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"Tregua Roma-Berlino, ma Renzi tiene il punto", di Raffaella Cascioli

Il premier vuole evitare lo scontro con la Merkel, non quello con i suoi ultrà. Altolà alla Bundesbank, tutto bene con Barroso
«L’Europa appartiene ai cittadini, non ai banchieri tedeschi o italiani che siano».

Nella “normale” dialettica tra cancellerie che ogni cinque anni surriscalda il dibattito sulla composizione dell’esecutivo comunitario, la battuta del premier Matteo Renzi sembrerebbe una dichiarazione di guerra se non fosse accompagnata da frasi come «non c’è alcuna polemica con il governo tedesco in ordine alla stabilità e alla flessibilità» o «il rapporto con la cancelliera Angela Merkel è ottimo».

Un distinguo importante. D’altra parte proprio mentre Renzi, in qualità di presidente di turno dell’Unione europea riceve a villa Madama la Commissione uscente, a Berlino il portavoce del governo tedesco conferma che Italia e Germania vogliono un’Europa competitiva e remano nella stessa direzione.

In realtà se a Berlino si rifiutano di commentare l’attacco all’Italia lanciato dal presidente della Bundesbank Jens Weidman in quanto indipendente, Renzi respinge le critiche al mittente: «Io non parlo delle Sparkassen o delle Landesbanken». Una stoccata, alla luce delle eccezioni ottenute da Berlino per la vigilanza sulle casse di risparmio: «Non è compito della Bundesbank partecipare al dibattito politico italiano».

Al presidente uscente della Commissione Barroso Renzi ha confermato che l’obiettivo del semestre italiano è quello di «restituire speranza, passione ed entusiasmo ai cittadini europei, che sono i nostri stakeholder». Ha ricordato che «la flessibilità non è una richiesta dell’Italia, serve all’Europa, che ha anche bisogno del processo attivato dall’Italia».

Ha annunciato che il primo settembre partirà il programma “mille giorni” che terminerà il 28 maggio 2017 e consentirà con tante riforme di garantire un restyling all’Italia. Un’implementazione delle riforme che serve all’Italia, che è necessaria in Europa per evitare una procedura d’infrazione.

«Anche se non esistesse l’Ue – ha commentato Barroso – l’Italia dovrebbe attuare un piano di riforme. Non è che l’Ue sta imponendo qualcosa, è un errore pensarlo». E se per Barroso per un’Europa forte serve un’Italia forte, il ministro dell’economia Padoan, che lunedì coordinerà l’eurogruppo, afferma: nessun problema con la Germania, nel semestre punteremo sugli investimenti.

da www.europaquotidiano.it

"Il paradosso del Pil: in Usa sta frenando ma il benessere cresce con la sanità meno cara", di Federico Rampini

Il calo delle tariffe assicurative deprime il Prodotto interno americano: meno 2,9%. È uno degli effetti della riforma di Obama ma né la stampa né i mercati drammatizzano. Il paradosso del Pil: in Usa sta frenando ma il benessere cresce con la sanità meno cara. “Perché il Pil puzza e perché nessuno ci fa attenzione”: con questo titolo colorito il Wall Street Journal riassume le reazioni delle Borse alla notizia di una presunta “frenataccia” dell’economia americana. Meno 2,9%, il Pil nel primo trimestre di quest’anno. Un dato pessimo, mette l’America “in rosso” dopo cinque anni di ripresa, la sbatte dietro ai malati cronici dell’eurozona.

É il peggiore dato dal primo trimestre del 2009, quando gli Stati Uniti erano ancora nel mezzo della recessione. Ma questa revisione del Pil ha lasciato indifferenti i mercati e gli esperti. L’unica vittima? La credibilità stessa del Prodotto interno lordo come indicatore sullo stato di salute dell’economia. Un tempo a contestare il Pil erano soprattutto economisti di sinistra, come i premi Nobel Amartya Sen e Joseph Stiglitz, ambedue autori di statistiche “alternative”. Oppure, ancora più radicali, c’erano le critiche dei teorici della decrescita come Serge Latouche, per i quali l’aumento del Pil è sinonimo di sviluppo insostenibile, distruzione di risorse naturali. La novità: adesso agli attacchi contro il Pil si uniscono l’establishment, i mercati, gli organi del neoliberismo.

“L’incidente del primo trimestre 2014”, come si può intitolare la vicenda dello scivolone in negativo, è davvero esemplare. Tra i fattori che hanno frenato la crescita Usa, il più potente è la riforma sanitaria di Barack Obama. A gennaio di quest’anno entrava in vigore il nuovo sistema assicurativo. La sua prima conseguenza è stata un calo delle tariffe sulle polizze sanitarie. E qui si tocca l’incongruenza dell’indicatore Pil: se gli americani hanno finalmente speso un po’ meno per le assicurazioni mediche questa è un’ottima notizia, ma riduce il Pil che è un aggregato di tutte le spese. Il Pil non dice se stia migliorando la qualità delle cure mediche e quindi la salute, misura solo la spesa nominale. Una sanità inefficiente e costosa “fa bene” alla crescita, se invece si riducono sprechi e rendite parassitarie delle compagnie assicurative, l’economia apparentemente ne soffre.

L’attacco al Pil trova concorde il Financial Times. “Come il Pil è diventato un’ossessione globale”, è il tema di un’inchiesta del quotidiano inglese. Che parte da alcune sconcertanti revisioni nella contabilità nazionale che hanno fatto notizia.

La Cina, secondo uno studio recente della Banca mondiale, è molto più ricca di quanto credevamo: sta per sorpassare gli Stati Uniti, da un mese all’altro. Anche l’Inghilterra ha un’economia più prospera di quanto si pensava. Perché? Il “riesame” del Pil cinese, è stato deciso per correggere errori del passato. Sopravvalutando il costo reale di alcuni generi di prima necessità come gli spaghetti, si era simmetricamente “impoverito” (nelle statistiche) il potere d’acquisto dei consumatori. Errore corretto, e oplà, di colpo la Cina nel suo nuovo Pil misurato “a parità di potere d’acquisto” diventa quasi eguale all’America.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, il suo “arricchimento” improvviso (+5%) nasce dall’inclusione nel Pil di attività illecite e sommerse come la prostituzione e il traffico di droga. Nel caso cinese come in quello inglese è evidente che siamo di fronte a operazioni contabili del tutto discrezionali, arbitrarie. Non è cambiato nulla per il cittadino, il lavoratore, l’imprenditore di quei paesi. É cambiato solo un numero, deciso dagli economisti. Per la Gran Bretagna, poi, è evidente l’aspetto paradossale di questo massaggio delle statistiche: siamo proprio sicuri che l’inclusione della droga nel Pil sia un indicatore fedele del benessere nazionale?

L’economista Diane Coyle, che è stata consigliera del ministero del Tesoro britannico, ha pubblicato un libro sulla storia del Pil: “Gdp: A Brief But Affectionate History”. Documentato, erudito, ironico, ma anche sferzante. La Coyle ci ricorda che “non esiste una cosa reale che gli economisti misurano e chiamano Pil”. Quell’indicatore statistico è un’astrazione, un aggregato di spese dove entra di tutto: dai manicure alla produzione di trattori ai corsi di yoga. Primo consiglio della Coyle: liberiamoci dall’idea che la rilevazione del Pil sia come la misurazione del perimetro terrestre, un’operazione complessa ma scientificamente rigorosa.

Del resto il Pil è un’invenzione recente, e strumentale. Il primo a lavorarci fu l’economista americano di origine bielorussa Simon Kuznets, negli anni Trenta. La missione gli era stata affidata dal presidente Franklin Delano Roosevelt. Nel bel mezzo della Grande Depressione, Roosevelt aveva bisogno di una misura dello stato di salute dell’economia, che non fosse di tipo settoriale o aneddotico come quelle usate fino ad allora. Ma lo stesso Kuznets dopo avere “inventato” il Pil cominciò a esprimere serie riserve sulla sua validità. Nella maggior parte dei paesi sviluppati bisogna attendere gli anni Cinquanta perché il Pil entri nelle consuetudini.

Un indicatore ben più completo e utile è quello elaborato per le Nazioni Unite da Amartya Sen ed altri, lo Human Development Index (indice dello sviluppo umano): misura per esempio la qualità della salute e dell’istruzione. Perché non riesce a spodestare il Pil nel dibattito pubblico? La spiegazione che dà Sen è disarmante, o inquietante: “Il Pil misura un tipo di crescita quantitativa che ha coinciso con l’arricchimento di minoranze privilegiate. L’indice dello sviluppo umano sposterebbe l’attenzione verso attività e settori che vanno a beneficio degli altri”.

da www.repubblica.it

"Scuola, la riforma impossibile (a costo zero)", di Leonardo Tondelli

“I soldi non ci sono. Ce ne saranno pochi anche in futuro”. Questa è in fondo l’unica cosa importante che ieri il sottosegretario all’istruzione Roberto Reggi ha rivelato a Repubblica. Tutto il resto – le 24 ore, le 36 ore, le scuole aperte tutto a luglio e fino alle sei di sera (ma perché non le dieci) – è puro spettacolo, come ormai è tradizione quando al Ministero provano a ritoccare i contratti degli insegnanti: proposte pirotecniche, qualche settimana di fuochi artificiali, poi il fumo e il chiasso si dirada e a settembre si riapre più o meno la stessa baracca. Magari stavolta sarà diversa; ma francamente non vedo come.

La scuola italiana è il carrozzone che è: non sono qui a difenderla, ma non credo che si possa migliorare a costo zero. Immagino che anche Reggi e il suo ministro lo sappiano benissimo; non sono dilettanti. Ma se i soldi non ci sono, che altro possono fare? L’unica è raccontare e raccontarsi che da qualche parte del carrozzone ci siano enormi rubinetti di denaro o di forza lavoro lasciati aperti; clamorosi sprechi a cui rimediare con tanta buona volontà… e senza investirci un mezzo euro in più. “La scuola italiana costa 55 miliardi l’anno, bisogna usare meglio quello che c’è”. Come si fa a usare meglio? Si tengono tutti gli insegnanti a scuola tutta la settimana. Geniale, no? Come mai nessuno ci aveva pensato prima?

In effetti, qualcuno ci aveva già pensato. Finché non si era accorto che la cosa non era né sensata né fattibile. Sulla Repubblica di ieri si menziona una “colossale rivolta del mondo della scuola” che avrebbe impedito al ministro Profumo di aumentare l’orario settimanale degli insegnanti a parità di salario. Faccio appello alla buona memoria dei lettori: Profumo lanciò la sua proposta nell’autunno di due anni fa. Voi ricordate una qualche colossale rivolta, nel mondo della scuola o altrove? Non si riuscì a fare nemmeno uno sciopero unitario. Non furono le barricate dei supplenti storici ad affondare la proposta di Profumo; essa svanì “all’apparir del vero”, nel momento in cui si passa dagli slogan al malinconico calcolo dei costi e dei benefici. Poi Monti andò a piagnucolare da Fazio che i poveri docenti non volevano lavorare due ore in più a settimana – dopo avermi chiesto un’ora al giorno senza contrattazione – che brutta figura che le hanno fatto fare professor Monti, che brutta fine.

Ma insomma il copione ormai è questo: si butta lì qualche proposta immaginifica e irrealizzabile a costo zero; si terrorizza qualche decina di migliaia di lavoratori; e se poi non si riesce a concludere nulla, al primo svogliato sciopero a singhiozzo si darà la colpa al “corporativismo della classe docente”. Poi magari mi sbaglio, e ne sarei felice, ma insomma: se i soldi non ci sono, non ci sono.

Se non hai un solo soldo in più, non puoi tenere le scuole aperte fino a sera, con quello che costerebbero alla collettività in termini di luce e riscaldamento. Non puoi chiuderci i ragazzi fino al trenta di luglio, anche se sei convinto che ai genitori piacerebbe – ma voi avete mai conosciuto un genitore a cui davvero piacerebbe? e ai ragazzi meglio non chiedere. Non puoi farlo perché, banalmente, nel 90% delle scuole in luglio fa veramente troppo caldo, e il riscaldamento globale non gioca in nostro favore. E siccome non hai un solo soldo in più per ventilarle… a proposito, e i bidelli? Anche a loro hai intenzione di raddoppiare l’orario gratis? Sono già sotto organico, ma puoi sempre raccontare ai giornali che invece da qualche parte ci sono hangar interi di bidelli sfaccendati che finalmente verranno impiegati al 100%. Poi, quando si tratterà di fare i conti, dirai che ti hanno frainteso, che non hanno capito l’ottimismo, non hanno voluto sottoscrivere il “patto della qualità”, qualsiasi cosa sia.

Non puoi rendere “obbligatoria la formazione”; primo, perché una formazione obbligatoria esiste già, anche se il livello è scadente; secondo, perché non hai intenzione di metterci un soldo in più. Non puoi aumentare la paga ai docenti senior, visto che ancora non esistono; è un bel lapsus, i docenti senior furono un’effimera invenzione dell’era Gelmini. Se il senso è che vuoi dare un gruzzolo al preside, che avrà piena facoltà di spartirlo tra i docenti di cui si fida, ok, la cosa si fa interessante: ma prima di correre a lavare la macchina del mio dirigente vorrei capire una cosa, la solita: da dove prendi i soldi?

Non puoi tenere tutti i docenti a scuola per 24 o 32 ore alla settimana, perché un qualche aumento dovresti riconoscerlo. Non si capisce nemmeno cosa dovremmo fare a scuola tutto quel tempo – ovvero, sì, si capisce: vorresti non pagare più le supplenze, che danno lavoro ai precari ma costano un sacco. E siccome non puoi costringerci a fare supplenze gratis (suona male), spari questa cosa delle trentadue ore di permanenza nell’edificio scolastico. A fare cosa? preparare lezioni? correggere compiti? In quali ambienti? Vuoi imporre un orario di ufficio senza ufficio? Hai presente quanti soldi abbiamo fatto risparmiare allo Stato, fin qui, portandoci il lavoro a casa? Correggendo sulle nostre scrivanie, con i nostri computer, connessi a spese nostre? O vuoi fornire una postazione a tutti i docenti a costo zero? E così via.

Mi dispiace suonare così gattopardesco: in realtà io credo che la scuola si potrebbe cambiare in tanti modi. Fino al trenta luglio no, ma a giugno si potrebbe ancora far lezione – magari sostituendo la disagevole pausa pasquale con una vacanza di primavera all’europea. Si potrebbero incentivare gli insegnanti che si aggiornano. Tante cose, si potrebbero fare. Ma servono i soldi: e i soldi, ce l’hai detto, non ci sono.

Non che avessimo molti dubbi, però la franchezza si può apprezzare. Avevamo ancora nelle orecchie gli annunci di Renzi ai tempi della campagna per le primarie: “Un paese civile deve ripartire dalla scuola“. Si vede che non siamo un paese così civile, tutto sommato. Avremo altre priorità.

http://leonardo.blogspot.com

"Ragazzo fortunato", di Massimo Gramellini

Era proprio bello essere Faletti. La sua apparizione sul pianeta Terra si è rivelata talmente intensa da farci quasi dimenticare quanto sia stata breve. Sapeva cantare, scrivere, comporre, dipingere, recitare. Sapeva persino cucinare: meglio di un concorrente di Masterchef, altroché. Sapeva farci ridere e farci piangere, duplice impresa riservata alle anime elette.

La vita gli aveva dato tutto, tranne una salute di ferro e il plauso delle facce di bronzo: quell’aristocrazia culturale che per principio disprezza chiunque osi farsi capire dalle persone comuni. Giorgio non si dava mai arie e in certi ambienti di questo strano Paese il talento viene riconosciuto solo a patto che si associ alla spocchia. O alla bara. Adesso, c’è da scommetterci, le sue macchiette di «Drive In» assurgeranno a classici e un produttore si deciderà finalmente a girare il film di «Io uccido», il miglior thriller italiano degli ultimi vent’anni.

Sì, era proprio bello essere Faletti. Oltre alle miniere di creatività per cui siamo qui a ricordarlo, la vita gli aveva concesso il gioiello più prezioso. Una moglie formidabile, che è stata al suo fianco fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno e lo accudirà nella memoria per sempre. Prima di chiudere gli occhi e partire per la sua trionfale tournée in un mondo meno «cano» di questo, Giorgio le ha preso una mano e se l’è appoggiata sul cuore. Chi di noi non si augurerebbe una simile uscita di scena?

da www.lastampa.it

"Roma-Berlino, la trappola antropologica", di Gian Enrico Rusconi

Prepariamoci ad una possibile turbolenza tra Germania e Italia. Ci sono tutte le premesse. Ma la peggiore sarebbe quella di attingere al collaudato armamentario dei reciproci giudizi e pregiudizi. Magari con la retorica della «memoria storica» – quella lunga, più che centenaria (per rimanere soltanto alla storia dei nostri Stati nazionali) o a quella più recente della costruzione europea.

La cosa peggiore è ricorrere all’antropologia da strapazzo, camuffata da «psicologia dei popoli», che parla genericamente «degli italiani» e «dei tedeschi». E’ tempo di cambiare stile e modo di argomentare. Scambio di ragioni, senza malcelati sospetti, senza risentite accuse di reciproci inadempimenti.

Domenica scorsa, su questo giornale, abbiamo criticato un noto giornalista tedesco per l’infelice titolo di un suo commento «Il tradimento dell’Italia» (Faz). Era basato sull’assunto che «l’Italia riceve aiuti immediati contro vaghe promesse, e la Germania ha motivo di sentirsi raggirata». E’ forse questo ciò che teme il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, con il suo commento ironico al discorso di Matteo Renzi?

Ma tre giorni fa, su un altro grande quotidiano tedesco (SZ), è uscito un articolo significativamente di segno opposto: «Renaissance dell’Italia». Ecco l’altra faccia del tedesco – in benevola attesa per le straordinarie risorse latenti dell’Italia.

Adesso però tutti aspettiamo i fatti. Fatalmente tutto sembra legato al fenomeno Renzi. Non tanto e non solo alla sua persona ma al mutamento politico che sta promuovendo.

Per contrasto – quasi per provocazione – voglio ricordare qui l’esperienza di Mario Monti, oggi rimossa e disapprovata. Contiene quasi tutti gli ingredienti di altre esperienze storiche tra governo italiano e governo tedesco: iniziale simpatetica convergenza di intenti con la Germania, adesione alle sue posizioni virtualmente egemoniche, poi graduale affermazione di prospettive e propositi diversi se non alternativi, che portano i tedeschi a sospettare una fraudolenta rottura italiana degli accordi presi.

Monti, il premier inizialmente salutato con entusiasmo e gratificato in Germania dall’epiteto di «tedesco» (in sottile antagonismo con «l’italiano» Mario Draghi) portava in sé l’anomalia istituzionale del governo «tecnico», sotto la forma del «governo del Presidente». Ma essa era stata accolta con assoluta benevolenza in Germania perché il programma enunciato e in parte realizzato era in sintonia con la linea tedesca. Quando Monti però ha tentato di modificare la rotta, chiedendo alla Germania «maggiore elasticità» in tema di patto fiscale, di stabilità finanziaria e riforma bancaria, ha subito incontrato l’ostilità tedesca.

Trascuro qui la catastrofica scelta politica interna di Monti – di cui per altro i tedeschi non avevano percezione. Mi limito a constatare che contro di lui è scattata la sindrome tedesca della slealtà, l’accusa della incapacità congenita degli italiani di mantenere i patti. Una presunta lettura antropologica ha preso il posto dell’analisi politica. Non c’è stata nessuna seria analisi se la politica di Monti, al di là del suo stile tecnocratico e della sua «strana maggioranza», fosse quella più adatta per un’Italia economicamente stremata. La crescente alienazione della popolazione dalla politica (che alle elezioni si tradurrà in cifre elevatissime di astensione), il fenomeno in crescita esponenziale del grillismo, la persistenza del berlusconismo e quindi il flop elettorale di Monti, vengono letti in Germania come conferma della cronica instabilità italiana. Quindi come antropologica inaffidabilità degli italiani. Non come segni di colossali problemi oggettivi da affrontare con un nuovo approccio razionale ed economico.

Poi inatteso arriva il fenomeno Renzi – l’altra faccia della «sorprendente Italia». Ma non è un miracolo all’italiana, bensì una scelta arrischiata a suo modo razionale.

Ricomincia il gioco. Angela Merkel sfoggia la sua benevola simpatia per il giovane premier italiano che dichiara la Germania non un nemico da battere ma un modello da imitare. Ma la cautela politica è d’obbligo e la cancelliera è maestra in questo. Nessuno sa ancora come andrà a finire.

Per noi rimane un punto importante: smettiamola con gli stereotipi su italiani e tedeschi. E’ ora che le classi politiche invece di baloccarsi con i luoghi comuni reciproci, imparino a conoscersi e a parlarsi più seriamente.

da www.lastampa.it

"Con Piccolo, uno Strega alla sinistra moderna", di Stefano Menechini

Nel trentennale della morte di Berlinguer, non solo un gran libro di un ottimo scrittore, ma un’operazione culturale onesta. Su una generazione che ha deciso di sciogliere la contraddizione tra integralismo etico-politico e la vita reale nella società di tutti.

Nel trentennale della morte di Enrico Berlinguer s’è fatto, detto e scritto un po’ di tutto. Tante agiografie, alcune riletture critiche (da Claudia Mancina la più importante); Veltroni ha filmato l’abisso di consapevolezza tra generazioni, Petruccioli (su Europa) ha individuato nella sconfitta elettorale del ’79 un passaggio cruciale di solito trascurato. Beppe Grillo ha azzardato una grottesca rivendicazione durata il tempo di mezza campagna elettorale.

Nel valore assai relativo che hanno i premi letterari, la vittoria di Francesco Piccolo allo Strega conta come riconoscimento, oltre che a un grande scrittore, all’operazione culturale migliore e più onesta che sia stata fatta sul tema. Non sulla figura di Berlinguer, bensì su quello che il segretario del Pci ha significato per milioni di persone; e, fra quei milioni, per i tanti che a un certo punto hanno accettato di misurare e di sciogliere l’inaccettabile e dolorosa contraddizione tra l’integralismo etico-politico al quale l’icona Berlinguer aveva finito per corrispondere, e la vita e la politica reali, nelle quali è inevitabile anzi giusto condividere le umane mancanze e miserie della società che cambia.

Il desiderio di essere come tutti è stato definito un manifesto renziano. Le solite forzature. Però c’è un senso. La rinuncia a una diversità peraltro spesso più declamata che praticata è condizione per ritrovare la famosa «connessione sentimentale con il popolo». Concetto gramsciano, per stare in tema. Provate a declinarlo nel contemporaneo, pazienza se si perde fascino: darete la giusta importanza agli sforzi della sinistra di parlare finalmente non solo ai propri simili ma, appunto, a tutti.

da www.europaquotidiana.it

"La verità (in ritardo) sulla Terra dei fuochi", di Roberto Saviano

LEGGETE qui: «Eccesso di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori. Nella provincia di Napoli si è osservato un eccesso di incidenza per tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita». È il verdetto dell’Istituto superiore di sanità: è l’aggiornamento allo studio epidemiologico “Sentieri”, eseguito su ben 55 comuni nelle province di Napoli e Caserta. È la conferma di ciò che esperti e senso comune dicevano da tempo, ma che i governi si ostinavano a negare. Esiste un nesso tra la devastazione di intere aree, tra i rifiuti intombati e le morti per cancro, i bambini che si ammalano nel primo anno di vita, i bambini che nascono con malformazioni. L’allarme non era esagerazione. Nella Terra dei Fuochi si muore di tumore allo stomaco, al fegato, al polmone, alla vescica, al pancreas, alla laringe, ai reni, alla mammella. L’Istituto superiore di sanità ammette che fra i «fattori di rischio accertati o sospetti» c’è «l’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani».
Ecco, questo è il dato che doveva arrivare — ed essere diffuso — molti anni fa: perché tanto ritardo? Perché i registri tumori in queste aree non sono ancora attivi? L’Airtum, Associazione Italia Registri Tumori, sostiene che «non uno, bensì tre registri tumori sono già attivi nella Regione: a Napoli, Salerno e Caserta». Ma la provincia è davvero inclusa? E i comuni compresi nella Terra dei Fuochi? Se ne parla da anni: cosa ha impedito che si creassero registri tumori per monitorare quelle aree? E poi la bonifica come avverrà? A chi verrà affidata? Chi gestirà i fondi? E in che modo? E come si pensa di contenere la mortalità?
Nessuno si è ancora scusato per quella torta verde con lo spicchio rosso che diceva: “Aree sospette 2%”. Ovvero state tranquilli, è solo il 2% della vostra terra a essere contaminato, il resto è frutto di allucinazione
collettiva: se morite è perché vi nutrite male e non fate prevenzione… No, il 98% del terreno destinato alle coltivazioni non era considerato a rischio inquinamento: una bugia a cui si prestarono ministri e governatori, un’operazione che doveva servire per evitare la completa rovina dell’economia campana basata sui prodotti agricoli.
Quanta incompetenza e superficialità. Che mancanza di visione. Quanta approssimazione. Dice ora il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che «è giusto tenere alta l’attenzione, che sono stati stanziati 25 milioni di euro per screening di massa: dare sicurezza ai cittadini è la mia priorità». Ma poi aggiunge che «le precisazioni dell`Iss» non devono portarci a fare del «facile allarmismo». E invece è ora che le istituzioni, finalmente, rispondano. Lo pretendono le migliaia di morti di questo disastro ambientale che ha distrutto una delle terre più belle del mondo, che ha avvelenato pesche, albicocche, pomodori, arance, mandarini, mandorle, mele annurche, il latte di bufala. Si dirà: non è tutto inquinato. E creando allarme non si fa che nuocere all’economia campana. Vero: non è tutto inquinato, e l’agricoltura campana vive di eroi che combattono per mantenere sul mercato i propri prodotti. È fatta di imprenditori che continuano a credere nel Sud nonostante la politica italiana (non solo quella campana) faccia di tutto per uccidere la passione, la dedizione e la professionalità. Per queste persone la menzogna perpetrata è una continua mortificazione. I loro prodotti devono essere l’eccellenza in una terra sana, non i frutti che nascono in spicchi di terra scampati alla devastazione.
È ora che il Paese si assuma la responsabilità del proficuo sodalizio criminale, durato anni, tra quelle aziende del Nord che volevano smaltire rifiuti speciali a basso costo e la criminalità organizzata del Sud che glielo ha consentito. È ora che il Paese si assuma la responsabilità degli oltre 10 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni specie smaltiti nella Terra dei Fuochi in venti anni di scempio. È ora che il governo prenda atto delle 82 inchieste per traffico di rifiuti censite da Legambiente tra il 1991 e il 2013. Inchieste che hanno portato a 915 ordinanze di custodia cautelare, 1.806 persone denunciate e il coinvolgimento di 443 aziende in gran parte del Centro e del Nord Italia. È ora che il Paese guardi negli occhi i martiri della Terra dei Fuochi, che chieda loro scusa e renda loro giustizia. Roberto Mancini, il poliziotto scomparso a maggio che da commissario della Criminalpol negli anni ‘90 aveva indagato sul traffico di rifiuti tossici in Campania e fatto continui sopralluoghi nella Terra dei Fuochi, è morto di tumore per aver fatto bene il proprio lavoro. È anche per lui che dovremmo pretendere verità. Dalle sorti del Sud, dalla Terra dei Fuochi, dipende il futuro del Paese. C’è ancora qualcuno tanto cieco da dubitarne?

da La Repubblica