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"Sul confine fra Usa e Messico dove muore il sogno dei bambini",di Paolo Mastrolilli

Partono dal Centramerica per raggiungere un famigliare negli Stati Uniti. Molti non ce la fanno, uccisi dagli stenti o venduti ai trafficanti di esseri umani. Juan Castro cerca di mantenere la compostezza professionale, mentre racconta, ma le lacrime che gli bagnano gli occhi sono più forti di lui: «Sto davanti a questa bambina undicenne del Guatemala, che è stata stuprata. Devo chiederle di ricordare come, dove, da chi, perché ogni dettaglio servirà a costruire il caso per farla restare in America. Mentre la ferisco di nuovo con le mie domande, cerco nei suoi occhi abbassati un filo di speranza, un segno che la sua vita non si è spezzata».

Juan è il direttore dei servizi legali di Catholic Charities, la Caritas di San Antonio. Il suo mestiere è andare a visitare nei centri di detenzione i minorenni entrati illegalmente da soli negli Stati Uniti, per cercare il modo di salvarli.
Sono un’infinità: 52.000 dall’inizio dell’anno, 90.000 stimati entro dicembre, oltre 120.000 attesi l’anno prossimo. Molti arrivano malati: almeno un caso confermato di influenza suina, scabbia, pidocchi, qualcuno dice anche Aids. Un’emergenza umanitaria che ha spinto il presidente Obama a chiedere due miliardi di dollari al Congresso, per arginarla. «I motivi – spiega il presidente di Catholic Charities, Antonio Fernandez – sono due: la violenza nei Paesi da cui scappano, e la percezione che le leggi sull’immigrazione negli Usa sono cambiate, e consentono di restare. È una percezione sbagliata, perché Obama ha firmato il Daca, che differisce l’espulsione degli illegali entrati da bambini, ma non si applica a quelli che vengono oggi».
Castro racconta come arrivano: «Non sono messicani, perché gli Usa hanno un accordo con questo paese per espellere subito tutti gli illegali. Vengono da posti tipo Salvador, Guatemala, Honduras, Perù. Le famiglie li affidano ai coyote, i trafficanti, pagando circa 8.000 dollari a viaggio, in genere per raggiungere parenti che vivono già negli Usa. Metà dei soldi li danno subito, e metà dopo l’arrivo a destinazione.

Il commercio di ragazzine
Per queste famiglie povere, però, 8.000 dollari sono un patrimonio, il lavoro di diversi anni. Se non li hanno, i bambini sono costretti a pagare in due modi: sesso, oppure trasporto di droga». E stiamo parlando di quando va bene: «Sappiamo che alla partenza il numero dei bambini e delle bambine è uguale, ma poi arriva solo il 75% dei primi e il 25% delle seconde. Cosa succede durante il percorso? Molti non ce la fanno e muoiono. Per le bambine, poi, si fanno avanti i trafficanti di esseri umani, che offrono ai coyote anche 20.000 dollari, contro i 4.000 che prenderebbero dalla famiglia se completassero la consegna. Così le ragazze vengono vendute al miglior offerente e finiscono nella prostituzione: un mese fa hanno scoperto un giro in New Jersey. Poi ci sono i coyote che affittano i bambini agli adulti che vogliono immigrare, perché pensano che se li prendono con figli o figlie finte hanno più probabilità di restare. Una volta superato il confine non sanno cosa farsene di questi ragazzini, e li abbandonano».

Peggio ancora è andata a Gilberto Francisco Ramos Juarez, undicenne scappato dal Guatemala, per raggiungere il fratello a Chicago e guadagnare i soldi necessari a curare la madre malata di epilessia. Il 15 giugno scorso gli agenti dello Us Border Patrol hanno trovato il suo cadavere in putrefazione nelle campagne intorno a La Joya, un paesino di 3.303 abitanti a tre chilometri dal Rio Grande, che segna il confine col Messico, epicentro della valle dove è in corso l’invasione. Aveva indosso gli stivali di pelle, un paio di jeans «Angry Birds», e al collo un rosario bianco. «Ha perso la strada – dice Fernandez – ed è morto di sete. Laggiù la temperatura in questa stagione supera ogni giorno i 40 gradi. La cosa più terribile, da quanto ne sappiamo, è che gli agenti del Border Patrol lo avevano intercettato dopo il passaggio del fiume, ma lo hanno lasciato andare. Chiudono gli occhi perché non sanno più come fare. Lunedì 23 giugno hanno fermato 346 bambini, in un solo giorno, che attraversavano il confine. In teoria dovrebbero portarli nei centri di detenzione, dove possono restare fino a 72 ore; poi per 120 giorni in strutture che cercano i loro parenti negli Usa; e quindi per due anni negli istituti di accoglienza. Ma non ce la fanno più: i bambini in arrivo sono troppi, gli agenti troppi pochi, e quindi chiudono gli occhi: andate dove volete, basta che sparite».

Situazione fuori controllo
Nell’asfissiante commissariato di polizia di La Joya, il detective David Ortiz conferma che la situazione è fuori controllo. Comandano le gang dei narco, come Los Zetas: «Spesso i coyote sbarcano i ragazzini da una parte del fiume, per costringere gli agenti a soccorrerli, e intanto un miglio più in su fanno passare la droga. Una sera ho visto un camioncino che mi insospettiva, e ho cominciato a seguirlo. Sono arrivate subito due auto, che si sono piazzate una davanti e una dietro alla mia. Erano esche che facevano manovre folli: volevano buttarmi fuori strada, oppure obbligarmi a fermarli per fare la multa, lasciando così scappare il camioncino. Io però ho continuato a seguirlo, e quando l’ho bloccato ho scoperto che trasportava ottanta chili di marijuana. Sapete dove sta adesso, questo signore? A casa sua: ho potuto fargli solo una multa per eccesso di velocità, perché non ho altri poteri. I casi di traffico di droga ed esseri umani competono alle autorità federali, ma il nostro procuratore locale ha smesso di aprirli, perché dice che non ha più le risorse. Così io sto qui a parlare con lei, aspettando che lo Stato mi dia il permesso di andare ad arrestare quel criminale».

È la ragione per cui Chris Davis, comandante della milizia dei Patriots nel sud del Texas, sta organizzando ronde di vigilantes: «L’amministrazione ha un’agenda politica: vuole aprire i confini e dare l’amnistia, per fare contenti gli elettori ispanici. Quindi il 70% dei pochi agenti di frontiera rimasti ha ricevuto l’ordine di assistere i bambini in arrivo: cambiano i pannolini, invece di pattugliare il confine. Allora noi andiamo al posto loro, e li avvertiamo quando vediamo qualcuno che attraversa il fiume». Ma siete armati? «Ehi, quaggiù ci sparano addosso pure i ragazzini! I coyote sono peggio dei taleban: quelli almeno devono rispondere ad Allah di cosa fanno, mentre i trafficanti rispondono solo ai loro istinti. Gli viene voglia di stuprare la bambina che accompagnano? La stuprano. È diventata un’ostacolo? L’ammazzano. Tanto lei non esiste, e loro sono i padroni assoluti». Fernandez la mette in maniera un po’ diversa: «Io lavoro per la Caritas, il mio mestiere è aiutare senza fare domande. Però è chiaro che gli Usa, come molti Paesi europei, sono arrivati al bivio: devono decidere se investire nel controllo dei confini, o nella riforma dell’immigrazione. La prima ipotesi significa alzare un muro lungo tutto il confine, e piazzare un agente ogni cento metri giorno e notte. La seconda richiede di riconoscere che i Paesi sviluppati hanno bisogno degli immigrati, e quindi andarli a individuare legalmente nei loro luoghi d’origine, togliendo questa tragedia dalle mani dei trafficanti. Poi bisogna aiutare le nazioni povere a crescere, ma questo non risolverà l’emergenza di oggi».

La violenza delle gang
Rina Guaimaca non aveva tutto questo tempo da aspettare: «In Honduras le gang ci taglieggiano. Già guadagniamo niente, poi la metà dobbiamo darla a loro. Io ho un figlio di sette anni, Fernando, e non voglio crescerlo così. Perciò ho deciso di scappare, e raggiungere mia madre che lavora in Oregon».
Incontro Rina nei locali che la parrocchia Sacred Heart di McAllen ha trasformato in centro di accoglienza per gli immigrati: vengono scaricati qui dal Border Patrol, dopo le 72 ore nel centro di detenzione, in attesa di ricongiungersi con i famigliari. Ci sono brandine, docce, medici, pasti, scarpe e vestiti per il lungo viaggio. Anche un angolo attrezzato con tappetini, dove i bambini giocano, disegnano e ridono, ignari della loro sorte. Fernando osserva felice il suo yogurt, mentre la mamma racconta: «Mio zio mi ha raccomandato un coyote di cui si fidava. Ho pagato 7.000 dollari e siamo partiti. Ci abbiamo messo quindici giorni per arrivare a Reynosa, la città messicana dall’altra parte del confine. Là abbiamo aspettato nascosti dentro un ranch, finché una sera alle dieci ci hanno chiamati. Ci hanno portati sul bordo del fiume, dove aspettava una piccola barca. Siamo saliti in quattro, e poco dopo eravamo sull’altra sponda. Abbiamo aspettato la prima pattuglia di agenti che passava, e ci siamo consegnati. Niente violenze per noi, il coyote era un bravo vecchio».

I «coyote» di Reynosa
Sopra al ponte che porta da McAllen a Reynosa non controllano neppure i passaporti: chi vuole emigrare in Messico? Basta pagare il pedaggio di due dollari. Sull’altra riva, dove il Rio Grande diventa Rio Bravo, c’è persino un monumento dedicato agli emigranti: una croce bianca, eretta alla memoria dei caduti nella marcia verso un sogno. Vicino un cartello avverte che nel fiume ci sono gli alligatori, e le correnti sono micidiali. Con le indicazioni ricevute da Rina, non è difficile trovare qualcuno che lavora nel business principale del posto: «Coyote? Certo, qui siamo tutti coyote». Ha una faccia liscia, qualunque, e scuote la testa: «Di mezzo ci saranno pure le gang o i narcos, ma io ho solo una barchetta con cui trasporto cinque o sei disperati alla volta. Ci guadagno? Certo. Ma è pure un mestiere pericoloso». Si volta un ultimo istante, prima di sparire: «Fa schifo? Forse. Ma si vede che la vita da cui scappano questi poveracci fa ancora più schifo». Il miracolo dell’uomo dannato che mette Dio sulla bocca degli uomini, come scriveva Graham Greene, non esiste più. Su questa sponda del Rio Bravo sono rimasti solo i dannati.
Torno alla chiesa Sacred Heart di McAllen. È il 4 luglio, festa dell’Indipendenza americana. Rina sta uscendo con una busta gialla in mano, dove c’è scritto: «Vado in Oregon. Non conosco l’inglese, per favore indicatemi l’autobus che devo prendere». Sorride felice e bacia Fernando: «Partiamo. Andiamo in bus da mia madre». Ancora un paio di giorni sulla strada, e poi questo incubo lascerà posto al sogno che lo aveva generato.

da www.lastampa.it

"Sui festivi è dibattito fra sindacati e imprese" di A. Bo.

Sembrano aver colpito nel segno le parole di Papa Francesco sul rispetto del
riposo domenicale. Diverse le reazioni che hanno animato la giornata di ieri:
la liberalizzazione dei festivi è un argomento che continua a dividere, come
più volte hanno sottolineato i sindacati e le associazioni di categoria.
Il primo a intervenire è il segretario generale della Cisl, Raffale Bonanni,
che elogia le parole del pontefice sulla necessità di conciliare i tempi del lavoro con i tempi della famiglia e di garantire la domenica libera dal lavoro. Ai microfoni di RadioVaticana, il leader sindacale ha concordato sul fatto che in Italia si è spinto troppo sul lavoro domenicale, soprattutto di fronte a un netto calo dei consumi. «Si è andati molto oltre per conformismo. Il Papa giustamente ha detto: oltre i lavori indispensabili, come quelli degli ospedali – e come quelli della ristorazione, aggiungo io, nei posti di turismo più importanti e altre situazioni particolari – non credo che ci sia bisogno di lavorare anche nel giorno del riposo», osserva Bonanni.
Anche il segretario generale di Confesercenti, Mauro Bussoni, si dice confortato dalle parole del Papa sui valori da porre al centro della domenica e sulla necessità di rispettare la dignità del lavoro». Da tempo la Confesercenti ha lanciato una campagna tesa «ad una diversa regolazione delle aperture domenicali degli esercizi commerciali. Azione che è culminata nella presentazione alla Camera, lo scorso anno, di una proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto il consenso ed il sostegno della Cei, di diverse Regioni italiane e di molte forze del mondo del lavoro», ha sottolineato Bussoni. Una liberalizzazione toutcourt non è sostenibile per i piccoli commercianti, che si trovano a dover fare concorrenza con i centri
commerciali, che avendo più personale riescono a tenere aperti.
LE COOP: «TURNI FONDAMENTALI»
Non si è fatto attendere, infatti, il commento dell’Alleanza delle cooperative
italiane (Aci), che sottolinea la necessità di una buona turnazione per rendere sostenibile anche il lavoro domenicale.
«Per garantire i tempi di vita dei lavoratori e i servizi ai cittadini anche di domenica, occorre una buona organizzazione del lavoro che si raggiunge attraverso una rotazione equilibrata nelle imprese che garantisca i servizi all’utenza e la necessaria produttività delle imprese», si legge in una nota
dell’Aci. «In questi casi – aggiunge il comunicato – diventa fondamentale la rotazione su turni, perché tutti i lavoratori abbiano comunque domeniche libere da dedicare alla famiglia e alla propria vita privata, nonché comunque il massimo rispetto possibile verso le principali festività religiose e civili. Su questi temi tutta la cooperazione é impegnata, con specifici progetti di conciliazione vita/lavoro».
Infine, il richiamo di Papa Francesco al lavoro «come strumento per garantire
la dignità delle persone – sottolinea l’Aci – è da sempre tra le priorità
delle nostre imprese che anche durante gli anni più bui della crisi, anche a
costo di grandi sacrifici, hanno mantenuto e spesso incrementato l’occupazione
e delle nostre associazioni, impegnate in questi mesi soprattutto per sostenere il lavoro giovanile».

da l’Unità

"Senza debiti dove saremmo?", di Guido Carandini

APPRENDIAMO da Manfred Weber, la nuova guida tedesca del Partito popolare europeo, che Renzi interpretando il ben noto Patto europeo di stabilità e crescita nel senso di accettare la stabilità per promuovere la crescita, rappresenta per l’Europa un pericoloso esempio di dissolutezza economica. Perché l’imprenditore democristiano bavarese è nemico giurato di chi come il capo del governo italiano propugna riforme che potrebbero implicare per l’Europa un maggior indebitamento. «Non vogliamo che si facciano nuovi debiti in cambio delle riforme », ha dichiarato Weber a muso duro.
Certo ha fatto benissimo Renzi a replicare che è inaccettabile quell’atteggiamento di predica morale a lui indirizzata perché sospettato di coltivare un vizio del suo paese auspicando delle riforme che in Europa potrebbero provocare una crescita dell’indebitamento pubblico.
Ed è inaccettabile, mi sembra, per almeno due ragioni. La prima: ché la crescita di quel debito in Italia è stata malefica in passato perché sganciata da vere politiche riformatrici (Berlusconi docet). La seconda: che una politica austera “in assoluto” cioè in ogni situazione come quella che piace al bravo bavarese, può essere magari legittima solo se applicata a un’economia domestica, ma semplicemente miope o addirittura inapplicabile quando si tratta di un’economia pubblica.
A meno che, come magari pensa Weber, non si debba intendere quella pubblica come la semplice sommatoria dei milioni di economie private dei cittadini di ogni paese, ossia come una specie di mastodontica economia “domestica” nazionale, la quale perciò dovrebbe essere gestita con la medesima parsimonia che esercita ogni onesto padre di famiglia. Ma come al solito si tratta di un vecchio malinteso di chi cioè non sa distinguere la macroeconomia (dello Stato) dalla somma di quelle micro (di famiglie e di imprese). Distinzione necessaria per il buon motivo che lo Stato è coinvolto non soltanto nelle nostre occasionali e molteplici transazioni economiche, ma che esso porta il segno di tutte le nostre “vite” e dunque delle illusioni e delusioni, azioni benefiche e malefiche, interessi legittimi e malavitosi di milioni di cittadini.
E inoltre si consideri che nella intera storia delle nostre società, che da oltre otto secoli è la storia della civiltà capitalista, quella che oggi chiamiamo crescita non è certo mai stata dovuta a virtuosi risparmi ma, con buona pace dei Weber di turno, agli indebitamenti di privati e di Stati. Non ci crede? Legga gentilmente in po’ di storia, ma di quella vera intessuta di produzioni e commerci oltre che di trattati diplomatici e di conflitti bellici, e scoprirà che proprio sul debito si sono fondati signorie e principati nell’Italia dell’età feudale culla del capitalismo, e che quello pubblico per antonomasia è iniziato ben 320 anni fa al di là della Manica, quando nel 1694 è nata la Banca d’Inghilterra. E allora Manfred Weber si metta il cuore in pace: purtroppo che io sappia non è stata ancora scritta una “Storia del debito” che copra gli otto secoli che ci separano dalla Venezia del 1200. In quella città-stato prendeva vita la civiltà capitalista perché schiere di ardimentosi mercanti sulla base certo non dei loro modesti risparmi ma dei vistosi debiti che contraevano, hanno iniziato la conquista dei mercati del levante che poi si sono tramutati in un unico mercato che oggi a buon titolo chiamiamo gobale.
E allora cosa vorrebbe l’imprenditore bavarese forse incautamente trasformatosi in politico di professione? Che la si smettesse di ricorrere ai debiti per alimentare lo sviluppo perché come egli sostiene «distruggono il nostro futuro »? Ma via signor Weber, solo il Mercante di Venezia interpellato in proposito le risponderebbe che ha ragione, perché quando le transazioni non erano ancora impersonali riscuotere un credito poteva anche costare qualche goccia di sangue. Ed effettivamente c’è voluta una terribile seconda guerra mondiale e dunque un altro vero fiume di sangue perché il debito tedesco delle riparazioni della guerra precedente fosse estinto e finalmente un conflitto intra-europeo apparisse oggi del tutto improbabile.
Ma questo è avvenuto soprattutto per una crescita economica come sempre ineluttabilmente fondata sul debito che oggi è ancor più necessaria per dare lavoro alle decine di milioni di giovani disocupati. E se per raggiungere quell’obbiettivo sarà necessario, come sosteneva il più grande economista inglese del Novecento, considerare un mito superato quello del pareggio del bilancio, ebbene continuiamo a farli i disavanzi, e tutti insieme sopportiamo il dispregio dei pochi che in nome di astratte ideologie reclamano un futuro di popoli che finalmente non siano indebitati. Le sembra veramente che possa essere un futuro molto migliore di quello attuale signor Presidente Manfred Weber?

da da La Repubblica

"Servizi, tariffe da record negli ultimi 10 anni", di La. Matteucci

Rincari fino all’85%, boom per i rifiuti. Solo la telefonia ha avuto una diminuzione, -15,9%. Analisi della Cgia: contano il peso fiscale e i mancati benefici delle liberalizzazioni

Rincari record per le tariffe di acqua, rifiuti, autostrade e trasporti: questo il bilancio degli ultimi dieci anni stilato dalla Cgia di Mestre, che denuncia da un lato il mancato effetto delle liberalizzazioni e dall’altro l’aumento del peso fiscale. «Le tariffe dei principali servizi pubblici hanno subito aumenti record – scrive in una nota l’Ufficio studi della Cgia – L’acqua dell’85,2%, i rifiuti dell’81,8%, i pedaggi autostradali del 50,1% e i trasporti urbani del 49,6%». Tra le dieci voci prese in esame in questa
analisi, solo i servizi telefonici hanno subito una diminuzione: -15,9%. Sempre nel periodo considerato, l’inflazione, invece, è aumentata del 23,1%.
LIBERALIZZAZIONI, POCHI VANTAGGI
Eppure, pur gravata dai forti aumenti, la nostra tariffa per l’acqua rimane la
più bassa d’Europa, e lo stesso di può dire per i biglietti ferroviari. Preoccupa, invece, il boom registrato dall’asporto rifiuti. «Nonostante in questi ultimi sei anni di crisi sia diminuita la produzione di rifiuti e aumentata la raccolta differenziata, le famiglie e le imprese hanno subito dei rincari ingiustificati», dice sempre la Cgia. «Gli aumenti del gas hanno risentito del costo della materia prima e del tasso di cambio, mentre l’energia elettrica dell’andamento delle quotazioni petrolifere e dell’aumento
degli oneri generali, in particolare per la copertura degli schemi di incentivazione delle fonti rinnovabili». I trasporti urbani, invece, hanno segnato gli aumenti del costo del carburante e quello del lavoro. «Non va dimenticato che molti rincari sono stati condizionati, qualche volta soprattutto, dall’aggravio fiscale – scrive sempre la Cgia – Tuttavia, va sottolineato che i risultati ottenuti dai processi di liberalizzazione sono stati poco soddisfacenti. In linea di massima oggi siamo chiamati a pagare di più, ma la qualità dei servizi non ha subito miglioramenti sensibili». Tra i settori presi in esame in questa elaborazione quello dei taxi è l’unico ad avere le tariffe totalmente amministrate: in altre parole, definite attraverso una delibera comunale.
Ed è il servizio, a parte quello telefonico, che ha subito l’incremento percentuale più contenuto. L’ultima parte dell’analisi prende in esame l’aumento delle tariffe nel periodo intercorso dall’anno di liberalizzazione fino al 2013. Ebbene, le assicurazioni sui mezzi di trasporto sono aumentate
del 197,1% (4 volte in più dell’inflazione), i pedaggi autostradali del 62,7%
(1,7 volte in più dell’inflazione), i trasporti ferroviari del 57,4 (1,7 volte in più dell’inflazione), il gas del 53,5 (2,3 volte in più), mentre i servizi postali hanno subito un incremento del 37,8. Solo i servizi telefonici, anche in questo caso, hanno subito una riduzione: -18,8%, contro
un aumento dell’inflazione del 38,5. Il problema, sempre secondo la Cgia, è che le liberalizzazioni hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori, «anche perché in molti settori si è passati da un monopolio pubblico ad un regime oligarchico che ha tradito i principi stessi della liberalizzazione».
In vista dei prossimi processi di deregolamentazione, la Cgia mette in guardia: «Non vorremmo che molti prezzi e tariffe, che prima dei processi di liberalizzazione/privatizzazione erano controllati, registrassero aumenti esponenziali con forti ricadute negative per famiglie e imprese».
Famiglie che già fanno i conti con un annoso calo del reddito, e ora alle prese con il periodo di vacanze. Da un’analisi Coldiretti/Ixè emerge che quasi quattro italiani su dieci (9,4 milioni, il 39%) hanno scelto di partire a luglio, quando si riesce a risparmiare un po’ rispetto all’altissima stagione. Solo l’8% ha scelto di anticipare a giugno. Partirà secondo
tradizione in agosto la maggioranza dei 24 milioni che si permettono una vacanza, un numero inferiore a quello che acquisterà nei saldi. Per tagliare le spese rispetto allo scorso anno è stata accorciata la durata nel 12% dei casi mentre il 10% ha scelto mete più vicine. Cambia quindi la spesa media per persona destinata alle vacanze, che scende quest’anno a 665 euro e si accorcia la durata con il 43% in vacanza per meno di una settimana, il 33 da una a due settimane.

da l’Unità

"Orlando: "Riforma giustizia senza accordi sottobanco e sulle intercettazioni nessun giro di vite ai pm", di Liana Milella

Il Guardasigilli nega “inciuci” con la destra. “La corruzione non si batte solo con le pene”

INCIUCIO con Berlusconi? Risponde il Guardasigilli Andrea Orlando: «Domanda originale… ma pensate davvero che siamo ancora lì?». E poi: «Non sarebbe meglio vedere il merito delle proposte che sono addirittura online?». Il Guardasigilli uomo della mediazione? «No, Orlando ministro del confronto». Il Pd e la giustizia? «Il partito sta con me». Politica e corruzione? «Cantone è il primo passo ». La responsabilità civile? «Non vogliamo mettere sotto schiaffo le toghe». Le intercettazioni? «Nessun limite alle indagini».

Si è preoccupato per la “sua” giustizia quando ha sentito del nuovo incontro tra Renzi e Berlusconi?
«La nostra linea è rimasta la stessa, chiara dall’inizio. Un accordo alla luce del sole sulle riforme costituzionali e una proposta a tutto il Paese sulla giustizia. I 12 punti sono l’avvio del confronto. I testi on-line sono l’elaborazione collegiale del governo. Ci confronteremo con tutti. Ma non ci sono né tavoli separati, né accordi sotto banco. Se le forze di opposizione, che in alcuni casi abbiamo già incontrato, daranno indicazioni, le accoglieremo solo se le condivideremo, altrimenti manterremo le nostre posizioni di fronte al Paese».
Ha visto le polemiche? C’è già chi parla di inciucio e di un Berlusconi che si batte per norme favorevoli.
«Dobbiamo stare ai fatti. Nei colloqui in Parlamento con Forza Italia abbiamo registrato, per ora informalmente, solo indicazioni di carattere generale, ma nessuna richiesta d’intervento specifico».
La sinistra del Pd è in allarme sull’Italicum. Questo peserà sulla giustizia?
«Sulle riforme istituzionali inviterei a tenere in considerazione un aspetto. Renzi sta giocando, per conto dell’Italia, una partita europea difficilissima, dove da un lato mette sul piatto la determinazione a fare riforme e costruire un sistema istituzionale più moderno e, dall’altro, chiede un’attenuazione del rigore. La critica ai singoli punti delle riforme è legittima, ma si deve tener conto che, se salta il percorso riformista, s’indebolisce contestualmente la posizione del nostro Paese in Europa. Quanto alla giustizia, dal Pd, non ho mai registrato ripercussioni frutto delle polemiche sulla riforma costituzionale. Anzi, mi pare che gli schieramenti non siano sovrapponibili, e penso di poter dire che la stragrande maggioranza del Pd ritiene necessaria la riforma».
Non avete presentato le norme sulla giustizia per non ostacolare il cammino della riforma costituzionale?
«Sarebbe un sospetto fondato se il Parlamento avesse avuto la possibilità di occuparsene dal giorno dopo. Ma le Camere sono gravate dai decreti al punto che si comincerà a discutere quello sulle carceri, necessario per rispondere a Strasburgo, dal 21 luglio. La riforma non si può fare per decreto e richiede tempo per la discussione. Abbiamo preferito una discovery on-line e useremo questi mesi per una consultazione che dia piena trasparenza alle riforme».
Renzi parla degli ultimi 20 di polemiche sulla giustizia come di un «derby ideologico». Condivide?
«La mia sintesi è che la giustizia sia stata usata come un campo di battaglia dalla politica. Sto ai risultati, l’efficienza è calata e tutti i problemi strutturali si sono aggravati. Paradossalmente, ad eccezione della geografia
giudiziaria, non sono stati nemmeno risolti i nodi su cui c’era un accordo. Adesso bisogna ripartire da come si restituisce efficienza e funzionalità al sistema ».
La lettura di altri è che si sia consumata una profonda aggressione da parte della destra, nella persona dell’ex Cavaliere, contro la magistratura. Si può andare oltre?
«Credo di sì. Se finiscono le aggressioni e se si scende dalle barricate, si deve riconoscere che alcune riforme sono necessarie per difendere funzione e autorevolezza della giurisdizione. Molti segnali della magistratura vanno in questa direzione. Non mi illudo che saremo d’accordo su tutto, ma spero almeno che si discuterà solo sul merito».
Lei è un uomo della mediazione, anche con l’Anm. «Doroteo», dice Renzi che critica le correnti della magistratura. Sbaglia?
«Sono un uomo del confronto, non della mediazione a prescindere. Se per anni sono state lanciate grida a distanza, adesso bisogna discutere da vicino. Quando parlo di confronto non mi limito al rapporto con l’Anm. In questi mesi ho tentato di ricucire con l’avvocatura, con i magistrati onorari, con il personale amministrativo, con la polizia penitenziaria, tutta gente che ogni giorno fa funzionare la giustizia. Non mi illudo su soluzioni condivise su tutto e da tutti. Ma ridurre la distanza è necessario e possibile. I tempi li abbiamo definiti, poi si deve decidere».
Corruzione, inchieste come Expo e Mose, arresti come Milanese. Può bastare Cantone? O la politica dovrebbe dimostrare una sua grande rivolta morale?
«La nomina di Cantone è il primo passo. Bisogna prosciugare il brodo di coltura della corruzione. Non sono sufficienti le norme penali, ma bisogna contrastare alcune prassi nella formazione del consenso, nella gestione del potere, nell’aver consentito la sclerotizzazione di pezzi della burocrazia, nel rispondere alla domanda “chi controlla i controllori”. Venezia ci dice che non c’era solo una politica corrotta, ma anche la corruzione di chi avrebbe dovuto controllare. Considero importante un disciplinare più trasparente per le magistrature speciali».
Le norme anti-corruzione, dalla prescrizione lunga al falso in bilancio, possono ancora aspettare?
«No, tant’è che faranno parte del pacchetto, e nei prossimi giorni le proposte su falso in bilancio e auto-riciclaggio saranno messe on-line. Sulla prescrizione stiamo arrivano a una sua puntuale definizione».
Intercettazioni. C’è o non c’è una stretta?
«Renzi è stato chiaro. Non si tratta in alcun modo di limitare l’uso delle intercettazioni nelle indagini, tant’è che la scelta del governo non è stata neppure quella di scrivere un testo sulla diffusione. Abbiamo lanciato un appello ai media per cercare insieme un punto di equilibrio tra diritto all’informazione e tutela della privacy».
Testi della riforma on-line, consultazione storica o presa in giro per prendere tempo?
«I 12 punti stanno prendendo corpo, stiamo pubblicando i singoli progetti. Per la prima volta un iter normativo non sarà realizzato nel chiuso delle stanze ministeriali, ma sarà l’occasione per un grande processo democratico».
Custodia cautelare, scoppiano le polemiche per il divieto di arresto per pene presunte fino a tre anni. Si rischiano stalker liberi. Come se ne esce?
«Con una riforma che valga per tutti. L’arresto preventivo non può essere un’anticipazione della pena e questo lo dice con chiarezza un testo già votato da Camera e Senato. Ma che non consentiva al giudice di verificare l’eventuale pericolosità del soggetto arrestato. Correggeremo la norma in questo senso».
La riforma del Csm influirà sul voto dei togati? Non si rischia di svuotare l’istituzione?
«Assolutamente no. Il Csm si svuoterebbe se dovessero proseguire prassi come mantenere sedi vacanti un anno per via delle trattative tra le diverse componenti. Vogliamo dare piena funzionalità al Csm, che è presupposto dell’autonomia e indipendenza della magistratura».
Responsabilità civile. Riforma anti-toghe?
«Non faremo norme per mettere sotto schiaffo nessuno, ma per garantire che se un cittadino subisce un danno, dev’essere certo che qualcuno lo risarcirà. Ricordo solo che quando sono state proposte regole che avevano il solo scopo di intimidire la magistratura, noi le abbiamo contrastate».

da La Repubblica

"Quei sei milioni di debiti che i partiti non vedono", di Luca Ricolfi

C’è maretta, nel Pd e nel Pdl, nella maggioranza e nell’opposizione, nei partiti grandi e nei partiti piccoli. Le acque sono agitate perché le riforme sulle regole del gioco, prima fra tutte la legge elettorale, non possono essere rimandate per l’ennesima volta e un po’ tutti ne approfittano per alzare il prezzo del proprio consenso. Ma il vento che agita il Pd è solo una leggera brezza a confronto del turbine che sconquassa il Pdl. Nel Pdl, infatti, le normali divergenze di opinione sui contenuti delle riforme si intrecciano inestricabilmente con il dibattito sotterraneo sul dopo Berlusconi.

Un dibattito che, apparentemente, deve rispondere alla domanda: chi guiderà il centro-destra dopo Berlusconi? Ma in realtà sta già cercando di rispondere a un’altra e ben più importante domanda: che cosa sarà il centro-destra dopo Berlusconi? Questa seconda domanda è la domanda cruciale. Se qualcosa hanno insegnato le elezioni europee è che, per adesso, esiste una sola forza di governo, il Pd. Il punto è dunque se, anche alle prossime elezioni politiche, il centro-destra non si presenterà in campo, come di fatto è successo alle elezioni Europee, oppure sarà in grado di dare agli elettori una nuova offerta politica.

Il compito di costruire un’offerta alternativa a quella del partito di Renzi è reso difficile dalle divisioni, personali prima ancora che politiche, fra i reduci del ventennio berlusconiano. Ma la difficoltà fondamentale, a mio parere, è di ordine politico-culturale. Oggi il centro-destra non sa né in nome di quale idea dell’Italia rifondarsi, né quale sia il blocco sociale che intende rappresentare. Una difficoltà che è accentuata dal fatto che una parte dello spazio politico tradizionale del centro-destra la sta occupando Renzi con le sue idee più «di destra»: decreto Poletti sul mercato del lavoro, tagli alla spesa pubblica, conflitti con i sindacati e con la magistratura.

Ecco perché non è assurdo domandarsi: c’è ancora spazio per una forza di governo alternativa alla sinistra? La mia impressione è che, nonostante l’espansionismo renziano, di spazio ve ne sia in abbondanza, anche se non è detto che tale spazio sia adatto ad essere occupato da una forza di centro-destra. La ragione fondamentale per cui di spazio, almeno per ora, ve n’è in abbondanza, è che la politica di Renzi non sta affatto affrontando il problema fondamentale dell’Italia, e nell’unico caso in cui ha prodotto un risultato importante e tangibile (gli 80 euro in busta paga), lo ha affrontato dal lato sbagliato.

Qual è il problema fondamentale dell’Italia? Il problema fondamentale è che ci mancano almeno 6 milioni di posti di lavoro. Se vogliamo che il nostro tasso di occupazione sia comparabile a quello medio degli altri Paesi avanzati dobbiamo, come minimo, creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro. Il che significa, in concreto, permettere un ingresso massiccio di giovani e soprattutto di donne adulte nel mercato del lavoro. Può sembrare banale, ma è questo il nucleo del problema italiano. Perché intorno al tasso di occupazione ruota tutto: un tasso di occupazione patologicamente basso come il nostro accentua le diseguaglianze, deprime il reddito medio, ci rende schiavi del debito pubblico. Non solo: lasciare insoluto questo problema crea una frattura sociale inedita e gravissima, quella fra chi sta dentro il mercato del lavoro, i cosiddetti insider, e chi ne sta fuori, i cosiddetti outsider. Frattura che si va ad aggiungere e intrecciare alla frattura già abbastanza grave fra i garantiti (lavoratori pubblici e dipendenti delle imprese medie e grandi) e i non garantiti (lavoratori autonomi e dipendenti delle piccole imprese).

Rispetto all’enormità di questo problema, la politica italiana, tutta la politica italiana, appare muta e disarmata. Nessuno gli conferisce la priorità che meriterebbe. Nessuno, soprattutto, ha il coraggio di dire che creare alcuni milioni di posti di lavoro richiede scelte aperte e radicali.

Perché questo silenzio?

Nel caso della sinistra è abbastanza chiaro. Il problema del Pd renziano era ed è riportare all’ovile i propri elettori, che provengono innanzitutto dal mondo dei garantiti. Di qui l’operazione 80 euro in busta paga, che ha beneficiato 10 milioni di lavoratori dipendenti ma ha lasciato fuori gli incapienti (chi ha un salario inferiore a 8.000 euro l’anno), i non garantiti e gli outsider, ossia soprattutto giovani e donne inoccupate. In questo senso quella di Renzi, checché ne dicano i suoi detrattori, è stata una politica di sinistra classica, da manuale: redistribuire risorse a favore della propria base sociale.

Ma nel caso della destra? Perché la destra stenta ad occupare gli spazi lasciati aperti dal Pd di Renzi? Perché il dramma di quei 6 milioni di posti di lavoro che mancano all’appello non è prioritario neppure a destra?

Difficile dirlo. Una ragione, probabilmente, è che la destra italiana ha sempre visto la riduzione delle tasse più come un mezzo per sostenere il reddito delle famiglie che come un mezzo per stimolare crescita e creare posti di lavoro. Non a caso nel «Contratto con gli italiani» Berlusconi prometteva la riduzione delle aliquote Irpef, una misura che porta voti, ma non diceva una parola sulla riduzione di Ires e Irap, una misura ben più capace di creare posti di lavoro.

C’è forse una ragione più profonda, tuttavia, per cui gli esclusi dal mercato del lavoro interessano così poco il ceto politico. Ed è che creare 6 milioni di nuovi posti di lavoro è un’impresa politicamente contraddittoria. La piena occupazione, infatti, è un obiettivo di sinistra, e lo è più che mai al giorno d’oggi, in un’epoca i cui i veri deboli non sono i lavoratori dipendenti, occupati e garantiti, ma sono i giovani e le donne escluse dal mercato del lavoro. Quell’obiettivo di sinistra, tuttavia, oggi che non possiamo più spendere in deficit può essere raggiunto solo con mezzi considerati di destra: il taglio della spesa pubblica, la liberalizzazione del mercato del lavoro e la riduzione delle tasse sui produttori, a partire dall’imposta societaria.

Di qui il nostro disorientamento. La sinistra sembra di sinistra perché parla di occupazione, la destra sembra di destra perché parla di tasse. Ma né l’una né l’altra stanno cercando di creare quei 6 milioni di posti di lavoro che mancano all’appello.

da www.lastampa.it

"La strada stretta di Bruxelles", di Paolo Guerrieri

È cominciato in salita il semestre italiano di presidenza Ue. Dopo le aperture contenute nel documento programmatico (l’Agenda Strategica) approvato nell’ultimo Consiglio europeo, sono arrivate le prime pesanti reazioni negative dei rigoristi ad oltranza, in prima fila tedeschi.
Siamo solo agli inizi di un confronto che si preannuncia molto aspro e che interesserà nei prossimi mesi le nuove Istituzioni europee. L’esito, tutt’altro che scontato, sarà decisivo per le sorti della nostra economia e delle sue riforme.
Non è certo retorico affermare che un rinnovato modo di interpretare le regole europee, e che sia finalizzato alla crescita, serva oggi non solo
all’Italia, ma anche e soprattutto all’Europa. Dopo sei anni di crisi, a una ritrovata stabilità dei mercati finanziari si associano condizioni a dir poco
drammatiche della stragrande maggioranza delle economie dell’area euro, con oltre 27 milioni di disoccupati. Ed è opinione diffusa che la fragile ripresa in corso riuscirà a incidere poco o niente su questo stato di grande disagio. A preoccupare di più, a dispetto dell’ottimismo di alcuni, è che nelle
condizioni attuali l’area dell’euro sia destinata a un prolungato ristagno, che finirebbe per minacciare la sostenibilità degli stock di debito di svariati Paesi, col rischio di spingere al default molti di essi.
Nessun dubbio, così, sulla necessità di una svolta profonda in Europa. Per tornare a crescere serve un nuovo efficace compromesso a livello europeo tra
consolidamenti fiscali, riforme strutturali e misure per la crescita. A questo riguardo, la flessibilità nell’applicazione del Patto di stabilità e crescita, su cui si è incentrata tutta l’attenzione mediatica in questi giorni, potrà certo tornare utile. Ma declinata all’interno dell’esistente intelaiatura di regole – come ribadito dal nostro e altri Governi – si potrà
tradurre al meglio in uno scambio tra più tempo per il rispetto delle regole di bilancio e riforme serie e di ampia portata realizzate dai singoli Paesi. Altre misure di flessibilità, di cui oggi si parla, quale lo scorporo di investimenti più o meno selettivi, sarebbero certo utili ma difficilmente applicabili senza il consenso di tutti i Paesi a andare al di là delle regole che già esistono. Ma è evidente che solo più tempo non sarà sufficiente per una più forte ripresa. È necessario favorire, da un lato, massicci investimenti pubblici e privati (150-180 miliardi annui) a livello europeo –
dopo sette lunghi anni di loro declino – finanziati ricorrendo a più fonti. E dall’altro, in chiave di sostegno alla domanda interna europea, applicare
su base più simmetrica di quanto fatto finora le regole indirizzate all’aggiustamento dei deficit e surplus correnti, imponendo finalmente anche alla Germania – dopo anni di infrazioni – la riduzione dell’enorme avanzo commerciale accumulato (7 punti del Pil).
Solo agendo su più fronti e con politiche di sistema – come quelle prima indicate – si può sperare di rafforzare l’anemica espansione in corso. Una
strada in salita, però, dal momento che non è affatto scontato che i governi europei vogliano muoversi in direzione del cambiamento e una maggiore
coesione. Dai dibattiti di questi giorni si è intuito che solo pochi hanno percepito l’allarmante distacco tra l’Europa e i suoi cittadini segnato dalle
elezioni dello scorso 25 maggio. L’insediamento nei prossimi sei mesi del Parlamento europeo, Commissione e Consiglio rappresenta, comunque, per la presidenza italiana un’opportunità unica di promuovere un approfondito confronto tra governi e nuove Istituzioni europee per cercare di disegnare
una nuova Agenda europea per i prossimi cinque anni.
Bisognerà cercare di sfruttarla appieno in quanto per le sorti della nostra economia l’esito del confronto europeo è per molti aspetti decisivo. Lo si
intuisce dai dati negativi sul Pil diffusi finora
dall’Istat e che lasciano intravedere un sostanziale ristagno nel primo semestre di quest’anno.
Probabilmente una nuova manovra non sarà necessaria, ma serviranno a ottobre per la legge di stabilità oltre venti miliardi di euro per raggiungere il sostanziale pareggio di bilancio nel 2015, come confermato dall’ultimo vertice del Consiglio europeo, unitamente al finanziamento strutturale del bonus da 80 euro elargito a partire da maggio di quest’anno. Un ammontare di risorse cospicuo e davvero impegnativo se confrontato con manovre del passato. A quel punto sarebbe decisivo riuscire a ottenere margini di flessibilità nelle regole, ovvero più tempo per tagliare deficit e/o debito. Il che rimanda al percorso di riforme strutturali dell’economia che saremo riusciti a attuare di qui all’autunno che rappresenterà la fondamentale
carta di scambio per una decisione favorevole della nuova Commissione. È questo, in definitiva, il corridoio stretto di fronte oggi all’Italia e alla sua presidenza del Consiglio Ue.

da L’Unità