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"L'esilio della politica", di Guido Carandini

Quella che viene spacciata per una ciclica crisi economica e finanziaria è invece qualcosa di assai più serio e storicamente inedito. È in realtà l´esito di una vera e propria controrivoluzione del capitale che, divenuto globale, ha ridotto a brandelli i poteri che le rivoluzioni dei secoli scorsi avevano conferito alle democrazie nazionali, cioè i poteri di controllo sul mondo degli affari e la forza di imporre agli Stati un generoso welfare a difesa delle classi più deboli. La crisi attuale è dunque il crepuscolo della politica democratica delle nazioni decaduta da baluardo dei diritti sociali a passivo strumento del nuovo potere capitalista senza frontiere.
Ne è prova la decadenza, nella piccola Italia come nei grandi Stati Uniti, di governi, parlamenti e partiti, insomma delle istituzioni tradizionali della democrazia. Ormai più che i governi eletti sono le maggiori banche e i fondi privati della finanza mondiale a decidere le sorti dell´economia, perché la politica ha smarrito la capacità di contrastare l´ingordigia degli affari con una forza all´altezza dei tempi in cui viviamo. Quelli cioè della transizione dall´era moderna all´era globale, l´immensa metamorfosi che ha reso la politica una docile preda del capitale.
Nell´era globale il progressivo cadere delle barriere nazionali ha prodotto l´unificazione mondiale dei mercati e con essa il parallelo tramonto delle ideologie sia democratiche che autoritarie (nazionalismo, liberalismo, socialismo, comunismo, ecc.). Al loro posto il capitalismo ha insinuato nelle coscienze una pervasiva religione sociale ispirata all´etica del guadagno e al culto del denaro.
Per indebolire la democrazia il capitale non l´ha attaccata frontalmente, ma con una duplice sfida trasversale. In primo luogo, per riprendersi il suo pieno potere, ha assunto la forma globale e la democrazia, perdute le frontiere nazionali, ha smarrito il suo habitat naturale. In secondo luogo ha minato il cuore stesso del sistema democratico insinuando di soppiatto al suo interno un nuovo assolutismo, quello delle aristocrazie del capitale che abrogano il potere dei governi eletti di imporre un limite alla rapacità del mondo degli affari. Disarcionando la politica quelle aristocrazie hanno minato il potere sia dei partiti di sinistra difensori dei bisogni e diritti collettivi, sia dei partiti di destra fautori del liberalismo individualista, riducendo entrambi a esercitare – i primi loro malgrado e i secondi a loro vantaggio – un potere delegato dal sistema degli affari mondiali che mira soltanto alla massimizzazione dei profitti.
La restaurazione del predominio capitalista sulla democrazia politica è inoltre la maggiore causa delle perverse alleanze fra poteri di governo e poteri di affaristi, come avviene in Italia con Berlusconi e Mediaset, in Inghilterra con Cameron e la Sky di Murdoch e negli Usa con i conservatori del Congresso e gli affaristi di Wall Street.
Per riconquistare un ruolo coerente con la nuova realtà del capitalismo globale non è sufficiente che le democrazie dei piccoli Paesi assumano dimensioni più ampie e integrate, per esempio in una rinnovata Unione europea. Quella continentale degli Usa non la rende immune dagli attacchi trasversali del capitalismo. Ci vuol altro. Occorre cioè una trasformazione che riguardi in primo luogo i soggetti della democrazia che, prima della controrivoluzione del capitale, erano i singoli cittadini che eleggevano parlamenti democraticamente attivi, mentre ora votano per assemblee ridotte a casse di risonanza di interessi affaristici.
Per ripristinare un efficace potere di controllo sul capitalismo occorrono nuovi soggetti, nuove forze collettive di giovani generazioni che per riappropriarsi del proprio futuro devono, mi sembra, fare due cose. In primo luogo rinunciare ai vecchi strumenti della rivolta e dello scontro frontale che sono diventati armi spuntate. Si è rivelato di nuovo più efficace l´approccio trasversale se attuato dalle forze collettive in rete aventi una potenza d´urto democratica assai maggiore degli asfittici partiti e partitini di vecchio conio. Ne abbiamo viste all´opera molte, giovanili e femminili, audaci portatrici di spinte anti-autoritarie in Italia, Israele, Spagna, Libia, Tunisia, Egitto, Siria, India e Brasile.
In secondo luogo quelle forze devono liberarsi dall´inquinamento culturale imposto dalla propaganda capitalista. Cioè convincersi che la sopraffazione dei diritti democratici, da parte di un capitalismo lasciato senza freni, è massimamente dovuta alle lusinghe di quella onnipresente religione sociale che si ispira all´etica del guadagno e al culto del denaro, inculcata dal mondo degli affari per raggiungere i suoi scopi. Che sono principalmente i seguenti.
Primo: legittimare nell´opinione pubblica qualsiasi impresa, anche illegale, che favorendo l´occupazione genera redditi e quindi soddisfa bisogni individuali spesso al prezzo della distruzione di bisogni collettivi, come per esempio la sicurezza e la difesa dell´ambiente. Sono esemplari i casi del disastro nucleare giapponese, dei catastrofici inquinamenti da perdite dei pozzi petroliferi e del fenomeno generale della selvaggia speculazione edilizia.
Secondo: anestetizzare la protesta e le lotte delle classi sfruttate ed emarginate, illudendole che la soluzione dei loro problemi si trovi solo nella “crescita economica” e non esiga invece la preliminare difesa dei loro diritti democratici, compreso quello di poter controllare se un dato tipo di crescita sia benefico o nocivo per la collettività.
Terzo: indebolire lo Stato facendolo apparire come il responsabile delle crisi anziché come la maggiore risorsa per superarle, come era stato dimostrato ampiamente in passato dall´intervento della spesa pubblica nelle fasi di debole congiuntura economica.
Occorrerà dunque una vera e propria rivoluzione culturale democratica per sottrarre alla religione del guadagno e del denaro la supremazia su ogni altro valore etico e senso della vita, sia individuale che collettiva. Un compito immenso per le nuove generazioni che dovranno recuperare la politica dal suo attuale forzato esilio affinché nel mondo del capitale globalizzato non abbia il sopravvento una crescita economica che sia principalmente basata sulla corruttrice brama dei profitti, sulla speculazione finanziaria e immobiliare e sulla devastazione dell´ambiente.

La Repubblica 26.08.11

"Non siamo un paese per giovani e invecchiamo male", di Nicola Cacace

Il vero segnale del declino politico e culturale del Paese è il posto che in questi giorni di teso dibattito sulla manovra occupa il tema occupazione, in particolare occupazione giovanile. Parliamo di tutto, dei tagli selvaggi a Comuni e Regioni, del cosiddetto contributo di solidarietà, se deve essere commisurato ai redditi o ai patrimoni. Si parla e si è parlato di tutto tranne che di lavoro. Il problema numero uno del Paese è la sua ridotta base occupazionale che ci pone all’ultimo posto in Europa. La dura realtà è che in Italia lavorano solo 56 cittadini tra i 15-64 anni ogni 100, contro una media del 65% in Europa e del 70% nei Paesi del Nord: Germania, Olanda, Danimarca, Svezia e Finlandia. Questo significa che all’Italia mancano quasi tre milioni di posti lavoro per essere un Paese allineato all’Europa. L’ultima indagine di Confartigianato fotografa una situazione nota a tutti tranne che ai soloni che hanno progettato la manovra. Naturalmente all’interno di queste cifre disastrose di cui nessuno del governo si preoccupa c’è il dramma dei giovani: 1 milione e 400mila gli under 35 disoccupati ed ancora peggio va ai ragazzi sino a 24 anni. In questa fascia uno su tre è senza lavoro con un tasso di disoccupazione quasi del 30% contro una media Ue del 20%. Il problema italiano del più basso tasso di occupazione (occupati sulla popolazione 15-64 anni) europeo non è di oggi ma si è ingigantito grazie alle politiche antisviluppo e soprattutto anti occupazione di questo governo. Perché solo in Italia lo straordinario costa meno dell’orario normale mentre in Francia e Germania costa almeno il 25% in più? Perché la Germania ha tenuto sotto controllo i livelli occupazionali anche negli anni peggiori della crisi – 2008, 2009, 2010 – favorendo orari ridotti mentre in Italia anche gli strumenti esistenti come i contratti di solidarietà sono stati applicati poco e male? Perché nell’ampio e confuso dibattito in corso sulla manovra si parla di tutto tranne che di misure efficaci per rilanciare uno straccio di sviluppo e di occupazione? Assistiamo ad una confusa discussione su eventuali contributi di solidarietà da chiedere a chi più ha ma niente si vede all’orizzonte per eventuali e necessari utilizzi di queste risorse a fini di rilancio dell’occupazione, giovanile e complessiva. La fantasia si può sbizzarrire: ad esempio una minitassa dell’1% sui grandi patrimoni, tirando in ballo solo quel 10% di famiglie che possiedono il 45% degli 8.400 miliardi di ricchezza privata darebbe più di 10 miliardi che potrebbero andare a defiscalizzare il costo lavoro dei giovani under 35, chiedendo un contributo minimo di 10mila euro a ogni famiglia benestante ma dando un contributo significativo all’occupazione, giovanile e non. Quando ci si lamenta della difficoltà di imprese anche artigiane di reperire mano d’opera operaia qualificata, si dovrebbe meditare sulla svalutazione sistematica del lavoro operaio, in salari e diritti – come viene fatto anche con questa manovra – senza dimenticare che parliamo di dimensioni diverse tra disoccupati e carenza di offerta di lavoro: i primi sono milioni, i secondi non arrivano a 100mila. Bisognerebbe anche meditare sul doppio mercato del lavoro che ha richiamato 4 milioni di immigrati tra il 2000 ed il 2010. Il mercato del lavoro di bassa manualità è così mal trattato che ad esso rispondono solo gli immigrati, mentre la domanda di lavoro di media ed alta qualità è bassa perché il tasso di innovazione e tecnologico del sistema Italia è basso. Scuola, cultura, ricerca ed innovazione non sono mai state nell’agenda prioritaria di questo governo, col risultato che sia le produzioni innovative che i posti lavoro qualificati sono carenti ed alimentano un doppio mercato del lavoro: nel biennio 2008-20010 l’occupazione si è ridotta di più di 500mila unità ma l’occupazione italiana si è ridotta di 800mila mentre quella straniera è aumentata di 300mila. È il comportamento classico di un mercato del lavoro stanco e asfittico, dove finisce per funzionare abbastanza bene solo il ricambio di lavori di bassa e media qualifica, quando i vecchi vanno in pensione. L’Italia non cresce e invecchia male: da anni facciamo quasi la metà di figli dei francesi e nessuna politica pro lavoro, pro giovani e pro famiglia. Se non cogliamo l’occasione della manovra per cercare di ovviare al più grave problema economico e sociale, il basso livello di occupazione complessivo e la condanna al lavoro precario dei giovani, anche ricorrendo a tutte le risorse private che il Paese possiede, significa proprio che non abbiamo capito niente delle forze che muovono il mondo globalizzato: il sapere e l’innovazione che, dovunque nel mondo, sono portati avanti soprattutto dai giovani.

L’Unità 26.08.11

"Il risveglio dell´Europa", di Bernard Guetta

Quanto è accaduto in Libia non è soltanto la caduta di un tiranno lunatico e sanguinario. Nonostante le difficoltà e il caos interno che immancabilmente seguiranno di qui a poco, la caduta di Gheddafi segna di fatto una triplice rottura storica, la somma delle cui componenti sconvolgerà il panorama internazionale. La prima è che l´Europa in Libia ha ripreso l´iniziativa sullo scacchiere mondiale, non soltanto senza gli Stati Uniti, ma addirittura contro di loro, in quanto sono gli europei ad aver reso possibile questa vittoria del movimento insurrezionalistico libico persuadendo le Nazioni Unite a dargli pieno appoggio. L´Europa dunque ha saputo imporsi come protagonista autonoma e determinata della scena internazionale, mentre l´ultima volta in cui ci si era cimentata risale al 1956, quando Francia e Gran Bretagna si lanciarono con il sostegno di Israele in un´operazione militare contro l´Egitto, dopo che Nasser ebbe nazionalizzato il Canale di Suez.
Gli Stati Uniti avevano immediatamente posto fine a quell´impresa, ingiungendo ai suoi alleati di rinunciarvi. Le due ex superpotenze del XIX secolo ne erano uscite umiliate più che mai. La Gran Bretagna era giunta alla conclusione di non poter più aver peso e influenza nel mondo se non restando nella scia dell´America. La Francia aveva compiuto invece una scelta opposta, uscendo dal comando integrato della Nato e affermando una propria peculiarità politica in Occidente, ma in ogni caso – né nell´una né nell´altra, né nelle proprie componenti né nel suo insieme – l´Europa non ha più avuto un ruolo diplomatico proprio per quasi sessant´anni.
Tutta occupata a costruirsi, l´Europa dal punto di vista politico era un non-essere, tutto fuorché quell´”Europa potente” vagheggiata dalla Francia. Ma quando David Cameron e Nicolas Sarkozy hanno visto cadere Mubarak dopo Ben Ali, e gli abitanti dello Yemen e del Bahrein scendere in strada a manifestare, hanno subito capito che qualora non avessero colto l´occasione di prendere le distanze dalle dittature arabe, sostenendo le popolazioni che si stavano sollevando contro di esse, i rispettivi paesi avrebbero perso l´autorevolezza che ancora restava loro a sud e a est del Mediterraneo.
La Primavera araba, ritenuta ormai irreversibile a Parigi come a Londra, era in marcia. Era indispensabile prendere quel treno in corsa, gettare le basi di un´alleanza mediterranea, investire sul futuro e non limitarsi ad attendere sulla banchina, restando aggrappati al passato. E la Libia ha offerto l´occasione a lungo sperata di intraprendere la svolta. Motivati da un interesse a lungo termine, agevolati dalla loro conoscenza del mondo arabo, francesi e britannici si sono apprestati a passare all´azione, ed è stato allora che è successo l´imponderabile. A fronte di una diplomazia americana che non voleva aprire un terzo fronte, visto che già stenta enormemente a tirarsi fuori dall´Iraq e dall´Afghanistan, la coppia formata dalle due ex superpotenze, Francia in testa, molto semplicemente ha ricattato la Casa Bianca, facendo comprendere a Barack Obama che né lui né gli Stati Uniti sarebbero usciti indenni da un eventuale massacro a Bengasi. Da ogni possibile punto di vista, quindi, si è trattato di un caso di Suez alla rovescia, e proprio come l´avventura del 1956 aveva lasciato scorgere un nuovo rapporto tra le forze internazionali, così l´adozione della risoluzione libica e ora la caduta di Muammar Gheddafi fanno intendere chiaramente fino a che punto le cose stiano cambiando su entrambe le sponde dell´Atlantico.
Indebitata in modo esorbitante, in crisi di crescita, spossata dagli interventi militari all´estero e disorientata dalla sfilza di insuccessi incassati nel mondo musulmano, l´America è sempre più tentata di rinchiudersi in se stessa, di lasciare le redini a un´Europa che non le pone più problemi strategici, per dedicarsi in via prioritaria all´Asia dove deve assolutamente trovare un difficile equilibrio con Pechino. Quanto all´Europa, anch´essa è altrettanto indebitata. Le sue difficoltà economiche non sono certo di minor entità, ma lo sgomento americano, la tentazione nei confronti dell´isolazionismo, i tentennamenti del suo apparato diplomatico restituiscono alle due potenze politico-militari dell´Unione europea – Francia e Gran Bretagna – ambizioni tanto più grandi, al punto che la Ue non può più ignorare la necessità di rendere immediatamente stabili i paesi circostanti.
Che lo voglia o meno, per quanto forti siano le reticenze della Germania e della maggioranza dei Ventisette, l´Europa non può più restare indifferente al mondo arabo in pieno fermento, come pure all´evoluzione della Russia o alla battaglia aperta che si è scatenata tra chi è ostile e chi è favorevole a mettere radici in Europa. Gli sconvolgimenti in corso nel pianeta obbligano l´Unione a dotarsi di una politica estera di nome e di fatto, per la quale la questione libica diverrà la prima concretizzazione, nel momento stesso in cui, summit dopo summit, i governi europei sono obbligati – la crisi lo rende indispensabile – ad armonizzare le loro politiche economiche. Ci troviamo a vivere un cambiamento epocale. La seconda rottura storica che la questione libica mette in risalto è la forza assunta dalla globalizzazione della libertà. Purtroppo, le democrazie non sono ancora diventate più numerose delle dittature. Né si può ragionevolmente affermare che le vecchie democrazie sono irreprensibili, o molto lontane da quelle, ma a vent´anni dal tracollo del blocco sovietico, la libertà si è rimessa in marcia dopo aver esitato a lungo e segnato semplicemente il passo. La caduta del muro di Berlino le ha permesso di dilagare nell´Europa centrale e di estendersi all´America Latina. La sua avanzata è stata spettacolare, ma il modo in cui gli anni Novanta l´hanno assimilata alla liberalizzazione economica aveva fatto sì che la Russia, il paese più grande del mondo, ne provasse quasi ripugnanza, prima che gli attentati dell´11 settembre rinnovassero la polizza vita di tutte le dittature disposte ad aiutare gli occidentali nella guerra contro il terrorismo. Al Qaeda aveva fatto compiere al pianeta, e alle democrazie stesse, una regressione completa, ma ora la terza vittoria che la caduta di Gheddafi offre alla Primavera Araba non porta speranza di libertà soltanto nel Maghreb e nel Machrek.
Per comprendere che le due dittature più grandi al mondo non si sentono più al riparo dal contagio della libertà è sufficiente prendere atto della collera che ha scatenato in Vladimir Putin il rifiuto di Dmitri Medvedev di opporre il veto russo alla risoluzione libica; dell´estrema freddezza con la quale la Cina ha accolto la nascita di un movimento democratico arabo; dell´ostinazione di Mosca e Pechino nel proteggere il regime siriano dalle condanne delle Nazioni Unite.
Il vento della libertà araba alimenta i sogni dei blogger cinesi; dà ragione a quei dirigenti del paese più popoloso al mondo che – come Hu Jintao – affermano che la Cina necessita di libertà politiche; e convince sempre più le grandi fortune russe che la nascita di uno stato di diritto, il programma rivendicato da Dmitri Medvedev, è ormai una necessità vitale. Quanto alla terza rottura storica introdotta dalla svolta libica, è ormai evidente – al di là di ogni ragionevole dubbio – che le speranze sbocciate a Tunisi avranno la meglio e prevarranno in tutto il mondo arabo-musulmano. Ciò non accadrà, naturalmente, dalla sera alla mattina, e neppure in un anno. Assisteremo a passi indietro e ripiegamenti, a lunghi periodi di insoddisfazione, di despotismo e di violenza. La Libia non si stabilizzerà in tempi rapidi né facilmente. Il clan Assad non porrà fine ai propri massacri, se non all´ultima cartuccia disponibile. L´esercito egiziano non rientrerà più nelle caserme, non più di quanto i generali algerini si lasceranno facilmente sottrarre la loro manna petrolifera. In Africa del Nord come nel Vicino Oriente la battaglia è appena all´inizio, ma una nuova generazione sta muovendo i primi passi e si sta affermando in paesi nei quali la popolazione di età inferiore ai trenta anni costituisce oltre i due terzi della stessa.
La posta in gioco a Tripoli superava di gran lunga quella libica. Era una sfida macroscopica e averlo capito è motivo d´onore e di nuova forza per l´Europa.
Traduzione di Anna Bissanti

La Repubblica 26.08.11

"Dal 25 aprile al 2 giugno quando le date sono dei simboli", di Guido Crainz

Rappresentano la pienezza della democrazia e il suo essere una conquista continua. Sono giornate fondamentali anche per il significato che hanno assunto nelle diverse fasi della vita italiana. Spostare le ricorrenze civili non può essere una misura anti-crisi: nelle emergenze è necessario celebrare (e non sminuire) un pilastro dell´identità collettiva. Lascia senza parole una discussione sui “tagli sostenibili” che infila fra la (mancata) riduzione degli sprechi della politica e le (mancate) misure contro gli evasori anche lo spostamento – e quindi l´appannamento, la perdita di rilievo – di festività che fondano la nostra identità collettiva: il 25 aprile, il I° maggio, il 2 giugno. Dovrebbe essere esattamente il contrario. È proprio la drammatica emergenza che viviamo, è proprio l´infuriare di venti che possono essere devastanti a imporre il mantenimento, e semmai il rafforzamento, di riferimenti solidi, di bussole decisive.
Per averne conferma non occorre spinger lo sguardo molto all´indietro, sino al I° maggio celebrato clandestinamente da piccolissimi gruppi di lavoratori anche durante il fascismo. Qualcuno li considerò con sufficienza degli irrimediabili nostalgici, non era così. Si lasci anche da parte quello straordinario passato, si rifletta però su quello che le tre date, nel loro stretto rapporto, hanno rappresentato nella storia della Repubblica: in primo luogo la pienezza della democrazia e il suo essere una conquista continua.
Si pensi alle celebrazioni del 25 aprile. Negli anni della “guerra fredda” furono in parte oscurate o ridotte a riti ufficiali senz´anima dai governi “centristi”, restando segno distintivo della sola sinistra (con le conseguenze negative che questo ebbe). Si affermarono poi con forza – sia pur con qualche retorica – grazie al superamento di quel clima, dopo le grandi mobilitazioni antifasciste del luglio ‘60 e nel vivo di un “miracolo” che non fu solo economico ma anche civile. E si spogliarono anche della retorica fra la fine degli anni sessanta e l´inizio degli anni settanta, quando il riemergere di stragi e trame neofasciste sembrò evocare fantasmi lontani. Negli anni ottanta il rilievo pubblico del 25 aprile scemò di nuovo, anche per l´agire di potenti spinte alla cancellazione della memoria, alla “riappacificazione morbida” con il passato (e sin con il passato fascista), ma il suo valore non scomparve. Lo si vide il 25 aprile del 1994, quando una folla immensa accorse a Milano anche per indignazione e sdegno, all´indomani della vittoria elettorale di una coalizione che comprendeva anche gli epigoni – allora non pentiti – del neofascismo. A ben vedere, inoltre, dietro una ricorrente avversione al 25 aprile non vi è solo la “politica”: quella data è lì a ricordare che ci fu un´Italia che seppe scegliere. Che seppe pagare di persona per le proprie idee e per il bene comune anche quando tutto sembrava perduto.
Allo stesso modo il 2 giugno ci ricorda che l´Italia lacerata e piagata del dopoguerra seppe trovare la forza morale e politica per risollevarsi. Per ricostruire non solo case e cose ma anche l´anima, la ragion d´essere della nazione. “Era un giorno bellissimo… Quando i sentimenti neri mi opprimono penso a quel giorno e spero” scriveva Anna Banti, evocando anche la conquista del voto alle donne. Così nacque la Repubblica: “senza eroici furori, senza deliri di grandezza”, per dirla con Corrado Alvaro, ma capace di costruire il futuro. Fu “un miracolo della ragione”, come scrisse Piero Calamandrei, che trovò continuazione e conferma nella Costituzione: quella Costituzione che periodicamente torna ad essere il bersaglio polemico di poco affidabili innovatori. “Congelata”, negli anni della “guerra fredda”, perché apriva troppo apertamente la via ad una piena democratizzazione: “rischia di diventare una trappola”, disse un ministro ultraconservatore come Scelba. E “una trappola”, un ostacolo da rimuovere appare oggi al populismo antidemocratico di Berlusconi.
Anche in questo caso non vi è solo il valore storico di una data, vi è il significato simbolico che essa ha assunto nelle diverse fasi della nostra storia. È diventata un essenziale baluardo di difesa, ad esempio, quando i venti della frantumazione hanno iniziato a spirare fra le macerie del Palazzo e fra le lacerazioni di un Paese che stava smarrendo la fiducia in se stesso. Ed è iniziato da essa lo straordinario impegno del presidente Ciampi volto a ridare valore alla nazione. Volto a far riscoprire a tutti, anche ai più riottosi, quale straordinaria risorsa essa possa essere. È lo stesso impegno del presidente Napolitano, che ha anche ricordato con insistenza e forza a un´Italia troppo spesso immemore il valore del lavoro e la sua talora drammatica realtà. Ha ricordato che lavoro e diritti sono architravi della democrazia: e questo è appunto il significato del I° maggio. Anche gli appannamenti di quella data rimandano da noi agli anni più bui della “guerra fredda”, con le profondissime divisioni sindacali e le migliaia di lavoratori licenziati solo perché iscritti alla Cgil o a un partito di sinistra. Con un clima di arbitrio padronale cui posero fine la ripresa dell´iniziativa sindacale, la difficile – e incompiuta – costruzione di unità, la conquista dello Statuto dei lavoratori (una vera pietra miliare). Anche di questo si iniziò a perder consapevolezza negli anni ottanta, e oggi l´irrilevanza dei diritti è diventata pane quotidiano di un centrodestra (e talora di un sindacalismo subalterno) che non ha neppure le giustificazioni ideologiche della “guerra fredda”.
No, non è passatismo esigere che il valore di quelle date sia oggi esaltato e non umiliato. Non è volger lo sguardo al passato: è, come sempre, sperare nel futuro.

La Repubblica 25.08.11

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“Quella storia in una piazza”, di Miriam Maffai

“E, su tutto, lo sventolio/ l´umile, pigro sventolio/ delle bandiere rosse. Dio!, belle bandiere/degli Anni Quaranta!/ A sventolare una sull´altra, in una folla di tela/ povera, rosseggiante, di un rosso vero/ che traspariva con la fulgida miseria/delle coperte di seta, dei bucati delle famiglie operaie…”
Così Pier Paolo Pasolini ricordava un suo Primo Maggio con quello sventolio, quel primo orgoglioso sventolio delle bandiere rosse, fino allora sconosciute ai più giovani, tenute nascoste da vecchi militanti socialisti, in qualche soffitta o in qualche cantina (spesso assieme ad una vecchia immagine di Matteotti). Anche allora, tuttavia, anche durante i venti anni del fascismo, quando la festa del Primo Maggio era stata cancellata d´autorità dal calendario, anche quando erano ormai fuori legge le organizzazioni operaie e contadine con le loro sedi, i loro giornali, le loro bandiere, anche allora c´era qualcuno che festeggiava per conto suo con la famiglia e qualche amico quella data, e persino qualcuno che riusciva a far sventolare, su una isolata ciminiera, una isolata bandiera rossa.
Poi, tutto cambiò. Come Pasolini, anch´io ricordo «l´umile, pigro sventolio/ delle bandiere rosse…» che salutò il comizio del Primo Maggio del 1945, a Roma. Piazza del Popolo si era andata gonfiando lentamente dei cortei disordinati, impolverati, felici che arrivavano, cantando, dalle a noi sconosciute borgate ai limiti della città, dalle più lontane e miserabili periferie, sventolando una selva disordinata e un po´ stracciona di bandiere rosse. L´unico mezzo di trasporto allora regolarmente in funzione in città erano le camionette. E anche quelle arrivavano in piazza a fatica scaricando famiglie intere, ma soprattutto ragazze e giovani in festa, incuriositi, che volevano, per la prima volta nella loro vita, sentire e vedere un comizio. E il comizio ci fu. (Parlarono, se non ricordo male, Giuseppe Di Vittorio, Oreste Lizzadri e Achille Grandi, i tre segretari dell´allora unita CGIL).
Solo pochi giorni prima, il 25 Aprile, c´era stata, al Nord l´insurrezione. La guerra era finita. E in quel Primo Maggio su tutte le piazze d´Italia venne celebrata la Festa del Lavoro, che un disegno di legge firmato da Mussolini nel 1923 aveva abolito.
Singolare storia quella delle grandi feste operaie. Il 1 Maggio, festa dei lavoratori, come l´8 Marzo, festa delle donne, non ricordano infatti una vittoria ma una strage dalla quale si intende ripartire per portare avanti una giusta battaglia. Così l´8 Marzo, che ancora si celebra, ricorda le operaie di una fabbrica tessile di New York morte in quel giorno del 1908, nel tentativo disperato di uscire dalla fabbrica in cui avevano dichiarato lo sciopero, ma nella quale le porte erano state bloccate. Così la data del 1 maggio, scelta nel 1889 dal Congresso della Seconda Internazionale come giornata di lotta per chiedere la riduzione della giornata lavorativa ad otto ore venne scelta in ricordo del massacro di tre anni prima, quando a Chicago la polizia aveva sparato su una pacifica manifestazione operaia facendo un numero imprecisato di vittime.
Ognuno di noi ricorda e celebra, in famiglia, alcune date che gli sono care, confermando così una identità che si tramanda per generazioni. Lo stesso deve accadere a livello collettivo. Cancellare dal nostro calendario la festività del Primo Maggio, come si minaccia, comporterebbe una mutilazione della nostra storia e identità collettiva.

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“Il calendario della comunità”, di MARC AUGÉ
Pochi oserebbero modificare il calendario delle tradizionali feste religiose, mentre per le feste civili gli spostamenti sono tutto sommato semplici, accettati, anche se non privi di rischi. Questo si spiega in parte con la difficoltà di costruire una sacralità laica di fronte a una sacralità trascendente, un problema già evocato da Emile Durkeim all´inizio del secolo. Sappiamo per certo che ogni presa di potere si caratterizza, dal punto di vista simbolico, con il tentativo di dominare lo spazio e il tempo, laddove l´elezione di luoghi emblematici è certamente più agevole di quella che vuole consolidare date comuni e condivise da tutti. Ne ha ampiamente scritto Jacques Le Goff citando l´esempio dei campanili. Per la Chiesa il controllo del tempo non avviene solo attraverso il calendario, ma anche con la cadenza delle singole ore.
La componente temporale soggiace a ogni rito e mito. Dalla rivoluzione francese in poi ci sono stati diversi esperimenti di calendari laici, talvolta sovrapposti a quelli già esistenti delle stagioni. Già allora i rivoluzionari si sono scontrati con il limite del mimetismo nei nomi e nelle ricorrenze istituite. Soltanto i russi sono riusciti con qualche successo a calendarizzare la loro presa di potere, creando numerose feste civili massicciamente partecipate e seguite. Eppure neanche questo tentativo è sopravvissuto nel tempo, abbiamo visto che è scomparso con la fine dei regimi. La sacralità laica è spesso fragile. Senza riferimenti religiosi, il sacro può trovare fondamento solo nella storia e nella coscienza comunitaria.
Di questo tentativo di secolarizzazione della misura del tempo, rimangono per lo più le feste nazionali, come elemento sociale originario. La celebrazione della prima volta assume un ruolo essenziale nell´immaginario di una comunità. La festa civile è appunto legata a un evento storico preciso, alla temporalità, a differenza di una festa religiosa o alla ricorrenza di un santo, che si legano al concetto dell´eternità. Questa ritualità laica non significa solo una mera ripetizione in date prefissate. In ogni festa nazionale è implicitamente racchiuso, un messaggio di ripartenza per l´intera collettività. Per l´Italia è il passaggio alla Repubblica il 2 giugno, dopo la seconda guerra mondiale, in un periodo di entusiasmo popolare. Per i francesi è il 14 luglio, con il ricordo della rivoluzione e le importanti riforme seguite, anche se alcune poi smentite o in parte cancellate nei periodi successivi. Se queste date non esprimono sempre un percorso lineare, è importante scorgere la doppia dimensione delle ricorrenze: la conferma di una fedeltà a un valore e della sua forza fondativa.
Parlo volutamente di atto fondatore perché una festa nazionale è definita come tale soltanto se è condivisa dalla maggioranza di una comunità. Non tutti gli eventi storici possono infatti trasformarsi in una festa civile. Se non c´è questa base, la ricorrenza perde lentamente significato fino a scomparire. Ogni festa deve superare la contraddizione tra identità individuale e collettiva. Non a caso, la festa nazionale è, a seconda dei paesi, un esperimento non sempre riuscito, talvolta ignorato o frainteso. Ma la decisione italiana di spostare la data di una o più feste civili rischia di colpire profondamente la simbologia di una nazione e dovrebbe perciò essere respinta. Così come nessuno accetterebbe di avere il suo compleanno spostato di qualche giorno.
(testo raccolto da Anais Ginori)

La Repubblica 25.08.11

Manovra, Della Monica: "Maggioranza ha rigettato proposte decalogo Bersani su giustizia"

“In commissione giustizia il parere della maggioranza sulla manovra correttiva s’è limitato a un attacco alla liberalizzazione della professione forense, con buona pace delle tante dichiarazioni d’intenti in senso liberista, e a un deciso no alla riduzione dell’indennità parlamentare per chi esercita la libera professione, in omaggio al più sfacciato spirito corporativo in un momento in cui il Paese soffre una grave crisi. Per questo, il PD ha votato contro”.

Lo dichiara la senatrice del PD Silvia Della Monica, capogruppo PD in commissione Giustizia di Palazzo Madama.

“In compenso – spiega Della Monica – la maggioranza ha rigettato le proposte per rendere più efficiente la giustizia civile e per combattere l’evasione contenute nel decalogo presentato da Bersani nei giorni scorsi. Effettivamente, trattandosi di una riforma d’interesse generale, sollecitata anche dalle imprese, e non di una misura corporativa, lo stupore è limitato”.

“Resta il fatto – conclude Della Monica – che, al di là delle dichiarazioni di facciata, la maggioranza continua ad essere arroccata sull’unico collante che pare ancora tenerla insieme: salvare i privilegi di pochi, disinteressandosi dell’equità ed efficacia, anche ai fini dello sviluppo, della manovra”.

da www.partitodemocratico.it