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"Secessione, un fantasma agitato a intermittenza", di Mattia Feltri

In 20 anni di storia la Lega lo ha riesumato secondo le esigenze

Vent`anni di secessione sì e secessione no, ad anni alterni, secondo la stagione, in base a come gira il mondo o a come gira a Umberto Bossi. Ora gli gira la secessione sì esattamente come dodici mesi fa gli girava la secessione no e questo andirivieni padano prosegue da una vita, portando con sé il periodico scandalo o sollievo delle classi dirigenti.

Però non è difficile scovare la regola: è tempo di secessione quando la Lega molla la metà campo e gioca all`attacco, se non altro perché è la miglior difesa, e infiamma il pubblico assonnato o deluso.

L`epoca più di bigiotteria che d`oro della secessione cominciò nel 1996 e si concluse fra il `99 e il 2000, gli anni di Bobo Maroni che sfida gli sbirri come Enrico Toti, dell`assalto al campanile di Venezia con l`autoblindo serenissimo, del sortire tambureggiante di istituzioni padane che in due settimane sprofondano nello sbadiglio.
Però le minacce di qualche gusto, perché inedito, risalgono ai primi Anni Novanta quando Gianfranco Miglio studiò il sistema delle tre macroregioni (Padania al Nord, Etruria al Centro, Ausonia al Sud) che aveva uno spirito federale e un impatto squarciante, e fu accolto con raccapriccio dai reggenti della Prima Repubblica. Bossi parlava di piccole patrie e sventolava in solitaria un Trattato di Helsinki che al punto tale santificava l`autodeterminazione dei popoli. Ma si sa che Bossi è incendiario all`opposizione e pompiere al governo e l`autonomismo sfumò intanto che la Lega aveva mandato Silvio Berlusconi (coi voti) e poi Lamberto Dini (col ribaltone) a Palazzo Chigi.

E rispuntò in vista della nuova campagna elettorale. «Il voto l`ho chiesto non sul federalismo ma sull`indipendenza della Padania», disse Bossi nel `96, dopo aver raccattato il 10 per cento correndo in solitaria (e favorendo la prima vittoria di Romano Prodi); un risultato che premiava la secessione dalle coalizioni e indicava i gusti di un elettorato. Il gruppo parlamentare si chiamò dunque «Lega Nord per l`Indipendenza della Padania».

Bossi inaugurò la legislatura – cinque lunghi anni sui quali arrampicarsi – proclamando la via cecoslovacca alla secessione: cioè tutti attorno a un tavolo a tracciare nuovi confini. Gli toccò passare, per prevedibile e drastica carenza di interlocutori, alle marce sul Po, ai parlamenti padani, ai referendum folcloristico-istituzionali, alla guardia nazionale, al governo provvisorio, alla dichiarazione d`indipendenza. Le sentenze bossarde non conoscono appello: «Il federalismo non è più utile»; «la misura è colma, è superata per sempre, secessione!»; «non c`è nessuna possibilità di non fare la secessione».
Ma già nel `98 spunta un «o devolution o secessione» e, via via che proseguono gli abboccamenti coi vecchi alleati di centrodestra, la fondazione della Padania perde di vigore illusionista e nel `99 siamo alla «Padania che non vuol dire necessariamente secessione». Nel 2000 il Gran Capo fa la matura analisi: «Uscendo allora da un`alleanza di governo, non c`era altra possibilità che smettere di far politica o lanciare la secessione. E forse fu precipitosa l`uscita dal governo. Ma adesso siamo tutti cresciuti, anche Berlusconi».

Si cresce, si torna al governo, non si secede, si federalizza, si lavora agli assetti istituzionali e semmai, se c`è qualche intralcio nella nuova via legalitaria, un latrato è liberatorio: «Se non passa il federalismo, il nord torna alla secessione», dice Bossi nel 2003. E quando c`è l`approvazione del federalismo sciacquetto del 2005, Bossi si dà un modo da padre nobile: «Secessione addio, vince la democrazia». Ne siamo sicuri? Ma no. Passa un anno e mezzo e, perse le elezioni, la secessione ritorna sotto forma di «attrazione enorme». Perché? Ma perché «finora con le parole non abbiamo cambiato niente». Fortuna che il secondo governo Prodi dura meno di poco, Bossi torna nella stanze del potere e «attenzione, il Nord può rivelarsi una belva se viene ancora deluso . Il Nord ha la forza di conquistarsi la libertà, al di là di me e della Lega». Siamo alla fine del 2008. Però, ecco, magari questa è la volta buona. Magari a questo turno poche chiacchiere e tanta ciccia, perché «la secessione non è la soluzione giusta. La parola d`ordine è federalismo» (maggio 2010). Il federalismo che pareva fatto e battezzato, ma oggi c`è la crisi ed è più traballante dei governo:
l`aria è quella di un altro giro che si chiude ad accumulo di fuffa. «Arrivati a questo punto meglio fare la secessione», dice Bossi splendidamente inesausto.

LA STRATEGIA Il Carroccio la ripropone nei momenti in cui deve giocare all`attacco 1990. Il progetto La Repubblica del Nord. Il 20 maggio del 1990, in occasione del primo giuramento di Pontida, Bossi annuncia l`avvio del progetto che porterà alla creazione della Repubblica del Nord
1996. La proclamazione. A Venezia nasce la Padana. Dopo il rito dell`ampolla con l`acqua del Po, raccolta alle pendici del Monviso, il 15 settembre 1996 Bossi proclama a Venezia la nascita della Repubblica Federale Padana
1997. Le istituzioni. Il Parlamento Padano a Mantova. Il 26 ottobre del 1997 si svolgono le prime elezioni del Parlamento Padano (che successivamente si chiamerà Parlamento del Nord), con sede a Bagnolo San Vito (Mn)
2000. Il passo indietro. Nessuno scisma meglio il federalismo. Il 4 giugno del 2000, dal palco di Pontida, Bossi dice che «puntare sulla secessione sarebbe come chiedere l`impossibile e l`impossibile genera frustrazione».

da La Stampa

«Doppi stipendi un’anomalia da sanare», intervista a Valerio Onida di Maria Zegarelli

È arrivato il momento di affrontare la questione». Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, nonché docente di Giustizia costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano pensa che sì, sia davvero arrivato il momento di mettere fine alla possibilità per i parlamentari di accumulare altri redditi all’indennità da onorevoli. E non soltanto per una questione morale. Presidente, non solo questione morale o etica. Ma?
«Proviamo a ricostruire da dove nasce l’indennità parlamentare.
Nasce per motivi di uguaglianza: per consentire a chi non ha altri redditi che gli diano mezzi di sostentamento di impegnarsi a tempo pieno nelle funzioni pubbliche per cui viene eletto. Quando le cariche pubbliche erano gratuite potevano svolgerle soltanto le persone che vivevano di rendita. L’indennità non è altro che questo, nonè uno stipendio, serve a rendere indenne dal danno economico chi si mette a disposizione della società con compiti istituzionali».
La motivazione era nobile, ma oggi i parlamentari non solo prendono l’indennità, continuano a svolgere le proprie professioni spesso a danno della loro funzione pubblica.
«E questo èun altro profilo, sicuramente più grave. In linea di principio se viene eletto un deputato in pensione questi non avrebbe diritto all’indennità dal momento che nessuno lo priva della sua pensione. Attualmente, invece, ci troviamo in presenza di deputati che svolgono due o tre attività contemporaneamente. Bisognerebbe iniziare a parlare di incompatibilità e dei relativi conflitti di interesse».
Gli unici ad andare automaticamente in aspettativa al momento dell’elezione
sono i dipendenti pubblici, comei docenti universitari. A lei sembra una legge giusta questa?
«Affatto. Viene da chiedersi come mai un docente universitario entra in aspettativa e un libero professionista può continuare la sua attività. Non solo è una legge ingiusta perché non stabilisce incompatibilità anche per le altre professioni, ma perché di fatto non impedisce, come nel caso degli avvocati, che si creino dei conflitti di interesse».
Tanto per essere chiari: è normale che l’avvocato Ghedini, deputato, vada anche in tribunale a difendere il premier?
«È un’anomalia. Non si giustifica la posizione di un parlamentare, rappresentante della Nazione, che è contemporaneamente difensore di interessi personali di un personaggio importante come il presidente del Consiglio. Più in generale se uno fa l’avvocato difende degli interessi particolari e può accadere che questi stessi interessi siano in contrasto con l’interesse generale che dovrebbe curare il deputato. Oltre al fatto che svolgere due attività inevitabilmente comporta che una di queste venga penalizzata. Se si è medici e si passa molto tempo con i pazienti quel tempo viene sottratto all’attività parlamentare. E questa, se svolta bene, è ormai un’attività a tempo pieno».
Mase le cose stanno così perché nessuno mette fine a questa anomalia?
«Basterebbe poco: stabilire l’incompatibilità tra la funzione parlamentare e lo svolgimento di attività professionali durante il mandato».
Detta così sembra facile. Il senatore
Quagliariello sostiene che le incompatibilità andrebbero stabilite all’interno di una nuova architettura costituzionale…
«Ma no, basterebbe una legge ad hoc. Non vedo il nesso con l’intera architettura parlamentare. Non stiamo parlando di ridisegnare il Senato o dimezzare il numero dei parlamentari…».
Earriviamo all’altra riforma di cui tutti parlano da anni ma nessuno vuole fare
davvero. Lei come ridisegnerebbe l’architettura parlamentare?
«Quella di trasformare il Senato in una Camera rappresentativa delle autonomie è un’ipotesi di cui si parla ormai da tanto tempo. Il modo più corretto di renderla davvero rappresentativa delle autonomie sarebbe quello di prevedere che essa sia formata da rappresentanti delle Regioni e degli enti locali, secondo il modello tedesco. Invece spesso viene prospettato come un Senato “federale” ma eletto direttamente dai cittadini, senza nesso con le istituzioni territoriali. Non è la stessa cosa».

da L’Unità

"«Dal governo una torta indigeribile». I dem presentano la contromanovra", di Rudy Francesco Calvo

Bersani: «Peonti a discutere, non so se lo sarà anche la maggioranza». Dieci punti «per il rigore, l’equità e lo sviluppo sostenibile»

È soddisfatto Pier Luigi Bersani. Probabilmente, sa già che le sue proposte troveranno vita dura in parlamento, di fronte a una maggioranza già troppo in affanno al proprio interno per poter concedere aperture di credito al Pd. Ma il suo partito ha superato una prova non facile e per questo lui ha voluto ringraziare questo «meraviglioso collettivo », in grado di giungere a una serie di proposte condivise prima dell’avvio della discussione al senato.
«Non so se il governo e la maggioranza saranno in grado di fare altrettanto», attacca il segretario dem. Accanto a lui sono seduti Enrico Letta, Rosy Bindi e Stefano Fassina, ma i parlamentari in sala sono molti, a sottolineare l’importanza del momento. «Eravamo descritti come l’armata Brancaleone – ricorda Bersani – e invece si è visto che i partiti con un padrone vanno nel caos. È meglio tenerlo presente anche per il futuro». Il riferimento è a chi «intende che il Pd non sia utilizzabile per la prospettiva del paese», a partire da Montezemolo. «Ma non si aspettino da noi un ventre molle – garantisce il segretario – sappiamo essere anche combattivi». E avverte: «Se vogliono farsi largo bombardando a destra e a sinistra, noi non ci stiamo».
Bersani attacca quindi una «manovra a strati», iniziata nel 2010, proseguita a luglio e che vede in questi giorni il suo terzo step. Una «torta indigeribile» per i dem, i cui effetti si faranno sentire soprattutto nei prossimi anni, con la fase più acuta nel 2013 e nel 2014.
«L’impatto sulla spesa pubblica va oltre i 40 miliardi necessari per il pareggio di bilancio – nota Bersani – il governo dovrebbe venire in parlamento a dar conto di questo. Non hanno fiducia sulle misure adottate? O le previsioni di crescita sono sovrastimate?». Certo, il segretario dem evidenzia come 20 miliardi dovrebbero arrivare da una delega assistenziale e fiscale «di cui non si sa niente» e che Tremonti non vuole toccare l’Iva (un intervento che comunque il Pd riterrebbe «depressivo») proprio «perché l’ha già prenotata per quel meccanismo». Rispetto alle pensioni, invece, il sospetto di Bersani è che la riforma di cui parla la maggioranza servirebbe solo a «non far pagare dazio a chi non ha mai pagato». Se è così, «noi non ci stiamo». Se invece si vuole affrontare una seria proposta del welfare, il Pd è pronto a sedersi al tavolo con le proprie proposte, a partire dalla flessibilità in uscita dai 62 ai 70 anni.
Il segretario del Pd mette in chiaro anche la posizione del partito sull’esenzione di Ici e Ires a favore della Chiesa. «In tempi come questi – è la sua premessa – prima di discutere di queste cose bisognerebbe fare un giro nelle caritas diocesane». Detto ciò, il principio cui attenersi per Bersani è il seguente: «Esenzione per le risorse collegate alla missione e alle finalità della Chiesa, sottoporre a tassazione ciò che ha fini commerciali. Bisogna verificare ogni singolo caso alla luce di questo principio giusto».
La contromanovra del Pd è strutturata in dieci punti, dai quali i gruppi di camera e senato stanno formulando gli emendamenti da presentare in commissione e poi in aula. Istituzioni più snelle e taglio ai costi della politica, a partire dal dimezzamento del numero dei parlamentari, dallo snellimento degli organi di rappresentanza e di governo di regioni, province e comuni, l’obbligo della gestione associata di tutte le funzioni nei comuni con meno di 5mila abitanti, il dimezzamento delle province o la loro trasformazione in enti di secondo livello, il riavvio della spending review, la radicale riduzione delle società partecipate e la soppressione di enti, agenzie e organismi intermedi e strumentali. Dismissioni degli immobili, in un piano quinquennale da formulare in accordo con gli enti locali per un introito di almeno 25 miliardi di euro, e avvio delle procedure per un’asta competitiva per l’assegnazione delle frequenze televisive. Liberalizzazioni in diversi settori: servizi professionali, distribuzione dei farmaci, filiera petrolifera, RC auto, servizi bancari, reti energetiche, servizi pubblici locali.
Ma il Pd non punta solo a rimettere a posto i conti pubblici. Per far ripartire il paese, i dem spingono infatti ad avviare da subito politiche per lo sviluppo, come la stabilizzazione dell’agevolazione fiscale del 55 per cento per l’efficienza energetica, progetti per l’innovazione e la ricerca, il rifinanziamento pluriennale del contratto di apprendistato, la revisione dell’intervento sull’Istituto per il commercio estero.
Verso queste misure potranno essere dirottati i fondi derivanti da una lotta dura contro l’evasione fiscale (tracciabilità dei pagamenti superiori a 300 euro, deducibilità delle spese per la manutenzione della casa di abitazione), dall’imposta ordinaria sui grandi valori immobiliari, con criteri fortemente progressivi, e dal contributo di solidarietà dai capitali scudati. Su quest’ultimo, Bersani non ha dubbi nel respingere i dubbi di costituzionalità: «Non mettiamo in discussione il patto fiscale – dice – ma la credibilità dei condoni e di questo sono felice.
Il nostro emendamento non parla di retroattività ».
Infine, i Democratici propongono misure necessarie non tanto a fare cassa, quanto a dare l’idea di un paese diverso da quello dipinto da questa maggioranza. Per questo, il Pd chiede di tutelare l’autonomia delle parti sociali, sopprimendo il tanto discusso articolo 8 o cambiandolo in modo da recepire l’accordo sottoscritto dalle parti sociali il 28 giugno scorso. Sul piano della giustizia, oltre alla revisione delle circoscrizioni giudiziarie, all’istituzione dell’ufficio per il processo e alla semplificazione e unificazione dei riti nella giustizia civile, il Pd vuole reintrodurre il reato di falso in bilancio, insieme alla revisione della normativa sull’autoriciclaggio e al rafforzamento delle norme sul caporalato.
Di tutto questo, il Pd discuterà già oggi con le forze sociali. Poi il dialogo sarà esteso anche agli altri partiti di opposizione. «Cercheremo piattaforme comuni con loro – garantisce Bersani – nonostante le differenze, non siamo distanti, condividiamo la contrarietà alla manovra del governo. In questa fase, però, noi rifiutiamo i politicismi e privilegiamo il merito degli interventi».

da www.europaquotidiano.it

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Pd, contro la crisi 10 proposte. «Il governo dice ancora bugie», di Simone Collini

Alle tre del pomeriggio Bersani si presenta al terzo piano della sede del Pd per illustrare ai giornalisti la contro-manovra messa a punto dal suo partito e che oggi sarà discussa anche con le parti sociali (al Nazareno ci saranno dirigenti di Cgil, Cisl e Uil, Confindustria, Abi). Ma prima di tutto butta lì una frase il cui senso si capirà soltanto un paio d’ore dopo: «Per venerdì noi saremo pronti con i nostri emendamenti, non so se il governo e la maggioranza lo saranno. Questa è la nostra responsabilità, siamo pronti a discutere in Parlamento, non chiediamo rinvii. Se ci saranno, li avranno chiesti loro». Alle cinque e mezza esce sulle agenzie di stampa la notizia che il termine per presentare le proposte correttive alla manovra è stato fatto slittare da dopodomani a lunedì sera.
Non ha giocato a fare l’indovino, Bersani. Il fatto è che i senatori del Pd della commissione Bilancio, impegnata dalla mattina di ieri nella discussione sulla manovra, hanno riferito al segretario di una maggioranza in stato confusionale.
E addirittura Francesco Sanna, della commissione Affari costituzionali, fa sapere di aver «verificato» che il testo uscito dal Consiglio dei ministri è stato poi modificato da qualche sconosciuta «manina» prima di essere inviato al Quirinale, «con buona pace della Costituzione». E un altro membro della stessa commissione, Enzo Bianco, racconta anche che la Lega ha ritirato la proposta di legge sulla riduzione del numero dei parlamentari, che aveva depositato nelle scorse settimane e che insieme ad altre due (compresa una del Pd) sarebbe dovuta essere discussa dal 5 settembre. Il quadro complessivo, per il leader dei Democratici, è piuttosto chiaro. «Noi venivamo descritti come un’armata Brancaleone e si è visto invece che il partito con un padrone è nel caos», dice Bersani volendosi «togliere un sassolino» e anche fare un riconoscimento al «meraviglioso collettivo che è il Pd, che ha lavorato in modo unitario per dare una mano al Paese».

IL GOVERNO CONTINUA A MENTIRE
Ma Bersani sa che non è tempo di crogiolarsi in autocompiacimenti, perché la situazione è troppo grave e perché bisogna lavorare per impedire al governo di provocare ulteriori danni. Per questo è stato messo a punto «il decalogo alternativo» alla manovra targata Pdl-Lega, una serie di proposte che dovrebbero portare «rigore, equità e sviluppo sostenibile» e che il Pd tradurrà in emendamenti. Bersani, che dopo le parti sociali vuole incontrare anche i leader di Udc e Idv («nessun allontanamento, siamo a un punto in cui i politicismi contano poco, dobbiamo privilegiare il merito») chiede un confronto serio in Parlamento per correggere un decreto che definisce «iniquo e recessivo».Ma soprattutto chiede al governo di cambiare atteggiamento. «Ancora oggi non dice la verità, o per omissioni o per vere e proprie bugie», è l’accusa che lancia il leader del Pd richiamando le parole pronunciate nei giorni scorsi dal Capo dello Stato. Bersani non si capacita di come «sfugga ancora a un’analisi attenta degli osservatori» che siamo di fronte a «un’indigeribile torta a strati». Fuor di metafora, viene chiesto al governo di presentare l’aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) perché finora è nascosto che nel triennio 2012-2014 questa manovra, più quella approvata ad aprile e quella del 2010 produrranno 55 miliardi di impatto nella spesa pubblica, «un peso insostenibile per il Paese e un’entità che va oltre il pareggio di bilancio, che è di 40 miliardi».

ICI, CHIESA E AVVISO A MONTEZEMOLO
Una cifra che per il Pd può essere ampiamente raggiunta se verranno attuate le proposte avanzate nel «decalogo alternativo», a cominciare da quella di tassare i capitali scudati: «Non mettiamo in discussione un patto fiscale ma la credibilità dei condoni. E ne gioisco perché noi non ne abbiamo mai fatto uno ed è igienico che non se ne facciano». Tra le proposte non c’è quella di superare l’esenzione dal pagamento dell’Ici per gli immobili della Chiesa, ma sollecitato da una domanda su questo Bersani dice: «Intanto, si faccia un giro nelle Caritas diocesane, lì si capisce come è messo il Paese e cosa sta facendo la Chiesa. Dopodiché, il principio che noi seguiamo prevede l’esenzione per tutte le risorse collegate alla missione della Chiesa, mentre deve essere sottoponibile a tassazione tutto quello che ha un fine commerciale». Chi si aspettava contrasti con Rosy Bindi rimane deluso, visto che la presidente del Pd si dice d’accordo. E Bersani lancia messaggi piuttosto espliciti a chi pensa di prendere a bersaglio il partito. Se Montezemolo ha detto che «nel Pd tutto tace», il leader dei Democratici gli risponde con tono duro che chi ripropone la «litania» di un Pd «inutilizzabile» sbaglierebbe a pensare di avere di fronte «un ventre molle» perché«noi siamo anche di combattimento». «Le nostre proposte ci sono. Vogliamo discutere? Bene. Qualcuno vuole solo farsi largo bombardando a destra e sinistra? Non è utile al
Paese».

Pd, contro la crisi 10 proposte
1 Istituzioni più snelle e taglio ai costi della politica. Dimezzamento del numero dei parlamentari e delle Province. Revisione delle norme sugli appalti.
2 Dismissione e valorizzazione di immobili demaniali. Asta per le frequenze televisive.
3 Liberalizzazione di servizi professionali, distribuzione farmaci,filiera petrolifera, Rcauto, servizi bancari,reti energetici, servizi pubblici locali.
4 Politiche industriali per lo sviluppo sostenibile, il lavoro, il Mezzogiorno. Stabilizzazione dell’agevolazione fiscale del 55% per l’efficienza energetica.
5 Misure efficaci contro evasione fiscale. Tracciabilità, a fini anti-riciclaggio, dei pagamenti oltre i 1000 euro e, a fini anti-evasione, dei pagamenti superiori a 300 euro. Comunicazione da parte delle imprese dell’elenco clienti- fornitori.
6 Introduzione di un’imposta erariale ordinaria sui grandi valori immobiliari.
7 Imposta patrimoniale una tantum del 15% sui capitali scudati. Rinegoziazionedei trattati bilateralicon i paradisi fiscali transitati dalla “black” alla “white list” dell’Ocse (in particolare la Svizzera).
8 Ripristino dell’accordo per l’autonomia delle parti sociali raggiunto il 28 giugno scorso.
9 Ripristino del reato di falso in bilancio. Revisione della normativa sull’autoriciclaggio ed irrobustimento delle norme contro il caporalato
10 Interventi perl’efficienza della Giustizia, a cominciare dalla revisione delle circoscrizioni giudiziarie e dalla semplificazione dei riti nella giustizia civile.

L’Unità 24.08.11

"Scajola, Tremonti e le bucce di banana", di Piero Ottone

Due uomini spiccavano, nello squallido panorama politico italiano, perché erano, per una ragione o per l´altra, meglio degli altri. Dei due, uno sembrava destinato a prendere in mano il partito di maggioranza, a diventarne il leader, succedendo a quel fenomeno anomalo, e ormai impresentabile, che è Silvio Berlusconi. L´altro pareva predestinato alla guida di un governo di transizione, che avrebbe permesso di superare una situazione disastrosa. Ma entrambi si sono giocati l´avvenire perché sono scivolati, con incredibile stupidità, su una buccia di banana. Dobbiamo dunque chiederci: quali sono stati i labirinti psicologici che li hanno indotti a rovinarsi, l´uno e l´altro ? Come mai hanno rinunciato, per un piatto di lenticchie, alle grandi mète alle quali potevano aspirare? Il quesito è psicologico piuttosto che politico. Potrebbe interessare, che so, Dostojevski o Stendhal, conoscitori dell´animo umano, piuttosto che i colleghi, Giannini o Cazzullo, che seguono di giorno in giorno la vita politica italiana.
Claudio Scajola era l´unico, nella compagine berlusconiana, con la stoffa dell´uomo politico: non per nulla proveniva dalle schiere democristiane. Aveva la risolutezza, la personalità che contraddistingue l´uomo di comando. Non sarebbe stato facile dare consistenza politica al branco berlusconiano, però lui poteva provarci, forse ci sarebbe riuscito.
Tremonti, di stoffa totalmente diversa, era ben piazzato anche lui. Avvocato fiscalista fra i più importanti in Italia, finanziariamente ben sistemato (dice di essere ricco), intelligente e colto, conosce i problemi che affliggono l´economia di uno Stato moderno. Aveva avuto i suoi problemi anche lui, naturalmente: una buona dose di narcisismo intellettuale, qualche ondeggiamento dottrinario. Le sue frecciate persecutorie contro Mario Draghi, governatore della Banca d´Italia, tradivano complessi che mal si addicono ai protagonisti della vita pubblica. Ma chi più di lui sembrava predestinato a prendere la guida del governo, il giorno in cui i tremebondi personaggi della vita politica italiana avessero finalmente trovato il coraggio di mandare a casa Silvio Berlusconi ?
Ebbene: i due uomini di punta, predestinati a guidare uno il partito, l´altro il governo, si sono giocati la carriera per due vicende piuttosto meschine che nel contesto delle rispettive posizioni erano, come ho detto, bucce di banana. Due episodi di basso conio. Certo: il dono di un appartamento davanti al Colosseo può sembrare un bel premio, la somma di denaro caduta dal cielo era rilevante. E l´uso di un appartamento a due passi da Montecitorio, comodo e lussuoso, può fare gola. Ma valeva la pena, da parte di due uomini che poveri non sono, rovinarsi la carriera ?
Dostojevski, ho detto all´inizio di questo articolo: soltanto un grande conoscitore dell´animo umano può spiegare i tortuosi meandri psicologici che inducono un uomo a rovinarsi la carriera. A Scajola, un appartamento davanti al Colosseo non cambiava la vita; senza quell´appartamento sarebbe stato a un passo dalla guida del maggior partito. Tremonti poteva concedersi facilmente un appartamento nel centro di Roma; senza quello strano rapporto con il suo sottosegretario (e affittuario dell´alloggio) sarebbe stato un buon candidato alla guida del governo. Ma forse, di fronte ai loro passi falsi, senza ricorrere a Dostojevski possiamo porre la domanda alla romana: chi gliel´ha fatto fare? E la risposta è squallida. Nel mondo della politica italiana, farsi regalare un appartamento, o goderne l´uso alla chetichella, sono peccati di poco conto, anzi non sono peccati affatto. Tant´è vero che i due, quando li commettevano, non prendevano molte precauzioni per nasconderli. In altri paesi, basta molto meno per essere messi al bando. Da noi, agli occhi dei due interessati, le due gravi trasgressioni erano fatterelli di ordinaria amministrazione.

La Repubblica 24.03.11

"Effetto domino su Assad", di Maurizio Molinari

Dopo aver eliminato Osama bin Laden e rovesciato Muammar Gheddafi il presidente americano Barack Obama punta alla caduta di Bashar Assad. La Casa Bianca non ama l’espressione «presidente di guerra», evita di parlare di «missioni compiute» e teorizza il ruolo di leadership americana nel mondo «guidando dal sedile posteriore» ma ciò non toglie che da Abbottabad a Tripoli fino a Damasco stia prendendo forma una dottrina Obama contro despoti e dittatori. Per capire di cosa si tratta bisogna ascoltare Ben Rhodes.

Il trentenne esperto di strategia che scrive gran parte dei discorsi di Obama sulla sicurezza nazionale, quando afferma che «questa amministrazione segue politiche diverse su ogni scenario» partendo dalle «condizioni sul terreno». Nel caso di Bin Laden l’eliminazione è arrivata con la formula militare che coniuga intelligence, droni e forze speciali perché ha consentito di operare sul terreno di un Paese alleato come il Pakistan a dispetto dei suoi servizi segreti, considerati infiltrati da elementi jihadisti. Si è trattato dunque di un’operazione tutta americana mentre nel caso dell’intervento in Tripoli la scelta è stata di puntare sull’accoppiata fra legittimazione internazionale – la risoluzione Onu, il sostegno della Lega Araba e l’intervento della Nato – e il sostegno ai ribelli con metodi non tradizionali come l’addestramento da parte delle forze speciali, la forniture d’armi giunte da Paesi alleati e l’impiego delle più sofisticate apparecchiature di intelligence per suggerire alle tribù berbere quando iniziare l’assalto finale verso la Piazza Verde di Tripoli. Nel caso della Siria la formula a cui si affida l’amministrazione Obama è un’altra ancora: nessun intervento militare ma massiccio sostegno all’opposizione interna grazie a gioielli della tecnologia come le valigette che consentono di creare reti Internet capaci di sfuggire alla sorveglianza del regime, nella convinzione che il movimento di protesta interna contro Assad ha dimensioni tali da aver determinato una «cambiamento di rapporti di forza sul terreno», come li definisce William Burns, vice del Segretario di Stato Hillary Clinton, riferendosi all’indebolimento degli apparati di sicurezza del regime.

L’unico tassello che accomuna l’operazione-Siria della Casa Bianca a quella libica sta nel costante lavorìo diplomatico per accrescere l’isolamento del dittatore con un misto di sanzioni nazionali, multilaterali e, quando possibile, delle Nazioni Unite. La differenza di approcci alle crisi presenti nel mondo arabo-musulmano può fa apparire l’amministrazione Obama incerta, ambigua e in contraddizione ma per Rhodes e Burns la coerenza sta nella «direzione di marcia» ovvero la decisione di mettere alle strette gli avversari dell’America ovunque si trovano, facendo leva sui mezzi pragmaticamente disponibili. Questo approccio ha il vantaggio di rendere Obama imprevedibile per i suoi avversari, che spesso lo sottovalutano, andando incontro a errori fatali. Bin Laden era sicuro di poter sfuggire alla caccia dei droni, Gheddafi pensava di fare tranquillamente strage degli abitanti di Bengasi e Assad ha continuato a promettere candidamente «riforme» mentre ordinava di sparare ad alzo zero sulle manifestazioni di piazza. Il risultato è uno scacchiere arabo-musulmano dove gli avversari dell’America che Obama ha ereditato da George W. Bush sono in questo momento caduti o sulla difensiva. Con l’eccezione dell’Iran di Mahmud Ahmadinejad che ha avuto successo nel reprimere le proteste e continua ad inseguire l’atomica. Ma alla Casa Bianca assicurano che l’«indebolimento di Assad investe l’Iran» usando un linguaggio da effetto-domino, seppur non dichiarato.

La Stampa 24 .08.11

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“La polizia del mondo”, di Adriano Sofri

Quasi sei mesi: sembravano senza fine, e ora passano per brevi e rapidi. In soli sei mesi, dice Obama, si è abbattuto un regime che durava da 41 anni. In questi mesi ciascuno dei protagonisti occidentali ha vacillato, soprattutto per le pressioni interne. Ma a quel punto una ritirata che si rassegnasse alla permanenza di Gheddafi al potere, anche solo della Tripolitania, sarebbe stata catastrofica. Per Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, per le Nazioni Unite, e soprattutto per la gente che si era ribellata.Augurarselo era affare di irresponsabili o di nemici così superstiziosi dell´arroganza occidentale da simpatizzare per la tirannide sanguinaria di un buffone. A fomentare la superstizione non mancavano i motivi, a cominciare dalla confidenza che tanti governi occidentali avevano accordato al buffone sanguinario. In Italia, quando era sbarcato coi pennacchi e arruolato le belle da 80 euro a lezione di Libretto Verde; a Parigi, dove aveva piantato la tenda a palazzo Marigny, e a B-H. Lévy che lo chiamò terrorista in visita di Stato, Sarkozy replicò: «Ci sono intellettuali che prendono il caffè in Boulevard Saint Germain, danno lezioni, ma non si sporcano le mani e non prendono rischi». Ne trassero conseguenze diverse, dal momento che alla feroce repressione del Raìs, Berlusconi farfugliò: «Non lo voglio disturbare», e Sarkozy decise di farla finita con lui, e di fare di Lévy il suo battistrada.
Bisognerà ammettere che il progetto – il sogno, se preferite – di una polizia internazionale esce molto contraddittoriamente da questa prova. L´autorizzazione del Consiglio di sicurezza – a un passo dall´invasione punitiva contro la ribelle Bengasi – è stata largamente oltrepassata dall´azione degli alleati maggiori e della Nato. La protezione dei civili è diventata l´abbattimento del regime. La contraddizione è largamente inevitabile nel sistema di relazioni internazionali. Chi mira a sottrarvisi escludendo ogni intervento di forza fuori dai confini della cosiddetta sovranità nazionale rischia di farsi complice, attivo o per omissione, di crimini immani. La controprova sta solo nel fatto compiuto.
Che cosa sarebbe accaduto della popolazione indifesa di una grande città come Bengasi, di lì a qualche ora? Sarebbe accaduto o no quello che Gheddafi e i suoi ferocemente giuravano? Non si sarebbe parlato di Srebrenica se Srebrenica fosse stata prevenuta, né del Ruanda se si fosse impedito il meticoloso indisturbato sterminio. Il mondo aveva una dichiarazione universale dei diritti, e almeno in una sua parte (mancano perfino gli Stati Uniti) si è dotato di un Tribunale Internazionale. Non di una polizia capace di un´efficacia universale e anche solo larga. Immaginate uno Stato in cui i tribunali non contino su una polizia efficace; o uno Stato in cui i criminali vengano affrontati solo se non siano troppo potenti. Succede, direte: ma almeno bisogna concordare che non debba essere così. In Libia si è intervenuti per una serie di cause. A qualcuno il massacro iniziato e quello annunciato sarà pesato, speriamo. Obama voleva mostrare di stare dalla parte della primavera nordafricana. Sarkozy era impopolare, e veniva da una sequela di figuracce, in Costa d´Avorio, in Tunisia – dove la sua ministro degli Esteri faceva vacanza durante la ribellione ventilando la collaborazione della gendarmeria francese con Ben Ali. Sarkozy forzò la mano: la Lega Araba, il Qatar, gli Emirati, gli tennero dietro. Arrivò a proclamare l´impegno giacobino della Francia «ovunque siano minacciate la libertà dei popoli e la democrazia». Altri, fra i regimi musulmani della regione, oscillavano fra l´arruolamento e la paura che toccasse a loro. Caduti Tunisia ed Egitto, la Siria di Assad resisteva e resiste, al costo di migliaia di vite spente a cannonate, e la resistenza di Gheddafi era il suo puntello principale: ora lo perde. Perché, obiettano gli antinterventisti di principio, in Libia sì e in Siria no? Per il petrolio? Ma Gheddafi era per noi il più affidabile dei benzinai. In Siria sì, vorrei dire, benché ne veda la difficoltà. E allora, perché in Libia sì e in Siria sì, e nella Cina del Tibet o degli Uiguri no? Perché la forza possiede ferocemente il mondo, ed è già molto riuscire a limarle le unghie, e strapparle il nome di diritto. La polizia internazionale costretta a usare i mezzi spropositati della guerra piuttosto che quelli proporzionati alla legge e al fine, e che deve fermarsi davanti a un criminale troppo potente, ha un solo esito, prima o poi: la guerra mondiale. E bisognerebbe tenerla in considerazione, coi tempi che corrono, l´eventualità che torni attuale la vecchia sporca nozione di guerra mondiale. I mezzi: la prima condizione che le Nazioni Unite si affrettano a decretare al momento di intervenire è che «non ci sarà alcuna azione di terra». Non ho competenze militari e tecniche, ma il ritornello dell´esclusione di ogni «azione di terra» è un feticcio ingiustificato, e anche odioso. La “comunità internazionale” agisce dall´alto dei cieli – l´apoteosi dei droni, che cancella ogni fisionomia umana – e lascia per definizione la terra ai suoi abitatori, alle ciabatte e le raffiche della gente dabbasso. Oltretutto è una finzione: hanno calcato la terra di Libia istruttori e forze speciali di più paesi. Ma in questa scissione di cielo e terra c´è un falso rispetto della gente di un posto, una falsa idea di invasione, come se invadessero solo i piedi sul suolo, e non le macchine nell´aria. Fu così in Kosovo, dettaglio (!) che rese odioso un intervento giustificato. Non si può decidere una volta per tutte, ma quella scelta dall´alto è lontana da un´azione di polizia, e più ancora da un´azione che voglia essere preventiva e di interposizione. E i mezzi della guerra, con la loro smisuratezza, conducono spesso a protrarre la violenza e a moltiplicarne le vittime. Prevenzione e interposizione sono rare, benché siano il cuore di ogni governo delle cose. E questo può riguardare anche le persone singole. Sorriderete se insinuo che l´amicone italiano di Gheddafi avrebbe potuto anche andarlo a disturbare di persona, a Tripoli, a dirgli che non era bene mandare aerei e carri armati contro il suo popolo, e provare a farlo ragionare. Non era possibile nessuna di queste cose, né che il pazzo di Tripoli ragionasse, né che l´amicone italiano andasse a provarci. Se ne può trarre una conclusione, su chi sta al governo là e qua.
I nemici di principio di ogni “ingerenza”, i beffatori dell´aggettivo “umanitario”, abusato sì, ma non al punto di bandirne l´uso, avvertono anche sull´esito cui ogni intervento è destinato a condurre: nella Libia di oggi, a un gheddafismo senza Gheddafi, o a un´avanzata islamista. È possibile, probabile. Ma c´è una possibilità che non sia così, e ci riguarda. E intanto la ribellione è avvenuta, e che la gente che grida: “We are freedom”, non sa bene l´inglese, ma sa che cosa spera. Ho visto dei consuntivi che assegnano la liberazione della Libia per il 70 per cento alla Nato, per il 20 ai ribelli, per il 10 alla defezione della cerchia del capo. «Siamo liberi», abbiamo gridato da noi nel 1861, o nel 1945: la percentuale straniera era stata molto forte, ma furono belle giornate.

La Repubblica 24.08.11

"I sovrani della crisi", di Barbara Spinelli

Il presidente Napolitano ha detto una cosa essenziale, domenica a Rimini, e niente affatto ovvia: che nella crisi che traversiamo il linguaggio di verità è un´arma fondamentale.
E che se la politica sta fallendo è perché quest´arma l´ha volontariamente ignorata per anni. Per questo siamo «immersi in un angoscioso presente, nell´ansia del giorno dopo»: un popolo tenuto nel buio non vede che buio. A destra la crisi è stata minimizzata, sdrammatizzata, spezzando nell´animo degli italiani la capacità di guardarla in faccia con coraggio e intelligenza. Prioritario era difendere, a ogni costo, l´operato del governo: «anche attraverso semplificazioni propagandistiche e comparazioni consolatorie su scala europea». Ma la sinistra non è meno responsabile: nella battaglia contro Berlusconi non c´era spazio per l´analisi della crisi, delle mutazioni che impone, dei privilegi che mette in questione. L´obiettivo degli uni e degli altri era il potere fine a se stesso. Non importa quel che fai, con il potere: importa solo possederlo, o riconquistarlo. Attaccarsi al potere in questo modo è la via più sicura per perderlo, e perdere la democrazia.
Il linguaggio della verità è la rivoluzione più urgente da fare: esso ci farebbe vedere i pericoli che corriamo, quando accusiamo solo la casta politica e non le mille caste che usano il denaro pubblico a fini privati e hanno un interesse nello status quo. Chi ci tiene all´oscuro lo fa con la nostra complicità, tutti abbiamo accettato di essere consumatori ciechi anziché cittadini vedenti. Se cominciamo a voler guardare e sapere, vedremo quel che accade: a governare le nostre esistenze non c´è oggi la politica, con la sua capacità di dominio intelligente sugli interessi. Non c´è il sovrano eletto, con un mandato a termine. Sovrani sono poteri non eletti, come gli speculatori di borsa o le agenzie di rating che storcono le nostre vite e sono i nuovi tribunali delle democrazie. O sono poteri che potrebbero rappresentarci – l´Unione europea, la sua Banca centrale – ma che non hanno vera autorità perché i vecchi Stati-nazione gliela negano.
Il trono democratico nazionale è vuoto, e ancora non esiste il trono europeo. I piccoli vertici Merkel-Sarkozy sono ridicoli, fingono di fare l´Europa e non le danno né istituzioni né risorse perché essa diventi potenza. Vogliono un´Europa a propria immagine e somiglianza: un simulacro di potere, un´ombra che cammina, come in Macbeth, un povero attore che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena e del quale non si ode più nulla. È come fossimo immersi, oltre che in un angoscioso presente, in un quadro di Magritte: sulla tela c´è il sovrano democratico, c´è l´Europa. Ma la didascalia dice, come sotto la pipa disegnata dal pittore: «Questo non è un sovrano. Questa non è Europa».
Gli effetti dell´impostura pittorica sono visibili a chiunque usi gli occhi. Il quadro è in realtà occupato da forze oscure, opache, che si fanno scudo del trono dipinto. Da una parte la forza dei mercati. Dall´altra le sommosse che esplodono ai margini e fin dentro le metropoli. Disinformate da anni, cullate in sogni di crescita, di consumi, di lavoro rettamente remunerato, le società imbestialiscono pur di farsi vedere, sentire, temere.
Le due forze (speculatori e agenzie di rating; ammutinati delle periferie urbane abbandonate) hanno istinti simili, di branco che s´avventa. Tra i due caos nessun mediatore ma, appunto, l´immagine tradita di Magritte. Il luogo della politica è deserto, afono. Un magistrato esperto di criminalità urbana, Michel Marrus, scrive su Le Monde del 21 agosto che le sommosse inglesi o francesi potremmo vederle, in Tv, commentate con le parole del crac finanziario. Stessa terminologia, stesso registro di distruzione, sfascio, guerra: «gli spiriti si abituano a uno stato permanente di sommossa». Stessa propensione all´illegalità infine, anche se gli Stati combattono l´una e non l´altra. Le agenzie di rating agiscono torbidamente, e impunemente. Non dimentichiamo che la crisi è cominciata con un loro reato: furono loro a regalare ottimi voti (la famosa «tripla A») a titoli tossici che contenevano crediti non esigibili.
L´economista Michael Hudson spiega bene, in un articolo sul sito Counterpunch, la loro degenerazione delinquenziale: da quando non sono più pagate dai risparmiatori-investitori, ma dagli Stati, le imprese, le banche che emettono titoli di debito, le agenzie hanno favorito chi le finanziava. Quando giudicano i debiti sovrani, la ricetta del risanamento è sempre la stessa e in linea con gli interessi delle banche creditrici: distruggere il contratto sociale e privatizzare i servizi pubblici a prezzi stracciati. William Harrington, ex presidente di Moody´s, ha testimoniato nei giorni scorsi davanti alla Consob americana (Sec) l´esistenza di gravi conflitti d´interesse: sistematicamente, Moody´s promuove compagnie e banche da cui è finanziata.
I politici italiani non sono i soli, a fuggire il linguaggio della verità. Fuggono i governanti tedeschi, quando nascondono al popolo i costi di una bancarotta del Sud Europa. Fugge l´America di Obama, quando finge una leadership globale che non ha più. S´inginocchiano tutte le democrazie a una sommossa permanente che è repressa, dunque non regolata, quando viene dalla società. Che è subita quando la scatenano i mercati. Hans Tietmeyer, ex governatore della Banca centrale tedesca, disse nel 1998 che accanto al plebiscito delle urne esiste il «permanente plebiscito dei mercati mondiali». Esiste ormai anche il plebiscito dei tumulti urbani, e anche qui la politica risponde autodecapitandosi. Le sommosse sono «pura criminalità», afferma David Cameron: la colpa è dei genitori, della caduta dei valori, delle psicologie. Mai dello Stato, che può replicare togliendo sussidi alle famiglie disastrate dei riottosi, censurando Internet, chiedendo ai giudici pene non commisurate ai reati. Neanche un attimo la politica è sfiorata dal dubbio che i giovani delle sommosse siano figli dei suoi errori, della sua latitanza.
Fra pochi giorni celebreremo il decimo anniversario dell´11 settembre, e scopriremo che siamo tuttora impelagati nei luoghi comuni di allora. Si parlerà ancora una volta di atti nichilisti, credendo di svelare le vere radici del male. Nulla è svelato, invece. Si descrive la modalità dei tumulti, non la loro radice. Dire che le rivolte sono nichiliste è una tautologia: è come dire che la politica muore perché è morta.
Andare alle radici significa, per la politica, ripensare le proprie responsabilità, non indulgere a discorsi psicologici sui valori decaduti. Significa guardare le sommosse urbane e dire a se stessi, con il coraggio che ebbe Rossana Rossanda nel ´78 di fronte ai terroristi: «Sembra di sfogliare il nostro album di famiglia». In Italia significa fare i conti con la cultura dell´illegalità, del bene pubblico depredato. Non ne siamo ancora capaci, in piena crisi. Il solo contratto sociale considerato sacrosanto, in questi giorni, è quello con il mondo del crimine. Non si vogliono colpire gli evasori fiscali, cui Berlusconi e Tremonti permisero, nel 2009, un rientro del denaro rubato a costi irrisori, inimmaginabili in altri paesi occidentali. E il contratto con il contribuente onesto, con il giovane in cerca di lavoro, con l´elettore cui fu promessa una rivoluzione del merito? Non c´è da stupirsi per le sommosse. C´è da stupirsi che durino solo sei notti.
I politici sono frenetici in queste settimane. Soprattutto in Italia, corrono pazzamente qua e là. Ma attenzione: si muovono inamovibilmente, come nei sogni. Come quando la Regina Rossa dice ad Alice: nel mondo oltre lo specchio puoi correre a precipizio, senza che nulla cambi: «Qui ti tocca correre più forte che puoi, per restare nello stesso posto».

La Repubblica 24.08.11

L’Italia di domani. Per il rigore, l’equità e lo sviluppo sostenibile

Le critiche alla manovra e la sintesi delle proposte alternative nel decalogo PD

La Manovra di Ferragosto è inadeguata, fortemente iniqua sul piano sociale e poco credibile rispetto alla sfida che il Paese ha di fronte: il riavvio dello sviluppo, la promozione del lavoro, l’abbattimento del debito pubblico. Per una corretta valutazione economica e politica, il Decreto del governo va collocato nella scia delle manovre precedenti, in particolare della manovra di metà luglio scorso e della manovra dell’autunno 2010. Solo così si può cogliere la portata insostenibile degli interventi sulle famiglie a reddito basso e medio (i pesanti tagli ai servizi forniti da Regioni, Province e Comuni e gli aumenti di tasse e tariffe locali; i ticket sanitari; la de-indicizzazione delle pensioni sopra i 1000 euro; l’azzeramento delle risorse per le politiche sociali; l’aumento delle accise sui carburanti; l’impoverimento della scuola pubblica e dell’università, ecc).

L’insieme degli interventi definiti dalla manovra di metà luglio e dall’intervento aggiuntivo del 12 Agosto viene stimato in 2,1 miliardi di euro per il 2011, 24 miliardi di euro per il 2012, 50 miliardi di euro per il 2013 e 55,4 miliardi di euro per il 2014. L’impatto annuo previsto a partire dal 2013 è nettamente superiore a quanto necessario a raggiungere i pareggio di bilancio (40 miliardi di euro nel 2014), almeno secondo l’ultimo documento ufficiale di finanza pubblica (DEF). La differenza equivale a circa un punto percentuale di Pil. Il Governo deve dunque spiegarne la ragione e presentare al Parlamento l’aggiornamento del DEF, del quadro macroeconomico e degli obiettivi di indebitamento.

Nonostante la necessità di rafforzare la credibilità degli interventi di metà luglio, ampia parte della correzione dei conti pubblici rimane affidata ad una delega assistenziale e fiscale vaga e molto preoccupante. Sono vaghi i principi di intervento sull’assistenza. Preoccupante è la clausola di salvaguardia finanziaria, poiché scarica sulle detrazioni Irpef e sugli aumenti di Iva ed accise i mancati effetti degli interventi assistenziali. Considerato che l’intera spesa per assistenza è circa 16 miliardi all’anno e che la delega dovrebbe dare, nel 2013, 16 miliardi e 20 “a regime” dal 2014, vuol dire che, se scattasse questa clausola, pagherebbero ancora una volta i lavoratori ed i pensionati a reddito più basso e medio.

L’atteggiamento del Governo sul tema delle pensioni resta in questo contesto ondivago e improntato all’irresponsabilità. Se il tema delle pensioni è collocato nell’ambito di una complessiva riforma del welfare finalizzata a migliorare le condizioni delle nuove generazioni, il Pd è pronto a discutere con le proprie proposte. Siamo contrari invece a interventi sulle pensioni finalizzati solo a coprire esigenze occasionali di spesa non legate al welfare.

L’intervento sugli enti territoriali è insufficiente e confuso sul piano del riordino istituzionale, ma fortemente incisivo sul livello dei servizi. Il “contributo di solidarietà”, poiché imposto con l’innalzamento delle aliquote Irpef sopra i 90.000 euro colpisce quasi esclusivamente i redditi da lavoro dipendente e le pensioni da lavoro dipendente. In sostanza, si inasprisce la pressione fiscale su chi già paga. L’atteggiamento punitivo nei confronti dei dipendenti pubblici, attraverso il rinvio del pagamento del Tfr e il rinvio sine die delle tredicesime, non porta efficienza, ma solo un temporaneo effetto di cassa. La soppressione delle festività civili implica, oltre all’impatto sulla cultura nazionale, un effetto depressivo sui consumi, senza miglioramenti significativi sulla produttività. Gli interventi sulle relazioni industriali e sui rapporti di lavoro sono una intromissione nell’autonomia delle parti sociali. Infine, ancora una volta, si utilizza il Fas, il fondo per le aree sottoutilizzate, per fare cassa, ad ulteriore indebolimento delle prospettive del Mezzogiorno.

Il Partito Democratico intende correggere alla radice le iniquità della manovra ed introdurre interventi per lo sviluppo sostenibile. Come è sempre più chiaro, è la battaglia per la crescita e l’occupazione, in particolare giovanile e femminile, la vera sfida da vincere nel rispetto degli ineludibili vincoli di finanza pubblica. E’ una sfida che riguarda l’Italia e l’Europa.

Più Europa per affrontare la crisi. Soltanto un governo politico dell’area euro per lo sviluppo sostenibile e la gestione comune dei debiti sovrani, secondo le proposte elaborate dai partiti progressisti europei (Agenzia Europea per il Debito, Eurobonds per gli investimenti produttivi, tassa sulle transazioni finanziarie speculative, ecc) e secondo progetti sistemici come quello illustrato da Prodi e Quadrio Curzio su Il Sole 24 Ore del 23 agosto, può dare senso alle politiche di austerità.

Le principali proposte alternative del Pd alla manovra del governo per ottenere equità e sviluppo sostenibile:

1. Istituzioni più snelle e taglio ai costi della politica. Interventi per riorganizzare e ristrutturare l’assetto istituzionale centrale e territoriale e le pubbliche amministrazioni. In particolare: dimezzamento del numero dei parlamentari; interventi sistematici e coordinati su Regioni, Province, Comuni per lo snellimento degli organi di rappresentanza e di governo, per l’obbligo della gestione associata di tutte le funzioni nei comuni con meno di 5000 abitanti (e profonda revisione dell’articolo 16 del Decreto che limita la rappresentanza democratica e non produce reali risparmi di spesa), il dimezzamento delle Province o, in alternativa, la loro trasformazione in enti di secondo livello; accorpamento degli uffici periferici dello Stato, radicale riduzione delle società partecipate da Regioni, Province e Comuni ed eliminazione degli organi societari per le società “in house” (oltre 50 mila incarichi), soppressione di enti, agenzie ed organismi, intermedi e strumentali, (consorzi di bonifica, bacini imbriferi montani, enti parco regionali) con attribuzione delle funzioni a Regioni province e comuni, centrale unica per gli acquisti di beni e servizi per ogni articolazione delle pubbliche amministrazioni; riavvio della spending review, per realizzare, per ciascuna amministrazione, veri e propri piani industriali, introdurre best practices e costi standard; revisione delle norme sugli appalti, in particolare per una drastica riduzione del numero delle stazioni appaltanti.

2. Dismissioni immobili e frequenze. Un piano quinquennale di dismissione e valorizzazione di immobili demaniali in partenariato con gli enti locali per almeno 25 miliardi di euro e l’introduzione di un’asta competitiva per le frequenze televisive.

3. Liberalizzazioni. Un pacchetto di interventi per rafforzare e dare operatività immediata alle misure di liberalizzazione dei servizi professionali, della distribuzione dei farmaci, della filiera petrolifera, del RC auto, dei servizi bancari, delle reti energetiche, dei servizi pubblici locali. Interventi possibili senza rovinare l’art 41 della Costituzione.

4. Politiche industriali per lo sviluppo sostenibile, il lavoro, il Mezzogiorno. Tra l’altro: la stabilizzazione dell’agevolazione fiscale del 55% per l’efficienza energetica (in scadenza al 32/12/2011); progetti per l’innovazione tecnologica italiana e la ricerca, con attenzione prioritaria alle straordinarie risorse potenziali, a partire dalle donne, del Mezzogiorno; il finanziamento pluriennale del contratto di apprendistato recentemente riformato; revisione dell’intervento sull’Istituto per il Commercio Estero; revisione per la semplificazione e l’adattamento alle diverse dimensioni aziendali del Sistri

5. Una politica vera contro l’evasione fiscale. Un pacchetto di misure efficaci contro l’evasione fiscale, per raccogliere risorse da utilizzare in via prioritaria: per la riduzione dei contributi sociali sui contratti a tempo indeterminato al fine di eliminare i vantaggi di costo dei contratti precari; alla riduzione dell’Irpef, in via prioritaria sulle mamme lavoratrici; alla graduale eliminazione del costo del lavoro a tempo indeterminato dalla base imponibile dell’Irap. Tra le altre misure il Pd propone: la tracciabilità, a fini anti-riciclaggio, dei pagamenti superiori a 1.000 euro e, a fini anti-evasione, dei pagamenti superiori a 300 euro; la comunicazione da parte delle imprese dell’elenco clienti-fornitori; la parziale o totale deducibilità delle spese per la manutenzione della casa di abitazione.

6. L’imposta ordinaria sui grandi valori immobiliari. L’introduzione di una imposta erariale ordinaria sui grandi valori immobiliari, basata su criteri fortemente progressivi.

7. Il contributo di solidarietà dai capitali scudati. Un’imposta patrimoniale una tantum del 15% sull’ammontare dei capitali esportati illegalmente e condonati attraverso lo scudo fiscale del 2003 e del 2009 e, a titolo di saldo del debito fiscale, del 30% sui patrimoni “non scudati” detenuti nei paradisi fiscali, in modo da avvicinare l’intervento italiano alle medie delle analoghe misure prese nei principali paesi industrializzati e di reperire risorse da dedicare agli interventi per lo sviluppo sostenibile. Parte delle risorse così raccolte vanno utilizzate per finanziare il pagamento di una parte dei debiti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti delle piccole e medie imprese e per alleggerire il patto di stabilità interno, così da consentire immediati investimenti ai Comuni. Inoltre, si propone la rinegoziazione dei trattati bilaterali con i “paradisi fiscali” transitati dalla black alla white list dell’Ocse (in particolare Svizzera).

8. L’autonomia delle parti sociali. Il Decreto del governo viola il principio da tutti riconosciuto della non intrusività delle norme di legge nei rapporti tra le parti sociali. Di conseguenza, va soppresso l’articolo 8 o, in alternativa, va cambiato in modo da recepire i punti fondamentali dell’accordo raggiunto dalle parti sociali il 28 giugno scorso.

9. Contro il falso in bilancio, l’autoriciclaggio e il caporalato. La revisione delle norme sulle“false comunicazioni sociali” affinché il “falso in bilancio” torni ad essere reato punito severamente e vengano eliminate le clausole di non punibilità; revisione della normativa sull’autoriciclaggio ed irrobustimento delle norme contro il “caporalato”.

10. Giustizia. Interventi per l’efficienza della Giustizia, a cominciare dalla revisione delle circoscrizioni giudiziarie (razionalizzazione, gestione migliore del personale, più efficienza), dall’istituzione dell’ufficio per il processo (unità operativa in grado di svolgere tutti i compiti) e dalla semplificazione ed unificazione dei riti nella giustizia civile.

da www.partitodemocratico.it