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"Caos tra cattedre scoperte e stipendi sempre più bassi", di Elena Iannone

Come ogni anno arrivano i dati della ricerca di Eurydice sugli stipendi degli insegnanti. Come ogni anno arrivano i dati della ricerca di Eurydice sugli stipendi degli insegnanti europei, e come ogni anno viene confermato che l’Italia, con un divario notevole rispetto ai colleghi delle nazioni limitrofe, è tra i paesi che peggio retribuisce i propri insegnanti. Quest’anno però la ricerca arriva proprio dopo le numerose polemiche sugli abbassamenti di stipendio che subiranno i nuovi lavoratori previsti dal piano di assunzione per il triennio 2011-2013.
Un’estate bollente, al di là delle temperature, quella che precede gli inserimenti, con contratto a tempo indeterminato, di oltre 66mila lavoratori fra personale docente e personale Ata previstam nel piano triennale del decreto dello scorso 4 agosto. Si registranom grandi ritardi nell’assegnazione delle cattedre. I rappresentati sindacali, ad esclusione di Flc Cgil, hanno firmato un accordo che consente l’eliminazione del primo scatto di carriera dei nuovi assunti. Questo significa che un precario che firmerà a settembre l’agognato contratto a tempo indeterminato dovrà attendere la bellezza di 8 anni prima di godere del primo scatto salariale: «Una vera e propria operazione di riduzione dello stipendio per chi, già precario, ottiene finalmente il contratto a lungo inseguito». Così risponde Mimmo Pantaleo, segretario generale Flc sul motivo che ha indotto la rappresentanza Flc Cgil a non firmare l’accordo: «C’erano le risorse dei fondi contrattuali che avrebbero compensato naturalmente le nuove assunzioni, ma da parte del governo c’è stata la volontà ferrea di andare a incidere sulle retribuzioni». Il decreto legge prevede in tutto un’infornata di contratti per
un totale di 95.000 nuove assunzioni fra tutto il personale scolastico e divise su tutte le tipologie di istituti fino a colmare i posti vacanti. E il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini ieri ha ammonito i professori intimando loro di «rispettare le regole» per quel che concerne il caro libri. Attacco che è sembrato ingiustificatoalla luce dei dati che vogliono solo il 5% delle scuole a sforare il budget, e mai oltre il 10% del tetto della spesa. Quanto agli inseganti, proprio i loro stipendi, secondo i dati di Eurydice, non sembrano esattamente adeguati alla media europea: mentre un docente italiano della scuola secondaria superiore guadagna da un minimo di 24.669 curo e un massimo di 3 8.745 annui e un maestro d’infanzia ad inizio carriera arriva appena a 22.903 curo (con speranza di scatto massimale fino a 33.740 curo dopo 35 manni di servizio), un suo collega austriaco percepisce un minimo di 3 8.182 curo fino a un massimo, per gli insegnanti liceali, 72.065 curo all’anno. Un insegnante del Lussemburgo può arrivare a guadagnare anche 125.671 curo, somma che insieme a quella dei paesi scandinavi rimane tra gli stipendi più elevati. Più moderati, ma non per questo meno dignitosi, sono invece i salari a cui possono ambire gli insegnanti tedeschi con un massimo di 63.985 curo.

IL Riformista 27.08.11

"La campanella è muta. Tra decreto Gelmini e nuove Finanziarie in arrivo l'ennesima mazzata per l' istruzione pubblica italiana", di Donatella Coccoli

I tagli agli enti locali si riflettono su mense, trasporti. Ed è emergenza per la sicurezza degli edifici: non ci sono soldi per la manutenzione. Come dentro un cappio che si stringe sempre di più, la scuola pubblica italiana si dibatte per poter sopravvivere. Tremonti ha detto che la seconda manovra non prevede tagli all’istruzione? Balle. La mannaia sulle risorse destinate alla scuola, c’è, eccome. E si vedrà da subito, appena partirà il nuovo anno scolastico. «Intanto la prima manovra e anche questa seconda afferma Mimmo Pantaleo segretario generale Flc Cgil colpisce, e pesantemente, il sistema d’istruzione del nostro Paese. La prima prevede tagli di spese per i prossimi anni per 6 miliardi. Questi si aggiungono ai tagli del decreto 133/2008 della Gelmini che prevedono 140mila insegnanti in meno, e che colpiscono anche l’università e il sistema della ricerca. Insomma, siamo alla canna del gas. La seconda manovra poi è devastante». «Dopo il blocco dei contratti sino al 2014, dopo la cancellazione degli scatti di anzianità nella scuola continua Pantaleo adesso si aggiungono i due interventi sul tfr e sulla tredicesima; inoltre sulla scuola si inserisce una finestra per cui dal 2012 si ritarda di un anno l’andata in pensione. E in più ci sono i tagli agli enti locali con conseguenze drammatiche, perché circa il 17 per cento delle spese d’istruzione oggi è a carico di Regioni, Province e Comuni». Mense, trasporti, edilizia scolastica: questi non sono aspetti secondari, incidono profondamente sulla qualità dell’insegnamento. «È un dramma afferma Giovanni Di Fede, assessore Pd alla Pubblica istruzione della Provincia di Firenze -. Noi abbiamo 37mila studenti, 100 istituti e 42 edifici. Un patrimonio ingente a cui quest’anno abbiamo destinato 10 milioni di euro per la manutezione e ampliamenti. Il prossimo anno c’è solo un milione e 200mila euro, nel quinquennio 2004-2009 la spesa era in media di 26 milioni di euro». E poi ci sono le classi pollaio. «Adesso siamo sui 30 alunni in spazi dentro edifici storici in cui è davvero complicato riuscire a fare lezione». Tutto questo, e lo dimostrano vari ricorsi al Tar, contraddice con le norme di sicurezza. Ma il ministero, dice Di Fede, ha adottato «un modo furbo per aggirare le norme: è stata calcolata tutta la superficie scolastica, compresi i corridoi e le palestre». L’assessore fiorentino spiega che una soluzione ci sarebbe. «Si tratterebbe, come è stato proposto all’assemblea nazionale del Pd sull’edilizia scolastica, di tenere fuori dal patto di stabilità le spese per l’edilizia scolastica». In questo modo si potrebbero creare anche dei nuovi posti di lavoro, con vantaggi per lo Stato che risparmierebbe sugli ammortizzatori sociali. Francesca. Puglisi responsabile nazionale Pd scuola ritorna sui tagli. «Il prossimo anno va a regime la terza tranche: 19.700 insegnanti e 14.500 operatori Ata in meno. La qualità della scuola, tra accorpamenti, sovraffollamento, compresenze eliminate nella primaria ed emergenza nell’edilizia scolastica, sarà sempre più scadente. A questo dice si aggiunge l’attacco alle famiglie con la cancellazione delle detrazioni fiscali riservate alle spese per l’istruzione dei figli». Il Pd intanto mette in cantiere la seconda edizione della festa nazionale della scuola a Modena fino al 19 settembre. «Abbiamo chiamato tutti coloro (dai partiti alla società civile, dai genitori ai docenti) che credono ai valori della Costituzione: qui occorre un passo in più se vogliamo cambiare pagina», conclude Francesca. Puglisi. Ma perché tanto accanimento nei confronti dell’istruzione pubblica che dovrebbe garantire anche il futuro economico di un Paese? Al di là di una incapacità a governare, cosa c’è dietro le manovre del centrodestra? «Il primo obiettivo risponde Pantaleo è l’idea di superare il dettato costituzionale sull’uguaglianza di tutti i cittadini, per cui addio alla scuola di massa. Il secondo, è quello di prevedere un modello di sviluppo senza innovazione e ricerca, abbassando i diritti delle persone. Il terzo obiettivo conclude il sindacalista Cgil comprende l’ossessione e l’odio verso tutto ciò che è pubblico, visto come un ostacolo all’idea totalitaria della società. Non dimentichiamo che conoscenza è democrazia».

da Left Avvenimenti 26.08.11

"Amazzone o sposa bambina, essere donna in Libia", di Renzo Guolo

Rispetto al tempo della monarchia senussita, il lungo regime di Gheddafi ha fatto registrare un miglioramento nella condizione femminile. Nel delicato campo del diritto di famiglia ha elevato l´età matrimoniale impedendo il fenomeno delle spose-bambine; imposto la registrazione delle nozze; condizionato il matrimonio poligamico al consenso della prima moglie; stabilito l´intervento del giudice per convalidare il divorzio. Le donne possono votare, gestire i loro beni personali, avere accesso all´istruzione, lavorare. Anche se sono indirizzate a fare le insegnanti o le infermiere. Professioni che il Colonnello, che pure ha ammesso donne nell´esercito traendovi la sua guardia di “amazzoni”, definiva “consone”. Scelte che hanno fatto dire retoricamente a Gheddafi che le «donne sono trattare meglio Libia che in Occidente».
Come spesso accade nel mondo della Mezzaluna, però, le leggi fanno i conti con la tradizione. Le norme “modernizzanti” hanno trovato forti resistenze fuori dai centri urbani. Il diritto consuetudinario o il riferimento alla shari´a hanno spesso prevalso. Nella sua politica di divide et impera, in una realtà in cui il potere tradizionale delle tribù conta, Gheddafi ha smorzato ogni velleità di modernizzazione. Così è rimasta la consuetudine che vieta a una donna di espatriare senza l´autorizzazione scritta del marito; in certe aree la poligamia è ancora praticata senza vincoli; la violenza domestica diffusa e lo stupro non sono repressi con durezza. Nelle aree più remote confinanti con l´Africa subsahariana resta pratica corrente la mutilazione genitale. Quanto all´istruzione, se in città buona parte della popolazione studentesca è composta da femmine, nei villaggi rurali il tasso di analfabetismo delle giovani è altissimo e le donne continuano a vivere segregate. Sapranno i Paesi occidentali, che tanto hanno fatto per sostenere il cambio di regime, far pesare la loro influenza a favore dei diritti delle donne nella nuova Libia? O il rispetto dell´”identità e della tradizione” invocato dai nuovi governanti prevede ancora una volta il silenzio?

La Repubblica 27.08.11

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“Le ragazze di Ghiran che fanno la rivoluzione con le loro canzoni”, di Meo Ponte

“Non siamo topi come dici tu, siamo quelli che ti faranno mangiare la morte” Asma, Aisha, Najat si danno ogni sera appuntamento sotto casa degli ultimi lealisti. Le ragazze della rivoluzione si incontrano all´incrocio del quartiere di Ghiran, nella parte ovest della città. Ogni sera dopo l´iftar, la cena del Ramadan. Asma, 30 anni, porta il tamburo con cui sua madre accompagnava le canzoni tradizionali. La sua amica le poesie che ha appena scritto e il registratore con l´incisione del nuovo inno nazionale. La più piccola del gruppo ha appena tredici anni e si avvolge nel tricolore rosso, verde e nero ricavato da tre sciarpe.
Sono una ventina le ragazze di Ghiran che si radunano per cantare gli inni vecchi e nuovi della rivoluzione davanti alle finestre dei ultimi sostenitori di Gheddafi nel rione. Come le sorelle Aisha e Najat che, durante il regime, arrivarono a denunciare come «anti-governativo» il marito della terza sorella che era venuta a far loro visita per presentarglielo. Da quando è scoppiata la rivoluzione le due sorelle lealiste sono uscite di casa una sola volta e per andare dagli Abougascia, un´altra famiglia lealista che abita in fondo alla strada. «Uno dei figli ha ucciso un uomo anni fa e senza motivo ma è stato in prigione per soli tre giorni. Il padre era ben inserito con il regime. Diceva di conoscere il libretto verde a memoria. Il cognato delle due sorelle invece è sparito senza aver fatto nulla», dice Asma.
Le ragazze della rivoluzione non vogliono vendette ma solo poter dimostrare che ora non si deve più tacere, che si può dire quello che si vuole, che il tempo di Gheddafi è finito. La fanno cantando la sera davanti alle porte sbarrate di chi invece è ancora disperatamente fedele al raìs. Intonano il nuovo inno nazionale che poi è quello che si cantava dopo la colonizzazione e che Gheddafi aveva soppresso appena al potere. Non erano nemmeno nate quando in Libia risuonavano quelle note ma le hanno imparate a memoria e ora le cantano insieme ai nuovi slogan e a canzoni nate poche settimane fa. Come quella composta per i ragazzi del quartiere che sono morti nelle prime battaglie e che recita: “Il nostro paese ci chiamava e noi abbiamo risposto all´appello. Mamma non piangere che mio fratello un martire. Ha risposto all´appello per salvare il paese e il nostro popolo…”.
Le più amate però sono quelle scritte con una rabbiosa ironia come quella composta sull´onda dell´indignazione per uno dei discorsi di Gheddafi nei primi giorni della rivoluzione. «Parlando in tv aveva detto di essere amato ovunque nel paese e nel mondo e aveva chiesto ai rivoluzionari chi erano. Ricordo bene quella domanda: “Chi siete voi?”. Gli abbiamo risposto con una canzone che cita tutte le città che si sono rivoltate contro di lui…», spiega Asma. E ora le ragazze della rivoluzione cantano: “Non sai chi siamo noi? Noi siamo cavalieri non topi come ci hai chiamato tu, noi siamo quelli di Misurata che ti hanno rotto il naso, noi siamo Nalut e Zawria che ti faranno mangiare la morte, noi siamo Felan che tu, fifone, hai circondato per paura…”.
Le ragazze di Ghiran quattro giorni fa hanno iniziato a cantare a Tajura, una città poco lontana da Tripoli che lentamente è stata fagocitata dall´espansione della capitale diventandone un fashloum, un quartiere. «A Tajura sono sempre stati più liberi che in qualsiasi parte di Tripoli» spiega l´amica di Asma. Lì hanno urlato a squarciagola e sino allo sfinimento Shaeshoufa maleshi, ci dispiace ricciolone, uno slogan che fa riferimento alla capigliatura del raìs e che è il più in voga ora tra i ragazzi. E poi quando la rivoluzione è gradatamente arrivata sino alla piazza Verde sono andate a cantare negli altri quartieri.
L´altra sera erano di fronte alle finestre della famiglia Abougascia, rigorosamente sbarrate. Con Asma e le amiche c´erano anche bimbi e mamme, ragazzi appena tornati dal fronte di Abousalim con le canne degli Ak 47 ancora calde. Hanno cantato e ballato, urlato Shaeshoufa maleshi mentre i giovani towar sparavano in aria qualche breve raffica e guardavano i traccianti rossi attraversare il cielo buio. Da dietro le finestre chiuse e illuminate dalla luce fioca originata dal generatore nessun commento. Solo una frase sfuggita per l´esasperazione prima di spegnere anche l´ultimo lumicino: «Scimmie». Stasera le ragazze della rivoluzione canteranno ancora. L´appuntamento è all´incrocio di Ghiran.

La Repubblica 27.08.11

"Regioni e Comuni in rivolta", di Marco Ventimiglia

Un venerdì d’agosto reso ancor più torrido dalla protesta contro i tagli agli enti locali contenuti nella manovra. Maroni e Letta cercano di rassicurare i rappresentanti dei Comuni ma senza fornire garanzie concrete.In un paese normale di fronte a un grande problema si utilizzano le settimane, i giorni e le ore per risolverlo. Nell’Italia di Berlusconi il meccanismo è inverso: il guaio, che si chiama manovra anticrisi, prende consistenza con il passare del tempo in una ridda di litigi e polemiche, ed insieme monta la protesta, che ieri è stata soprattutto quella di comuni e regioni, ovvero i soggetti più bersagliati dall’iniquità del provvedimento,
con tagli pesantissimi agli enti locali. Tanto che ieri sera dal cilindro di Calderoli è spuntato il coniglio. «Per poter tagliare i tagli ai Comuni, devo trovare le risorse e, insieme ad Alfano e Berlusconi, le abbiamo reperite
per diminuire almeno della metà i tagli agli enti locali». Così l’annuncio del ministro della Semplificazione che ha parlato di una decisione contenuta nell’accordo che lunedì verrà ratificato da Berlusconi e Bossi. Lo stesso Calderoli ha auspicato che le risorse siano riportate quasi completamente a favore degli enti locali, spostando i tagli sui ministeri.
Sulle stesse frequenze Roberto Maroni, che nel primo pomeriggio ha incontrato al Viminale una delegazione dell’Anci, l’associazione nazionale dei comuni italiani. «C’è spazio per alleggerire i tagli agli enti locali – ha dichiarato il ministro dell’Interno – e spero anche in un loro azzeramento,
soprattutto per i Comuni. Ho lavorato in silenzio per ottenere questo risultato. Mi pare che siamo sulla buona strada. Il confronto, il dibattito, il fiorire di proposte che c’è stato in questi giorni, è stato molto utile». Poi,
tanto per far capire quale potrebbe essere lo sbocco di questo celestiale percorso che in tanti hanno invece scambiato per una rissa senza quartiere, Maroni ha indicato un giorno, lunedì. Un 29 agosto nel quale non si riuniranno le Camere in seduta comune o Palazzo Chigi ospiterà un risolutivo vertice con opposizione e parti sociali. No, lunedì prossimo, il giorno in cui l’Anci ha organizzato a Milano una nuova manifestazione di protesta contro i tagli, si incontreranno Silvio Berlusconi e Umberto Bossi…
DECIDONO IN DUE
Proprio così, altro che gli inviti alla coesione del Capo dello Stato, le concrete modifiche alla manovra arrivate dall’opposizione, le proposte di sindacati e Confindustria, tutto si ridurrà alla problematica “quadra” fra i due logorati leader del centrodestra, nel solito rimpiattino fra riduzione del contributo di solidarietà, tagli alle pensioni, abolizione delle province, aumento dell’Iva e, appunto, sforbiciate agli enti locali. A ben sintetizzare lo sconcerto del momento è stato un deputato dell’ Udc, Alfredo Mantini: «L’annunciata chiusura della manovra nello stretto perimetro delle intese tra Bossi e Berlusconi – ha detto – è irriguardosa nei confronti delle opposizioni e delle costruttive proposte di modifica avanzate dai mondi produttivi e vitali del Paese. Se non fosse inverosimile sembrerebbe una sorta di serrata del governo dinanzi al Parlamento».
E se tutto deve passare lunedì dall’ombelico di Palazzo Grazioli (o Arcore) non sorprende quanto accaduto ieri ai rappresentanti dei piccoli Comuni, anche loro bersaglio del decreto anticrisi, in particolare con l’articolo 16 che impone l’accorpamento dei centri con meno di mille abitanti. Sempre dal Viminale è arrivata la generica disponibilità a stralciare la misura dalla manovra, il che non ha impedito lo svolgimento della “Marcia su Roma” organizzata dall’Anpci, ovvero l’Associazione nazionale piccoli Comuni, e alla quale hanno partecipato anche numerosi sindaci aderenti all’Anci. A manifestare davanti a Montecitorio, con i gonfaloni esposti, le fasce tricolori e le chiavi della loro cittadina pronte da consegnare al governo, sono stati migliaia di sindaci, amministratori e abitanti dei tanti centri a «rischio accorpamento».
E i loro rappresentanti hanno incontrato, a Palazzo Chigi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, per assistere al solito copione. «Ci ha rassicurati e si farà portavoce della nostra richiesta di stralciare l’articolo 16 dalla manovra presso i gruppi parlamentari e i ministri. Però non ci è stato garantito l’esito…», hanno poi riferito perplessi. Va a detto che a sorbirsi le immancabili rassicurazioni sono stati
anche gli esponenti locali più in vista del Pdl, ricevuti nella mattinata in via dell’Umiltà dal segretario Angelino Alfano. Anche in questo caso , hanno riferito i responsabili degli enti locali, sono arrivate garanzie per una forte revisione della manovra.

L’Unità 27.08.11

"Consigli per resistere all'emergenza", di Luca Mercalli

Costa Est degli Stati Uniti: prima un improbabile terremoto, poi l’attesa per l’arrivo di Irene fino a New York, un uragano poco consueto fino a queste latitudini, il tutto a dieci anni da quel drammatico undici settembre. Cosa si accanisce sull’America? Le tempeste naturali dopo quelle finanziarie hanno almeno un vantaggio: sono un fenomeno fisico potente, pericoloso ma ben identificabile, contro cui ci si può organizzare e preparare. E proprio una concreta e pragmatica «preparedness» formicola febbrile su una striscia di territorio che va dalla South Carolina al New England, un concetto intraducibile in italiano, un misto di prevenzione e prontezza operativa di fronte a un disastro annunciato, sotto il motto «Sperare in bene, prepararsi al peggio». Nulla a che vedere con il catastrofismo né con il fatalismo. Qui sono le immagini satellitari e i modelli di simulazione dell’atmosfera a fornire i dati su cui costruire una strategia delle istituzioni ma soprattutto del popolo. Dopo Katrina nel 2005 gli Stati del Sud hanno metabolizzato questa lezione, per New York è invece meno scontato dover mettere in atto un piano di emergenza uragani, ma c’è sempre una prima volta, vuoi perché la statistica dei fenomeni meteorologici ha sempre nuove sorprese in serbo, vuoi perché i cambiamenti climatici cominciano a truccare le carte delle frequenze di eventi estremi.

Così, allertata dal National Hurricane Center (www.nhc.noaa.gov), la municipalità newyorkese non ha esitato da un lato a pulire i tombini da foglie e detriti, dall’altro a informare con ogni mezzo i propri cittadini su cosa fare di fronte al ciclone tropicale che potrebbe portare piogge torrenziali fino a 380 millimetri, raffiche tempestose di vento fino a 100 km/h e onde di marea alte fino a un paio di metri in grado di allagare vaste aree costiere e urbane. Le istruzioni sono semplici e chiare, stampate fin dal 2006 in undici lingue, italiano incluso (www.nyc.gov). Preparatevi a resistere fino a tre giorni di isolamento in casa con un «emergency kit»: quattro litri d’acqua potabile al giorno per persona, cibo in scatola e ovviamente l’apriscatole, materiale di pronto soccorso, lampada di emergenza con lampeggiante, radio a batterie o meglio con generatore manuale a molla, materiale per igiene personale maschile e femminile, varechina e contagocce per disinfezione acqua, provviste per bambini piccoli o anziani. Poi, in caso di evacuazione, tenete pronto uno zainetto d’emergenza («go bag») contenente: copia dei documenti importanti in busta impermeabile, secondo mazzo di chiavi di casa e dell’auto, bancomat, carta di credito e 50-100 dollari in biglietti di piccolo taglio, acqua in bottiglia e cibi non deperibili come barrette ai cereali o ad alto contenuto energetico, torcia elettrica, radio con pile di riserva, informazioni mediche aggiornate, elenco farmaci assunti e altri oggetti personali essenziali, nomi e numeri di telefono dei medici di famiglia, cassetta di pronto soccorso, informazioni su contatti e luogo di incontro per i membri della famiglia, unitamente a una mappa della zona, provviste per i bambini piccoli e altri oggetti per familiari bisognosi di speciali attenzioni. Ho voluto riportare anche solo una parte di questo elenco che sembra (a noi) ridicolo e banale, ma è fondamentale per difendere la propria vita e garantire un minimo di comfort durante i momenti critici. In Italia ve lo ha mai dato qualcuno? L’avete sentito declamare alla tv? Qui ci si vergogna quasi a dire alla gente di tener pronto un paio di stivali in caso di alluvione e un cambio di mutande pulite, paura di creare panico, di portare sgarro, meglio incrociare le dita, toccare ferro o altro, e poi sperare sui vigili del fuoco e i volontari della protezione civile, loro sì preparatissimi, ma che tuttavia intervengono solo a tragedia compiuta.

La Grande Mela tecnologica e glamour non si è vergognata, per bocca dello stesso sindaco Bloomberg, di ricordare di prendere portafoglio e dentifricio, di consultare la mappa su web dei rifugi collettivi più vicini (lo sapete dov’è il vostro?) e di scendere sotto il decimo piano dei grattacieli, che più in alto il pericolo è maggiore, e senza dimenticare cani e gatti! E’ proprio questa composta e operosa solerzia di tutti, dai politici ai portinai, che stupisce noi latini: qui siam stati rapidi a copiare i mutui subprime, mentre la preparedness è sconosciuta. Ne avremmo tanto bisogno, come patrimonio personale diffuso, non solo degli addetti ai lavori. Vi si sopperisce spesso con una tardiva pietas, da parte dei soccorritori, dei medici, ma più spesso nei cimiteri.

La Stampa 27.08.11

"Il mercato impeccabile", di Giorgio Ruffolo

La più grave crisi capitalistica dopo quella degli anni Trenta del secolo scorso, che precipitò nella grande depressione, non ha intaccato la fede liberista nell´infallibilità dei mercati, anzi del Mercato. Angelo Panebianco ne offre un perspicuo esempio quando (sul Corriere della Sera) trancia con eleganza la questione suprema della superiorità del Mercato sullo Stato come gestore specializzato efficace delle grandi interdipendenze economiche. Per efficace intende, penso, capace di raggiungere e mantenere equilibri stabili. Lo Stato, invece, sarebbe il portatore di interessi particolari, nazionali e democratici destinati per loro natura a turbare i processi di interdipendenza. Insomma, un disturbatore istituzionale.
Posizione elegante ma a mio parere infondata per due ragioni.
La prima è che una posizione di interdipendenza stabile la si può conseguire in vari modi e con varie combinazioni di distribuzione del reddito e del potere. La può raggiungere la Svezia e la mafia; quest´ultima, dal punto di vista del governo delle interdipendenze, in modo efficacissimo. Una posizione di equilibrio può essere raggiunta in condizioni di tendenziale equilibrio distributivo o in condizioni di suprema iniquità. Ora a me pare che Svezia e mafia non siano modelli equivalenti.
Ma la seconda ragione è ancor più importante. Il Mercato infatti in molti casi non riesce a raggiungere un equilibrio stabile ma instaura situazioni instabili o addirittura esplosive. Ciò avviene quando le relazioni economiche non sono di natura compensativa (mi spiego: quando ad esempio un aumento della domanda di beni provoca un aumento dei prezzi che ne riduce l´eccesso) ma quando sono di natura cumulativa (ad esempio un aumento della domanda dei titoli ne aumenta il valore e induce ulteriori aumenti della domanda: le famose bolle).
Non è proprio questo che è successo in America all´inizio di questo secolo?
Ma la crisi americana va molto al di là dell´ormai famoso fenomeno dei sub-prime (proliferazione dei crediti immobiliari rischiosi). Essa affonda le sue radici in una condizione di progressiva distribuzione squilibrata dei redditi. La liberazione dei movimenti di capitali promossa dai Paesi anglosassoni all´inizio degli anni Ottanta, promuovendo un ritorno del capitalismo all´obiettivo del massimo profitto nel minimo tempo, ha esasperato, a causa della globalizzazione e del mutato rapporto di forza tra capitale e lavoro (e tra capitalismo e stati nazionali), le diseguaglianze. La politica dei redditi, cardine di un compromesso storico tra capitalismo e democrazia, nel quale il capitalismo accettava una “normalizzazione” dei profitti e i sindacati dei lavoratori una moderazione delle loro rivendicazioni, è saltata. La diseguaglianza tra redditi di capitale e redditi di lavoro è divenuta mostruosa. Gli effetti depressivi di tale “mutazione” capitalistica sulla domanda sono stati brillantemente evitati grazie a un ricorso massiccio all´indebitamento e al suo continuo rinnovo. L´economista Marc Bloch ha affermato che il capitalismo finanziario era diventato il solo regime economico nel quale i debiti non si pagano mai. La liquidità mondale della moneta (nelle sue forme più varie) aveva raggiunto per effetto di questa accumulazione debitoria nei riguardi dei posteri, nel 2007, alla vigilia della crisi, un livello stratosferico, superiore di dodici volte a quello del prodotto reale mondiale. Purtroppo però neppure i mercati fanno miracoli. Le onde che si accavallano finiscono per infrangersi sulla riva.
Questo è esattamente ciò che è accaduto in America generando una crisi che minaccia oggi di risolversi in recessione. L´immensa liquidità si è di colpo prosciugata, ma gli immensi debiti sono rimasti. Qualcuno doveva pur assorbirli perché il sistema non andasse in malora. E non poteva essere che “il disturbatore” del mercato, lo Stato. L´indebitamento privato si è dunque convertito in indebitamento pubblico attraverso un gigantesco salvataggio e – finale grottesco del dramma – le agenzie di rating, che non avevano mosso ciglio di fronte all´”euforia irrazionale” dei mercati (l´espressione è dell´ex governatore della Banca Centrale americana Greenspan), hanno bocciato gli Stati colpevoli dei loro debiti dando un´altra bella spinta alla crisi.
Dunque non c´entra niente la pressione “democratica”. Tanto meno c´entra Keynes, morto e sepolto nel lungo termine, tirato in ballo a sua insaputa da altri illustri liberisti. L´inflazione finanziaria che ha dato origine alla crisi nasce tutta dai mercati che hanno gestito male assai la loro funzione di governo delle interdipendenze; ed è stata sostenuta e amplificata dal governo più liberista del mondo. A meno che sia una quinta colonna keynesiana ad essersi infiltrata alla Casa Bianca e alla Banca Centrale americana, con indiscutibile successo.

La Repubblica 27.08.11

«Approvata la Finanziaria serve un nuovo governo», intervista ad Anna Finocchiaro di Simone Collini

Primo, sulla manovra: convergenze parlamentari, tra i gruppi di opposizione ma anche con la maggioranza, «non solo sono auspicabili ma devono esserci». Secondo, sulla crisi che attanaglia il Paese: è ampiamente «dimostrato» che questo governo non è ingrado di affrontarla e quindi «approvata la manovra bisogna voltar pagina». Terzo, sullo sciopero generale indetto dalla Cgil: l’autonomia del sindacato «va rispettata» ed è «normale che rappresentanti del Pd partecipino ad iniziative indette da forze sociali, ma noi vogliamo salvaguardare l’accordo del 28 giugno». Per Anna Finocchiaro la discussione in corso al Senato sulla manovra rivela la grande debolezza della maggioranza e l’intento del governo di dividere il fronte sindacale. Dice
la capogruppo del Pd al Senato: «Devono tener conto delle nostre proposte.Non possono solo tagliare e far pagare i soliti noti. Servono misure per la crescita. Altrimenti si consegna il Paese alla recessione».
Pensa sia veramente modificabile col vostro contributo la manovra?
«Intanto verrebbe da dire: quale manovra? Ormai è palese che dentro la maggioranza, su ciascun punto, è in
atto un conflitto aperto. Addirittura, la commissione Affari costituzionali, quindi la stessa maggioranza, ha cassato integralmente il testo approvato dal Consiglio dei ministri, sostenendo che è viziato da profili di incostituzionalità».
Com’è da leggere questo parere?
«Come un attacco frontale alla regia del ministro dell’Economia».
Torniamo alle vostre proposte: per come si è svolta la discussione ritiene possibile che vengano accolte?
«Convergenze parlamentari non solo sono auspicabili ma devono esserci. In commissione Bilancio l’audizione di diversi soggetti produttivi ha fatto registrare un’ampia convergenza sulle nostre proposte. La manovra non può essere varata senza che siano accolte le modifiche indicate dall’opposizione».
Che vanno in quale direzione, per stare a quelle del Pd?
«Bisogna sanare le iniquità di questa manovra. E guardare alla crescita perché c’è un duplice rischio: che a settembre occorra un’altra manovra, se la maggioranza perdura in incertezze e castrazione dell’approccio solamente rigorista, e che se avrà un saldo di Pil pari a zero il nostro debito pubblico non potrà diminuire e anzi necessariamente crescerà. Non si può pensare che il Paese si salvi se insieme alla riduzione degli sprechi, alla chiamata alla solidarietà di chi ha di più e alla modernizzazione non c’è anche un investimento sulla crescita».
Non si capisce come possa portare crescita la più discussa delle vostre proposte, la tassa sui capitali scudati.
«Prevediamo che dei 15 miliardi derivanti da questa operazione una parte venga utilizzata per sollevare i Comuni dal rigore del Patto di stabilità, liberando investimenti. E un’altra parte sia utilizzata per saldare i debiti della Pubblica amministrazione nei confronti di una miriade di piccole e medie
imprese. Più in generale, tutte le nostre proposte in materia fiscale sono finalizzate ad alleggerire la pressione
tributaria per imprese e lavoro, che oggi è troppo forte».
Sempre sulla tassa per i capitali “scudati”: in un editoriale del “Corriere della Sera” si contesta la vostra proposta facendo notare che “pacta sunt servanda”.
«Ma allora lo stesso ragionamento deve valere anche per il Tfr, che invece viene posticipato e dato a rate. Il
“servanda” non può valere solo per gli evasori fiscali, ai quali è stato fatto un triplice regalo: rientro dei capitali con tassazione del 5%, nessuna penalizzazione e possibilità di riesportare. Guardiamo agli accordi fatti dagli altri paesi con la Svizzera, alle aliquote del 19 e del 34% di Germania e Inghilterra per i capitali portati all’estero».
C’è il problema della retroattività…
«Nessuna retroattività, chi ha usufruito dello scudo viene chiamato a un contributo di solidarietà. Così come
chi possiede grandi valori immobiliari. Una patrimoniale su cui si sono detti d’accordo sindacati, Confindustria, Rete imprese Italia. È normale che chi ha di più, in un momento di difficoltà, venga chiamato a dare un contributo, e che a pagare non siano sempre i soliti noti… all’Ufficio delle imposte».
Si parla tanto di taglio ai costi della politica, ma in quanto a gesti concreti…
«Non per causa nostra. E visto che stiamo assistendo a curiose retromarce – come la Lega che prima presenta un disegno di legge per ridurre il numero dei parlamentari e poi quando il tema viene messo all’ordine del giorno lo ritira – propongo di istituire una commissione ad hoc formata da tutti i presidenti dei gruppi parlamentari che grazie al suo peso politico sia in grado di produrre in tempi rapidi testi da portare in Aula sul dimezzamento del numero dei parlamentari, che è una priorità, sulla riformulazione dell’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio e sul riassetto degli enti locali. Porterò questa proposta alla prossima conferenza dei capigruppo. Ho già l’assenso degli altri gruppi di opposizione e anche di una parte della maggioranza».
Con gli altri gruppi di opposizione presenterete degli emendamenti comuni alla manovra?
«Ci stiamo lavorando. Siamo d’accordo che il contributo di solidarietà vada mantenuto. O sul fatto che si potrebbero inserire sgravi per i carichi familiari. Sul capitolo liberalizzazioni mi aspetto che anche il governo si
mostri disponibile, anche se finora segnali non ci sono stati e anzi la maggioranza ha mostrato un atteggiamento conservatore su tutto».
Per Confindustria, visto lo spread sui titoli italiani, i rischi per il nostro paese rimangono elevati: lei che dice?
«Che approvata la manovra questo governo se ne deve andare. Noi abbiamo lanciato l’allarme sulla crisi quando loro continuavano a negarla. La stessa discussione di queste settimaneha svelato quanto siano fragili i piedi di questo colosso d’argilla, tenuto in piedi a colpi di Scilipoti».
Ma c’è in Parlamento una maggioranza alternativa che possa sostenere un diverso governo?
«Io me lo auguro. La stessa discussione sulla manovra può servire a definire una coalizione interessata alla salvezza dell’Italia, perché è di questo che stiamo parlando».
Non la preoccupa il fatto che l’opposizione sia divisa sullo sciopero generale indetto dalla Cgil?
«I partiti devono rispettare l’autonomia dei sindacati, soprattutto in un momento come questo, col governo
che in modo irresponsabile lavora per dividere il fronte sindacale. Noi dobbiamo invece lavorare per tenere insieme le forze sociali, per valorizzare il momento unitario raggiunto con l’accordo del 28 giugno».
Ci saranno esponenti del Pd in piazza, il 6 settembre?
«Ci saranno,comes ono stati a manifestazioni di altri sindacati. E lo ritengo normale».

L’Unità 26.08.11