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"Domande sulla “novità” Montezemolo", di Giorgio Merlo

E dopo il “miliardario” Berlusconi arriva il “miliardario” Montezemolo? Messa così potrebbe essere una battuta da bar ma, invece, questo potrebbe rivelarsi uno dei tanti scenari possibili in vista delle prossime elezioni politiche. Certo, il fascino e il carisma del Berlusconi edizione 1994 non è lontanamente paragonabile allo stile tecnocrate di Montezemolo e alla sua voglia di protagonismo un po’ sgangherato ed approssimativo che sta manifestando in queste settimane.
Ma tant’è. Sempre di “miliardario” si tratta. Ora, però, al di là delle ricchezze e dei puntuali conflitti di interesse che potrebbero affacciarsi, si tratta di valutare sul terreno squisitamente politico l’ipotetico approdo politico del presidente della Ferrari e dell’ex presidente Fiat. Almeno su due versanti. Quello della prospettiva politica e, soprattutto, sui contenuti del nuovo “partito”.
Sul terreno della prospettiva politica, la secca analisi di Bersani è abbastanza calzante. E cioè, siamo in un contesto bipolare. Ma non perché lo impone la regola elettorale. Ma per una semplice constatazione, quasi storica.
Non a caso, tanto nella prima quanto nella Seconda repubblica il bipolarismo è stato vissuto dagli italiani come un dato di fatto quasi strutturale nella concreta dialettica democratica. Certo, si tratta di due bipolarismi profondamente diversi tra di loro.
Ma il dato unificante è che ormai, soprattutto dopo la stagione di Tangentopoli degli anni ’90, il profilo bipolare della democrazia italiana è profondamente connaturato alle sensibilità e alle domande dei cittadini italiani. E questo, lo ripeto, a prescindere dal sistema elettorale che verrà varato dal parlamento nei prossimi mesi. Ma, di fronte a questo scenario, qual è la scelta politica concreta di Montezemolo? Vuole essere sulle ceneri della Seconda repubblica l’uomo nuovo della Terza repubblica? Ma siamo certi che la parte maggioritaria del paese pensa che Montezemolo sia la vera “novità” della politica italiana? Perché svolgere un ruolo terzista, o super partes o vagamente istituzionale è un bel gioco che, però, dura poco almeno per chi pensa di scendere nell’arena politica concreta.
Siamo certi che i cosiddetti “poteri forti” possono nuovamente schierarsi per un progetto di questo tipo – e le prime conferme, del resto già scontate, sono puntualmente arrivate – ma comunque il momento della scelta non può essere tranquillamente rimandato senza provare un po’ di difficoltà. Del resto, è noto a tutti che il centrosinistra e il centrodestra – malgrado gli indispensabili e necessari aggiustamenti – continueranno ad esistere anche dopo le prossime elezioni politiche e difficilmente saranno drasticamente depotenziati perché si affaccia alla ribalta della scena politica un altro tecnocrate da svariati lustri protagonista nel mondo della grande industria e della finanza.
È per questo semplice motivo che Montezemolo dovrà scegliere e scegliere in fretta, fuorché pensi di giocare un ruolo terzista, super partes e vagamente istituzionale anche come progetto politico. E quindi, se così fosse, sarebbe da prendere in considerazione in quanto tale.
Il secondo aspetto riguarda invece i contenuti del nuovo progetto politico.
I punti che ha richiamato nel recente documento di Italia Futura sono certamente interessanti e da non sottovalutare.
Certo, con qualche singolare tesi come quella di vendere immediatamente la Rai e indebolire il servizio pubblico. Un tema, questo dell’informazione, che non tranquillizza sul fronte dei potenziali scenari di conflitti di interesse che potrebbero nascere in futuro. Ma, al di là di questo capitolo, si tratta di punti programmatici di buon senso e di forte sensibilità all’antipolitica che soffia con impeto in questi mesi nella società italiana.
Ma, come tutti sanno, non è passando dall’antipolitica che si recuperano le ragioni e la forza per un progetto di governo serio, affidabile, democratico e riformista. Ed è proprio sul profilo del nuovo partito, del suo progetto politico, della sua valenza programmatica che, a tutt’oggi, manca ancora un contributo da valutare seriamente e con la dovuta attenzione. Si tratta dell’ennesimo “partito personale” retto e gestito da chi, per forza propria o per grandi disponibilità finanziarie, può accollarsi l’intera la battaglia politica? Se così fosse, sarebbe la semplice continuazione del berlusconismo, in forma ridotta, con altri mezzi e altri uomini.
Sarebbe questa la novità? Ora, senza fare alcun processo alle intenzioni ma, semmai, guardando con attenzione e interesse al progetto messo in campo aperto da Montezemolo, anche il Pd non può guardare con sospetto alle novità reali che si affacciano in una fase politica nuova che si dischiuderà dopo la lunga stagione berlusconiana.
Senza preconcetti e senza pregiudizi. Ma anche senza appaltare ad altri, in nome di una strana e bislacca “novità”, le sorti di un paese che richiedono idee solide, progetti definiti e partiti non di plastica o dominati da una sola persona. L’unica cosa che non ci dobbiamo augurare è che la lunga fase politica berlusconiana prosegua identica anche senza l’apporto decisivo e protagonistico di Berlusconi. Sarebbe la sconfitta non del centrosinistra o di un’alternativa riformista e democratica, ma la semplice sconfitta della democrazia italiana. E questo il nostro paese non se lo può più permettere.

da Europa Quotidiano 26.08.11

«La Sicilia intera non vale un maestro?», di Mila Spicola

Noi, del gruppo INSIEME x LA SCUOLA, non ci stiamo alla guerra che hanno armato contro la scuola italiana, siciliana su tutte: guerra studiata a tavolino a suon di numeri e di caduti sul campo.

Egregio Presidente Napolitano,
“stanotte alle 5 i precari personale ata ci incateniamo all’ingresso del provveditorato di Palermo inizia la lotta contro i tagli vi terrò informati tramite qualcuno io sarò li e forse inizieremo incatenati lo sciopero della fame :la scuola pubblica non si tocca la difenderemo con la lotta.”
Questo stiamo leggendo sulla bacheca del gruppo INSIEME X LA SCUOLA. Inizia la stagione delle catene, inizia la stagione della fame, nel budello di via Praga, dove si trova l’Ufficio Scolastico Regionale Siciliano. Per il terzo anno consecutivo.
Per primi iniziano “ i bidelli” , quelli che qualcuno si è permesso di dire essere “più dei carabinieri”. Perché sapete, noi della scuola, certi fenomeni infami li vorremmo combattere tra i corridoi delle nostre scuole e non per strada con le volanti. Giusto per smentire la vulgata dell’isola criminale.
Calogero e gli altri sono in via Praga, a breve ci uniremo anche noi. Per il terzo anno consecutivo. Popolo sottomesso e rassegnato? Noi non ci siamo mai rassegnati un attimo nella difesa della scuola statale italiana: mai un giorno in tre anni, tanto da avervi stufato con le nostre litanie.
Noi non ci stiamo a vestire l’abito di uno stereotipo che aiuta tutti tranne che i siciliani e dunque combattiamo, chiediamo, pretendiamo. Il giusto, non di più. Per i ragazzi siciliani e, attraverso loro, per la Sicilia intera. Aiutare la Sicilia vuol dire aiutare l’Italia. Solo gli stupidi non lo capiscono.
Abbiamo la presunzione di essere indispensabili, noi della scuola, docenti e personale tutto. Non utili: indispensabili. Come la buona politica.
Noi, del gruppo INSIEME x LA SCUOLA, non ci stiamo alla guerra che hanno armato contro la scuola italiana, siciliana su tutte: guerra studiata a tavolino a suon di numeri e di caduti sul campo. Stiamo chiedendo una seduta straordinaria del Parlamento Siciliano perché rintracciamo i caratteri di Incostituzionalità nei provvedimenti e nelle disparità di trattamento tra regioni. Vogliamo risposte e Lei queste risposte deve esigerle da chi ne ha la facoltà di darle.
Come mai in Sicilia per il secondo anno consecutivo non viene assunto un solo maestro nella scuola elementare?
Lo riscrivo perchè sembra inverosimile: in Sicilia negli ultimi due anni non è stato assunto nessun maestro, a fronte di una popolazione scolastica, grazie a Dio, crescente.
Come è possibile tutto ciò?
E’ assurdo ma è vero. La crisi?
Come mai, dunque, a Brescia ne assumono circa 40? Onore ai bambini bresciani…ma tutta la Sicilia non vale un maestro? La crisi si accende di rosso da Napoli in giù? Mentre da Roma in su è verde? Verde leghista? E il nostro che rosso è, Presidente?
Diteci perché un ragazzino siciliano a 13 anni deve avere un anno in meno di scuola rispetto al coetaneo lombardo. Per dividerci sempre di più? Per cosa? Per incapacità degli Enti locali? Solo per questo? Abbiamo il fondato dubbio che non sia così che che la strategia della canottiera una spiegazione potrebbe fornirla.
Si faccia dare una risposta sennò porteremo i ragazzi siciliani senza mense nelle scuole, cioè quasi tutti, alla mensa del Senato e a quella dell’ARS. Siamo capaci di farlo, come siamo capaci di tenerli fermi nelle classi e non per strada.
Questo il primo vero quesito, il resto verrà dopo, le scuole cadenti, le risposte fumose, le aule di muffa stridente…
Come mai 90 deputati regionali, pagati più dei senatori nazionali e un presidente, come il presidente Lombardo che ogni tre parole ci infila la parola Sicilia, Sicilia, Sicilia, come mai non stanno gridando per questo scandalo infame? Come mai non stanno denunciando un bene tolto in modo assolutamente contrario ad ogni Costituzione, ad ogni Statuto?
Se ne sono accorti almeno? Su 90 almeno uno se n’è accorto? Scandalo politico: se è solo questo l’aggettivo adatto ad attirar la loro attenzione. Prima che sociale o economico.
Il danno è politico e la politica siciliana, come quella nazionale, ha l’obbligo quantomeno di valutarlo, se non di risolverlo. Le chiediamo di segnalarlo.
Siamo donne della scuola, ma siamo anche donne della politica, perché crediamo nel civismo, nelle istituzioni e nel cambiamento nobile che solo la bella politica può provocare: abbiamo imparato a conoscere i meccanismi. A non essere strumentalizzate ma a fare strumento. Per difendere quanto di più sacro ha l’Italia: le menti dei suoi ragazzi, da Sondrio a Lampedusa.
Dateci i maestri Presidente. Altro che catene siamo disposte rompere, altro che rassegnazione a combattere, altro che fame a subire.
Non lo avete capito in questi tre anni? Siamo pronte a tutto e non è una minaccia: è una certezza. Noi i nostri siciliani migliori vogliamo difenderli davvero. Perché non bastano i Comitati Antimafia, non bastano le giornate alla Memoria, serve la Scuola. Servono i Maestri. Non utili, indispensabili.

COMITATO PROMOTORE INSIEME X LA SCUOLA
( http://www.petizionionline.it/petizione/insieme-x-la-scuola-una-seduta-dellars-a-difesa-della-scuola-siciliana/4802 )
ROSANNA AIELLO, Coordinamento Precari Scuola, Catania, personale ATA
FABIOLA CARBONARO, FLC CGIL coordinamento provinciale Siracusa, Insegnante
EMMA GIANNI’, Rete Precari Scuola Agrigento, insegnante
LUANA GIANNINOTO, Comitato spontaneo scuola pubblica Catania, insegnante
GRAZIA LORIA, SEL coordinamento provinciale, Catania, insegnante
GRAZIELLA PERTICONE, Comitato a difesa della scuola pubblica Ragusa, insegnante
MILA SPICOLA, PD Direzione regionale, insegnante
AMALIA ZAMPAGLIONE, PDCI Direzione provinciale Catania, insegnante

da l’Unità

"Purchè non sia "spreco di risorse"», di Federico Niccoli

Va benissimo evitare la completa distruzione del tempo-pieno, purchè, però, si riesca a salvare almeno i connotati essenziali del modello

Sono d’accordo con gran parte delle considerazioni espresse da Pippo Frisone (“un tagliando per il tempo pieno” del 24 agosto) a difesa di un modello alto di tempo-pieno, che potrebbe essere snaturato da un intervento improprio e/o meramente assistenziale del Comune di Milano.
Mi pare, però, che Pippo tenda a negare in radice la “invasione di campo del Comune di Milano nella scuola di Stato”.
Qualche volta, come si sa, le invasioni sono produttrici di eventi rivoluzionari. Dipende, pertanto, dal cosa si invade e dal come si invade.
Effettivamente le 40 ore settimanali del tempo-pieno debbono essere garantite dallo Stato senza interventi comunali. È del tutto evidente, pertanto, che una forzatura normativa è avvenuta. Se il duo Gelmini-Petralia autorizza l’invasione, non può, però, pretendere che il tutto debba avvenire “a tutela delle donne che lavorano”garantendosi un efficace megafono mediatico all’insegna dello slogan “”abbiamo salvato il tempo pieno a Milano””, magari dando atto alla giunta Pisapia di aver effettuato un contributo “responsabile”. Con questa eventuale “sinfonia”, si confonderebbe ancora una volta un progetto educativo fondato sulla programmazione collegiale unitaria delle attività da realizzare, sulle compresenze, sul team docente, sulle classi aperte, sulle attività laboratoriali con uno spezzatino pedagogico di tipo sostanzialmente assistenziale:
Credo che una giunta comunale a vocazione riformista non possa sottrarsi all’esigenza di governare i fenomeni soprattutto quando si tratta di garantire diritti ad una prestazione educativa qualificata nel settore della scuola primaria.
Più esplicitamente: sarebbe veramente non solo riduttivo, ma anche fuorviante offrire al duo la sola vigilanza dei bambini nei refettori per 10 ore settimanali. Si riconsegnerebbe alla città di Milano un modulo educativo antistorico con la parcellizzazione delle 40 ore settimanali in attività di serie A e attività di serie B, riducendo la mensa a mero consumo del pasto e riempitivo dell’orario scolastico tra un’attiva antimeridiana e un’attività pomeridiana.
Se invasione può/deve esserci, bisogna conciliare gli aspetti assistenziali con gli aspetti qualitativi del progetto educativo. E, quindi, le 10 ore settimanali riparatrici dei 455 posti tagliati dovranno contaminare l’intero pacchetto orario delle 40 ore settimanali per evitare che l’intervento del Comune possa essere utilizzato come una sorta di bancomat pedagogico al quale le scuole possono attingere liberamente per risolvere solo i problemi quantitativi originati dai tagli indiscriminati Tremonti-Gelmini.
Fa bene il Comune di Milano ad intervenire nelle scuole “tagliate”, purché, però, si riservi il diritto- in convenzioni inequivoche sul piano dei contenuti- a spendere i pochi fondi a disposizione della nostra comunità attraverso stringenti verifiche bilaterali sulle modalità di utilizzo delle ore riparatrice: modello pedagogico del team-teaching; ore di compresenze per forme di insegnamento individualizzato e attività laboratoriali; tempo “disteso” assunto in modo intenzionale, deliberato e controllato quale specifica risorsa formativa; valorizzazione delle diversità problematiche; pluralità delle figure educative e assoluta parità degli insegnanti con alternanza di ruoli e di orari:
In conclusione: va benissimo evitare la completa distruzione del tempo-pieno, purchè, però, si riesca a salvare almeno i connotati essenziali del modello e si utilizzi l’occasione dell’intervento riparatore in un’azione degna della tradizione pedagogica riformista della sinistra milanese.

da ScuolaOggi.org

Bersani: «Come possiamo stupirci se la Cgil sciopera?», di S.C.

«Con tutto quello che il Pd stesso pensa e dice della manovra, dovrebbe forse stupirsi di uno sciopero o di una qualsiasi altra forma civile di mobilitazione o di protesta?» A Pier Luigi Bersani non piace la polemica che si è aperta nell’opposizione e all’ interno del suo stesso partito sullo sciopero generale indetto dalla Cgil per il 6 settembre. Mentre Idv e sinistra radicale aderiscono alla giornata di mobilitazione e chiedono al Pd di fare altrettanto, mentre il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini critica la decisione presa da Corso Italia e chiede al Pd di «abbandonare ogni ambiguità» e dire «da che parte sta», mentre nello stesso Pd c’è chi,come Beppe Fioroni, sostiene che «bisogna opporsi punto e basta a uno sciopero assurdo e controproducente », Bersani scrive sull’home page del sito web del partito una nota piuttosto chiara: parte sottolineando che di fronte a una manovra iniqua e regressiva come quella che vorrebbe approvare il governo, il Pd non si stupisce che sia stato indetto uno sciopero. E continua così: «Piuttosto, si prenda sul serio quello che diciamo da tempo. Noi rispettiamo l’autonomia di ogni scelta sindacale e siamo presenti laddove organizzazioni sociali e civili o movimenti sono in campo con obiettivi compatibili con i nostri. Saremo dunque presenti a tutte le diverse iniziative che i sindacati e le forze sociali vorranno assumere per chiedere correzioni alla manovra nel senso dell’ equità e della crescita». Dopodiché, Bersani sottolinea anche che il Pd è «un partito» che fa il suo «mestiere» e che è invece «da irresponsabili » l’atteggiamento dimostrato dal governo, che «lavora per dividere» il fronte sindacale. «Se si vuole far vivere il prezioso patto del 28 giugno fra le parti sociali è evidente che l’articolo 8 del decreto va eliminato o riformulato in modo accettabile per i contraenti ». Parole che per ora contribuiscono ad evitare nuove tensioni su questo argomento nel Pd. E che vengono apprezzate dalla stessa Susanna Camusso. Per il segretario della Cgil «è uno strano dibattito » quello avviato tra chi sostiene che il Pd dovrebbe aderire e chi chiede invece che vi si opponga: «Mi pare una gara inutile». Mentre giudica una «posizione corretta» quella espressa da Bersani. «Il Pd – dice al termine di un’audizione in Senato – ha presentato una proposta di merito sulla manovra: ci sono alcuni punti di convergenza con la nostra e altri no. Legittimamente rispettano le scelte che facciamo, come noi rispettiamo le scelte che fanno loro».

L’Unità 26.08.11

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Confindustria e norme sul lavoro: «Valutino assieme le parti sociali», di Marco Ventimiglia

Iniqua, inefficace, improvvisata… In questi giorni frenetici gli aggettivi per etichettare la manovra anticrisi del governo si sprecano. Senonché, visto in ottica lavorativa e sindacale, il decreto evidenzia ulteriori peculiarità negative. Se da un lato è palese l’odioso tentativo di utilizzare un provvedimento d’urgenza per veicolarci dentro un argomento estraneo e delicatissimo come la tutela dei lavoratori, dall’altro emerge la confusione del testo. In particolare fa discutere l’articolo 8 della manovra, quello che rilancia la contrattazione aziendale riconoscendole la forza di derogare ai contratti nazionali e anche alle leggi. Peccato che lo stesso argomento era già stato affrontato e messo al centro dell’intesa tra le parti sociali siglata il 28 giugno. Da qui l’alzata di scudi della Cgil, che ha posto la questione fra quelle meritevoli della mobilitazione e del conseguente sciopero generale proclamato per il prossimo 6 settembre. Male scelte lineari di Corso Italia fanno paradossalmente meno notizia rispetto agli imbarazzi sul tema di Confindustria, che negli ultimi due giorni è sembrata palesemente a disagio, nel tentativo di conciliare il blitz dell’ esecutivo con le affermazioni, sue e dei principali sindacati, a difesa dell’ autonomia decisionale delle parti sociali in materia di accordi sul lavoro. Coloro che invece l’imbarazzo sembrano non conoscerlo sono Cisl e Uil, che difendono a spada tratta il testo dell’articolo 8.
AUDIZIONE AL SENATO A rappresentare Confindustria nelle due ultime e importanti occasioni pubbliche è stato il direttore generale Giampaolo Galli. Ebbene, durante l’incontro di mercoledì nel quale il Pd ha presentato la sua contro-manovra, Galli ha detto una cosa non da poco, specie dopo il sostanziale assenso che Viale dell’Astronomia aveva dato ai contestati interventi in tema di lavoro contenuti nel decreto anticrisi. Il direttore generale ha proposto di fronte a Bersani un nuovo incontro tra le parti sociali per dare «un’interpretazione comune» sul contestato articolo8 della manovra anche perché l’esecutivo non può decidere da solo su una materia tanto importante. Parole che GiampaoloGalli ha di fatto ripetuto ieri mattina, questa volta davanti la Commissione Bilancio al Senato. Per il dirigente di Confindustria l’articolo 8 si presta a «interpretazioni che potrebbero non essere coerenti con l’accordo del 28 giugno». Per questo, ha aggiunto nel corso dell’audizione, «riteniamo necessario avviare una riflessione con le organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto l’accordo del 28 giugno per esaminarne i contenuti con riferimento alla questione delle intese modificative». Senonché, la posizione degli industriali ha creato più di un disagio. Oltre a quello dell’esecutivo, si sono aggiunti i mal di pancia della Uil e della Cisl, con il segretario di quest’ultima che per ribadire le sue posizioni ha usato un argomento estremo: «Quello che nonè stato capito – ha tuonato Raffaele Bonanniè che Confindustria ha fatto pressioni per abolire l’articolo 18, e che questo rischio è stato arginato proprio con le norme della manovra che vincolano le deroghe ad accordi tra le parti». Cotanto retroscena, e chissà se Emma Marcegaglia lo confermerà, per confermare la valutazione positiva di Cisl e Uil sull’intervento del Governo, giudicato «compatibile, anzi un rafforzamento » dell’intesa siglata il 28 giugno.
COMUNICATO SUCCESSIVO A volte, si sa, per far coincidere un disagio con una tirata di giacca basta una semplice telefonata. Protesta, naturalmente, destinata a non lasciare tracce ufficiali ma a determinare, quello sì, qualche correzione di rotta. Sia come sia, nel pomeriggio Galli è ritornato nuovamente protagonista, questa volta con un comunicato di Confindustria dalla problematica esegesi, nel quale in relazione all’articolo 8 «il direttore generale di Confindustria ritiene che non vi sia una non coerenza con l’accordo stesso (quello del 28 giugno, ndr), come invece è stato interpretato da altri». Piroette dialettiche molto distanti dall’argomentare di Susanna Camusso. Ieri il leader della Cgil ha ricordato agli altri sindacati e a Confindustria che «tutte le parti sociali per due volte avevano chiesto al governo di non intervenire in materia di lavoro, di lasciarla al confronto tra le parti. Sono invece arrivate le norme del decreto che non rafforzano l’accordo di giugno ma ne mettono in discussione la costruzione unitaria»

L’Unità 26.08.11

"A Brancher 160 milioni di euro", di Paolo Biondani

Avete presente l’ex ministro di Berlusconi appena condannato in via definitiva a due anni? Bene: il governo lo ha nominato presidente con pieni poteri di un nuovo ricchissimo ente. Così l’esecutivo italiano ha un nuovo record: è l’unico al mondo che in tempi di sacrifici e di tagli affida una valanga di denaro a un pregiudicato. Per distribuire preziosi pacchi di soldi pubblici mentre l’Italia rischia la bancarotta, cosa c’è di meglio di un bel comitato politico, presieduto da un onorevole marchiato dalla giustizia come ladrone? Spesso in Italia, come insegnava Ennio Flaiano, la situazione è grave, ma non seria: a riconfermarlo è un atto del governo che affida un tesoretto di 160 milioni di euro a un nuovo ente presieduto e diretto da Aldo Brancher. Sì, proprio lui, il deputato berlusconiano fresco di condanna definitiva per i reati di ricettazione e appropriazione indebita.

Il neonato ente parastatale si chiama “Odi” (“Organismo di indirizzo”) ed è stato istituito il 14 gennaio 2011 con un apposito decreto firmato nientemeno che da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Richiamandosi a un codicillo semi-nascosto nella legge finanziaria 2010 (“articolo 2, comma 107, lettera h”), il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia autorizzano la spartizione di 160 milioni tondi entro la fine di quest’anno. I soldi sono destinati ai soli comuni veneti e lombardi delle fasce di confine con Trento e Bolzano. L’idea era stata lanciata già nel 2008 per frenare la mini-secessione dei centri di montagna, che progettavano di abbandonare le regioni padane per entrare nelle ricche province a statuto speciale. Allora però era previsto uno stanziamento di soli 20 milioni. Adesso il fondo è quadruplicato: 80 milioni all’anno. E la prima spartizione riguarda il biennio 2010-2011, per cui la cifra in gioco raddoppia. Il nuovo ente ha pieni poteri sulla distribuzione dei soldi. Mentre i costi sono a carico delle due province autonome, che non sono amministrate dal centrodestra. Oltre a nominare gli otto componenti dell’Odi (quattro per il governo, quattro per gli enti locali), è lo stesso decreto Berlusconi-Tremonti a regalare a Brancher la poltronissima di “presidente, in rappresentanza del ministero dell’Economia, per i prossimi cinque anni”.

L’atto governativo, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 22 marzo, è entrato in vigore d’urgenza la mattina successiva. Appena tre settimane prima, l’onorevole ex dirigente Fininvest si era visto confermare dalla Corte d’appello la condanna a due anni di reclusione, graziati dall’indulto, con l’accusa di aver intascato fondi neri per 827 mila euro. In parte attraverso contratti di comodo intestati a sua moglie Luana; in parte ritirati di persona, in contanti, in luoghi indimenticabili come il parcheggio dell’autogrill di San Giuliano Milanese. Soldi sporchi, perché sottratti alle casse di una banca, la Popolare di Lodi, tra il 2001 e il 2005, quando a guidarla era Gianpiero Fiorani, che dopo l’arresto confessò anche quelle mazzette versate “in cambio dell’appoggio del politico”. In luglio la Cassazione ha riconfermato la colpevolezza del deputato, denunciando pure un suo tentativo di far saltare l’udienza finale, inventandosi un domicilio fittizio, nella speranza di salvarsi con la prescrizione, come era riuscito a fare già due volte, ai tempi di Tangentopoli. Tra un processo e l’altro, nel 2001 Brancher è diventato parlamentare, sottosegretario del premier Berlusconi e nel 2010 ministro per 17 giorni, giusto il tempo di avvalersi della legge sul legittimo impedimento, poi dichiarata incostituzionale. Ora è un onorevole pregiudicato. Per reati che dovrebbero sconsigliare di affidargli denaro pubblico: tecnicamente l’appropriazione indebita equivale a un furto aggravato, mentre l’accusa di ricettazione colpisce chi incassa un bottino rubato da altri ladri.

CORSA ALL’ORO
Nonostante questi precedenti penali e nuove accuse recentissime (caso Di Lernia), il decreto Berlusconi-Tremonti ha nominato Brancher presidente non solo dell’Odi, cioè dell’organismo che “fissa gli indirizzi” per distribuire i soldi ai Comuni, ma anche della “Commissione di approvazione dei progetti” (in sigla “Cap”), che valuta concretamente quali giunte beneficiare e con quanto denaro. La “Cap” ha solo quattro membri, per metà scelti a rotazione, ma in modo che il centrodestra abbia sempre una maggioranza di tre a uno. Della cabina di regia fanno parte almeno altri due amici di Brancher. L’immedesimazione tra il nuovo ente e l’onorevole condannato è tanto forte che decine di sindaci veneti e lombardi parlano direttamente di “fondo Brancher”, come se i 160 milioni da distribuire fossero suoi. E in tempi di crisi sempre più nera e tagli rovinosi per i Comuni, il tesoretto dell’Odi sta scatenando scene da assalto alla diligenza. Il termine per presentare i progetti di “sviluppo dei territori” scadeva il 30 giugno. Con buona pace delle promesse di evitare una pioggia clientelare di micro-finanziamenti, nella sede dell’Odi risultano “pervenute” almeno 179 buste chiuse, ognuna delle quali può contenere più progetti: 68 da Belluno, 60 da Brescia, 33 da Vicenza, altre 18 da Verona e Sondrio. I dati sono ufficiosi, perché l’Odi per ora non pubblicizza neanche i progetti in gara. Le domande, secondo le prime indiscrezioni, sono le più disparate: centraline energetiche, piste ciclabili, sistemazioni dei sentieri, funivie, strutture turistiche, incentivi all’agricoltura, opere idrauliche… Nel timore di perdere il treno targato Brancher, decine di piccoli comuni, anziché spedire le richieste per raccomandata o per e-mail certificata, hanno preferito la consegna a mano: camion e furgoni stipati di documenti che scendono dalle montagne strombazzando il clacson per arrivare in tempo a Verona, in Lungadige Capuleti 11, negli uffici che ospitano l’Odi e i suoi 15 dipendenti in prestito dal ministero dell’Economia.

L’Espresso 26.08.11

"Se le Primavere Arabe Tradiscono le Donne", di Cecilia Zecchinelli

Hala Misrati, la star della tv di Gheddafi finita sui media del mondo per il suo ultimo show con pistola prima dell’arresto, era diventata una celebrità negli ultimi mesi, la voce più forte della propaganda. Ma è difficile pensare che se anche avesse vinto il Colonnello, cosa ormai impossibile, la tostissima ex scrittrice di romanzi rosa avrebbe trovato un ruolo di leadership nella Jamahiriya. E anche le amazzoni del Qaid (guida), tanto decantate e poi sparite, avevano un ruolo ancillare nonostante le divise e le armi: nessuna femminista araba le ha mai portate d’esempio e in Occidente piacevano soprattutto agli uomini. Ma se il maschilismo dei vecchi regimi arabi, caduti e non, è cosa nota, che dire dei governi nascenti?
Nella Nuova Libia le donne avranno più spazio nella vita pubblica? E in Egitto, in Tunisia? Un’altra domanda: la loro presenza nella stanza dei bottoni, se non egualitaria almeno importante, può essere davvero, tra qualche mese quando i tre Paesi voteranno, la prova del loro livello di democrazia? A questo si può rispondere che ci vuole tempo perché società dominate da religione e tradizioni, ancora in gran parte rurali o beduine, con povertà e ignoranza diffuse, un passato (e presente, in Egitto) gestito da militari, escano dal tunnel del maschilismo. Anche in Italia, dopo oltre 60 anni di democrazia, l’obiettivo non è raggiunto. Ma il vero rischio è che la primavera araba non crei nemmeno le basi per una futura eguaglianza. Peggio ancora: che perfino i successi raggiunti nei passati regimi siano annullati.
Non è un caso che il 13 agosto, anniversario della legge del 1956 che conferiva ai due sessi piena parità, le tunisine siano scese in strada. «Per paura di infastidire gli islamici — ha detto Ahlem Balhaj, capo dell’Organizzazione per i diritti delle donne — ora rischiamo di perdere tutto», compreso il divieto della poligamia. E anche in Egitto, dove il movimento femminista arabo nacque potente negli anni 20, molte donne si sentono tradite. «Durante la rivoluzione la parità finalmente esisteva. Ma lo spirito di Tahrir è evaporato», denuncia la giornalista Marwa Rakha. «Ci aspettavamo libertà e eguaglianza ma non sono arrivate — aggiunge Nawal Saadawi, la celebre e anziana femminista —. Non tanto per una questione religiosa ma generazionale: nell’esercito, tra i politici, perfino nei Fratelli musulmani, i giovani vogliono la parità, i vecchi no. E il potere è ancora loro». La commissione costituzionale che studiò gli emendamenti poi approvati da referendum comprendeva solo uomini. E nelle elezioni previste in novembre le pur discusse quote rosa introdotte da Mubarak non ci saranno. Per altro si è candidata a raìs una donna che piace per il suo impegno sociale, Bothaina Kamel, ma le sue chance sono zero.
In Libia le donne del fronte ribelle sono state finora nelle retrovie, come in tutte le guerre. Da Bengasi i leader rivoluzionari hanno però ammesso tre signore nel Consiglio transitorio e più volte affermato l’impegno per la parità. Resta da vedere in concreto cosa faranno, quanto le tradizioni e l’integralismo peseranno sul nuovo corso. Tra i tanti rischi che corre l’ormai ex Jamahiriya c’è anche quello di non approfittare di questo momento per eliminare la discriminazione delle sue cittadine.

Il Corriere della Sera 26.08.11

"Privatizzazione dei beni comuni", di Francesco Cundari

Il tentativo di affossare il risultato dei referendum sui beni comuni del 12 e 13 giugno non potrebbe essere più esplicito. Approfittando dell’emergenza finanziaria, il governo ha inserito nella manovra norme che sono in palese contrasto con il risultato plebiscitario di appena due mesi fa. Un tentativo dichiarato di forzare ovunque possibile la privatizzazione dei servizi pubblici locali, comese niente fosse, che suscita naturalmente la protesta e la mobilitazione di tutti i movimenti che per i quesiti referendari si sono battuti. A segnalare la violazione della volontà popolare che si è espressa nei referendum di giugno non sono però soltanto i movimenti che li hanno promossi, ma parte significativa dello stesso Pdl. Nel merito, infatti, la commissione Affari costituzionali ha parlato mercoledì con cristallina chiarezza. Il parere «non ostativo» della commissione sulla manovra del governo è «condizionato» alla riformulazione di una lunga serie di disposizioni contenute nel decreto di ferragosto, a cominciare dall’articolo 4, che «introduce disposizioni volte a liberalizzare i servizi pubblici locali di rilevanza economica, al fine di creare le condizioni per l’apertura al mercato ».
I RILIEVI DELLA COMMISSIONE In proposito, i rilievi della commissione sono molto precisi: «Appare necessaria, al fine di evitare possibili censure di incostituzionalità e perché sia assicurato il pieno rispetto della volontà popolare, un’attenta verifica della compatibilità di tale nuova disciplina con gli effetti abrogativi prodotti dall’esito di due dei quattro referendum popolari del 12 e 13 giugno 2011 relativi, rispettivamente, alle modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica e alla determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito». Dunque, come ricorda il parere autorevolissimo elaborato dalla commissione Affari costituzionali (e al suo interno proprio dai membri del Popolo della libertà), il primo quesito referendario non riguardava semplicemente l’acqua, ma tutti i «servizi pubblici locali di rilevanza economica».
LALETTERADELFORUMPERL’ACQUA Non può stupire pertanto la protesta che viene dai promotori dei referendum di giugno. Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha indirizzato una lettera aperta al presidente della Repubblica e a tutte le forze politiche. «Il governo non solo non ha ancora attuato le indicazioni referendarie – si legge nel testo – ma, con la manovra economica in fase di discussione parlamentare… ha riproposto in altra forma la sostanza delle norme abrogate con volontà popolare ». Il Forum contesta poi il fatto che «nell’articolo 5 si arrivi a dare un premio in denaro agli enti locali pur di convincerli a lasciare al mercato delle privatizzazioni i propri servizi essenziali per le comunità: un premio che dovrebbe servire per fantomatici investimenti infrastrutturali quando invece ai Comuni vengono sottratti trasferimenti essenziali per le loro funzioni ». Tutto questo, prosegue la lettera, costituisce «una chiara violazione della Costituzione poiché il popolo italiano si è pronunciato con referendum contro l’affidamento al mercato di tutti i servizi pubblici locali previsti dal Decreto Ronchi, e tale decisione è vincolante per almeno cinque anni (come affermato dalla giurisprudenza costante della Corte Costituzionale)».
L’APPELLO DEI GIURISTI L’appello dei giuristi estensori dei quesiti sui beni comuni, sottoscritto tra gli altri anche da Alex Zanotelli, da Giorgio Airaudo della Fiom e dall’ex magistrato Livio Pepino e dal direttore editoriale del Manifesto Gabriele Polo, ha raccolto in poche ore cinquemila adesioni. «La lettura della manovra di ferragosto e del dibattito politico che ne ha accompagnato la presentazione – scrivono gli estensori dell’appello – produce una sensazione di profonda preoccupazione in chi ha a cuore la democrazia e i beni comuni».
LA DENUNCIA DEL CODACONS Dalla parte dei difensori del risultato dei referendum del 12 e 13 giugno si schiera anche il Codacons. «Appare incredibile – scrive in una nota – che il governo, approfittando dell’importanza di una manovra urgente, cerchi di intrufolare una norma palesemente illegale». L’associazione dei consumatori si dice pronta a ricorrere alla Consulta. E ribadisce: «L’articolo sottoposto mesi fa a referendum, il 23 bis del decreto legge 25 giugno 2008 numero 112 riguardava tutti i servizi pubblici di rilevanza economica, non solo quello idrico».

L’Unità 26.08.11