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La proposta dei democratici: Torni il falso in bilancio

Reintrodurre il reato di falso in bilancio. Lo prevede un emendamento alla manovra targato Pd. Il partito di Pier Luigi Bersani sta mettendo a punto le sue proposte alternative. Stasera è previsto un incontro al Nazareno tra il leader, i responsabili economici del partito e i gruppi parlamentari delle commissioni Bilancio di Camera e Senato. Molte delle ipotesi sono già note: alla ritassazione dei capitali scudati alla tracciabilìtà per somme superiori ai mille euro. Ma nelle ultime ore ha preso corpo l`idea di ristabilire il reato di falso nei libri contabili. La depenalizzazione di alcune fattispecie di falso in bilancio era stata proposta e approvata nel 2002, quando sedeva sullo scranno più alto del ministero della Giustizia il leghista Roberto Castelli. Quella decisione rimase alla storia come la prima legge ad personam.

E non a caso. Fu proprio grazie alla depenalizzazione di Castelli che il premier uscì indenne da due procedimenti: il caso Sme e All Iberian. Naturalmente alcuni casi di false comunicazioni sono rimasti reati penalmente punibili. Ma anche in questo caso è intervenuto in «soccorso» qualche provvedimento governativo. Come quello sul rientro dei capitali illegalmente esportati, che hanno goduto della «copertura» (scudo) per il reato di falso in bilancio. Il governo avrebbe voluto di più: aveva chiesto di inserire anche i reati di riciclaggio.

Ma in poche ore dovette fermarsi, per l`altolà della Banca d`Italia. Alcuni osservatori hanno definito «necessaria» l`operazione di depenalizzazione, perché la definizione del reato era troppo generica e rischiava di far scattare le manette anche per errori formali senza conseguenze per l`azienda. Ma tutta la comunità internazionale confuta questa tesi. Le direttive europee vanno nella direzione opposta, rendendo l`Italia un caso unico nell`Unione. Generalmente si commette questo reato, per ottenere maggior credito sia dalle banche che sul mercato. In questo modo si provocano danni agli investitori di Borsa, e si mette a rischio il risparmio depositato in banca.

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"La ricerca perde pezzi Italia maglia nera d'Europa", di Corrado Zunino

In un anno dodicimila pubblicazioni in meno: per la prima volta in trent’anni la produzione scientifica arretra, rivela uno studio olandese. Abbiamo ricercatori resistenti e talentuosi, capaci di una produttività da fabbrica tessile cinese. Ma il sistema della ricerca italiana — scientifica e umanistica — è crollato. Ora ci sono i numeri, offerti dal lavoro di una docente di economia e organizzazione aziendale all’Università di Bologna e di un esperto bibliometrico (uno statistico che studia le pubblicazioni scientifiche) olandese. Il “paper” di Cinzia Daraio e Henk Moed reso noto da Research Policy ci dice che per la prima volta in trent’anni la produzione scientifica dell’Italia ha smesso di crescere e dà segnali di arretramento. Esperimenti e scoperte, nuova conoscenza prodotta nelle biblioteche universitarie e nei nostri centri di ricerca. Arretra, tutto questo, come quota percentuale dell’intera produzione mondiale e in termini assoluti come numero di articoli scientifici pubblicati.

Sul piano quantitativo le pubblicazioni italiane hanno conosciuto un percorso di crescita dal 1980 (erano 9.721) al 2003 (sono diventate 39.728, quattro volte tanto). Nei cinque anni successivi si è proceduto tra depressioni e fiammate fino al 2008: 52.496 articoli italiani resi pubblici nel mondo, un record. L’anno dopo, il 2009 (ultimo dato conosciuto), il crollo: dodicimila pubblicazioni in meno, poco sopra quota 40 mila, bruciata la crescita di cinque stagioni.

«Il confronto europeo è schiacciante », spiega Cinzia Daraio illustrando i successivi grafici. Siamo ultimi per numero di ricercatori rispetto alla popolazione: sei ogni diecimila abitanti. Metà della Spagna e un terzo della Gran Bretagna. Siamo ultimi (insieme a una Spagna che ci ha appena raggiunto) per investimenti pubblici nella ricerca: sono lo 0,4% del Prodotto interno lordo. E i nostri privati non riescono a sostituirsi a Stato, Regioni e Università, il loro investimento arriva solo allo 0,6% del Pil. Nelle collaborazioni internazionali, quelle che spesso forniscono il prodotto intellettuale più nuovo e solido, tra i sei “big europei” siamo penultimi. Eravamo secondi negli Anni Ottanta. In generale, il contributo italiano alle pubblicazioni nel mondo è pari al 3,3%. «C’è una trentennale disattenzione della politica italiana verso la ricerca», dice la Daraio, «e oggi assistiamo all’inizio del declino della scienza italiana». È interessante notare come i ricercatori italiani restino i primi per produttività individuale: ogni due anni esce un nostro nuovo lavoro realizzato insieme a uno studioso straniero. Si chiama “effetto di compensazione”: per bilanciare gli investimenti risicati, gli studiosi italiani si impegnano più degli altri. Non è un caso se molti “portavoce” di progetti internazionali siano di casa. Dice Cinzia Daraio: «Abbiamo difficoltà a competere sui fondi europei per la ricerca, portiamo a casa meno di quanto versiamo. Gli altri paesi fanno piani ventennali e influenzano le scelte della Ue, noi ci ritroviamo con i professori a fare fotocopie
degli scontrini per le note spese da presentare a Bruxelles».

Il lavoro pubblicato da Research Policysegnala una generale difficoltà europea di fronte ai grandi investimenti fatti nelle ultime stagioni dai paesi asiatici, in particolare dal governo cinese. In quindici anni la Cina ha quadruplicato le prestazioni superando di slancio l’Italia (nel 1999), la Francia (2002), la Germania (2005) e il Regno Unito (nel 2006). Di fronte a questa massa di lavoro, però, il numero delle citazioni dei dossier cinesi resta ampiamente al di sotto di quello dei paesi occidentali.

La Repubblica 22.08.11

"Treu e Gabaglio: Via i contratti dal decreto-manovra", di Bruno Ugolini

Il decreto sulla manovra anti-crisi, con i suoi contenuti e con le polemiche che l’accompagnano dovrebbero poter vedere in scena un sindacato forte e unito, sostenuto da un movimento di massa. Non è così finora. La lettera-proposta Cgil agli altri interlocutori sindacali non ha dato i risultati sperati. Questo rischia di nuocere alla possibilità d’introdurre iniezioni di equità nella manovra stessa. Uno dei motivi di divisione riguarda l’introduzione nel decreto di alcune norme che riguardano i contratti, compresa la possibile rimozione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, tramite sindacati aziendali di comodo. Norme che nulla hanno a che vedere con l’obiettivo di affrontare lo sconquasso economico. Lo ha fatto notare, tra gli altri, sul Riformista, un dirigente politico avveduto come Emanuele Macaluso. Altre voci si sono poi levate. Tra queste, quella di Emilio Gabaglio che con Stefano Fassina ha firmato su l’Unità un articolo nel quale si spiega che «il testo governativo è inaccettabile e va ritirato». Una presa di posizione chiara e condivisa da un dirigente come Emilio Gabaglio ben conosciuto e stimato nel mondo del lavoro, già segretario nazionale delle Acli, poi segretario generale della Ces (confederazione europea dei sindacati) e costruttore di una nuova dimensione internazionale dei sindacati (Ituc-Csi). Così come dovrebbero trovare ascolto le parole di Tiziano Treu, uno studioso che ha spesso accompagnato la storia della Cisl. Ha scritto su Europa che esiste il rischio, attraverso di «una balcanizzazione del diritto del lavoro«. Treu spiega che i «contratti decentrati potrebbero essere conclusi da qualunque tipo di rappresentanza aziendale anche minoritaria e non legata a sindacati nazionali rappresentativi ». Qui sta il trucco adottato: attraverso sindacati di comodo si potrebbero concordare in singole aziende regole sui licenziamenti scavalcando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che si dice di non voler toccare. Quanto la manovra sia realistica lo dimostra anche una dichiarazione di Giorgio Santini, segretario Cisl, che, pur non scostandosi dalle posizioni ufficiali della sua confederazione, ha dichiarato come occorra specificare che «le deroghe possono farle solo le rappresentanze sindacali nazionalmente rappresentative per evitare accordi pirata con sindacati gialli». Voci diverse. Speriamo portino a un qualche risultato, impediscano la trasformazione del sistema produttivo in una giungla dove ciascuno fa per se a danno delle stesse imprese. Rimane un interrogativo sull’iniziativa del ministro Sacconi che non è certo un ingenuo da quattro soldi. Possibile che abbia agito da solo cercando d’imporre questa furba rivoluzione nei contratti di lavoro? O ha ragione chi ha scritto di incontri segreti, mai smentiti, per preparare il tutto?

L’Unità 22.08.11

"La città brucia con il suo raìs", di Bernardo Valli

Tutto, o quasi tutto, è crollato come un castello di sabbia. Con un´avanzata lampo, i ribelli hanno sfondato senza incontrare una seria resistenza “l´anello d´acciaio” destinato a difendere Tripoli, e sono entrati nei quartieri occidentali della metropoli, acclamati dalla popolazione. Alcune pattuglie hanno raggiunto la piazza Verde, quella dei grandi comizi del rais, dove c´era una folla entusiasta ad accoglierle, ma anche sparute unità governative pronte a combattere. E infatti si è acceso uno scontro a fuoco. A tarda notte una contabilità approssimativa dava centotrenta morti nell´insieme della capitale. Un figlio del rais, il preferito, quello che doveva succedergli, il secondogenito Saif el-Islam, è stato catturato. Il regime di Muhammar Gheddafi è ormai agonizzante. Sembra barricato nella parte orientale di Tripoli, dove i ribelli dovrebbero scontrarsi con i reparti più agguerriti, nel caso questi non si disperdessero come le truppe destinate a difendere la città. Ma lui, Gheddafi, non è rassegnato alla resa resa. Al contrario i suoi messaggi trasmessi per telefono sono stati diffusi con insistenza da radio e televisione. E definivano i ribelli «topi che scendono dalla montagna» ; e l´offensiva in corso una semplice mascherata. Il suo sarcasmo risuonava come un´eruzione di collera. Di rabbia. Ma non di disperazione. I suoi inviti alla resistenza si sono ripetuti nella notte con toni ancora più fermi: «Se il popolo non si difende Tripoli sarà distrutta». Il rais braccato, umiliato, sconfitto nella sua capitale non ha perduto la grinta. Una grinta sconfinante nell´irresponsabilità. Mentre si spara, si combatte per le strade della sua capitale, lui ha tutta l´aria di voler vendere a caro prezzo insieme alla propria pelle anche quella dei suoi fedeli, e più in generale del suo popolo. Che per la verità acclamava i ribelli vincitori, come avevano acclamato lui per quarant´anni. Mentre una battaglia decisiva era in corso il colonnello diceva che non si sarebbe mai arreso e annunciava che« Tripoli brucerà». Più cauto era il suo portavoce, Mussa Ibrahim, di solito intransigente e fedele interprete della fermezza del capo. Mussa Ibrahim in un´improvvisata conferenza stampa all´Hotel Rixos, dove alloggiano i corrispondenti stranieri, si dichiarava pronto a negoziare con i ribelli.
Anche se non del tutto conquistata dai nemici, Gheddafi ha perduto la sua capitale. Ma in una società tribale non saper perdere e trascinare la propria gente in una sanguinosa sconfitta, può essere una dimostrazione di coraggio. Una prova estrema per un rais che vuole restare nelle memorie. Alla società tribale Gheddafi si è del resto richiamato spesso negli ultimi tempi, al fine di spiegare a suo modo le cause della guerra civile, per lui non riducibile allo scontro tra dittatura e desiderio di libertà, ma a una lotta tra clan. Clan etnici passati dalle tende del deserto ai grattacieli del petrolio, ma sempre immersi in rivalità e vendette. Richiamandosi alla società libica originaria, Gheddafi ha annunciato un inevitabile finale tragico, nel rispetto dell´onore della tribù. È quello che sta accadendo in queste ore. Nei quarant´anni di potere ha spesso sfidato la morte, sempre assistito dalla «baraka», la fortuna che accompagna i guerrieri nella tradizione magrebina.
Ma dov´è adesso lui, il rais, mentre il laccio si stringe? È da tempo che non si mostra, e questo ha indotto a pensare che fosse già lontano, in un luogo sicuro. Lui ha sentito il sospetto, si è inorgoglito e ha subito giurato di essere sul posto. Non è sulle mura della città assediata con la spada in pugno, ma rintanato in un bunker. Un bunker nella Tripoli che comincia a bruciare? Alcuni pensano che scortato dai reparti fedeli egli stia ripiegando nel deserto, dove potrebbe continuare la resistenza e soprattutto evitare di apparire davanti a un tribunale internazionale. Mentre si spara per le strade è in corso una gara per diffondere false notizie, che rendono difficile fare un esatto ritratto della situazione. Quella di Gheddafi in fuga nel deserto, seguito dai fedeli, è una di quelle voci. Dichiarandosi pronto a negoziare, Mussa Ibrahim, il suo portavoce, prenderebbe tempo. Me nel frattempo sono atterrati due jet sudafricani su una pista dell´aeroporto di Tripoli. E allora si è pensato che il rais ha forse un´altra meta.
L´attesa implosione del regime sembra comunque avvenuta, vista la scarsa resistenza opposta finora dai reparti ritenuti legati per la vita e la morte al rais. Negli ultimi decenni la solidarietà tribale si è frantumata con l´inurbamento dei beduini, e ha risentito della miracolosa crescita dei redditi dovuta al petrolio. Ma attorno al rais si erano saldati interessi e fedeltà che spesso ricalcavano le vecchie alleanze etniche. E poi c´era la storica rivalità tra Tripolitania e Cirenaica, accompagnata dal timore di inevitabili regolamenti di conti. Il regime ha fatto migliaia di vittime, e altrettante vendette erano e sono in attesa.
Non solo gli insorti sono arrivati sulla Piazza Verde, ma altri reparti convergono rapidamente sulla capitale arrivando da est, da sud, da ovest. Ed anche dal mare, da nord, poiché imbarcazioni con uomini armati sono salpate dal porto di Misurata e sono arrivate sulle spiagge della capitale. La capitale era ritenuta ben armata e capace di reagire con forza a qualsiasi tipo di aggressione. Era in realtà come in preda a un´ipnosi, dopo quarant´anni di potere gheddafiano. E ieri sera si è risvegliata. Decine di migliaia di kalashnikov erano state distribuite alle famiglie giudicate sicure, in ogni quartiere. E il richiamo al patriottismo sollecitato dalla propaganda contro l´aggressione degli stranieri, avidi di petrolio libico, non sembrava caduto nel vuoto. Inducevano a crederlo le imponenti manifestazioni di piazza, anche recenti, senz´altro organizzate dal regime con pretesti e forti pressioni, ma non del tutto prive di spontaneo nazionalismo. Gli esperti occidentali (americani, francesi, inglesi, ed anche italiani, quest´ultimi veterani di Libia) non hanno calcolato questa reazione patriottica che Gheddafi ha saputo più imporre che ispirare.
La conquista da parte dei ribelli di Zawiya, città sulla strada diretta al confine occidentale, è stata decisiva. La via attraverso la quale arrivavano i rifornimenti, dall´acqua minerale alla benzina, dal cous cous ai montoni, è stata interrotta. E subito la Tunisia, dalla quale partivano quei prodotti che facevano vivere Tripoli, ha disconosciuto il regime di Gheddafi e ha riconosciuto quello di Bengazi. Se non era più in grado di garantire alla sua gente i generi di prima necessità, neppure la luce elettrica, il rais era destinato alla sconfitta. La fulminea decisione del governo di Tunisi, presa subito dopo la conquista di Zawiyha, è stata dettata da un freddo realismo. Ha avuto il valore del rintocco di una campana che annuncia una morte imminente.
Quando l´ho attraversata, per andare e ritornare da Tripoli, Zawiyha mostrava i segni delle numerose battaglia tra ribelli e lealisti. Tutti sapevano che l´andamento del conflitto dipendeva da quella modesta e contesa località, che ospita un´importante raffineria. Là i ribelli hanno cominciato a radunare la «Brigata Tripoli», composta di mille insorti destinati a investire e controllare la capitale. Si sono addestrati nella città occidentale di Nalut e sono entrati in azione prima del previsto, aiutati da una sorprendente situazione che li ha portati fino nel cuore di Tripoli, nel giro di poche ore. E senza sparare troppi colpi di fucile o raffiche di kalashnikov.
La Nato, l´Onu, e in generale tutte le capitali impegnate nel conflitto, temevano che la caduta di Gheddafi avvenisse con un massacro, si concludesse in un bagno di sangue. Il rischio sussiste. Un colpo di mano che esautori il rais, lo mandi in esilio, e avvii trattative con il Consiglio nazionale di transizione, installato a Bengasi, sarebbe una soluzione ideale. Qualcosa di simile si sta realizzando. Poiché Gheddafi è introvabile ma senza, almeno per ora, una difesa efficace. Molti operano in queste ore per rendere possibile quel colpo di ano. Ma i tempi sembrano ormai scaduti e i capi dell´insurrezione, benché riconosciuti ormai da mezzo mondo come rappresentati di un potere legittimo, stentano a gestire una situazione esplosiva. Essi non controllano tutte le forze armate in campo nelle zone liberate. Gli elementi islamisti, presi in un primo tempo alla sprovvista dalla rivolta, si sono organizzati, si sono dotati di mezzi svaligiando i magazzini del nuovo esercito, e rifiutano ad esempio di combattere sotto la bandiera degli «infedeli», cioé della Nato, dichiarandosi pronti ad occuparsi soltanto di problemi di sicurezza interna.
È il caso della Brigata Abu Ubaidah bin Jarrah, i cui capi potrebbero non essere estranei all´uccisione del generale Abdul Fatah Yunis, comandante delle nuove forze armate ribelli ed ex ministro degli interni di Gheddafi. In quest´ultima veste Yunis ha perseguitato gli islamisti, che si sarebbero vendicati. Il capo di un´altra formazione islamista, la Brigata dei martiti del 17 febbraio, è il religioso Ismail el-Sallabi. Il quale sostiene che Yunis sia stato ucciso da agenti provenienti da Tripoli e infiltratisi a Bengazi. Altri pensano che Yunis fosse una spia di Gheddafi e che la Cia l´abbia soppresso. Tante sono le versioni sull´assassinio, ma il risultato immediato è stato il crollo del governo. Per dissipare i sospetti, Abdel Mustafa Jalil, presidente del Consiglio nazionale di transizione, ha costretto alle dimissioni tutti i ministri, ad eccezione di Mahmud Jibril, il primo ministro. Mentre ci si prepara a una decisiva battaglia per Tripoli, nella Libia libera, a Bengazi, si teme che un giorno si arrivi a un conflitto tra forze laiche e forze islamiste. Ed è già bizzarro che con quest´ultime abbia cercato di avere buoni rapporti Saif al-Islam, uno dei figli di Gheddafi arrestati ieri sera. In una intervista al New York Times Saif ha detto che la Libia dopo Gheddafi dovrebbe essere uno Stato islamico. Insomma, il futuro, vicino e remoto, è piuttosto torbido.

La Repubblica 22.08.11

"Proposta per i piccoli Comuni: associarli ma non cancellarli", di Antonio Misiani* e Francesco R. Frieri

Sopprimere i municipi con meno di mille abitanti è una scelta debole dal punto di vista economico. Esiste un’alternativa più efficace e meno mediatica: rafforzare la gestione associata dei servizi locali. La sostanziale soppressione dei comuni con meno di mille abitanti prevista dalla manovra di ferragosto è una scelta debole dal punto di vista economico e sbagliata sotto il profilo civile e democratico. Contrariamente a quanto si pensi, l’Italia non ha un numero di municipi superiore al resto d’Europa: a fronte degli 8.094 comuni italiani (uno ogni 7.490 abitanti), in Germania ci sono 11.334 gemeinden (uno ogni 7.213), nel Regno Unito 9.434 wards (uno ogni 6.618) in Francia 36.680 communes (uno ogni 1.774) e in Spagna 8.116 municipios (uno ogni 5.687). La media Ue è di un ente ogni 4.132 abitanti. Il nostro problema è un altro: le diseconomie di scala legate alla gestione spesso polverizzata dei servizi locali, ammessoche essi vengano erogati in tutto il territorio nazionale. Secondo i dati Anci-Ifel nel 2008 i piccoli comuni presentavano una spesa pro capite superiore alla media per le funzioni generali (+17,4%) e inferiore per i servizi sociali e educativi
(-25,1%). I risparmi ottenibili accrescendo la scala di produzione dei servizi sono dunque consistenti, nell’ordine di centinaia di milioni di euro, e possono essere conseguiti senza cancellare un prezioso “capitale sociale” di impegno civico a bassissimo costo (i 21.593 consiglieri e assessori dei comuni conmenodi mille abitanti costano tutti insieme l’equivalente di 27 deputati!).
La via maestra è la gestione associata dei servizi, che il decreto legge 78/2010 ha resa obbligatoria per i piccoli comuni con meno di 5 mila abitanti. Da questo punto di vista non si parte da zero: tra i 5.683 comuni con meno di 5mila abitanti 3.124 fanno parte di una comunità montana e 1.271 di una unione di comuni. Il punto critico è che spesso i servizi gestiti in forma associata da questi enti sono pochi e poco importanti, pur con molte differenziazioni territoriali (il70%delle unioni del sud gestisce meno di 5 servizi in convenzione, contro picchi di oltre 20 che si raggiungono nel centro nord). Le 337 unioni di comuni e le 264 comunità montane attualmente esistenti possono però costituire, se opportunamente ripensate, il perno di una radicale riorganizzazione del sistema dei servizi comunali.
Per questo il processo avviato nel 2010 andrebbe rafforzato, legandolo strettamente alla convergenza ai costi standard, innalzando la soglia dimensionale minimadelle gestioni associate, privilegiando le forme di associazione più strutturate (meglio le unioni di comuni rispetto a più blande convenzioni) e introducendo
meccanismi stringenti per garantire il rispetto dei tempi previsti: una quota “riservata” del fondo di riequilibrio per i comuni che si associano (prevista dal federalismo municipale ma rimasta sulla carta), l’inserimento della gestione associata dei servizi tra i parametri di virtuosità, lo sblocco dell’autonomia impositiva solo per i piccoli comuni che rispettano gli obiettivi stabiliti, ecc. Nel nuovo assetto i piccoli comuni manterrebbero la loro identità e i loro organi elettivi (ridimensionati, ma non azzerati) ma i loro servizi fondamentali verrebbero gestiti da un migliaio di unioni comunali/comunità montane, con notevoli guadagni in termini di efficienza e di offerta dei servizi.
Questa strada, meno “mediatica” dello smantellamento puro e semplice dei comuni con meno di mille abitanti, sarebbe assai più incisiva ed efficace dal punto di vista dei conti pubblici: si innesterebbe coerentemente nel processo avviato dalla riforma federalista e permetterebbe ai territori di misurarsi fino in fondo con la sfida di erogare servizi migliori nelle condizioni di massima efficienza possibile.

* Deputato Pd, componente della Bicamerale
per il federalismo fiscale
** Direttore Unione Comuni Bassa Romagna

L’Unità 22.08.11

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"Il falò delle verità", di Massimo Giannini

Senza verità non c´è democrazia. È il principio-cardine intorno al quale ruota la cultura politica dell´Occidente, come ci ha insegnato Hannah Harendt. Anche per questo l´Italia “moderna” sprofonda in una palude di democrazia “a bassa intensità”. Il berlusconismo della Seconda Repubblica, involuzione matura dell´Andreo-Craxismo della Prima, ci ha definitivamente trasformato in un Paese che ha smarrito l´etica della verità. Nella stortura delle regole costituzionali. Nella rottura delle relazioni istituzionali. E ora nell´avventura della crisi economica e finanziaria.
Non c´è un solo ambito nel quale il presidente del Consiglio, pressato dalle sue urgenze private, non abbia edulcorato le emergenze pubbliche e manipolato la “narrazione” da offrire ai cittadini-elettori. La drammatica estate di “lacrime e sangue” è il vero tributo che ora paghiamo all´irresponsabile «autodafè» che il governo Berlusconi ha acceso in questi tre anni, raccontando agli italiani la favola del «Paese ricco, forte e vitale», che «sa reagire meglio degli altri alla crisi», salvo poi scoprire che siamo di nuovo sprofondati nel girone infernale del “Club Med” di Eurolandia.
Dunque, dobbiamo essere grati a Giorgio Napolitano, che con la sua “lezione di Rimini” ha scritto per l´ultima volta la parola “fine” sulla favola berlusconiana, e ci ha restituito il “linguaggio della verità”. Quello che il premier non ha parlato fin dall´inizio della legislatura, e che invece è oggi un imperativo politico e morale. Quello che è invece indispensabile, per far capire ed accettare all´opinione pubblica una dose aggiuntiva di pesanti sacrifici che in molti avevamo previsto, e che il governo aveva sempre negato. Nel teatrino della politica fioccano le solite letture “palindrome”: ma mai come stavolta il discorso del presidente della Repubblica non si presta a strumentalizzazioni di rito o ad interpretazioni di parte. Il suo è prima di tutto un atto d´accusa, nei confronti di chi, in questo “angoscioso presente”, si è pervicacemente rifiutato di guardare in faccia alla realtà, ha furbescamente evitato di spiegarla agli italiani ed ha colpevolmente declinato ogni atto di responsabilità nella gestione attiva della crisi.
«Abbiamo parlato in questi tre anni il linguaggio della verità? Lo abbiamo fatto noi, che abbiamo responsabilità nelle istituzioni?». La domanda che il capo dello Stato rivolge all´intero ceto politico dal palco del Meeting di Rimini è palesemente retorica. La risposta è naturalmente negativa. Il “linguaggio della verità” ci è stato scientificamente negato dall´unica istituzione che aveva il dovere politico di parlarlo, e cioè il governo. E perseverare in questo errore è diabolico e autolesionistico. Come Napolitano giustamente ripete, «non si dà fiducia minimizzando o sdrammatizzando i nodi». Eppure, è esattamente quello che Berlusconi continua a fare. Abituato com´è, da consumato populista, a tagliare i nodi con la spada della propaganda piuttosto che a scioglierli con la fatica della politica, il Cavaliere aggiunge confusione al caos. Fa filtrare la sua insoddisfazione per una manovra che mette rovinosamente le “mani nelle tasche” dei contribuenti. Fa circolare ipotesi di modifica del “contributo di solidarietà” e di piani di intervento sulle pensioni, allargando da una parte l´abisso che lo separa da Tremonti e irritando dall´altra il nervo che lo allontana da Bossi.
Tutto quello che Napolitano chiede da Rimini questo presidente del Consiglio e questo governo non possono darlo, perché non l´hanno mai dato. «Reagire con lungimiranza» di fronte al Prodotto interno lordo che declina, all´occupazione che crolla, al debito che esplode. Guardare in faccia alla realtà «con intelligenza», e con «il coraggio della speranza, della volontà, dell´impegno». Virtù che il premier e il suo ministro dell´Economia non hanno mai espresso, e continuano a non saper esprimere, impaniati dentro una logica di coalizione nella quale nulla più si tiene. E poi, in vista del dibattito parlamentare sulla manovra: «occorrono più apertura e meno insofferenza verso le voci critiche», occorre un «confronto aperto». Questo invoca il capo dello Stato. Come possono ascoltarlo, un premier che guarda alle opposizioni come a un «cancro», o un ministro che parla della libera stampa come un´accolita di «delinquenti»? E infine: basta «assuefazioni e debolezze nella lotta all´evasione fiscale, di cui l´Italia ha il triste primato». Come può raccogliere questo invito, un ministro dell´Economia che paga parte del suo affitto in nero, e che ha già regalato agli evasori con i capitali all´estero uno scudo fiscale tassato con un´aliquota volutamente e scandalosamente bassa?
Il presidente della Repubblica ha fornito un´ennesima prova di alta pedagogia politico-istituzionale. Si è confermato come l´unico caposaldo forte e credibile di una stagione politica in cui tutto va in rovina. La sua, ancora una volta, è una “predica utile”. Ma chi dovrebbe farlo, purtroppo, non la potrà e non la saprà raccogliere. Ha venduto al Paese troppe bugie e troppe ipocrisie. Nel gigantesco “falò delle verità” costruito dal governo in questi tre anni, purtroppo, stiamo bruciando tutti. Salvarsi dalle fiamme è ancora possibile. Purché a farlo non siano più quelli che hanno appiccato l´incendio.

La Repubblica 22.08.11

Napolitano al meeting Cl: l'intervento integrale

Colgo in questo incontro, nella sua continuità con l’ispirazione originaria e la peculiare tradizione del Meeting di Rimini, l’occasione per ridare respiro storico e ideale al dibattito nazionale. Perché è un fatto che ormai da settimane, da quando l’Italia e il suo debito pubblico sono stati investiti da una dura crisi di fiducia e da pesanti scosse e rischi sui mercati finanziari, siamo immersi in un angoscioso presente, nell’ansia del giorno dopo, in un’obbligata e concitata ricerca di risposte urgenti. A simili condizionamenti, e al dovere di decisioni immediate, non si può naturalmente sfuggire. Ma non troveremo vie d’uscita soddisfacenti e durevoli senza rivolgere la mente al passato e lo sguardo al futuro. Ringrazio perciò voi che ci sollecitate a farlo.

D’altronde, anche nel celebrare il Centocinquantenario dell’Unità, abbiamo teso a tracciare un filo che congiungesse il passato storico, complesso e ricco di insegnamenti, il problematico presente e il possibile futuro dell’Italia. Ci siamo provati a tessere quel filo muovendo da quale punto di partenza ? Dal sentimento che si doveva e poteva suscitare innanzitutto un moto di riappropriazione diffusa – da parte delle istituzioni e dei cittadini – delle vicende e del significato del processo unitario. Si doveva recuperare quel che da decenni si era venuto smarrendo – negli itinerari dell’educazione, della comunicazione, della discussione pubblica, della partecipazione politica – di memoria storica, di consapevolezza individuale e collettiva del nostro divenire come nazione, del nostro nascere come Stato unitario. E a dispetto di tanti scetticismi e sordità, abbiamo potuto, nel giro di un anno, vedere come ci fosse da far leva su uno straordinario patrimonio di sensibilità, interesse culturale e morale, disponibilità a esprimersi e impegnarsi, soprattutto tra i giovani. Abbiamo visto come fosse possibile suscitare quel “moto di riappropriazione” di cui parlavo : e non solo dall’alto, ma dal basso, attraverso il fiorire, nelle scuole, nelle comunità locali, nelle associazioni, di una miriade di iniziative per il Centocinquantenario. Lo sforzo è dunque riuscito, e rendo merito a tutti coloro che ci hanno creduto e vi hanno contribuito.

Ma “l’esame di coscienza collettivo” che avevamo auspicato in occasione di una così significativa ricorrenza, non poteva rimanere limitato al travaglio vissuto per conseguire l’unificazione, e alle modalità che caratterizzarono il configurarsi del nostro Stato nazionale. Esso doveva abbracciare – e ha in effetti abbracciato – il lungo percorso successivo, dal 1861 al 2011 : in quale chiave farlo, e per trarne quali impulsi, lo abbiamo detto, il 17 marzo scorso, con le parole che l’on. Lupi ha voluto ricordare.

Si, con le celebrazioni del Centocinquantenario ci si è impegnati a trarre, senza ricorrere ad alcuna forzatura o enfasi retorica, ragioni di orgoglio e di fiducia da un’esperienza di storico avanzamento e progresso della società italiana, anche se tra tanti alti e bassi, tragiche deviazioni pagate a carissimo prezzo, e dure, faticose riprese. Ma perché abbiamo insistito tanto sulle prove che l’Italia unita ha superato, sulla capacità che ha dimostrato di non perdersi, di non declinare, né dopo l’emorragia e le conseguenze traumatiche di una guerra pure vinta, né dopo la vergogna di una guerra d’aggressione e l’umiliazione di una sconfitta, e quindi di fronte all’eredità del fascismo e alla sfida del ricostruire il paese nella democrazia ? Perché abbiamo sottolineato come l’Italia abbia poi saputo attraversare le tensioni della guerra fredda restando salda nelle sue fondamenta unitarie e democratiche e infine reggere con successo ad attacchi mortali allo Stato e alla convivenza civile come quello del terrorismo?

Ebbene, abbiamo insistito tanto, e con pieno fondamento, su quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato, e sulle grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo, perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto.

Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l’Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo carico di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile. Nel messaggio di fine anno 2008, in presenza di una crisi finanziaria che dagli Stati Uniti si propagava all’Europa e minacciava l’intera economia mondiale, dissi – riecheggiando le famose parole del Presidente Roosevelt, appena eletto nel 1932 – “l’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa”. Ma dinanzi a fatti così inquietanti, dinanzi a crisi gravi, bisogna parlare – e voglio ripeterlo oggi qui, rivolgendomi ai giovani – il linguaggio della verità : perché esso “non induce al pessimismo, ma sollecita a reagire con coraggio e lungimiranza”.

Abbiamo, noi qui, in Italia, parlato in questi tre anni il linguaggio della verità ? Lo abbiamo fatto abbastanza, tutti noi che abbiamo responsabilità nelle istituzioni, nella società, nelle famiglie, nei rapporti con le giovani generazioni ? Stiamo attenti, dare fiducia non significa alimentare illusioni ; non si da fiducia e non si suscitano le reazioni necessarie, minimizzando o sdrammatizzando i nodi critici della realtà, ma guardandovi in faccia con intelligenza e con coraggio. Il coraggio della speranza, della volontà e dell’impegno. Dell’impegno operoso e sapiente, fatto di spirito di sacrificio e di massimo slancio creativo e innovativo.

Impegno che non può venire o essere promosso solo dallo Stato, ma che sia espresso dalle persone, dalle comunità locali, dai corpi intermedi, secondo quella concezione e logica di sussidiarietà, che come ha sottolineato il Presidente Vittadini e come documenta la Mostra presentata a questo Meeting, ha fatto, di una straordinaria diffusione di attività imprenditoriali e sociali e di risposte ai bisogni comuni costruite dal basso, un motore decisivo per la ricostruzione e il cambiamento del nostro Paese.

Si può ben invocare oggi una simile mobilitazione, egualmente differenziata e condivisa, se si rende chiaro quale sia la posta in giuoco per l’Italia : in sostanza, ridare vigore e continuità allo sviluppo economico, sociale e civile, far ripartire la crescita in condizioni di stabilità finanziaria, non rischiando di perdere via via terreno in seno all’Europa e nella competizione globale, di vedere frustrate energie e potenzialità ben presenti e visibili nel Paese, di lasciare insoddisfatte esigenze e aspettative popolari e giovanili e di lasciar aggravare contraddizioni, squilibri, tensioni di fondo.

Le difficoltà sono serie, complesse, per molti aspetti non sono recenti, vengono dall’interno della nostra storia unitaria e anche, più specificamente, repubblicana. Ad esse ci riporta la crisi che stiamo vivendo in questa fase, nella quale si intrecciano questioni che a noi spettava affrontare da tempo e questioni legate a profondi mutamenti e sconvolgimenti del quadro mondiale. Ma se a tutto ciò dobbiamo guardare, anche nel momento in cui ci apprestiamo a discutere in Parlamento nuove misure d’urgenza, bisogna allora finalmente liberarsi da approcci angusti e strumentali.

Possibile che si sia esitato a riconoscere la criticità della nostra situazione e la gravità effettiva delle questioni, perché le forze di maggioranza e di governo sono state dominate dalla preoccupazione di sostenere la validità del proprio operato, anche attraverso semplificazioni propagandistiche e comparazioni consolatorie su scala europea ? Possibile che da parte delle forze di opposizione, ogni criticità della condizione attuale del paese sia stata ricondotta a omissioni e colpe del governo, della sua guida e della coalizione su cui si regge ? Lungo questa strada non si poteva andare e non si è andati molto lontano. Occorre più oggettività nelle analisi, più misura nei giudizi, più apertura e meno insofferenza verso le voci critiche e le opinioni altrui. Anche nell’importante esperienza recente delle parti sociali, giunte ad esprimere una voce comune su temi scottanti, ci sono limiti da superare nel senso di proiettarsi pienamente oltre approcci legati a pur legittimi interessi settoriali. Bisogna portarsi tutti all’altezza dei problemi da sciogliere e delle scelte da operare.

Scelte non di breve termine e corto respiro, ma di medio e lungo periodo. E’ da vent’anni che è, sempre di più, rallentata la crescita della nostra economia ; è da vent’anni che si è invertita la tendenza al miglioramento di alcuni fondamentali indicatori sociali ; è da vent’anni che al di là di temporanee riduzioni del rapporto tra deficit e prodotto lordo, non siamo riusciti ad avviare un deciso abbattimento del nostro debito pubblico. La crescita è rallentata fino a ristagnare, la competitività della nostra economia, in un mondo globalizzato e radicalmente trasformato nei suoi equilibri, ha particolarmente sofferto del calo o ristagno della produttività.

La recente pubblicazione di una lunga accurata ricerca sull’evoluzione del benessere degli italiani dall’Unità a oggi, ci consente di apprezzare pienamente il consuntivo – superiore a ogni immaginabile previsione iniziale – del prodigioso balzo in avanti compiuto dall’economia e dalla società nazionale dopo l’Unità e in special modo grazie all’accelerazione prodottasi nel trentennio seguito alla seconda guerra mondiale. Ma se i dati reali smentiscono i detrattori dell’unificazione, è innegabile che il divario tra Nord e Sud è rimasto una tara profonda, non è mai apparso avviato a un effettivo superamento ; e venendo a tempi più recenti è un fatto che da due decenni è in aumento la diseguaglianza nella distribuzione del reddito dopo una marcia secolare in senso opposto, e lo stesso può dirsi per il tasso di povertà.

Si impone perciò un’autentica svolta : per rilanciare una crescita di tutto il paese – Nord e Sud insieme ; una crescita meno diseguale, che garantisca una più giusta distribuzione del reddito ; una crescita ispirata a una nuova visione e misurazione del progresso, cui si sta lavorando ormai da anni, su cui si sta riflettendo in qualificate sedi internazionali. Al di là del PIL, come misura della produzione, e senza pretendere di sostituirlo con una problematica “misura della felicità”, in quelle sedi si è richiamata l’attenzione su altri fattori : “è certamente vero che, nel determinare il benessere delle persone, gli aspetti quantitativi (a cominciare dal reddito e dalla speranza di vita) contano, ma insieme a essi contano anche gli stati soggettivi e gli aspetti qualitativi della condizione umana”. E’ a tutto ciò che bisogna pensare quando ci si chiede se le giovani generazioni, quelle già presenti sulla scena della vita e quelle future, potranno – in Italia e in Europa, in un mondo così trasformato – aspirare a progredire rispetto alle generazioni dei padri come è accaduto nel passato. La risposta è che esse possono aspirare e devono tendere a progredire nella loro complessiva condizione umana. Ecco qualcosa per cui avrebbe senso che si riaccendesse il motore del “desiderio”.

Sia chiaro, la situazione attuale di carenza di possibilità di lavoro, di disoccupazione e di esclusione per quote così larghe della popolazione giovanile, impone che si parta dal concreto di politiche per il rilancio della crescita produttiva, di più forti investimenti e di più efficaci orientamenti per la formazione e la ricerca, di più valide misure per l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. Ma si deve puntare a una visione più complessiva e avanzata degli orizzonti di lungo termine : e chi, se non voi, può farlo ?

Quell’autentica svolta che oggi s’impone passa, naturalmente, attraverso il sentiero stretto di un recupero di affidabilità dell’Italia, in primo luogo del suo debito pubblico. E qui non si tratta di obbedire al ricatto dei mercati finanziari, o alle invadenze e alle improprie pretese delle autorità europee, come dicono alcuni, forse troppi. Si tratta di fare i conti con noi stessi, finalmente e in modo sistematico e risolutivo ; ho detto e ripeto che lasciare quell’abnorme fardello del debito pubblico sulle spalle delle generazioni più giovani e di quelle future significherebbe macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale. Faccia dunque ora il Parlamento le scelte migliori, attraverso un confronto davvero aperto e serio, e le faccia con la massima equità come condizione di accettabilità e realizzabilità.

Anche al di là della manovra oggi in discussione, e guardando alla riforma fiscale che si annuncia, occorre un impegno categorico ; basta con assuefazioni e debolezze nella lotta a quell’evasione di cui l’Italia ha ancora il triste primato, nonostante apprezzabili ma troppo graduali e parziali risultati. E’ una stortura, dal punto di vista economico, legale e morale, divenuta intollerabile, da colpire senza esitare a ricorrere ad alcuno dei mezzi di accertamento e di intervento possibili.

L’Italia è chiamata a recuperare affidabilità non solo sul piano dei suoi conti pubblici, sul piano della cultura della stabilità finanziaria, ma anche e nello stesso tempo sul piano della sua capacità di tornare a crescere più intensamente. E questo è anche il contributo che come grande paese europeo siamo chiamati a dare dinanzi al rallentamento dello sviluppo mondiale, al rischio o al panico – fosse pure solo panico – di una possibile onda recessiva. In questo quadro, è importante che l’Italia riesca ad avere più voce, in termini propositivi e assertivi, nel concerto europeo. Che da un lato appare troppo condizionato da iniziative unilaterali, di singoli governi, fuori dalle sedi collegiali e dal metodo comunitario ; dall’altro troppo esitante sulla via di un’integrazione responsabile e solidale, lungo la quale concorrere anche alla ridefinizione di una governance globale, le cui regole valgano a temperare le reazioni dei mercati finanziari.

Una svolta capace di rilanciare la crescita e il ruolo dell’Italia implica riforme : dopo l’avvio, in senso federalista, della concreta attuazione del Titolo V della Carta, riforme del quadro istituzionale e dei processi decisionali, delle pubbliche amministrazioni, di assetti e di rapporti economici finora non liberalizzati, di assetti inadeguati anche del mercato del lavoro. Ma non starò certo a riproporre un elenco già noto : mi piace solo notare come in queste settimane, sospinto da alcuni impulsi generosi, si stia prospettando in una luce più positiva il tema della riforma – in funzione solo dell’interesse nazionale – e del concreto funzionamento della giustizia. Anche perché alla visione del diritto e della giustizia sancita in Costituzione repugna la condizione attuale delle carceri e dei detenuti.

Comunque, più che ripetere un elenco di impegni o di obbiettivi, vorrei rispondere alla domanda se sia possibile realizzare, com’è indubbiamente necessario, riforme di quella natura su basi largamente condivise. E’, in sostanza, parte della stessa domanda postami in termini più generali da Eleonora Bonizzato e da Enrico Figini. Ai quali dico innanzitutto che ho molto apprezzato il metodo seminariale col quale, insieme con molti altri studenti, hanno esplorato i temi della Mostra dedicata al Centocinquantenario e in modo particolare l’esperienza della straordinaria stagione dell’Assemblea costituente, non abbastanza studiata nelle nostre scuole e Università.

E’ possibile, mi si chiede, che si riproduca quella grande tensione, quello stesso impegno verso il bene comune ? La mia risposta è che può la forza delle cose, può la drammaticità delle sfide del nostro tempo, rappresentare la molla che spinga verso un grande sforzo collettivo come quello da cui scaturì la ricostruzione democratica, politica, morale e materiale del nostro Paese dopo la Liberazione dal nazifascismo. I contesti storici sono, certo, completamente diversi ; la storia, nel male e nel bene, non si ripete. Ma la storia che abbiamo vissuto in 150 anni di Unità, nei suoi momenti migliori, come quando sapemmo rialzarci da tremende cadute e poi evitare fatali vicoli ciechi, racchiude il DNA della nazione. E quello non si è disperso, e non può disperdersi. I valori che voi testimoniate ce lo dicono ; ce lo dicono le tante espressioni, che io accolgo in Quirinale, dell’Italia dell’impegno civile e della solidarietà, dell’associazionismo laico e cattolico, di molteplici forme di cooperazione disinteressata e generosa. E, perché si creino le condizioni di un rinnovato slancio che attraversi la società in uno spirito di operosa sussidiarietà, contiamo anche sulle risorse che scaturiscono dalla costante, fruttuosa ricerca di “giuste forme di collaborazione” – secondo le parole di Benedetto XVI – “fra la comunità civile e quella religiosa”.

Ma potrà anche l’apporto insostituibile della politica e dello Stato manifestarsi in modo da rendere possibile il superamento delle criticità e delle sfide che oggi stringono l’Italia ? Ci sono momenti in cui – diciamolo pure – si può disperarne. Ma non credo a una impermeabilità della politica che possa durare ancora a lungo, sotto l’incalzare degli eventi, delle sollecitazioni che crescono all’interno e vengono dall’esterno del Paese. Il prezzo che si paga per il prevalere – nella sfera della politica – di calcoli di parte e di logiche di scontro sta diventando insostenibile. Una cosa è credere nella democrazia dell’alternanza ; altra cosa è lasciarla degenerare in modo sterile e dirompente dal punto di vista del comune interesse nazionale. Ci fa riflettere anche quel che accade nel grande paese che è stato, con le sue peculiarità istituzionali, il luogo storico di una democrazia dell’alternanza capace di far fronte alle responsabilità anche di un determinante ruolo mondiale. Negli Stati Uniti vediamo appunto come, nell’attuale critico momento, il radicalizzarsi dello spirito partigiano e della contrapposizione tra schieramenti orientati storicamente a competere ma anche a convergere, stia provocando danni assai gravi per l’America e per il mondo, in una congiuntura difficile pure per quella causa della pace, dei diritti umani, dell’amicizia tra i popoli – si pensi alla tragedia del Corno d’Africa – che è iscritta nella stessa ragion d’essere del vostro Meeting.

Qui in Italia, va perciò valorizzato ogni sforzo di disgelo e di dialogo, come quello espressosi nella nascita e nelle iniziative, cari amici Lupi e Letta, dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà. Ma bisogna andare molto oltre, e rapidamente. Spetta anche a voi, giovani, operare, premere in questo senso : e predisporvi a fare la vostra parte impegnandovi nell’attività politica. C’è bisogno di nuove leve e di nuovi apporti. Non fatevi condizionare da quel che si è sedimentato in meno di due decenni : chiusure, arroccamenti, faziosità, obbiettivi di potere, e anche personalismi dilaganti in seno ad ogni parte. Portate nell’impegno politico le vostre motivazioni spirituali, morali, sociali, il vostro senso del bene comune, il vostro attaccamento ai principi e valori della Costituzione e alle istituzioni repubblicane: apritevi così all’incontro con interlocutori rappresentativi di altre, diverse radici culturali. Portate, nel tempo dell’incertezza, il vostro anelito di certezza. E’ per tutto questo che rappresentate, come ha detto nel modo più semplice la professoressa Guarnieri, “una risorsa umana per il nostro paese”. Ebbene, fatela valere ancora di più : è il mio augurio e il mio incitamento.

La Stampa 22.08.11

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“Il Quirinale ci dà ragione questo esecutivo è al capolinea”, di ANNALISA CUZZOCREA

La scelta di togliere l´Ici sulla prima casa è stata iniqua: nemmeno il Cavaliere la paga ad Arcore. Una rivalsa. E´ così che il vicesegretario del Pd Enrico Letta accoglie le parole di Giorgio Napolitano sul linguaggio di verità che il governo ha il dovere di usare davanti alla crisi. «Siamo stati sbeffeggiati per mesi dai media e dalla maggioranza perché parlavamo di una crisi che veniva nascosta, ora il Presidente ci dà ragione».
Però Napolitano è stato molto duro anche con l´opposizione, che imputa ogni criticità al governo e a chi lo guida. E´ un monito che il Pd deve raccogliere?
«Dobbiamo fare nostro l´appello di Napolitano perché c´è un cambio di passo della crisi e con le normali categorie non la si affronta. Dobbiamo anche riconoscere in modo autocritico che molti dei guai degli italiani sono vecchi di vent´anni».
Lei ha chiesto un passo indietro del premier per un governo di unità nazionale. Questo non contraddice la richiesta di Napolitano di collaborare subito su alcuni punti fondamentali. Come si fa?
«Siamo su un doppio binario. Da una parte c´è l´oggi, un decreto che deve essere convertito e che dobbiamo cercare di migliorare in ogni modo. Nel domani invece vedo un governo senza benzina, che non è in grado di andare avanti. Il divario tra i discorsi di Bossi e quelli di Alfano è irrecuperabile. Per questo, l´unica strada è un governo di responsabilità nazionale con tutte le grandi forze politiche».
Con dentro Pdl e Lega?
«Con dentro chi vuole fare quel che serve per il Paese».
Quali sono le modifiche che considerate irrinunciabili per la manovra?
«La prima grande questione riguarda il fisco, bisogna definire subito il profilo di un´Italia più equa. Poi gli immobili, la scelta di togliere l´Ici sulla prima casa anche ai ceti più abbienti è stata iniqua e sbagliata. Così si è fatto un danno enorme ai comuni. Il terzo capitolo riguarda le liberalizzazioni, e parlo di farmacie, banche, ordini professionali.
E´ realistico il desiderio di cambiare la manovra o arriverà la mannaia della fiducia?
«L´appello di Napolitano postula che il governo non la metta, né alla Camera né al Senato. Noi lo sfidiamo a non farlo, e ad affrontare la discussione nel merito dei singoli provvedimenti».
Montezemolo dice che il Pd tace, che da voi non viene alcuna proposta liberale.
«Martedì presenteremo la contromanovra, con il capitolo sulle liberalizzazioni che è centrale. Gli dimostreremo che giochiamo in attacco».

La Repubblica 22.08.11