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«Nella classe dirigente del futuro», di Gianni Toniolo

L’assistente di volo che, istruita da improvvidi esperti di pubbliche relazioni, annuncia che «l’atterraggio è avvenuto in orario» non mi rende orgoglioso del mio Paese. La puntualità dei voli dovrebbe essere normale, sta diventando più frequente, ma non mi pare un evento da celebrare. Ho gustato il bel film Il primo incarico, opera prima di Giorgia Cecere, ma non mi ha reso orgoglioso di essere italiano: trovo scontato che un grande Paese, con una non forte tradizione cinematografica, produca anche opere di ottimo livello. Un giovane e dinamico rettore sta rilanciando la mia Alma Mater, ne ha completato lo statuto, primo tra gli atenei italiani, ne ha messo in sicurezza il bilancio. Mostra che, malgrado i lacci e lacciuoli non diminuiti dalla legge Gelmini, si possono fare in poco tempo molte cose. Ne sono felice, ma questo non mi rende orgoglioso di essere italiano: non è il solo esempio di università che funziona e mi pare normale che così debba essere. Lo stesso vale per la Venice International University nell’isola di San Servolo, luogo di collaborazione tra università di tutto il mondo, punto di incontro tra cinesi ed europei: è un’idea originale, funziona bene, ha recuperato l’uso di un’importante isola della laguna. A suo tempo ho dedicato energie per farla nascere, sono contento che sia cresciuta bene ma va da sé che così debba essere: non mancano in un Paese come il nostro buone idee e buone istituzioni, ciascuno ne può elencare parecchie. Non bastano a farci sentire orgogliosi di essere italiani.

Insomma l’esercizio al quale talvolta ci si dedica di segnalare imprese con la tecnologia più avanzata del mondo, trasporti efficienti, impiegati pubblici che fanno il proprio dovere, scuole con punteggi Pisa molto più alti della media europea e numerosissimi altri esempi di un’Italia che funziona è opportuno nel clima di scoramento e pessimismo che ci circonda. Incoraggia a pensare, con Agostino d’Ippona, «se ce la fanno questi e quelle, perché non posso riuscirci anch’io?». È già molto ma, almeno per quanto mi riguarda, non trovo l’orgoglio di essere italiano nelle molte buone cose che normalmente, senza tante fanfare, si osservano – senza nemmeno cercare molto – in un Paese con la cultura, la civiltà e la storia (anche economica) quale è il nostro. L’orgoglio autentico viene dalle cose inaspettate, rare, difficili da trovare sotto cieli diversi dal nostro. Posso dire di essere stato orgoglioso della ricchezza culturale, della spontaneità, della diffusione capillare delle iniziative per la celebrazione del 150° dell’Unità. Ne posso offrire diretta testimonianza. Soprattutto mi ha inorgoglito la risposta, a volte davvero corale, a queste iniziative perché inaspettata dai più, anche da quei politici che dovrebbero, per mestiere, avere il polso del Paese. Ma di queste celebrazioni i giornali, anche questo giornale, hanno detto molto e non è il caso di ripeterlo ora.

Se torno con la mente agli ultimi dodici mesi, vi è un’iniziativa, sconosciuta ai più, alla quale ho avuto la fortuna di partecipare che mi ha reso orgoglioso e infuso speranza (le due cose, di questi tempi, vanno insieme). L’esperienza da me vissuta si è svolta, l’estate scorsa, a Camigliatello Silano (Cosenza) ma altre analoghe si sono tenute in località altrettanto ben scelte. Di che cosa si è trattato? Da moltissimi anni la Scuola Normale Superiore di Pisa organizza settimane di orientamento alla scelta della facoltà per gli studenti che hanno completato il quarto anno della scuola superiore. Sin qui nulla di eccezionale. Presentazioni delle facoltà si fanno in tutti i licei, in tutte le università, e consistono in genere in una descrizione più o meno burocratica dei programmi di studio e in un po’ di propaganda (sì: finalmente le università cominciano a farsi un po’ di concorrenza). L’idea geniale, che io sappia unica al mondo, della Normale consiste nel radunare studiosi di alto livello in tutte le principali discipline e chiedere loro, semplicemente, di tenere una tipica lezione universitaria. Nessuna presentazione di programmi e libri di testo né discussione dei possibili sbocchi professionali; solo lezioni, rigorose e difficili, come possono essere quelle di professori universitari seri, amanti del proprio mestiere. La partecipazione a queste settimane di “orientamento” è riservata, per concorso, ai migliori studenti del quarto anno di corso liceale o superiore. La selezione è molto forte (anche questo, se si vuole, è un aspetto “originale” dell’iniziativa, in un Paese nel quale la parola selezione fa spesso venire l’orticaria).

Arrivo, dunque, in piena estate, nel pieno cioè delle sacre vacanze per gli studenti promossi, al fresco di Camigliatello Silano, tra i pascoli e i boschi di pino larico del Parco nazionale della Sila. Dall’aeroporto di Lamezia il viaggio non è breve; l’ultima parte della strada è tortuosa, arrivo pertanto all’ora di cena. Nel ristorante dell’albergo, interamente requisito, trovo una pattuglia di professori universitari e un centinaio di ragazzi e ragazze. Mi siedo con questi ultimi. Mi aspettavo tipi un po’ secchioni e mi ritrovo tra giovani allegri, solo inizialmente un po’ intimiditi dall’adulto: fanno amicizia tra loro, scherzano, parlano delle proprie esperienze e dei propri progetti con un entusiasmo che fa bene ma non sorprende. La sorpresa arriva la mattina dopo. Alle nove sono già tutti in un’aula ariosa, ricavata in una masseria accuratamente restaurata, quaderni in mano o laptop aperti. Lezione di fisica: si può spiegare l’intero universo con una sola equazione? Il collega è bravissimo, di una chiarezza cristallina ma l’argomento non è dei più facili. Parla per un’ora. Vedo che l’attenzione non diminuisce ma sono un po’ scettico su quanto possano capire questi diciassettenni. Lo scetticismo evapora non appena inizia la discussione. Questi ragazzi, mi dico, hanno studiato la fisica meglio di me. Le domande sono precise, riguardano aspetti specifici, la verbosità generica è bandita. Avevo già partecipato, anni addietro in Toscana, a una simile settimana di “orientamento” della Normale. Ricordo ragazzi bravissimi, ma non quanto questi di provenienza prevalentemente meridionale. La sorpresa continua quando svolgo la mia lezione sull’economia dell’Italia nel cinquantennio post-unitario. Il livello di conoscenze che emerge dalle domande sull’unificazione del mercato, sulle tesi di Romeo e di Gramsci, sullo scandalo della Banca Romana è tale che presto la sorpresa lascia posto all’orgoglio. Questa competenza, questa serietà di studio, questo interesse non si trovano, che io sappia, facilmente altrove. L’iniziativa geniale della Normale trova piena rispondenza in una piccola straordinaria élite di ragazzi che io sappia normalissimi nella loro allegria, nelle loro speranze e nelle loro paure e al tempo stesso eccezionali per vivacità intellettuale, preparazione e interesse allo studio. Osando parafrasare il Poeta: «se non di questo, di che inorgoglirti suoli?».
Qualcosa, nei giorni successivi, ha lievemente velato il mio orgoglio. Non quello di vivere in un Paese dove una scuola universitaria di élite si occupa in modo tanto intelligente di orientare gli studenti né quello, ancora maggiore, di riscoprire che il Paese produce tanti ragazzi eccezionali. La vena di tristezza si è insinuata nelle conversazioni a tu per tu e in quelle collettive, durante i pasti. Le domande più frequenti riguardavano i posti migliori dove specializzarsi all’estero, soprattutto in vista di occupazioni, accademiche e non, oltre confine. Alcune università italiane, ne sono convinto, stanno migliorando; crescono le iscrizioni di studenti stranieri. Troppo poco, troppo lentamente perché se ne diffonda la percezione, perché i super-bravi scelgano di restare in Italia? Il nostro mercato del lavoro riesce ad attrarre i migliori, i ragazzi che ho incontrato a Camigliatello Silano?

da www.ilsole24ore.it

"Sulla sussidiarietà il nostro modello diverso da CL", di Franco Monaco

Confesso la mia diffidenza verso una certa retorica bipartisan. Specie in una stagione politica nella quale l’oggettiva esigenza di fronteggiare l’emergenza e di invocare il senso di una responsabilità comune può condurre a offuscare le differenze politiche e a misconoscere la funzione costituzionale dell’opposizione.
Alla quale compete sì di non sottrarsi al dovere di cooperare alla fuoriuscita dalla crisi, ma anche di porre le premesse di un’alternativa. La qualità e la forza di una democrazia si misurano anche dalla sua capacità di non rinunciare, pure dentro le emergenze, ai fondamentali della stessa democrazia. Tra questi appunto la funzione costituzionale di un’opposizione degna di questo nome.
Tanto più diffido della retorica bipartisan in tema di sussidiarietà. Un principio prezioso, sia chiaro, che, con la riforma del titolo quinto, abbiamo messo in Costituzione.
Un principio cardine anche dell’insegnamento sociale della Chiesa sin dalla enciclica «Quadragesimo Anno» di Pio XI del 1931. Ma anche una parola decisamente inflazionata e dal significato mobile e incerto. È la ragione per la quale non ho mai aderito alla pur affollata associazione parlamentare bipartisan per la sussidiarietà.
Associazione sulla quale cercano di mettere il cappello gli uomini di Formigoni, che teorizza e soprattutto pratica una sua visione della sussidiarietà. Si pensi al sistema sanitario lombardo. Una visione legittima, ma che non può essere spacciata come «la» sussidiarietà. Semmai come una interpretazione politica di essa. Dalla quale è lecito dissentire.
La sussidiarietà cosiddetta orizzontale corrisponde a un’idea del rapporto tra società e Stato che riconosce e valorizza tutte le espressioni sane dell’autonomia sociale. Delle comunità naturali, a cominciare dalla famiglia, e dei corpi intermedi (appunto posti in mezzo tra il cittadino singolo e le istituzioni politiche). Di più: come recita il nuovo art. 118, lo Stato favorisce lo stesso esercizio di funzioni pubbliche da parte delle formazioni sociali. Vi sottende una visione dello Stato in senso personalistico e pluralistico.
Personalistico in quanto subordinato e servente le persone singole e associate, sollecito verso i loro bisogni. L’opposto delle visioni statalistiche o addirittura statolatriche. Pluralistico perché riconosce e promuove quella ricca trama di esperienze associative che si dipanano tra la persona e le istituzioni e le responsabilizza nello stesso soddisfacimento delle proprie domande di prestazioni e di servizi pubblici. Sin qui tutti d’accordo.
Ma proprio qui si innesta una distinzione. Il principio di sussidiarietà, che certo incorpora le suddette opzioni di valore, si qualifica tuttavia come principio regolativo dei rapporti tra persona-società-Stato che attiene al modo e ai mezzi del soddisfacimento dei bisogni attraverso l’esercizio di funzioni pubbliche. Esso va orientato e subordinato a un fine che lo trascende. Quello fissato solennemente nell’art. 2 della nostra Carta fondamentale che così si esprime: la Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali della persona sia come singolo sia nelle formazioni nella quali si sviluppa la sua personalità.
Attenzione ai verbi impegnativi: riconosce la preesistenza di quei diritti rispetto alla stessa comunità politica e soprattutto – ecco il punto – garantisce il soddisfacimento di quei diritti. Qui si fonda il diritto-dovere dello Stato e delle sue articolazioni a un sano, virtuoso interventismo.
L’opposto di una visione angustamente liberista dello Stato (minimo e residuale) o organicistica della società ove gruppi e comunità, magari omogenee ideologicamente, si organizzano nel segno della separatezza e dell’autosufficienza, pretendendo dalle istituzioni solo provvidenze o beni strumentali. Misconoscendo il valore simbolico ed etico dell’appartenenza alla Repubblica intesa, al modo dei costituenti, come casa comune. Una cosa è rifiutare lo Stato etico, tutt’altra cosa è negare la valenza etica dell’appartenenza alla Repubblica. La quale a sua volta si impegna a garantire effettività e universalità all’esercizio dei diritti di cittadinanza anche quando i privati e le formazioni sociali da se soli non sono in grado di farlo.
In sintesi, una visione sociale e solidaristica dello Stato nella quale inscrivere lo stesso principio di sussidiarietà. Il quale non contrasta con un ben inteso primato della politica e del suo compito di regolazione e di indirizzo della dinamica civile. Come poi in concreto raccordare domanda sociale e risposta istituzionale, con quali mezzi e in quali forme, è questione affidata anche alle legittime e diverse visioni politiche. Ecco perché non si deve esagerare nell’immaginare che il principio di sussidiarietà sortisca una e una sola azione politica.
Ci sono modi diversi di interpretarlo e di tradurlo politicamente. Non saranno né il tavolo parlamentare bipartisan, né il meeting, né tantomeno Formigoni ad esonerarci dal dovere di elaborare politicamente una nostra idea della sussidiarietà.

«Bersani alle parti sociali: tavolo di confronto su crisi, sarà un autunno pesante», di Celestina Dominelli

Un tavolo con le parti sociali «per proseguire il confronto e affrontare l’emergenza» in vista di «un autunno pesante». Pierluigi Bersani riparte da qui per incalzare il Governo sulla manovra correttiva. Così, nell’incontro con le parti sociali convocato oggi dal Pd per illustrare loro le dieci ricette anti-crisi, il numero uno dei Democrats cerca di costruire un fronte comune tra opposizione, associazioni datoriali e i sindacati contro il decreto varato dall’esecutivo.

Bersani: la manovra è fortemente recessiva
Al vertice voluto dai democratici ci sono tutte le sigle: dal direttore di Confindustria, Giampaolo Galli, ai vertici di Cgil e Uil, Susanna Camusso e Luigi Angeletti, al segretario generale aggiunto della Cisl, Giorgio Santini, e al numero uno dell’Ugl, Giovanni Centrella. A loro Bersani ribadisce le critiche che già ieri aveva puntellato nel corso della conferenza stampa di presentazione della contro-manovra. Il leader dei Democrats ripete quindi che l’impatto della manovra è fortemente recessivo e tale da scompaginare le tutele sociali nel nostro paese. Quindi torna a ribadire le sue perplessità per «i molti e molti miliardi affidati ad una fantomatica delega fiscale e assistenziale».
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I paletti del Pd: no all’aumento dell’Iva
Sono tante, insomma, le obiezioni del segretario. Che torna a snocciolare davanti a Confindustria e sindacati le conseguenze di quella che ieri aveva giudicato «una torta a strati indigeribile»: 55 miliardi assicurati dalle ultime manovre che vanno ben oltre, lamenta il segretario, l’obiettivo del pareggio di bilancio. Il numero uno del Pd boccia poi l’ipotesi dell’aumento dell’Iva («questione ancora da discutere») e assicura l’impegno del partito a confrontarsi sul decreto rispettando l’invarianza dei saldi.

Sull’articolo 8 stralcio o rinvio a un accordo tra le parti sociali
I punti da portare avanti, ragiona quindi il segretario, sono tre: «Risparmi veri su politica e pubblica amministrazione, riequilibrio dei sacrifici e misure per stimolare l’economia». Resta poi tutta la contrarietà sull’articolo 8 sulla contrattazione e su cui Bersani prospetta una duplice strada: o cancellare la norma dalla manovra e rinviare la questione a un accordo tra le parti sociali oppure rimandare tutto all’accordo interconfederale tra Confindustria e sindacati siglato il 28 giugno scorso.

da www.ilsole24ore.it

«Evasione fiscale, quattro mosse per ridurla davvero», di Alessandro Santoro *

In occasione di ogni manovra finanziaria torna, immancabile, la discussione sulla (cosiddetta) lotta all’evasione. Basta guardare le tabelle riassuntive degli impatti dei decreti 98 e 138 predisposte dalla Ragioneria Generale dello Stato per capire che gli importi attesi dai (modesti) provvedimenti antievasivi sono poco rilevanti. D’altronde, in anni recenti il governo di centro-destra ha attribuito ad altre misure (il redditometro, ad esempio) un notevole di recupero di gettito.
Il punto, in effetti, non è quello di «dare i numeri», quanto piuttosto di affrontare razionalmente il problema partendo da alcuni punti fermi, senza i quali la discussione si trasforma in chiacchiericcio.
Primo: esistono pochi confronti internazionali affidabili, ma da quel che sappiamo tutti i Paesi mediterranei, Grecia e Italia in testa, sono caratterizzati da livelli di evasione più elevati rispetto agli altri Paesi Ocse, sebbene nessuno tra essi, neppure i celebrati Stati Uniti, siano esenti dal problema.
Secondo: è vero che i livelli di etica fiscale (tax morale, nella letteratura inglese) contribuiscono a spiegare i differenziali di evasione tra i diversi Paesi, ma non è vero che i fattori etico-culturali spieghino tutto, posto che, in una recente ricerca danese, è emerso che poco meno del 40% del reddito dei lavoratori autonomi viene occultato.
Terzo (e conseguenze): è l’opportunità che fa l’evasione, ed è riducendo le opportunità che si riduce l’evasione. Questo è particolarmente importante per un Paese come l’Italia che è caratterizzato (come la Grecia, e non è un caso) da un’elevata frammentazione produttiva, con 6 milioni di partite Iva di dimensione ridottissima, per i quali l’evasione è un ammortizzatore sociale poco costoso.
Quarto: non è affatto vero che l’evasione in Italia è sempre rimasta uguale nel tempo: secondo le stime ufficiali dell’Agenzia delle Entrate rese note nel recente Rapporto Giovannini, l’evasione dell’Iva nel 2007 è diminuita di 3 punti di Pil e nel 2009 si è ridotta di 0,8 punti di Pil, dopo un lieve aumento nel 2008. Il problema vero è che abbiamo solo delle intuizioni su cosa abbia causato questi fenomeni, ed è proprio da qui che bisogna partire per provare a sintetizzare i possibili interventi.

1 È necessario arrivare anche in Italia, come avviene nel Regno Unito, ad una stima ufficiale dell’evasione delle principali imposte, annuale e basata su metodologie condivise e trasparenti, con un tentativo di stimare l’impatto dei singoli provvedimenti sulla propensione all’evasione. Solo in questo modo sarà possibile sottrarre le valutazioni sull’evasione e sui suoi andamenti al chiacchericcio televisivo, dove vengono spesso citati dati sbagliati o che si riferiscono a fenomeni diversi, condendoli, per di più di interpretazioni discutibili quando non palesemente false.

2 L’enorme mole di dati di cui dispone l’Amministrazione finanziaria sui redditi dichiarati e presunti, i patrimoni, i consumi individuali va razionalizzataed integrata attraverso informazioni sui patrimoni finanziari (eventualmente da inserire in dichiarazione). Queste informazioni vanno rese fruibili agli uffici periferici in modo che questi possano dissuadere preventivamente i titolari di redditi d’impresa e da lavoro autonomo senza sostituto d’imposta dal presentare dichiarazioni palesemente false. Si tratta, in altri termini, di far sapere al contribuente che l’Amministrazione c’è e che l’Amministrazione sa, o quantomeno non è completamente al buio. Ciò consentirebbe, da un lato, di concentrare l’azione repressiva su un numero inferiore di soggetti e, dall’altro lato, costringerebbe l’Amministrazione stessa a razionalizzare le sue richieste di informazioni ai contribuenti, troppo spesso ripetute. Si attuerebbe così un vero e proprio cambiamento di paradigma organizzativo, da quello quasi esclusivamente repressivo a quello preventivo.

3 Nell’attesa che il cambiamento prefigurato al punto 2) si compia, devono essere ridotte tutte le opportunità di evasione, ad esempio introducendo ulteriori vincoli all’utilizzo dei crediti Iva in compensazione (misura introdotta nel 2008 e che ha fruttato un incremento di gettito di 6 miliardi), utilizzando le informazioni sui fornitori di beni e di servizi delle aziende strutturate e di maggiore dimensione e riducendo nella massima misura possibile l’uso del contante, avvalendosi per questo anche degli strumenti giuridici messi a disposizione dalla normativa internazionale contro il riciclaggio e incentivando l’uso degli strumenti di pagamento elettronici. Gli studi di settore vanno mantenuti in vigore, limitandoli ad un numero inferiore di soggetti, semplificandone e razionalizzandone la struttura logica e territorializzandoli sempre di più, anche in chiave di strumento di contrasto territoriale dell’evasione.

4 Le politiche per la razionalizzazione della struttura distributiva e per l’aumento delle dimensioni medie delle imprese vanno considerate a tutti gli effetti come delle politiche anti-evasione, posto che, entro certi limiti dimensionali, la propensione all’evasione tende a diminuire all’aumentare della dimensione, perché la contabilità è uno strumento di controllo interno dell’organizzazione aziendale. Secondo l’ipotesi di una relazione ad U tra evasione e dimensione, la propensione ad evadere torna a crescere tra le imprese di grande dimensione, ma in questi casi assume forme e modalità del tutto diverse (ai confini con l’elusione) che richiedono strategie di contrasto diverse.

La differenziazione delle strategie di contrasto sulla base delle dimensioni e delle caratteristiche organizzative dei soggetti è la strada seguita sempre più spesso a livello internazionale, ma essa va perseguita cambiando gli obiettivi (e i connessi premi di risultato) dell’Amministrazione, che non possono basarsi esclusivamente sull’evasione contestata, ma anche sulla capacità di prevenire i fenomeni. Negli ultimi anni qualcosa sembra essere cambiato nel panorama politico, e in particolare nel centro-destra, dove si è passati dalla demagogia antitasse basata sugli ipotetici vampiri e sui condoni al recupero, e in taluni casi addirittura al rafforzamento, di provvedimenti varati o delineati dai governi di centro-sinistra. Si apre quindi un’opportunità di compiere una svolta quasi definitiva delineando una vera e propria strategia che va forse definita, più che di lotta all’evasione (espressione ormai abusata), di richiesta delle imposte dovute. Inutile dire che una simile opportunità sarebbe, forse definitivamente, sprecata se prevalesse la sciagurata ipotesi di varare un nuovo condonoo scudo fiscale che dir si voglia.

*Ricercatore di Scienze delle Finanze

da L’Unità

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«Nel Pdl rispunta il condono “tombale”», di v. co.

Proposta di due deputati ad Alfano e a Giorgetti. Allo studio altre sanatorie «L´ultimo. Tombale. E poi introdurre il reato di evasione». Giuseppe Centrella, segretario dell´Ugl, rilancia le parole magiche: condono fiscale. Non è il solo e nelle ultime, febbrili, ore per cambiare la manovra a saldi invariati la formula spunta di prepotenza sul tavolo di Alfano, segretario del Pdl, e di Alberto Giorgetti, sottosegretario all´Economia.
Il primo condono tombale, varato dal governo Berlusconi nel 2002, portò nelle casse dello Stato 20,8 miliardi (sui 25 previsti), preceduto e seguito negli anni da tre scudi per i capitali. Un buon auspicio per il secondo, che potrebbe arrivare ora. C´è tempo fino a lunedì 29 agosto alle ore 20, per depositare gli emendamenti. Il tempo stringe.
Una proposta in realtà già esiste. Riguarda 4 anni fiscali, dal 2006 al 2009, ed è a firma dei deputati Pdl Antonio Mazzocchi, questore della Camera, e Amedeo Laboccetta, membro della commissione Bilancio. «In Italia ci sono due milioni tra commercianti, artigiani e professionisti che si trovano in contenzioso col fisco o in posizione di evasione parziale o totale», e dunque da invogliare. «Il condono tombale porterà oltre 35 miliardi», è la stima. «Da utilizzare per le famiglie numerose, per alleggerire il contributo di solidarietà e combattere l´evasione», dicono. E poi, dopo, inasprire le pene: «Abbassiamo la soglia a 50 dai 100 mila euro per la dichiarazione di redditi o Iva infedele. E a 20 dai 77 mila se omessa. Poi alziamo il carcere da 2 a 5 anni. Oggi è da 1 a 3», suggeriscono. «Chi aderisce al condono tombale inibisce l´esercizio dell´azione accertatrice e dell´eventuale azione penale quando i tributi evasi superano la soglia di rilevanza penale, oggi fissata a 103 mila euro o 77 mila», a seconda dei casi, è il regalo. Renata Polverini, governatore della regione Lazio, si spinge anche oltre nelle stime, proponendo «un ultimo, definitivo, condono fiscale dal quale reperire non meno di 50 miliardi».
Al di là degli incassi ipotizzati, la misura non è peregrina. Un piccolo condono, quello sui contenziosi, è inserito nella manovra di luglio. Funziona così: il contribuente che ha vinto in uno dei gradi di giudizio con il fisco, può chiudere la lite versando il 10% dell´imposta evasa. Se non ha vinto, il 50%. Se la pronuncia del giudice deve arrivare, il 30%. Unico limite: un debito fiscale non superiore ai 20 mila euro. Questa soglia – un´ipotesi rispolverata ora – potrebbe scomparire e le due percentuali maggiori dimagrire.

da la Repubblica

Emergenza lavoro per i giovani. L'Italia è maglia nera d'Europa

I dati della Confartigianato: record negativo dell’Ue, più di un milione gli under 35 disoccupati. In Sicilia arrivano quasi al 30%

L’Italia ha il record negativo in Europa per la disoccupazione giovanile: sono 1.138.000 gli under 35 senza lavoro. A stare peggio i ragazzi fino a 24 anni: il tasso di disoccupazione in questa fascia d’età è del 29,6%: uno su 3 è senza lavoro, rispetto al 21% della media europea. A fotografare la situazione del mercato del lavoro nel nostro Paese è l’Ufficio studi della Confartigianato. Il primato a livello nazionale è della Sicilia con una quota di disoccupati under 35 oltre il 28%.

E se la media italiana si attesta al 15,9%, va molto peggio nel Mezzogiorno dove il tasso sale a 25,1%, pari a 538.000 giovani senza lavoro. Inoltre, tra il 2008 e il 2011, anni della grande crisi – rileva la Confartigianato – gli occupati under 35 sono diminuiti di 926.000 unità. Nella classifica delle regioni seguono la Campania con il 27,6% di giovani senza lavoro, la Basilicata (26,7%), Sardegna (25,2%). Conviene invece andare in Trentino Alto Adige dove il tasso di disoccupazione tra 15 e 34 anni è contenuto al 5,7%, oppure in Valle d’Aosta con il 7,8%, Friuli Venezia Giulia con il 9,2%, la Lombardia con il 9,3%.

Ma non sono solo i giovani le vittime della crisi del mercato del lavoro italiano. Il rapporto di Confartigianato mette in luce un peggioramento della situazione anche per gli adulti. La quota di inattivi tra i 25 e i 54 anni arriva al 23,2%, a fronte del 15,2% della media europea, e tra il 2008 e il 2011 è aumentata dell’1,4% mentre in Europa è diminuita dello 0,2%.

da www.lastampa.it

"Stime errate e norme illegittime. I tecnici «bocciano» la manovra", di Bianca Di Giovanni

Inizia l’iter della manovra in Senato. Schifani interviene in Commissione. I tecnici della Bilancio accusano: disposizioni vaghe e cifre troppo ottimistiche. Non convincono neanche le previsioni sul Pil.

La norma sul contributo di solidarietà darà un gettito «sensibilmente inferiore» a quello stimato, così come la cosiddetta Robin Tax sui petrolieri. La disposizione sul taglio ai ministeri è di difficile applicazione, quella sul Tfr dei pubblici dipendenti potrebbe risultare discriminatoria, per non parlare del comma 6 dell’articolo 1 – cioè la parte che riguarda il riordino delle agevolazioni fiscali e il decreto su un eventuale aumento delle tasse indirette e le accise – che è addirittura a rischio costituzionalità. Infine, ultima «pillola avvelenata»: il governo dovrebbe chiarire gli effetti del decreto di Ferragosto sul Pil, tema su cui Giulio Tremonti si è limitato a confermare le stime del Def di aprile. Il mondo è cambiato, ma il Pil italiano resta uguale. Credibile? Molto poco, così come sono sotto osservazione parecchi capitoli della manovra.
I tecnici della commissione Bilancio la «impallinano» con una sfilza di obiezioni. La relazione tecnica confezionata dalla Ragioneria non convince: i numeri sono poco credibili, le disposizioni troppo generiche. Dietro le norme si legge l’affanno per la rincorsa dei mercati.

ITER
Intanto in Commissione inizia la discussione generale, con un primo piccolo braccio di ferro con la Lega, che chiede più tempo, almeno fino a martedì, per preparare gli emendamenti rispetto al termine di venerdì chiesto dalle opposizioni. Finirà con un compromesso: le modifiche dovranno pervenire entro lunedì alle 20. C’è chi ha già deciso di intervenire, anticipando tutti: è il ministro Giancarlo Galan, che chiede la soppressione dell’abolizione degli enti sotto i 70 dipendenti, e l’esclusione del personale con funzioni di tutela dei beni culturali dai futuri tagli. Oggi la discussione continuerà, mentre da domani prendono il via le audizioni con le parti sociali e gli enti locali. Martedì sarà la volta delle istituzioni: Bankitalia, Istat, Corte dei Conti, Cnel. E il ministro? Per ora non si scopre: venire in parlamento senza un’intesa politica sarebbe come presentarsi davanti a un plotone d’esecuzione. Ci vuole tempo perché si arrivi alla «quadra» sulle modifiche: per ora il passaggio è strettissimo. Ci pensa Renato Schifani a inviare un messaggio inequivocabile al parlamento. Con un gesto irrituale, partecipa alla prima seduta in Commissione. «Ho soltanto augurato buon lavoro – spiega all’uscita – esprimo un invito a giudicare con grande attenzione le proposte di modifica, e a dare il massimo della professionalità in un confronto che sia il più ampio, costruttivo e sereno possibile per l’interesse del Paese». Parole pesate con il bilancino, che di fatto invitano i parlamentari a evitare «incidenti di percorso». Come dire: la manovra va varata in fretta.
Ma più si studiano le misure presentate dal governo, più i nodi si affastellano.
I tecnici della Bilancio si chiedono come mai, per valutare il gettito atteso dal contributo di solidarietà siano stati considerati i redditi relativi al 2008, essendo disponibili quelli del 2009. «Utilizzando tali dati – scrivono – il gettito risulterebbe pari a 2,14 miliardi, cifra sensibilmente inferiore a quella stimata dalla relazione tecnica». Su quella misura pende anche il rischio di elusione, perché a causa del prelievo per i dirigenti «potrebbe determinarsi un utilizzo più ingente di fringe benefits al fine di ridurre il reddito». Durissimo il richiamo sulla disposizione che prevede la riduzione delle agevolazioni, e in subordine un decreto che rimoduli le imposte indirette.
Tutto per recuperare 4 miliardi nel 2012. Per i tecnici la misura non è compatibile con l’articolo 23 della Costituzione, che per un’imposizione fiscale prevede comunque una disposizione di legge con indicazioni precise. In questo caso l’unico vincolo è il gettito: rastrellare quei miliardi. Poco attendibili anche i tagli ai ministeri (6 miliardi), che richiederebbero per alcune voci disposizioni di legge. Così come non sono chiari i risparmi dalla diminuzione del personale. Insomma, c’è molto da riscrivere.

da L’Unità

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«Anche il rischio elusione sull´eurotassa, per sostituirla manovra Iva da 6 miliardi», di Valentina Conte

Pure per la Robin Hood Tax gettito sovrastimato: due miliardi di incasso sono troppi
Rilievi degli uffici tecnici del Senato sulla retroattività del prelievo per i redditi 2010

Tutte le strade portano all´Iva. Anche quelle che passano dal Senato. Nel giorno di esordio della manovra bis in commissione Bilancio, l´ufficio studi di Palazzo Madama mette i primi paletti al contributo di solidarietà, ma anche alla Robin Hood Tax, la tassa sugli utili delle società energetiche. Osservazioni che incrinano le “una tantum”, a favore di un ritocco, giudicato da molti inevitabile per fare subito cassa, dell´imposta sui consumi, dopo lo stop definitivo della Lega al capitolo pensioni. L´aumento di un punto di Iva – 6,6 miliardi di incassi annui attesi, stima Confcommercio, se applicato su tutte e tre le aliquote – sale dunque sempre più nel borsino delle modifiche plausibili al decreto. «In fase emendativa si terrà conto di tutto», assicura Azzollini, relatore della manovra.
La prima stoccata degli esperti del Senato arriva, dunque, all´eurotassa. Il prelievo “solidale” del 5 e 10% (3 e 7% reali, dopo la deduzione) sui redditi sopra i 90 mila euro, che in tre anni assicurerebbe 3,8 miliardi di euro, non convince. Primo, perché è retroattivo: si applica difatti già quest´anno sui redditi 2010, in contrasto con l´articolo 3 dello Statuto del Contribuente, la legge 212 del 2000, che lo vieta. Secondo, perché può essere facilmente evaso. «Potenziali strategie elusive potrebbero incidere negativamente sull´entità del gettito atteso», scrivono i tecnici che si riferiscono ad un «uso più ingente di fringe benefits» da parte degli imprenditori o alla mancata distribuzione di utili per tre anni, ma anche all´effetto «disincentivo alla produzione del reddito o a una sua integrale dichiarazione» come mezzi per abbassare l´imponibile. Terzo, perché l´incasso previsto dalla supertassa potrebbe essere sovrastimato in quanto calcolato sui redditi 2008 e non 2009, più bassi per la crisi (il Pil nel 2009 è sceso del 5%).
Lo scenario dell´eurotassa, dunque, si complica. O scompare, come vuole Confindustria (ieri la Marcegaglia l´ha definito «folle»). Oppure viene rimodulata su due anni e tenendo conto del quoziente familiare, come chiedono le componenti cattoliche del governo, la Cisl, l´Udc (non paga chi ha più di tre figli è la proposta di Giovanardi, ad esempio). In sostituzione, parziale o totale, si può agire sull´Iva. Su tutte e tre le aliquote, quella ordinaria del 20% e quelle agevolate del 4 e del 10%. Oppure sulle due maggiori. O anche, come propone la Lega e l´Idv, alzandola solo sui beni di lusso: yacht, barche, ville, gioielli. I commercianti (ma anche il ministro del Turismo Brambilla) sono contrari. Temono la contrazione dei consumi: un punto in meno di Pil, calcolano. L´Iva è un´imposta regressiva, colpisce di più i redditi bassi, ed è la più evasa in Italia: 35,5 miliardi nel 2009 su 124,5 di gettito totale sottratto al fisco. Solo il 12,5% degli autonomi la versa, contro il 50,3% dei lavoratori dipendenti. In ogni caso, un ritocco Iva è già previsto dalla delega fiscale qualora non andasse in porto il riordino dei bonus fiscali.
Per quanto riguarda la Robin Hood Tax, l´aumento dell´Ires al 10,5%, anche qui il gettito è retroattivo e sovrastimato (2 miliardi), avvertono i tecnici. La tassa potrebbe inoltre deprimere i dividendi delle società coinvolte, penalizzando così anche le casse dello Stato nella sua veste di azionista di alcuni colossi quali Eni, Enel, Terna, SnamReteGas. Si nota, poi, che il recente calo in Borsa dei titoli può avere ricadute sui dividendi e assicurare «minori entrate» fiscali. Pasticci non secondari da sbrogliare, se si vuole raggiungere il pareggio nel 2013, a saldi invariati, come chiesto dalla Bce.

da La Repubblica

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«Manovra, stop del Governo sul condono. Allo studio soglia più alta per il contributo di solidarietà», di Ce. Do.

Manovra, riprende l’esame al Senato

Sulla possibilità di un condono da infilare nelle pieghe della manovra aggiuntiva arriva il brusco stop del Governo. «L’ipotesi di condono assolutamente non esiste. La smentiamo assolutamente», taglia corto il sottosegretario all’Economia, Luigi Casero. Poco prima, sulla proposta ventilata da alcuni settori della maggioranza, era arrivata anche la frenata di Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato dove si cerca la quadratura sulla manovra. «Noi non condividiamo nuovi condoni», aveva detto l’esponente pidiellino a poche ore dall’incontro, fissato in serata a Palazzo Madama, tra il segretario politico Angelino Alfano e i direttivi del partito, con in agenda le modifiche al decreto. Proprio l’ex guardasigilli è tornato oggi, dal meeting Cl di Rimini, sul tema caldo della previdenza. «Sulle pensioni, voglio dire una parola chiara: coloro i quali hanno già una pensione, non la vedranno toccata. Non vogliamo creare un conflitto generazionale fra padri e figli. Vogliamo pensare al futuro dei giovani italiani e costruire un grande patto per loro».

Allo studio innalzamento della soglia per la supertassa
Tornando alle modifiche, Gasparri ribadisce che sul tavolo delle proposte c’è anche un possibile rialzo dell’Iva. «Stiamo valutando se sfruttarla anche in questa fase, capire se agire subito». Resta in campo il capitolo pensioni, poi, anche se, ammette Gasparri, «vogliamo evitare accelerazioni che possano portare allo scontro sociale». Ed è allo studio una “rimodulazione” del contributo di solidarietà, «che tenga conto della condizione familiare, che salvaguardi le famiglie numerose». Con una correzione della soglia più alta «120-130 mila euro» che riconsideri anche i redditi parlamentari. Il capogruppo del Pdl frena poi anche ull’eventualità di una estensione della Robin Tax ad altri settori regolati, come suggerito nel parere della commissione Industria del Senato. «La Robin Tax va bene così come è stata proposta».
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Disappunto per l’assenza del Governo in commissione Affari costituzionali
L’esame e il confronto procede, dunque. E sono già arrivati i pareri favorevoli delle commissioni (Lavori pubblici, Industria, Lavoro, Ambiente e politiche comunitarie), che hanno già trasmesso la loro valutazione alla Bilancio. Incaricata di esaminare il decreto in sede referente. Mentre si sta svolgendo la discussione presso la commissione Affari costituzionali, chiamata a formulare il parere di costituzionalità sulla manovra economica. E qui non sono mancati i fuoriprogramma, con il presidente, il pidiellino Carlo Vizzini, spazientito per l’assenza del governo. Una irritazione messa tutta nero su bianco. «La commissione intera ha espresso il proprio fermo disappunto e l’assoluto stupore per la circostanza che nessuno dei 60 componenti dell’esecutivo riesce a garantire una presenza anche allo scopo di fornire risposte e spiegazioni ai rilievi mossi da tutti i gruppi».

Industria: sì alla Robin Tax per altri settori regolati
Quanto alle valutazioni espresse dalle commissioni, tutti i pareri promuovono il decreto ma sono da registrare alcune annotazioni.
In particolare, la commissione Industria, come detto, invita a valutare l’opportunità che in relazione alla Robin Tax «vengano escluse dall’applicazione dell’Ires le società operanti nel settore delle energie da fonti rinnovabili; che l’aliquota che dovrà avere necessariamente natura provvisoria venga mantenuta al livello attuale al fine di non bloccare gli investimenti già programmati e quelli in fase di programmazione nel settore energetico». Si segnala inoltre di valutare «l’eventuale estensione dell’aliquota ad altri settore regolati, al fine di garantire un gettito analogo a quello originariamente previsto dal provvedimento d’urgenza».

X Commissione: si valuti meccanismo per risarcire imprese colpite dalla crisi libica
La commissione sottolinea quindi l’esigenza di apportare le necessarie modifiche per «non danneggiare il turismo» e segnala l’opportunità di «ulteriori interventi a favore dell’occupazione e della ricerca con particolare riguardo a quella svolta in ambito industriale». Infine si invita a valutare la possibilità di inserire «un meccanismo che assicuri un risarcimento per le imprese italiane che hanno subito dei danni a seguito della recente crisi libica».

Ambiente: ok manovra ma va ripristinato il Sistri
Parere favorevole anche dalla Commissione Lavoro – che suggerisce, tra l’altro, l’accorpamento delle festività civili alla domenica nella forma più ampia e strutturale – e dalla Commissione Territorio e Ambiente. Che approva la manovra correttiva a condizione di ripristinare il Sistri, il sistema informatico sulla tracciabilità dei rifiuti. Inoltre la XIII commissione ritiene «opportuno escludere» dalle riduzioni di spesa del ministero dell’Ambiente, i fondi «indispensabili per le misure di prima urgenza connesse al rischio idrogeologico». La manovra correttiva prevedeva infatti una riduzione dei costi dei ministeri attraverso la riduzione dei fondi Fas che, nel caso del dicastero guidato da Stefania Prestigiacomo, vanno a finanziare gli interventi in difesa del suolo.

da www.ilsole24ore.it

"Marcia pdl sul decreto, Lega sotto assedio", di Francesco Lo Sardo

“Arditi” berluscones scatenati su Iva e pensioni. Il Capo tace

Il disordine ha raggiunto il clou. Campane sempre più a morto per il prelievo di solidarietà sui redditi oltre i 90mila euro, viceversa Iva al galoppo, mentre resta ancora alta la tensione tra Pdl e Lega sulle pensioni di anzianità. Queste le ultime confuse notizie che arrivano dal fronte della maggioranza. Parte in commissione al senato l’iter parlamentare della manovra bis e sul decreto legge di Ferragosto da 45,5 miliardi lo scontro nella maggioranza si acuisce.
La crisi morde, la Bce continua a invitare a far presto: i tempi per l’approvazione del decreto sono strettissimi, ma i suoi contenuti continuano a cambiare di ora in ora. Dietro lo scontro sulla manovra si gioca del resto una partita di potere, di ridefinizione dei rapporti di forza nella maggioranza i cui esiti saranno rilevantissimi per l’evoluzione della situazione politica. Stavolte nell’estenuante braccio di ferro Tremonti- Berlusconi – che non poteva non investire anche la manovra – sono apertamente e rumorosamente entrate in campo forze organizzate di tre gruppi interni al Pdl che stanno testando, nel fuoco dell’azione, il loro peso specifico: il correntone di Scajola, gli “arditi” di Crosetto e Stracquadanio, il pianeta Formigoni. Per un verso questi gruppi, che marciano divisi sulla manovra tremontiana, giocano di sponda con Berlusconi in chiave anti-Tremonti, per altro si muovono già in una logica di autonomia postberlusconiana.
Il Cavaliere, come Mussolini ai tempi della marcia su Roma, resta prudente a Milano, lascia fare e tace: se l’operazione di attacco a Tremonti e alla Lega andrà bene, allora ci metterà il cilindro sopra.
Ieri gli scajoliani hanno annunciato i loro emendamenti: aumento delle aliquote Iva al 21 e all’11 per cento, correzione della tassa di solidarietà con il quoziente familiare, soppressione delle province più grandi. Tutte ipotesi invise alla Lega (e finora stoppate da Tremonti). Mai tanto invise quanto la riforma delle pensioni su cui puntano gli “arditi” di Crosetto e Stracquadanio, che ci aggiungono un’ondata massiccia di liberalizzazioni delle municipalizzate: due opzioni aborrite dalla Lega che, di fronte a questo sospetto pressing pidiellino non censurato dal Cavaliere, si sente sempre più sotto assedio. Oggi i due gruppi del Pdl tenteranno una saldatura, per presentarsi con più forza dal fedelissimo segretario di Berlusconi Alfano e spingere il Cavaliere ad alzare la posta con la Lega e Tremonti. La tassa di solidarietà, il tallone d’Achille del decreto, scricchiola. Ieri ne ha denunciato la facile elusività anche il servizio bilancio del senato: se sotto i colpi del Pdl questa tassa cade o se ne ridurrà il gettito, si dovranno individuare altri soldi per mantenere invariati i saldi. A quel punto saranno fatalmente investite e forse travolte le trincee su Iva a pensioni difese da Tremonti e Bossi. A meno di ricorrere all’arma finale: quella, finora esclusa, del condono tributario tombale e forse anche valutario per i patrimoni “in nero” occultati all’estero.

da www.europaquotidiano.it

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“Manovra al Senato, il governo la blinda”, di Carlo Bertini
Ma emergono dubbi dei tecnici sulle misure

Fuori, sotto l’afa cocente, i serpentoni di turisti sfilano in canottiera, incuriositi da quei signori in giacca e cravatta che varcano sudati la soglia di Palazzo Madama. Dentro, al fresco del piano ammezzato, sotto l’auspicio di Schifani di un confronto «sereno e costruttivo» liberato dall’appartenenza politica, le commissioni cominciano la via crucis della manovra. Smontata, ancor prima che dalle opposizioni, dai dossier del servizio Bilancio del Senato. Dossier sempre severi e puntigliosi, ma stavolta fa effetto sfogliare la Nota di Lettura riservata ai senatori, con 84 pagine che mettono in dubbio risparmi, entrate e tagli di spesa mirati a metterci al riparo dalla tempesta dei mercati.

E mentre la Lega e il Pdl fibrillano in ordine sparso, non sorprende che il ministro Sacconi si compiaccia che al primo voto in commissione, il terzo polo si sia unito alla maggioranza per dire sì all’articolo 8 sulla disciplina del lavoro con gli accordi aziendali. Un buon viatico per la maggioranza scossa dalle tensioni, tale da indurre il ministro ad un apprezzamento di questo «segnale». Preceduto da una cauta e diplomatica apertura sul tema delle pensioni: perché, chiarisce Sacconi, «il governo ha già fatto molto in tre anni mettendo in sicurezza a regime il sistema previdenziale e dunque la riforma organica è sostenibile». Al massimo, quindi, «si potrà discutere del regime transitorio», con due condizioni di metodo: «coniugare esigenze di sostenibilità finanziaria e sociale», primo. Secondo, «i sindacati riformisti», tradotto Cisl e Uil, «restino interlocutori privilegiati del percorso».

Ma in questa giornata convulsa di riunioni e tavoli tecnici dei partiti per mettere a punto le proposte di modifica, sono in pochi a credere che saranno le pensioni a stravolgere l’impianto della manovra. Piuttosto i nodi sono la riduzione dei parlamentari, la patrimoniale e il contributo di solidarietà dei ceti medi che molti nel Pdl vorrebbero attutire. Fino al 5 settembre e cioè per due settimane, con «tempi non adatti per un paese sul baratro», osservano i Radicali, la manovra rimpallerà tra le commissioni Lavoro, Affari Costituzionali, Industria, Finanze e Tesoro, che dovranno sfornare i loro «pareri» alla commissione principe, la Bilancio. Che tanto per cominciare, ha deciso un ciclo di audizioni, Istat, forze sociali e così via, fissando alle 20 di lunedì prossimo il termine per gli emendamenti.

Non a caso Bersani si affretta a dire che il Pd è pronto a scodellare già venerdì il suo articolato a saldi invariati: il messaggio è che la maggioranza ha bisogno di tempo per risolvere le sue paturnie. «Al massimo toccheranno l’Iva per togliere il contributo di solidarietà, ma forse neanche quello», pronostica il vicecapogruppo Pd Nicola Latorre. In ogni caso c’è tempo per le trattative: fino al 5 settembre il governo potrà dire la sua in aula, chiudendo i giochi con la fiducia sul testo votato in commissione, che con ogni probabilità sarà blindato anche alla Camera. Quindi è comprensibile la mestizia dei senatori «condannati» ad interrompere le ferie per correre in commissione a studiare i dossier: volti abbronzati e aria sconsolata. Il Palazzo ancora semi operativo, il portone principale sbarrato per il rifacimento del manto stradale in corso Rinascimento, pure il casellario postale chiuso per lavori, ma il ristorante a prezzi «politici» è aperto, ancora col menù bloccato con le cifre pre-scandalo.

I leghisti latitano, «in commissione Industria stamattina in effetti non ce ne era nessuno», racconta Latorre. Quelli che da giorni sono in piena attività sono proprio i funzionari del servizio Bilancio che fanno le pulci, punto per punto, alla manovra del governo: i tagli di province potrebbero non portare i risparmi previsti, soprattutto nella fase di transizione per il passaggio di funzioni, risorse umane e finanziarie. Quelli dei comuni anche per «i possibili oneri» delle nuove istituzioni, le unioni municipali, dotate di propri organi. E ancora: il contributo di solidarietà per il 2011 è in contrasto con lo Statuto del contribuente, perché «le modifiche si applicano al periodo d’imposta successivo a quello in corso». E anche per i viaggi in economy e il numero dei consiglieri, la manovra potrebbe ledere le prerogative di autonomia di regioni ed enti locali.

da www.lastampa.it

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«Berlusconi e il grande gelo con Bossi: “Non controlla più i suoi uomini”», di Carmelo Lopapa

Il Senatur: lui dice la sua, io la mia. Attesa per il vertice. Il Pdl punta ad intese col Terzo Polo ma non esclude la fiducia già al Senato. L´incontro tra i due leader fissato per lunedì ma si tenta di anticiparlo per stringere i tempi

Avanti a fari spenti. Senza uno straccio di accordo con la Lega. Berlusconi, ancora chiuso ad Arcore, non riesce a scorgerlo nemmeno all´orizzonte. Anche perché «Bossi non controlla più i suoi uomini, il Carroccio procede in ordine sparso» è l´amara considerazione alla quale si è abbandonato con più di un interlocutore tra i tanti sentiti ieri. Amarezza che nelle ultime ore ha camminato di pari passo con l´irritazione per lo sciopero proclamato il 6 settembre da «quegli irresponsabili» della Cgil.
La telefonata di lunedì sera con Calderoli, dopo la segreteria leghista, non lo ha rassicurato più di tanto. Resta in agenda un mezzo impegno per un faccia a faccia con Umberto Bossi. Ma lunedì prossimo. Anche se sono già in moto le «diplomazie» dei due partiti per tentare di anticipare l´armistizio a questa settimana e consentire così di presentare entro la scadenza di lunedì al Senato emendamenti condivisi alla manovra. Il fatto è che per ora i due leader hanno poco da dirsi, dopo la bocciatura da parte del Senatùr di quella revisione dell´anzianità di pensione sulla quale invece puntava il presidente del Consiglio per ridurre la stretta fiscale. Il comunicato in chiave anti-Lega diffuso a sorpresa dal premier due giorni fa ha fatto il resto. «Berlusconi dice la sua, io dico la mia» avrebbe tagliato corto il leader leghista da Gemonio, con chi gli chiedeva un commento sulla sortita dell´alleato. È un dialogo tra separati in casa, per adesso. Che riduce in stallo le trattative sulla manovra. Anche per questo, dopo i primi passi ieri in commissione al Senato, è stato rimandato a lunedì prossimo il termine per la presentazione degli emendamenti.
Anche perché parecchio si discute per quadrare i conti persino dentro il Pdl, non senza divergenze. Dopo la cena chiarificatrice di lunedì sera a Roma con il “frondista” Guido Crosetto, il segretario Pdl Angelino Alfano ieri si è chiuso per tutto il pomeriggio in via dell´Umiltà con i coordinatori La Russa e Verdini, con il ministro Paolo Romani, con lo stesso Crosetto e con il sottosegretario all´Economia Casero. Un via vai incessante di auto blu fino a sera, davanti alla sede Pdl, per mettere a punto una proposta unitaria da avanzare stasera in occasione del direttivo dei gruppi parlamentari. A fine giornata, un ministro che ha partecipato agli incontri racconta che si fa sempre più strada l´ipotesi di proporre l´innalzamento di un punto Iva. Allo scopo di ridurre se non azzerare il contributo di solidarietà. Sebbene la proposta sia destinata a scontrarsi con la netta opposizione del ministro dell´Economia (intenzionato a far leva sull´Iva solo in seconda battuta, nei prossimi mesi, quando sarà varata la delega fiscale, in sede cioè di riforma) oltre che di Bossi. Iva a parte, in cima alla lista che verrà illustrata stasera ai gruppi, Alfano avrebbe inserito una revisione del contributo di solidarietà: innalzamento della soglia e detrazioni in base ai familiari a carico. Mentre il sottosegretario all´Economia Alberto Giorgetti starebbe studiando la proposta di condono tombale (su Iva e Irpef) che gli hanno sottoposto i deputati Laboccetta e Mazzocchi e i ministri non sanno come far fronti ai tagli ai loro dicasteri per 6 miliardi. Parecchia carne al fuoco, insomma, altrettanta confusione. Il momento è complicato. E i vertici del partito si spostano in serata nello studio di Gianni Letta a Palazzo Chigi. Se la situazione restasse così critica, nel Pdl non si esclude che possa maturare un maxi emendamento con fiducia che blindi la manovra anche al Senato. Soluzione che a Palazzo Chigi dicono di voler scongiurare.
Quel che è certo è che, con questi chiari di luna col Carroccio, il dialogo dei berlusconiani in queste ore si è fatto più fitto con centristi e finiani. Suona quasi come un avvertimento alla Lega, in questa chiave, il messaggio del presidente del Senato Schifani ad apertura dei lavori, quell´invito a esaminare «le proposte nel merito, a prescindere dalla paternità». Senza vincolo di maggioranza, dunque. E la prima intesa Pdl-Terzo polo andata in scena in commissione in materia di contrattazione aziendale sarebbe il primo riscontro. Operazione non priva di rischi per la tenuta stessa del governo, come si intuisce dai toni della Padania, di giorno in giorno sempre più bollettino di guerra. «Meglio concordare ogni proposta con la Lega – avverte i suoi un berlusconiano che conosce il Nord come Crosetto – diversamente qui cade il governo».

da la Repubblica.it