarie che si perpetuano fino ai nostri giorni. E così anche la pratica del “beauty contest” o “concorso di bellezza”, indicata da una delibera dell´Autorità sulle Comunicazioni per assegnare le frequenze e avallata dalla Commissione europea fino a pretendere che fosse stabilita per legge, può produrre nel contesto attuale un effetto perverso: tanto da legittimare – appunto – la richiesta di un´asta al rilancio, come quella per le frequenze della banda larga di ultima generazione che ieri è partita da una base di 2,3 miliardi di euro e secondo lo stesso ministro Romani potrebbe arrivare addirittura a tre miliardi.
È vero, infatti, che in tutta Europa e anche negli Stati Uniti le frequenze televisive sono sempre state assegnate in via amministrativa e a titolo non oneroso, per alimentare il pluralismo dell´informazione. Ed è vero anche che gli “incumbent” italiani del settore, cioè la Rai e Mediaset, a suo tempo le hanno ottenute gratuitamente. Ma nel nostro Paese non c´è mai stato finora alcun “beauty contest” e adesso un meccanismo del genere rischia di privilegiare proprio i più “belli” che sono anche i più ricchi e i più forti, rafforzando ulteriormente il duopolio a scapito dei “nuovi entranti”.
Sarebbe più opportuno, allora, riservare a questi ultimi il “concorso di bellezza” per assegnare le frequenze in base alle rispettive caratteristiche e potenzialità, mettendo invece all´asta quelle per gli “incumbent” che al momento versano allo Stato un canone di concessione irrisorio, pari appena all´1% del loro fatturato (circa 30 milioni di euro all´anno per la Rai e poco meno per Mediaset). O comunque, far pagare ciascun operatore in proporzione al numero e al valore delle frequenze utilizzate. Altrimenti, al danno (per lo Stato) si aggiungerà la beffa (per i “nuovi entranti”), con un requiem per il pluralismo e la libera concorrenza.

La Repubblica 31.08.11

Penati: «Non mi nasconderò dietro la prescrizione», da www.unita.it

L’ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati in una lunga lettera alla direzione provinciale del Pd, assicura che «se, al termine delle indagini che sono tuttora in corso, tutto non verrà chiarito» non si nasconderà dietro la prescrizione, non accetterà «in nessun modo, un esito che lasci dubbi e zone oscure e a tutti voglio garantire che farò quanto necessario perché ciò non avvenga». La lettera è in parte una risposta a quanti (tra cui il segretario del Pd, Bersani), in questi giorni, stanno chiedendo a Penati, accusato di corruzione a Monza, di rinunciare alla prescrizione e di farsi processare.

L’ex capo della segreteria politica di Bersani si dice «completamente estraneo ai fatti contestati» e osserva che se i presunti episodi di “corruzione” sono prescritti è perché qualcuno ha aspettato dieci anni per denunciarli. «Il GIP non ha creduto alla tesi sostenuta dai miei accusatori, che si sono proclamati vittime di concussione – si legge nella lettera di Penati – e ha derubricato i fatti nel reato di corruzione. Reato che, per quanto riguarda le mie accuse, è prescritto perché, appunto, fa riferimento a presunti episodi di 10 anni fa. Nelle ricostruzioni apparse sulla stampa indotte dai due imprenditori che mi accusano, ci sono evidenti incongruenze e falsità. Ad esempio, quando Di Caterina asserisce di avermi anticipato fino al 1997, somme per oltre 2 miliardi di lire, che gli sarebbero state restituite nel 2001 dalla tangente di Pasini, versata su un suo conto in Lussemburgo. C’è da chiedersi come avrebbe fatto Di Caterina a sapere molti anni prima che Pasini avrebbe comprato le aree Falck con un’operazione così grande da poter sostenere tali esborsi. Se sono passati ben 10 anni e i reati si sono prescritti ciò è avvenuto perchè il mio accusatore, Pasini, ha aspettato tutto questo tempo prima di dichiararsi vittima di concussione. In tutto questo tempo ha trovato il modo non solo di continuare a fare affari, come è normale per un imprenditore, ma anche di candidarsi a sindaco di Sesto per Forza Italia, An e Lega, senza sentire il dovere di dire una sola parola circa le accuse che solo oggi mi rivolge».

Penati ribadisce che la sua priorità è «ristabilire la verità dei fatti, la mia onorabilità e ridare serenità alla mia famiglia. Ristabilire la mia onorabilità significa per me uscire da questa vicenda senza ombre e senza macchie». E dunque, «Se, al termine delle indagini che sono tuttora in corso, tutto non verrà chiarito, non sarò certo io a nascondermi dietro la prescrizione». Penati ricorda che «lo sviluppo delle indagini è ancora lontano dall’essere concluso e oggi la mia situazione di indagato si sostanzia nell’aver ricevuto un avviso di garanzia e la notifica dell’avviso della proroga delle indagini. Chi mi conosce sa che non sono il tipo che si accontenta di scorciatoie o espedienti». Anche per questo chiede «alla politica di essere garante anche nei miei confronti del diritto che ha ogni cittadino di poter svolgere una difesa efficace e di non subire, soprattutto nella fase iniziale dell’indagine, pressioni politiche o non politiche di alcun genere»

Da www.unita.it

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“Ecco tutti i salvati dalla prescrizione”, di Massimo Solani


PRESCRIZIONE
«La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato». L’articolo 157 del codice penale non lascia dubbi: alla prescrizione si può rinunciare se davvero ci si vuol far processare alla ricerca di una assoluzione piena. Una possibilità che andrebbe ricordata ai tanti dirigenti della maggioranza che in questi giorni si sono scagliati contro il Pd sulla vicenda Penati dimenticando però le prescrizioni di cui hanno beneficiato tanti uomini del centrodestra. Il presidente Silvio Berlusconi è come al solito l’esempio più eclatante. Grazie alla prescrizione, infatti, il Cavaliere si è salvato in ben quattro procedimenti: l’All Iberian 1 per le tangenti al Psi (condanna in primo grado a 2 anni e 4 mesi per finanziamento illecito, prescrizione in appello), il processo per l’acquisto dal Torino del calciatore Lentini (prescrizione grazie alla riforma del falso in bilancio), il consolidato Fininvest e il Lodo Mondadori.

Va detto, però, che il presidente del consiglio è in buona compagnia: nella compagine di governo una bella prescrizione se l’è regalata anche il ministro Roberto Calderoli, assieme al collega di partito Davide Caparini. Il leghista fu processato per gli incidenti con la polizia durante l’irruzione nella sede di via Bellerio: in primo grado fu condannato a 8 mesi di reclusione per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, ma in appello la pena è poi scesa a 4 mesi e 20 giorni. Sentenza questa poi annullata con rinvio dalla Cassazione e, nel nuovo processo di secondo grado, per Calderoli e gli altri imputati è scattata la prescrizione. Come anche per il senatore Marcello Dell’Utri, condannato in appello per «appropriazione indebita» nell’ambito della vicenda dei fondi neri di Publitalia. Dell’Utri ricorse in Cassazione alla ricerca di un’assoluzione piena ma per la Suprema Corte nel marzo 2010 confermò la sentenza d’appello dichiarando l’ex braccio destro di Berlusconi «non assolvibile».

Restando poi all’inner circle berlusconiano, la prescrizione ha salvato anche l’ex parlamentare (ed ex militare della Guardia di Finanza) Massimo Maria Berruti, accusato di riciclaggio dei fondi neri del gruppo Mediaset. Ma fra i prescritti della scuderia Pdl in Parlamento vanno segnalati anche Maurizio Iapicca (rinviato a giudizio per false fatture, falso in bilancio e abuso d’ufficio), Luigi Grillo (era stato indagato per truffa sulla Tav Milano-Genova), Domenico Nania (condannato in primo grado per abusivismo edilizio, prescritto in appello), Carlo Vizzini (condannato in primo grado per lo scandalo delle Tangenti Enimont, prescritto in appello), Antonio Paravia (condannato in primo grado per corruzione, prescritto in appello) e Giuseppe Firrarello (condannato in primo grado a due anni e sei mesi per turbativa d’asta, prescritto in appello). Arcinota, poi, è la vicenda del senatore a vita Giulio Andreotti e dell’accusa di associazione per delinquere: reato prescritto in appello ma «concretamente ravvisabile» fino al 1980 scrissero i giudici nelle motivazioni poi confermate dalla Corte di Cassazione.

da www.unita.it del 31 agosto 2011

Bankitalia: rischio stagnazione, serve rilancio crescita. Corte dei Conti: dalla manovra rischio di effetti depressivi

Bankitalia e Corte dei Conti sono d’accordo: una manovra incentrata sull’aumento delle tasse implica un alto rischio di effetti depressivi.
Avvicendandosi in un’audizione di fronte alle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, i due istituti hanno espresso opinioni e rilanciato proposte su fisco, pensioni, evasione fiscale e tagli alla spesa pubblica.
A confermare la debolezza della nostra economia è anche l’Istat, con il presidente Enrico Giovannini: «Si confermano le «prospettive alquanto modeste per la nostra economia», ha detto in audizione. Alla luce dell’attuale quadro macroeconomico, «anche un tasso di crescita dell’1% per il 2011 appare di difficile realizzazione».

Visco (Bankitalia): «Italia a rischio stagnazione»
«L’aggiustamento dei conti, necessario per evitare uno scenario ben più grave, avrà inevitabilmente effetti restrittivi sull’economia». Lo ha sottolineato il vice direttore generale della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel corso dell’audizione sulla manovra di fronte alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. «Da molti anni la crescita economica – ha spiegato Visco – è in Italia inferiore a quella degli altri paesi dell’Unione europea». Secondo l’esponente di Bankitalia, «la crescita del commercio mondiale difficilmente tornerà nei prossimi anni sugli elevati livelli precedenti la crisi. Rischiamo quindi una fase di stagnazione che rallenterebbe anche la flessione del peso del debito sul Pil».
Secondo Visco «il riequilibrio dei conti pubblici deve pertanto associarsi a una politica economica volta al rilancio delle prospettive di crescita dell’economia». Visco spiega che il rischio di stagnazione viene dalla crescita del Paese da anni inferiore agli altri paesi Ue, dagli effetti restrittivi della manovra nonché da una crescita del commercio internazionale che resterà fiacca nei prossimi anni. La fase di stagnazione rallenterebbe anche la flessione del debito sul Pil.

La crescita del Pil potrebbe attestarsi sotto l’1% nel 2011
«In un quadro previsivo che resta ancora estremamente incerto – ha spiegato Visco -, potrebbe prefigurarsi una crescita del Pil inferiore al punto percentuale nell’anno in corso e e ancora più debole nel 2012. Ciò si rifletterebbe inevitabilmente sui conti pubblici, rendendo più difficile il pareggio di bilancio e rallentando la flessione del peso del debito pubblico».

Prelievo fiscale record nel 2014, al 44,5%
La pressione fiscale salirà a livello record nel 2014 attestandosi al 44,5%, secondo la stima fornita dal vice direttore generale della Banca d’Italia. «Tra il 2011 e il 2014 – ha spiegato – l’incidenza delle entrate sul prodotto crescerebbe di 1,9 punti percentuali. La pressione fiscale salirebbe soprattutto nel 2012 e 2013 (rispettivamente di 1,1 e 0,7 punti); nel 2014 si attesterebbe al massimo storico del 44,5%».

Aumentare l’Iva o prelievo sugli immobili per alleggerire il cuneo sui redditi
Visco ha ricordato che i cambiamenti della manovra dovrebbero essere volti a «ridurre il peso degli aumenti delle entrate, accrescere il ruolo delle misure strutturali, minimizzare gli effetti negativi sul prodotto, contenere l’incertezza circa l’attuazione di alcune misure, quali la delega fiscale e assistenziale e le modalità con cui verrà esercitata la relativa clausola di salvaguardia».
Il cuneo fiscale che pesa sui redditi, inoltre, può essere ridotto aumentando l’Iva o il prelievo sugli immobili, ha proseguito Visco, per il quale «vi è spazio per alleggerire il cuneo fiscale riducendo le aliquote contributive non pensionistiche. Attualmente – ha affermato – la somma delle aliquote riferite alla Cassa Unica Assegni Familiari e all’indennità di maternità è pari a circa l’1%, con introiti per il bilancio dello Stato dell’ordine di 7 miliardi. La fiscalizzazione di questi contributi per tutti i lavoratori potrebbe essere compensata da un aumento del prelievo sugli immobili oppure dell’Iva».

Spread BTp-Bund ancora troppo elevati
«Nonostante l’anticipo dell’obbiettivo del pareggio di bilancio al 2013 e la correzione decisa dal Governo, i differenziali nei rendimenti tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi sono ancora molto elevati, anzi troppo».

Il nodo delle pensioni di anzianità, anticipare l’età di pensionamento delle lavoratrici private
Visco ha anche sottolineato la necessità di ultimare il processo di riforma del sistema pensionistico, prevedendo «un ulteriore graduale aumento delle “quote” per l’accesso alla pensione di anzianità», «correggendo le disparità di trattamento ancora esistenti tra diverse categorie di lavoratori». Altra misura proposta da Visco è l’anticipazione dell’incremento dell’età di pensionamento per vecchiaia delle lavoratrici del settore privato da 60 a 65 anni, processo che si potrebbe avviare «già a gennaio del 2012, quando alle lavoratrici del pubblico impiego si applicherà il requisito dei 65 anni. L’intervento – sottolinea Palazzo Koch- assicurerebbe risparmi non trascurabili dal 2013 e crescenti negli anni successivi».

Contro l’evasione, abbassare ancora la soglia per l’uso del contante
Una correzione «nell’immediato» del decreto di agosto sul capitolo del contrasto dell’evasione fiscale può essere un abbassamento ulteriore della soglia per l’uso del contante. Per il medio termine va favorito un maggiore uso della moneta elettronica per le spese delle famiglie. Vanno poi potenziati strumenti di misurazione induttiva del reddito («redditometro e spesometro») e gli studi di settore, «prevedendo aggiornamenti annuali e sostituendo il riferimento ai ricavi o ai compensi con quello al valore aggiunto».

«La risposta del Governo alla Bce è stata rapida e efficace»
La risposta alle misure chieste dalla Bce «e dalla Banca d’Italia» nella lettera inviata all’Esecutivo «è stata nel complesso rapida, consistente ed efficace», ha aggiunto il vice direttore generale di Bankitalia. La credibilità della manovra di agosto «è aderente alla lettera».

L’audizione della Corte dei Conti: l’aumento delle tasse accentua i rischi depressivi
«Il ricorso prevalente alla leva fiscale, quasi 3/4 della manovra, determina la compressione del reddito disponibile e accentua i rischi depressivi». Lo ha detto Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei Conti, nel corso dell’audizione sulla manovra. La Corte esprime inoltre «perplessità per la scelta di formulare la manovra senza un aggiornamento del quadro macroeconomico».

Condono, restano da versare ancora 4,2 miliardi
«Ad oggi restano da versare rate per 4,2 miliardi» dell’ultimo condono fiscale, ha aggiunto la Corte dei Conti. Si tratta di soldi «dovuti da condonati per omessi versamenti che furono ammessi al condono». L’ultimo aveva fatto emergere «26 miliardi dichiarati come dovuti».

Tagli alla spesa consistenti solo nel 2012, poi prevarrà la pressione fiscale. Rischio effetti indesiderati dalla Robin Tax
La manovra potrebbe portare «nell’ipotesi ottimistica» a un incremento della pressione fiscale di circa due punti percentuali nel 2014, secondo la stima della Corte dei conti. Giampaolino ha spiegato come la manovra integrativa sui conti pubblici, ancora più di quella originaria dello scorso luglio, «è largamente incentrata sul versante delle entrate, soprattutto negli ultimi due anni del triennio».
«Solo nel 2012, infatti, a prevalere sono le riduzioni di spesa (10,4 miliardi a fronte di 8 miliardi di maggiori entrate)», spiega Giampaolino. «Mentre nel 2013 e 14 le maggiori entrate (rispettivamente 17,7 miliardi e 6,1 miliardi) superano nettamente le minori spese (7,7 miliardi e 1,3 miliardi). Ne deriverà un aumento della pressione fiscale, le cui dimensioni dipenderanno anche dagli effetti che la manovra avrà sul Pil», spiega la magistratura contabile. L’aggravio della Robin Tax, inoltre, può determinare «effetti indesiderati» a carico dei consumatori e in termini di riduzione degli investimenti nel settore energetico. Giampaolino ha sollecitato pertanto «attenzione» sottolineando anche «la difficoltà a sorvegliare l’osservanza del divieto» di scaricare sulle bollette i nuovi maggiori oneri derivanti per le imprese.

Istat: la dinamica del Pil non farà riassorbire la disoccupazione
La dinamica del Pil è «insufficiente a riassorbire la disoccupazione». Lo ha sottolineato il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, nel corso dell’audizione sulla manovra in Senato. «In questo contesto, la condivisione da parte di tutte le parti politiche e sociali degli obiettivi di rientro dell’indebitamento e del debito pubblico previsti nel presente Disegno di legge – ha sottolineato Giovannini – appare (al di là del giudizio sulle singole misure) fondamentale per la credibilità dell’impegno che il paese sta prendendo per il proprio futuro. D’altra parte, non si può non sottolineare che tali obiettivi sono espressi come rapporti rispetto al Prodotto interno lordo, la cui dinamica reale è evidentemente insoddisfacente e, come già ho avuto modo di sottolineare nella precedente audizione, insufficiente a riassorbire la disoccupazione e la sottoccupazione di cui soffre il nostro paese».

da www.ilsole24ore.it

"Il porcellum delle manovre", di Mario Deaglio

Le notizie sul contenuto della manovra-bis sono state diffuse, per puro caso, quasi contemporaneamente al comunicato dell’Istat sulla fiducia dei consumatori, che si colloca a un livello bassissimo. Se si rifacesse l’indagine oggi, è facile immaginare che il livello sarebbe più basso ancora. Nelle stesse ore, il Fondo monetario internazionale, senza conoscere il contenuto della manovrabis, aveva sostanzialmente dimezzato le già basse stime sulla crescita dell’Italia. Se dovesse rifare i calcoli oggi, ci collocherebbe ancora più in basso.

Negli anni d’oro della Prima Repubblica, c’erano almeno 50-70 parlamentari di tutti i partiti che sapevano «leggere» i conti pubblici.

Oggi, se va bene, i parlamentari non analfabeti in materia si contano sulle dita di una mano e i politici, per rimediare al proprio analfabetismo, si devono affidare a ministri che sono tecnici prima che politici.

Questa manovra-bis è il frutto della generale riduzione del livello di competenza e dell’aumento del livello di pressappochismo del mondo politico.

È uno sforzo da dilettanti, messo assieme in un paio di settimane, senza adeguati supporti tecnici, esclusivamente per rispondere a una pressante richiesta europea.

È una manovra messa a punto in riunioni private, il risultato di continui patteggiamenti senza riguardo per il quadro complessivo. È il «porcellum» delle manovre; così come la legge elettorale ha ingabbiato la vita politica italiana, i provvedimenti resi noti ieri sera rischiano di uccidere qualsiasi stimolo alla crescita.

Chi ha stilato il testo della manovra-bis non ha calcolato la dimensione giuridica: togliere dal calcolo delle pensioni gli anni di università riscattati significa appropriarsi di un versamento già effettuato dai lavoratori. Proporre un percorso costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari e l’abolizione delle province (che, se va bene, richiederà un paio d’anni, ossia più della durata della legislatura) significa prendere in giro il cittadino, che, già al minimo della fiducia come consumatore lo è probabilmente anche come elettore.

La manovra-bis non sembra poggiare su alcuna previsione di crescita, su alcuna valutazione dei contraccolpi, in termini di riduzione della domanda, che le nuove misure certamente provocheranno.

Dall’esterno si ha la sensazione di assistere ad una sorta di «mercato delle vacche»: la Lega vuole a tutti i costi che non si tocchino le pensioni e in cambio di varie concessioni su altri punti. La politica più rozza prevale sull’economia. Gli italiani lavoratori, consumatori ed elettori – avevano la legittima aspettativa di meritarsi qualcosa di più.
da

da ww.lastampa.it

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“Ma è solo un provvisorio compromesso”, di Marcello Sorgi

Sarà bene non lasciarsi impressionare dalla seconda riscrittura della manovra uscita ieri dal lungo vertice di Arcore tra Pdl e Lega: si tratta di un ennesimo provvisorio compromesso tra i due maggiori alleati di governo (e prima di tutto tra Berlusconi e Tremonti), destinato quasi certamente ad essere rimesso in discussione nel corso nell’iter parlamentare del decreto di Ferragosto. Di qui al 13 ottobre, termine per la definitiva conversione in legge del testo, chissà quanti altri colpi di scena si preparano, mentre il centrodestra archivia lo scatto di reni decisionista di metà estate e torna all’eterno metodo italiano della trattativa infinita.

Nel merito, l’accordo sembra costruito per dare un contentino a tutti: esce l’odiato (da Berlusconi) contributo di solidarietà sui redditi oltre novantamila euro, si riducono, ma solo parzialmente, i discussi (da Lega e dissidenti Pdl) tagli agli enti locali, si rinviano, con la scusa di renderle più stringenti, le criticate (da tutti tranne Di Pietro) abolizioni delle Province, affidate a una norma costituzionale che non è detto vedrà la luce in questa legislatura. Entrano un ritocco delle pensioni, che bisognerà vedere come Bossi riuscirà a digerire, dopo aver passato l’estate a spiegare ai suoi militanti che grazie a lui le pensioni erano salve, riduzioni di detrazioni fiscali miste a più stringenti controlli antielusione, che serviranno a far dire a Calderoli (anche se non è vero) che è passata la sua proposta di tassa antievasione.

Ma al di là dell’effetto annuncio, quando le nuove misure saranno dettagliate, di fronte a ulteriori reazioni di contribuenti che già pagano e verrebbero ulteriormente colpiti, da sommare alla protesta nazionale dei sindaci costretti dai tagli ad aumentare le tasse locali, non è affatto da escludere un’altra marcia indietro del governo. O peggio, una volta creato allarme tra le più note categorie di evasori – sempre gli stessi, sempre perfettamente individuabili – dal miraggio della tassa antievasione potrebbe sortire, miracolosamente, nientemeno che un nuovo condono. Infine, come voleva Tremonti, e al contrario di quel che chiedeva Berlusconi, che su questo punto non è stato accontentato, non si interviene sull’Iva. Non ci vorrà molto a capire – basterà qualche nuova sventola dei mercati – che anche questa nuova versione della manovra non basta. S’è fatto troppo poco e troppo tardi.

Politicamente, al di là delle solite uscite di propaganda per cui tutti si dichiarano contenti, è abbastanza chiaro che la Lega ha avuto sugli enti locali meno di quanto ha dovuto cedere sulle pensioni. E che la lunga mediazione della scorsa settimana, ad opera del segretario Pdl Alfano, se è servita a qualcosa, ha portato a un risultato diverso da quello, abbastanza modesto, con cui si era conclusa. Quanto a Berlusconi e Tremonti, dopo giorni in cui lo stato dei rapporti tra i due era tale che neppure si parlavano al telefono, in conclusione hanno dovuto abbozzare. E rendersi conto che in questa situazione, e con l’autunno che si prepara, come dicevano gli antichi, «simul stabunt, simul cadent». Non rimane loro che puntellarsi a vicenda, per affrontare come possono i rovesci della crisi e le insidie di un comune declino. Non è detto che serva, ma non hanno alternative.

da www.lastampa.it

"Oggi Enrico Mentana intervista il segretario nazionale Bersani", di Alice Goldoni

Dopo il giorno di chiusura del lunedì, la Festa Democratica riaprirà oggi le porte con l’attesa presenza del segretario nazionale del PD Pier Luigi Bersani che salirà sul palco dell’Arena sul lago per rispondere alle domande di Enrico Mentana, direttore del Tg La7.
Diversi saranno i temi che verranno messi al centro del dibattito, dalla manovra del governo alla “questione morale”, dai costi della politica ai possibili scenari del dopo-Berlusconi, dal lavoro alla scuola.
In questi giorni “caldi” per la politica, messa sotto la lente di ingrandimento per via degli scandali della cricca (P3, P4, casa Scajola, etc.), occorre ribadire ancora una volta e con forza quello che Bersani va dicendo da tempo: che “non siamo tutti uguali”.
Le politiche non sono tutte uguali, e così mentre il Governo decide di tagliare in maniera lineare in tutti i campi, pensando prima a sistemare gli amici degli amici (i vari Scilipoti), le amministrazioni locali di centrosinistra, nonostante le rigidità di bilancio imposte dal “patto di stabilità” dell’Unione Europea, decidono di investire nella scuola, nella sanità, nell’orientamento al lavoro, per dare pari opportunità ai cittadini e mantenere un buon livello di coesione sociale e di servizi.

Non siamo tutti uguali perché le ricette che il Pd ha da offrire all’Italia sono strutturalmente e culturalmente diverse dalla filosofia che anima questa destra berlusconiana. Ricette che vengono condivise dalla gente comune che presta gratuitamente servizio alle feste. Ricette che trovano il loro minimo comune denominatore nel mondo della scuola come punto di partenza della riscossa italiana. Una scuola che, di fatto, dovrebbe formare i cittadini di domani e che dovrebbe fornire le basi per un rilancio in termini economici del nostro paese grazie alle nuove competenze teoriche e tecniche che può sviluppare. Una scuola che negli ultimi anni, però, è stata spesso calpestata e svilita (da Moratti e Gelmini) e portata allo sfascio.

E a proposito dello sfascio della scuola, segnaliamo anche l’incontro, previsto alle 21.30, nello Spazio libreria, con la scrittrice Silvia Dai Prà che, intervistata da Claudio Giunta, giornalista de Il Fatto Quotidiano, presenta il suo libro “Quelli che però è lo stesso” (Laterza). Protagonisti una trentenne che mai avrebbe pensato di fare l’insegnante, un istituto professionale della periferia romana, adolescenti sentimentali, giovani fascisti, adulti iracondi, professori sull’orlo dell’abisso.

www.partitodemocratico.it

Manovra, PD: “Il governo mantiene il patto con gli evasori ma rompe quello con gli onesti”

Manovra, PD: “Il governo mantiene il patto con gli evasori ma rompe quello con gli onesti”. Intervento sulle pensioni: per l’anzianità non conteranno gli anni di università e del servizio militare riscattati. “La giustizia di Arcore e di Bellerio è dunque la seguente: non si può rompere il patto con gli evasori fiscali e gli esportatori illeciti di capitali, ma lo si può rompere con chi è stato tanto fesso da servire il Paese facendo il militare o da studiare e poi riscattare di tasca propria la laurea. Dopo il patto di Arcore, i conti della manovra del governo tornano ancora di meno e le ingiustizie pesano ancora di più”. Questo il commento del Segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani, dopo il vertice di Arcore fra Pdl e Lega che ha cambiato il decreto sulla Manovra economica, traghettandola in Senato.

La Manovra, secondo l’accordo raggiunto, interverrà principalmente sulle pensioni, per ottenere un risparmio immediato: pagheranno gli uomini nati prima del 1985, che dovranno lavorare da un anno a un anno e mezzo in più per arrivare all’anzianità contributiva necessaria per andare in pensione perché, ai fini dell’anzianità, non vale più il recupero del servizio militare: quel periodo contribuirà al calcolo per l’ammontare dell’assegno pensionistico, ma non entrerà nel calcolo dell’anzianità contributiva richiesta come requisito per lasciare il lavoro; pagheranno anche i laureati che hanno riscattato il periodo di studi con i propri soldi: anche in questo caso gli anni riscattati varranno ai fini del calcolo sull’ammontare della pensione ma non nel calcolo dell’anzianità contributiva necessaria per poter lasciare il lavoro.

Insomma pagheranno sempre e solo i lavoratori onesti, ancora di più se hanno svolto il servizio militare e sono laureati, una beffa!

“Il Vertice di ieri stravolge decreto su cui abbiamo presentato emendamenti, alla faccia, come sempre dei lavori parlamentari”, ha dichiarato Anna Finocchiaro, Presidente dei senatori del PD a Radio anch’io.”Ma quello che ci preoccupa ancora di più è il merito del decreto – ha aggiunto la Presidente – perché dietro interventi di facciata, figli di un braccio di ferro evidente tra Berlusconi, la Lega e Tremonti, ( con l’evidente vittoria di Berlusconi) si arriva a numeri che non tornano. Come si arriva a quota 45 miliardi nessuno lo sa. E’ l’ennesimo compromesso che probabilmente verrà modificato ancora, che non sposta nulla sul piano della crescita, proprio nelle ore in cui il FMI rivedeva al ribasso le già basse stime di crescita del nostro Paese”.

Secondo Finocchiaro “dal vertice di Arcore ne esce una manovra se possibile peggiorata. Anche il reintegro dei tagli agli enti locali non serve ad evitare il taglio di servizi essenziali. E gli interventi sulle pensioni non sono strutturali e non servono a riformare il welfare ma solo a fare cassa. E mentre si cancella il contributo di solidarietà si colpiscono i lavoratori, con una ‘tassa sui pensionati’”.

Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, ha voluto ribadire come tutto questo sia inaccettabile per i lavoratori, e conferma il carattere socialmente iniquo della manovra. “Siamo di fronte ad un accordo che ha come obiettivo di salvare il governo e non il Paese, confermando il suo profilo di inefficacia ai fini dell’obiettivo dello sviluppo. Il Bossi difensore delle pensioni si è arreso – ha notato Damiano – e ancora una volta la previdenza, che è un diritto veramente acquisito, non come quello degli evasori che difende il governo, deve pagare il conto del risanamento del bilancio”.

Fausto Raciti, Segretario nazionale dei Giovani Democratici, e Michele Grimaldi, Responsabile Saperi dei Gd, hanno voluto commentare indignati, in merito alla scelta del Governo Berlusconi di escludere gli anni relativi al percorso di laurea dal conteggio dell’anzianità per la pensione. “Comprendiamo che la Villa di Arcore, scelta come sede per discutere della manovra finanziaria, non fosse certo il luogo ideale per i ricordare al presidente del Consiglio l’importanza di valori quali il sacrificio, l’impegno, la solidarietà, lo studio, l’eguaglianza delle opportunità – hanno dichiarato ironicamente – . Ma la decisione del Governo di far cassa continuando a colpire le giovani generazioni, pur di non colpire i redditi alti e pur di non far pagare chi non ha pagato mai, rappresenta l’ennesima dimostrazione dell’idea sbagliata e pericolosa che le destre hanno del futuro del nostro Paese. Che per il centrodestra poter studiare non fosse un diritto ed uno strumento di mobilità sociale, ma un lusso concesso per censo a pochi privilegiati lo aveva già dimostrato la cosiddetta riforma Gelmini. Con le scelte di queste ore Pdl e Lega decidono anche di punire chi già lo ha fatto”.

I due esponenti dei giovani del Pd hanno concluso sottolineando che “mentre tutti i paesi decidono di investire in formazione, innovazione e ricerca per rilanciare l’economia, il governo decide di perseverare negli errori che hanno portato il nostro Paese alla crisi attuale, che non è frutto del caso ma delle politiche sbagliate di questi anni”.

Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

Grafico dal www.ilsole24ore.it

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«Manovra peggiorata, si sta passando il limite»

Dopo il vertice di Arcore la manovra, secondo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, «non solo non è migliorata, ma è peggiorata nel senso dell’equità e nel senso della tenuta dei conti, perché i conti non tornano».

Tuttavia, ha precisato il leader del Pd, per capire come è cambiata la manovra «bisogna essere dei rabdomanti perché non abbiamo visto nessun emendamento, quindi sto anch’io a quello che ho letto sui giornali. Si è veramente passato il limite. Mi è stato detto che andare a prendere i soldi da chi li ha portati illecitamente all’estero sarebbe stata la rottura di un patto, mentre invece rompere il patto con chi ha fatto il militare servendo il paese o con chi coi soldi suoi si è riscattato la laurea andrebbe bene. È un concetto di giustizia che fa rabbrividire», conclude il segretario del Pd.

BERSANI, NEL MONDO PENSANO A ITALIA SENZA TIMONE
«Chi ci guarda nel mondo pensa che la barca è senza timone e francamente si fa fatica a dargli torto». È l’opinione di Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, che ne ha parlato a Modena dove è intervenuto per partecipare alla festa dell’Unità. Il riferimento è alla manovra dove, secondo Bersani, «siamo da capo, siamo nella confusione totale».

CASO PENATI: FATTI TUTTI I PASSI INDIETRO
L’ex presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati, «ha fatto tutti i passi indietro che poteva fare» e «pur in una vicenda dolorosa, io credo che si vedrà la differenza». Così il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, da Modena commenta la lettera di oggi di Penati, «una lettera che dice ‘non mi nascondo dietro la prescrizione, rivendico l’innocenza, lasciate fare alla magistratura’», osserva Bersani. «Spero che l’attenzione dei commentatori ora si rivolga a Berlusconi, Scaiola, Verdini: come si stanno comportando? Hanno fatto i passi indietro?», aggiunge. «Noi abbiamo un altro modo, presunzione d’innocenza sí, ma passo indietro – afferma – e tutti i cittadini sono uguali davanti alla Legge. Finché non cambia la Legge, è uguale per un immigrato come per un amministratore o un deputato».

SPERO CHE REFERENDUM SIA UNO STIMOLO
«Sostengo la nostra legge, spero che il referendum possa essere uno stimolo: se non ci si arrivasse, meglio il referendum della ‘porcata’, ma penso che io o gli altri segretari del partito dobbiamo lasciar lavorare la società civile». Dalla festa nazionale del Pd dedicata alla scuola, a Modena, il segretario del Partito democratico, Pierluigi Bersani, è tornato a ribadire la propria posizione rispetto al referendum sulla legge elettorale, rispondendo così a chi gli chiedeva se firmerà o meno per il referendum, ricordando anche al segretario Pd la firma già espressa da Romano Prodi e l’invito al partito a decidere da parte di Arturo Parisi. «Abbiamo già deciso – ha risposto Bersani – il Pd sulla legge elettorale ha un risposta positiva, poi c’è un ruolo dei partiti e c’è un ruolo dei movimenti della società civile. Quindi – ha sottolineato – benissimo che i promotori del referendum facciano il loro mestiere, benissimo che i cittadini firmino, compresi esponenti e militanti del Pd, i segretari dei partiti non ci mettano il cappello e via via il tema sarà svolto. Noi – ha detto ancora Bersani – stiamo chiedendo l’immediata calendarizzazione in Parlamento della riforma elettorale». Bersani ha poi concluso: «quando sarà ora di combattere, se il Pd decide di dare una mano i risultati poi si vedranno come si sono visti in passato».

da www.unita.it

"Firme, ora si muova il Pd", di Pierluigi Castagnetti

I tempi utili per presentare il referendum abrogativo del Porcellum ormai stringono. Personalmente sicuramente lo firmo avendo sempre pensato che la strada della riviviscenza della legge elettorale precedente, il Mattarellum, fosse quella da percorrere. Alcuni di noi si sono fermati dopo la direzione nazionale che ha impegnato tutti i dirigenti a sostenere in sede parlamentare la proposta di riforma del Pd e ha chiesto ai promotori dei due referendum (Passigli e Morrone) di sospendere la loro iniziativa: era evidente la preoccupazione del partito di non trovare nelle proprie feste due banchetti separati a raccogliere firme a sostegno di due referendum che convergevano solo nell’obbiettivo di cancellare la legge Calderoli, ma divergevano profondamente nel contenuto della proposta di riforma. Stefano Passigli, è giusto dargliene atto, ha raccolto l’invito del Pd sospendendo la raccolta di firme per il suo quesito referendario con esito chiaramente proporzionalista. Arturo Parisi, e anche a lui è giusto dare atto di una coerenza e una determinazione che sono note, non ha ritenuto invece di poter rinunciare all’altra iniziativa considerato il rischio concreto che gli italiani siano costretti a tornare a votare con una legge che di fatto li espropria del diritto di scegliere i propri rappresentanti.
A questo punto l’iniziativa è in campo e a me pare che si debba assumere una posizione.
L’orientamento della gran parte dei nostri elettori a me sembra favorevole e lo si coglie con nettezza girando nelle varie feste del partito, al punto che sia nella festa nazionale che nelle feste provinciali di varie regioni è stata autorizzata la raccolta delle firme.
Credo però che il partito debba andare oltre e assumere, come è avvenuto con il referendum dell’acqua, la decisione di assecondare l’orientamento dei propri elettori.
Non sempre questa è la strada giusta, ma in questo caso io penso che lo sia. Nel dibattito politico di questo infuocato mese di agosto, infatti, di tutto si è parlato fuorché della riforma della legge elettorale, a conferma del fatto che quando urgono altri problemi ci si dimentica di questo. Ma veramente non possiamo consentirci il rischio di tornare a votare con una legge che tanti danni ha procurato al funzionamento ma soprattutto alla legittimazione dell’attuale ceto parlamentare.
Sembra peraltro farsi strada un certo consenso alla proposta del Pd di ridurre fortemente il numero dei parlamentari ma non basta, occorre una legge che restituisca al titolare della sovranità nazionale, il popolo, ciò che gli è stato sottratto.
Per questa ragione ritengo che il Pd debba non solo autorizzare la collocazione nelle proprie feste dei banchetti allestiti dal comitato referendario ma debba sollecitare tutta la sua base a sostenere l’iniziativa.
Ciò non significa rinunciare in sede parlamentare a lavorare per una soluzione come quella elaborata dai gruppi del Pd, anzi, sarà proprio l’iniziativa referendaria, se si raggiungerà entro il 30 settembre la raccolta di 500mila firme, ad aiutare la calendarizzazione del dibattito parlamentare su tale riforma.
L’iniziativa referendaria può avere infatti tre diversi sbocchi, tutti accettabili. Può servire, come ho detto, a sbloccare l’impasse parlamentare, oppure può produrre l’effetto del ripristino del Mattarellum in assenza di una riforma varata dal parlamento, o può indurre l’attuale maggioranza ad accelerare lo scioglimento del parlamento e andare alle elezioni anticipate nel 2012, per evitare di andarci nel 2013 con altra legge elettorale. Sarebbero effetti diversi, come si vede, ma tutti, seppur per ragioni diverse, con qualche pregio.
I tempi, come dicevo all’inizio, urgono e l’impresa dal punto di vista organizzativo resta difficile e con qualche rischio d’insuccesso.
Credo peraltro che anche Passigli visto come si sono sviluppate le cose, ovviamente con qualche rammarico per la rinuncia alla sua iniziativa referendaria, oggi possa convenire sull’opportunità di sostenere un’iniziativa che, comunque, realizza l’obiettivo esplicito di cancellare una delle leggi più vergognose fatte dalla destra nell’ultimo decennio.

da Europa Quotidiano 30.08.11