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"Divisioni che preoccupano", di Cesare Damiano

La positiva convergenza che si era registrata tra le parti sociali il 28 giugno scorso, con l’accordo interconfederale sui temi del modello contrattuale e della rappresentatività, corre il rischio di essere messa in discussione. Contro la ricostruita prospettiva unitaria, alla quale aveva fatto seguito un documento di imprese e sindacati che spronavano l’esecutivo a recepire chiari interventi per lo sviluppo del paese, si è subito messo alacremente all’opera il ministro del lavoro.
Ancora una volta ha prevalso l’idea di dividere il sindacato, obiettivo che Sacconi persegue con particolare tenacia, una sorta di rivincita personale che non ci siamo ancora completamente spiegati da che cosa tragga origine.
Forse bisogna tornare ai tempi della ormai lontana prima repubblica.
Questa sorta di resa dei conti, che punta a separare il sindacato tra riformisti e antagonisti, ha prodotto e produrrà gravi danni al paese. Viene messa da parte la concertazione derubricata, nel migliore dei casi, a dialogo sociale. In realtà il governo preferisce intervenire per decreto anche sulle materie del lavoro e del welfare. Di questo si è vantato alcuni mesi fa il ministro Tremonti: «Abbiamo riformato le pensioni con una norma». Non capitava dal 1968 che sul tema della previdenza non ci fosse una preventiva consultazione dei sindacati.
Adesso, nella manovra, Sacconi ha deciso di inserire l’articolo 8, paradossalmente denominato “Misure a sostegno dell’occupazione”.
In esso, il principio della derogabilità di leggi e contratti attraverso gli accordi aziendali diventa regola dominante. È chiaro che l’autonomia delle parti sociali viene pesantemente invasa e, di conseguenza, l’accordo negoziato da Cgil, Cisl e Uil il 28 giugno scorso viene messo gravemente in discussione. Nel testo non c’è soltanto una deroga ritagliata su misura per la Fiat, che riconosce la validità erga omnes degli accordi stipulati a Pomigliano, Mirafiori e alla ex Bertone. Quel che è peggio è che si stabilisce, d’ora in poi, che i sindacati «comparativamente più rappresentativi a livello nazionale» ovvero «le rappresentanze sindacali operanti in azienda», possano stipulare contratti aziendali sostitutivi, senza nessuna certificazione della rappresentatività reale di chi li sottoscrive e senza nessun referendum tra i lavoratori. Un ritorno alla preistoria delle relazioni sindacali e un colpo mortale al contratto nazionale e alla democrazia nei luoghi di lavoro. Con questa formula si aggirerà totalmente lo statuto dei lavoratori, compreso l’articolo 18, quello che impedisce i licenziamenti senza giusta causa. È inutile che il ministro si sforzi di smentire questa circostanza: la nuova normativa fa soltanto salvi i licenziamenti discriminatori e quelli delle lavoratrici «in concomitanza di matrimonio »: formula, quest’ultima, assai curiosa che ci lascia immaginare che perlomeno non ci sarà licenziamento durante la luna di miele.
In tempo di crisi economica e di fronte ad un autunno che ci riserverà uno shock occupazionale, lasciare la porta aperta all’utilizzo dei licenziamenti potrebbe indurre le aziende meno responsabili a scegliere questa strada, con relative e pesanti ricadute sociali.
Ci sono motivi sufficienti, per il Partito democratico, per chiedere che l’articolo 8 della manovra venga cancellato e, se le parti sociali condivideranno questa ipotesi, di proporre con specifici emendamenti di recepire quelle norme dell’accordo del 28 giugno che riguardano la certificazione della rappresentatività dei sindacati firmatari e la validazione degli accordi attraverso il voto a maggioranza delle rappresentanze sindacali unitarie o dei lavoratori.
In questa situazione ci preoccupano le divisioni che si sono registrate a seguito della dichiarazione di sciopero della Cgil: non spetta a un partito politico interferire sulle scelte di un sindacato, ma sentiamo l’esigenza di ribadire quanto sia indispensabile che i sindacati ritrovino una strada di convergenza. Come Partito democratico abbiamo già promosso e realizzato un incontro con le parti sociali e lavoreremo per andare nella direzione del massimo della coesione come richiesto a gran forza dal presidente della repubblica.
Non a caso il Pd ha presentato le sue proposte per una manovra alternativa: sta ora al governo aprire in parlamento un confronto con l’opposizione che non sia di maniera, se vogliamo uscire da questa difficile situazione di crisi.

da Europa Quotidiano 25.08.11

"Perchè è giusto tassare i patrimoni", di Gad Lerner

Non sono riuscito ad afferrare il nesso logico con cui la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, nell´intervista rilasciata ieri a “Repubblica”, respinge l´idea di prelievi fiscali aggiuntivi a carico dei ricchi italiani. Quando Roberto Mania le chiede se firmerebbe il manifesto dei sedici imprenditori e manager francesi disponibili a «un contributo eccezionale», così risponde la Marcegaglia: «Se fossi in Francia sì, in Italia no. Da noi una tassa di quel tipo servirebbe soltanto a far pagare di più chi le tasse le paga già con un prelievo che complessivamente ormai sfiora il 50 per cento».
Non voglio pensare ad un mero aggiramento dialettico. Posso condividere, vivendolo pure io, un certo fastidio dovuto al fatto che noi fortunati lavoratori ad alto reddito pagheremo salato (com´è doveroso, viste le circostanze); mentre nulla è richiesto agli altrettanto fortunati detentori di patrimoni, che vivono magari di rendita. In Italia se sei ricco e non guadagni, niente tasse. Questa è la vera differenza con la Francia, dove vige l´Imposta di solidarietà sulla fortuna a carico di chi possiede cospicui patrimoni. Dunque paghi in percentuale su quel che hai già, non solo su quanto incassi.
Sarebbe maggiormente apprezzabile la premura della Marcegaglia a favore di chi guadagna 90 mila euro lordi l´anno, e quindi non può considerarsi un ricco da spremere, se lo facesse seguire da un richiamo alle responsabilità eccezionali cui sono chiamati oggi i veri ricchi. Lo ha proposto il suo predecessore al vertice della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo; dispiace non se ne faccia carico lei. Possibile che in Italia trovino così scarsa udienza le voci di Warren Buffett e della borghesia francese? Che non si avverta la necessità di un contributo straordinario su base patrimoniale per un´equa ripartizione dei sacrifici necessari a fronteggiare l´emergenza?
In verità il ricorso a un´imposta patrimoniale straordinaria non spaventa certo quegli imprenditori che hanno fiducia nelle proprie capacità di creare ricchezza; consapevoli peraltro del fatto che tale prelievo non sarà mai tale da modificare il loro tenore di vita. Ciò spiega anche perché le loro voci isolate siano risuonate, comunque, ancor prima dell´iniziativa di una sinistra italiana ridottasi per troppo tempo a considerare il tema della giustizia sociale poco spendibile sul terreno del marketing politico.
Non dovrebbe mancare all´appello una confederazione degli industriali proclamatasi fautrice del merito contro il parassitismo delle rendite: proprio ieri “Il Sole 24 Ore” ricordava che l´evasione fiscale tocca percentuali del 56,3% nel lavoro autonomo, ma schizza addirittura all´83,7% fra i rentier.
Il contributo di solidarietà disposto nella manovra economica del governo è viziato per l´appunto da questa distorsione inaccettabile: viene imposto sui redditi ma non sui patrimoni. Tanto per capirci: è giusto che Berlusconi contribuisca solo in ragione delle sue entrate annuali? O dovrebbe essergli richiesta pure una quota relativa alle svariate proprietà immobiliari e mobiliari in cui ha valorizzato il suo patrimonio? Naturalmente la stessa domanda vale per tutti gli altri milionari e miliardari d´Italia. A prescindere dalle loro ultime dichiarazioni dei redditi.
Da Pellegrino Capaldo a Pietro Modiano, sono state avanzate (e ignorate) ormai varie ipotesi di prelievo una tantum sui patrimoni, in grado di garantire un gettito elevato salvaguardando l´ampia fascia di popolazione che ha visto diminuire il proprio reddito nel mentre una minoranza di italiani si arricchiva in proporzioni abnormi rispetto alla mancata crescita del Pil. Si è detto e ripetuto che la rivoluzione italiana passa dalla ricevuta fiscale, nonché da quell´accertamento efficace della ricchezza circolante già costato al benemerito Vincenzo Visco l´epiteto di Dracula. Giusto, ma non possiamo permetterci di star fermi nell´attesa di tale rivoluzione.
In conclusione, vorrei raccontare a Emma Marcegaglia la storia vera di un manager di mia conoscenza che dieci anni fa percepì una liquidazione milionaria e da allora ha deciso di non lavorare più. Per passare il tempo, ha imparato a giocare a golf; e con stupore mi racconta che nei giorni feriali i campi sono affollati di persone come lui che vivono di rendita. Buon pro gli faccia, ma vogliamo chiedere un contributo di solidarietà pure a loro?

La Repubblica 25.08.11

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“Una tassa per la prosperità”, di GIANCARLO GALAN
Caro direttore, chi desidera o sogna di rimettere in gioco l’idea che più gli sta a cuore, dev’essere disposto a sfidare rigidità, ortodossie, conservatorismi che costituiscono la corazza che è nemica di ogni liberatorio cambiamento.

L’ insofferenza verso tutto ciò che impedisce ogni positivo mutamento è la caratteristica di ogni vero liberale. E questa «virtù» è tanto più benefica quanto più la si esercita in tempi di crisi, quali quelli che stiamo attraversando e in cui occorre innanzitutto rifiutarsi alla paura o all’odiosa difesa dei propri privilegi, del proprio esclusivo punto di vista.

Ecco perché il primo passo in avanti può essere compiuto soltanto se chi sta al governo e chi all’opposizione agisce secondo quanto ebbe a dire Simone Weil: «Si deve sempre essere pronti a cambiare idea insieme con la Giustizia, questa eterna fuggitiva dal campo del vincitore».

Il che significa che in certi «straordinari» momenti si vince come Paese se ognuna delle parti in campo è disposta ad ascoltare e quindi ad accettare ciò che «l’altro» suggerisce o propone.

O non è forse questo il senso autentico del messaggio del Presidente della Repubblica quando invita le forze di governo e di opposizione a «finalmente liberarsi da approcci angusti e strumentali»?

Di qui l’apertura al confronto, al costruttivo dibattito parlamentare, che il Presidente Berlusconi auspica da giorni per consolidare in meglio la manovra anticrisi, anche in vista di quelle grandi riforme fino ad ora da più parti ostacolate o respinte.

Da liberale quale sono, la sola parola «patrimoniale» mi provoca l’orticaria. Ma questo non mi impedisce affatto di riflettere con tutta la dovuta attenzione su quanto proposto da Luca Cordero di Montezemolo e da Italia Futura sulla etica utilità di tassare i grandi patrimoni dello 0,5 per cento quando questi superino i 10 milioni di euro. Non la si chiami patrimoniale, perché, in effetti, una simile tassa la giudicherei un contributo da parte di chi, avendo molto dato e molto avuto, sente il dovere di garantire una nuova e più lunga prosperità alla propria nazione. E la tassa per la prosperità della nazione potrebbe fruttare un miliardo l’anno da mettere a completo «finanziamento dell’istruzione superiore, dei progetti di ricerca delle università» e di quanto necessita per la tutela, salvaguardia e conoscenza dei nostri beni culturali e paesaggistici.

Tanto per citare alcuni di quei temi che, se affrontati e risolti – approfittando in positivo della crisi – porterebbero enormi vantaggi al sistema culturale, turistico e pertanto economico dell’Italia, è poi così impossibile lavorare sul serio per la cessione di almeno due reti della Rai o delle concessioni Anas o per l’abolizione di tutte le Province?

Le crisi, quelle che possono causare danni irreparabili, hanno questo di buono: vanno affrontate con cure severe, con medicine che guariscono per davvero. Oltretutto l’ammalato, fuor di metafora, nel senso che l’ammalato siamo noi tutti intesi come nazione, è disposto ad accettare qualche duro sacrificio, anche perché si aspetta che siano decisi finalmente provvedimenti non più dilazionabili, come la riforma delle pensioni, ad esempio. Riformare la previdenza è un atto che va oltre le scadenze della politica corrente, essendo questa riforma ciò che serve per garantire un futuro di reale benessere ai giovani, alle donne, alle prossime generazioni.

E la stessa apertura al nuovo deve poter valere se si osserva ciò che sta accadendo, ormai da mesi, nella vicinissima Africa del Nord, o ciò che accade e che di sicuro accadrà in termini assolutamente imprevisti e imprevedibili nel Medio Oriente. Novità che impongono al nostro Paese e a tutto il mondo politico internazionale di nostro riferimento scelte coraggiose, improntate a quanto è in grado di favorire la crescita della democrazia nei Paesi delle rivoluzioni ancora in corso; lo sviluppo delle nostre e altrui economie; l’abbattimento di ogni barriera tesa a dividere e ad allontanare tra loro chi invece avrebbe tutto l’interesse a costruire «bacini» comuni di libertà e di civile convivenza.

Ancora: in un quadro di auspicabile «liberatorio cambiamento» sarebbe urgente un diverso approccio dell’opposizione al tema del difficile rapporto dell’Italia con l’Europa.

Questione assai complessa questa, ma di sicuro la nostra opposizione dovrebbe giudicare lucidamente i danni che stanno causando in ogni campo all’Unione Europea i congiunti euro-nazionalismi sostenuti dalla Germania di Angela Merkel e dalla Francia di Nicolas Sarkozy.

Ministro ai Beni Culturali

La Stampa 25.08.11

«Patto sociale un bene pubblico Ci aspetta un autunno difficile», di Simone Collini

«L’impatto della manovra è fortemente recessivo e tale da scompaginare le tutele sociali». Ma la preoccupazione che Pier Luigi Bersani esprime nel corso dell’incontro nella sede del Pd con leader sindacali e rappresentanti del mondo bancario e dell’imprenditoria non è riferito soltanto al prossimo triennio. Riguarda anche tempi più stretti. «Sarà un autunno difficile», dice facendo correre lo sguardo sui volti dei vertici di Cgil, Cisl e Uil, di Confindustria, dell’Abi. Il leader del Pd prosegue avanzando agli interlocutori una proposta: «Penso sia opportuno stabilire un rapporto permanente,
insediare un tavolo per proseguire il confronto e affrontare l’emergenza». Nessuna voce contraria si fa sentire, e anzi il fatto che i 10 punti della cosiddetta contro-manovra targata Pd ricevano
molti apprezzamenti tanto dal segretario della Cgil Susanna Camussoquanto dal direttore generale di Confindustria Giampalo Galli viene giudicato un segnale incoraggiante: un po’ tutti hanno condiviso le critiche al contributo di solidarietà, mentre Galli ha contestato la proposta di tassare i capitali scudati.
Il direttore generale di Confindustria ha anche proposto agli altri un nuovo incontro per dare un’interpretazione comune sul contestato articolo 8 della manovra (che per Pd e Cgil mette a rischio il patto sociale e quindi va stralciato) e Bersani ha auspicato che questo avvenga in tempi utili per condizionare il governo. E però c’è anche un’altra preoccupazione che il leader del Pd confessa di avere: che si apra una frattura all’interno di un fronte che necessariamente, vista la gravità della situazione, ora deve restare unito.
«La convergenza tra le parti sociali è un bene pubblico», dice non a caso il leader del Pd nel corso dell’incontro al terzo piano del Nazareno.
CISL, UIL E CONFINDUSTRIA VS CGIL
Il fatto è che questo appuntamento si svolge nel giorno in cui si accende una polemica sullo sciopero generale indetto dalla Cgil per il 6 settembre. Al tavolo ci sono Susanna Camusso, che poco prima dal presidio davanti al Senato ha detto che Cisl e Uil sbagliano a contestare la scelta di Corso Italia («stanno subendo il fascino di questo governo e non pensano a come cambiare questa manovra») e a qualche posto di distanza siedono il segretario generale aggiunto della Cisl Giorgio Santini e quello della Uil Luigi Angeletti, che non hanno gradito le parole del segretario Cgil. Entrambe le organizzazioni sindacali si sono espresse contro lo sciopero e anche il direttore di Confindustria Galli critica la decisione presada Corso Italia dicendo che «non serve».
IL PD E LO SCIOPERO
Bersani sa che deve muoversi su uno stretto crinale, e lo fa con la massima prudenza. Nonci sono solo i possibili alleati del fronte che dovrebbe portare «oltre Berlusconi» a dividersi, con Idv e Sel che appoggiano la decisione della Cgil e con il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini che parla di «grave errore politico» e chiede al Pd
di abbandonare «ogni ambiguità» e scegliere «da quale parte stare». C’è anche una parte dello stesso Pd che critica la decisione di indire lo sciopero (Beppe Fioroni dice che «non è il modo più responsabile per uscire dalla crisi e per il Pd sarebbe irresponsabile andare»). Questo, mentre alcuni senatori Democratici (tra cui Paolo Nerozzi e Vincenzo Vita) hanno partecipato al presidio della Cgil davanti al Senato e il responsabile economico del partito Stefano Fassina assicura che il partito sarà «in piazza con i lavoratori», pur sottolineando che il «punto politico è lavorare per l’unità contro i sabotaggi del governo e forse lo sciopero non è lo strumento più
efficace in questo senso». L’unità delle forze sociali è proprio ciò che più interessa ora a Bersani. E anche per questo schierarsi, come vorrebbe Casini, è proprio ciò che secondo lui in questo caso un partito non deve fare. Alla sede del Pd raccontano che il segretario non avrebbe gradito la tempistica scelta dalla Cgil per lanciare lo sciopero generale, giusto nelle ore in cui iDemocratici presentavano le loro proposte per correggere la manovra introducendo le misure che per Bersani dovrebbero assicurare «risparmi veri nella pubblica amministrazione, riequilibio dei sacrifici, misure di stimolo all’economia». Ma c’è anche qualcos’altro sul piano del merito, se Bersani dice: «Noi siamo un partito che è presente dove sono forze sociali che si muovono su principi compatibili con i nostri, ma la nostra preoccupazione principale è che non si disperda la convergenza raggiunta tra le forze sociali con l’accordo del 28 giugno» (e che per Bersani viene invece cancellata dall’articolo 8 della manovra, d’accordo su questo con Camusso, mentre Bonanni e Angeletti la pensano diversamente). Poi il leader del Pd aggiunge che «il governo si prende una responsabilità micidiale se lavora sulle divergenze», ma forse non è solo al governo che pensa quando continua dicendo che vanno rispettate le «strategie sindacali» che ciascuno persegue, e che però ora è prioritario «ricompattare e non disperdere i punti di intesa».

L’Unità 25.08.11

"Colpire l'evasione", di Carlo Castellano

Non sono un esperto in materia tributaria, né di finanza pubblica. Faccio l´imprenditore di un´azienda italiana, in un settore high-tech, presente sui più importanti mercati mondiali che coprono gran parte della nostra attività. E´ quindi per noi normale conoscere le condizioni in cui operiamo. E confrontando le realtà delle diverse economie, balza evidente che il nodo più macroscopico di differenza tra noi e gli altri risieda nella piaga endemica dell´evasione fiscale.
Sono rimasto quindi “sorpreso” per non dire “sconcertato” nel leggere che, sia nella manovra correttiva di luglio, sia nel decreto legge di metà agosto, il gettito previsto dall´evasione fiscale avrà un ruolo marginale. In particolare il decreto, ora in discussione in Parlamento, individua nel triennio un possibile prelievo aggiuntivo di neanche un miliardo di euro dalla lotta all´evasione, a fronte di un gettito stimato per l´intera manovra di 45 miliardi. Viene ripetutamente detto che “l´evasione è una battaglia persa in partenza” e che da decenni si cerca di abbattere il fenomeno ma con modesti risultati e che, comunque, il governo doveva assumere provvedimenti con effetti immediati, mentre la lotta all´evasione non può che manifestare i suoi effetti solo nel medio-lungo termine.
Ma l´enormità del fenomeno italiano (si stima che lo Stato subisca annualmente un mancato gettito tributario di circa 120 miliardi) e la differenza macroscopica, rispetto a quanto avviene, in tema di evasione, negli altri paesi della comunità europea, pongono interrogativi e scelte non più eludibili. È vero, i mercati e gli organismi internazionali tengono conto degli effetti a breve degli interventi volti a contenere il debito pubblico ma soprattutto valutano i provvedimenti strutturali di risanamento e di sviluppo.
Proviamo quindi a leggere alcuni dati prendendo come riferimento e fonte le pubblicazioni della Banca d´Italia. Ad esempio, emerge che in Italia il “numero delle operazioni pro capite con strumenti diversi dal contante” sono risultate pari nel 2010 a 66 contro una media dell´area euro di 176. Non è un caso che solo la Grecia (14) – paese noto per l´evasione fiscale – risulti l´ultima in classifica. Altri Paesi mediterranei, quali la Spagna (121) e il Portogallo (152) segnano valori non molto lontani dalla media europea. E questo significa che anche nella nostra area del mediterraneo è possibile – se si vuole – cambiare sistema. D´altro canto l´analisi disaggregata per aree territoriali fa emergere in Italia un rilevante divario tra Centronord (84) e Mezzogiorno (39). Una conferma questa che l´utilizzo dei mezzi elettronici è purtroppo modesto anche nelle stesse regioni del Nord comparabili per livello di reddito con quelle europee più sviluppate, quali la Francia che presenta un indice pari a 255. Inoltre non è un caso che la Francia abbia registrato nel 2010 una “emissione netta cumulata” di banconote pari a 84 miliardi di euro mentre per l´Italia il valore risulta il doppio, pari cioè a 145 miliardi.
È evidente che il permanere in Italia di una continua ed elevata propensione all´utilizzo del contante è il chiaro sintomo dell´endemica evasione fiscale del nostro Paese.
La strada principale per combattere l´evasione risiede quindi nell´abbattere la circolazione di carta moneta con l´obbligo di utilizzare per tutte le principali transazioni le diverse forme di pagamento elettronico (bonifici, addebiti, operazioni con carte) e assegni bancari che sono tracciabili e individuabili. Fa impressione leggere che, nel decreto di ferragosto, l´abbassamento della soglia (da 5 mila euro) a 2.500 euro per il trasferimento di contante è riportato tra le norme (art. 2, comma 4) in tema di “prevenzione dell´utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo”. Il provvedimento va nella direzione giusta ma è solo un pannicello caldo anche perché non è inserito in un forte programma contro l´evasione fiscale.
La Francia è riuscita a canalizzare larghissima parte di pagamenti e di riscossione senza movimentare denaro e senza quindi creare i presupposti per l´evasione fiscale. Certo, anche la Francia, come tutti gli altri paesi europei, ha dovuto lottare in questi anni contro l´evasione fiscale assumendo idonei provvedimenti e i risultati sono tangibili.
Ecco perché il governo e il nostro Parlamento devono trovare il coraggio di parlare con verità – come ha detto il Presidente Giorgio Napolitano – e di assumere provvedimenti strutturali di risanamento, di pulizia e di equità. In questa direzione va visto, e quindi riscritto, il decreto legge in tema di evasione fiscale. È assurdo porsi l´obiettivo di abbattere, alla fine del prossimo quinquennio, la metà dell´evasione fiscale attuale, con un vantaggio quindi per le casse dello Stato intorno ai 50-60 miliardi? È certamente un obiettivo durissimo perché tocca interessi diffusi e una incultura profondamente radicata nel nostro Paese. D´altro canto una seria politica volta alla drastica riduzione dell´evasione fiscale può rappresentare un forte stimolo per il rilancio e la crescita del nostro sistema economico e produttivo. Così si potrà avviare la riduzione della pressione fiscale, arrivata ormai a livelli eccessivi per i contribuenti, siano essi imprese o cittadini.

La Repubblica 25.08.11

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“La lezione di mr. buffett”, NADIA URBINATI

Perché fa tanto scalpore che un super-ricco ritenga di dover pagare più tasse e pensi che i suoi simili debbano fare altrettanto? La proposta del super-ricco Warren Buffett non è nuova: era stata ventilata lo scorso anno da Hillary Clinton la quale ebbe il coraggio di denunciare lo sfacciato privilegio che i ricchi si sono conquistati, anche grazie alla stabilità sociale che la democrazia garantisce. Infatti, se i meno abbienti continuano a stare al gioco e non rovesciano l´ordine sociale, se non bruciano auto e non assaltano negozi (o lo fanno solo sporadicamente), è perché a nessuno è consentito di acquisire un vantaggio così sfacciato da stravincere.
Su questo tacito accordo la disegueglianza economica può convivere con l´eguaglianza politica e non mettere a repentaglio la stabilità sociale. Ora, il Signor Buffett si è rivolto alla Commissione del Congresso che è in procinto di tagliare le tasse per almeno un trilione e mezzo di dollari nei prossimi dieci anni. Ha ricordato ai rappresentanti che a conti fatti, egli paga il 17% per cento di tasse mentre i cittadini medi pagano tra il 33% e il 41%. Ha infine fatto presente che i super-ricchi contribuiscono meno in tutti i sensi ai costi sociali (per esempio non mandando i figli a morire in Afghanistan) mentre sono i più “coccolati” dallo Stato, quasi che “appartenessero a una specie in via di estinzione” che merita protezione – benché siano ben lontani dall´estinguersi visto che hanno agguerriti avvocati difensori nelle commissioni legislative.
Il super-ricco americano ci ha dato un´esemplare lezione di democrazia. Nel nome dell´eguaglianza di considerazione e della libertà che ciascuno gode di ricercare la propria felicità, Buffett ha rivendicato una giusta tassazione che distribuisca sacrifici in proporzione alle possibilità. Prima che l´egemonia reaganiana facesse illudere i poveri che privilegiando i ricchi avrebbero ricevuto un qualche beneficio (perché, secondo la vulgata, meno tasse significherebbe più soldi da investire), i ricchi pagavano di più di quanto non paghino oggi e non per questo la società era più povera. Pochi ricordano e dicono che fino agli anni 50 i super-ricchi americani pagavano molte ma molte più tasse di ora (e anche le tasse di successione, magicamente sparite in molti stati democratici).
Buffett riporta in circolazione quella vecchia idea e rivolto a repubblicani e democratici suggerisce loro di invertire rotta e fare quello che in altri gravi momenti del passato hanno saputo fare: equilibrare il taglio delle spese con l´incremento delle tasse per i più abbienti. Si tratterebbe, lo ha ricordato di qua dell´Atlantico Jean-Paul Fitoussi, di una scelta che oltretutto non deprimerebbe i consumi. Ma, soprattutto, risponderebbe a un maggiore senso di giustizia perché riporterebbe il principio di proporzionalità al centro del discorso politico rinsaldando il patto di unità tra cittadini, un patto che il privilegio, invece, erode. Lo ha ripetuto con straordinaria chiarezza il nostro Presidente della Repubblica dal palcoscenico del Meeting di Rimini: verità sullo stato dell´economica ed equità delle misure economiche sono due facce della stessa medaglia; insieme possono motivare solidale responsabilità.
In questi diversi moniti è riflessa un´identica cruciale questione, emersa insieme alla trasformazione democratica delle società moderne: l´importanza di affiancare ai due pilastri individualisti (libertà ed eguaglianza) quello della solidale responsabilità verso la società tutta; un principio sancito anche nell´articolo 41 della nostra Costituzione, oggi sotto attacco da parte del governo perché, ci dicono i ministri, limita la libertà d´impresa in quanto chiede all´impresa responsabilità verso la società. Solidale responsabilità verso il patto fondativo della società non significa comunismo; significa invece riconoscere che è conveniente per tutti che ciascuno contribuisca secondo le proprie possibilità accertabili e accertate al mantenimento delle basilari condizioni della vita associata – un´idea che a Palazzo Chigi non piace se è vero che il Presidente del consiglio identifica le tasse con il furto (“mettere le mani nelle tasche degli italiani”) come se esse non servissero invece a ciò che è negli interessi degli italiani. Avere una giustizia efficiente e giusta, una burocrazia non spolpata ma resa funzionale al suo servizio (del quale la società ha comunque bisogno), un sistema scolastico e di ricerca degno di questo nome, un sistema di difesa e di sicurezza che consolidi il senso di tranquillità del vivere quotidiano: tutto questo è un bene da proteggere. E´ utile per tutti, ricchi e meno ricchi.
Insomma nell´argomento del super-ricco americano all´equità fiscale come nell´appello del Presidente Napolitano alla verità (sullo stato dell´economica ma anche dei contribuenti di fronte al fisco) non c´è alcun moralismo. Non c´è la noblesse oblige di chi è disposto a far l´elemosina al povero né un generico appello buonista alla solidarietá. C´è invece il richiamo molto ragionevole e opportuno alla “fraternità” tra cittadini – un sentimento meglio traducibile con l´interesse bene inteso che aveva colpito Alexis de Tocqueville nel suo viaggio americano, lui che veniva da un paese che aveva pagato un prezzo altissimo a causa dei privilegi di casta e del risentimento da essi generato. I rivoluzionari dell´89, volendo gettare le basi del nuovo ordine politico, avevano voluto affiancare alla libertá e all´eguaglianza la fraternità.
Le vicende tragiche del Terrore non hanno eliminato il senso di questo principio pur cambiandone le forme di attuazione: incardinato in un sentimento religioso di unità e compassionevole aiuto, il termine venne poi reinterpretato come “associazione” (termine caro a Mazzini) così da imprimere un senso di volontarietà al contributo di ciascuno alla vita sociale. Al di là della storia complessa del termine, è importante sottolineare come una società democratica composta di individui liberi e uguali abbia bisogno di un legame di solidarietà fra i cittadini più forte di quello che l´obbedienza alla legge può creare, di un individualismo cooperativo, non atomistico.
In alcuni momenti critici le diseguaglianze economiche richiedono un intervento che sappia infondere un senso di responsabile solidarietà che è poi senso di ragionevole utilità, di vera convenienza. La verità sullo stato dell´economica di una società e l´onestà dei cittadini di fronte ai loro obblighi fiscali sono funzionali alla fiducia, la quale è condizione perché ci sia solidarietà. E appunto, tra le verità da svelare vi è il privilegio di cui godono i pochi. Il super-ricco Buffett ha detto che il trattamento di favore garantito attualmente ai detentori di patrimoni crea un senso di privilegio al quale quei pochi si attaccano come a un dono naturale, con giustificato risentimento da parte dei super-poveri. È un dato certo e misurabile che i privilegi sono in aumento in tutte le società democratiche mentre diminuisce l´eguaglianza di opportunità (in un´intervista rilasciata a questo giornale, Luca Cordero di Montezemolo parlava alcuni giorni fa di un incremento delle condizioni di monopolio). Il privilegio cerca di preservarsi e si radica facendosi ordine castale; questo è un pericolo enorme poiché la diseguaglianza di ceto mina alla radice la democrazia in quanto toglie valore alla solidarietà di cui c´è bisogno per sopportare insieme sacrifici.

La Repubblica 25.08.11

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“Dialogo al bar tra onesti evasori”, di STEFANO BENNI

PRIMO SIGNORE – Ha letto cosa dice il governo sulla nostra economia?
Secondo signore – Ho letto almeno dieci posizioni diverse. Più che una maggioranza sembra un corso di yoga. Però su una cosa tutti concordano, la lotta all´evasione fiscale.
Primo signore – Non me ne parli. Stamattina vado al bar, consumo brioche e caffè e non mi danno lo scontrino.

Lo fanno solo a quelli con la faccia sospetta. Lei si immagina quanto può guadagnare un bar del centro?
– Secondo signore – Me lo immagino.
– E fuori dal bar c´erano due ragazzi con la chitarra, e davanti un cappello pieno di monete. Secondo lei, se mettiamo insieme tutti i suonatori di strada, quanti soldi non denunciati ci sono?
– Lei ha ragione.
– Poi vado a prendere la macchina e vedo il mio dentista che scende da una Porsche. Lei sa che un impianto dentario costa diecimila euro con le tasse e cinquemila senza?
– È successo anche a me. Il molare non ha una morale.
– Prendo la macchina parto, e mi sbarrano la strada tre auto blu, dico tre, che accompagnano una parlamentare in un ristorante. Chi paga il bollo delle auto blu e cosa succede al conto del ristorante? Lei conosce tutti i privilegi della casta. Sa che la Polverini usa un Canad Air per farsi lo shampoo?
– Non faccio fatica a crederlo.
– Insomma, dopo sono tanto arrabbiato che sfrego la macchina contro un segnale stradale. Vado dal meccanico e chiedo il preventivo. Lui dice, mille euro senza fattura, duemila con la fattura, tremila se lo dico in giro.
– Tutti uguali, lo so.
– Infine, giacché si era fatto tardi sulla strada vedo un transessuale. Così, per pura curiosità, chiedo cosa vuole. Mi dice trecento euro in macchina, cinquecento in casa. Ma lo sa quanti trans esentasse girano nella notte?
– Anche io li frequento per pura curiosità. È uno scandalo.
– Vado a casa, vedo una partita in Tv. Le sembra possibile che i giocatori dell´Inter abbiano ingaggi favolosi e non debbano pagare la supertassa?
– Sono d´accordo, ma perché solo i giocatori dell´Inter?
– Sono milanista.
– Capisco. Ma scusi, posso farle una domanda? Lei paga le tasse?
– Ma neanche per sogno. Io sono un imprenditore. La mia fabbrichetta è il mio Vaticano. Ho i capitali a Ginevra e le case intestate a tre nonne diverse. Prendo dei capannoni marci e denuncio false perdite. Pago in nero gli operai e faccio bollette finte per le materie in entrata. Con un trucco ho i sussidi europei per l´industria e tramite un cognato, anche quelli per la coltivazione dei girasoli.
– Ma….
– Lo so lei cosa vuole dire. Ma io produco, do lavoro e contribuisco al Pil, ci mancherebbe altro che dovessi pagare le tasse.
– E non ha paura di un´ispezione?
– Conosco un generale della finanza che ha una grande simpatia per me..
– Lei è davvero furbo e fortunato.
– E lei che lavoro fa?
– Sono un costruttore immobiliare e talvolta pago le tasse.
– Allora non perdo tempo con lei. È la gente come lei che rende insicura l´economia.
– Però riciclo soldi sporchi.
– Meno male. Venga, prendiamo qualcosa in un bar. E mi raccomando, lo scontrino!

La Repubblica 25.08.11

"In Italia il record di trentenni disoccupati", di Lorenzo Salvia

È un record, ma c’è poco da vantarsi. In Europa è l’Italia ad avere il più alto livello di disoccupazione giovanile. Considerando la fascia d’età al di sotto dei 35 anni, sono senza lavoro un milione e 183 mila persone. Il 15,9% del totale contro una media del 15,1% nella zona euro. Una differenza che diventa clamorosa se abbassiamo la lente di ingrandimento e concentriamo l’analisi sulla categoria degli under 24: qui il tasso di disoccupazione italiano è del 29,6%, è a spasso un ragazzo su tre. Il triplo della Germania, una volta e mezzo rispetto all’Eurozona.
A raccontare tutto è una ricerca dell’ufficio studi di Confartigianato che ha elaborato i dati del primo trimestre 2011 di Eurostat, l’istituto statistico dell’Unione Europea. Come spesso accade, la situazione si fa più nera se scorriamo la cartina dell’Italia da Nord verso Sud. Le regioni messe peggio sono la Sicilia e la Campania, dove al di sotto dei 24 anni i senza lavoro sono quasi uno su due. Mentre Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, per non parlare di Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige sono su livelli paragonabili se non addirittura migliori a quelli tedeschi. Per misurare la distanza basta confrontare le due province in cima e in fondo alla classifica: a Carbonia—Iglesias, Sardegna, gli under 35 in cerca di occupazione sono il 38%, mentre a Bolzano scendono al 3,9%. Naturalmente la crisi ha peggiorato le cose: dal 2008 l’Italia ha perso quasi un milione di posti di lavoro per i giovani. Ma il guaio è che le cose non vanno meglio nemmeno per gli adulti: sempre dal 2008 i disoccupati italiani tra i 25 e i 54 anni sono cresciuti dell’1,4% mentre in Europa sono diminuiti dello 0,2%. Non c’è neanche un numero, in sostanza, che riesca a strappare un mezzo sorriso. Anzi, il rapporto di Confartigianato sottolinea il «paradosso tutto italiano» del nostro sistema di istruzione.
Per l’anno scolastico ormai alle porte, gli iscritti ai licei sono in aumento del 3%, una tendenza al rialzo che sembra inarrestabile, mentre quelli agli istituti professionali sono crollati del 3,4%. E tutto questo mentre le imprese italiane, nonostante la crisi, non riescono a trovare il 17,2% della manodopera necessaria. Una contraddizione non nuova, purtroppo, ma proprio per questo ancora più grave perché strutturale, quasi fosse ineluttabile. L’unico segnale positivo, secondo il rapporto di Confartigianato, arriva dalle nuove regole sull’apprendistato, il contratto che favorisce l’ingresso nel mondo del lavoro garantendo la formazione in cambio di condizioni iniziali meno vantaggiose: «La riforma voluta dal ministro Sacconi — dice il segretario generale Cesare Fumagalli — potrà contribuire a ridurre la distanza tra i giovani e il mondo del lavoro. Da un lato i ragazzi potranno trovare nuove strade per imparare una professione, dall’altro le imprese potranno formare la manodopera qualificata di cui hanno necessità». Secondo lo stesso ministro del Welfare Maurizio Sacconi «l’apprendistato deve diventare il modo tipico per transitare dalla scuola al lavoro», mentre la sua collega all’Istruzione Mariastella Gelmini sottolinea come «questa integrazione sarà realizzata per la prima volta in Italia dagli istituti tecnici superiori che partiranno a settembre». L’Italia dei valori ribatte con Antonio Borghesi che «la riforma dell’apprendistato non porterà benefici perché la disoccupazione giovanile è soprattutto intellettuale» mentre secondo Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, i numeri di Confartigianato «confermano il fallimento del governo».

Il Corriere della Sera 25.08.11

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“Giovani senza lavoro Italia prima in Europa. Emergenza al Sud”, di Marco Ventimiglia

Ormai è un tipo di rilevazione cheprende spessore mese dopo mese,m senza più alcun segnale di un’inversione di tendenza. Numeri statistici dietro i quali c’è una drammatica realtà quotidiana, quella dei giovani italiani che, come e più dei loro coetanei europei, si trovano nel tunnel della disoccupazione senza una via d’uscita praticabile. L’ultima indagine che fotografa una situazione intollerabile per un Paese che vuole avere un futuro normale l’ha condotta Confartigianato. L’esito? Assolutamente sconfortante se è vero che l’Italia detiene il record negativo dell’Eurozona: sono infatti 1 milione e 138.000 gli under 35 disoccupati. Ed ancora peggio va ai ragazzi fino a 24 anni: in questa fascia uno su 3 è senza lavoro, con un tasso di disoccupazione al 29,6% contro il 21% della media Ue. Un problema cronico che però negli ultimi tre anni si è ingigantito, un periodo nel quale gli effetti della crisi internazionale si sono sommati all’inazione del governo, con risultati
da primato nel Vecchio continente. In particolare, l’Ufficio studi della Confederazione dell’artigianato rileva che, tra il 2008 e il 2011, gli under 35 con un lavoro sono diminuiti di ben 926.000 unità.
PEGGIO IL MERIDIONE
In questo contesto emerge un’altra poco invidiabile peculiarità nazionale, ovvero l’enorme squilibrio
geografico del fenomeno. Se a livello nazionale la disoccupazione fino a 35 anni si attesta al 15,9%, va
molto peggio nel Mezzogiorno dove il tasso sale a 25,1%, pari a 538.000 giovani senza lavoro, uno su 4. Valutando regione per regione, la maglia nera va alla Sicilia con la maggior quota di disoccupati, pari al 28,1%. Seguono la Campania (27,6%), Basilicata con il 26,7%, la Sardegna (25,2%), Calabria (23,4%) e Puglia (23%). Le cifre del Nord, invece, spiegano come non accenni a fermarsi il fenomeno dell’emigrazione giovanile. Ad esempio in Trentino Alto Adige, dove il tasso di disoccupazione tra 15 e 34 anni si ferma al 5,7%. O in Valle d’Aosta con il 7,8%, piuttosto che nelle più industrializzate Lombardia (9,3%) e Veneto (9,9%). Un’indagine ad ampio raggio, quella di Confartigianato, che ha preso in considerazione anche le caratteristiche dei percorsi formativi che dovrebbero accompagnare il giovane nel mondodel lavoro. Ebbene, nonostante le difficoltà crescente a trovare un impiego, i ragazzi privilegiano sempre più scuole di tipo “generalista” rispetto ad istituti più indirizzati verso specifiche attività professionali. E così anche per il prossimo anno scolastico è previsto un aumento del 3% degli iscritti ai licei e una diminuzione del 3,4% degli iscritti agli istituti professionali. Il tutto mentre le imprese italiane, nonostante la crisi, continuano ad avere difficoltà a completare gli organici, non riuscendo a reperire il 17,2% della manodopera necessaria. In quest’ambito, secondo Confartigianato, una strada per facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro è rappresentata dall’ apprendistato. «Gli apprendisti in Italia sono 592.029 ed è l’artigianato il settore con la maggiore vocazione all’utilizzo di questo contratto: il 12,5% delle assunzioni nelle imprese artigiane avvengono attraverso l’apprendistato, a fronte del 7,2% nelle altre aziende».
POSTO A RISCHIO
Ma l’argomento lavoro giovanile è spesso dolente anche per coloro che un posto lo hanno trovato. «Siamo in
presenza – afferma Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil – della peggiore condizione di occupazione dei giovani di tutta Europa: quasi un milione di giovani occupati in meno dal 2008 e, per le poche assunzioni avvenute, si tratta almeno per l’80% di contratti precari». Secondo
un recente rapporto del Cnel, la recessione ha inciso anche sul passaggio dai contratti a termine a quelli a tempo indeterminato: prima della crisi quasi il 31% dei giovani con contratto temporaneo passava l’anno successivo ad un lavoro permanente, mentre adesso si è scesi al 22%. E se consolidare la propria occupazione per molti diventa un miraggio, è purtroppo più facile seguire il percorso inverso. Uno studio di
Datagiovani evidenzia come nel 2010 quasi 2 giovani disoccupati su 10 lavoravano nell’anno precedente. In cifre, 210mila giovani che hanno perso un posto di lavoro a cui però vanno aggiunti altri 218mila ragazzi che sono passati dalla condizione di occupato a quella di “inattivo”, o perché si sono rimessi a studiare o perché scoraggiati nella possibilità di trovare un altro impiego.

L’Unità 25.08.11

Sei mesi di rivolta nelle pagine di Hadia "Ecco il nostro inferno sotto le bombe", di Haida G.

Hadia, 37 anni, insegnante di Tripoli, tiene un diario dall´inizio della rivolta libica. Ha autorizzato Repubblica a pubblicarne alcuni stralci.
21 marzo
Secondo giorno di bombardamenti della Nato. Sentiamo gli scoppi ma non molto forte. Sono invidiosa di quelli che abitano più in centro e dicono che sta grandinando. Vogliono dire che stanno bombardando ma usano metafore perché i telefoni sono controllati. Essere prudenti è così radicato che lo facciamo anche se in questo momento è stupido. Sappiamo che Misurata è attaccata dai tanks di Gheddafi che sono entrati in città come hanno fatto due settimane fa a Zawiya. Entrano con i carri e bombardano. Combattono dove viveva mia sorella e dove abita ancora la famiglia di suo marito. Spero che abbiano avuto il tempo di fuggire.
5 APRILE
Un altro strano giorno. Voglio solo che il tempo passi. E quello stupido di Erdogan, il leader turco, fa di tutto per rallentare i bombardamenti della Nato. Il primo ministro algerino dice che qui c´è Al Qaeda quando è lui che fa passare armi e benzina dalla frontiere per i soldati di Gheddafi.
16 APRILE
I cugini a Nalut devono lasciare il paese per andare in Tunisia. Forse domani se possono. Le forze di Gheddafi stanno bombardano verso le frontiera per non far fuggire le persone. La gente di Nalut non ha più acqua né cibo. L´assurdità è che questo paese ricco di petrolio e che manda il gas in Italia non ha voluto fare tubature dell´acqua per la sua gente costretta ad andare ancora ai pozzi.
3 MAGGIO
Ieri Gheddafi ha detto che uno dei suoi figli è morto nel bombardamento Nato. Non è vero, è una pagliacciata. Nessuno ha mai sentito parlare di questo figlio. Non esiste. Seicentomila persona sono già fuggite dal paese, 12mila sono stati uccisi e almeno quarantamila sono spariti. Ognuno di noi conosce qualcuno che è stato ucciso e che è sparito. Mi sento il cuore a pezzi per loro.
11 MAGGIO
È un momento emozionante. C´è stata una conferenza in Bahrein dove i rappresentanti delle città libiche si sono incontrati per la prima volta e ciascuna ha parlato dei suoi problemi. È per la prima hanno suonato il nuovo inno nazionale e tutti hanno pianto.
1 GIUGNO
Oggi la Nato ha bombardato ancora. Più vicino a me questa volta. Per la prima mia nipote ha avuto paura anche se gli abbiamo spiegato che non siamo noi il bersaglio. Ho visto il fuoco e mi sorprendo a sentirmi felice mentre mi cadono le bombe addosso.
13 GIUGNO
È uno dei giorni in cui i nostri ragazzi di Zentan hanno avuto più morti. Dicono che ne hanno ucciso almeno dieci. Tutto però in Libia si muove: il sud, l´est, il nord e l´ovest. I ragazzi hanno preso il controllo di qualche quartiere a sud di Misurata. È arrivato il presidente di un piccolo Stato russo ed ha giocato a scacchi con il nostro matto mentre la gente veniva ammazzata.
10 AGOSTO
Neanche mezz´ora di corrente stamattina. Tutti dormiamo con un occhio aperto per avere un segno del ritorno dell´elettricista. Appena sentiamo un elettrodomestico scosso dalla corrente corriamo a mettere in carica telefoni e computer, riempire le cisterne d´acqua e soprattutto cercare le ultime notizie in tv. I cugini di Nalut ora che sono liberi hanno riparato il generatore e hanno la corrente.
13 AGOSTO
Un amico mi dice che i ragazzi a Tripoli sono pronti e organizzati ma hanno bisogno di più munizioni per l´assalto finale. Sembra che tutti si stiano preparando per l´assalto. C´è un incredibile fermento in città. La data prevista per l´attacco finale a Gheddafi è il 17 o il 20.
17 AGOSTO
Finalmente il cecchino che stava qui nel bosco di fronte è stato preso dalle bombe della Nato. I cugini che vivono a Swani mi dicono che sentono rumore di battaglia. Vuol dire che stanno arrivando i nostri ragazzi.
20 AGOSTO
D-Day. I ragazzi dovrebbero arrivare a Tripoli. Il mio amico che fa il cecchino per la rivoluzione mi telefona dicendomi che i miei cugini verranno per una visita. Vuol dire che arrivano i liberatori. Mio fratello mi chiama dicendo che qualcuno arriverà anche dal mare. Sono benvenuto da qualsiasi parte arrivino. Li sto aspettando e sono pronta ad aiutarli. Oggi abbiamo avuto solo cinque minuti di elettricità e si può sentire il rumore delle bombe a mano.
21 AGOSTO
I detenuti della prigione di Abousalin sono stati liberati: quattromila persone. Un amico di mio cugino era lì dentro solo per aver partecipato ad una manifestazione nei mesi scorsi. Anche l´altra grande prigione di Jdeyda è stata aperta e il fratello di mio cugino è riuscito a scappare. Tutto si è mosso in un momento. Non so che pensare. Le notizie arrivano ad una tale velocità che non puoi capire. Per tutta la giornata abbiamo aspettato i ragazzi della montagna. Senza telefono e senza elettricità. Mio fratello che è a Londra ha visto su Sky che i ragazzi sono nei sobborghi. Hanno problemi con i cecchini ma stanno arrivando. In Tripoli i ragazzi sono tutti fuori e bloccano le strade ma le forze di Gheddafi li attaccano con i carri e ci sono molti morti. E´ sera quando sentiamo sparare davanti a casa. Non sappiamo chi sia. Abbiamo paura ma poi mio cugino ha avuto una telefonata: sono i ragazzi della montagna. Siamo liberi.

La Repubblica 25.07.11

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“Com´era triste la città del raìs”, di TAHAR BEN JELLOUN

Arrivando a Tripoli si ha l´impressione di trovarsi in un film ambientato alla fine degli Anni ´50. Muri nudi, negozi con vetrine che espongono vestiti fuori moda da tempo. Nessun poster pubblicitario. Una città triste: se all´orizzonte non ci fosse il mare, tutto sarebbe grigio come un film in bianco e nero girato senza budget.
Sulla Corniche non c´è illuminazione. Esistono alcuni grandi hotel per uomini d´affari stranieri, ma nessun albergo di livello medio per i turisti.
La struttura della città è semplice: non si rischia certo di perdersi. Ed è come se vivesse sotto anestesia, sia locale che generale. Non c´è vita notturna. Tutte le donne, giovani o meno, nascondono i capelli sotto il velo. Gli uomini portano abiti grigi, di una tristezza che dà l´emicrania.
Uscendo dalla città, sulla strada che conduce al sito cartaginese di Sabratha, si incontrano una serie di grandi poster con foto del colonnello Gheddafi. Ogni tre o quattro chilometri lo si può vedere in abbigliamenti sempre diversi: Gheddafi in divisa da ufficiale superiore dell´esercito, il petto irto di medaglie (mi sono sempre chiesto dove le acquistino queste medaglie che i dittatori amano esibire, anche se notoriamente non corrispondono a nessuna azione bellica). O ancora Gheddafi in costume da deserto, la faccia nascosta da grandi occhiali neri; in abito tradizionale musulmano; vestito da africano, e così via. Tutta la strada è costellata di questi immensi, ridicoli poster. Le auto in circolazione sono pochissime. La gente non saprebbe dove andare. Dato che da Tripoli a Bengasi la distanza è di mille chilometri, si prende l´aereo.
Più triste ancora è il fatto che la popolazione sia stata mantenuta in uno stato letargico, in cui la vita è ridotta ai minimi termini: casa e lavoro. I pochi tripolitani che possono spendere vanno nei bar dei grandi alberghi; gli altri tornano a casa e guardano l´unico canale tv consentito dallo Stato. Hanno visto Gheddafi, bevuto Gheddafi, mangiato Gheddafi fino al giorno in cui si sono messi a vomitare Gheddafi.
Tripoli è la capitale della demagogia “rivoluzionaria”: il pane, il latte, l´olio, lo zucchero e altri prodotti di prima necessità sono venduti a prezzi simbolici (pochi centesimi); gli alloggi sono in generale di proprietà di chi li abita. Dunque tutto va bene! La Jamahiriya (la Repubblica delle masse) provvede ai bisogni del popolo. Cosa chiedere di più?
Ho incontrato a Tripoli un docente universitario, coltissimo e molto simpatico. Prima di partire gli ho detto: «Se viene a Parigi, ecco le mie coordinate». Mi ha risposto con un sorriso: «Sarà ben difficile che io venga a Parigi. Non riuscirò mai a mettere da parte i soldi per pagarmi il viaggio. Il mio stipendio è così basso che dovrei risparmiare per molti anni per potermi allontanare dalla Libia – sempre che la polizia mi permetta di partire».
La dittatura di Gheddafi non è stata altro che una serie di incoerenze e di follie, con la schiavitù quotidiana imposta al popolo. Tutti dovevano fare le stesse cose. È riuscita a congelare il pensiero, a scoraggiare (con l´assassinio) ogni opposizione, comprimendo l´intelligenza ai più bassi livelli. Oggi che questo iettatore sta cadendo (e cadrà, come Saddam, a pezzi) lascia un popolo confuso e impreparato, che non ha mai appreso a ragionare politicamente. I libici passeranno dalla sala di rianimazione di un grande ospedale a un immenso spazio di libertà. Bisognerà accompagnarli e aiutarli, poiché la maledizione di Gheddafi è crudele. Anche da morto, magari impiccato come Saddam, Gheddafi lascerà tracce della sua patologia.
Da giovane, quand´era un soldato dell´esercito libico, aspirava a diventare attore cinematografico. Aveva inviato le sue foto a una rivista egiziana specializzata in resoconti sulla vita di attori e attrici. Ma poiché nessuno lo aveva notato, questo candidato allo spettacolo focalizzò tutta la sua energia sul suo modello politico: il raìs egiziano Gamal Abdel Nasser. Fu così che decise di organizzare un colpo di stato e di impadronirsi del Paese. Se si fosse dato al cinema, oggi sarebbe un vecchio attore senza futuro. In politica, è diventato un assassino di cui la storia tratterrà il nome, se non altro per risputarlo.
Ma Tripoli, e soprattutto i siti archeologici di questo Paese, quali Sabratha, fondata nel V secolo a.C., Leptis Magna, Oea (città antica), Cirene, Barca, ecc., tutte assai ben conservate, grazie al talento degli archeologi italiani e francesi, faranno della Libia, nel prossimo decennio, una delle mete turistiche più richieste.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

La Repubblica 25.08.11

"La fatica del testimone", di Mario Calabresi

Domenico Quirico è un maratoneta, è abituato a lunghi silenzi e noi siamo abituati ai suoi. Accade perché vuole risparmiare le batterie del satellitare, perché sta seguendo una storia, cercando un contatto o perché non vuole dare nell’occhio. A marzo per molti giorni ha vissuto rinchiuso in una casa di trafficanti di uomini, dietro la spiaggia tunisina di Zarzis, aspettando che il mare si calmasse, aspettando di partire insieme ad altri 112 alla volta di Lampedusa. Ventidue ore di viaggio su un barcone scrostato di 10 metri.

Un viaggio silenzioso, con naufragio finale, per capire e raccontare cosa spinge migliaia di disperati a sperare un’altra vita. Così ieri non ci siamo preoccupati del suo telefono muto, fiduciosi che verso sera sarebbero arrivati il suo reportage e la sua voce. Martedì, poco prima di mezzanotte, era riuscito a chiamare il giornale per raccontare del terribile viaggio di dieci ore per raggiungere i sobborghi di Tripoli e per spiegare che avrebbe dormito insieme al collega di Avvenire, Claudio Monici, in una casa «in mezzo al nulla» che gli aveva trovato l’autista. Poche ore prima dalla cittadina di Zawiya, sulla strada per la capitale, aveva dettato il suo pezzo.

Ieri mattina sarebbero finalmente entrati nella Tripoli conquistata dai ribelli e così lo spazio a pagina tre era pronto per il suo racconto. Ma poco dopo le 18 siamo stati avvisati che poche ore prima lui e Monici erano stati rapinati e poi sequestrati insieme a due inviati del Corriere della Sera, Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina.

Le notizie che abbiamo prima di andare in stampa sono poche, sappiamo però che sono in buone condizioni e sono tenuti in un appartamento della capitale da uomini che sembrerebbero essere legati al regime di Gheddafi.

Stiamo cercando di capire le motivazioni di questo sequestro e il nostro governo ha attivato tutti i suoi canali per valutare come arrivare alla loro liberazione.

Mai come in questi giorni, lo confermano i ferimenti dei giornalisti francesi di ieri, la situazione è caotica e pericolosa per chi vuole raccontare cosa sta accadendo in Libia. Domenico Quirico è una persona di grande esperienza, capace di muoversi in Africa (pochi giorni prima di Ferragosto era nella zona della grande carestia tra Somalia e Kenya) e nelle situazioni di guerra, ma non ha mai amato fare vanto delle fatiche che stanno dietro ogni pezzo spedito.

In momenti come questi anche ai lettori diventa chiaro che le notizie, le immagini, quei racconti che trovano ogni mattina, hanno dietro notti insonni, rischi, viaggi stremanti, difficoltà e tensioni che raramente appaiono. Così come sono oscuri il lavoro e i rischi di autisti, guide e traduttori. Non siamo certi della sorte dell’autista di Domenico, anche se temiamo abbia pagato con la vita la colpa di aver accompagnato giornalisti italiani.

E’ questo il nostro mestiere: il senso e il valore di andare sui luoghi, anche nel tempo di Twitter e Facebook, per dare ancora spazio «all’arrogante volontà di capire e raccontare», per usare le parole di Domenico.

Questa notte siamo tutti in ansia e vicini alle famiglie di questi nostri quattro amici, sperando solo che possano tornare al più presto a fare quello che li ha condotti fino alle porte di Tripoli: osservare e raccontare.

La Stampa 25.08.11