Latest Posts

"Nomine, ricorsi e graduatorie, la scuola ricomincia nel caos", di Luciana Cimino

Si parte il 1 settembre ma mancano ancora quasi 70mila immissioni in ruolo in tutta Italia. Il terzo anno scolastico dell’era Gelmini inizia nel caos. Il primo settembre comincia ufficialmente l’anno scolastico 2011/2012. Tutti pronti? Neanche per idea. I presidi non sanno come e quando convocare i supplenti, aspettano indicazioni dagli Ambiti territoriali provinciali (gli ex provveditorati) che a loro volta le attendono dal Ministero. Ma viale Trastevere è latitante. Nessuna circolare per spiegare come procedere nelle assunzioni in ruolo che devono essere necessariamente fatte entro il 31agosto, nessun chiarimento. Ogni provincia fa da sé, il risultato è «un pastrocchio, la situazione nel Paese è complicata, in alcune regioni è drammatica»,denuncia la Flc-Cgil. In poco più di due giorni occorre nominare 30 mila nuovi insegnanti a tempo indeterminato e 36 mila Ata (cioè amministrativi, ausiliari, tecnici).Non solo: bisogna anche effettuare i trasferimenti dei dirigenti scolastici e nominare migliaia di supplenti. Impossibile che tutto ciò avvenga prima dell’inizio delle lezioni, tenuto conto che in 13 regioni e nelle province autonome la campanella suonerà il 13 settembre. Altrimenti detto: in molte scuole l’anno comincerà con cattedre scoperte e/o senza preside. Bene che vada gli studenti avranno un “balletto” di professori a inizio anno. Inoltre le tabelle del personale Ata inviate da Viale Trastevere ai territori si sono rivelate sbagliate per ben tre volte, il che ha aggiunto altro caos al lavoro degli uffici provinciali. La grande immissione in ruolo dei precari, tanto sponsorizzata dal ministro Gelmini, si è rivelata in realtà una burla per i lavoratori irregolari. E all’origine c’è sempre la questione delle doppie graduatorie. Per la prima volta nel nostro Paese, infatti, le nomine vengono effettuate sia dalla graduatoria di quest’anno che da quella del 2010. Lista, quest’ultima, che già la Corte Costituzionale aveva dichiarato illeggittima perché prevedeva l’immissione “in coda” e non “a pettine”. Penalizzava quindi gli insegnanti del sud. A tirare il ministro per la giacchetta era stata la Lega che aveva fatto del grido «fuori gli insegnanti del Meridione» una questione politica. Arrivate le sentenze sia del Tar che del Consiglio di Stato che smontano la politica della Gelmini, il ministero autorizza «il pastrocchio» della doppia graduatoria per non scontentare nessuno. Al caos delle nomine si aggiunge quindi quello dell’eventuale ricorso di tanti docenti che si vedrebbero per questo esclusi dalle liste. «Ci rimettono come al solito i precari – spiega Gigi Rossi della Flc-Cgil – anche perché la decisione unilaterale di non permettere quest’anno la surroga di eventuali assunzioni di personale già di ruolo rischia di determinare una significativa riduzione del contingente destinato agli irregolari». La Flc-Cgil ha chiesto quindi un incontro urgente al ministero, che si terrà il 31 agosto. «È la data ultima ed è già tardi – commenta Rossi – è possibile che tanti docenti saranno nominati supplenti e solo il prossimo anno avranno la nomina che gli spetta, però retrodatata». Per questo «in presenza di situazioni illegittime o irregolari la Flc-Cgil attiverà tutte le iniziative di tutela, anche giudiziaria, per garantire i diritti dei precari». Intanto da questa situazione alcune regioni risultano più penalizzate di altre. È il caso della Calabria che, come denuncia l’Unione sindacale di base, si vede tagliare il 17% dei docenti e il 21% degli Ata, contro una media nazionale del 10,6% per i docente e del 17% per gli Ata. «Tutti i provvedimenti della Gelmini mirano ad un riordino anche “geografico” dei lavoratori della scuola – scrive l’Usb – l’obbligo alla permanenza per almeno 5 anni nella stessa provincia e le graduatorie prolungate a 3 anni stanno spingendo fuori dalla Calabria in modo permanente i nostri migliori giovani. E per chi rimane c’è la disoccupazione alternata allo sfruttamento». Per Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd «bisogna prendere atto del lavoro approssimativo e dannoso della Gelmini con il suo continuo pasticciare, fomentata dalla Lega». Per Puglisi la situazione probabile che si verificherà a inizio anno è che «tanti ragazzi avranno un quadro definitivo dei propri insegnanti fra due mesi, con un grave danno per la qualità della scuola e degli studenti». «Il Pd – continua Puglisi – alla riapertura delle scuole organizzerà una grande mobilitazione, la Gelmini si deve arrendere alla propria incompetenza».

L’Unità 29.08.11

"Il Pd sfida la Lega: imposta sui grandi patrimoni immobiliari", di Maria Zegarelli

Sarà un altro degli “accordicchi” di Arcore quello di oggi tra Silvio Berlusconi e l’alleato di ferro, ma un po’ scomodo, Umberto Bossi. Ne è convinto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani che alla vigilia dell’incontro, parlando con i suoi e commentando le dichiarazioni che spargono ottimismo di Gianni Letta e dei colonnelli del Cavaliere, si dice “preoccupato per la confusione che c’è nella maggioranza” e mette i paletti per delineare i confini della battaglia parlamentare: «Mi auguro davvero che siano disposti a discutere e non mettano la fiducia sulla manovra». Il segretario insiste su un punto: o la manovra viene modificata cancellando quel vizio di origine che è l’iniquità, oppure sarà battaglia in Aula. «Capisco che per loro la nostra impostazione, chi ha di
più paghi di più, è un boccone amaro, una impostazione che il premier non vuole accettare», ma insomma, se deve esserci un dialogo, allora su qualche cosa dovranno pur cedere. Il Pd oggi presenterà i suoi emendamenti, circa una cinquantina, ma sono venti quelli davvero centrali, gli stessi che declinano le proposte illustrate dal segretario, «e sono certo che leggendo gli emendamenti saranno più chiare a tutti, che tutti potranno rendersi conto della loro concretezza». Bersani si dice pronto al confronto su una riforma del welfare per giovani e donne, che prevede per le pensioni uscite flessibili tra i 62 e i 70 anni; su una seria politica industriale che preveda anche finanziamenti consistenti oltre il 55% per innovazione e ricerca e rilancia, tra l’altro, otto liberalizzazioni. Che la maggioranza ne prenda in considerazione almeno due, dice Luciano Violante, conversando con i giornalisti alla Festa nazionalePddi Pesaro: «Penso,ad esempio, al falso in bilancio e alla tassazione dei capitali esportati all’estero, questioni che sarebbe sciocco trascurare».
Che prendano in seria considerazione l’imposta sui «grandi patrimoni immobiliari», incalza il responsabile Lavoro, Stefano Fassina, per trovare risorse che permettano di evitare tagli agli enti locali. Questa la strada, spiega, «per evitare insostenibili tagli agli asili nido, alle mense scolastiche, all’assistenza alle famiglie ed agli anziani, al diritto allo studio, al trasporto pubblico e ai pesantissimi aumenti di tasse e tariffe. Per restituire le risorse sottratte a Regioni, Province e Comunisi deve intervenire con un ‘imposta sui grandi patrimoni immobiliari». Quanto all’intesa che Lega e Pdl avrebbero –quasitrovato Fassina è scettico. Pura convenienza
politica, sarà ancora questo il collante tra i due leader che sanno che un passo falso adesso sarebbe
la fine con i sondaggi in picchiata mai come ora. «Dopo due settimane di liti continue – dice Fassina
– durante le quali il governo e la maggioranza si soono divisi su tutto, non ci sono soluzioni per correggere
le gravissime iniquità e l`assenza di misure per lo sviluppo della manovra di Ferragosto. Il prospettato aumento dell’Iva sarebbe iniquo e depressivo per i consumi». E Cesare Damiano sottolinea: «L’indisponibilità
del centrodestra a cancellare o modificare l’art. 8 della manovra conferma la scelta di questo governo che ritiene ancora una volta indispensabile, per uscire dalla crisi, far pagare il prezzo più salato alle tutele e ai diritti dei lavoratori. Sotto le mentite spoglie del rafforzamento della contrattazione aziendale, si nasconde in realtà la libertà di licenziamento».Il Pd presenterà «emendamenti di buonsenso», dice il vicesegretario Enrico
Letta, «nello spirito dell’appello lanciato da Napolitano»,ma certo se la maggioranzanon mostra segni concreti di apertura e la manovra resta addirittura peggiore di quella di Ferragosto, allora «sarà battaglia
durissima» Intanto oggi il Pd sarà in piazza a Milano con i sindaci dei piccoli comuni, il primo settembre alla mobilitazione di Cisl e Uil davanti al Senato e il 6 settembre sfilerà con la Cgil cheha indetto lo sciopero generale.

L’Unità 29.08.11
v

"Ecco i tagli e le tasse del PD", di Pier Luigi Bersani

Caro Direttore,
alla vigilia della discussione sulla manovra economica in Senato, siamo preoccupati. La maggioranza è confusa. Non c´è chiarezza sul perché la correzione dei conti pubblici, tra intervento di luglio e ultimo decreto, tocchi i 55 miliardi di euro a regime invece dei 40 indicati nei documenti ufficiali come necessari per raggiungere il pareggio di bilancio. Per di più la manovra contiene una delega che prevede tagli di detrazioni fiscali per l´assistenza che, se fosse realizzata per l´entità prevista, sarebbe insopportabile. L´insieme di confusione e mancanza di chiarezza toglie la credibilità all´azione del governo e non convince i mercati.

Il Pd ha presentato un pacchetto di correzioni. La sommaria definizione dei comunicati può aver creato la genericità richiamata da Tito Boeri. La lettura degli emendamenti renderà più chiari obiettivi, risorse, senso delle controproposte. Ne indico solo alcune. La pubblica amministrazione. I nostri emendamenti partono dal dimezzamento del numero dei parlamentari e prevedono tra l´altro: l´accorpamento degli uffici territoriali del governo; la drastica riduzione delle circa 30.000 stazioni appaltanti; la riorganizzazione dell´amministrazione giudiziaria; l´eliminazione degli organi societari nelle società «in house»; la codificazione, il monitoraggio ed interventi correttivi per tutte le gare d´appalto; l´introduzione di benchmark e di best practices per ogni programma di spesa da mappare e cancellare o ridimensionare attraverso il riavvio ed il sistematico utilizzo di spending review; la chiusura delle società pubbliche di Regioni, Province e Comuni prive di giustificabile ed efficiente missione produttiva (ad esempio, le società di promozione dell´export o dello «sviluppo») e la liberalizzazione, non necessariamente privatizzazione, dei servizi pubblici locali; l´obbligo di gestione associata di tutte le funzioni dei comuni con meno di 5000 abitanti; il dimezzamento del numero delle Province attraverso l´indispensabile modifica costituzionale. Vi sono poi le norme sul taglio dei costi della politica che abbiamo già presentato in Parlamento, a cominciare dall´abolizione dei vitalizi. Tutti questi emendamenti, secondo le nostre stime, implicano risparmi molto ingenti, guadagni di efficienza, più qualità dei servizi.
Agevolazioni fiscali e lotta all´evasione. Si possono ottenere alcuni miliardi di risparmio l´anno con una razionalizzazione delle detrazioni fiscali concordata con le parti sociali. Molto di più si ottiene con la lotta vera all´evasione: abbassamento della soglia di tracciabilità, elenco clienti-fornitori, indicazione dei patrimoni nella dichiarazione Irpef, comunicazione dei saldi e degli importi medi dei conti correnti bancari all´Agenzia delle Entrate, possibilità di detrarre gli interventi di manutenzione della casa di abitazione. Le risorse così recuperabili non possono essere portate a copertura, ma sono rilevanti.
Patrimoniale ordinaria sugli immobili. Pensiamo a una patrimoniale ordinaria progressiva sugli immobili, a partire da valori molto elevati e con larghe esenzioni (gettito stimato, almeno 5 miliardi l´anno). Non è meglio un intervento di questo tipo, strutturale ed equo, piuttosto che un aumento dell´Iva che pesa di più sui meno abbienti e deprime i consumi?
Contributo straordinario degli scudati. I condoni hanno permesso di individuare, anche se le identità restano coperte, una platea di contribuenti che possono dare un contributo di solidarietà: un´imposta patrimoniale una tantum sui capitali condonati nel 2009 (circa 15 miliardi di euro). L´obiettivo è di metterci in linea con gli standard europei. Non a caso proponiamo la rinegoziazione dei protocolli, sull´esempio di Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti, con i Paesi «white list» dell´Ocse. L´insieme degli interventi su chi non ha mai pagato può giustificare anche la richiesta di un contributo da parte di chi che le tasse le paga e dispone di un alto reddito, purché si innalzi la soglia.
Alienazioni. Un programma di dismissioni efficienti, a cominciare dal demanio militare. Oltre a mettere in modo equo in sicurezza i conti il Pd prevede alcuni interventi per lo sviluppo. Con una parte dell´introito una tantum dagli scudati la pubblica amministrazione può pagare una prima tranche dei debiti verso le piccole imprese ed è possibile avviare subito programmi di piccole opere dei comuni già ai nastri di partenza, ma bloccate dal patto di stabilità.
Liberalizzazioni. Otto interventi già sotto forma di proposte di legge: dalle reti di distribuzione dell´energia, ai servizi bancari ed assicurativi ai servizi professionali. Le misure di liberalizzazione, secondo Ocse e Banca d´Italia, non costano ma fanno crescere il Pil.
Politica industriale. Sia pure con un limitato quantitativo di risorse, pensiamo si possano finanziare, oltre al 55% per eco-ristrutturazioni, piani per ricerca e innovazione industriale secondo l´ispirazione di Industria 2015, dando priorità alle risorse potenziali del Mezzogiorno.
Pensioni. Il Pd è pronto a discutere una riforma del welfare per dare stabilità e un futuro ai giovani. Pensiamo a un sistema di uscita flessibile tra i 62 e i 70 anni, con meccanismi di convenienza. Proponiamo la possibilità di totalizzare i contributi e l´opportunità che un´ora di lavoro stabile costi meno di un´ora di lavoro precario. Sì a una discussione sulla riforma del welfare positiva per giovani e donne. No all´uso delle pensioni come bancomat per tappare buchi.
L´articolo 8, i rapporti tra le parti sociali. C´era la necessità di un intervento dichiarato urgente ma che non porta in cassa un euro? C´era la necessità di riportare sul tavolo argomenti di divisione che sindacati e Confindustria erano riusciti a mettere da parte con l´accordo del 28 giugno? L´articolo 8 va abolito o trasformato in una trasposizione dell´accordo tra le parti sociali.
Speriamo che si possa discutere su queste proposte e che il governo non metta la fiducia. Noi pensiamo di far pagare chi non ha mai pagato. Per la maggioranza questa nostra impostazione è difficile da digerire. Ma qualcosa dovranno pur digerirla. E su questo daremo battaglia.

Ringrazio l´Onorevole Bersani per le sue precisazioni. Leggerò con cura gli emendamenti e la relazione tecnica di accompagnamento per valutare l´entità delle misure di cui alla sua lettera. Anche prendendo per buone le stime da lui fornite, siamo comunque molto al di sotto dei 40 miliardi richiesti come minimo (senza revisione al ribasso delle stime sulla crescita 2011 e 2012) per il pareggio di bilancio. Infatti la proposta di tassazione dei patrimoni scudati è un intervento una tantum il cui contributo strutturale all´aggiustamento risiede unicamente nei minori interessi sul debito, che si possono stimare in circa 500 milioni di euro. E quanto scrive il segretario del Pd conferma che quella da lui proposta è una manovra incentrata su maggiori tasse anziché minori spese. Concordo con Bersani sull´ambiguità dell´articolo 8. A mio giudizio i contratti aziendali devono poter derogare ai contratti nazionali, come previsto dall´accordo del 28 giugno, ma non a leggi dello Stato. Queste ultime devono fissare standard minimi non derogabili, validi per tutti, compresi i lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva.
(Tito Boeri)

La Repubblica 29.08.11

"Palermo ricorda Grassi: un uomo ancora Libero", di Luciana Cimino

Sono le 7.45 del 29 agosto quando suona il citofono di Casa Grassi, a Palermo. «Signora suo marito è in casa?». Poche parole, in apparenza innocue ma che raggelano Pina Maisano. Non ha bisogno di scendere le scale. Capisce subito quello che è successo. Palermo ha abbandonato suo marito, Libero, che ora giace riverso per strada colpito a morte da 5 colpi di pistola mentre stava raggiungendo lan sua fabbrica. Cinque colpi in faccia per cancellare un volto diventato simbolo di speranza e legalità. Da allora ogni anno all’angolo di quella strada, Pina e i suoi figli Alice e Davide, attaccano un manifesto vergato con le loro mani che recita: «Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall’omertà dell’associazione degli industriali, dall’indifferenza dei partiti, dall’assenza dello Stato». Non c’è bisogno di una targa, che poi diventa parte del paesaggio urbano e non si nota più, e assieme ad essa scolorisce il ricordo. Più forte è il manifesto, perchè in vent’anni le cose non sono poi di molto cambiate e «la voragine dell’oblio è sempre in allerta». Pina Maisano racconta suo marito, l’eroe antimafia ma soprattutto l’uomo, in un libro scritto con Chiara Caprì, scrittice 25enne e socia fondatrice di “Addiopizzo”, l’associazione che è nata proprio sulle orme e sull’esempio dell’imprenditore palermitano, “Libero, l’imprenditore che non si piegò al pizzo” (Castelvecchi edizioni). «I miei nipoti».

Così Pina chiama i ragazzi di Addio Pizzo che «dice cose che erano già state dette da Libero – scrive – e ha avuto il merito di riuscire a realizzarle, a mettere insieme i commercianti, risvegliare la società civile». Quello che a Libero Grassi, lasciato solo, non era riuscito. Palermo e la Sicilia, evidentemente, non erano pronti. Allora, come ricostruisce dettagliatamente Pina con Chiara Caprì, i colleghi di Grassi si stupirono della ribellione, accusarono Libero di fare solo «una tammurriata», e cioè un caso per farsi pubblicità. Nessuno in città aveva capito la forza del gesto di Libero Grassi che pochi mesi prima aveva scritto una lettera pubblica al «caro estortore». «Volevo avvertire il nostro ignoto estortore che non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia (…) Per questo abbiamo detto no al “geometra Anzalone” (come si qualificava nelle minacce telefoniche l’esattore di Cosa Nostra, e a tutti quelli come lui».

Nessun solidarietà, racconta Pina. Non dal loro partito, i Radicali, del quale la famiglia Grassi era un punto di riferimento in Sicilia, non dall’Api, l’associazione piccoli imprenditori, non dalla città. Arriva solo un telegramma dal gruppo consiliare del Partito Comunista siciliano. Poi arrivano Michele Santoro e Maurizio Costanzo, con una trasmissione a reti unificate Rai e Finivest interamente dedicata a Libero Grassi e l’Italia ha modo di conoscere l’uomo che per primo si era ribellato al racket. Nel libro di Chiara Caprì Pina ricostruisce la figura di un uomo «libero». «Non è solo un nome per me, è un aggettivo», diceva lui di se stesso. Il coraggio imprenditoriale nel fondare una fabbrica di biancheria nel deserto siciliano, il padre esemplare innamorato dei suoi figli, l’esercizio continuo della propria coscienza civile ed etica negli anni del sacco di Palermo ad opera del sindaco mafioso Vito Ciancimino e di Salvo Lima.

Racconta il loro amore contrastato (la famiglia di Pina si oppose perché Libero era già divorziato), la loro intesa intellettuale, il rispetto e la passione che li unirono fino al barbaro assassinio di lui. E pubblica per le prima volta le struggenti lettere d’amore che Libero le scriveva. «Mia cara tienimi vicino e amami quanto si possa amare così come io ti amo. Tu sei quella che aspettavo: ti ho riconosciuta e non ti lascerò, amore mio». Ma dalle pagine emerge anche forte il ritratto di una donna particolare, una «combattente», che il martirio di suo marito non ha fermato. Per descrivere la sua tenacia e il suo impegno etico basta citare un’episodio: Pina nel 1993 si ritrova, in quanto parlamentare radicale, a far parte della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato che deve esaminare le richieste della Procura di Palermo e di quella di Roma di processare Giulio Andreotti per associazione mafiosa e per l’omicidio del giornalista Pecorelli.

Domanda quindi in maniera impertinente al senatore a vita: «ma lei nella sua posizione non poteva non sapere, visti i suoi rapporti con Lima e Ciancimino, quale fosse la situazione a Palermo, non è così?». Andreotti dapprima non risponde, poi le si avvicina e dice «mia cara signora appena tutto questo sarà finito, risponderò alla sua domanda». Finiti i processi che lo riguardavano, nel 2003 Pina scrive ad Andreotti per ricordargli la promessa: «adesso che “tutto questo è finito” io, che ho fiducia nei magistrati vorrei sapere da lei». Andreotti la liquiderà con un bigliettino da una riga e mezzo: «grazie cara collega della lettera gentile e dei ricordi di un periodo interessante». Ben altra risposta riceverà dall’allora Presidente della Repubblica Ciampi quando, indignata, chiederà conto delle parole del ministro Lunardi che aveva detto, nel 2001, che «con la mafia e la camorra bisogna conviverci». Una donna indomita, come lo sono i suoi figli, cresciuti nell’esempio del padre. La foto di Davide che mentre solleva la bara del padre alza le due dita in segno di vittoria, rimarrà nella storia dell’antimafia.

L’Unità 29.08.11

«La democrazia ha un costo. I privilegi no», di Andrea Draghetti

Alla Festa Nazionale del Pd si è discusso di riforma delle istituzioni e di costi della politica. Violante: “Occorre riavviare un rapporto di fiducia con i cittadini e allontanare la disaffezione che è predominante oggi”. Rizzo: “La democrazia è preziosa e costosa. Il prezzo va pagato ma non si può confondere la democrazia con il privilegio”

C’è una convinzione che ha accomunato Luciano Violante, il professore Cesare Pinelli, il procuratore Mario Ristuccia e Sergio Rizzo scrittore e giornalista del Corriere della Sera, intervenuti sul palco della Festa Nazionale del PD in corso di svolgimento a Pesaro: la democrazia ha un costo, i privilegi no.

Il dibattito ha cercato di dare alcune risposte concrete su quali azioni intraprendere per riformare le istituzioni e ridurre i costi della politica. Violante ha chiarito “che non esiste nessuna bacchetta magica per risolvere la cosiddetta zona grigia” (la zona in cui non si distingue dove finisce la politica e dove inizia a lavorare l’amministrazione ndr). I costi impropri e costi della democrazia vanno distinti”.

Per l’esponente democratico serve nuovo assetto istituzionale e la diminuzione del numero dei parlamentari è un elemento fondamentale ma non il primo punto da cui cominciare. “Va cambiata innanzi tutto la legge elettorale per ridare un nuovo rapporto di fiducia tra i parlamentari e i cittadini. Il parlamentare finché è scelto dal capo del partito non è rappresentante di nessun elettore. Occorre che i cittadini si riapproprino di questo loro diritto. Solo dopo si potrà parlare della riduzione del numero dei parlamentari”.

Anche per Mario Ristuccia, ex procuratore della Corte dei Conti e docente di Diritto Pubblico all’Università “La Sapienza” di Roma, la riforma della legge elettorale è una priorità per il Paese. “L’attuale legge – ha dichiarato – ha prodotto guasti enormi e la disaffezione generale nei confronti della politica. Il premio di maggioranza che regala seggi a liste politiche non c’è in nessun paese del mondo. È una cosa da furbi. Sono convinto che il sistema a doppio turno di collegio (modello alla francese) sia una possibile soluzione perché consente ai cittadini di scegliere la coalizione sulla base del voto dato al primo turno e perché nazionalizza la competizione politica eliminando la tentazione secessionista che, purtroppo, è un problema per l’Italia”. “Non è possibile affidare la gestione pubblica a persone che non sono espressione una vera rappresentanza democratica. L’Amministrazione Pubblica, a tutti i livelli deve offrire servizi affidabili. Oggi i cittadini avvertono che il servizio è insufficiente. Nell’ipotesi di riforma, Brunetta aveva posto alcuni problemi ed individuato punti su cui lavorare ma ha fallito con le ricette proposte”.

Per Violante i privilegi di cui gode la politica “erano molto più elevati quando sono entrato per la prima volta in Parlamento nel 1979. Ma non si discuteva di questo perché c’era un forte rapporto di fiducia tra cittadini e politici e perché questi ultimi garantivano veramente servizi. I cittadini ora non sono soddisfatti dai servizi forniti della politica e dai comportamenti riprovevoli di alcuni parlamentari”. “Se uscissimo da questa piazza – ha dichiarato Violante – e chiedessimo alla gente quanto si dovrebbe pagare un parlamentare, per molti oggi anche un solo euro sarebbe troppo”!

Serve in tal senso maggiore trasparenza e l’istituzione di un codice etico e un organo di vigilanza che valuti i comportamenti dei parlamentari con regole chiare, così come avviene negli Stati Uniti. E il PD si deve fare portavoce di questa battaglia per riavviare un rapporto di fiducia con i cittadini e allontanare la disaffezione che è predominante oggi.

“Il concetto di fiducia – ha chiarito Ristuccia – è legato al principio di legalità. Per abbreviare i tempi della PA si è passati da un sistema di controllo preventivo ad uno di efficienza, ovvero un’operazione successiva sulla bontà dei risultati che ha via via eroso il principio d i legalità. Il rispetto delle regole è risultato addirittura un impedimento ovviato con i procedimenti di urgenza che hanno avallato l’assoluto rispetto delle leggi. Insomma c’è stata una deviazione dell’attività amministrativa con l’introduzione di criteri non propri e la conseguente nascita di corruzione e di cricche. L’esempio più evidente è stata la privatizzazione degli enti locali: affidare al diritto comune attività di diritto pubblico è stato un altro modo per non applicare il principio di legalità. E le privatizzazioni ora sono diventate davvero costi impropri della politica”.

“Molto poco è successo tra gli anni in cui è uscito La Casta e oggi”. Così ha introdotto il suo intervento Sergio Rizzo autore del best seller letterario del 2007 insieme a Gian Antonio Stella. “Anzi – ha continuato lo scrittore – si potrebbe dire che la situazione è peggiorata. Dal 2001 al 2010 gli italiani si sono impoveriti del 4% e a questo non è corrisposto un analogo impoverimento della classe politica. Berlusconi nel 2009 ha dichiarato all’Erario 40 milioni di euro con un aumento del 70% rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo gli italiani si sono impoveriti del 2,8%. Ma Berlusconi non è il solo! Per reddito, Angelucci è al secondo posto e lavora principalmente solo con soldi pubblici! A seguire ci sono avvocati del premier e di Fini…e così via! È un sistema altamente auto-referenziale. La democrazia è preziosa e costosa. Il prezzo va pagato ma non si può confondere la democrazia con il privilegio. Prodi aveva cominciato a fare qualcosa in maniera timida ma è stato smantellato dal 2008 con l’attuale governo”.

“Ma non si può andare più avanti con questo andazzo” ha ribadito Rizzo. “Il regime dei vitalizi non è più accettabile e non è solo una questione centrale. É facile puntare il dito solo in direzione dei parlamentari ma accade che a livello locale il vitalizio di un consigliere regionale è addirittura superiore di quello di un deputato. Bisogna mettere mano su queste cose e smetterla di promettere di farlo e poi non farlo”.

E proprio su quest’ultimo punto che il governo Berlusconi latita completamente. “Qualcuno ha capito cosa comporta questa manovra?” ha domandato Violante alla platea. “La maggioranza e il governo stesso fa continue marce indietro facendo perdere di credibilità all’Italia nei confronti dei partner esteri. I cittadini non sanno ancora chi pagherà e chi no. Perché il patto con gli evasori vale e quello con i cittadini no? C’è una questione morale alle spalle di tutto questo non si può più punire gli onesti e premiare i disonesti”.

Per Rizzo la soluzione a questo problema ci viene offerto dalla Gran Bretagna dove vengono resi trasparenti e pubblicati online sul sito della House of Commons tutti i contributi che vengono dati agli eletti. “Questo è un contributo alla democrazia”.

da www.partitodemocratico.it

«Dossier: i 10 anni di Berlusconi che hanno causato il declino», di Michele Prospero

C’ è tanta verità nella asserzione di Machiavelli per cui al politico non basta conquistare il potere per sfiorare la gloria. Berlusconi a Palazzo Chigi c’è rimasto a lungo, più di Giolitti che avviò il decollo industriale e gestì la prima modernizzazione del paese. E anche più di De Gasperi che governò la ricostruzione postbellica e pilotò l’ancoraggio europeo. Eppure, malgrado un decennio di esercizio del potere, neanche Giuliano Ferrara, che ora supplica un giudizio equanime sul Cavaliere, lo annovererebbe sul serio tra i grandi statisti. Quelli di Berlusconi sono stati anni di profonda regressione politica e di smarrimento civile. Relazioni internazionali all’insegna dell’improvvisazione.

Di politiche economiche ed industriali neanche l’ombra. Solo pedestri tentativi di introduzione di reati a sfondo etnico e prove maldestre di riscrittura del codice su misura dell’azienda corsara. Il federalismo fiscale, partorito a sostegno di un asse d’acciaio con Bossi, appare poco più di una vaga retorica. Eppure il decennio berlusconiano non va archiviato come una semplice escrescenza malata imputabile alla carenza personale di un uomo debole nella carne e braccato dalla giustizia. Anche senza le depravazioni dei sensi, e con una fedina penale immacolata, l’esperimento politico del Cavaliere avrebbe comunque fatto fiasco perché minato nel profondo da impossibilità sistemiche che alla lunga si rivelano per tutti invalicabili.

Non è possibile, in altre parole, governare una società complessa nelle sue strutture materiali e civili e assai differenziata nei suoi poteri con un forzato ritorno al semplice retto da un governo personale che contamina pubblico e privato, certezza del diritto e convenienze economiche. Quello di Berlusconi è un modello post-democratico che ha scatenato un effetto contagio in tanti paesi dell’est. In quei posti di facile conquista, il Cavaliere è ancora un mito per ogni oligarca che si sazia nella grande abbuffata di potere, denaro e calcio. Almeno nella vecchia Europa, Berlusconi è percepito come una merce avariata. Un politico di così basso profilo ha però, a suo modo, fatto epoca. Il suo partito personale ha trovato schiere di imitatori.

Speculare al suo modello carismatico-discendente di partito personale abitante nel virtuale, è il partito carismatico ascendente della Lega, ancorato nel microterritorio e costruito anch’esso attorno al potere irresistibile di una persona. Ma anche il più antiberlusconiano dei partiti, quello abbozzato da Di Pietro, è solo un ruspante partito personale a debole struttura democratica e a elevata densità di migrazione dei suoi parlamentari verso le sponde accoglienti dell’odiato Cavaliere. Per non parlare della creatura di Vendola che trasuda una ipertrofia dell’io al punto da inserire il nome del capo nel simbolo e il volto del leader nelle tessere. Anche la forma del partito liquido era in origine contaminata dal mito di un capo abile nella narrazione e privo di macchine organizzate.

Nel congedarsi da Berlusconi occorre ben isolare il tratto sistemico del suo esperimento fallito che rinvia alla potenza distruttiva della pretesa di prospettare un capitalismo che si autogoverna con imprenditori saliti al potere e fa a meno della mediazione politica. Berlusconi naufraga non per le deviazioni della carne ma per la potenza smisurata dell’imprenditore che prende in appalto lo Stato. A inizio secolo Weber aveva non a caso ostruito ogni discesa in campo del capitalista: «Un imprenditore, a causa del lavoro per la sua impresa, è specificamente indisponibile per le crescenti esigenze di un lavoro politico regolare». Per questo un nuovo partito azienda targato Fiat e depurato dal Bunga bunga sarebbe non meno catastrofico dell’antico partito azienda siglato Fininvest.

Scarica il Dossier in pdf “Il declino. Dieci anni di Berlusconi”

da www.unita.it

"La forza di quelle date che uniscono un popolo e un paese", di Gaetano Alessi

Fateci caso: ogni qual volta un nuovo potere vuole disintegrare il tessuto sociale del paese da “conquistare” come prima cosa tende a svalutarne e poi a distruggerne i simboli. L’Italia nata dalla Resistenza è divenuta per molti quasi un ricordo, gli uomini ed i partiti che l’hanno creata spariti, è sceso il buio. Ma anche in questa oscurità il 25 aprile, il1° maggio ed il 2 giugno hanno rappresentato la sola occasione dove un popolo disorientato tornava ad essere unito, dove una platea scollegata ormai in mille sigle trovava, intonando «Bella ciao», il fattore comune dell’essere Paese, nonostante le brutture e le debolezze, ritrovava l’orgoglio di essere figli di un atto di coraggio: la Resistenza. Bandiere le chiamano, simboli, ma sono l’essenza stessa del sentirsi uomini, nervi e sangue della democrazia. Valori e simboli “pericolosi” per il potere, perché
uniscono, perché rendono forti un insieme di debolezze, per questo il governo più iniquo della storia vuole
approfittare della scusa della crisi, per scardinare simbolicamente gli ultimi capisaldi del nostro paese. Spostare – per abolirli, di fatto – il 25 aprile, il 1°maggio ed il 2 giugno, non è cancellare tre “festività”, ma azzerare tre valori condivisi, libertà, lavoro e repubblica, che sono il collante della nostra nazione.
Disintegrare l’unità non solo territoriale ma soprattutto morale dell’Italia è l’obiettivo dei vari Berlusconi, Sacconi, Bossi, Calderoli e dei loro giannizzeri meridionali come Scilipoti. Uomini al servizio non dei cittadini, ma dei loro interessi personali, dei loro gruppi di potere, di un nuovo fascismo imperante figlio della disgregazione sociale in cui, anche a causa di un opposizione spesso inerte, hanno gettato l’Italia. Ma anche in questo buio c’è chi dice no, c’è chi si oppone con le armi della democrazia, che lancia segnali sperando che vengano colti.
Tra questi i docenti universitari Thomas Casadei (anche consigliere Pd), Roberto Balzani (anche innovativo
Sindaco di Forlì), Sauro Mattarelli e Maurizio Ridolfi: la petizione on line che hanno lanciato invitando i cittadini alla mobilitazione http://soppressionefestecivili. blogspot.com/ sta mietendo adesioni, all’insegna di una riscossa civile, morale, sociale. Sulla stessa scia l’appello lanciato da Articolo21, immediatamente ripreso
dall’Anpi, e dalla Cgil. Insieme ad una scia fortissima di mobilitazione sul web. Come nelle rivolte arabe la
rete diventa frontiera della difesa dei diritti e cardine dell’articolo 21 della Costituzione. Perché a ben vedere in un paese come il nostro sacche di “Resistenza” si creano ovunque. Per questo i “nuovi fascismi” non
avranno vita facile, perché è cresciuta una generazione di “nuovi partigiani”, che non si piegano all’indifferenza: partecipano, lottano, amano e non si arrendono. Utilizzano la rete come grimaldello e le piazze come momento di aggregazione, vincono elezioni e referendum e trainano partiti che faticano ad intercettarne i nuovi bisogni di partecipazione. Come sessanta anni or sono hanno piantato il vessillo dei beni comuni e dei valori e sono disposti a difenderlo, costi quel che costi, contro tutti, anche contro i loro “interessi” personali.
Chiudete gli occhi, ascoltate: Resistenza, lavoro, solidarietà, repubblica, danno vita ad una canzone bellissima che ha un solo titolo: libertà. Comediceva Antonio Gramsci «la rosa è viva e certamente dopo la neve fiorirà».

L’Unità/Emilia-Romagna 28.08.11

******

Pd e Idv presentano un Ordine del giorno contro lo spostamento delle festività civili alla domenica

Daniela De Pietri (PD): “Si tratta di un provvedimento che non avrà nessun effetto pratico sul piano economico, ma che avrà conseguenze gravi sul piano politico e civile, perché di fatto porta alla cancellazione della memoria civile della nostra democrazia”

“Nella manovra finanziaria operata dal governo Berlusconi sono presenti disposizioni che non hanno nessuna attinenza con la crisi economica e finanziaria, ma molto hanno a che vedere con la memoria democratica e civile della Repubblica Italiana – sottolinea Daniela De Pietri, consigliera comunale del PD – è grave la volontà di spostare al fine settimana le festività civili del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno”.

“L’obiettivo di questa misura va ben oltre il mero obiettivo di aumento della produttività (tutto da dimostrare), ma appare invece l’ennesimo tentativo di sminuire l‘importanza simbolica di fatti storici che agli occhi di questo governo non rappresentano dei valori – spiega la consigliera – il segnale è inequivocabile: si vogliono cancellare gloriose pagine di storia. Peraltro la soppressione di fatto delle festività civili avrebbe un impatto pesantemente negativo, come sottolineato anche dalle associazioni di categoria, sul comparto turistico e ricettivo – commenta De Pietri – aggravando la crisi economica, e non certo contribuendo ad arginarla”.

La Consigliera De Pietri, il Consigliere Claudio Cavazuti (PD), il capogruppo e segretario del PD Davide Dalle Ave e il capogruppo dell’Idv Andrea Bizzarri, hanno predisposto un Ordine del giorno da discutere in Consiglio comunale contro questo provvedimento.
“Nel dispositivo finale dell’Ordine del giorno chiediamo al Sindaco di farsi interprete presso l’ANCI della richiesta di soppressione della predetta norma, e a Governo e Parlamento di cancellare dal provvedimento economico le disposizioni riguardanti la soppressione o il rinvio delle festività civili nella prima domenica successiva. Si tratta di un provvedimento che non avrà nessun effetto pratico sul piano economico, ma che avrà conseguenze gravi sul piano politico e civile – conclude De Pietri – perché di fatto porta alla cancellazione della memoria civile della nostra democrazia”