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"Responsabili come chiede il Colle ma il governo accetti confronto", intervista a Dario Franceschini di Annalisa Cuzzocrea

Cambiare la filosofia della manovra, costringere a pagare chi non l`ha mai fatto e pensare – da subito – al dopo Berlusconi. A un governo che faccia recuperare prestigio al Paese, che si occupi delle regole e della crisi prima di aprire – con le elezioni del 2013 – una fase nuova. E` appena tornato dalle vacanze Dario Franceschini, ma il capogruppo del Pd alla Camera ha già bene in mente qual è la svolta che il suo partito deve contribuire a preparare. E non crede affatto a una vera frattura tra Bossi e Berlusconi.

Napolitano ha invitato tutto il mondo politico a superare lo spirito di parte per il bene del Paese. Cosa deve fare il Pd?
«Abbiamo sempre accolto gli appelli di Napolitano e ci siamo comportati nel modo più responsabile possibile. Abbiamo permesso la conversione di un decreto che non condividevamo in tre giorni. Stiamo affrontando in modo costruttivo la discussione sulla nuova manovra. Ma fare l`opposizione significa anche denunciare le cose che non vanno bene. Nel caso del primo decreto la maggioranza non ha accolto niente delle nostre proposte».

Teme che andrà così anche stavolta?
«Sono talmente dilaniati tra loro che dovranno accettare il confronto. C`è anche il tempo per farlo. Ma per noi deve mutare totalmente la filosofia che è alla base della manovra. Non bisogna colpire ancora una volta il lavoro dipendente, le pensioni. Bisogna far pagare chi non l`ha mai fatto».

Come?
«Lotta immediata all`evasione, con la tracciabilità dei pagamenti sopra un importo molto basso, poche centinaia di euro. Così si colpiscono gran parte delle piccole transazioni in nero che avvengono quotidianamente e le entrate sono immediate. Poi, se c`è qualcuno a cui chiedere, sono quei grandi evasori che hanno portato i capitali all`estero e li hanno fatti rientrare con lo scudo pagando solo il 5%. Non è vero che non li si può tassare. Infine, una tassa sui grandi patrimoni immobiliari e vere liberalizzazioni».

Si apre intanto uno scontro tra Berlusconi e Bossi. Cosa ne pensa?
«Che è un gioco delle parti che abbiamo già visto cinquanta volte».

Napolitano ha rimproverato l`opposizione per essere stata troppo antiberlusconiana. Avete sottovalutato i pericoli di una contrapposizione così aspra?
«E’ vero che da anni la politica italiana è concentrata in uno schema a favore o contro Berlusconi, però è inevitabile. Nel calendario di settembre di Camera e Senato, manovra a parte, le uniche leggi in discussione sono la riforma delle intercettazioni e il processo lungo».

Serve subito un passo indietro?
«La domanda è: quanti miliardi costa Berlusconi al Paese? Ormai è chiaro che i mercati guardano alla credibilità degli Stati, alla stabilità dei governi, alla fiducia di cui le persone godono sul piano internazionale. Quanto dello spread tra i nostri titoli e il bund tedesco dipende dal fatto che c`è lui lì, con una maggioranza agonizzante? Se al posto di Berlusconi arrivasse una personalità con grande credibilità internazionale che – con una maggioranza molto ampia facesse la legge elettorale, dimezzasse i parlamentari e affrontasse le emergenze economiche, questo solo cambiamento equivarrebbe a due manovre finanziarie».

Il Pd non fa proposte liberali, dice Montezemolo.
«Forse era distratto su qualche yacht. Se vuole scendere in campo deve decidere da che parte stare. Nel mondo, è con i progressisti o coni conservatori? Se all`estero un imprenditore entra in politica sceglie uno schieramento, non pensa di crearne uno tutto suo».

da La Repubblica

"Io, studente di ingegneria nell'inferno dei braccianti", di Niccolò Zancan

Ivan Sagnet,26 anni, è quasi ingegnere: gli mancano soltanto tre esami per la laurea. Ivan, 26 anni dal Camerun, studia al Politecnico: ma lotta contro i «caporali». L’ inizio è Roberto Baggio. «Nel 1990 guardavo i mondiali in televisione. Avevo 5 anni, tifavo Juve e sognavo l’Italia. Volevo andare a vivere nella città dove giocava il mio calciatore preferito». Ivan Sagnet c’è riuscito, anche se poi la vita è sempre più complicata di così. Da Baggio, al Politecnico di Torino, a un campo di pomodori nel Salento agli ordini di un caporale ghanese: «Ho capito che sono stato un privilegiato. Non sapevo di questa Italia. Nei campi della Puglia ho ritrovato l’Africa. Le persone trattate come schiavi, macchine da lavoro senza diritti».

Questa è la storia di Ivan Sagnet, 26 anni, camerunese di Duala. In due ore cita Bettino Craxi e Enrico Mattei. I nuovi idoli della sua vita: «L’egiziano El Baradei, Barack Obama e Nelson Mandela». Ti racconta della grande cultura di suo zio poliziotto, delle sere passate insieme ad ascoltare alla radio le notizie del mondo: «È lui che mi ha cresciuto. Ed è grazie alla mia famiglia se ho potuto studiare qui». Si imbarazza un po’ sul tema fidanzate: «Ho avuto solo storie che non sono durate». E poi ti racconta questa estate pazzesca, che gli ha cambiato la vita per sempre: «Voglio continuare la battaglia per i diritti dei braccianti fino alla fine. Adesso non ho più paura».

A Ivan Sagnet mancano tre esami per laurearsi in Ingegneria informatica. Per conquistarsi l’iscrizione ha studiato prima l’italiano. Per mantenersi fa il cassiere part-time in un supermercato. Ma ultimamente non l’hanno più chiamato. Aveva bisogno di soldi per pagarsi l’affitto. Per questo ha accettato l’invito di un amico: andare insieme a fare la stagione dei pomodori a Nardò. «Il giorno in cui ho stabilito il mio record sono riuscito a riempire sei cassoni di ciliegini – racconta – sempre in piedi: dalle 3 del mattino alle 5 del pomeriggio. Il caporale mi urlava dietro: “Muoviti, raccogli tutto, domani non ti chiamo più!”. Ogni cassone da 350 chili mi è stato pagato 3,50 euro. Totale 21 euro. Ma devi dare 8,50 al caporale per il trasporto nei campi e per un panino alla frittata. Quindi, per 15 ore di lavoro ho preso 12 euro e 50 centesimi: meno di 1 euro all’ora».

Al quarto giorno di lavoro un uomo tunisino è morto d’infarto: «L’ho visto sotto un telo, quando i medici erano già andati via». Ivan Sagnet ci ha provato, si è guardato intorno, prima stupefatto, poi sempre più indignato. Fino a quando ha deciso di organizzare il primo sciopero della categoria. «A un certo punto i caporali ci hanno chiesto un doppio lavoro. Avremmo dovuto scegliere i pomodori più belli. Era troppo: strappare la pianta, scrollarla e riempire il cassone dopo la selezione. Abbiamo chiesto 7 euro. Sono arrivati ad offrircene 4,50 a cassone. Ci siamo rifiutati».

Braccia incrociate. Prima hanno aderito i dieci compagni della sua squadra. Poi altri 40. Infine il 70 per cento dei 400 lavoratori stagionali di Nardò. Un successo che ha attirato l’attenzione della politica e dei sindacati, ma che di fatto ha bloccato i guadagni per tutto il comparto. A Ivan Sagnet sono iniziate ad arrivare minacce sempre più pesanti: «Prima dai caporali – spiega – poi anche da una parte dei raccoglitori. Li capisco: molti sono tunisini appena sbarcati a Lampedusa, disposti a lavorare anche per 2 euro e 50 a cassone».

Lo sciopero dei braccianti di Nardò ha prodotto razioni diverse: «Mi hanno detto di lasciar perdere – spiega Sagnet – tanto il mondo è sempre andato così, non cambierà». E invece la protesta sta iniziando, lentamente, a cambiare le cose.

Ora un bus comunale porta i braccianti al lavoro, togliendo il guadagno ai caporali. Si sta cercando di rendere trasparente la lista di prenotazione attraverso il centro di collocamento. Ma soprattutto è allo studio una proposta di legge per convertire il caporalato in reato penale, mentre oggi è punito con una multa da 50 euro. «Il giorno che arresteranno un caporale – dice Ivan Sagnet – sarà il più bel giorno della mia vita. Mi aspettavo di più dal nostro sciopero».

Ha le basette scolpite. Gli occhiali da sole giganti come quelli di Balotelli. Un borsello a tracolla tipico di certi giocatori di calcio. È un ragazzo in cammino: «Il mio sogno adesso è la carriera diplomatica. La storia di Nardò mi sta insegnando molte cose. È bello fare qualcosa per gli altri». Mentre parliamo, seduti su una panchina, riceve due telefonate. Una è di un bracciante che gli urla in francese: «Torna giù, abbiamo bisogno di te». L’altra è di una signora della Caritas di Nardò: «Sono molto dispiaciuta per quello che è successo – gli dice – volevo esprimerti tutta la mia solidarietà. Fatti vedere, parliamo».

È successo che dopo le ultime minacce Ivan Sagnet è tornato a Torino. «La situazione era diventata tesa. Un caporale è venuto a dirmi: “Ti uccido con le mie mani”. Per fortuna è intervenuta la polizia, gli agenti sono stati molto bravi con me».

Intanto nei campi di Nardò molte angurie sono andate in disgrazia. E qualcuno accusa il ragazzo venuto dal Camerun anche di questo: «Lo so cosa dicono. Che c’è la crisi. E che scioperare non ha fatto altro che peggiorare le cose. Ma non è vero: la crisi delle angurie non c’entra con i pomodori. Abbiamo fatto i conti in tasca ai caporali». Eccoli: «Ogni cassone gli viene pagato 15 euro. Un camion tiene 88 cassoni. Ogni giorno vengono caricati 4 camion. Quindi il caporale incassa più di 5 mila euro al giorno. Non è un problema di crisi, ma di rispetto dei lavoratori».

Adesso Ivan Sagnet sta per salire su un treno per Lecce. In Puglia hanno organizzato concerti e manifestazioni di solidarietà. Vuole esserci. Il bambino che amava Baggio, il ragazzo che studia Ingegneria, è diventato un uomo.

La Stampa 23.08.11

"Bersani: sulle pensioni sono pronto a discutere", di Federico Geremicca

Ne ha per il tandem Berlusconi-Tremonti, rei «di aver disseminato il Paese di macerie»; e ne ha – naturalmente – per la Lega, perché «è un anno che denuncio le loro contraddizioni, e ora osservo l’effetto della crisi strategica in cui sono caduti». Ma Pier Luigi Bersani commenta anche l’ultima uscita (lunedì a Cortina) di Luca Cordero di Montezemolo, prendendosela con «un certo terzismo che attacca destra e sinistra ma non dice mai da che parte sta». Interrotte le vacanze (in realtà mai cominciate) per tornare a Roma e definire gli emendamenti pd alla manovra-bis del governo, il leader democratico accoglie con cortesia la richiesta di intervista. Che non può che cominciare dall’intervento pronunciato dal Capo dello Stato l’altroieri a Rimini.

Il Presidente Napolitano è parso avercela anche col Pd, colpevoli di far risalire a Berlusconi qualunque problema investa il Paese.
«Noi ripassiamo sempre due o tre volte, nella nostra testa, quello che dice il Presidente. Lo ascoltiamo. Io rivendico al Pd di aver fin dal primo giorno, inascoltato, descritto la situazione per quel che era: inascoltato sia da chi raccontava le favole sia da chi faceva finta di crederci. La crisi è stata sottovalutata e tenuta nascosta: è un’accusa che teniamo ferma e che siamo pronti a documentare. Mi pare che il Presidente riconosca che sia andata così. Mi piacerebbe un riconoscimento anche da parte di altri…».

Quanto al resto?
«Quale resto?».

Chiamiamolo un presunto eccesso di antiberlusconismo.
«Il Presidente, come tutto il Paese, sa che noi intendiamo essere un’opposizione di governo assolutamente responsabile: ma alternativa. Ripeto: alternativa. Perché la cura berlusconiana cui è sottoposta l’Italia, è un assoluto disastro».

Il Quirinale insiste nel chiedere a tutti coesione e senso di responsabilità. Dopo il varo della manovra di luglio e poi le mancate dimissioni del governo, lei disse: la nostra responsabilità si ferma qui. E oggi, dunque?
«Intendevo ed intendo che la nostra responsabilità si ferma alla soglia del merito delle scelte. Noi ci prendiamo come sempre la responsabilità di cercare soluzioni, garantiamo il saldo di bilancio e perfino i patti con l’Europa fatti da Tremonti (sui quali avremmo molto da dire). Però le ricette no: la nostra collaborazione si ferma davanti a un merito che non condividiamo. Perché non ci possono raccontare, per esempio, che in un momento così non si può far pagare chi non ha mai pagato».

Raccontano questo?
«Da molte parti sta venendo fuori questa favola: che non è possibile, non è mai possibile far pagare chi non ha mai pagato. E’ vergognoso. E noi su questo ci impuntiamo con tutti e due i piedi».

Si riferisce al “no” ricevuto all’idea di prelievo sui capitali cosiddetti “scudati”?
«Non solo a quello. La nostra proposta di articola su pochi punti. Primo: una terapia choc contro l’evasione. Proporremo l’uso di sette o otto grimaldelli che, se utilizzati, possono aiutare a cominciare a vincere la battaglia. Secondo: una imposta sui patrimoni immobiliari rilevanti. Terzo: un ridimensionamento drastico di pubblica amministrazione, istituzioni e costi della politica. Quarto: un contributo di solidarietà che finalmente gravi non sui tassati ma sui condonati. A questo aggiungiamo liberalizzazioni, dismissioni ragionevoli del patrominio pubblico, e un po’ di politica industriale e di sostegno all’economia. Per l’amor di Dio: si può non essere d’accordo, ma non si snobbi questo piano. Perché non ci faremo intimidire da chi dice semplicemente che non si può».

E le pensioni, scusi?
«Le pensioni sono un discorso serio, ed è ora di smetterla di tentare di cavar soldi da lì, per coprire il buco del giorno, per non toglierli agli evasori o a chi è sempre al riparo. E’ insopportabile. Comunque, se dopo tutto quello che ho elencato si vuol parlare di evoluzione del sistema pensionistico a favore dei giovani, si ricordi che noi siamo i primi ad aver fatto la riforma. Io sono per discutere, dunque. Abbiamo sempre detto che per noi la messa a regime del sistema consiste nell’individuare una fascia di anni nella quale ci sia flessibilita di uscita in ragione di meccanismi di convenienza. Parliamone. Quel che non accetto è che per colmare il buco degli enti locali si vogliano toccare le pensioni: si facciano pagare i condonati e si metta una tassa sui patrimoni rilevanti. Se non sanno come si fa, glielo spieghiamo noi».

Magari lo sanno ma non vogliono farlo…
«Possibile. Allora, però, non accusino noi di chiusura. Della flessibilità di cui dicevo, per altro, avevamo parlato già nella nostra conferenza sul lavoro, mesi fa. Altro che chiusura».

Anche Montezemolo, però, critica il presunto silenzio del Pd sulla manovra e dice che il poco che avete proposto la ritassazione dei capitali “scudati” non si può fare.
«Devo dire la verità: a me le sue dichiarazioni non sono piaciute. Nel merito: si limiti a dire se sia più giusto chiedere solidarietà ai condonati o ai tassati, perché siamo grandi e non siamo nati ieri, a renderla praticabile ci pensiamo noi. Più in generale – e alludo a Montezemolo e non solo – è uno sport antico di certo terzismo cercare di farsi largo semplicemente criticando a destra e a manca: ma sono cose, diciamo così, da precampionato… Noi siamo in un sistema ormai radicalmente bipolare: e oltre a dire cosa si vuol fare, bisogna anche spiegare da che parte si sta. Perché finché c’è il precampionato, va tutto bene: ma quando si arriva al dunque, bisogna scegliere. Chiunque entra in politica con obiettivi positivi, naturalmente, è sempre benvenuto: ma scelga e spieghi da che parte sta. Perché l’Italia, al punto in cui è, per i precampionati davvero non ha più tempo».

La Stampa 23.08.11

Al via la Festa nazionale del Pd sulla scuola

Si parte giovedì pomeriggio alle ore 18.30 nell’area di Ponte Alto. Il programma del fine settimana con Enrico Letta e Piero Fassino. Parte giovedì 25, nell’area di Ponte Alto, la Festa nazionale del Pd dedicata alla scuola. Inaugurazione alle 18.30 con il segretario provinciale Davide Baruffi, il sindaco Giorgio Pighi, la responsabile nazionale scuola del Pd Francesca Puglisi e il segretario provinciale dei Giovani democratici Alessio Mori. Due gli appuntamenti di rilievo del fine settimana: sabato 27 l’intervista al vicesegretario nazionale del Pd Enrico Letta e al segretario provinciale Davide Baruffi; domenica 28 “Il vento è cambiato e soffia da nord”, dibattito con Piero Fassino, Giorgio Pighi e Roberto Cosolini, rispettivamente sindaci di Torino, Modena e Trieste. Sarà con loro il sociologo Aldo Bonomi. Martedì 30 sarà la volta del segretario nazionale Pierluigi Bersani, intervistato sul palco dell’Arena sul lago.

Il giorno dell’inaugurazione, giovedì 25, sarà presentata alle 21 una ricerca nazionale curata dal Centro d’iniziativa democratica degli insegnanti (CIDI). Seguirà un dibattito con Giovanni Bachelet, responsabile del Forum Istruzione del Pd; Giuseppe Bagni, presidente del CIDI; Domenico Pantaleo della Cgil; Francesco Scrima della Cisl; Massimo Di Menna della Uil; Dora Liguori della Gilda; Marco Nigi dello Snals. In contemporanea, al Palaconad, torna il popolare “Mo pensa te live show” con Andrea Barbi.

Venerdì 26 dibattito su “Democrazia, partiti, partecipazione”, alle 21, con il sen. Enrico Morando; l’on. Giulio Santagata; il consigliere regionale Thomas Casadei; il segretario provinciale Davide Baruffi. Alla stessa ora, sul palco dell’Arena sul lago, il concerto di Giuliano Palma & the blue beaters.

Lo spazio partito ospiterà quest’anno “Happy Our”, un ciclo di conversazioni su politica, tecnologia e comunicazione. Appuntamento fisso alle 19, quasi tutti i giorni. Si parte venerdì 26 con Thomas Casadei, consigliere regionale del Pd e Tamara Nart, segretaria del circolo Pd di Camposanto. Viene riproposto per la seconda volta il laboratorio di “Officina democratica”, riservato a chi vuole cimentarsi con nuovi “linguaggi e metodi di comunicazione”, dai blog ai social network alla web tv. Tutti gli incontri (4, 10, 16 e 18 settembre) si terranno alle 19 nello spazio Happy Our.

I visitatori della Festa potranno contare quest’anno su 15 ristoranti per complessivi 4200 coperti. A questi vanno aggiunti 5 punti di ristoro, 4 bar e una pizzeria. Tra le novità il ristorante brasiliano e la tigelleria.

"Il Pd non fa sconti sulla manovra", di Rudy Francesco Calvo

Bersani ascolta le raccomandazioni del Quirinale, ma va avanti per la sua strada. Intervenire sulle pensioni? È l’ultimo dilemma del Pd, che sarà sciolto ufficialmente solo oggi, quando nel primo pomeriggio Pier Luigi Bersani, insieme a Enrico Letta, Rosy Bindi e Stefano Fassina, presenterà la contromanovra dem. Domani, poi, ne discuteranno insieme alle parti sociali: sindacati, Confindustria, Abi, piccole imprese, cooperative, ecc. Gli emendamenti sono stati formulati ieri sera in una riunione a palazzo Madama dai responsabili economici del partito.
La piattaforma di partenza rimane comunque quella già illustrata qualche giorno fa, declinata in sette punti: prelievo straordinario sui capitali scudati, misure più incisive sulla lotta all’evasione fiscale, imposta sui grandi valori immobiliari, un piano di dismissioni di edifici pubblici, liberalizzazioni (anche dei servizi pubblici locali), misure per la crescita, riduzione della spesa per politica e pubblica amministrazione.
Se la scorsa settimana perfino la maggioranza sembrava disposta a prendere in considerazione l’intervento sui capitali scudati, seppur sottodimensionato, la proposta dem negli ultimi giorni sembra aver perso la propria forza, colpita anche da sospetti di incostituzionalità. La contromanovra democratica, così, rischia di perdere, almeno sul piano dell’immagine, il proprio punto di forza. E difficilmente potrà essere rimpiazzato dall’emendamento che punta a reintrodurre il reato di falso in bilancio, sul quale i Democratici hanno spostato nelle ultime ore il loro battage mediatico.
Ecco allora che le pensioni diventano il fulcro del dibattito interno. Ad aprire la discussione in proposito è il senatore di MoDem Enrico Morando, che non esclude in proposito «intese bipartisan» in commissione, nemmeno nel caso in cui la sua proposta di accelerare l’attuazione della legge Dini non fosse fatta propria dal Pd. Lo stesso discorso vale per l’aumento dell’Iva. «In fase di voto – garantisce Morando – vale la disciplina di partito, ma in fase di elaborazione delle proposte non esiste». Sia sulle pensioni che sull’Iva la posizione ufficiale del Pd resta comunque contraria. «Le pensioni le abbiamo già riformate – ricorda Bersani – non abbiamo preoccupazioni a parlare del sistema pensionistico se si tratta di farlo evolvere a favore dei giovani». Ma, per il leader dem, se ne deve parlare «nel modo giusto e nel luogo giusto » e non certo per «tappare il buco del giorno». Anche perché, ricorda Stefano Fassina, «le pensioni hanno già dato tantissimo con i precedenti interventi».
Ma le parole di Morando aprono anche un altro fronte, ossia l’atteggiamento da tenere nel corso del dibattito parlamentare.
Le parole pronunciate in proposito dal capo dello stato al Meeting di Rimini sono state accolte con freddezza al Nazareno. «Noi non diciamo che la crisi è figlia del governo Berlusconi – spiega un dirigente vicino al segretario – ma che l’ha sottovalutata.
E poi certo non ci si può accusare di non fare proposte, anzi ne facciamo anche troppe». È chiaro che il Pd non farà ricorso a forme estreme di battaglia parlamentare, come l’ostruzionismo, ma non ha certo intenzione di indietreggiare sul tentativo di migliorare i contenuti di una manovra che «ha il segno dell’iniquità e dell’assenza di misure per lo sviluppo», sostiene Fassina intervistato da YouDem. Niente emendamenti concordati con la maggioranza, quindi, e per la verità nemmeno con le altre forze di opposizione (il Terzo polo presenterà un proprio “pacchetto”). Se il governo lo permetterà, non chiedendo la fiducia, il confronto in parlamento andrà avanti senza sconti.

da Europa Quotidiano 23.08.11

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“La contromanovra Pd: colpire gli evasori”, di Simone Collini

Si è aperta una settimana decisiva per il futuro del Paese ed è «da irresponsabili sottovalutare la situazione». Questa è la prima convinzione di Bersani. La seconda è che il governo continua a non rendersi conto dei rischi che sta facendo correre all’Italia, prima «sottovalutando e tenendo nascosta la crisi economica» e ora esibendosi in «pericolosi sbandamenti». Per questo il leader del Pd ha recepito il messaggio lanciato da Napolitano al Meeting Cl e però continua a sottolineare con i suoi interlocutori che «sono stati Berlusconi e Tremonti a portare il Paese tra le macerie mentre il Pd per primo e inascoltato denunciava la gravità della crisi». E per questo ora Bersani vuole giocare le battute finali della partita sulla manovra non solo denunciando la «vergognosa favola secondo cui non è possibile far pagare chi non ha mai pagato» (secondo il leader Pd ora «serve una terapia shock contro l’evasione») ma soprattutto lavorando per coinvolgere quanti più tavoli possibile.
Così ieri sera ha riunito a Palazzo Madama i capigruppo del Pd delle commissioni di Camera e Senato per limare insieme al responsabile economico del partito Stefano Fassina il documento in dieci punti che sarà alla base degli emendamenti che verranno presentati in Parlamento. Ma domani Bersani illustrerà questa sorta di contro-manovra anche alle parti sociali: al quartier generale del Pd arriveranno il segretario della Cgil Susanna Camusso, quello della Uil Luigi Angeletti e quello aggiunto della Cisl Giorgio Santini, il numero uno dell’Ugl Giovani Centrella, il direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli, il presidente di Rete imprese Ivan Malavasi e la responsabile Funzione bilancio dell’Abi Laura Zaccaria. Sindacati, imprenditori, mondo bancario, perché per Bersani a questo punto sta a chi ha maggior responsabilità affrontare una situazione che il governo si dimostra vieppiù incapace di gestire.

PENSIONI, BUCHI, EVASORI

La discussione che si è aperta tra Pdl e Lega sulla riforma del sistema previdenziale viene definita «curiosa» dal leader del Pd, che spiega arrivando alla riunione di Palazzo Madama: «Noi abbiamo riformato le pensioni e non abbiamo preclusioni a parlarne se lo si fa nel modo giusto, nel momento giusto e a vantaggio dei giovani. Ma non si possono usare le pensioni per chiudere il buco del giorno, ci sono altri posti dove prendere i soldi». E un settore in cui per Bersani non solo si può ma si deve intervenire è quello della lotta all’evasione fiscale. Tra le gravi colpe del governo, per il leader del Pd, c’è quella di continuare a difendere l’«inaccettabile favola» per cui non sarebbe possibile far pagare le tasse a chi finora è riuscito a evadere e farla franca.

La contro-manovra del Pd – di cui Bersani, Letta, Bindi e Fassina daranno qualche dettaglio in più oggi alle 15 con una diretta su Youdem – presenta invece un piano mirato su questo. «Si tratta di una terapia d’urto sull’evasione fiscale – spiega Bersani – di scomodare i grandi patrimoni immobiliari, di dimagrire la Pubblica amministrazione e di fare dismissioni ragionevoli, di dare ampie e concrete liberalizzazioni e misure per dare fiato al lavoro che resta la preoccupazione numero uno degli italiani, e infine di chiedere il contributo di solidarietà non ai tassati ma ai condonati». Ai sette punti annunciati nei giorni scorsi – tra i quali c’è la tracciabilità dei pagamenti superiori ai mille euro e un contributo straordinario del 15% sui 105 miliardi esportati scudati dal governo nel 2009 – sono stati aggiunti un pacchetto di interventi sull’efficienza della macchina organizzativa della giustizia e una serie di misure per far tornare una disciplina stringente sul falso in bilancio.

SEGNALI DALL’UDC

Il documento del Pd, oltre che con le parti sociali, verrà discusso anche con gli altri gruppi di opposizione, prima che vengano depositati gli emendamenti alla manovra. L’Udc, dopo un pomeriggio di riunioni, ha diffuso una nota per lanciare al premier questo messaggio: respinga il «ricatto» della Lega e proponga in Parlamento «misure serie ed equilibrate»: «Se troverà questo coraggio troverà anche in Parlamento i voti necessari per approvare il decreto». Una posizione che non impensierisce però il Pd, che la giudica più il frutto di una tattica per smascherare l’incapacità del governo che non un reale convincimento.

L’Unità 23.08.11

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"Il duello dei leader in crisi", di Curzio Maltese

L´autunno dei patriarchi della destra al potere, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, promette d´essere tragico. Ieri, a poche ore dagli ultimi disastrosi sondaggi per Pdl e Lega, si è scatenata una fragorosa corsa al si salvi chi può nelle fila degli alleati di governo. Davanti alla crisi, il leader della Lega è tornato a sventolare la bandiera della secessione, con toni mai usati dagli anni Novanta. Il premier ha dovuto rispondergli con un comunicato duro. Tradotto dalla retorica di circostanza, si capisce che Berlusconi non crede davvero nell´unità del Paese e in genere in nulla, ma è disposto oggi a dar ragione a chiunque, Napolitano o Obama, Merkel o Sarkozy o Bce, pur di rimanere aggrappato al potere ancora un anno o anche qualche mese. Al cospetto di una tale missione storica, la resistenza di Bossi e della Lega cominciano a diventare un serio ostacolo.
La rottura fra Berlusconi e Bossi è stata evocata molte volte senza altra ragione che l´ignavia di un´opposizione incapace di costituirsi come alternativa. Ma questa volta in ballo c´è la sopravvivenza stessa dei due leader e dei rispettivi movimenti, il primum vivere. Una spinta sufficiente per accelerare di colpo il lento caos della maggioranza.
La crisi più interessante è quella di Bossi e della Lega, perché imprevedibile. Fino a pochi mesi fa la Lega sembrava un´armata invincibile destinata a collezionare successi e allargare i confini geografici e politici del movimento, incassando milioni di elettori delusi dal berlusconismo e non solo. Che cosa è successo? Che di fronte all´ennesima promessa mancata, l´incantesimo fra la base e il vertice leghista si è rotto, complice il declino fisico e intellettuale del fondatore. Il punto più acuto di questa crisi si è toccato nell´ultima Pontida, quando di fronte a un popolo che invocava la secessione, un Bossi stanco e smarrito ha risposta con una misera lista della spesa e la pagliacciata dei tre ufficetti ministeriali a Villa Reale. Oggi Bossi ha capito ed è tornato sui propri passi, alle origini. All´unico vero obiettivo della Lega, da sempre dichiarato nel primo articolo dello statuto di partito: la secessione. Il federalismo è stato in questi anni un ripiego, uno strumento, una tattica. La Lega vuole la secessione del Nord, ma sa che per arrivarci serve una catastrofe. Per questo il Bossi degli anni Novanta tifava per l´esclusione dell´Italia dall´euro e quello di ora punta sul default dello stato, offrendo se necessario il proprio contributo, per esempio con la guerriglia sulla manovra economica. Su questa strada, le pretese del berlusconismo morente diventano un problema. È ormai chiaro che dal crollo di consensi o si salva la Lega o si salva Berlusconi, oppure muoiono entrambi, ma non sopravvivono insieme.
Lo stesso Berlusconi ha interesse oggi a entrare in conflitto con la Lega. È a palazzo Chigi dal ´94, con intervalli vari, e non ha combinato nulla, non una riforma. È l´uomo che ha governato più a lungo e più inutilmente il Paese. Ma è sempre stato un maestro nella creazione di capri espiatori, alleati cui addossare le colpe della propria incapacità. Oggi, cacciati Casini e Fini, gli è rimasto soltanto Bossi e il bisogno di un alibi si fa pressante, sotto i colpi di una crisi che rivela ogni giorno l´inadeguatezza del premier, l´incapacità di proteggere il Paese dalla speculazione internazionale. Quindi è prevedibile che nei prossimi mesi la ben oliata macchina del fango si indirizzerà contro l´unico capro espiatorio ancora disponibile su piazza, la Lega. A meno che di colpo Berlusconi non si assuma in prima persona le responsabilità di governo e decida di agire di conseguenza. Alla luce dell´esperienza di vent´anni, un´ipotesi di fantapolitica.
Una nota conclusiva. Per dieci anni Berlusconi ha giurato che il suo governo non avrebbe mai messo le mani in tasca agli italiani e Bossi ha ripetuto d´aver rinunciato alla secessione: coerenti fino all´ultimo.

La Repubblica 23.08.11

"Test Invalsi? Ecco i veri limiti", di Cinzia Gubbini

Perchè la valutazione dell’Invalsi può e deve essere sottoposta alla critica

Domenico Chiesa è presidente del Forum regionale per l’educazione e la scuola del Piemonte, un’associazione che raccoglie le 13 più importanti associazioni professionali di insegnanti, dirigenti e scuole che operano in regione. Inoltre coordina il servizio della provincia di Torino “laboratorio del biennio”. L’ obiettivo è sostenere le scuole superiori nell’assolvimento dell’obbligo scolastico fino a 16 anni, e tra i settori di lavoro c’è quello del fornire strumenti per la documentazione, il monitoraggio e la valutazione degli interventi migliorativi messi in atto nella scuola superiore. E’ con lui che parliamo dei test Invalsi, quest’anno proposti anche nelle scuole superiori e che tante proteste hanno suscitato nel mondo della scuola. Un dibattito interessante quello che si sta sviluppando, macchiato però da chiusure, paure, ideologie contrapposte. La questione della valutazione, invece, è un elemento cruciale per rimettere in moto un processo positivo nella scuola italiana. Ma i limiti dei test Invalsi sono certamente molteplici, e Chiesa propone in questa intervista di aprire un dibattito e una riflessione approfondita su questi limiti proprio per cercare di avviare un ragionamento sulla valutazione scolastica

Quali sono secondo lei i limiti principali dei test proposti dall’Invalsi?
A mio avviso il problema principale è che la valutazione non può mai essere slegata da uno scopo specifico. Se voglio valutare qualcosa devo sapere cosa voglio valutare e dotarmi degli strumenti coerenti. La valutazione, insomma, non può essere uno scopo in sé. Per questo motivo non può essere valutata indipendentemente dallo scopo.

E qual è lo scopo dei test Invalsi?
Questo è il problema: non è affatto chiaro. Nella scuola, infatti, esistono tre scopi per valutare e ognuno di questi ha una strumentazione e una procedura propri che sono coerenti con lo scopo prefissato.

Quali sono questi tre livelli?
Il primo livello è la valutazione dell’apprendimento degli studenti. Esatto, direi che è questo lo scopo dei test Invalsi. Ma allora non sono prove adatte a valutare queste competenze, né nei contenuti né nel metodo.

E perché?
Questo tipo di valutazione deve necessariamente essere interna al processo di insegnamento- apprendimento. Deve essere totalmente condivisa da studenti e insegnanti. L’insegnante, come professionista, è quello che organizza i tempi e i modi di questa valutazione, ma c’è un pieno coinvolgimento da parte dello studente che è interessato al suo apprendimento. E’ una scuola malata quella che fa della valutazione lo spauracchio o la ricerca della copiatura.

E’ chiaro che, a suo avviso, il metodo del test “calato dall’alto” è già inadeguato allo scopo della “misurazione” delle competenze dello studente. Ma vorrei capire più nello specifico perché ritiene le prove Invalsi inadatte anche nel contenuto, poiché il parere di diversi insegnanti è che si tratti di prove interessanti e stimolanti, tutt’altro che nozionistiche.
Anche io la penso così. Mi sono trovato di fronte a delle prove di matematica molto belle, che richiedevano un altissimo livello di ragionamento, di fronte alle quali, forse, anche un adulto colto avrebbe avuto delle difficoltà. Faccio un esempio: si chiedeva la somma di 10 elevato alla 37 con 10 elevato alla 38 (somma di due potenze con la stessa base e diversi esponenti). Ora, per risolvere questo problema è necessario mettere in atto un ragionamento sulle potenze cogliendo e traendo conseguenze dal fatto che i due esponenti sono numeri successivi e quindi… Bisognerebbe approfondire valutando quanto questo ragionamento sia una vera competenza di cittadinanza o la capacità di utilizzare la formalizzazione matematica rimanendo però in ambito disciplinare.

Giusto, non è auspicabile?
Certo che lo è, ma si tratta di ragionamenti che dovrebbero essere svolti in classe, che richiedono la possibilità di avere un’interlocuzione con l’insegnante, che non possono essere utilizzate come “metro di misura” delle competenze di ragazzi che frequentano professionali e licei, in periferia e nel centro città. La valutazione sarebbe, senza dubbio, minata alla base. Quando si valuta qualcosa bisogna utilizzare uno strumento adatto a quella misurazione. Devo sapere che la corrente non si misura con il metro. Diverso è il caso se quelle prove venissero spedite all’inizio dell’anno nelle scuole e rappresentassero un modello con cui confrontarsi nel processo di apprendimento. Questo lo troverei senza dubbio utile, e un elemento di stimolo importante per i professionisti dell’insegnamento, cioè gli insegnanti.

Passiamo al secondo livello di valutazione.
Lo scopo di questo secondo livello è la valutazione dell’unità scolastica. E questa valutazione è condivisa da tutti gli operatori della scuola, dagli insegnanti al dirigente, agli operatori scolastici.

E qual è l’oggetto di questa valutazione?
E’ l’insieme delle variabili che determinano i risultati dell’apprendimento. E che c’entrano gli operatori scolastici, cioè i bidelli? E’ semplice: una scuola in cui funzionano tutti i supporti alla didattica lavora molto meglio e tutti i soggetti che operano nella scuola hanno una funzione educativa. Ridurre il numero di operatori scolastici, ad esempio, non è un fatto puramente economico. Ha delle ricadute sulla qualità della didattica. Quindi si tratta di una valutazione del funzionamento, non dell’apprendimento… No, si valutano tutte le variabili legate all’insegnamento/apprendimento: la qualità del curricolo, la qualità delle relazioni umane, e terzo la qualità del contesto ambientale in cui avviene l’insegnamento-apprendimento, che coinvolge l’intero assetto organizzativo dello spazio, del tempo, delle strutture che rappresentano evidentemente il contenitore non neutro entro cui l’insegnante insegna e lo studente apprende.

E chi è che valuta?
La scuola stessa. Una valutazione di questo genere dovrebbe stare dentro il piano dell’offerta formativa: sarebbe giusto che la scuola a partire dalla valutazione della sua unità, si ponesse, e li dichiarasse, degli obiettivi da raggiungere e mettesse in campo dei processi per raggiungerli. La scuola, se ritiene il caso, può dotarsi anche di competenze esterne per supportare la valutazione, ma si tratta di una questione che fa parte del patto che la scuola fa con il territorio di riferimento. In questo caso la valutazione ha uno scopo preciso: migliorare la qualità dell’unità scolastica.

E il terzo livello qual è?
E’ la valutazione di sistema. Questo è ciò che indubbiamente è di responsabilità sovrascolastica, a livello regionale, nazionale, internazionale: si valuta la scuola a livello di sistema. Rettifico, dire che è questo l’obiettivo dell’Invalsi. E invece no: perché l’Invalsi mescola questi tre piani. Non si capisce bene fino a che punto sia una valutazione dello studente, delle scuole o del sistema scolastico e sulla base di questa mancata chiarezza non utilizza strumenti coerenti.

Ma come si misura un sistema?
Non sono un esperto del settore, ma per quanto ne so, la prima caratteristica di uno studio di sistema è che tale valutazione avvenga su un campione e non sull’universo. Perché? Proprio per evitare di mescolarsi con gli altri livelli di valutazione. Per esempio le indagini Ocse-Pisa sono a campione? Esattamente, sì, sono a campione. Quali sono gli aspetti positivi di un’indagine a campione applicata a un sistema? Che risulta chiaro lo scopo: sto valutando un sistema, non sto valutando un’unità scolastica, né uno studente. Si tratta di un criterio fondamentale. L’invalsi è anche un istituto che serve ad aiutare le scuole a fornirsi di strumenti, di fornire un aiuto scientifico, per costruire dei sistemi di valutazione. Se l’Invalsi vuole valutare il sistema deve trovare degli strumenti e delle procedure adatti a questo specifico scopo. Valutare insieme l’apprendimento dello studente, il processo di miglioramento di una unità scolastica e l’insieme del sistema, non va bene. Come sempre in Italia si parla delle cose in modo confuso e non si capisce l’obiettivo e la sostanza di ciò di cui si sta discutendo. Si sollevano soltanto polveroni.

Il risultato?
Il risultato è che non ci sarà mai un confronto vero sul tema della valutazione e sarà sempre più difficile attuare interventi di valutazione coerenti. Il problema della scuola italiana non è nella mancanza di una valutazione come fatto esterno e risolutivo. Quanto piuttosto nell’avvio di un processo di innovazione che migliori i risultati e che preveda anche le necessarie e adeguate forme di valutazione.

E come si fa?
Si fa operando sulle variabili che sono coerenti con il risultato, che riguardano curricolo, relazione e contesto. La valutazione, in ognuno dei tre livelli che abbiamo descritto, può e deve svolgere un ruolo nello stimolo alla condivisione al raggiungimento di un miglioramento. Lei insiste tanto sulla condivisione, non capisco se è un atteggiamento “buonista”, un auspicio perché le cose vadano meglio, oppure un preciso elemento affinché la valutazione funzioni. Lo dico scientificamente: stiamo misurando un oggetto sociale, non stiamo misurando un dato fisico. Stiamo misurando delle cose che sono soggetto di valutazione e allo stesso tempo attori di miglioramento. Se una scuola bara non è in un processo di miglioramento. Perché gli studenti chiedono di copiare i test e gli insegnanti glielo permettono? Perché evidentemente vivono quello strumento come un nemico e non come una cosa utile al proprio apprendimento.

E qual è la soluzione?
La soluzione è che bisogna tornare a mettere in atto un miglioramento della scuola che riparta dal processo di insegnamento e di apprendimento in classe, il che vuol dire che ovviamente ci sono dei soggetti che sono competenti e responsabili di questo miglioramento: dagli insegnanti, alla struttura della singola scuola, al sistema nazionale. Ma serve anche un’altra cultura della scuola che responsabilizzi gli studenti, le famiglie e la società. Questo processo è indubbiamente interrotto: non c’è investimento, ma soprattutto non c’è il riconoscimento che questo è il problema della scuola. In questo quadro di problemi, io credo che chi vuole riattivare questo processo di innovazione debba pretendere che venga messa in atto anche la dimensione valutativa nella direzione che dicevo prima, come fatto condiviso e attraverso uno strumento chiaro, specifico per raggiungere lo scopo ai vari livelli. Non ci sono amici o nemici della valutazione. Metterla così significa ridurre di nuovo tutto a comportamenti, manichei, ideologici e infruttuosi. Si tratta di superare un livello di banalizzazione, superficialità e banalizzazione che è in atto. Chiaro che anche io, in questa chiacchierata, ho banalizzato, schematizzato. Ci sarebbe da discutere giornate intere, riempire di contenuti queste indicazioni di lavoro. E, forse, cogliere un segnale molto triste che ci viene dalle proteste in atto.

Quale?
Che molti insegnanti vivono con fastidio la valutazione, come un esercizio di potere, perché in effetti, oggi, la valutazione all’interno della scuola è un esercizio di potere. Raramente si tratta di uno strumento che viene inserito all’interno del processo di insegnamento-apprendimento. Tutto viene ridotto al voto, in una contrapposizione studente-docente. Raramente, ripeto, la valutazione viene riconosciuta come una prova che serve sia al docente che allo studente per capire a che punto si è arrivati e come occorre andare avanti. Questa sì sarebbe un’altra scuola.

da il manifesto