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"Van Rompuy, batti un colpo", di Giuliano Amato

Nessuno criticherebbe oggi una politica europea che, forzando anche le procedure esistenti, ci fornisse con la creatività e la forza che servono una prospettiva alla quale affidarci, in un momento in cui non sappiamo più se il nostro nemico peggiore è il debito o il rischio di recessione e attorno a noi il mondo intero brancola nello stesso buio. Siamo pronti allora a benedire chiunque si muova per indicarci la strada e se lo fanno Francia e Germania non è il caso di andar troppo per il sottile e di piangere sul danno recato all’ortodossia istituzionale.

Ma proprio perché è questo il nostro stato d’animo, è stata cocente la delusione provocata dall’ultimo incontro fra Nicolas Sarkozy ed Angela Merkel. E l’esigenza che ora si avverte di più è evitare il ripetersi in futuro di esibizioni altrettanto estemporanee, seminando nei mercati, che di sicuro non ne hanno bisogno, ulteriori ragioni di incertezza su quello che intende fare l’Europa.

Sulla base del lavoro paziente ed efficace del presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, lo stesso Consiglio aveva deliberato mesi fa nuove regole per il patto di stabilità, il rafforzamento dei poteri di verifica della Commissione e di controllo dei bilanci nazionali in sede di Eurogruppo e di Ecofin, la creazione infine della “Facility” finanziaria in cui riversare lo sforzo comune a sostegno degli Stati deficitari in difficoltà. Dai due leaders più autorevoli dell’Eurozona ci si aspettava che dessero assicurazioni sulla rapida operatività dell’intero pacchetto e, possibilmente, sul suo stesso rinvigorimento, in funzione sia di stabilità che di crescita. E ad entrambi i fini, com’è noto, poteva essere spesa un’apertura a favore degli eurobond, magari prevedendone l’adozione solo dopo che i debiti pubblici più problematici avranno bene avviato il loro rientro.

Nel comunicato dell’incontro a due non c’è traccia di questi temi, c’è invece la richiesta agli Stati che ancora non l’hanno di una clausola costituzionale per il pareggio di bilancio, c’è l’annuncio di una futura Tobin tax europea e c’è la proposta di incontri mensili dei capi di Stato e di Governo della zona euro, presentati come approdo di una forte governance economica comune. Ma tutti sanno che le riforme costituzionali sono lunghe e in taluni paesi passano anche per referendum obbligatori. Tutti sanno che una Tobin tax non condivisa a livello globale è solo un incentivo a spostare altrove le transazioni finanziarie (ed anche per questo i liberali tedeschi, alleati di governo della Merkel, sono contrari e tanto basta). Nessuno capisce quale sia il senso di una riunione mensile di capi di Stato e di Governo per migliorare la governance economica europea, a scapito degli organi a cui questa è già attribuita.

Chi può rimediare, chi può far scendere i leaders europei da Marte sulla Terra, come ha scritto giustamente Carlo Bastasin su questo giornale? C’è per nostra fortuna il Presidente Van Rompuy e se questa mia Lettera dovesse avere un unico destinatario, a lui la vorrei indirizzare. Van Rompuy sa bene che quella riunione mensile può addirittura risolversi in una violazione dei Trattati, che assegnano il monitoraggio sui debiti nazionali al trio Commissione-Eurogruppo-Ecofin (articoli 121 e 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione) e stabiliscono in via generale che «ogni istituzione agirà nei limiti dei poteri ad essa conferiti e nel rispetto delle relative procedure» (articolo 13 del Trattato sull’Unione). Del resto fu proprio lui mesi fa ad esercitare saggiamente il mandato che aveva ricevuto dal Consiglio, facendo formulare le sue proposte dai ministri finanziari e prevedendo in esse poteri rafforzati della stessa Commissione.

Ecco, davanti all’invito di Francia e Germania a dar corso ai loro orientamenti faccia ora la stessa cosa. L’articolo 15 del Trattato sull’Unione stabilisce che il Presidente del Consiglio europeo ne prepara i lavori «in cooperazione con il Presidente della Commissione e sulla base dei lavori del Consiglio per gli Affari generali». E se si vuole riunire un Consiglio europeo dei soli paesi dell’Eurozona su questioni solo economiche, diviene l’eurogruppo dell’Ecofin la sede ministeriale da coinvolgere. Ebbene, Van Rumpuy prepari quelle riunioni nel rispetto di questa procedura. Dia modo alla Commissione e ai ministri finanziari di fare le loro valutazioni sugli andamenti dei debiti (e delle economie) nazionali e di fornire lo stato di avanzamento sui lavori europei in corso. In tal modo, i capi di stato e di governo, anziché inventarne ogni mese una nuova per attirare l’attenzione dei media, saranno messi in mora sulle decisioni dei loro stessi paesi da cui dipendono i completamenti necessari. E forse, dati alla mano, si convinceranno anche che gli eurobond costerebbero assai meno di ripetuti trasferimenti alla futura “facility”.

Ma non ci sarà solo questo. Intanto si sarà evitata quella fine del sogno comunitario, che non arbitrariamente qualcuno ha letto nel ripetersi di questi incontri bilaterali, insediatisi sempre più pericolosamente nello spazio delle sedi istituzionali europee col rischio che le sostituiscano anziché promuoverne (com’è più che lecito) un più efficace funzionamento. Siamo tutti laicamente aperti al “metodo dell’Unione”, proposto dalla Cancelliera Merkel. Ma c’è un limite a tutto, anche al relativismo sul metodo.

Inoltre, riunioni ben preparate dalla Commissione e dai ministri finanziari potranno fornire al mercato informazioni puntuali sul coordinamento in essere fra le politiche di bilancio, sul lavoro delle vecchie e delle nuove istituzioni comuni, sugli obiettivi loro assegnati per i mesi futuri e sugli strumenti di cui si prevede di dotarle per realizzarli. Ed è esattamente questo ciò che serve ai mercati: non dichiarazioni rinnovantisi di pur autorevoli personalità europee, ma punti di riferimento affidabili sulle scelte che sta facendo e intende fare nella sua integrità l’Europa dell’euro.
n quanto ciò accada, c’è un terzo anello al quale si può arrivare, il coordinamento delle scelte europee con quelle dei grandi protagonisti del mondo, impantanati, ciascuno a suo modo, nei nostri stessi problemi. La stagnazione ha più cause, ma è anche figlia delle incertezze, e delle scoordinate improvvisazioni dei governi, che concorrono non poco a bloccare investitori finanziari, consumatori e imprese. Fare l’opposto di sicuro non basta, ma la certezza su ciò che faranno i governi è di per sé uno stimolo allo sviluppo.

C’è insomma bisogno di più Europa e chiunque parli con Washington e con Pechino sa che è il mondo intero, non solo noi, a sentirlo. Non servono a soddisfarlo le recite a soggetto, serve la paziente costruzione dei pezzi che mancano a una più forte integrazione. Il Presidente Van Rompuy ha la responsabilità di provarci. Confidiamo in lui.

Il Sole 24 Ore 21.08.11

"L'estate morale", di Massimo Gramellini

Dove sono finite le berluschine di Villa Certosa, le suffragette di Gheddafi, la casa di Montecarlo del cognato di Fini, il cognato di Fini medesimo? E le feste oltraggiose dei ricchi volgari, i dibattiti sul nulla pieno di vuoto, il cazzeggio elevato a nobile arte? Nell’estate del nostro scontento ci riscopriamo più sobri e più seri.

E’ impressionante come cambi in fretta l’umore di un popolo. Ancora l’estate scorsa ci distraevamo dalla crisi incombente con una dose massiccia di pettegolezzi sul Potere. E anche chi, a parole, si indignava per lo scadimento del dibattito pubblico non riusciva a sottrarsi alla tentazione di sbirciare dal buco della serratura. Ora la crisi ha rimesso tutte le cose al loro posto. Le scemenze, anche se politicamente o penalmente rilevanti, retrocedono al rango di scemenze. E i giornali e le chiacchiere da ombrellone si riempiono di numeri, di fatti, di cose concrete.

Persino la paura ha cambiato segno: non più quella vaga, e agitata ad arte, di batteri killer o attentati terroristici in serie, ma il realistico spavento che attanaglia chi rischia di perdere un lavoro o un benessere lungamente sudato.

Il processo di luglio a un giornale scandalistico inglese, reo di usare il gossip come strumento di lotta politica, è stato l’evento simbolico di questo mutamento di clima. L’anticipo di quanto sarebbe successo ad agosto con il crollo delle Borse, le fiamme nichiliste di Londra, la Manovra Succhiasoldi. La signora Realtà che invade il palinsesto delle nostre vite per ricordarci che la ricreazione è finita. Anche per i ricchi, che si vergognano a ostentare la loro ricchezza, chiamando pudore quella che per molti di loro è solo paura. E anche per la Casta: sempre più elevata a capro espiatorio dell’impotenza collettiva, però redenta almeno in parte dalla necessità di occuparsi finalmente di temi alti. Oggi non ci si divide più sul bunga bunga, ma sugli eurobond. E nessuna macchina del fango avrebbe più il potere di orientare l’opinione pubblica, interessata alle tasse e molto meno alle risse.

Qualche bastiancontrario in malafede accuserà questo articolo di tessere l’elogio della crisi e il suo autore di rosibindismo: come osa esaltare gli effetti moralizzatori dell’impoverimento collettivo? Nessuna esaltazione. Sarebbe meraviglioso essere tutti benestanti, occupati e al tempo stesso evoluti ed equilibrati. Ma intanto è un fatto che in un’epoca che respinge i valori spirituali e trema di imbarazzo anche solo a parlarne, l’improvvisa disintegrazione delle certezze materiali stia producendo un riassestamento delle gerarchie interiori. L’amore recupera il posto che gli spetta: il primo. Mentre la terra trema sotto i nostri piedi, tutti hanno bisogno di certezze e i «ti amo» di questo ferragosto hanno un peso più forte del solito. Sono quasi un patto di sostegno reciproco. Chi credeva timidamente in qualcosa, una fede o un suo sogno profondo, ricomincia a farlo con la solennità dei momenti speciali. C’è la sensazione diffusa di essere usciti dalle pagine del gossip per piombare nella storia. Una gran brutta storia, per ora. Ma i cambi di stagione cominciano sempre così. Con un bisogno inaudito di serietà, che sta a noi non confondere con la sorella più bieca: la pesantezza.

La Stampa 21.08.11

"Passione e amore così tutti possiamo essere campioni" di Josefa Idem

Sono felicissima. Felicissima e stremata. Per l’ottava volta avrò il privilegio di andare alle Olimpiadi e vivere quella fantastica esperienza di competere con le migliori atlete del mondo. Oggi per la millesima volta nella mia carriera ho sbagliato la partenza e nel finale è arrivata lastanchezza e l’emozione per giocarsi in poco più di un minuto un anno di allenamenti e sacrifici. Ma ancora una volta
ce l’ho fatta. È stato un anno durissimo, non per la pressione di dover conquistare la qualificazione a Londra 2012 ma per i tanti infortuni che mi sono capitati. Ad aprile tre settimane di febbre e tre
settimane fa un’infiammazione al tendine della spalla destra che mi dava dolore anche quando dovevo mettere la freccia mentre guidavo. Ad un certo punto mi ero detta: è il destino che mi vuol dire di lasciare… Ma poi ho trovato la forza di reagire, mi sono detta: «O la va, o la spacca». L’infortunio non si poteva curare in meno di un mese, così ho sfidato il destino: o mi rompo la spalla o ce la faccio. Per fortuna la spalla mi faceva male sempre tranne
quando ero in canoa: un segno del destino. Ora sono qua a festeggiare con i miei Janek e Jonas e con mio marito Guglielmo che come al solito mi ha preparato benissimo. Andrò a Londra, alla mia ottava olimpiade. Se penso alla mia prima esperienza, a Los Angeles 1984, mi vengono i brividi. È passata una vita. Mi ero detta che non volevo diventare una nonna in canoa, e invece…. Se potessi tornare indietro mi piacerebbe andare da quella ragazza incosciente di nome Josefa che canoava per la Germania Ovest e dirle che la vita è molto più leggera di quello che lei pensa! Che le
soddisfazioni più grandi arrivano continuando con passione a fare quello che si ama fare. Senza vivere spasmodicamente la
competizione, ma concentrandosi sugli allenamenti e su se stessi per fare il meglio possibile: così ci si gode la vita!
L’ottava olimpiade. Mi dicono che anche i fratelli D’Inzeo ci arrivarono nell’equitazione. Faccio i complimenti e mi tolgo il cappello davanti al loro esempio, ma io mi raffronto con le donne, anche perché sono sempre stato io il mio cavallo. Non so se sono un modello, lo devono dire gli altri. So che mi piace condividere quello che lo sport mi ha insegnato con le giovani canoiste e con i ragazzi girando, come faccio spesso, nelle scuole. Il messaggio più
importante che cerco di dare è che ognuno di noi in realtà abbiamo molto più potenziale di quanto immaginiamo, che possiamo andare molto oltre alla nostra pigrizia e agli aspetti leggeri della vita: tutti abbiamo la possibilità di diventare campioni e protagonisti della
nostra vita. L’importante è scegliere lo sport, o la passione, a noi più adatta. Negli ultimi anni noi donne abbiamo trascinato lo sport in Italia. Questo è un fatto. Una spiegazione io me la sono data.
Anche oggi, come quasi sempre, prima della gara volevo scappare, andare a nascondermi per paura. Ma chi come me è madre, quando era incinta ha superato una prova così grande da infondere una forza incredibile. Quando stai per partorire non puoi scappare, non
puoi dire è troppo impegnativo, io lascio. Quel dolore ce lo portiamo dentro, noi donne siamo nate per essere atlete.

L’Unità 21.08.11

"La crisi stringe le giovani famiglie" di Melania Di Giacomo

Solo 3 su 10 risparmiano. Lavoro, ripresa difficile: nel 2011 previsti 88.000 posti in meno. Sono le difficoltà dei trentenni a trovare lavoro, a mettere da parte un po’ di soldi e a trovare casa, in sostanza a costruire una famiglia che possa resistere agli alti e bassi, il segno più evidente della crisi. Solo 3 giovani famiglie su 10 riescono ad accumulare qualche risparmio, il 58% — dice un’indagine di Censis e Unipol — spende tutto il proprio reddito mensile, e il 5% è costretto a indebitarsi. Il 28,6% dei capofamiglia fino a 35 anni indica di essere riuscito a mettere da parte qualcosa, e il 22% possiede solo la casa dove abita. E a proposito di condizioni abitative, oltre il 40% delle famiglie giovani vive in una casa in affitto. Segno delle difficoltà di una generazione, perché se la cavano meglio i quarantenni e i cinquantenni: «Il 38% riesce a risparmiare», mentre in media la prima casa è una sicurezza per il 40% delle famiglie. Le più giovani sono quelle che in numero maggiore spendono tutto il loro reddito mensile (il 58,4% contro la media del 52,5%) e che sono costrette a indebitarsi (il 5% contro la media del 3,7%).
A fare il paio con questi dati che parlano di un’economia in sofferenza, «l’emorragia» di posti di lavoro. Nel 2011, secondo Unioncamere, la bilancia tra quelli creati e quelli che invece vanno in fumo pende ancora verso i secondi: il risultato è 88 mila posti di lavori in meno, con un calo dell’occupazione dipendente dello 0,7%, ancora in perdita dopo il meno 1,5% del 2010 e il meno 2%, con 213 mila posti di lavoro persi nel 2009, anno nero della crisi. E le previsioni da qui alla fine dell’anno non lasciano sperare in meglio: «L’industria va verso un autunno incerto, sono fermi commercio e servizi». Questa la sintesi dell’indagine congiunturale dell’Unione delle Camere di Commercio. «Anche a causa dell’accresciuta incertezza sull’intensità della ripresa internazionale e le forti tensioni sul debito nella seconda metà dell’anno», deduce: «L’inversione di tendenza non sembra essere alle porte soprattutto per il settore industriale».
Nel 2011 — prevede il centro studi — ci saranno quasi 44 mila ingressi nel mondo del lavoro in più rispetto al 2010, ma saranno comunque inferiori alle uscite. Va male il manifatturiero, ma soprattutto le costruzioni (calo degli occupati del 2,5%). Nel totale i due settori avranno a fine anno una perdita stimata in quasi 59 mila unità (-1,2%). I servizi dovrebbero fermarsi a quota meno 29 mila posti (-0,4%). Quelli che più risentiranno del calo di occupazione sono alberghi, ristoranti e servizi turistici, con flessioni dell’1%, mentre nel commercio i livelli occupazionali sono stazionari(-0,2%), ma nel settore si registra un -1,5% delle vendite nel secondo trimestre dell’anno.
Se si è piccoli si soffre di più: saranno, infatti, 41 mila i posti in meno nelle imprese fino a 9 dipendenti, dato che — si spiega — conferma la tendenza dello scorso anno. In confronto le imprese con oltre 250 dipendenti perderanno 7.600 posti.
E se il Centro-Nord piano piano rialza la testa, il Sud «appare ancora in grande affanno». Il Nord-Ovest, infatti, ha in programma una contrazione di oltre 19 mila posti di lavoro (-0,5%), il Nord-Est di 10.600 (-0,4%), il Centro di 16.600 (-0,7%). Al Sud, al contrario, i posti di lavoro in meno dovrebbero essere oltre 41 mila (-1,6 %). A provocare queste ulteriori difficoltà del mercato del lavoro nel Meridione sono soprattutto le previsioni negative delle piccole e piccolissime imprese dell’area (ovvero quelle con meno di 50 dipendenti), il cui saldo a fine anno dovrebbe superare le 28 mila unità in meno.
In questo quadro fosco c’è anche un dato positivo: nei servizi avanzati le imprese prevedono di aumentare di circa 1.500 unità i propri dipendenti, con un tasso di crescita, quindi, dello 0,4%.

Il Corriere della Sera 21.08.11

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“Occupazione, autunno nero. Altri 88mila posti in fumo”, di Felicia Masocco

Meno di un mese fa il centro studi di Confindustria diffondeva un’indagine sull’occupazione che definiva «depressa», incapace di rialzare il capo, per nulla stimolata dalla ripresina, quei pochi decimali di crescita del Pil in cui tanti avevano riposto troppa (strumentale) fiducia. I dati (più licenziamenti, meno assunzioni, più contratti a termine, più cassaintegrazione) si riferivano infatti al 2010, anno della “ripresina”ma anche dell’«onda lunga della crisi», quella iniziata nel 2008.
CRISI SU CRISI Ora se ne affaccia un’altra, lo indicano le turbolenze sui mercati finanziari, i tagli alle previsioni di crescita dell’economia globale, alla parola recessione che torna nei pronostici statunitensi. Quanto all’Italia, per l’Istat il Pil a fine anno segnerà +0,7%, più basso del +1,1% indicato dal governo del Def. Certo non aiuterà la manovra depressiva del governo in cui non c’è traccia di investimenti, che taglia la spesa pubblica (posti di lavoro compresi), che assottiglia il potere d’acquisto di intere categorie: non porterà crescita dicono gli analisti. E senza crescita non può esserci nuova occupazione. Né si recupera quella persa. Arriva un’onda quando l’altra non è ancora rientrata e l’Italia non si è data neanche un salvagente. Lo dice il rapporto Unioncamere, ultimo in ordine di tempo di una lunga lista di report univoci nel descrivere il lavoro che non c’è. Ai 2milioni di disoccupati contati in giugno dall’Istat altri se ne aggiungeranno fino alla fine dell’anno che chiude con meno 88mila posti nelle aziende con almenoun dipendente. L’occupazione calerà quindi dello 0,7%, meno della discesa dell’1,5% del 2010 ma ancora in perdita. Soprattutto nell’industria che secondo le stime dell’ultimo bollettino di Bankitalia chiuderà il 2011 con un calo degli occupati dell’1% dopo il -2,2 del 2010. Non si vedono spiragli, è questo che preoccupa. «Per l’incertezza della crescita internazionale un’inversione di tendenza non sembra essere alle porte, soprattutto per il settore industriale», argomenta l’unione delle Camere di commercio. L’industria ha pagato cara la crisi e l’assenza di politiche per contrastarla. Al ministero per lo Sviluppo pendono 187 tavoli di crisi: sono aziende che licenziano, ristrutturano, falliscono o tentano di resistere parcheggiando migliaia di lavoratori in cassa integrazione. Sono 223mila i lavoratori coinvolti e di questi, secondo la Cgil, 57 mila rischiano molto seriamente di rimanere a spasso. Scorrendo la lista si incontrano nomi arcinoti tanto è annosa la loro vertenza: Antonio Merloni, Vinyls, Lucchini, Eurallumina, Agile-Eutelia, Videocon, Omsa, Eaton e alcuni addentellati Fiatcome Irisbus o Termini Imerese che a fine anno chiude e non si sa con quale prospettiva. Sorprende ritrovarle ancora aperte dopo due, tre anni di tavoli apparecchiati. E questa è solo la punta dell’iceberg, perché al ministero non arrivano le crisi delle piccole e medie imprese, ossatura del nostro sistema produttivo.
GLI SCORAGGIATI, UN ESERCITO Un altro indicatore: sono mezzo milione, secondo l’osservatorio della Cgil, gli uomini e donne che usufruiscono degli ammortizzatori sociali dall’inizio dell’anno, 380mila di loro sono in cig straordinaria o in deroga. Da gennaio i loro redditi si sono assottigliati di 4.600 euro. E restando in tema ammortizzatori, non si può non parlare dei precari: dei 200 milioni stanziati per dare un’indennità a chi si ritrovava disoccupato, ben170 sono rimasti nelle casse dello Stato tanto erano severi i requisiti per accedervi fissati dal governo. È noto che la maggioranza dei precari sono giovani e che l’Italia è terza in Europa per disoccupazione giovanile, dopo Spagna e Slovacchia (fonte Eurostat). La media Ue è del 20,3%, l’Italia è al 27,8 dopo aver sfiorato il 30%. Prospettive? Poche data l’aria che tira. E i primi a esserne convinti sono loro, parte maggioritaria di quell’esercito di scoraggiati, 1milione e mezzo, che nel 2011 ha smesso di cercare lavoro perché ritengono impossibile trovarlo. Si tratta di un fenomeno che dilaga nel Sud e tra le donne. A confronto con il 2004, primo anno per cui sono disponibili i dati, le persone che dichiarano di non essere a caccia di un’occupazione perché tanto non la trovano sono aumentate del 50 per cento. E, tra l’altro,non vengono calcolati tra i disoccupati, ma fanno parte degli inattivi, ovvero delle persone in età lavorativa che non hanno e non cercano un impiego. E l’autunno non è ancora iniziato.

L’Unità 21.08.11

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«Crisi gravissima Governi incapaci di trovare soluzioni», intervista a Luciano Gallino di Massimiliano Amato

La catastrofe s’allarga, professor Gallino. E lei,naturalmente, non è per niente sorpreso. Giusto?
«Era inevitabile. Sarei quasi tentato di affermare che il rapporto Unioncamere non ci dice nulla che già non sapessimo. Il crollo dell’occupazione è un ulteriore effetto della totale inefficacia delle politiche per il lavoro, non solo italiane, ma europee». Luciano Gallino, sociologo del lavoro, risponde dalla sua casa di Parigi, dove si è ritirato a scrivere un’altra delle sue analisi sugli effetti della finanziarizzazione esasperata dell’economia, alla base del default dell’Occidente.
Vede spiragli?
«Nell’immediato no. Il tracollo coinvolgerà sempre di più tutto il continente. Per il momento, ne resta fuori la sola Germania, che riesce a mantenere stabile il saldo tra disocuppati, inoccupati e occupati. Ma lo fa a spese degli altri paesi».
Un’opera di cannibalizzazione?
«Infatti. I tedeschi esportano moltissimo, a scapito della produttività altrui. In Italia, in Francia e nel resto d’Europa la contrazione produttiva porta al taglio della manodopera. E alla delocalizzazione».
E quindi era già tutto previsto?
«Siamo nel pieno di una crisi gravissima, e non lo scopro io. Questa è la terza ondata del default che ha colpito l’economia finanziarizzata: la prima nel 2001, la seconda nel 2007-2008, la terza oggi. A tenere insieme le tre fasi, c’è la sostanziale incapacità
dei governi, non solo quello italiano, ad individuare il nucleo centrale di questa crisi, e a predisporre politiche adeguate».
Quanto durerà quest’agonia?
«Molto, temo. La fine del mondo globalmente finanziarizzato sarà lunga e dolorosa. In Europa sono esplose le contraddizioni che sono alla base del processo di integrazione».
L’Europa dei banchieri che ha relegato in un angolo quella della politica.
«Più corretto dire che un’impostazione ha prevalso sull’altra. Sulle politiche del lavoro, oltre alle enormi responsabilità dei governi ha influito il ruolo negativo svolto dalla Banca centrale».
Cioè?
«La Bce ha come principale compito statutario la difesa della stabilità dei prezzi: si tratta di un suicidio economico. È un limite istituzionale enorme, perché impedisce alla principale istituzione finanziaria di sostenere la crescita e l’occupazione. La Bce dovrebbe
fare quello che fanno la Banca d’Inghilterra o la Federal Reserve, nei cui Statuti c’è, innanzitutto, la difesa di lavoro e sviluppo ».
Tutto da rifare, quindi?
«Più o meno sarebbe così, ma non mi faccio illusioni: ci scontriamo
con l’ottusa insistenza dei monetaristi alla Trichet e con l’incapacità
mostrata dai politici europei a farsi promotori di una modifica statutaria».
E l’Italia?
«È il Paese con i problemi più acuti:
non avendo una politica industriale uscirà peggio di tutti gli altri da questa crisi».
Ci sarebbe il settore auto.
«Io penso che l’età dell’auto sia finita, o debba finire presto. Ma poi, nel quadro attuale, con le 600mila vetture che produciamo ogni anno pensiamo di concorrere con la Germania che ne produce 5 milioni e mezzo? Le banche dei lander hanno sostenuto la crescita del settore. Il resto l’hanno fatto gli accordi con i sindacati che, pur pagando un prezzo elevato, sono riusciti a ridurre l’emorragia».
In Italia, invece, un prezzo altissimo i lavoratori lo pagano a prescindere.
«Le ultime proposte di Sacconi riportano indietro l’orologio della Storia. Una beffa di cattivo gusto. E poi, come si fa a contrattare i salari in base alla produttività delle singole aziende, se lo schema fordista della fabbrica unica è completamente saltato? E poi: si mette mano allo Statuto nel momento peggiore. Tutto ciò è possibile perché la crisi indebolisce molto i sindacati, che sono
sotto attacco da trent’anni».
Dovrebbero cambiare pelle anche loro?
«C’è qualcosa da aggiornare, nel senso di una maggiore internazionalizzazione della loro azione. Vicende come quella di Pomigliano si sono potute concludere in un certo modo perché nel mondo ci sono un miliardo di lavoratori a cui le condizioni di Marchionne stanno bene. Il problema è portare i lavoratori del terzo mondo ai livelli del primo. Obiettivo possibile solo con una dimensione sovranazionale dell’azione sindacale».

L’Unità 21.08.11

"Parlamento e doppio lavoro", di Pietro Spataro

C’è una questione che fa tanto discutere e suscita reazioni dure, soprattutto oggi che la crisi morde le famiglie italiane: lo stipendio dei parlamentari. Non c’è dubbio che deputati e senatori guadagnino un bel po’, più di altri loro colleghi all’estero. Per questo è giusto procedere rapidamente a un adeguamento ai livelli europei.
Ben oltre il taglio del 5% previsto nel decreto sulla manovra. A rifletterci bene, però, non è questo l’aspetto più discutibile. Il problema grave è un altro: che sia ammesso il cumulo tra il reddito parlamentare e quello derivante da un secondo lavoro, che consente a molti di rimpolpare l’indennità pagata dallo Stato. In Parlamento sono 446 gli onorevoli (quasi la metà del totale) che si trovano in questa anomala situazione. Poco meno di un terzo di loro sono avvocati, seguono imprenditori, dirigenti, giornalisti e medici. Ora, dovete sapere che se un dipendente pubblico diventa parlamentare viene messo subito in aspettativa e non prende un euro dal vecchio lavoro. Succede ai magistrati o ai docenti. E perché non dovrebbe valere per gli avvocati? Solo perché una buona parte sono fedelissimi del Cavaliere?
Questa strana regola del doppio lavoro pone due questioni rilevanti. La prima riguarda il conflitto di interessi. L’esercizio di un’attività o di una professione comporta la stipula di contratti e obbligazioni e l’assunzione di decisioni che possono entrare in conflitto con l’autonomia del parlamentare che è alla base del patto sottoscritto con gli elettori. Qualcuno dirà che, di fronte al ben più grande conflitto di Silvio Berlusconi, questo è poca cosa. Fatte le debite proporzioni, non è così: sono due facce dello stesso «scandalo italiano». La seconda questione è ancora più seria perché tocca il rapporto tra eletto ed elettore e investe la funzione di rappresentanza. «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione», ci ricorda la Costituzione.Nell’esercizio di questa funzione non vale il censo, e infatti il parlamentare «riceve un’indennità stabilita dalla legge». Questo fa sì che possa fare il deputato (come accade, anche se sempre più di rado) un operaio, un impiegato o un precario. Insomma, anche chi non è ricco. Semplificando: il
parlamentare è, per la durata del mandato, un «funzionario dello Stato», si occupa del bene comune, è al servizio della Nazione. Quando l’elettore sceglie il suo rappresentante vuole che faccia stabilmente (e anche seriamente) il lavoro per cui viene pagato. Senza alcuna distrazione. Il doppio lavoro non garantisce: anzi, da uno studio della «voce.info» risulta che l’assenteismo, in questi casi,
aumenta. E oggi siamo al 37%. Noi vogliamo che, come accade nel Congresso Usa, chi siede in Parlamento faccia il parlamentare e basta. Metta da parte il vecchio lavoro, reddito compreso (gli strumenti tecnici si possono facilmente individuare) prenda il solo stipendio pubblico, lavori a tempo pieno e renda conto del suo impegno. Per questo l’articolo 13 del decreto sulla manovra ci pare tanto un buffettino: dimezzare l’indennità di base (che è di 5486,58 euro) nel caso in cui le entrate extra del parlamentare superino il 15% dello stipendio pubblico, sembra solo un contentino simbolico. Che sono 2700 euro in meno per chi, in alcuni casi, viaggia su redditi milionari?
Siamo convinti che la politica sia una cosa seria, che l’esercizio del ruolo parlamentare debba ritrovare la dignità perduta: è un lavoro importante e non un tempo tra un’udienza e l’altra. Contro questa insostenibile anomalia ci batteremo con forza, senza fare sconti a nessuno. Perché la politica è un «bene comune» e non un affare privato.

L’Unità 21.08.11

"Tv, sei frequenze digitali in regalo così lo Stato rinuncia a 3 miliardi", di Aldo Fontanarosa

Pd all´attacco: “Il governo deve metterle all´asta”. La procedura scelta prevede la concessione a chi ne ha i requisiti, in corsa Rai e Mediaset. Vita: “Lottiamo dal 2009 per evitare un simile scempio, c´è il precedente della gara per l´Umts”. E se una volta tanto a pagare fossero le televisioni? Ora che la manovra di Tremonti chiede sacrifici ai pensionati, agli insegnanti e alle piccole imprese, viene alle mente chiara una strada alternativa che il governo può percorrere se solo vuole: mettere all´asta le frequenze che ha in mano e incassare tanti milioni dalle emittenti che se le aggiudicheranno. Al momento, le frequenze stanno per essere regalate alle tv senza il minimo corrispettivo in cambio.
Nell´Italia dell´etere selvaggio, il Garante per le Comunicazioni è riuscito in un piccolo miracolo. Ha scovato 6 nuove frequenze nazionali che possono ospitare ripetitori e portare programmi tv agli italiani. Cinque frequenze sono buone per il digitale terrestre mentre la sesta frequenza può veicolare la televisione in mobilità (il Dvbh) che si vede – metti – su un cellulare o su un tablet.
«Di questi tempi, con questi chiari di luna, il governo ha un preciso obbligo morale – spiega il senatore Vincenzo Vita dei Ds – vendere all´asta queste frequenze e incassare il più possibile. In questo modo, potrà ridurre i sacrifici che oggi vuole imporre alla parte debole del Paese con i suoi prelievi dissennati. Io, il senatore Luigi Zanda, mi auguro anche l´Idv e l´Udc proporremo tre cose in un emendamento alla manovra di Tremonti: asta delle frequenze, asta delle frequenze e asta delle frequenze, prima che sia troppo tardi».
Questa battaglia, spalleggiata anche da Giuseppe Giulietti, è iniziata nel 2009 quando lo stesso Garante per le Comunicazioni – organo che vede il centrodestra in maggioranza – diede il via libera al “concorso di bellezza” (beauty contest). In altre parole, il Garante ritenne legittimo e possibile che le frequenze venissero regalate agli editori – nuovi o vecchi, come Rai e Mediaset – forti di alcuni requisiti, di alcune qualità imprenditoriali. Poi sono arrivati il bando e il disciplinare di gara. Ed ora, il 6 settembre prossimo, partirà la preselezione delle emittenti candidate ad ottenere le frequenze.
Il treno è lanciato in corsa, a meno che l´emendamento delle opposizioni non trovi la maggioranza dei voti in Parlamento. In questo caso, il governo dovrà riportare l´intera pratica alla casella di partenza, rinunciare a regalare frequenze e organizzare, appunto, un´asta.
Un precedente, d´altra parte, c´è stato ed è ben noto a tutti. A Natale del 1999, il Garante per le Comunicazioni spiegò come assegnare agli operatori della telefonia un certo tipo di frequenze: quelle che avrebbero permesso il lancio dei servizi di tipo Umts. In quella occasione, il Garante si spese per la “licitazione provata”. Suggerì, in altre parole, che le frequenze venissero date agli operatori attraverso una gara ad inviti. A marzo del 2000, il ministero per le Comunicazioni stimò in 3000 miliardi (di lire) i soldi che sarebbero arrivati in cassa alla fine della gara. Un mese dopo, il presidente del Consiglio Giuliano Amato lasciò i deputati a bocca aperta. In un suo intervento alla Camera, annunciò il dietrofront. Le regole andavano cambiate, spiegò, e le frequenze assegnate attraverso un´asta con rilanci.
A gennaio del 2001, la Befana portò in regalo al governo Amato la bellezza di 26.750 miliardi di lire, effetto proprio dell´asta competitiva.
Dice ancora Vincenzo Vita: «Le nostre stime dicono che oggi il governo Berlusconi può avvicinare quel successo. Organizzare un´asta con rilanci per le frequenze stavolta televisive porterà in cassa dai 3 ai 4 miliardi di euro». Tanta roba. E sempre meglio di un regalo.

La Repubblica 21.08.11

"Bersani: «Governo allo sbando». E presenta le controproposte Pd", di Nini Andriolo

Il leader dei democratici annuncia: al confronto in Parlamento andremo con soluzioni praticabili. «Il nostro piano consente di mantenere i saldi dando uno stimolo all’economia e superando i gravi tagli agli enti locali». Il governo «non regge più il timone
della nave» e la maggioranza «sbanda» paurosamente. «La prossima settimana rischia di aprirsi un’incertezza pericolosa per il Paese», avverte Bersani. E annuncia che il Pd presenterà martedì «all’opinione pubblica e alle forze sociali» gli emendamenti che traducono le misure alternative alla manovra «iniqua e depressiva» di Berlusconi. Fatti salvi gli emendamenti che verranno elaborati autonomamente dalle diverse forze dell’opposizione, i democratici
apriranno un confronto con Udc e Idv per una iniziativa parlamentare unitaria sulla manovra. «Cercherò contatti con tutti – spiega Bersani – Ci sono convergenze obiettive come il no al contributo di solidarietà per chi già paga le tasse e non per gli evasori». Numeri alla mano «il piano del Pd consente di mantenere
i saldi, di dare uno stimolo all’ economia e di caricare in modo equo il peso della manovra superando il prelievo Irpef e i gravi tagli ai servizi locali. Per il segretario, il Pd arriverà «al confronto in Parlamento con le idee chiare e con soluzioni vere e praticabili». Durissimo Bersani con il centrodestra per lo spettacolo offerto in queste ore dal Pdl e dalla Lega. «Per amor di patria, la maggioranza
metta rapidamente un qualche rimedioall’incredibile babele di questi
giorni», accusa. Pier Ferdinando Casini, nelle stesse ore, chiede a Berlusconi di «intervenire perché una coalizione paralizzata e idee in ordine sparso non tranquillizzano i mercati». E il leader Udc, come
Rosi Bindi, boccia la proposta di far pagare l’Ici alla Chiesa per gli immobili. «Penso proprio che non l’appoggeremo – afferma la presidente Pd parlando dell’emendamento radicale sul tema – Le opere di carità della Chiesa in questo momento sono importanti soprattutto in una fase di crisi».
Preoccupatissimo Bersani. Il Paese «rischia» molto, insiste il leader democratico. Che accusa la maggioranza di sottovalutare pesantemente «la gravità del momento» e «le preoccupazioni degli italiani». E il leader Pd torna a chiedere le dimissioni di un esecutivo che non ha più né rapporto con il Paese. né senso della realtà.
PAGANO SEMPRE GLI STESSI
La manovra? «Vogliono che continuino a pagare quelli che pagano
sempre», commenta il leader democratico. I tagli agli enti locali, tra l’altro, determineranno una vera e propria «macelleria sociale», mentre non si prevede nulla per la crescita e per l’occupazione giovanile. Il Pd, al contrario, propone «un contributo ordinario sulle grandi proprietà immobiliari, progressivo e con larghe esenzioni» e l’una tantum – dal 15 al 20%- sui capitali scudati per dirottare risorse verso lo sviluppo. «La pubblica amministrazione potrebbe cominciare a pagare i suoi fornitori e le piccole imprese creditrici – aggiunge – Mentre con un’altra quota di queste risorse i comuni potrebbero fare investimenti».Ma per il rilancio dell’economia il Pd punta anche sulle liberalizzazioni, mentre tra le prime proposte della contromanovra c’è il taglio ai costi della politica e il dimezzamento del numero dei parlamentari.
L’ETÀ PENSIONABILE
«Abbiamo misure collaudate per scovare l’evasione fiscale – spiega ancora il leader Pd – Il governo propone la tracciabilità dei pagamenti a partire dai 2500euro, noi chiediamo di abbassarla a 1000 euro. Inoltre non sarà più possibile pagare in contanti sopra i 300 euro prestazioni e servizi». Quanto alle pensioni per il leader Pd il sistema oggi «è in equilibrio». Innalzare l’età pensionabile, come propongono dal Pdl? «Se ne può anche discutere, a patto che sia previsto un sistema flessibile e volontario. Bisogna fare attenzione,
però, soprattutto ora che con i tagli agli enti locali si rischia di massacrare il sistema dell’assistenza». E il segretario Pd torna a battere sull’argomento che gli è caro: quello del «civismo», delle risorse «morali» da mobilitare per superare la crisi di un
Paese addormentato da chi per anni «ha strizzato l’occhio ai furbi che non rispettano le regole».

L’Unità 21.08.11