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"Assunzioni ancora ferme ma le aziende non usano neanche i fondi stanziati", di Roberto Giovannini

Procedure complicate e timidezza delle imprese: poche migliaia di contratti

Lo scenario, direbbe un economista keynesiano, è quello di un equilibrio stabile di sottoccupazione. L’economia italiana mostra qualche segno di ripresa, ma certamente non sul versante della crescita del Pil, non su quello dell’occupazione, non su quello dei consumi e neppure su quello della domanda aggregata. Seguendo gli insegnamenti di John Maynard Keynes, per sbloccare lo stallo servirebbe spesa pubblica aggiuntiva in grado di rilanciare i consumi e gli investimenti; ma lo stato dei conti pubblici e le regole che ci siamo dati a livello europeo non lo permettono. E la qualità della spesa pubblica italiana, come sappiamo, è quello che è. La conseguenza diretta è che sul versante del lavoro i dati sono (a seconda delle interpretazioni) da brutti a pessimi. E che a meno di qualche miracolo – per ora non all’orizzonte – non si può prevedere un aumento dell’occupazione in grado di alleviare questa piaga. Soprattutto per quanto riguarda le aree sociali più a rischio, ovvero gli ultracinquantenni e (soprattutto) i giovani con meno di 29 anni.

Lo dicono i numeri. Qualche giorno fa l’indagine Istat sulle forze del lavoro ha certificato che a maggio il tasso di disoccupazione è tornato a salire a quota 12,6% (il record storico è il 12,7% di gennaio e febbraio). Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è stabile al 43% (+4,2% rispetto a dodici mesi fa). In termini assoluti, i disoccupati sono 3 milioni e 222 mila. C’è un piccolo aumento dell’occupazione in termini assoluti, e diminuisce di 40mila unità il numero dei giovani inattivi, che sono ben 4.355.000.

Un disastro confermato dal deludentissimo esito del cosiddetto «bonus giovani» varato tra tante attese e tante polemiche dal governo Letta nell’agosto del 2013. «Troppo pochi soldi stanziati», si disse; «troppo rigidi i vincoli per l’assegnazione». Il governo allora spiegò che aveva solo 800 milioni disponibili, e che vista la generosità dell’incentivo (lo Stato avrebbe pagato la bellezza un terzo della retribuzione lorda del nuovo assunto tra 18 e 29 anni fino a un tetto di 650 euro al mese per 18 mesi) non si poteva fare di più. A fine giugno, però, secondo l’Inps invece dei 100mila ragazzi tolti dalla disoccupazione previsti, se ne sono contati soltanto 22.124. Anzi, delle 28.606 domande di assunzione 5.499 sono state ritirate dalle aziende. In altre parole, la sfiducia delle imprese è talmente elevata da spingerle a rinunciare persino ad assumere (a tempo indeterminato, però, e non al posto di pensionati) giovani con retribuzioni modeste e per un terzo pagate dai contribuenti. Per adesso sono stati usati solo 160 milioni degli 800 stanziati per il 2014.

E non sembra di essere in grado di dare risposte significative neanche il programma «Garanzia Giovani», che impegna 1,5 miliardi di fondi europei per offrire ai giovani fino ai 29 anni uno stage, un apprendistato o un impiego entro 4 mesi dal colloquio. Il programma è partito solo il 1° maggio, va detto. A oggi sono 110.333 i giovani che si sono registrati per «offrirsi»: 10.241 sono stati chiamati dai servizi per il lavoro per il primo colloquio. Da parte loro le imprese hanno messo a disposizione 2.743 occasioni di lavoro, per un totale di 4.068 posti disponibili (di cui solo 408 a tempo indeterminato). Sulla carta entro 60 giorni tutti gli iscritti avrebbero dovuto essere chiamati per un colloquio, ma molte Regioni hanno appena presentato i piani attuativi. Per adesso solo in Lazio e in Toscana sono iniziati i primi colloqui, stando al monitoraggio del ministero del Lavoro; Piemonte e Puglia promettono di partire «nei prossimi giorni».

da www.lastampa.it

"Fondi europei il grande spreco da 7 miliardi", di Valentina Conte

In 5 anni sono stati messi in campo 504 mila progetti di formazione, per una spesa di quasi 7 miliardi e mezzo di euro. Con quali benefici? La risposta dello studio degli economisti Roberto Perotti e Filippo Teoldi è tranciante: i benefici sono ignoti. Dei progetti finanziati con fondi strutturali europei nessuno è in grado di valutare gli effetti. Sul tema dell’occupazione è intervenuto anche il Capo dello Stato in Friuli Venezia Giulia per commemorare i caduti della Grande guerra: «Italia finita se non dà lavoro ai giovani».

Una montagna di miliardi, sfuggita di mano. Ogni anno l’Italia spende cifre impressionanti in progetti finanziati con fondi strutturali europei, eppure nessuno è in grado di valutarne gli effetti. Se ad esempio favoriscono davvero l’inclusione sociale, se creano nuova occupazione e se questa è strutturale e come viene retribuita. Anzi, va persino peggio. Non solo non conosciamo l’efficacia della spesa, ma ogni euro di fondi ricevuti ce ne costa due in tasse: uno da versare all’Europa come membri dell’Unione e un altro come cofinanziamento, obbligatorio per utilizzare quei fondi. Eppure, nonostante il clamoroso black-out informativo, in cinque anni sono stati messi in campo ben 504 mila progetti di formazione, per una spesa di quasi 7 miliardi e mezzo. Con quali benefici? La risposta dello studio curato dagli economisti Roberto Perotti e Filippo Teoldi e pubblicato sul sito lavoce. info è una sola: i benefici sono ignoti.
«Nessuno riesce a districarsi tra piani europei, nazionali e regionali », osserva Perotti, docente alla Bocconi e in passato consigliere economico di Renzi. «Centinaia di documenti stilati per fissare obiettivi che nessuno rispetta. E i soldi diventano una mangiatoia pazzesca per sindacati, assessorati regionali e provinciali». La soluzione per Perotti è una sola: «Non diamo più soldi a Bruxelles, così non rischiamo di vederli finire nelle mani dei maestri dello spreco, in un sottobosco politico parassitario ». La tesi è ardita, ma suffragata dai numeri dello studio dal titolo “Il disastro dei fondi strutturali europei”.
Nel 2012 l’Italia ha versato 16,5 miliardi come contributi alla Ue e ne ha ricevuti in cambio solo 11, di cui 2,9 di fondi strutturali, tra Fse (per formazione, sussidi al lavoro, inclusione sociale) e Fesr (sussidi alle imprese e infrastrutture). Questi fondi per essere spesi devono essere “doppiati” tramite il cofinanziamento, dunque denari italiani. «Ottima idea, per coinvolgere il beneficiario. Ma se prendiamo il solo Fse, appena il 4% del finanziamento totale viene dalle Regioni (quasi niente dalle Province), il resto è finanziato in parti uguali da Stato italiano e Ue». I soldi di questo fondo dunque «sono completamente gratuiti per i soggetti che poi attuano il progetto, cioè Regioni e Province». Di qui la prima stortura. «Lo scopo del cofinanziamento è completamente negato».
Lo studio passa poi ad esaminare la spesa per i progetti di formazione, che rappresentano la quasi totalità dei progetti dell’Fse (504 mila su 668 mila). Nel periodo 2007-2012 (dati Open-Coesione) ben 7,4 miliardi su 13,5 sono stati impiegati qui. La valutazione di questi corsi è «un’industria che non conosce crisi» e tiene in vita «decine di centri di ricerca» che hanno prodotto tra 2007 e 2011 ben 280 documenti di valutazione, per la stragrande maggioranza «inutili, un sottobosco nel sottobosco ». Poiché nessuno è davvero in grado di raccontare l’efficacia dei corsi. Le variabili di solito citate sono la percentuale di soldi spesi e il tasso di occupazione. Ma la prima non è per forza indice di successo: si possono spendere molti soldi in progetti inutili o dannosi. E la seconda spesso è effetto della congiuntura, se non si riesce a misurare i posti di lavoro che davvero i corsi di formazione e gli stage favoriscono.
Il confronto europeo è poi agghiacciante.
Se l’Italia tra 2007 e 2013 ha offerto corsi a 21 mila persone, la Francia aveva 254 mila iscritti e la Germania 208 mila (dati del network di esperti sulla spesa dell’Fse per l’inclusione sociale). Ebbene, tra quelli che hanno completato le attività (appena 233 italiani, contro 50 mila francesi e 32 mila tedeschi), solo il 14% risultava poi occupato in Italia, contro l’85% della Francia e il 35% della Germania. Ma, aggiunge lo studio, «è possibile che i partecipanti italiani abbiano ricevuto servizi non finalizzati a trovare un posto di lavoro». Ma allora a che cosa servono questi corsi?
La Commissione europea, lo scorso marzo, sosteneva che grazie ai fondi Ue in Italia sono stati creati tra 2007 e 2013 più di 47 mila posti, 3.700 nuove imprese, banda larga estesa a più di 940 mila persone, sostegno per 26 mila pmi, 1.500 chilometri di ferrovie e progetti di depurazione delle acque. La Corte dei Conti però, in febbraio, diceva che dal 2003 ad oggi gli “eurofurti” (frodi, imprenditori fasulli, finti progetti, costi gonfiati, incarichi irregolari) hanno raggiunto la cifra record di un miliardo e 200 milioni. Solo nel 2012 ne sono stati scovati 344 milioni (al top la Sicilia con 148 milioni finiti nelle tasche sbagliate, vedi il caso del deputato pd Genovese che secondo le accuse in cinque anni avrebbe lucrato ben 6 milioni di euro di fondi europei destinati proprio alla formazione professionale). Nel 2013 poi la Guardia di Finanza ne ha recuperati altri 228 di milioni. Arrivati come fondi strutturali, poi finiti nelle tasche del malaffare. E certo non usati per creare posti o crescita.

da La Repubblica

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“Burocrati, clientele nessuna valutazione un tesoro va in fumo”, di Tito Boeri

TRA finanziamenti e cofinanziamenti, il nuovo ciclo di programmazione contempla fino a 80 miliardi, quasi sei punti di pil, destinati a progetti da attuare in Italia nei prossimi sette anni. Ma il risultato di questi sforzi è stata sin qui solo la creazione di una pesantissima burocrazia che avremo grandi difficoltà a rimuovere e un enorme spreco di risorse, come documentato da un dossier di Roberto Perotti e Filippo Teoldi sul sito della Voce.info (riassunto da questo giornale). Se non si compie una svolta a 180 gradi nelle regole di assegnazione dei fondi, nella divisione dei compiti fra Stato e Regioni e nella valutazione dei progetti, è meglio rinunciare ai fondi, tagliando nella stessa misura i nostri contributi al bilancio della Ue.
Le regole per l’assegnazione dei fondi sono complesse e danno peso eccessivo al controllo ex-ante dell’euroburocrazia rispetto alla valutazione ex-post dei progetti realizzati. Si presume di poter controllare ogni singolo euro speso in ciascun Paese dell’Unione, chiedendo quintali di norme e di documenti di programmazione (quadro strategico nazionale, piani operativi nazionali, regionali e interregionali) ai vari livelli di governo. Il risultato è un mare di carta, in cui si cerca di convincere l’euroburocrazia, mediante ragionamenti prettamente speculativi, che i progetti che si vogliono attivare rispettano pienamente gli “orientamenti generali”, gli “orientamenti specifici”, gli “orientamenti per interventi”, le “linee guida” e le “linee d’azione” stabilite a livello comunitario per tutti i Paesi, indipendentemente delle loro specifiche condizioni economico-istituzionali. Si offrono rassicurazioni creando ulteriore burocrazia di controllo. Le citazioni fornite da Perotti e Teoldi di alcuni piani operativi regionali (Por) offrono una drammatica rappresentazione di come si possa produrre burocrazia a mezzo di burocrazia. E non sorprende il fatto che nessun Paese, compresa la Germania, riesca a spendere più del 60-70% delle risorse. Bisognerebbe, invece, porre l’enfasi sulla rendicontazione e valutazione dei progetti attuati, obbligando ogni Paese, pena la sospensione delle erogazioni, a fare studi approfonditi sul loro impatto. Ad esempio, perché la Commissione non ha chiesto alla Regione Lazio di motivare, dati alla mano, perché spende fino a un quinto dei 700 è più milioni che riceve dal Fondo Sociale Europeo per offrire corsi da estetista?
In Italia l’utilizzo efficiente dei fondi strutturali trova di fronte a sè due ulteriori ostacoli. Il primo è dato dal fatto che, nel nostro federalismo al contrario, sono le Regioni a beneficiare dei fondi strutturali mentre è soprattutto lo Stato ad assicurare i cofinanziamenti ai singoli progetti. In altre parole il cofinanziamento non serve affatto a responsabilizzare le amministrazioni pubbliche che ricevono i fondi europei, imponendo loro di partecipare ai costi dei progetti. Al contrario i cofinanziamenti vengono versati dal contribuente generico del tutto ignaro di questo utilizzo. Nei prossimi 7 anni fino a 40 miliardi raccolti tassando tutti noi andranno a cofinanziare progetti di una qualche regione, spesso quelle con amministrazioni meno efficienti, varati sotto l’egida dei fondi strutturali. In attesa della riforma del Titolo V della Costituzione, stiamo dando gli incentivi peggiori alle regioni che ricevono i fondi europei. Poco da sorprendersi se poi questi soldi vengono utilizzati per fini clientelari. Il politico locale risponde del proprio operato di fronte a chi ha ricevuto i soldi pubblici, non davanti a chi ha messo i soldi per finanziare i progetti.
Il secondo ostacolo è la totale assenza di una cultura della valutazione. Valutare gli effetti di un progetto significa innanzitutto definirne gli obiettivi in modo misurabile e collegato in modo diretto alla sua attuazione. Significa poi raccogliere sistematicamente informazioni per diversi anni non solo su chi ha beneficiato dell’intervento, ma anche su chi, trovandosi in condizioni uguali o molto simili a quelle dei beneficiari, non è stato coinvolto. Comparando gli esiti di questi due gruppi di persone, si potrà così stabilire quale è stato il contributo del progetto al raggiungimento dell’obiettivo. Meglio, peraltro, che queste comparazioni vengano svolte non dalle amministrazioni beneficiarie dei fondi strutturali o da enti che ricevono finanziamenti regionali, ma da ricercatori indipendenti, possibilmente non pagati. Per questo è fondamentale che i dati di base per svolgere queste valutazioni siano a disposizione della comunità scientifica. Più valutazioni saranno svolte da ricercatori indipendenti, migliore sarà la nostra conoscenza degli effetti dei progetti. I fondi strutturali dovrebbero essere anche un’occasione per sperimentare nuove politiche. Ma un esperimento che non contempla una valutazione non è un esperimento. A proposito, non ci risulta che il piano predisposto dal nostro Paese per la “garanzia giovani” preveda alcuna valutazione di questo tipo. E sì che il rischio molto forte di questa operazione è che i soldi vadano a finire nelle tasche degli intermediari anziché arrivare ai giovani e a chi dovrebbe dare loro un lavoro. Certo è grave che la Commissione non ci imponga di predisporre una valutazione di questi interventi. Ma chi vuole combattere l’euroburocrazia deve cominciare a dare il buon esempio a prescindere da quanto ci chiede l’Europa.

da La Repubblica

"Migliorare senza fermare il treno", di Tommaso Nannicini

Ci attendono settimane decisive per capire se e come le riforme istitutzionali andranno in porto.
Lo diciamo da un po’, ma a questo giro potrebbe essere vero. La legge elettorale, dopo essere stata relegata in secondo piano dallo scontro sul Senato, torna sotto i riflettori. Vuoi per la recente disponibilità al dialogo del M5S, vuoi perché è difficile ipotizzare che i partiti trovino un accordo complessivo senza fissare i paletti delle regole che tradurranno i loro voti in seggi.
Sul piano politico, si registra una curiosa voglia di far parte del futuro accordo, almeno a parole.Berlusconi ha richiamato all’ordine i malpancisti all’interno dei suoi gruppi parlamentari. Il M5S è invece uscito dall’isolamento che si era auto-imposto. Sul Corsera di ieri, Luigi Di Maio ha
detto che premio di maggioranza e doppio turno non sono un ostacolo al dialogo col Pd. Di più: ha fatto capire che la strategia grillina è cambiata
perché ci sono «altri 4 anni di legislatura davanti» e bisogna incidere sulle scelte che si profilano.
In verità, da una semplice analisi degli interessi in campo, non è chiaro perché Fi e M5S siano così attratti dalla voglia d’accordo. Alla nuova legge
elettorale si possono chiedere tre cose:
1) individuare un vincitore certo e dotarlo di una maggioranza in grado di governare;
2) ridurre la frammentazione, favorendo i partiti grandi a scapito dei piccoli;
3) migliorare la selezione politica, rendendo effettiva e competitiva la scelta degli eletti da parte degli elettori.
Il Pd è ossessionato dal primo obiettivo (anche a scapito degli altri due) e su questo ha cercato un accordo con Fi in chiave bipolare. Il M5S, comprensibilmente, persegue il secondo obiettivo e per questo ha avanzato una proposta alla spagnola: proporzionale con collegi piccoli e quindi con
un’alta soglia di sbarramento implicita che taglia fuori i partiti medio-piccoli, a meno che non siano concentrati in aree circoscritte del Paese. Non è chiaro l’interesse grillino a uscire da questo schema per andare incontro al Pd sul premio di maggioranza. Fi resta un rebus. Dopo la pesante sconfitta elettorale, dovrebbe prediligere il secondo obiettivo al pari del M5S. Ma per ora, e per fortuna, l’accordo col Pd sulla governabilità regge.
Perché Fi e M5S si dicono disponibili a un accordo che sembra andare contro i loro interessi? Perché vi antepongono quelli del Paese? Più prosaicamente, si può pensare che il successo di Renzi alle europee li abbia spaventati. Hanno paura che il leader del Pd li additi all’opinione pubblica come chi affossa le riforme per meri interessi di bottega. Meglio mangiare la minestra che essere costretti, dagli elettori, a saltare dalla finestra. Un’altra possibilità, però, è che nell’uno o nell’altro caso si tratti solo di un bluff. È bene che il Pd resti vigile.
Resta poi da considerare il merito delle scelte. Al di là delle opinioni che si possono avere sul Senato elettivo, ci sono pochi dubbi che il superamento del bicameralismo paritario sarebbe un successo. Ma è importante non distrarsi sulle funzioni da attribuire al futuro Senato non elettivo. Si parla di aggiustamenti che aumentino le sue competenze in materia di leggi di bilancio. Esattamente l’opposto di quello che serve. Un Senato espressione delle autonomie locali rischia di far esplodere il peso degli interessi particolaristici nelle logiche di spesa.
Se si vuole rafforzare il ruolo del nuovo organo costituzionale, serve più fantasia, aumentandone le funzioni ispettive e di controllo. Per esempio in
tema di nomine pubbliche, dove c’è bisogno di un dibattito trasparente sui criteri di scelta. Un nuovo Senato ha bisogno di nuove funzioni, non di una
versione annacquata delle precedenti. Sull’Italicum, ci sono elementi critici che si potrebbero superare senza stravolgerne l’impianto. Non è pensabile che i partiti piccoli, quelli al di sotto della soglia per entrare in Parlamento,
contribuiscano con i loro voti al raggiungimento della soglia che potrebbe garantire il premio di maggioranza alla coalizione cui appartengono. C’è poi il tema delle liste bloccate. Piaccia o no, ci sono solo due modi per evitarle: i collegi uninominali o le preferenze. Dal momento che i collegi
uninominali possono essere innestati nell’Italicum senza che servano per allocare i seggi ma solo per scegliere gli eletti, come nella vecchia legge per le provinciali, non è chiaro perché Pd e Fi non spiazzino tutti adottandoli. Toglierebbero un’arma polemica agli oppositori delle riforme senza stravolgere di una virgola la logica del loro accordo.
Insomma: c’è da augurarsi che il treno delle riforme arrivi a destinazione senza intoppi. Ma c’è anche da sperare che ci siano a bordo operai specializzati in grado di aggiustarne le avarie mentre il treno continua a correre.

da L’Unità

“La Grande Guerra 100 anni dopo. L’Europa deve evitare il riprodursi di antiche polemiche nazionaliste”, di Giorgio Napolitano

Pubblichiamo un ampio stralcio dell’intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla Mostra sulla Grande Guerra allestita a Monfalcone (Gorizia).

[…] A cento anni dallo scoppio della Grande Guerra, siamo chiamati come europei e come italiani a un esercizio di memoria collettiva, di condivisione umana, di riflessione storica sulle vicende del nostro paese e dei nostri paesi, sulle vicende del nostro continente del secolo scorso, sulle ragioni e sul percorso del nostro impegno per la pace.

E non attendiamo, qui in Italia, il centenario del nostro intervento nel conflitto, perché sentiamo di dover innanzitutto contribuire, e vogliamo contribuire, a una celebrazione d’insieme, di respiro europeo, che si articoli naturalmente in analisi aderenti alle diverse esperienze nazionali ma non si risolva in una frammentazione asfittica e divisiva.

Le istituzioni europee, e la cultura europea, dovrebbero, tanto per cominciare, evitare un anacronistico riprodursi di antiche polemiche sulle responsabilità cui far risalire lo scatenarsi di quell’immane, sanguinosissimo e distruttivo scontro.

Il punto di partenza di una nostra rinnovata riflessione e analisi critica, dev’essere piuttosto il quadro degli opposti interessi e disegni egemonici che alimentarono l’età non solo dello sviluppo di Stati nazionali in via di modernizzazione, ma dei nazionalismi e delle vecchie e nuove presunzioni imperiali. Non possiamo dimenticare che quelle radici profonde – al di là delle spinte episodiche – del precipitare di tutti gli equilibri storici verso una guerra totale, non furono incise e rimosse negli anni successivi alla dubbia pace del 1918, ma tornarono a operare, in contesti fattisi diversi, condannando l’Europa – e più che mai il mondo, la seconda volta – a un nuovo ancor più spaventoso conflitto.

E’ di lì che viene finalmente una presa di coscienza dell’assoluta necessità di sradicare i nazionalismi aggressivi e bellicisti dando vita a un progetto e concreto processo di integrazione e unità dell’Europa. La riflessione sempre attuale su queste lezioni della storia può e deve essere posta – dovunque negli stessi termini – al centro di commemorazioni unitarie della Grande Guerra nella Unione che oggi raccoglie ventotto Stati membri via via riconosciutisi nelle conquiste di pace e di libertà di cui posero le basi nel 1950 i paesi fondatori dell’Europa comunitaria.

L’assumere quelle conquiste come essenziali e irreversibili – sancite, per quel che riguarda l’Italia, nell’articolo 11 della Costituzione repubblicana – non significa ovviamente svalutare nemmeno per un momento gli sforzi, le prove, le motivazioni, i sacrifici di quanti combatterono in condizioni perfino disumane quella guerra tra europei cento anni fa.

In particolare per noi italiani, il centenario di quel primo conflitto moderno tra Stati europei poi allargatosi a dimensioni mondiali, ci impegna nel modo più naturale a dedicare un commosso ricordo ed omaggio ai nostri combattenti e ai nostri caduti : una moltitudine – questi ultimi – raccapricciante, seicentomila, di cui trecentomila sul solo fronte dell’Isonzo, da Monfalcone a Caporetto, in meno (si è scritto di recente) di cento chilometri quadrati.

Ma accanto al dolore più grande, e al riconoscente omaggio, da esprimere per ogni vita distrutta, per ogni caduto in quella massacrante guerra di oltre tre anni, c’è da tornare sempre, con ammirazione e rispetto, alle sofferenze vissute da tutti i combattenti di prima linea, e alle prove che essi diedero di stoicismo e di senso del dovere e dell’onore nazionale. Sappiamo che allora grandi masse di figli dell’Italia “umile e provinciale”, di contadini bruscamente trasformatisi in fanti, scoprirono di essere cittadini, presero coscienza dell’esistenza di una collettività nazionale, di una patria e di un destino comune.

Vengono in mente versi di Giuseppe Ungaretti che fu l’interprete più sensibile dei drammi della guerra vissuta, vissuta da lui stesso. Ed è datata a Locvizza 1° ottobre del 1916 una poesia, che si chiama Italia, che così si conclude “E in questa uniforme di tuo soldato mi riposo come fosse la culla di mio padre”.

L’Italia uscì in effetti da quella guerra trasformata socialmente e moralmente.

La mia generazione ha fatto in tempo ad attraversare gli anni della seconda guerra mondiale e quel che essa significò di distruttivo per le nostre città e per la nostra società, ma ha anche appreso dai suoi padri il tormento della prima guerra mondiale. Mi si consenta di ricordare la testimonianza di mio padre, ufficiale di complemento al fronte, che scrisse di “quei fanti in trincea, che non si svestivano da mesi e da un momento all’altro dovevano salire alla contesa linea di Monte Valbella”. Ed egli volle, commosso, ricordarli impegnati nella estrema, pietosa mansione di “tracciare scavare comporre, nel luogo che pareva più coperto, tombe per i resti di poveri caduti”.

Grazie ancora e sempre – non manchiamo di dirlo – a quei nostri combattenti il cui umile eroismo assunse molte forme e poi sfociò nelle grandi prove della riscossa dopo Caporetto.

Ecco, queste verità noi dobbiamo ricordare e onorare, senza temere che ciò in qualche modo incrini la nostra adesione al valore di fondo della pace, e senza peraltro dover rinunciare a rispettare altre verità storiche, relative alle responsabilità di alto livello per l’impreparazione con cui l’Italia entrò in guerra guidata dalla fallace illusione di guerra breve. Verità storiche che riguardano anche le responsabilità per la linea di condotta militare, fuorviante da vari punti di vista, che a lungo prevalse nei comandi italiani.La decisione dell’Italia di intervenire, e la sua partecipazione, ebbero peculiari motivazioni nazionali, e al di là di versioni estensive e retoriche degli obbiettivi di liberazione delle regioni di confine rimaste nella sovranità austriaca, non c’è dubbio che il ricongiungimento di Trento e Trieste all’Italia costituì un effettivo motivo di ispirazione risorgimentale per l’impegno e il sacrificio che si richiese al nostro popolo, a tanti suoi umili figli [….]

da www.lastampa.it

"Cittadini con buoni argomenti", di Roberto Balzani

Oggi è quanto mai necessario fornire ai ragazzi, come insegnamento fondamentale, gli strumenti per ragionare correttamente e per sviluppare un pensiero critico

L’idea, avanzata su queste colonne, di ripristinare l’antica e gloriosa «educazione civica», collegandola a un insegnamento della filosofia di nuovo modello, mi pare assai suggestiva. In effetti, per superare il pregiudizio della superfluità di queste discipline rispetto a quelle curricolari considerate «portanti», nulla di meglio che sottrarle al girone infernale del frazionamento orario, dello “spezzatino” di materie, anticamera della marginalità. Il punto, viceversa, mi pare sia esattamente l’opposto: la definizione di un blocco di contenuti umanistici in grado di supportare e orientare la formazione civica e personale del giovane, sollecitandone la capacità critica e ostacolandone la deriva conformista e banalizzante, propria dei tempi di forte presentificazione. Credo che la strada seguita fino a ora – la riproposizione diacronica di «storie», di «biografie» e di «sistemi di idee» – non sia più, ahimè, la più adeguata. La perdita sociale di capacità di lettura del passato, prossimo e remoto, insieme con la rimozione di pensiero prospettico, rende infatti arduo immaginare il recupero di profondità per via esclusivamente mnemonica e disciplinare. Se la presentificazione tende a schiacciare sull’esperienza immediata la costruzione identitaria, non è difficile ipotizzare lo sguardo fra l’ironico e il divertito di una generazione per la quale filosofia, storia ed educazione civica rischiano di apparire come oggetti esotici di vario interesse, proposti in una Wunderkammer affollata, dalla quale possono essere estrapolati frammentariamente secondo il bisogno immediato, per legittimare in forma retorica qualche discorso, qualche narrazione casuale.
Ciò, naturalmente, non significa che la diacronia e la ricostruzione prospettica debbano essere espunte o riservate a stadi di formazione superiore: il tema è proprio quello di una rialfabetizzazione alla profondità temporale, in mancanza della quale qualsiasi ricostruzione di tipo tradizionale rischia di sembrare datata. Per farlo, credo che la via indicata da questo supplemento possa essere quella giusta. Si tratta, in pratica, di riprofilare il versante della domanda critica, quello che un tempo le discipline davano per scontato o anticipavano in parte nelle lezioni introduttive metodologiche, per provare a riaccendere il motore della curiosità. Su quella base, poi, sarà possibile innestare un percorso che pian piano riavvezzi alla percezione prospettica. Non si tratta, ovviamente di fondare un «esotismo intellettuale», di allestire una «camera delle meraviglie» di stampo estetico o archeologico. Il punto, se mai, è invece quello di definire un’attrezzatura del pensiero in grado di reggere l’impatto con la dimensione comunitaria, con la sfera delle relazioni interpersonali e con la riflessione su se stessi. In tale accezione, l’educazione civica perderebbe un po’ di nozionismo normativo, ma acquisterebbe molto in termini pratici, d’uso immediato. Come si sceglie un rappresentante? Cosa vuol dire «rappresentare»? Come faccio a giudicare correttamente una politica pubblica? Come faccio a sapere se chi ho eletto ha agito bene o male? Quali parametri di giudizio debbo darmi per comparare proposte che abbiano un impatto collettivo, dal Comune alla nazione? Come si può contribuire con idee proprie alla vita della Repubblica? Cosa vuol dire «pubblico», «privato», «comune»? Come si gioca la mia vita rispetto a questi tre cardini? E così via.
È chiaro il nesso che lega il «civismo» così inteso con la costruzione corretta della domanda, da un lato, e con l’universo delle relazioni, dall’altro. Entrambi questi aspetti sono decisivi e oggi rappresentano un punto sul quale i processi formativi debbono insistere con grande determinazione. Le domande indotte, non elaborate direttamente ma ricevute, sono l’antitesi di una politica teoricamente democratica. L’induzione della domanda è tuttavia costitutiva dell’impianto demagogico che sottende qualsiasi tentativo di costruzione del consenso: ma proprio perché tale propensione è elemento ineliminabile del gioco politico, a maggior ragione si dovrà tentare di inoculare nei cittadini «in costruzione» il vaccino dello spirito critico, non astrattamente, ma in forma immediata, dimostrando quali effetti possano avere risposte inadeguate a domande sbagliate o mal poste. È giusto dunque, come proposto su queste colonne, sottolineare la contiguità di tale impostazione alla sfera propriamente filosofica, di cui potrebbe costituire una componente empirica, applicata.
D’altro canto, altrettanto fondamentale appare la questione relazionale. Uno degli aspetti più drammatici della nostra vita collettiva è la progressiva giuridificazione dei rapporti sociali: la tendenza, cioè, a far confluire qualsiasi conflitto – dalle semplici opinioni al contatto con i professionisti, dall’approccio con l’amministrazione alla sfera familiare o amicale – entro i canali formalizzati dell’infrazione della norma scritta, onde scansare ricomposizioni bonarie fondate sull’autorevolezza e il buon senso degli attori. Questa progressiva giuridificazione, oltre a dar vita a un mostruoso e inutile contenzioso, blocca di fatto i tradizionali canali informali della fiducia, della collaborazione e della solidarietà, limitandoli a gesti (esempio: le donazioni) tutto sommato deresponsabilizzati. La responsabilità, viceversa, è necessaria come l’aria alle comunità: solo che, se i cittadini la schivano sistematicamente, preoccupati per le conseguenze impreviste di atti non universalmente condivisi (cioè quasi tutti), il legame sociale si scioglie, l’autoreferenzialità aumenta, e la «partecipazione» passa da una predisposizione gratuita a discutere con altri le cause dei fenomeni d’interesse comune a una pratica egotistica: quella del giudizio etico (mi piace/non mi piace), totalmente deresponsabilizzato e consegnato ai social network. Anche da questo punto di vista, in realtà relativo all’intera società e non solo alla giovane generazione, un’educazione civica di nuova impostazione potrebbe giovare assai, contribuendo a istillare negli individui un deposito iniziale di fiducia, da coltivare pian piano nelle relazioni interpersonali.
Ci si dovrebbe abituare di nuovo a generare legame sociale, mentre oggi siamo bravissimi a consumarlo con sorprendente rapidità. Ecco, forse l’approccio generativo meglio corrisponde all’intento di ricondurre il frazionamento disciplinare – di cui è stata vittima anche l’educazione civica – a una riconfigurazione dell’umanistica funzionale a un’epoca in cui il mero riepilogo (logico e cronologico) delle tappe passate non garantisce più, di per sé, curiosità o nuove domande. Forse la lucida consapevolezza che si pretenderebbe nel consumare meno suolo possibile potrebbe trovare nella barriera eretta contro la spensierata dissipazione di un cospicuo capitale sociale e culturale un’ulteriore opportunità applicativa, transitando dall’atteggiamento verso il territorio allo spazio intellettuale.

"Così nasce l'Europa dei diritti", di Vincenzo Ferrone

Grazie all’Illuminismo sulle macerie delle guerre di religione è sorto il linguaggio comune dell’umanità in cui tutti oggi ci riconosciamo

La soluzione dell’enigma dell’Illuminismo sta per larga parte racchiusa nella scoperta e nella sua appassionata lotta a favore dei diritti dell’uomo.
Per troppo tempo il punto di vista dei grandi filosofi, da Kant a Hegel, rilanciato da numerosi epigoni in ogni angolo d’Europa e nelle forme più diverse, ha condizionato la concettualizzazione e la ricostruzione storiografica del mondo dell’Illuminismo, facendone, in ultima analisi, un disincarnato frammento settecentesco – seppure importante – della storia della ragione e della razionalità in Occidente o di una indecifrabile fenomenologia dello Spirito, infelicemente estraniato a se stesso e fautore principale della crisi rivoluzionaria in Francia. Solo negli ultimi decenni, con la nuova storia culturale, è balzato in primo piano il tema dell’Illuminismo come originale tentativo di costruzione di un nuovo umanesimo dei moderni, di una straordinaria rivoluzione culturale dell’Antico Regime destinata a condizionare ancora il nostro presente.
Con la Rivoluzione francese e il Terrore, il progetto illuministico di difendere, emancipare e rendere felice l’uomo attraverso la pratica dei diritti s’interruppe: finì sostanzialmente nell’oblio e in un cono d’ombra storiografico. La storia europea prese indubbiamente un’altra strada ancora tutta da ricostruire dal punto di vista dell’eredità di quel mondo e di quel linguaggio che mirava a proteggere l’individuo di fronte all’emergere del nazionalismo. Ma è soprattutto alla domanda sul perché l’Illuminismo ha scoperto i diritti dell’uomo che questa ricerca ha dedicato non poco spazio.
La terribile guerra civile e religiosa durata oltre due secoli, dal Cinquecento ai primi decenni del Settecento, che coinvolse con i suoi orrori e le sue stragi milioni di persone in tutto il continente, rappresenta senza dubbio il cuore stesso della risposta. Quel dilaniarsi senza pietà tra protestanti e cattolici non solo aveva spaccato per sempre la cristianità e la sua idea unitaria di verità, rafforzando la corrente degli scettici e creando odi inestinguibili in quanto teologici, ma soprattutto metteva definitivamente in crisi l’antica concezione che senza religione non vi era comunità umana possibile, né civiltà. Senza Dio «tutto è permesso?» si chiederà angosciato Dostoevskij, e Nietzsche, andando ben oltre, scrisse «ai miei occhi non c’è nessuna idea più grande della negazione di Dio. Che cos’è la storia dell’umanità? L’uomo non ha fatto altro che inventare Dio per non uccidersi».
La guerra civile e religiosa mise in chiaro che quell’invenzione stava fallendo ovunque. Lungi dal frenare o limitare la volontà di potenza e lo spirito assassino dell’uomo, Dio era infatti divenuto l’incredibile pretesto per uccidersi tra cristiani, senza pietà. Lo ammisero amaramente Grozio, Pufendorf e tutti i padri del moderno diritto naturale decisi a rifondare il principio d’autorità e a creare una nuova scienza morale dei doveri dell’uomo secolarizzata e slegata da una religione in mano ai preti e ai teologi che metteva tutti contro tutti. E tuttavia proprio quella prima drammatica ammissione aprì la strada verso la scoperta dell’idea morale dei diritti dell’uomo come il nuovo possibile freno e limite alla volontà di potenza, all’istinto omicida, al cosiddetto homo necans.
Si cominciò allora a rivendicare il diritto naturale alla vita con Hobbes, alla libertà religiosa con Barbeyrac, e si finì con il diritto alla ricerca della felicita di Burlamaqui, affidandosi finalmente all’opera dell’uomo ragionevole e non più ai disegni della divina provvidenza. Insomma, in ultima analisi, fu proprio sul fallimento morale della cristianità in fiamme, che minacciava di travolgere la stessa esistenza dell’individuo, che nacquero l’Illuminismo e il suo linguaggio politico dei diritti.
La creazione di una nuova morale razionale e universale basata sui diritti, l’educazione all’umanità attraverso il superamento dell’antico nesso tra morale e religione come principio fondatore della convivenza civile – che aveva consentito a Platone, nel celebre libro X della sua ultima opera, Le Leggi, di ribattere ai promotori dell’ateismo – divennero infatti i veri obiettivi degli illuministi. In quella direzione, più che la scandalosa ipotesi di Pierre Bayle circa la possibile esistenza di una società di atei, o le tesi dei materialisti del Radical Enlightenment, furono i deisti alla Voltaire, alla Filangieri o alla Rousseau, cioè i fautori di una religione naturale comune a tutti i popoli, senza Chiese e teologi, pensata per migliorare l’esistenza degli individui, devota a un dio lontano e disinteressato alle vicende umane a creare i presupposti per la concezione universalistica e cosmopolita dei diritti. Nacquero allora le prime indagini illuministiche sulla religione come esperienza naturale, espressione di un bisogno umano di lenire le angosce esistenziali sino alla rousseauiana religione civile dei diritti dell’uomo.
Un’ulteriore conferma della validità di questa tesi che mette al centro il dramma della guerra civile e religiosa la si può riscontrare per analogia nel fatto che la recente riscoperta dei diritti è avvenuta proprio dopo la Seconda guerra mondiale: dopo la Shoah e il rischio mortale corso dal genere umano con la riapparizione sulla scena storica dell’homo necans e della sua terribile volontà di potenza. Ecco perché occorre in futuro approfondire bene la storia dei diritti. Solo attraverso una vera ricostruzione del passato, in grado di spiegare la problematica e contraddittoria genealogia storica di quel linguaggio, la secolare durissima disputa per inverarlo, contro i nazionalismi e i reazionari europei di ogni tipo, amanti dell’Antico Regime, è forse possibile comprendere le difficoltà che ancora oggi incontra l’accettazione della sua natura universalistica e cosmopolita legata all’idea morale di dignità dell’uomo rilanciata dagli illuministi nel Settecento. E tutto ciò mentre nessuno osa dubitare del carattere universalistico della scienza e del mercato, pur sempre figli anch’essi di quel mondo.
Insomma, se la storia qui raccontata può servire a rilanciare la causa originaria e autentica dei diritti umani e non quella tutta retorica e bellicosa dei nuovi signori del mondo, allora avremo davvero fatto un’opera meritoria «per la vita e per l’azione», come amava sottolineare Nietzsche, ripensando l’utilità del fare storia.

da Il Sole 24 Ore

«Su Floris nessun editto, alla politica non servono più», intervista a Stefano Balassone di Natalia Lombardo

Non c’è alcun editto, non vedo né persecutori né martiri». Ne è convinto Stefano Balassone, esperto di televisione, ex manager Rai e ora docente di Economia dei media.
Carlo Freccero dice che su Giovanni Floris è stato attuato il primo «editto di Renzi». Pensa che sia andata così?
«È una solenne sciocchezza. Il caso di Floris è tutto tranne che un editto, perché non sono più quei tempi. Berlusconi era circondato da persone che pensavano solo a prendere quei posti in tv, quindi emanava editti come un lanciarazzi. Ma oggi i politici come Renzi e Grillo parlano direttamente, twittano, conducono, rilanciano, quindi i media sono scavalcati, compresi i conduttori. I politici sono “oggetti” di automatismi virali, non “soggetti” dei media».
Perché Floris se ne è andato? Per il compenso, per il battibecco con Renzi?
«È stato un fatto aziendale. Il battibecco con Renzi è una sciocchezza. Intanto Ballarò quest’anno ha sofferto la crisi dei talk show, con il 12% di share, il risultato minore da quando è nato escluso il primo anno, mentre aveva toccato il suo massimo gli anni scorsi».
Troppi talk?
«Non credo sia questo. È cambiato il clima nel Paese, che ha preso le sue decisioni e le ha espresse con il voto, non si riconosce più nel “batti e ribatti” obbligato del talk show. Può darsi che Floris abbia sentito la crisi del genere, infatti aveva chiesto di poter fare una striscia tutte le sere, come faceva Barbato o Biagi, per dire la sua».
Forse sarebbe stato giusto dargliela e anche su RaiUno, no?
«Ah no, non metto bocca sugli equilibri di palinsesto o, la vendita della pubblicità, un’azienda fa le sue scelte. Per questo non sento aria di editti, Floris può aver sentito esaurita una formula e cerca un nuovo linguaggio. O ripete la formula del talk, o sceglie il monologo sull’attualità quotidiana con la striscia veloce, oppure prova con l’inchiesta alla Gabanelli o Iacona».
Tutto questo a La7.
«Sembra che ancora non ci sia la firma, non so. Se fossi Cairo, l’ho scritto in un tweet, chiederei a Floris di fare un programma d’informazione il pomeriggio con un target medio alto. Non c’è, tra Uomini e donne e La vita in diretta…».
La Rai è sempre più spoglia: prima la perdita di Santoro, mai sostituito, ora Floris e anche Crozza, i palinsesti senza grandi novità. Insomma, l’azienda avrebbe dovuto fare di tutto per trattenere Floris e dargli molto di più?
«No, non credo che un’azienda debba svenarsi per trattenere qualcuno. Forse
Floris si dev’essere sentito non più necessario, ma sarebbe bene che si sentisse così anche Vespa. Anzi, sarebbe bene che chiunque, in tv, sentisse che la politica non lo ritiene necessario. Finora è stato il contrario, si chiama lottizzazione. Poi magari uno si sente trascurato perché non ti lottizzano più, ma la politica ora ha altri strumenti. Quindi non vedo né persecutori, né martiri».
A proposito di Vespa, è in rinnovo il suo contratto per 6 milioni in tre anni…
«Decidono Gubitosi e Tarantola, ma credo che lo abbiano ridotto rispetto a
quello siglato tre anni fa da Masi».
Chi vedrebbe al posto di Floris? Greco, Berlinguer, Vianello stesso, Lucia Annunziata? Giulia Innocenzi?
«Non faccio nomi, il direttore di RaiTre troverà una soluzione. L’importante è
la squadra che sta dietro al programma e un’azienda non può essere schiava
dello star system».
Il governo aprirà un dibattito sul ruolo del servizio pubblico. Come deve cambiare, considerato che la concorrenza non è più solo Mediaset ma anche La7,
Sky e soprattutto Google e internet?
«Ci sono fenomeni epocali, quindi il servizio pubblico deve rimettersi radicalmente a fuoco. E con una governance di lungo periodo, autonoma e a prova di ribaltoni. Il modello è quello inglese della Bbc, i consiglieri nominati singolarmente così decadono uno alla volta e non puoi rovesciare l’equilibrio del consiglio con un ribaltone. Così funziona la Corte suprema americana. Una governance che nomini un capo azienda all’altezza farà poi i cambiamenti profondissimi di cui la Rai ha bisogno».
Con tutte e tre le reti e con la pubblicità?
«Non penso con le tre reti. Io farei il copia incolla della Gran Bretagna: la
Bbc, finanziata solo dal canone, e Channel 4, finanziata solo dalla pubblicità».

da l’Unità