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"Noi partigiani diciamo: non toccate il 25 aprile", di Carlo Smuraglia*

Agli Onorevoli Presidenti dei Gruppi parlamentari del Senato e della Camera dei Deputati Onorevoli Presidenti, quando i quotidiani hanno dato notizia del progetto di inserire – tra le varie misure della più recente manovra – anche l’accorpamento delle festività laiche infrasettimanali alla domenica successiva, il Comitato Nazionale dell’Anpi ha espresso subito la più viva preoccupazione con un comunicato che faceva riferimento, in modo particolare, a tre festività di eccezionale rilievo e valore storico (25 aprile, 1 maggio e 2 giugno). Nel frattempo, ci sono pervenute – da ogni parte d’Italia – manifestazioni di esplicito dissenso rispetto a quel tipo di misure, accompagnate anche dall’opinione di non pochi economisti, secondo i quali l’incidenza delle stesse, sul piano economico, sarebbe sostanzialmente irrilevante. C’è un diffuso allarme, al riguardo di queste misure, in gran parte del mondo democratico e dei cittadini che credono all’importanza di alcuni valori imprescindibili. L’Anpi, ovviamente, è consapevole della necessità della pronta adozione di misure anche drastiche, per affrontare la grave crisi che si sta attraversando (non solo in Italia) ed evitare il peggio, convinta che solo misure che rispondano a criteri di equità e ragionevolezza possono essere recepite ed attuate con la necessaria convinzione e il conseguente impegno da parte di tutti.
Ma l’equità non si realizza soltanto sul terreno economico-sociale. Di
essa fanno parte anche valori fondamentali, di natura storico politica,
che riguardano l’intera collettività nazionale; prescindere da essi o negarli, significherebbe negare la nostra stessa storia, le origini della nostra libertà e della democrazia e misconoscere lo stesso significato del lavoro, posto giustamente a fondamento della Repubblica ed al quale è dedicata una festa che appartiene alla tradizione di tutti. È stato giustamente rilevato, da un illustre giurista (Alessandro Pace), che i francesi non accetterebbero mai di spostare la data del 14 luglio, così come gli americani non prenderebbero neppure in considerazione l’idea di spostare il Giorno dell’Indipendenza o il Giorno del Ringraziamento. Per tornare a noi, va detto, in particolare, che, fra le feste “laiche” che si vorrebbero spostare, quella del 25 aprile – festa nazionale e dunque di tutti – assume un significato del tutto particolare perché ricorda non solo la liberazione dalla dittatura e dall’invasione nazista, ma anche quelle centinaia di migliaia di cittadini che si sono sacrificati per la nostra libertà.
(…)
Mi permetto, perciò, a nome dell’Anpi Nazionale, di invitare tutti i Gruppi parlamentari ad una riflessione attenta e serena sulla questione che l’Anpi ha doverosamente sollevato e la cui sostanza confido che potrà essere accolta senza difficoltà. Se così sarà, ne guadagnerà l’intera collettività nazionale, pronta ad affrontare, quando necessario, anche importanti sacrifici, ma nel rispetto della nostra storia e dei valori che devono unirci perché sono alla base della Costituzione e della stessa convivenza democratica.

* presidente ANPI

L’Unità 23.08.11

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Festività accorpate, si rafforza il fronte del no

Contro la norma che vuole spostare le feste civili al lunedì o al venerdì, o farle coincidere con la domenica, per evitare i famosi «ponti» di vacanza e garantire più giorni di lavoro, si è levato un coro di no, dalle forze politiche ai sindacati, dall’Anpi, l’Associazione dei partigiani («Il 25 aprile non si tocca»), al popolo di Internet. Secondo il comma 24 dell’articolo 1 della manovra, non subiscono cambiamenti le feste religiose (regolate dal Concordato con la Santa Sede) mentre, tramite decreto del presidente del Consiglio da emanare entro novembre, dal 2012 rischiano di essere accorpate (e quindi di fatto abolite) le feste dei patroni cittadini e quelle civili: il 25 aprile (anniversario della Liberazione), il 1˚ maggio o ancora l’anniversario della Repubblica del 2 giugno. «In Francia non si permetterebbero mai anche solo di pensare di cambiare data al 14 luglio», sbotta l’ex ministro Pd Vannino Chiti, dando voce alla posizione del suo partito. L’Italia dei Valori, annuncia il capogruppo al Senato Felice Belisario, presenterà un emendamento che metta in salvo le feste civili, per non «sacrificarne il valore storico, sociale e culturale». Contro la norma la Cgil ha lanciato anche una petizione.

La Stampa 23.08.11

"La ricerca perduta", di Pietro Greco

Alla fine anche gli ultimi nodi sono venuti al pettine. In un solo anno, tra il 2008 e il 2009, la produzione scientifica dell’Italia è crollata del 22,5% passando da 52.496 articoli pubblicati si riviste internazionali con peer review ad appena 40.670. Ponendo fine a una crescita, ininterrotta e senza pari in Europa, che durava da trent’anni. Che aveva consentito alla scienza italiana di mascherare, attraverso la produttività dei singoli (altro che fannulloni) le fragilissime basi del sistema e di assorbire, persino, l’«effetto Cina». È questa, in estrema sintesi, la novità contenuta nell’articolo «Is Italian science declining?» (La scienza italiana è in declino?) che Cinzia Daraio, docente di Economiae organizzazione aziendale all’università di Bologna, e l’olandese Henk Moed del centro di studi scientifici e tecnologici dell’università di Leida, hanno pubblicato sulla rivista, con peer review, «Research Policy», che si occupa, appunto di politica della ricerca. I due ricercatori hanno preso in esame una serie di indicatori bibliometrici dal 1980 al 2009.E hanno constatato come, in questi 30 anni, il sistema di ricerca italiano abbia avuto un incremento quantitativo e qualitativo di produzione senza precedenti. Tra il 2000 e il 2008, in particolare, il numero di articoli scientifici firmati da ricercatori italiani è passato da 32.751 a 52.496:un aumentodel60%ottenuto malgrado il numero di ricercatori sia rimasto sostanzialmente costante e malgrado le risorse siano rimaste sostanzialmente costanti. Quest’incremento ha fatto sì che l’Italia conservasse la sua quota mondiale di produzione scientifica malgrado l’«effetto Cina»: ovvero la perentoria entrata in scena degli scienziati cinesi che ha fatto abbassare la quota di tutti gli altri Paesi. In pratica gli scienziati italiani hanno pubblicato, nel 2008, quasi quanto gli scienziati francesi, pur essendo la metà in termini numerici e pur disponendo di meno della metà delle risorse rispetto ai colleghi d’oltralpe. Ma gli italiani hanno vinto il confronto anche con tutti i loro colleghi europei e del mondo. Secondo i calcoli di Cinzia Daraio ed Henk Moed, infatti, in questi trent’anni i ricercatori italiani hanno aumentato come nessun altro la produttività individuale (il numero di articoli scritti in media da un singolo ricercatore) e si sono imposti come, in assoluto, i più produttivi al mondo. Vincendo la gara anche con gli stakanovisti tradizionali, svizzeri e olandesi in testa. Anche la qualità dei loro lavori è migliorata. Il numero di citazioni per articolo, infatti, ha mantenuto un trend di costante ascesa e, a partire dall’anno 2000, ha superato la media mondiale. Anche se resta inferiore a quella dei ricercatori dei Paesi europei più avanzati. In definitiva, possiamo dire che i ricercatori italiani – che qualcuno si ostina a chiamare fannulloni – sono pochi, ma hanno lavorato per trent’anni come nessuno al mondo, ottenendo il primato assoluto in termini di produttività e una buona sufficienza in termini di qualità. Grazie a questo superlavoro individuale hanno mascherato le debolezze strutturali del sistema ricerca. Che da trent’anni ottiene meno risorse e meno attenzione di quanto non succeda in tutti gli altri Paesi, a economia matura o a economia emergente. Il gigante è cresciuto, ma i suoi piedi sono diventati sempre più piccoli e sempre più argillosi. Ma dopo trent’anni di questo paradosso il sistema non ha retto più. Le risorse e l’attenzione dei governi – in particolare dei governi diretti da Berlusconi – sono ancora diminuite e il gigante è crollato. Non poteva essere diversamente. Con questa anomalia il sistema italiano della ricerca – per utilizzare una metafora cara al professor Pier Giuseppe Pelicci, lo scopritore dei geni dell’invecchiamento – è piombato come nel Medioevo, con qualche castello che ospita la nobiltà, e intorno il deserto della quantità e della qualità. I castelli hanno retto per quanto hanno potuto, molto meglio di quanto si potesse sperare, alla sfida della modernità. Ma alla lunga sono stati costretti ad arrendersi. Ai nuovi barbari, la gran parte interni al Paese. Il sistema ricerca in Italia non regge più. Può reggere l’Italia senza un sistema di ricerca?

L’Unità 23.08.11

"La sconfitta finale per gli stregati dalle dittature" di Bernard-Henri Levy

Quante se ne sono sentite! La guerra si era impantanata. Gli insorti erano disorganizzati, indisciplinati, buoni a nulla. Il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) era diviso, spaccato in fazioni rivali, dilaniato da faide tribali. D’altro canto, al momento opportuno le tribù fedeli a Gheddafi avrebbero opposto, nei loro bastioni della Tripolitania, una resistenza accanita, di lunga durata.
E, quanto a Nicolas Sarkozy, si era imbarcato in un’avventura incerta, mal programmata e in cui i suoi stessi alleati politici cercavano solo di salvarlo.
La verità è che, ancora una volta, abbiamo assistito alla contrapposizione tra due grandi partiti vecchi come la politica. Da un lato, l’eterna famiglia non tanto dei nemici dei popoli, o degli amici dei despoti, ma di chi è paralizzato dal Potere e stregato dalla Tirannia; l’eterna famiglia, sì, di coloro che non riescono a immaginare, e sottolineo immaginare, che l’ordine della dittatura sia transitorio, effimero come tutti gli ordini umani, se non di più. E, dall’altro, il grande partito di coloro ai quali questa strana passione, questa paralisi dell’anima inflitta dalla Gorgone o dal Mostro freddo, non ha ottenebrato la facoltà di giudizio e che sono capaci di concepire, anche solo concepire, l’idea che le dittature stiano in piedi solo grazie alla reputazione di cui godono, cioè grazie alla paura che suscitano nei loro sudditi e al rispetto che incutono al resto del mondo; e che, nel momento in cui questa reputazione viene meno, svanendo come un brutto incantesimo o un miraggio, esse crollano come castelli di sabbia o diventano tigri di carta.
Al momento opportuno racconterò nel dettaglio ciò a cui ho assistito, dentro e fuori la Libia, durante questi sei mesi che hanno probabilmente cambiato il volto di questo inizio di secolo.
Per ora, tuttavia, voglio rendere omaggio a tutti coloro che, in quel Paese come nel nostro, non hanno rinunciato a questa scommessa, naturale ma agli occhi di molti insensata, sulla semplice libertà degli esseri umani.
Voglio rendere giustizia a quei combattenti libici che più d’uno ha osato descrivere come conigli in fuga davanti alle legioni di un personaggio diabolico, ma che io ho avuto il privilegio di seguire sui fronti di Brega, Ajdabiya, Gualich e Misurata, e che, una volta di più, hanno mostrato quella forza invincibile che ho sempre riscontrato, nel corso della mia vita, in chi fa la guerra senza amarla.
Voglio raccontare la serietà del Cnt, che ho visto nascere e crescere e che, con i suoi uomini e le sue donne di diverse origini, democratici da sempre o transfughi dal gheddafismo, tornati da un lungo esilio o oppositori interni, non aveva, esso neppure, quasi alcuna esperienza in materia di democrazia o di strategie militari, ma ha saputo nonostante tutto aggiungere una pagina straordinaria alla storia mondiale dei movimenti di resistenza.
Voglio salutare quegli aviatori europei, e in particolare francesi, che hanno combattuto una guerra che non era affatto loro, ma la cui missione è stata quella di prendere il tempo necessario per prestare soccorso alle popolazioni civili che avevano il compito di proteggere sotto mandato delle Nazioni Unite; e di incorrere, se necessario, nelle ire di osservatori impazienti che, durante i 42 anni di dittatura, non si erano mai lamentati della lunga attesa ma che, dopo cento giorni, proprio quando si trattava di salvare persone innocenti, l’hanno trovata interminabile; e, a volte, di mettere a repentaglio la loro vita piuttosto che rischiare di colpire un obiettivo civile.
Quanto a Nicolas Sarkozy, infine, si può non essere del suo schieramento, così come ci si può opporre, ed è il mio caso, al resto della sua linea politica: ma come non riconoscere che è stata la Francia, sotto la sua presidenza, a prendere l’iniziativa di accompagnare la nascita della Libia libera? Come non salutare l’inedita tenacia di cui ha dato prova in tutte le fasi di questa guerra? E come non constatare che egli ha fatto per Libia quel che un François Mitterrand si era rifiutato di fare, sino alla fine, per la Bosnia in macerie?
I ribelli, sostenuti dalla Francia e dagli altri alleati, hanno scritto una nuova pagina della storia del loro Paese.
E, oltre i confini del loro Paese, hanno inaugurato un’era che — è difficile pensare il contrario — avrà conseguenze su tutta la regione e in particolare in Siria.
E questa guerra antitetica al conflitto iracheno, questo intervento militare che non ha fatto scendere la democrazia con i paracadute sulla testa di un popolo silenzioso, ma ha sostenuto un’insurrezione che già la rivendicava, la democrazia stessa, e che, per tale ragione, si era dotata di un organo di rappresentanza provvisorio ma legittimo; questa guerra, dicevo, resterà anch’essa negli annali.
Che cosa muore? Un’antica concezione della sovranità per cui tutti i crimini sono leciti purché abbiano luogo all’interno dei confini di un determinato Stato.
Che cosa nasce? L’idea di un’universalità dei diritti che non sia più solo un pio desiderio, ma un obbligo vincolante per tutti coloro che credono seriamente nell’unità del genere umano e nella virtù del diritto d’ingerenza, che ne è il corollario.
Verrà anche, naturalmente, il tempo delle domande, dei dubbi, forse dei passi falsi o dei primi rovesci di medaglia: per ora, tuttavia, solo uno spirito mediocre può nascondere la pura gioia che suscita un evento straordinario sotto tutti i punti di vista.
(traduzione di Enrico Del Sero)

Il Corriere della Sera 23.08.11

"Le due guerre di Libia" di Lucio Caracciolo

La fine del regime di Gheddafi segna l´inizio della vera lotta per il potere in Libia. La liquidazione del despota era il punto di fusione delle molte anime della ribellione. Ora si tratta di stabilire chi e cosa succederà al duce libico. Operazione non rapida e certamente sanguinosa: pur privato delle leve del potere, Gheddafi non sembra disposto a sgombrare il campo senza incendiarlo, ricorrendo ovunque possibile all´arma estrema della guerriglia.

Il regime non può più governare la Libia, ma non rinuncia a distruggerla. Dalle macerie della dittatura fiorirà uno Stato unitario, più o meno assimilabile a una democrazia, con un leader eletto e riconosciuto da tutti i cittadini libici (pur se non sappiamo chi e quanti sono, in assenza di un censimento)? Oppure sarà guerra civile permanente? O il pendolo della storia si fermerà in qualche punto intermedio fra i due estremi?
Di sicuro, per ora, c´è che il vecchio regime sta sbriciolandosi e che milioni di libici festeggiano, liberi finalmente di immaginare una vita migliore. E mentre si dedicano a stroncare le sacche di resistenza degli ultrà gheddafisti – o dei disperati che non sanno a chi arrendersi senza rischiare la pelle – gli insorti già pensano a determinare i nuovi rapporti di forza. Chi fra loro comanderà, su quali territori e risorse, secondo quali regole o equilibri?
In attesa che la polvere delle opposte propagande si depositi per aprire lo sguardo sull´orizzonte futuro, qualche illuminazione possiamo forse trarla dal modo in cui l´edificio gheddafiano si sta schiantando.
C´è un tratto comune nella fine di ogni tiranno: la perdita del senso della realtà. Come altri dittatori accecati dal potere, anche Gheddafi si era costruito un universo irreale. Quasi a immaginarsi eterno e invincibile. L´eco di tale paranoia risuona negli appelli lanciati durante la battaglia di Tripoli, a invocare una ad una brigate fantasma, tribù ormai convertite alla causa della vittoria, milizie popolari di questo o quel quartiere, che un tempo sarebbero scattate in massa all´appello del qaid, inconcussa guida della rivoluzione, ma che ora aspettavano solo la fine del massacro.
Gheddafi era da tempo un cadavere politico. La rapidità dell´avanzata finale su Tripoli, in cui non è peraltro difficile scorgere la mano professionale dell´intelligence e di forze speciali occidentali, conferma che il regime era marcio. Le sue architravi erano tarmate e usurate. In retrospettiva, i sei lunghi mesi di guerra – non i pochi giorni pronosticati in Occidente sull´entusiasmo dell´insurrezione di Bengasi – sono non tanto il prodotto della resistenza di Gheddafi, quanto delle divisioni tra chi ambiva ad abbatterlo per prenderne il posto.
Abbiamo assistito finora a due guerre parallele. Una calda e sanguinosa, tra i ribelli della Cirenaica e i loro alleati in Tripolitania e nel Fezzan, che con il sostegno delle potenze occidentali puntavano a finirla con il regime per aprire una nuova pagina nella storia della Libia. L´altra prevalentemente fredda e sotterranea, ma talvolta violenta (vedi il misterioso assassinio del generale Younes), fra le assai eterogenee componenti della coalizione anti-gheddafiana: islamisti e laici, conservatori e progressisti, esponenti tribali o di gruppi etnici particolarmente oppressi dal regime, berberi in testa. Unico fattore comune, la più o meno antica matrice gheddafista dei capi del Consiglio nazionale di transizione.
In questo senso, il crepuscolo del colonnello può essere descritto come la progressiva e sempre più rapida diserzione dei suoi accoliti. Quasi un prolungato, strisciante colpo di Stato – avviato ben prima della rivolta di Bengasi – di chi si rendeva conto di non aver più nulla da guadagnare dal regime e perciò lo abbandonava. Perdendo foglia dopo foglia, la pianta del regime si è spogliata fino a esibire la radice ormai esausta: il colonnello e i suoi figli.
Il pericolo non è solo che da quella pianta morente emanino ancora veleni mortali, sotto forma di guerriglia, attentati, colpi di mano dei nostalgici del vecchio regime, a Tripoli come nella Sirtica o nel Fezzan. È soprattutto che la coalizione prodotta dalla necessità di eliminare Gheddafi si scopra troppo incoerente, che gli interessi particolari – tribali, etnici, regionali – prevalgano sulla necessità di costruire finalmente istituzioni libere nella Libia riunita. Un avvitamento di tipo iracheno, se non somalo. D´altronde, le performance del gruppo di Bengasi non sono incoraggianti quanto a capacità politiche e di gestione. Né si deve dimenticare che l´assalto finale a Tripoli è venuto principalmente dall´Ovest e dalle montagne a prevalenza berbera, con il fronte orientale bloccato a Brega. Non sarà facile ricucire le antiche rivalità e le diffidenze fra tripolitani e cirenaici, o fra arabi, berberi e neri (questi ultimi assai compromessi col regime).
La speranza è che la fine della dittatura sia anche l´inizio della pacificazione fra le genti libiche e della costruzione di uno Stato unitario che non esiste, se mai è esistito. Per fortuna, la storia ha spesso più fantasia di chi prova a interpretarla. Le potenze europee ed atlantiche non possono comunque sottrarsi alle responsabilità che hanno voluto assumersi nel conflitto libico. Scesi in campo per un´improbabile “guerra umanitaria” – di fatto per cambiare il regime – la tentazione degli occidentali è di cantare vittoria, spartirsi le spoglie energetiche e tornare a occuparsi dei fatti propri. In tal caso la sconfitta è assicurata. Sconfitta dei libici che sperano in un futuro di pace, benessere e libertà. Ma anche di noi italiani ed altri europei che li avremo, come d´abitudine, usati e traditi.

La Repubblica 23.08.11

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“L’OCCIDENTE AIUTI LA PRIMAVERA ARABA O VERRÀ L’INVERNO”, di Luigi Bonante

Davvero strana questa nostra età, nella quale non possiamo neppure festeggiare l’avverarsi di un desiderio comune a quasi tutto il mondo, e che per materializzarsi ha comportato un vero e proprio massacro, tanto più doloroso perché sostanzialmente inutile. Vorremmo almeno che la parabola di Gheddafi fosse di insegnamento per un altro dei dittatori che ancora credono che sia sufficiente sparare sulla folla per piegarla e conservare il potere: è di Assad che ora si tratta, il quale non può promettere oggi elezioni per l’anno prossimo: e prima di allora? Ci sarà di libertà di stampa
e di discussione, le opposizioni potranno farsi sentire, il dibattito politico sarà possibile? Non riusciamo ancora a capire, in questo anno che ha ormai iniziato il giro della sua seconda metà, se la “primavera” maghrebina continui e anzi tenda finalmente verso un’estate piena e serena, o se invece per uno di quei misteri atmosferici che talvolta capitano siamo passati direttamente all’autunno o addirittura a un inverno freddo e pieno di incognite. Dove stia per fermarsi il pendolo della tensione internazionale, in altri termini, è terribilmente difficile da capire. A partire dallo stesso Medio Oriente, le prossime settimane dovranno dirci come andrà a
finire l’operazione messa in atto dall’Autorità nazionale palestinese per il riconoscimento internazionale, che dovrà culminare, il 15 settembre, nell’Assemblea generale dell’ONU.
Assisteremo al solito balletto con lo stesso canovaccio? Israele e Stati Uniti respingeranno qualsiasi ipotesi di mediazione? Abu Mazen sarà ancora una volta incapace di neutralizzare Hamas che continuerà a tirare missili perfettamente inutili, militarmente parlando, e politicamente devastanti perché incapaci di far progredire la causa palestinese? A parlarsi chiaro, la soluzione non potrà venire che da simmetrici e reciproci passi indietro, di tutte le parti: sia ben chiaro che conservare questo stato di tensione continua è una lucidissima strategia politica che giova sia all’una sia all’altra parte: controllo sociale, aiuti economici, sostegno internazionale Per questo, noi, spettatori, non dobbiamo schierarci dall’una o dall’altra parte, ma chiedere di trasformare gli atteggiamenti bellicosi in forme di dialogo e comprensione (ne esistono già, sul territorio, mille piccole ma significative manifestazioni). Il mondo senza grandi potenze che abbiamo costruito è servito a far crescere la percentuale di stati democratici nel mondo, ma ha bisogno di tutti noi, a differenza dal passato. Se vogliamo democrazia, insomma, dobbiamo esser democratici e partecipare, discutere, dialogare. È evidente che si tratti di un mondo più difficile e complicato, eppure più libero. Proprio per questo dobbiamo imparare a utilizzare le carte di cui disponiamo Nella crisi libica, l’Occidente si è mosso con scarsissima lungimiranza e concordia. I libici, a un certo punto, non sapevano più neppure su chi contare; sembrava che gli occidentali iniziassero le loro compagne elettorali sulla pelle di quei “poveri beduini”. I libici sono uguali a noi, così come i disperati che fuggono da tante parti dell’Africa perché sanno (e a ragione) che da noi le loro
speranze di vita crescerebbero enormemente. Avrebbe potuto succedere a noi la stessa cosa: non è merito o colpa di nessuno. Il mondo ricco e sviluppato cerca di non vedere quanto sia importante il suo compito, che non è quello di dominare il mondo, ma di contribuire a migliorarlo. Aiutiamolo, prima che sia troppo tardi.

L’Unità 23.08.11

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“Alex, Zeina e Sara La fine del regime raccontata dalle donne”, di Michele Farina

Prima Alex, poi Zeina e infine Sara. La notte in cui Tripoli ha cominciato a cadere, almeno tre troupe tv internazionali sono arrivate nella Piazza Verde (ribattezzata Piazza dei Martiri) seguendo la cavalcata dei ribelli. Tutte e tre erano guidate da donne. A battere tutti è stata Alex Crawford, veterana della tv britannica Sky. Coraggio, tecnologia e fortuna le hanno permesso di mostrare per prima le immagini dei primi pick-up di quell’armata brancaleone (con copertura Nato) che entrava in città. Poco dopo (verso le 2 ora locale) è arrivata anche la corrispondente di Al Jazeera, Zeina Khodr. E subito a ruota l’inviata della Cnn Sara Sidner: elmetto, microfono e giubbotto antiproiettile. Mentre nello studio di Washington l’incravattato Nic Robertson spiegava agli spettatori la mappa della città. Un caso, certo. Che si può anche leggere come un piccolo passaggio di consegne, una definitiva consacrazione. L’inviato Robertson dieci anni fa faceva furore in Afghanistan. Nei mesi della rivolta in Libia è stato spesso a Tripoli. Ieri però a rincorrere i pick-up dei ribelli nella capitale gioiosa e spettrale c’era la solida Sara Sidner, americana, 15 anni di esperienza: partita da una tv locale di Oakland, California, da anni fa la corrispondente della Cnn con base in India. C’era lei sdraiata a terra davanti al Taj Mahal, in occasione degli attentati di Mumbai del 2008.
Giornaliste non alla prima missione come Zeina Khodr, che nei mesi scorsi è entrata in Siria da clandestina.
O come la stessa Alex Crawford, che nel sito di Sky fa l’elenco delle armi a cui è sfuggita nella sua carriera (pallottole, gas lacrimogeni, Ied, mortai, molotov, frustate con i bamboo…). Questo per dire che le inviate di guerra non sono più (da tempo) una novità nel panorama dei media internazionali. Però non si può non registrare (come ha fatto il quotidiano britannico The Guardian) che nella caduta di Tripoli le donne reporter sono state in prima linea, complice anche il fatto che molti colleghi, già in città, sono rimasti intrappolati all’hotel Rixos, tenuti in ostaggio dai miliziani del Colonnello. Così è stata la notte di Alex Crawford, capace di arrivare nella Piazza Verde e mandare le prime immagini di ribelli giubilanti. Dribblando le difficoltà di comunicazione con un mix di tecnologia e vecchi espedienti; il materiale girato dai cameraman Jim Foster e Garwen McLuckie è stato caricato su un pc portatile e inviato con una mini antenna satellitare, il tutto collegato a una batteria tenuta in vita dall’accendi-sigarette del pick-up. I colleghi della Bbc su Twitter hanno fatto i complimenti: «Missione incredibilmente coraggiosa».

Il Corriere della Sera 23.08.11

"Arrivano a 2 mila i minori vittime "invisibili" di sfruttamento sessuale", da Redattore Sociale

Sono tra i 1600 e i 2 mila i minori sfruttati sessualmente. Lo rivela il dossier “I piccoli schiavi invisibili” di Save the children, presentato alla vigilia della Giornata in ricordo della schiavitù e della sua abolizione (23 agosto). Il rapporto contiene i risultati di una rilevazione su 15 regioni italiane in collaborazione con l’associazione On the Road-Consorzio Nova attraverso questionari e interviste a operatori, che hanno basato le loro conclusioni sui dati relativi ai minori intercettati nelle loro attività di unità di strada o di accoglienza, dal maggio 2010 al maggio 2011. Secondo il rapporto la tratta non arretra, ma anzi si consolida, anche a scopo di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro. Uno sfruttamento che coinvolge per lo più stranieri: ragazze rumene, nigeriane, albanesi, nordafricane ma anche maschi rumeni, magrebini, egiziani, afgani e rom rumeni e della ex Jugoslavia.
Il dato sullo sfruttamento sessuale – fra i 1.600 e i 2.000 minori (stima dell’Associazione On the Road) – è una porzione significativa rispetto alla prostituzione adulta stimata fra le 19 mila e le 24 mila unità (dati del comune di Roma-Parsec, 2008-2009). E crescente e allarmante è lo sfruttamento sessuale indoor, nel chiuso di appartamenti: sarebbe 3 volte superiore a quello su strada, con una presenza di minori pari a circa il 10% sul totale degli adulti coinvolti (dati On the road, sulla base sia dei riscontri delle unità di strada e dei propri operatori, sia sulla base delle stime globali sulla prostituzione adulta su strada di cui quella dei minori costituisce circa il 10%). Nascoste agli occhi di tutti, le giovani vittime sono difficilmente raggiungibili da parte degli operatori sociali e di chi voglia aiutarle ad uscire da una vita da incubo. La rilevazione conferma che il gruppo di minori principalmente vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale è costituito da ragazze provenienti dalla Romania (46%) e dalla Nigeria (36%) seguite da ragazze albanesi (11%) e del Nord Africa (7%). Le minori rumene, in quanto cittadine comunitarie e in possesso di documenti, giungono in Italia in modo abbastanza agevole, spesso con la promessa di un lavoro, insieme a fidanzati o comunque a persone di cui si fidano. Una volta in Italia l’assoggettamento può avvenire in due modi: con la violenza o, al contrario, attraverso uno pseudo legame affettivo. Questa seconda forma è costruita ad arte dallo sfruttatore che fa percepire alla minore l’esperienza della prostituzione come funzionale ad un progetto comune di coppia. Si stabilisce così un vincolo psicologico difficile da rompere. Nell’assoggettamento delle ragazze entra in gioco, sempre più spesso, il ruolo del controllo fra “pari”: lo sfruttatore cioè può decidere di imporre a una coetanea delle ragazze il compito di esercitare per suo conto il controllo sulle giovani, le quali hanno in genere più reticenze a ribellarsi a quanto dice “una di loro”, poiché questo significherebbe essere escluse dal gruppo.
Le ragazze nigeriane costituiscono il secondo gruppo numericamente più consistente di vittime di tratta e sfruttamento. Giungono in Italia con falsi documenti e generalità, insieme alla propria sfruttatrice, fatta passare come una sorella o parente, via mare o in aereo, spesso avendo già subito violenza nel proprio paese o durante il viaggio. Per quanto riguarda l’ingresso via mare, in particolare a Lampedusa, si è registrato un incremento
consistente di arrivi dalla Nigeria: fra aprile-agosto sono approdati sull’isola 4.935 migranti nigeriani, di cui 984 donne, 194 minori non accompagnati e 89 minori accompagnati persone, con un picco massimo nella prima metà del mese di agosto, momento in cui sono arrivati secondo le stime di Save the Children, circa 2.170 migranti nigeriani, di cui 388 donne, 89 minori non accompagnati (prevalentemente adolescenti femmine) e 23 minori accompagnati. In varie parti d’Italia, tanto gli operatori che operano sulla strada, tanto quelli che operano all’interno dei centri per migranti segnalano l’alta probabilità che tra le migranti nigeriane in arrivo vi siano vittime di tratta e sfruttamento. Save the Children ha già individuato alcuni potenziali casi che sono in fase di approfondimento.Le giovani nigeriane costrette a prostituirsi nel nostro paese, sono sottoposte a un ferreo controllo da parte delle connazionali durante l’attività di prostituzione alla quale sono costrette e convinte anche attraverso riti tradizionali, con cui si vincolano a ripagare un debito molto elevato maturato con il viaggio. A differenza delle ragazze rumene, spesso il loro guadagno consiste solo nel vitto e nell’alloggio. La paura di essere fermate dalle forze dell’ordine ed espulse se riconosciute maggiorenni, le spinge a lavorare in luoghi isolati, il che rende molto difficile il loro “aggancio” da parte dalle associazioni che vogliano aiutarle ad emergere dalla situazione di sfruttamento. Il dossier fotografa anche lo sfruttamento sessuale di minori maschi. Ad essere coinvolti, particolarmente nelle grandi città italiane come Roma e Napoli, sono adolescenti rom, di età fra i 15 e 18 anni. Risultano essere di recente arrivo e con un vissuto legato alla strada. Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori per poi prostituirsi durante la notte, in luoghi della città conosciuti per la prostituzione maschile, o nei pressi di sale cinematografiche con programmazione pornografica, saune e centri massaggi per soli uomini. Accanto ai minori Rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni. I primi in genere finiscono nel “mercato del sesso” per arrotondare lo stipendio guadagnato di giorno ai semafori. Per i secondi invece la prostituzione è la principale fonte di guadagno. In genere i minori maschi che si prostituiscono si muovono per lo più in gruppo e sottostanno a dei leader che sono anche quelli che procurano loro clienti particolari disposti a pagare cifre consistenti, per poter godere di prestazioni di lungo periodo. Questa pratica registrata solo su Roma e Napoli, è nota come “affitto”: nel periodo specificato il minore vive infatti con il cliente.

(Il Redattore Sociale)

Bersani: Manovra, «Si apre una settimana pericolosa, la nave è senza timone e io temo per l`autunno», di Maria Berlinguer

«Questa settimana può essere pericolosa per il Paese. Si è visto chiaramente che questo governo non tiene la barra, che la nave è senza timone. La maggioranza è in preda a sbandamenti paurosi e questa manovra è ormai figlia di nessuno. Stanno offrendo al mondo uno spettacolo indecoroso, non sono consapevoli dei rischi, e poi sarei io l’irresponsabile». Pier Luigi Bersani è molto preoccupato e non lo nasconde.
Il segretario del Pd martedì illustrerà alle parti sociali e all’opinione pubblica il piano dei Democratici per superare la crisi che ha investito il vecchio Continente e che rischia di travolgere l’Italia. Ma intanto non ci sta a passare da «irresponsabile», l’accusa che gli è stata lanciata dal centrodestra per aver messo le mani avanti sui rischi di un nuovo autunno caldo.

Cicchitto le ha dato dell`avventurista per aver ipotizzato tensioni.

«C’è una totale incomprensione da parte di questa maggioranza di come il Paese sta vivendo questo momento. Gli italiani sono angosciati per le incertezze dell`oggi e del futuro. Assistono impotenti allo spettacolo di una classe politica che si divide sul nulla dopo aver raccontato per anni favole sulla situazione reale. Registro un grave e crescente distacco della popolazione dalla politica. Quando un governo ha esaurito il rapporto con il Paese deve andarsene. Ci sono insomma molti elementi di tensione soprattutto sul tema del lavoro, dell’occupazione.
Irresponsabile è chi fa finta di non capire, o peggio non ha la percezione della realtà».

Beh ma la crisi è mondiale, non si potrà addebitare solo al governo.

«Ovvio ma noi siamo sul fronte più esposto e a questo francamente non c`era nessuna ragione di arrivarci. Quando Berlusconi è tornato al governo il debito pubblico era al 104% del Pil, e avevamo un avanzo primario. Poi le nostre banche non hanno avuto bisogno di essere salvate. Oggi il quadro è decisamente cambiato, adesso siamo in una situazione complicata e molto difficile.
Ma la risposta è ancora una volta inadeguata, oltre che iniqua. E pensare che io, tre giorni prima che il governo approvasse il decreto in Parlamento, a Tremonti e al governo avevo chiesto di non farsi tremare i polsi».

Non c`è niente da salvare nella manovra del governo?

«E` un provvedimento ingiusto e iniquo. Lo hanno approvato all`unanimità, ora mi pare che siano i primi a chiedere di riscriverlo. Vogliono far pagare il conto a quelli che lo pagano sempre. Non c`è nulla sull’evasione fiscale, ci sono tagli sciagurati agli enti locali che si tradurranno in macelleria sociale e c’è il prelievo su chi già paga le tasse. La nostra manovra va tutta in un`altra direzione: deve pagare chi ha di più e chi non ha mai pagato. E bisogna mettere in campo qualcosa per stimolare la crescita e dare un po’ di lavoro ai giovani».

Nella manovra targata Pd c`è la patrimoniale?

«In nessun Paese si chiama così. C`è un contributo ordinario sulle grandi proprietà immobiliari, progressivo e con larghe esenzioni. E c’è una “una tantum” dal 15 al 20% sui capitali scudati. Niente di rivoluzionario, è la stessa percentuale che è stata pagata in altri paesi europei sui capitali riportati in patria. Questi fondi potrebbero essere utilizzati per dare una spinta all`economia.
Magari la pubblica amministrazione potrebbe cominciare a pagare i suoi fornitori e le piccole imprese creditrici.
Con un`altra quota di queste risorse i Comuni potrebbero fare investimenti. Sono misure che potrebbero avere un buon impatto sulla ripresa».

E poi?

«A saldi invariati abbiamo un piano serio sulle liberalizzazioni, un piano in 8-9 punti su benzina, professioni, rc-auto. Un pacchetto di risparmi sulla pubblica amministrazione. La nostra prima proposta è dimezzare il numero dei parlamentari, tagliare i costi della politica, semplificare il rapporto con le istituzioni. Abbiamo misure collaudate per scovare l`evasione fiscale, la vera piaga sociale dell`Italia, e contro il riciclaggio.
Il governo propone la tracciabilità dei pagamenti a partire dai 2500 euro, noi chiediamo di abbassarla a 1000 euro.
Inoltre non sarà più possibile pagare in contanti sopra i 300 euro prestazioni e servizi.
Il nostro è un piano alternativo di governo. Presenteremo quello che avremmo fatto noi al governo».

Vi muoverete di concerto con le altre opposizioni?

«Cercherò contatti con tutti, ci sono convergenze obiettive come il no al contributo di solidarietà per chi già paga le tasse e non per gli evasori».

E sulle pensioni?

«Il sistema è in equilibrio dopo le riforme. Se si vuole innalzare l’età pensionabile media si può anche discuterne, a patto che sia previsto un sistema flessibile e volontario. Ma bisogna fare attenzione quando si parla di pensioni soprattutto ora che con i tagli agli enti locali si rischia di massacrare il sistema dell`assistenza».

Ce la farà il Paese a superare la crisi?

«Restiamo il settimo Paese industrializzato del mondo e siamo al decimo posto per la ricchezza. La rimonta non sarà facile, è inutile farsi illusioni. Ma la rimonta non potrà basarsi solo sulle risorse economiche che sapremo mettere in campo, oggi ci vuole una rimonta anche morale. Ci serve una riscossa di civismo. Questo Paese è stato addormentato da una maggioranza e un governo che hanno strizzato l`occhio per anni ai furbi. Ecco, questa fase è finita, altrimenti sarà dura chiedere agli italiani sacrifici».

Il Tirreno 21.08.11

"Alla ricerca dell'autorità perduta", di Ilvo Diamanti

Viviamo un passaggio d’epoca. Questa crisi, infatti, non scuote solo le Borse, l’economia, la condizione di vita della gente. Ha aggredito, con violenza, anche il principio di autorità. Il Potere stesso, che a differenza dell’Autorità, non ha bisogno di legittimità e di consenso. Dovunque, si assiste alla rapida e diffusa caduta di ogni autorità. E di gran parte dei “poteri” che regola(va)no il nostro mondo. Anzi, il mondo, in generale. Lasciamo per ultimo il nostro Paese. È sempre stato una “periferia”, che oggi, però, appare priva di “centri”.

A partire dall’Europa dell’euro, una moneta senza Stato. E senza politica. Mentre l’Unione europea è un tavolo dove i governi nazionali si confrontano. In un gioco a somma negativa, perché nessuno, appunto, ha sufficiente potere per imporsi agli altri. Neppure i più forti. Si veda l’esito del vertice tra Sarkozy e la Merkel. Meno di nulla. D’altronde, Sarkozy e la Merkel, a casa loro, sono in profonda “crisi” di popolarità. Come i principali capi di governo europei. Senza parlare di noi, basti pensare a Zapatero, che ha indetto le elezioni per il prossimo autunno, annunciando che non si ripresenterà. Lo stesso Cameron, da un anno premier inglese, sta attraversando più di un problema. Per sedare le violenze esplose due settimane fa, a Londra e in altre città, ha dovuto mobilitare 16mila agenti. Lo stesso numero, più o meno, dei “tumultuosi”. Cameron: ha usato la forza (pubblica), ma i tagli alla spesa ridurranno gli organici della polizia. E, per questo, è in polemica aperta con Scotland Yard. Esempio significativo del conflitto fra i poteri – e dunque dell’autorità – dello Stato (e che Stato!). Lo stesso Cameron, d’altra parte, ha accusato le famiglie di aver ceduto, se non perduto, la propria “autorità” rispetto ai figli. Per l’incapacità di dettare regole e valori. Ma per dettare valori e ancor più regole occorre Autorità. O almeno, potere. Meglio entrambi, insieme. Oggi chi è in grado di esercitarli? Allargando lo sguardo al mondo, chi comanda? Gli Usa? Certamente non più. Viviamo in un mondo multipolare. E gli Usa, oggi, sono coinvolti nella crisi finanziaria “globale”, esattamente come gli altri Paesi dell’area di mercato.

Anzi, la loro stessa debolezza ne è una causa. Un moltiplicatore. Il che ha eroso, rapidamente, la popolarità, dunque il “consenso” e la legittimità del presidente Obama, appena un anno fa, considerato il portabandiera di una stagione di rinnovamento globale. Oggi in difficoltà, quasi im-potente, dentro e fuori gli Usa. Nonostante sia investito di “poteri” ben più rilevanti rispetto ad altre democrazie, come la nostra. Dove in molti vagheggiano il modello presidenzialista (all’americana).

I “nuovi” potenti del mondo, per prima la Cina, agiscono, anch’essi, attraverso i “mercati” e le Borse. Controllano il debito pubblico americano. Ma ne sono, per questo, vincolati. La Cina, però, sconta un deficit di autorità. Perché non può costituire un “modello” internazionale, dal punto di vista dei diritti e dei valori che ne orientano il regime, sul piano interno.

La crisi finanziaria che scuote l’economia globale, d’altronde, riflette un’evidente incertezza di “poteri” e di regole condivise. Nessuno che sia in grado, davvero, di prevedere e di orientare il corso dei mercati – e delle Borse. La relazione tra finanza ed economia è debole (per usare un eufemismo). La politica ancor di più. Si dice, anzi, che la debolezza della politica e degli Stati sia causa della crisi delle Borse. Prive, a loro volta, di metri e, soprattutto, “autorità” in grado di regolarle. Le agenzie di Rating, con i loro “voti”, possono produrre (e hanno prodotto) effetti pesanti. Ma sono, a loro volta, poco credibili, dopo la pessima prova offerta nel 2008, al tempo della crisi dei subprimes. Il Nobel dell’Economia, Paul Krugman, sul New York Times le ha definite, impietosamente, “clown”. E ha riproposto, come prima causa della crisi finanziaria, la debolezza della politica e degli Stati (Uniti). Una crisi di autorità, insomma.

D’altronde, dal punto di vista geopolitico, è da mesi che poteri senza autorità, come quelli espressi dai regimi del Nord Africa e del Medio Oriente, sono stati investiti da potenti contestazioni – protagonisti soprattutto i giovani. Fino ad essere rovesciati. Dove, però, come in Tunisia e in Egitto ha contribuito l’esercito a rovesciare il “potere” precedente. Altrove, invece, (Libia e Siria, in particolare) si assiste a rivoluzioni ancora incompiute. Guerre civili. Rivolte represse nel sangue. Eppure irriducibili.

La crisi del Potere e – soprattutto – dell’Autorità, infine, è particolarmente visibile in Italia. Dove la Politica è debole, più ancora della Finanza e dell’Economia. Dove i leader di governo cercano di non dar nell’occhio. Si affidano alla supplenza di altri poteri (relativamente) più autorevoli, come la Bce. Mentre l’opposizione stenta a trasformare l’impotenza della maggioranza in potere. A guadagnare autorità. Il nuovo moto di insofferenza contro la casta non deriva solo dal riprodursi di un sistema di privilegi – e di corruzione – che, in effetti, non è mai cessato. Ma dall’assoluta perdita di autorità della classe dirigente. Soprattutto dei leader che governano il Paese da 10 anni, in modo quasi ininterrotto. Quelli che, fino a un anno fa, avevano trasformato Villa Certosa nella rutilante capitale estiva del Paese. Affollata di veline e velinari. Quelli che parlano di politica con un linguaggio antipolitico. Usano il turpiloquio come linguaggio pubblico. E alzano il dito non per mostrare la luna …

Come immaginare che possano riscuotere “prestigio” e deferenza tra i cittadini? Se riproducono i vizi e le debolezze del popolo, perché dovrebbero ottenere privilegi e riconoscimento da parte del popolo? Oggi che la crisi minaccia la condizione economica e sociale, la vita quotidiana di tutti?
Questa fase mi pare particolarmente insidiosa. Difficile da superare. È frustrata da un grande deficit di autorità – e di potere. Da una grande povertà di riferimenti etici e di comportamento. Un problema aggravato, (non solo) in Italia, dalla scarsità di attori e persone credibili. In grado di “dire” le parole necessarie a esprimere il sentimento del tempo. (Ne abbiamo tracciato una “Mappa”, un mese fa, su Repubblica). Ma, soprattutto, di tradurle in pratiche coerenti. Di dare il buon esempio.

Eddy Berselli, prima di lasciarci, ha rammentato, profeticamente, (L’economia giusta, Einaudi) che “dovremo abituarci ad essere più poveri”. Ma, a maggior ragione, diventa importante chi e come ce lo propone. Insomma: è una questione di autorità.

La Repubblica 22.08.11