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"La missione impossibile di costruire l'Europa", di Eugenio Scalfari

Potrà salvarsi l´Europa? Potrà trovare una sua vocazione, una sua missione da compiere e avere la forza per realizzarla? Molte voci si sono cimentate nei giorni scorsi con questo problema che è capitale per tanti aspetti politici, economici e soprattutto esistenziali. Alcune di quelle voci credono che questa “mission impossible” sia possibile, altre temono di no, temono d´una partita persa in partenza e che l´Europa sia ormai un corpo inerte, ripiegato sui suoi egoismi, sulle sue piccole patrie che la condannano all´irrilevanza.
Viene in mente quello che fu il destino delle città greche ai tempi di Alessandro il Grande. Atene, Sparta, Tebe, Corinto erano state grandi, avevano costellato di colonie le coste del Mediterraneo, avevano sconfitto i persiani di Ciro e di Serse ma poi si erano dilaniate in feroci guerre tra loro. Quando Alessandro concepì il suo sogno d´un impero che arrivasse fino al Caspio e all´Indo, cercò di riportare la Grecia all´antico splendore guidandola e associandola alla sua visione, ma non riuscì, le città greche rifiutarono la sua proposta e non riuscirono a scuotersi dalla loro irrilevanza politica. Alessandro partì senza di loro alla conquista delle “terre di mezzo”.
Dalla sua impresa nacque l´ellenismo che fu il tramite prezioso tra la cultura greca e quella romana. L´ellenismo contribuì fortemente alla nascita della civiltà europea, ma la Grecia non è più uscita dalla sua irrilevanza. Sarà questo il destino dell´Europa di oggi?
Il nostro continente è ancora molto ricco e popolato, possiede una cultura affinata durante i secoli, ha elaborato valori di tolleranza, di libertà, di eguaglianza e non ha smarrito il gusto dell´innovazione. Sembra però avere smarrito il desiderio e senza il desiderio le missioni impossibili restano tali.

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Tra le voci autorevoli che si sono poste in questi giorni il tema dell´Europa, ce ne sono state due di particolare rilievo: quella di Giorgio Napolitano nel suo recente discorso al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione e quella di Romano Prodi in alcuni articoli e proposte sull´assetto delle istituzioni dell´Unione.
Napolitano ha battuto molto sul tasto del desiderio. Ne cito qui il passaggio più rilevante: «È certamente vero che nel determinare il benessere delle persone gli aspetti quantitativi (a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita) contano, ma insieme ad essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana. È a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni potranno, in Italia e in Europa, progredire rispetto alla generazione dei padri. La risposta è che esse debbono progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il “motore del desiderio”».
Nella sua conclusione Napolitano ha esortato i giovani ai quali si rivolgeva: «Non fatevi condizionare da quel che si è sedimentato in meno di due decenni: chiusure, arroccamenti, faziosità, obiettivi di potere, personalismi dilaganti. Apritevi all´incontro con interlocutori rappresentativi di altre e diverse radici culturali. Portate, nel tempo dell´incertezza, il vostro anelito di certezza».
La platea lo ha lungamente applaudito, ma mi domando se quei giovani avessero ben compreso il senso delle sue parole. La loro certezza è il dato che più caratterizza Comunione e Liberazione ma è uno stato d´animo identitario, deriva dallo “stare insieme”. Stare insieme in una comunità che non sembra disposta ad aprirsi all´incontro con “portatori di altre e diverse radici culturali” né ad opporsi a “chiusure, obiettivi di potere, personalismi dilaganti”.
Sarebbe importante che le esortazioni di Napolitano fossero realmente condivise e il “motore del desiderio” si riaccendesse, in Italia e in Europa. Ma che cos´è esattamente il “motore del desiderio”? Ecco un punto che merita attenzione e approfondimento.
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La nostra – scrisse Hegel nella sua “Fenomenologia dello spirito” – è una specie desiderante. Desidera di desiderare cioè desidera di trascendersi, di superarsi. Non di superare gli altri, ma di superare se stessi. Questo è il lascito che ci ha consegnato la modernità: superare noi stessi, non aggrapparsi alla sicurezza identitaria.
Purtroppo in Italia e in Europa lo spirito oggi prevalente è invece quello di aggrapparsi alle proprie identità. La Germania ne è l´espressione più evidente ma non la sola. Le istituzioni europee non riescono a compiere quel superamento di se stesse indispensabile per la nascita d´una grande potenza che sia in grado di coniugare un vero governo dell´Unione con un Parlamento democratico eletto direttamente dai popoli europei.
Romano Prodi ha proposto una soluzione apparentemente tecnica, ma piena di contenuti politici: l´emissione di eurobond garantiti dalle riserve auree degli Stati membri e dalle loro partecipazioni azionarie, per raccogliere fino a 3.000 milioni di euro sui mercati internazionali assorbendo una parte dei debiti sovrani e finanziando investimenti di dimensioni europee. Al di là delle tecniche finanziarie l´obiettivo è dare consistenza economica ai poteri del Parlamento e di un governo democratico dell´Unione.
Ricordate come nacque la “governance” degli Stati Uniti? All´inizio era una confederazione di Stati sovrani, con poteri federali molto ristretti. Ma quello fu un seme che fruttificò. Era nato da una guerra di indipendenza. Poi fu necessaria una guerra di secessione. E poi ebbe inizio una lunga lotta per l´affermazione dei diritti eguali per tutti. Così, passo dopo passo, il governo federale acquistò poteri sempre più estesi e rese possibile l´assorbimento dell´immigrazione. La prima potenza democratica del mondo è nata infatti dal “melting” d´una quantità di minoranze anglosassoni, irlandesi, italiane, africane, messicane, portoricane, ebree, russe, cinesi.
Così è nata la nazione americana e questa è l´America, vitale perché sempre in cerca d´una nuova frontiera, d´un sogno da realizzare, d´una missione da adempiere.
L´Europa ha svolto ben prima dell´America analoghe missioni, ma non come potenza continentale. Furono le singole nazioni a creare i loro imperi, ma in perenne guerra tra loro: Spagna, Francia, Portogallo, Olanda, Inghilterra, Austria, Germania. Imperi, guerre, interessi e anche valori.
Tornano in mente ancora una volta le città greche, il loro grande destino e poi la loro finale irrilevanza. Avevano almeno una lingua comune. Noi non abbiamo neppure quella e non è certo una piccola differenza.
E tuttavia il salto in avanti è possibile. Paradossalmente la crisi economica attuale può esserne l´occasione. La guerra e la pace in Libia può esserne l´occasione. Le rivoluzioni giovanili nella fascia mediterranea possono esserne l´occasione.
Dobbiamo abbattere il muro che ancora esiste tra il Nord e il Sud del continente dopo il crollo di quello tra l´Est e l´Ovest. Dobbiamo fare dell´euro una grande moneta mondiale, sorretta da interessi ma anche dai valori di libertà, eguaglianza, democrazia. Dobbiamo insomma riaccendere il “motore del desiderio”.

Post scriptum. Nel Partito democratico alcuni dirigenti (ma non il segretario Bersani) vedono con sfavore lo sciopero generale proclamato dalla Cgil contro il decreto-manovra in discussione in Parlamento. Non è il momento, dicono, esortando la Cgil a ripensarci. È incomprensibile la ragione di tali critiche. La Cgil è un sindacato. Come tale non gli spetta, né ha l´intenzione, di proporre una contro-manovra. Nel decreto sono tuttavia presenti alcuni articoli, proposti dal ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che mettono in discussione diritti dei lavoratori considerati irrinunciabili dalla Cgil. Lo sciopero è il solo strumento del quale un sindacato dispone e legittimamente ha deciso di usarlo. Proporre una contro-manovra è compito dei partiti d´opposizione, scioperare in difesa di diritti lesi è compito del sindacato e delle sue autonome deliberazioni. E questo è tutto.

La Repubblica 28.08.11

Bauman "Se non ti vendi la tua vita è miserabile", intervista a Zygmunt Bauman di Andrea Malaguti

Zygmunt Bauman, nato a Poznan nel 1925, vive in Inghilterra dal 1971, dopo aver lasciato la Polonia comunista in seguito alle epurazioni antisemite. Studioso della civiltà postmoderna, ha insegnato sociologia all’università di Leeds fino al 1990 Il padre della società liquida analizza i rapporti tra Web e Comunità, dalla primavera araba al mito della celebrità su Facebook. Venerdì prossimo sarà a Sarzana per il Festival della mente che prevede 80 eventi, tra lezioni pubbliche, laboratori, spettacoli
Nel piccolo giardino della sua casa di Leeds, una villetta a tre piani dipinta di bianco non troppo lontana dall’Università, il professor Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo della società liquida, cammina fumando la pipa in mezzo alle piante che crescono selvaggiamente. «Solo questa quercia è arrivata prima di me. Ha 200 anni. Il resto l’abbiamo piantato io e mia moglie. Mi manca molto Janina, 63 anni di vita comune hanno dato senso a quello che sono». Un vestito scuro, il girocollo grigio, il viso scavato incorniciato dai capelli bianchi, gli occhi inquieti che la luce faticosa di questa mattina di agosto inglese rende ancora più profondi e mobili. E’ un uomo lungo, con mani sottili e pensieri rapidi. E’ invecchiato dolcemente, gestendo i suoi dolori. «Lascio che le piante si muovano come credono. Il mio giardiniere è Darwin. L’evoluzione è inarrestabile». Lui si occupa dell’evoluzione dell’uomo. Di come si organizza. Dalle rivoluzioni con la lancia a quelle con il computer. E’ stato un lungo viaggio.

Professore, ci sarebbe stata la primavera araba senza facebook?
«No, ma mi pare che questa domanda ne pretenda un’altra».

Quale?
«Che ne è dell’estate araba? Qualcuno ne sa qualcosa?».

No, ma che cosa significa?
«Significa che ciò che si può fare attraverso i social network è spettacolare, impressionante, ma “so what?” Che cosa succede poi? Egiziani e tunisini hanno forse idea del loro futuro?».

Internet innesca meccanismi fuori controllo?
«Internet innesca meccanismi. Ma qual è la connessione tra quello che è successo e la forma che avranno i regimi di questi Paesi? Sospetto che sia parecchio debole. La rete lavora molto sugli effetti in termini brevi, ma in nessun modo sulla possibilità di costruire una nuova società in termini reali».

Ormai ci sono due mondi, uno «on line» e uno «off line».
«Esatto. Ma qualunque cosa tu faccia off line ha delle conseguenze, mentre le rivoluzioni via internet hanno un inizio rapido e una fine altrettanto rapida».

Perché in Siria non ha funzionato?
«Perché la vita vera si muove in modo diverso. E per arrivare da qualche parte ha bisogno della politica. Ha bisogno di un progetto. La politica è decisiva. Ma la globalizzazione l’ha tagliata fuori. E’ urgente riconsegnarle un ruolo centrale».

Anders Breivik, il macellaio di Oslo e Utoya aveva anticipato il suo piano delirante su internet. Perché nessuno l’ha fermato?
«Perché nessuno si è accorto di lui. Internet è solo uno strumento, non è né buono né cattivo. Come un rasoio. Lo puoi usare per tagliarti la barba, ma anche per tagliare le gole. Come ha osservato Josh Rose, dell’agenzia pubblicitaria Deutsche LA, internet non sottrae la nostra umanità, la rispecchia».

Come ci cambia la rete?
«Ci mette in contatto più velocemente, ma ci rende più deboli. C’è un’espressione inglese che trovo molto efficace: nessun pranzo è gratis. Guadagni qualcosa, perdi qualcosa».

Che differenza c’è tra rete e comunità reale?
«La prima è il luogo della libertà. La seconda della sicurezza. Sulla comunità si può contare come su un vero amico. E’ più affidabile. Ma anche più vincolante. Ti controlla. La rete è libera, ma serve soprattutto per i momenti di svago. E per uscire dalle relazioni in fondo basta spingere il tasto delete. Però mi pare che siamo tutti d’accordo sul fatto che tra abbracciare qualcuno e “pokarlo” ci sia differenza».

In rete però si possono trovare anche 300 amici al giorno.
«Decisamente molti di più di quelli che io ho avuto nei miei 86 anni di vita. Robin Dunbar, che insegna antropologia evoluzionistica a Oxford, dice che la nostra mente non è predisposta per avere più di 150 rapporti significativi».

Come è cambiata la definizione di rapporto «significativo»?
«Secondo lo psichiatra e psicanalista Serge Tisseron i rapporti significativi sono passati dall’”intimità” a quella che lui chiama “estimità”. Volendo fissare un punto si può pensare a metà degli Anni Ottanta, quando a un talk show francese tale Vivianne dichiarò di non avere mai avuto un orgasmo perché suo marito era affetto da eiaculazione precoce. Non si trattava solo di rendere pubblici atti privati. Ma anche di farlo in un’arena aperta».

Su internet puoi dire le stesse cose celando la tua identità.
«E’ vero. C’è una grande sensazione di impunità. Sono sicuro che ci sono migliaia di messaggi crudeli come quelli di Breivik in rete. Intervenire è impossibile, non possiamo leggere tutto. Ma se sei timido e cerchi una ragazza la rete è un dono di Dio».

Qual è il segreto di Zuckerberg?
«Immagino che molti dei suoi utenti non riuscissero a sfuggire alla propria solitudine. In più dovevano sentirsi penosamente trascurati. Zuckerberg li ha liberati».

Perché abbiamo bisogno di un confessionale virtuale?
«Siamo fatti così, ci serve la società per essere felici. Vogliamo essere individui speciali, diversi, con sogni unici. Ma quando abbiamo lavorato così duramente per creare la nostra identità dobbiamo andare in piazza e vederla confermata».

Mancanza di autostima?
«Natura. L’identità è un segreto e una contraddizione in termini. L’arena pubblica è l’equivalente dell’Agorà. Solo che adesso è popolata dal racconto di problemi privati. Il talk show è la piazza. E il nostro modello non sono i politici, ma le celebrità. E chi sono le celebrità? Persone conosciute per essere molto conosciute. Su Facebook c’è una rubrica specifica. Si chiama: “I like it”. Sono gli altri che esprimono il loro apprezzamento per quello che facciamo. E il numero delle persone che ci visitano definiscono il nostro successo. E’ la società dei consumi. Se non ti vendi sei destinato a una vita miserabile».

La Stampa 27.08.11

Manovra, il PD a fianco degli amministratori

Il PD dell’Emilia-Romagna sostiene la manifestazione di protesta contro i tagli della manovra del governo indetta dall’ANCI per lunedì 29 agosto a Milano Il PD dell’Emilia-Romagna ritiene giusta la mobilitazione degli amministratori dei Comuni italiani che si riuniranno lunedì 29 agosto a Milano, per contestare i tagli presenti nella manovra e avanzare richieste e proposte alternative.
Il Partito Democratico è al fianco di sindaci, amministratori e cittadini nel denunciare i tagli di una manovra iniqua e depressiva, che non propone nessuna misura per uscire dalla crisi e rilanciare l’economia del nostro Paese, mentre impone ennesimi sacrifici a chi ha sempre pagato, scaricandone il costo su ceti medi e popolari, cosi come sugli enti locali, già penalizzati dai tagli indiscriminati ricevuti in questi anni, senza ricevere in cambio alcunché, tantomeno l’autonomia impositiva. Oppure l’allentamento del patto di stabilità, come richiesto con forza dal PD e da tanti sindaci, per gli enti locali virtuosi, affinché si possa far ripartire l’economia e ridare un po’ di ossigeno a imprese e lavoratori.

“Il PD ha presentato una manovra alternativa a quella del Governo di Pdl e Lega Nord – ha commentato il segretario dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini – elencando in dieci punti le misure necessarie per uno sviluppo sostenibile ed equo, a partire dalla necessità di colpire duramente l’evasione fiscale, spostare le tasse da lavoro e impresa alle rendite, chiedere di più a chi ha di più; immettere misure per far ripartire l’economia (nuove politiche industriali, liberalizzazioni) e contrastare la precarietà; ridurre i costi della politica, partendo dal dimezzamento del numero dei parlamentari. Tra le misure che riteniamo utili per far ripartire l’economia abbiamo anche indicato l’allentamento del patto di stabilità per gli enti locali virtuosi“.

Blitz di Bersani aTremonti: «Via dalla manovra art. 8», da unita.it

«A Tremonti voglio dire una cosa: oltre ai 10 punti ecco l’undicesimo. Ma vi rendete conto del disastro che state provocando con l’articolo 8 della manovra?». Così il leader del Pd Bersani ha detto dopo il faccia a faccia a sorpresa con Tremonti avvenuto stamattina al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini. Un colloquio di dieci minuti in cui il segretario del Pd ha ribadito: «Quella norma devono toglierla o cambiarla, perchè stanno distruggendo l’unica cosa positiva fatta negli ultimi sei mesi, frutto di un’intesa tra le parti sociali. Devono assolutamente cambiare o togliere l’articolo 8».

Per quanto riguarda poi il governo, Bersani non ha dubbi: «La barca è senza timone e non c’è neanche il timoniere. Siamo in una situazione molto seria, la manovra non è più di nessuno». E ha aggiunto: «Io ultimamente ci capisco poco di quello che sta succedendo nel centrodestra e credo che ci capiscano poco anche loro», rincara la dose il numero uno democratico. Comunque Bersani torna ad invitare l’esecutivo a mettersi da parte: «Devono ritrovare la capacità di svolgere il loro ruolo e poi andarsene a casa perché non è possibile certamente immaginare di andare avanti un anno e mezzo così».

Sullo sciopero generale indetto dalla Cgil il 6 settembre dice: «Ognuno è libero di scegliere come protestare e il Partito Democratico sarà presente in tutti i luoghi e in tutte le forme di protesta: sciopero, assemblee, raccolta di firme e quant’altro organizzato da chi vuol chiedere più equità e crescita nella manovra». E prosegue: «Leggo anche in casa mia di una discussione che non capisco. Tutti protestano per questa manovra, non ho sentito nessuno che sia d’accordo. Poi – ha proseguito Bersani – c’è chi sceglie lo sciopero, chi le assemblee, chi le raccolte di firme e io dico che ognuno può scegliere in autonomia le forme che vuole. Il Pd sarà presente in tutti i luoghi: scioperi, assemblee e quant’altro, organizzati da chi vuole chiedere più equità e crescita nella manovra correggendola».

www.unita.it

La carica dei 100. Manovra, i sindaci lunedì in piazza: «Cambiamola», di Claudia Visani

Oltre cento sindaci dell’Emilia-Romagna saranno lunedì a Milano alla prima manifestazione del Nord contro la manovra. Prime aperture da Roma sui piccoli Comuni e sul Patto di stabilità. Delrio: «Possiamo farcela».
Errani, Merola e i sindaci di Modena e Reggio guideranno la protesta. Il 31 assemblea di tutti gli amministratori a Bologna. Il vice presidente Anci: «Momento delicato, ma questa manovra iniqua e recessiva si può cambiare». È un momento decisivo. Se oggi non si vince questa battaglia, domani saremo tutti più poveri a cominciare dai cittadini. Ma cambiare questa manovra iniqua e recessiva è possibile. E la manifestazione di lunedì a Milano sarà una tappa importante per raggiungere l’obiettivo». Il sindaco di Reggio Emilia e vice presidente nazionale dell’Anci con delega alla finanza locale, Graziano Delrio, è fiducioso: «Se riusciamo a farci finalmente ascoltare, non potranno che darci ragione, e allentare tagli e vincoli», dice.
Con lui i primi cittadini di Bologna, Virginio Merola, di Modena, Giorgio Pighi e gli oltre 100 che dall’Emilia-Romagna lunedì andranno a manifestare nel capoluogo lombardo. «Sarà una grande manifestazione che vedrà uniti come non mai le amministrazioni del Nord di tutte le parti politiche: sinistra, destra, centro, Lega», dice Delrio. «Abbiamo già superato le 500 adesioni», annuncia il sindaco leghista di Varese e presidente di Anci Lombardia, Attilio Fontana. Dalla Provincia di Bologna lunedì si muoveranno una trentina di sindaci, venti ciascuno da Modena e Reggio. Ci sarà perfino Parma, che con Pietro Vignali sindaco è stata più berlusconiana di Berlusconi. Da Piacenza invece, dove secondo la manovra dovrebbero scomparire la Provincia e un discreto numero di Comuni, faranno un pullman. A Milano ci saranno anche i governatori Vasco Errani e Roberto Formigoni, i sindaci di Roma e Verona, Gianni Alemanno e Flavio
Tosi. E mercoledì 31, bis a Bologna con l’assemblea di tutti gli amministratori locali convocata da Errani. Intanto ieri a Roma un primo risultato è stato raggiunto: il sottosegretario Gianni Letta, ha garantito ai sindaci dei Comuni sotto i mille abitanti che non saranno soppressi. Poco prima, la commissione bicamerale per le questioni regionali aveva espresso parere favorevole – anche se non è vincolante – allo stralcio degli articoli che prevedono la soppressione dei piccoli Municipi e anchedelle Province sotto i 300mila abitanti,
demandando a un futuro disegno di legge costituzionale. Parallelamente, nell’incontro con l’Anci il segretario del Pdl, Angelino Alfano, si è impegnato a modificare il Patto di stabilità per i Comuni “virtuosi”.
Le ipotesi che circolano parlano di minori tagli ai trasferimenti e di un premio per i Municipi che hanno i conti in ordine che potrebbe portare a sbloccare, ha detto il ministro Calderoli, «almeno 2-2,5 miliardi di residui
passivi per gli investimenti». «A parole gli impegni ci sono, ma noi aspettiamo i fatti. E questa manovra è da riscrivere completamente», commenta Delrio, reduce dalla giornata romana Anci che ha portato, tra l’altro, all’approvazione unitaria di un durissimo documento di critica alla manovra, con 15 proposte alternative.
«Per quanto riguarda gli investimenti – aggiunge – abbiamo proposto di sbloccare almeno il10% dei residui passivi, cioè dei soldi che i Comuni hanno nelle loro disponibilità ma non possono spendere per i vincoli del Patto, e di reperire altre risorse per destinare alla crescita almeno 5 miliardi».
Per quanto riguarda i tagli alla spesa pubblica, il punto su cui le Autonomie locali insistono è il riparto dei sacrifici, l’equità. Il 93% del debito ha origine dallo Stato centrale, ma le ultime manovre pesano per il 50% sugli Enti locali. Alle Regioni negli ultimi 4 anni sono stati tolti 60 miliardi. E ai Comuni, quindi ai servizi per i cittadini, la manovra vorrebbe destinare la bellezza di 9,2 miliardi in meno solo nel biennio 2012-2013.
«Ma i Comuni non producono più debito pubblico – dice il presidente dell’Anci Emilia-Romagna e sindaco
di Imola, Daniele Manca – tanto che negli ultimi tre anni hanno dato allo Stato 3 miliardi in più di quelli richiesti. Qui non c’è più niente da tagliare. Bisogna invece riformare per davvero lo Stato. Ma per farlo ci vuole un’idea di Paese che questo Governo non ha».
Anche il federalismo leghista si è rilevato una chimera. I Comuni si trovano oggi con meno autonomia e meno soldi di ieri. L’anticipo al 2012 dellanuova Imposta municipale unificata (Imu) e della possibilità di aumentare
l’addizionale Irpef, potrebbero essere le ancore di salvezza per le finanze locali. Ma in questo caso anche iComuni dovrebbero rimettere le mani in tasca ai cittadini. E i sindaci non lo vogliono fare.

L’Unità/Emilia-Romagna 27.08.11

"La fabbrica di 800 operai che evade tutte le tasse", di Roberto Mania

La Guardia di Finanza ha scoperto 800 dipendenti irregolari e 1,3 miliardi occultati al fisco. Sotto accusa una big del settore conciario. Tutto parte da due tangenti per evitare gli accertamenti. Arzignano, valle del Chiampo, distretto della concia, profondo nord-est, più o meno 25 mila anime, provincia di Vicenza, Italia. L’Italia laboriosa sì, ma che evade, che non vuole pagare le tasse e che fugge. L’Italia delle società fantasma, delle scatole cinesi, dei capitali all’estero. Del lavoro nero. La storia della Mastrotto scoperchiata da un’indagine della Guardia di Finanza è una storia tutta italiana. Del paese dall’evasione monstre da oltre 250 miliardi l’anno, dove chi evade è un furbo e non un mascalzone. E allora niente scontrini, niente fatture, niente dichiarazioni Iva. Niente tasse. Perché a questa Italia lo Stato non piace. Tanto ci sono gli altri che pagano. I fessi.

Ma la Mastrotto Group non è un’azienda qualunque. L’un per cento della produzione mondiale di pelle esce dagli stabilimenti vicentini, dove le Fiamme Gialle hanno scoperto 800 (dicasi 800) dipendenti irregolari. La Mastrotto, giro d’affari intorno al mezzo miliardo, fornisce Tod’s e Ikea. La Mastrotto è globale perché sta anche in Brasile e Indonesia. Già, ma soprattutto nel Granducato del Lussemburgo e nell’isola di Man. Paradisi fiscali, si sa. Il sistema era di quelli sperimentati, oliato per anni, apparentemente perfetto: un reticolo di società europee, per sfuggire ai controlli del fisco italiano. Una società “madre” italiana che si appoggiava su due trust costituiti nell’isola irlandese che a loro volta transitavano attraverso quattro società in Lussemburgo. Due tangenti, però, hanno bloccato gli ingranaggi. Tangenti (da 300 mila e 60 mila euro) a funzionari dell’Agenzia delle entrate per tentare di impedire gli accertamenti. Che hanno portato al “bottino”: 106 milioni di euro evasi, 1,3 miliardi di redditi occultati, un milione e mezzo di versamenti Irpef di contributi Inps non pagati per gli 800 dipendenti irregolari, tonnellate di pellame vendute in nero, per un valore intorno ai 10 milioni, Iva evasa per due milioni. I fratelli Bruno e Santo Mastrotto, che mezzo secolo fa hanno lasciato i campi e fondato il gruppo partendo da un capannone, dovranno rispondere di corruzione, evasione fiscale totale e lavoro nero. L’azienda ha parlato di cifre “sproporzionate”, di non aver evaso, e di aver pagato in nero solo gli straordinari (“prassi diffusa nel territorio”).

Storia italiana, dunque. Ma tace il presidente della Confindustria di Vicenza, Roberto Zuccato. La Mastrotto è una sua associata. Parla, invece, Massimo Calearo, vicentino, predecessore di Zuccato alla guida degli industriali locali, ora parlamentare “responsabile” dopo essere stato eletto nelle liste del Pd. Calearo conosce la famiglia Mastrotto. “Sono rimasto stupefatto”, dice. Poi spiega che è in atto un passaggio generazionale. Che Chiara (figlia di Bruno) sta prendendo in mano le redini dell’azienda e che sia stata proprio lei a riconoscere “che non si poteva più andare avanti in quel modo”. Sostiene Calearo: “Ha rotto un tabù”. Che poi vuol dire accettare di pagare le tasse. “Sì – aggiunge -, ma quello della concia è un sistema che gira in quel modo”. Non è il nord-est, insomma. Lo dice anche Daniele Marini, direttore della Fondazione Nord-Est: “Direi che non è proprio la norma. Anzi. Poi se vogliamo individuare delle spiegazioni, ma non delle giustificazioni, possiamo cercarle nella difficile competizione mondiale, negli alti livelli di tassazione e nella cultura delle piccole imprese a non aprirsi all’esterno”.

Solo un paio d’anni fa, sempre ad Arzignano, c’era già stato il caso del super-evasore Andrea Ghiotto, considerato il re della frode fiscale nella “concia-connection”. Ma Ghiotto andava in giro con belle donne, macchine di lusso. Insomma si faceva notare. I Mastrotto no. Vita discreta, villetta in collina. Nessuna ostentazione. Con la moglie di Bruno Mastrotto impegnata nel volontariato per aiutare l’integrazione dei bambini extracomunitari. “Danno milioni all’Africa!”, dice Calearo. Potremmo dire che è proprio l’Italia dell’evasione. Come sosteneva ieri un lettore (“Coramedentro”) sul sito del Giornale di Vicenza: “Basta girare per i bar di Arzignano in borghese per sapere quello che da noi tutti sanno ovvero che i grandi maestri dell’evasione sono loro assieme ai noti commercialisti del paese. Ovvero i più grandi gruppi conciari della valle e anche d’Italia. I piccoli si sono adeguati per restare sul mercato. Speriamo che le Fiamme gialle comincino a domandare anche alle aziende di prodotti chimici e ai tanti mediatori di pelli grezze e non, che da anni fanno tanto nero quanto i loro clienti. Torneremo alle filande! E smettetela, cari concittadini, di prendervela con il Ghiotto e continuare e salutare e riverire migliaia di disonesti che conosciamo tutti. Suvvia…”. Suvvia.

La Repubblica 27.08.11

Una Festa per mostrare che il Pd è «utilizzabile», di Rudy Francesco Calvo

Pier Luigi Bersani farà oggi una prima capatina alla Festa democratica che si apre a Pesaro, giusto per tagliare il nastro e Per una buona ragione, cioè per presentare il suo libro. L’appuntamento più importante, ovviamente, è previsto in chiusura, con il suo comizio programmato per sabato 10 settembre. In mezzo, oltre settecento iniziative tra dibattiti, interviste, concerti (stasera apre Francesco De Gregori), incontri con autori e personaggi del mondo della cultura, dello sport e dello spettacolo.
Grande spazio, ovviamente, soprattutto alla politica: arriveranno in piazza del Popolo, nella sala principale della Festa, i principali leader sindacali e degli altri partiti di opposizione. Per la maggioranza, com’è noto, interverrà invece il solo ministro leghista Roberto Maroni.
Se lo scorso anno la Festa di Torino arrivava subito dopo la clamorosa rottura tra Berlusconi e Fini, che sembrava poter segnare la fine della legislatura (o quanto meno del governo), la vigilia di Pesaro appare più complicata per il Pd. La situazione politica sembra essersi impantanata, con il governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti da una parte e un’alternativa che stenta a mostrare i suoi tratti dall’altra.
Proprio da Torino Bersani lanciò il progetto di un Nuovo Ulivo, partendo dal quale proporre «un patto di governo con le altre forze dell’opposizione parlamentare ». Oggi di Nuovo Ulivo non si parla più, almeno in questi termini, e con il Terzo polo la distanza sembra essere cresciuta, soprattutto nelle ultime settimane.
Il segretario dem ha sempre avvisato tutti sul fatto che la coda del berlusconismo sarebbe stata lunga e complicata. E per una forza di opposizione non farsi fiaccare dalla resistenza della maggioranza non è facile. A Pesaro, però, Bersani è chiamato inevitabilmente a dare una nuova prospettiva ai militanti del Pd e agli italiani stanchi di Berlusconi. Il rischio, altrimenti, è che decidano di rivolgere altrove la loro attenzione. Una possibilità che viene avvertita al Nazareno, come dimostrano le dure reazioni alle dichiarazioni di Montezemolo dei giorni scorsi.
Bersani vuole ovviamente impedire che il proprio partito sia considerato «inutilizzabile » (è un termine che ha usato lui stesso) per l’alternativa. Ma per fare questo, è costretto ad affrontare di petto una serie di problemi.
Di questione morale, a partire dal caso Penati, e del complicato rapporto con il sindacato, Europa scrive in questa pagina.
Da focalizzare, però, c’è anche altro.
Il rapporto con il Quirinale, ad esempio, non è dei più brillanti. Napolitano non manca spesso di sottolineare l’esigenza da lui avvertita di un’opposizione che sappia assumersi maggiori responsabilità in questa fase complicata per il paese. I dem, d’altra parte, non vogliono pagare lo scotto sul piano dell’immagine di una manovra di cui non condividono quasi niente di quel poco che si sa.
D’altra parte, la contromanovra presentata pochi giorni fa dai Democratici non ha trovato l’eco che si desiderava.
Il contributo di solidarietà sui capitali scudati si è scontrato ben presto contro le difficoltà legate alla sua praticabilità e ai sospetti di incostituzionalità, smentiti seccamente da Bersani. In più, il vincolo che giunge dall’Europa (a partire dalla lettera della Bce) limiterebbe i margini di manovra di qualsiasi esecutivo, rendendo praticamente inevitabili misure inizialmente osteggiate dai dem (o almeno dalla maggioranza interna), come la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio o una incisiva riforma del mercato del lavoro, con maggiore flessibilità anche in uscita. Contro l’assenza di un chiaro segno riformista nelle posizioni del partito, inoltre, è tornato a farsi sentire ieri Walter Veltroni dalle colonne di Repubblica (altra novità: a Torino MoDem non esisteva ancora), per rilanciare le proposte del Lingotto, comprese le tanto discusse patrimoniale e proposta Ichino sull’occupazione.

da Europa Quotidiano 27.08.11