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"E' ora di mobilitarsi contro la distruzione della scuola", di Giuseppe Caliceti

Sembra impossibile, ma l’anno scolastico ai blocchi di partenza si annuncia ancora una volta peggiore dei precedenti. Gli enti locali delle regioni più virtuose, coi propri fondi ridotti ai minimi storici, non riusciranno più a tamponare i tagli epocali a fondi e personale inferti alla scuola pubblica dalla Gelmini in questi tre anni. A cui si aggiungono ora quelli della nuova manovra, in cui si rovesciano vergognosamente le tasche di bambini e ragazzini alla ricerca di qualche spicciolo. Dopo aver imposto regole per le immissioni in ruolo per favorire un’indecente campagna della Lega contro i docenti meridionali, – è questo il merito di cui si parla? – Gelmini ha rinunciato a governare la situazione. Le immissioni in ruolo si stanno svolgendo nel caos più assoluto. Gli uffici scolastici regionali applicano norme a piacimento – È questa l’autonomia? -. Migliaia di lavoratori e lavoratrici della scuola vivono nell’incertezza: non sapranno il loro orario di lavoro definitivo prima di fine settembre. Tanti alunni e studenti inizieranno il nuovo annosenza sapere l’effettiva offerta formativa a loro proposta (comunque al ribasso), come sarà articolato l’orario settimanale di studi, quali e quanti saranno i loro docenti – quelli dell’anno passato o altri? Per tentare di salvare quel che resta della scuola pubblica italiana resta sempre meno tempo a disposizione. Saranno i genitori di alunni e studenti a decidere. Chi ha soldi, può farlo individualmente: passando a una privata. Chi non ce li ha, o imparerà a rassegnarsi o dovrà imparare in fretta a farsi sentire. Mostrando la sua indignazione. Reclamando la scuola di cui parla la nostra Costituzione. Chiedendo le dimissioni del ministro all’Istruzione. È una questione di civiltà e di amore per i propri figli: per garantire loro i diritti,nonbasta più sperare in un miracolo, ora occorre impegnarsi in prima persona e ricostruire ciò che è statodistrutto e si sta finendo di distruggere. Ogni silenzio equivale a un colpevole assenso auna politica scolastica irresponsabile.

L’Unità/Emilia-Romagna 28.08.11

"Lasciamo a Sacconi la responsabilità di dividere i sindacati", intervista a Stefano Fassina di S.C.

Non è compito di una forza politica indicare a un sindacato quali strumenti di mobilitazione adottare», dice Stefano Fassina. Per questo il responsabile Economia e lavoro del Pd definisce «un errore politico» il documento «Non ora» firmato da una decina di deputati del suo stesso partito. Lo ritiene un errore nel metodo o nel merito? «Innanzitutto nel metodo. Siamo di fronte a una manovra profondamente iniqua e senza misure per la crescita. Tutte le parti sociali e le rappresentanze degli enti di governo territoriale si stanno mobilitando per correggerla. Lo fanno con strumenti diversi, ma tutte hanno riconosciuto l’inadeguatezza e i danni che la manovra comporta. La Cgil, come strumento con cui tentare di farla cambiare, ha scelto lo sciopero generale, indetto per il 6 settembre. La Cisl e la Uil hanno deciso di manifestare davanti al Parlamento cinque giorni prima. Non è compito di una forza politica indicare gli strumenti di mobilitazione. Per questo ritengo un errore politico innanzitutto di metodo un documento che sollecita la Cgil a ripensare la sua iniziativa di mobilitazione. E sarebbe stato lo stesso un errore se analoga iniziativa fosse stata presa nei confronti di qualunque altra organizzazione sindacale ».

Però nel merito il documento è condivisibile, laddove sottolinea la necessità di cercare di“ recuperare un percorso unitario con le altre organizzazioni sindacali”, o no? «Tutti insieme dobbiamo continuare ad impegnarci per dare un contributo in questo senso, è chiaro. Ma rivolgere l’attenzione, come si fa nel documento, alla sola Cgil, rischia di lasciare ad intendere che vi siano buoni e cattivi, mentre in realtà siamo di fronte a legittime differenze di strumenti di mobilitazione, frutto di storie e culture sindacali diverse. Lasciamo al ministro Sacconi l’ideologica distinzione tra sindacati riformisti e sindacati antagonisti. È un errore di merito attribuire responsabilità primaria alla Cgil delle mobilitazioni separate. Anche perché come indicano anche le parole dello stesso ministro Sacconi sull’accordo del 28 giugno, la responsabilità primaria delle tensioni tra le parti sociali è di altri».

Ma non è lecito che dei deputati invitino un sindacato a “un’ulteriore riflessione sull’opportunità di proclamare uno sciopero generale proprio mentre si svolge il dibattito parlamentare sulla manovra”? «Trovo abbastanza singolare chiedere di mobilitarsi dopo che sia stata approvata una manovra così iniqua e che entra a gamba tesa sull’autonomia delle parti sociali. E poi anche Cisl e Uil fanno un’iniziativa di mobilitazione il 1° settembre, non il 1° ottobre».

Il Pd sarà in piazza con la Cgil, il 6 settembre? «Saremo presenti allo sciopero generale della Cgil così come saremo alle mobilitazioni di Cisl e Uil». Vede le condizioni perché ci sia una ricomposizione del fronte sindacale? «Noi lavoriamo per questo, anche perché come ha detto Bersani si tratta di un bene comune, è nell’interesse pubblico. Quanto al fatto se ci siano o meno le condizioni, io sono fiducioso. Come hanno dimostrato per l’accordo del 28 giugno, i sindacati sapranno respingere i tentativi di divisione costantemente attuati dal governo e nell’interesse del paese ritrovare la strada per iniziative unitarie».

L’Unità 28.08.11

"La scuola dei ritardatari. Porte aperte alle dieci e i ragazzi sono più bravi", di Monica Ricci Sargentini

Vostro figlio ha 13 anni e la mattina non si vuole alzare dal letto per andare a scuola. Voi lo mettete in croce, lo accusate di essere pigro e indolente, di non volere andare a dormire all’ora giusta la sera. Nulla di più sbagliato. Secondo un neuroscienziato dell’Università di Oxford gli adolescenti vivono in uno stato di costante jetlag perché la melatonina, l’ormone che incoraggia il sonno, si presenta due ore più tardi del normale. Il loro cervello, insomma, funziona meglio nel primo pomeriggio. E costringerli alla levataccia quotidiana può causare irritabilità, mancanza di concentrazione, sonnolenza.
Non è soltanto una teoria. Lo scorso anno Paul Kelley, il vulcanico preside della Monkseaton School, una scuola secondaria inglese di Whitley Bay vicino a Newcastle, ha deciso di spostare l’inizio delle lezioni dalle nove alle dieci di mattina proprio per sintonizzarsi meglio con l’orario interno dei ragazzi. I risultati degli esami, arrivati la scorsa settimana, sono stati sorprendenti, i migliori degli ultimi 30 anni con un incremento nei voti tra il 21% e il 34%. «La scienza — ha spiegato Kelley al Times — ha dimostrato molto chiaramente quale sia il ritmo circadiano nei ragazzi. Ora sono le scuole e le università a dover fare qualcosa. In gioco c’è il benessere degli studenti. Certo non possiamo provare che questi risultati siano dovuti al cambiamento d’orario ma non credo si sia mai registrato in una scuola un miglioramento così repentino e qui, a parte l’arrivo di due nuovi maestri di matematica, non è tutto come l’anno scorso».
A sostenere la tesi degli orari diversi negli adolescenti è Russell Foster del Brasenose College dell’Università di Oxford: «C’è una predisposizione biologica nei teenagers ad addormentarsi tardi e alzarsi tardi — ha spiegato alla Bbc —. Non stiamo dicendo che bisogna lasciare dormire i ragazzi fino a mezzogiorno ma che si può adattare l’orario scolastico a quello del loro orologio biologico. Cominciando le lezioni più tardi e spostando quelle più impegnative alla tarda mattinata o al pomeriggio, si otterranno migliori risultati e ci saranno meno episodi di depressione. I genitori, comunque, ricordino che è imperativo dormire almeno 8-9 ore a notte per una buona perfomance scolastica».
Per tutto lo scorso anno alla Monkseaton School le lezioni sono iniziate alle 10 e finite alle 15.40 con un ritardo di soli 40 minuti rispetto alla norma grazie a una riduzione della pausa pranzo. Molti genitori hanno notato che nella scuola si respirava un’aria più calma e serena. E le assenze degli studenti sono calate del 27%. C’è da scommettere che Paul Kelley ripeterà l’esperimento anche quest’anno. Il professore è noto per essere molto innovativo. Nel suo libro Forgiare le menti: cos’è sbagliato nell’istruzione ha sostenuto che gli educatori dovrebbero avvalersi delle più recenti ricerche neuroscientifiche. Tre anni fa, per esempio, ha messo in pratica lo «spaced learning», cioè venti minuti di lezione alternati a dieci minuti di intensa attività fisica in modo da favorire la memoria di lungo termine. La sua scuola, frequentata da circa 800 studenti tra i 13 e i 18 anni provenienti da quartieri popolari, ha anche vinto un premio nel 2010 per l’architettura dell’edificio che utilizza pannelli solari e ha una costruzione ellittica volta a favorire la circolazione dell’aria ma anche quella delle idee: «I muri paralleli non favoriscono l’acustica e nemmeno la comunicazione — dice Kelley —, qui non esistono aule quadrate o rettangolari».

Il Corriere della Sera 28.08.11

"Bersani: l’articolo sui licenziamenti serve solo a provocare le parti sociali", di Francesca Schianchi

Arriva al Meeting di Rimini con un obiettivo in testa: «Se vedrò qui Tremonti, gli voglio dire una cosa: ma vi rendete conto del disastro che state provocando con l’articolo 8?». Siccome poi l’incontro con il ministro dell’Economia avviene, un faccia a faccia di dieci minuti, il leader del Pd Pier Luigi Bersani solleva l’argomento, esce rinfrancato dall’atteggiamento del ministro («sull’articolo 8 non si è chiuso, mi è sembrato abbastanza aperto») e scatena così la polemica con governo e Pdl, lesti a ribadire, a partire dal ministro del Lavoro Sacconi, che la norma non si tocca.

L’articolo 8 della manovra, già molto criticato dalla Cgil, tratta di contratti di lavoro: a quelli aziendali o territoriali è permesso di regolare varie materie, incluso il licenziamento, anche in deroga a leggi e contratti nazionali. Vengono inoltre riconosciuti come «efficaci» gli accordi, come quelli alla Fiat di Pomigliano e Mirafiori, siglati prima dell’intesa raggiunta il 28 giugno tra Confindustria e sindacati.

Così, tra un attacco alla manovra «ingiusta e recessiva» e al centrodestra «barca senza timone» e senza «timoniere», il segretario Pd innesca la polemica. Subito risponde Sacconi: «Bersani non può chiedere solo a Tremonti, che peraltro ha contribuito alla elaborazione della norma, di togliere l’articolo 8», seccato dall’apertura del collega dell’Economia (il cui portavoce si preoccupa infatti in serata di sottolineare che Tremonti «non ha avuto colloqui riservati e non ha parlato di manovra»). Di eliminare la norma, comunque, «non se ne parla proprio», taglia Sacconi: «Il Pd ancora una volta si appiattisce sulla Cgil e si rivela partito della conservazione ideologica».

Accusa a cui Bersani reagisce: «Più che sulla Cgil, sono appiattito sulla positiva intesa del 28 giugno», scrive, «un governo serio dovrebbe custodire e sostenere quell’intesa e non metterla a rischio». Ma il ministro del Lavoro non è d’accordo: «La nuova norma è coerente» col patto del 28 giugno.

La pensa così anche la leader di Confindustria, Emma Marcegaglia: la norma «deve rimanere, gestita in continuità con l’accordo e insieme ai sindacati firmatari».

Mentre dal Pd arrivano voci a sostegno del segretario («il Parlamento corregga l’estremismo ideologico del ministro del Lavoro», sospira Fassina), dal Pdl è un coro di no alla richiesta di stralcio: dal capogruppo al Senato Gasparri che definisce Bersani «il vice della Camusso» e «leader del partito della disoccupazione» al collegaQuagliariello che inscrive la norma «nella categoria dei principi non negoziabili». Gli risponde in serata Bersani: «Non è negoziabile? Ma chi è, il Papa?». No, ripete ancora, quell’articolo è stato messo lì «per accendere la miccia», è «stato inserito in maniera irresponsabile per creare tensioni». E allora «o si toglie e si fa fare la contrattazione alle parti sociali o si riporta il documento firmato a giugno, su cui erano tutti d’accordo».

La Stampa 28.08.11

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“Bersani difende lo sciopero:contro il decreto va bene tutto”, di Francesco G.Gioffredi e Diodato Pirrone

Contro la manovra va bene tutto. Anche lo sciopero generale della Cgil. In visita al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione Pier Luigi Bersani getta acqua sul fuoco della polemica scatenata da quanti nel Pd non hanno digerito la mossa della Camusso. «Il Partito democratico sarà presente ovunque si protesterà e si criticherà questa manovra, anche allo sciopero della Cgil – ha detto Bersani – Anche in casa mia, nel Pd, assisto sullo sciopero a una discussione che non capisco. Tutti protestano per questa manovra, non ho sentito uno che sia d’accordo. Poi, c’è chi sceglie di scioperare, chi fa un’assemblea, chi organizza una raccolta di firme. Io dico: ognuno scelga in autonomia le forme di protesta che vuole. Il Pd – ribadisce Bersani – sarà presente in tutti i luoghi, scioperi e quant’altro, organizzati da chi vuole chiedere più equità e crescita nella manovra, correggendola».
Logico quindi che Bersani sia tornato a picchiare duro sull’impianto della finanziaria di Ferragosto. Non solo è tornato a chiedere lo stralcio dell’articolo 8 responsabile, a suo giudizio, dell’apertura di un’autostrada per i contratti aziendali senza un’intesa con le parti sociali («il governo non accenda micce fra i sindacati», ha detto) ma ha aggiunto al ritornello sull’iniquità della manovra un nuovo e pesante aggettivo: «Non è credibile».
E’ evidente che Bersani si aspetta un settembre ancora rovente sul fronte dei mercati e mette le mani avanti su una manovra che se dovesse essere bocciata dai mercati potrebbe essere l’ultimo atto dell’attuale maggioranza. «Alla fine – aggiunge il segretario del Pd – come dice Bossi, una quadra la dovranno trovare. Ma purtroppo la soluzione lascerà buchi molto seri». E poi scandisce con cura: «Io non critico solo il merito di questa manovra ingiusta e recessiva, ma dico anche che non è credibile e temo che i mercati e gli osservatori internazionali questo lo abbiano capito. Il rischio più grosso è che, fatta una manovra scombinata, il giorno dopo si sia punto e a capo».
Un concetto che il leader Pd ha precisato in serata inaugurando a Pesaro la Festa Democratica nazionale. «Anche con gli aggiustamenti di cui si favoleggia – ha commentato ancora il leader del Pd – credo che gli osservatori internazionali si siano resi conto che il governo non riuscirà a fare nulla di strutturale». «In tutto il mondo – ha poi aggiunto – dagli Usa alla Francia, quando si chiede un sacrificio ci si rivolge a chi può farlo e non a chi non può. Questo credo che i mercati e gli operatori finanziari internazionali lo abbiano capito a dovere».
Analoga la lunghezza d’onda scelta da Massimo D’Alema ricomparso ieri in pubblico deciso a denunciare le oscillazioni della manovra, le fratture del governo e per definire «del tutto legittimo lo sciopero generale perché la gente ha pienamente diritto di protestare in una situazione così».
D’Alema ieri era nel Salento, a Melpignano, per il concertone della Notte della Taranta. Con i cronisti dapprima tenta di tenere la politica fuori dall’uscio, ma l’incursione sui temi nazionali è inevitabile. A partire dallo sciopero indetto dalla Cgil, appunto, e delle reazioni interne al Pd: «La gente ha ragione a protestare», riflette D’Alema. Giusto allora che i democratici aderiscano all’iniziativa della Camusso? «Guardi, sono del tutto d’accordo con quel che dice Bersani». Insomma: va bene così, mettendosi in scia alla Cgil? «Ma noi non ci accodiamo a nessuno, rispettiamo l’autonomia delle forze sociali. Credo che il Paese e i cittadini abbiano il diritto di essere arrabbiati per il modo confuso, ingiusto, inefficace con cui il governo sta affrontando la crisi. Soprattutto dopo che è emersa una grave responsabilità: questo governo ha sottovalutato la gravità della stessa crisi e si è invece trastullato per anni raccontando che la crisi non c’era. In questo modo ha perso credibilità».
Il Pd ha già messo a fuoco i suoi emendamenti per calibrare il tiro sulla manovra. Ma nelle parole di D’Alema una buona dose di realismo prevale su tutto: «Cambiare la manovra? Ormai non si capisce più cos’è, ogni giorno fanno un incontro e poi cambiano idea. Il governo prepara il decreto, dopodiché la gran parte dei membri dell’esecutivo inizia la lotta per cambiarla». Non resta che tracciare la road map per la fase post-approvazione in Parlamento della manovra d’agosto: «Berlusconi dovrebbe fare una sola cosa importante: dimettersi», chiosa D’Alema. E poi? «Deciderà il capo dello Stato Giorgio Napolitano».

Il Messaggero 28.08.11

"Caso Penati, si attiva la commissione di garanzia del Pd", di Massimiliano Amato

E ora l’attenzione è puntata sulle prossime mosse della procura di Monza,sugli ulteriori “atti d’indagine” (interrogatori, verbali di sommarie informazioni testimoniali, trascrizioni di intercettazioni telefoniche e ambientali) che i pm Walter Mapelli e Franca Macchia, titolari dell’inchiesta sul cosiddetto “Sistema Sesto”, depositeranno in occasione dell’udienza davanti al collegio del Riesame. I rappresentanti dell’accusa non demordono: secondo loro Filippo Penati e il suo ex braccio destro Giordano Vimercati avrebbero concusso Piero Di Caterina e Giuseppe Pasini, i due imprenditori interessati alla riqualificazione dell’ex area Falck di Sesto
SanGiovanni che, con le loro rivelazioni, hanno provocato il terremoto giudiziario. Concussione e non corruzione, come sostiene il gip monzese Anna Magelli, che ha respinto la richiesta d’arresto per Penati e Vimercati perché i reati che avrebbero commesso sono prescritti. Oltre che sui gravi indizi di colpevolezza (del resto riconosciuti dallo stesso gip), i pm puntano anche (e soprattutto) sulla sussistenza delle esigenze cautelari. Una in particolare: il rischio dell’inquinamento probatorio. È per questo che, sia nella richiesta cautelare che nel ricorso al Riesame, cercano di dimostrare che, da un certo punto in poi, tra l’ex Presidente della Provincia di Milano e Piero Di Caterina si viene a stabilire una sorta di dipendenza psicologica. «Penati – scrive la procura – si sente costantemente in debito con l’imprenditore, perché ne teme le rivelazioni». Fino al punto di intervenire, subito dopo la vittoria del centrosinistra alle elezioni amministrative milanesi, su Antonio Rugari, presidente del Consorzio trasporti pubblici dei Comuni del Nord milanese, non indagato, affinché si adoperi con il nuovo assessore alla mobilità per la risoluzione di un vecchio contenzioso che oppone Di Caterina alla municipalizzata ai trasporti. L’Idv chiede al sindaco Pisapia di «smentire al più presto tali maliziose illazioni, illustrando pubblicamente le ragioni che l’hanno spinta a scegliere una persona in particolare per l’assessorato ai Trasporti»: il riferimento è a Pierfrancesco Maran, definito dai dipietristi «un pupillo di Penati». Sul piano politico, il Pd (dal quale Penati si è autosospeso, confluendo nel gruppo misto in seno al Consiglio regionale lombardo), con il segretario Pier Luigi Bersani e il presidente della commissione nazionale di garanzia, Luigi Berlinguer, «ritiene opportuno che si avvii un’azione di immediata verifica a tutela
dell’onorabilità del partito». Berlinguer ha convocato una riunione dell’organismo per il 5 settembre, «al fine – si legge in una nota – di esaminare le iniziative da porre in essere nel quadro di una concreta azione di vigilanza». «A questo scopo – continua la nota – il presidente Berlinguer ha deciso di invitare Filippo Penati
ad ottemperare al dovere – previsto dallo stesso codice etico del Pd – di informare tempestivamente la Commissione provinciale di garanzia di Milano sui fatti che, allo stato delle indagini, lo hanno investito». Immediata la replica di Penati: «Desidero comunicare – scrive a sua volta in una nota l’ex Presidente della Provincia di Milano – che ho informato il Partito democratico della mia totale disponibilità a mettere a disposizione della commissione provinciale di Milano quanto utile per la ricostruzione dei fatti che mi hanno, come è noto, investito. Ho altresì informato il Pd che ho richiesto ai miei legali di essere a disposizione, tenuto conto dei vincoli processuali attualmente in essere, per fornire eventuali chiarimenti tecnico giuridici».

L’Unità 28.08.11

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Quel «fatto doloroso» che scuote la Festa. «Da noi serve rigore», di Maria Zegarelli

Tra la gente del Pd a Pesaro: si discute dell’inchiesta su Penati. Le parole del segretario, l’orgoglio dei volontari: «Siamo un partito sano, per questo serve un gesto di chiarezza». È un caso doloroso», dice davanti ai microfoni. Più tardi aggiunge, «è unaroba veramente inaspettata, non riesco a capacitarmi». Scuote il capo, il segretario Pd, Pier Luigi Bersani, quandogli si chiede se pensa che davvero sia successo quello che si legge sui giornali sull’ex capo della sua segreteria politica, Filippo Penati. Accuse pesantissime, corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti.
Scuote la testa e risponde che no, non riesce a capacitarsi. Bersani parla da Pesaro, dove è arrivato per tagliare il nastro di inaugurazione della quarta festa nazionale del partito, bande colorate e artisti di strada suonano e si incrociano lungo le vie del centro storico, gli stand che aprono al pubblico, la band di Francesco De Gregori che scalda i muscoli,maè di Penati che si parla. Gli chiedono: «Cosa dice di quelle sue telefonate per mettere in contatto Gavio con Penati?». «Ho fatto quella telefonata per mettere in contatto due persone, un anno e mezzo prima». Tutto qui, niente più di questo, spiega. «Se qualcuno si azzarda ad accostare il mio nome a questa vicenda io lo querelo». Un duro colpo anche personale per il segretario Pd, Penati il dirigente di cui si fidava, Penati l’amministratore del Nord, Penati sotto inchiesta. Mentre parla il segretario sembra tracciare una linea immaginaria ma nettissima, di confine, tra il suo partito e l’ex dirigente. Adesso andrà tutto nelle mani della Commissione di garanzia, «abbiamo un nostro codice interno, abbiamo un
organismo che si occuperà di questo». Ieri ha parlato a lungo con il presidente Luigi Berlinguer, «La Commissione prende le sue decisioni, ha i suoi orientamenti, la pratica ». Dal richiamo all’espulsione, spetterà alla Commissione decidere. E non spetta al partito, sottolinea, stabilire se Penati, che «ha già fatto non uno ma tre-quattro passi indietro» dimettendosi dalle cariche istituzionali e autospendendosi dal Pd, debba o meno rinunciare alla prescrizione. Eppure la presa di distanza è tutta chiusa in quella risposta che a fine serata durante la presentazione del libro “Per una buonaragione” scandisce davanti alla platea. «Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, gli amministratoridevono essere più che buoni cittadini nei loro comportamenti». Penati ha fatto sapere che invierà tutti gli atti alla Commissione di garanzia provinciale, Berlinguer aprirà un’istruttoria, studierà le carte, il 5 settembre la Commissione nazionale con i suoi nove membri si riunirà e a quel punto stabilirà come procedere. L’onorabilità del partito, dice Bersani, quella va salvaguardata. Perché il Pd, insiste, non c’entra niente in questa storia, nessuna ombra. E ogni partito «dovrebbe dotarsi di una legge così, sulla trasparenza e la correttezza dei comportamenti dei suoi dirigenti».
E la base cosa pensa? Il Pd non ci sta a farsi tirare dentro questa vicenda, non ci sta alle strumentalizzazioni, agli attacchi dei Gasparri di turno. «Noi siamo gente per bene e proprio questa vicenda lo dimostra: se Penati ha sbagliato pagherà , sarà la magistratura a decidere, intanto si è dimesso dai suoi incarichi, si è sospeso dal partito», dice Silvana Faenzi, giovane segretaria di un circolo del partito. E Matteo, 31 anni, volontario della Festa, aggiunge: «deve comportarsi come qualunque cittadino davanti alla legge,ma con rigore, perché noi ci teniamo ad avere una classe dirigente per bene». Stefano, un anno di meno, volontario al Bar Rocca, interviene: «Questo è un partito sano e se una persona ha sbagliato deve farsi da parte». Proprio a loro, alle migliaia di volontari che stanno lavorando alla festa si era rivolto poco prima il segretario: «Siete un accumulatore di gente per bene e di risorse che possono dare una mano al Paese». Gente per bene, te lo ripetono ogni volta che chiedi se c’è una questione morale. Per questo «Penati si doveva sospendere prima», ragiona Roberto Cuillo, dirigente romano, «per tutta questa gente per bene». Franco di anni ne ha 70. Racconta: «Qui a Pesaro il primosindaco della Repubblica si chiamava Renato Fastigli, rimasto in carica dal 1946 al 1959. Era un imprenditore comunista che con la sua amministrazione ha ricostruito Pesaro e la sua economia. Da allora questa città è sempre stata guidata dal centrosinistra. Sfido chiunque a trovare qualcosa di poco chiaro». Mobiliere tra i più affermati della Regione, Fastigli era «guardato con sospetto dall’Urss per questa storia che era un imprenditore»,un padrone, ma qui a Pesaro ancora oggi ne parlano e proprio qualche mese fa la città gli ha dedicato il parco in via Fonseca.
Attenzione a condannare prima dei giudici, avverte Piero 73 anni, 60 anni di tessere Pci, Pds, Ds, Pd. Pesaro è una città che non dimentica quello che successe a Marcello Stefanini, suo cittadino, ex tesoriere
pidiessino travolto dall’inchiesta sulle tangenti rosse «e poi assolto 5 mesi dopo la sua morte».E ci va cauta. Il sindaco, Luca Ceriscioli, 45 anni, fa gli onori di casa. A domanda risponde: «Attenzione, perché sono i fatti come questi a segnare le differenze che ci sono in politica. Si cerca di sostenere che siamo tutti uguali, ma non è così. C’è chi si è fatto delle leggi in parlamento per eludere la giustizia e c’è chi si dimette da tutti gli incarichi e si sottopone al giudizio dei magistrati come è giusto che sia». Marco Marchetti prende a prestito proprio una canzone di Francesco De Gregori, “La storia”. Quella che a un certo punto fa «e poi ti dicono tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera. Ma è solo modo un per convincerti a restare chiuso dentro casa quando viene la sera». Non è così, dice il giovane segretario, «e qui stiamo creando l’alternativa. Non siamo tutti uguali, noi vogliamo che la gente esca e si incontri. Questo è la nostra festa».

L’Unità 28.08.11

"La neo-Costituzione preventiva", di Stefano Rodotà

Immaginate una legge congegnata nel modo seguente: «Abbiamo una Costituzione. Ma vogliamo modificarla».
«E allora mettiamo da parte la Costituzione vigente e applichiamo subito una Costituzione ipotetica, incerta, giuridicamente inesistente, di cui si ignora se, come e quando verrà approvata».
Un colpo di sole, un effetto della calura agostana? No, questa linea compare nel decreto sull´emergenza economica fin dal suo primo articolo: «In anticipazione della riforma volta ad introdurre nella Costituzione la regola del pareggio di bilancio, si applicano le disposizioni di cui al presente titolo». E più avanti, in maniera ancor più sconcertante, si aggiunge: «In attesa della revisione dell´articolo 41 della Costituzione, Comuni, Province, Regioni e Stato, entro un anno adeguano i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l´iniziativa e l´attività economica privata sono libere ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge».
“In anticipazione”, “in attesa”?
Se si rispetta la più elementare grammatica costituzionale, queste sono espressioni insensate, e pericolose. Prima di un cambiamento legislativo, le norme esistenti debbono restare ferme, soprattutto quando si tratta di norme costituzionali – fondamenta del sistema giuridico. Ma quegli articoli del decreto provano il contrario, sono la testimonianza della scomparsa del senso stesso di che cosa sia una Costituzione, manifestano una voglia di liberarsi delle regole costituzionali ignorando la procedura per la loro revisione e imponendo addirittura una radicale e rapidissima (un anno!) riscrittura dell´intero ordine giuridico dell´economia.
La via della “decostituzionalizzazione”, già evidente nelle proposte di riforma della giustizia, si fa sempre più scivolosa, può portare ad un vero disordine giuridico. Considerate solo una ipotesi. L´annunciata riforma dell´articolo 41 non viene approvata in Parlamento o è bocciata dal voto dei cittadini, come accadde nel 2006 quando più di sedici milioni di italiani dissero di no alla riforma costituzionale del centrodestra.
A questo punto l´”attesa” sarebbe finita e, mancando il necessario appiglio costituzionale, verrebbe travolta l´intera nuova impalcatura giuridica approvata nel frattempo da Stato e sistema delle autonomie. E, al di là di questa ipotesi estrema, l´arbitrio del legislatore potrebbe già essere censurato dalla Corte costituzionale, alla quale è possibile che si rivolgano enti locali rispettosi della Costituzione vigente. Per evitare disastri del genere, un Parlamento serio dovrebbe cancellare quelle norme.
Il predicato rigore finanziario finisce così con l´essere accompagnato da un irresponsabile lassismo istituzionale, le cui tracce nel decreto sono molte, figlie di improvvisazione e incultura. L´improvvisazione è stata resa clamorosamente evidente dai litigi scoppiati nella maggioranza, e le ipotesi di modifica sono tante che ben possiamo dire che il decreto all´esame del Senato è stato svuotato di ogni senso politico e istituzionale, è ridotto a un canovaccio sul quale nelle prossime settimane si svolgeranno prove di forza tra gruppi in conflitto.
L´incultura traspare in molte norme e nella discussione che le accompagna, dove quasi non v´è traccia di capacità di analizzare i difficili problemi da affrontare. Nel momento stesso in cui i contenuti del decreto venivano annunciati, Tito Boeri, con l´abituale sua nettezza, metteva in evidenza come la riforma dell´articolo 41 fosse un diversivo, perché le difficoltà dell´economia non potevano in alcun modo essergli imputate; e come l´introduzione nella Costituzione della regola del pareggio di bilancio determinasse una rigidità rischiosa, ricordando gli effetti negativi che un vincolo del genere aveva appena prodotto negli Stati Uniti.
Molti hanno ripreso questi rilievi, ai quali tuttavia la discussione politica ha dedicato un´attenzione sommaria e disinformata, visto il modo in cui si è fatto riferimento agli articoli 41 e 81 della Costituzione. Posso sommessamente ricordare che alla genesi di questi due articoli ha dedicato studi penetranti uno studioso attento, Luigi Gianniti, e non sarebbe certo una perdita di tempo se qualche parlamentare desse loro un´occhiata?
Giuste e alte sono state le proteste contro l´iniquità del decreto, che diviene un moltiplicatore di quelle diseguaglianze che stanno distruggendo la coesione sociale, a parole tema di cui tutti si dicono preoccupati. Gli obblighi imposti dalla crisi finanziaria non sono colti come una opportunità per distribuire equamente il peso della manovra, per chiamare all´”adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (articolo 2 della Costituzione) i moltissimi che finora ad essi si sono sottratti. Leggendo il decreto, si coglie piuttosto la voglia di usare questa opportunità per una sorta di regolamento finale dei conti soprattutto con i sindacati, con l´odiata Cgil.
Alle letture consolatorie vorrei contrapporre l´impietosa analisi del nostro maggiore studioso di diritto del lavoro, Umberto Romagnoli, che ci ricorda che il lavoro non è una merce e la dignità del lavoratore non è negoziabile. E le infinite smagliature delle parti dedicate alle dismissioni di immobili, alla privatizzazione di servizi e beni pubblici? Si alimentano illusioni facendo balenare l´esistenza di un patrimonio immobiliare la cui vendita colmerebbe ogni voragine dei debiti pubblici. Ma quel patrimonio è al 70% nelle mani di enti locali e i veri esperti stimano che soltanto una quota oscillante tra il 5% e il 10% potrebbe essere proficuamente messa sul mercato. L´urgenza dovrebbe essere sfruttata per accelerare quel lavoro analitico sui beni pubblici invocato da vent´anni e per arrivare finalmente a una classificazione aderente alle loro funzioni (esistono già disegni di legge in materia), non per incentivare privatizzazioni scriteriate (non insegna nulla l´esperienza degli anni Novanta?), per fare cassa sacrificando beni e interessi collettivi.
Vi sono sicuramente beni che possono essere messi sul mercato, ma ancor più importante è stimolare le gestioni virtuose di quelli che possono garantire con continuità risorse al settore pubblico. Proprio in questi giorni si è messo in evidenza come vi siano frequenze digitali che possono assicurare un gettito di tre miliardi. E non dimentichiamo il colpo di mano, per fortuna sventato, con il quale si voleva fare un vero regalo ai gestori degli stabilimenti balneari, portando a 90 anni la durata delle loro concessioni. Traspare dal decreto un´altra voglia di rivincita, contro i 27 milioni di cittadini che, votando sì nei referendum sull´acqua come bene comune, hanno voluto dare una indicazione chiara per una gestione dei beni sottratta alle dissipazioni del pubblico e ai profitti dei privati. Sarebbe grave se il decreto servisse per archiviare uno dei pochi momenti in cui politica e cittadini si sono davvero riconciliati.

La Repubblica 28.08.11

"La vita come un colossal di Hollywood", di Lucia Annunziata

L’impressione è che siccome gli Americani devono essere primi in tutto, abbiano deciso di anticipare anche il calendario Maya, battendo di un anno la fine del mondo, altrimenti prevista dall’antico ciclo degli dei latinoamericani e dai moderni stregoni di Hollywood per il «2012» – titolo di un blockbuster cinematografico che già nel 2009, con prodezze computerizzate, dava conto della distruzione del pianeta.

La pellicola mostrava un devastante terremoto a Los Angeles, la cancellazione via mare di New York e l’esplosione della Casa Bianca, anticipatamente abitata rispetto alla data reale, da un Presidente nero. Difficile non fare riferimento al cinema, parlando della paura che attraversa la East Coast in queste ore. Arte quintessenzialmente americana, che tutto muove, tutto prepara, tutto commuove, tutto anticipa – e tutto rende finto. Ascoltando gli annunci e le conferenze stampa, le preparazioni e gli scenari, non si sa se correre a prendere un fucile (ci sarà un evento catastrofico dopo, o no? No, quello è un altro film, e riguarda un disastro nucleare) o mettere nel microonde i pop corn. Con questa tipica schizofrenia, fra realtà e fantasia, la stessa New York si è preparata infatti all’evento. Venerdì sera, ultima sera prima dell’evacuazione, la città era piena di chi si faceva un ultimo cinema, un’ultima birra e, viste le cancellazioni di chi lasciava la Grande Mela, trovava finalmente i biglietti per il musical «The Book of Mormon» che a Broadway è un enorme successo (e chissà? sarà perché ben due dei candidati alle prossime elezioni sono mormoni?). Il litorale è stato popolato da surfisti in cerca dell’onda da tempesta tropicale fino all’ultimo minuto, tanto che quel bullo del governatore del New Jersey, Chris Christie, nella sua conferenza stampa ha gridato ai suoi concittadini: «E’ inconcepibile questo atteggiamento! Alzate il c… e lasciate libera quella spiaggia!».

Difficile, in verità, mantenere un senso di realtà quando nulla avviene con banalità, e in Usa, si sa, ogni cosa prende dimensioni spropositate, inclusa la concatenazione degli eventi. Quante volte capita che un Paese sperimenti prima un terremoto, poi mentre ancora sta rimettendo in ordine il caos provocato dal terremoto nei trasporti e nei servizi, arrivi tra capo e collo un uragano tropicale per cui bisogna «evacuare» qualcosa come un milione di persone, e badare alle ricadute del maltempo su vari milioni di cittadini?

Lo scenario peggiore
Un infernale girone di sfortune, non c’è dubbio, coincidente quasi perfettamente con il decimo anniversario dell’attentato dell’11 settembre 2001, punteggiato da infernali dubbi sull’economia, collassi finanziari come quello del 2007, con la gente con scatoloni da evacuazione (causa licenziamento, in quel caso), e nuovi crolli di Borse, fino al grande timore del default dell’intero Stato americano. Nulla è mancato in queste ultime ore per definire il peggiore scenario: c’è stata persino l’evacuazione d’urgenza del Presidente, con tutti i rituali passaggi di corteo di limousine nere, elicotteri rombanti e corsa contro il tempo. Il Presidente – guarda la coincidenza – era in vacanza a Martha’s Vineyard, isola presa essa stessa di mira dal ciclone. Ma il senso di déjà-vu non deve farci sottovalutare la portata di quel che sta succedendo. C’è sempre molto di profondamente politico – nel senso di formazione del comportamento pubblico – in quel che succede negli Stati Uniti, e il caso dell’uragano Irene non fa differenza.

Il mito del Bene che vince il Male
Il fatto è che la Paura è un mito quintessenzialmente americano, funzione e propulsore di altri miti che costruiscono, con una serie di passaggi concatenati, la struttura stessa del discorso pubblico: la vittoria sulle forze del male, siano esse del regno politico, oppure naturali e, anche, soprannaturali. Il giovane Stato della prima rivoluzione della storia moderna nasce all’insegna della sua estrema fragilità. La sua affermazione avviene attraverso la dialettica continua fra una minaccia e il superamento di questa minaccia. Il pericolo sono gli indiani per i primi coloni, poi gli inglesi per i primi ambiziosi fondatori, poi ancora la natura per gli espansionisti della Grande Frontiera, e i nazisti e i comunisti per la Grande Potenza, e via via tutti i volti presi dall’impetuoso sviluppo di un Paese che ha guidato un secolo: le possibili deviazioni della scienza, la mancanza di scrupoli delle corporazioni, il risentimento degli esclusi, l’odio interrazziale, i complotti di potere. Hollywood, che di questa società costituisce l’Io letterario, non a caso si impossessa di queste paure, e narra la rigenerazione cui il loro superamento conduce. C’è molto di politico, dunque, in queste ore recenti di paura, nella enorme preparazione al disastro incombente di cui lo Stato si è fatto protagonista: in poche ore abbiamo visto un Presidente, Barack Obama, un sindaco, Michael Bloomberg, quattro Governatori di altrettanti Stati della Costa orientale, e un infinito numero di commissari cittadini (alla sicurezza, all’energia, all’assistenza eccetera) competere per ottenere spazio alle loro conferenze stampa in diretta televisiva. L’uragano Irene ha costituito l’occasione per l’apparato statale di mostrare la sua efficienza, i suoi muscoli, e per dimostrare ai cittadini la giustezza del voto che gli avevano offerto. Quel che è più rilevante (specialmente per un europeo) è che a questi annunci è seguita una massiccia mobilitazione di uomini e mezzi che nel giro di poche ore hanno aperto rifugi, messo in sicurezza le fogne, l’energia, e tolto il pedaggio (cosa non da poco) a tutti i trasporti pubblici per non far pagare l’evacuazione alla popolazione.

L’incubo di Katrina
Preparativi che si riveleranno quasi di sicuro eccessivi. Ma in qualche modo anche questo eccesso ha una natura politica. Nella memoria della classe dirigente americana è infatti rimasto scolpito un nome: uragano Katrina. In quel caso, nel 2005, si fece poco o nulla, e quel poco, anche dopo che i venti e le acque avevano spazzato via mezza New Orleans, venne fatto in ritardo. Il Presidente George W. Bush pagò quella sottovalutazione più della guerra in Iraq. Una lezione che nessun politico, a partire dal Presidente, ha dimenticato. Anche perché combattere un uragano è infinitamente più semplice che invertire il corso di una grave crisi economica.

La Stampa 28.08.11