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"Se il crollo dei mercati trasforma la democrazia", di Aldo Schiavone

Un tema che sembrava a molti dimenticato sta ritornando in questi giorni al centro dell´attenzione, spintovi dalle drammatiche vicende dell´estate: i rapporti fra politica ed economia in una democrazia matura. Mentre il decreto con la cosiddetta manovra si avvia verso il suo difficile cammino parlamentare, vale la pena di fermarsi ancora un momento a riflettere.
A volte, l´inconcludenza e la debolezza possono essere rivelatrici più della determinazione e della forza. Nella vita delle persone, come in quella delle nazioni. E così l´inadeguatezza del governo nel fronteggiare la crisi che sta scompaginando l´Occidente – inadeguatezza nella previsione, nella gestione, nel calcolo delle conseguenze – costringendo le istituzioni europee allo strappo di un brusco e inconsueto intervento, ci ha posto di fronte a uno stato di cose che non possiamo ignorare.
È messo a rischio il principio di sovranità degli Stati, ha scritto Roberto Esposito, aprendo un fronte d´analisi su cui molti commentatori si sono esercitati in questi giorni. E di sicuro qualcosa di profondo sta mutando nell´equilibrio dei poteri che reggono l´Occidente, mentre l´impressione di un ritrarsi sconfitto della politica – di ogni politica – innanzi all´invasività di un gioco finanziario autoreferenziale, ingordo e tendenzialmente antidemocratico appare sempre di più come un destino comune, e non soltanto italiano.
E però vi sono due elementi da tener presenti, che rendono il quadro forse meno fosco, e comunque più complicato di quanto non si creda.
Il primo riguarda il fatto che la rivoluzione tecnologica ha trasformato le basi sociali delle nostre democrazie. Questo avrebbero dovuto spiegarci gli economisti, se l´economia fosse ancora una scienza sociale e non solo una modellistica matematica. Il tessuto democratico classico aveva al suo centro il vecchio lavoro produttivo di merci materiali – sia dal lato operaio che da quello dell´impresa, dei mezzi di produzione – e aveva come punto di riferimento un capitale industriale poco mobile, fortemente radicato nel territorio e nella sua storia demografica e sociale.
Questo mondo è in via di estinzione. Il nuovo lavoro ad alta intensità tecnica e conoscitiva – quello su cui si fonda sempre di più la cittadinanza contemporanea (se vogliamo conservare un rapporto fra cittadinanza e creazione di ricchezza), quello cui affidiamo il nostro futuro – ha bisogno, per svilupparsi, di condizioni che solo capitali molto più duttili, reattivi e versatili sono in grado di assicurare: in altri termini, di una rete di mercati finanziari. Si stabilisce così una relazione strettissima fra innovazione tecnologica e trasformazione finanziaria dell´economia; e dunque, di conseguenza, fra lavoro e capitale finanziario: un nesso che si dimostra sempre di più la base stessa delle società contemporanee, dove la finanziarizzazione diventa parte integrante del quadro democratico. Senza lavoro non c´è democrazia (una Repubblica fondata sul lavoro, come dice la Costituzione). Ma oggi non c´è lavoro senza innovazione tecnologica e intensità di conoscenze. E queste a loro volta non si creano senza capitale e mercati finanziari. Il problema non sta dunque nella separazione – nel presunto abisso – fra politica ed economia, che se ne andrebbero ciascuna per le sue, l´una sempre più armata, l´altra più impotente, ma al contrario si trova nelle modalità del loro intreccio. La verità è che siamo entrati in una nuova epoca, segnata non dalle dicotomie ma dalle integrazioni: l´età della democrazia complessa.
Il secondo elemento, strettamente connesso al precedente, riguarda l´immodificabilità delle strutture economiche da parte della politica. La vulgata ideologica che ci ha sommerso per oltre un ventennio (altro che fine delle ideologie!) pretendeva che l´anarchia capitalistica globale che abbiamo sperimentato negli ultimi decenni fosse l´unica risposta possibile, e che l´assoluta anomia dei mercati coincidesse con il miglior mercato pensabile. Come se la globalizzazione dovesse inevitabilmente portare con sé, quale conseguenza inevitabile, una totale assenza di regole, e un ritrarsi sconfitto della politica da ogni luogo che contasse per dare una forma alle nostre vite.
C´è voluta una crisi mondiale per capire che non era così; che tanto selvaggio anarchismo era solo l´esito storico, del tutto provvisorio, della fase d´avvio della rivoluzione tecnologica – esattamente come era accaduto, due secoli fa, con la rivoluzione industriale – e che molte strade, anche assai diverse fra loro, ci si aprono davanti. Esattamente come è già successo di fronte alla rivoluzione industriale, sta alla politica disegnare lo scenario che ci aspetta: aprire una grande stagione di riequilibrio e di assestamento globale, di crescita sostenibile e di riduzione delle diseguaglianze – come è realistico e del tutto alla nostra portata – o rimettersi ostinatamente, come se nulla fosse, sulla via della rottura e della lacerazione. Il modo di produzione capitalistico ha questo che lo rende unico nella storia, e, per ora, insostituibile: di avere confini (empiricamente e concettualmente) inesplorati, dove è possibile coniugare in molti modi, anche inediti, profitto ed equità. Certo, si è creata una dissimmetria fra la pesante localizzazione “nazionale” del comando politico, e la leggerezza globalizzata della nuova economia. C´è chi ha cercato di incunearsi in questo vuoto. Colmarlo non è impossibile: una nuova sfida per una politica all´altezza dei tempi, e non un ostacolo da trasformare in un alibi. L´Italia è troppo piccola per immaginarsi di trovare da sola una soluzione; ma è abbastanza grande da non sfuggire alla responsabilità di cercarla. Che questo obiettivo oggi appaia del tutto fuori dei nostri orizzonti è un´altra colpa – forse la più grave – di chi ci ha governato in questi anni.

La Repubblica 21.08.11

"Unioncamere: entro l’anno 88 mila disoccupati in più Il calo dell’occupazione", di Sandra Riccio

La gelata di questi ultimi mesi sta mostrando i suoi primi segni. La crisi ha picchiato duro e le prime a pagare saranno le aziende, in particolare quelle più piccole, soprattutto nell’Italia del Sud. Le stime parlano di quasi 90.000 posti in meno a fine anno, persi per evitare di chiudere o per recuperare ossigeno necessario per la sopravvivenza. L’allarme inizia insomma a spostarsi anche sul fronte occupazione dove è già previsto l’arrivo di un autunno caldo. I calcoli li ha fatti Unioncamere, l’Unione delle camere di commercio, che ha analizzato l’andamento sull’intero anno, non specificando però quanti sono i posti di lavoro già persi, e quindi quante persone finora hanno già dovuto abbandonare il proprio posto di lavoro e quante invece lo perderanno da qui alla fine di dicembre.

Certo è che a pagare, sempre a detta di Unioncamere, saranno in gran parte le Piccole e medie aziende (Pmi), quelle che rappresentano la fetta più consistente del tessuto produttivo nazionale.

Nel dettaglio, saranno in tutto 87.700 i posti di lavoro che quest’anno spariranno nelle aziende con almeno un dipendente (circa 1,5 milioni).

Significa che l’occupazione dei lavoratori dipendenti calerà dello 0,7%, segnando sì un rallentamento rispetto all’1,5% registrato nel 2011 ma il saldo totale resta, purtroppo, ancora negativo. Nel 2010 il saldo della fuoriuscita era stato di 178 mila unità. Peggio ancora era andata nel 2009, anno clou della crisi, con 213.000 posti bruciati, pari a un calo complessivo dell’1,9%.

A livello di dimensioni, a soffrire di più saranno le imprese più piccole, fino a nove dipendenti, con un emorragia di 41.200 posti lungo tutto l’anno.

Guardando ai singoli settori, le previsioni di Unioncamere mettono l’industria in testa alle categorie più colpite dai tagli già operati e da quelli in arrivo. Secondo i calcoli, qui andranno persi ben 58.800 posti di lavoro. Molto colpito anche il settore delle costruzioni con 29 mila posti in meno a fine anno, mentre 28.800 saranno i posti che spariranno nel settore dei servizi. Il comparto degli alberghi, dei ristoranti e dei servizi turistici chiuderà il 2011 con 5.600 posti in meno, mentre nel settore trasporto, movimentazione merci e logistica ci saranno 6 mila lavoratori in meno.

Nel fosco quadro globale non manca un segnale in controtendenza. A detta di Unioncamere, il ramo dei servizi avanzati archivierà l’anno con 1.500 assunzioni. Una magra consolazione se si guarda alla montagna di posti persi.

Lo studio ha definito anche la geografia dei tagli: la scure della crisi colpirà di più nell’Italia Meridionale, nonostante la maggior presenza di industrie nella parte settentrionale del Paese. I dati dicono che a livello territoriale, più della metà dei posti – 41.200 – andranno bruciati nel Sud e nelle Isole. Qui la variazione percentuale sarà addirittura dell’1,6%. A provocare queste ulteriori difficoltà del mercato del lavoro nel Meridione sono soprattutto le previsioni negative delle piccole e piccolissime imprese dell’area (ovvero quelle con meno di 50 dipendenti), il cui saldo a fine anno dovrebbe superare le 28mila unità in meno. Il Centro Nord prova invece, pian piano e con molta fatica, a recuperare i danni della crisi ma anche qui non mancheranno i tagli: nel dettaglio, saranno 19.300 i posti persi nel Nord Ovest, 10.600 nel Nord Est e 16.600 al Centro.

Secondo gli ultimi dati Istat, che però non è detto siano direttamente confrontabili, a giugno, il calo dell’occupazione su base annua è stato dello 0,3% ed il tasso di disoccupazione è rimasto all’8%. La variazione rispetto a maggio, simile a quella dei mesi precedenti, è stata negativa dello 0,21%.

La Stampa 21.08.11

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“Autunno nero per il lavoro. Unioncamere: 88mila posti persi alla fine del 2011”, di Celestina Dominelli

Malgrado il piccolo rallentamento nell’emorragia di posti di lavoro sarà comunque un autunno nero per l’occupazione. Secondo i dati diffusi oggi da Unioncamere il saldo a fine 2011 per le imprese con almeno un dipendente (circa 1,5 milioni) non sarà per nulla rassicurante: 88mila posti in uscita, pari a un calo dell’occupazione dipendente dello 0,7%. Chi soffre di più? La fotografia è chiarissima: ad annaspare sono soprattutto piccole e medie imprese, mentre a livello geografico è il Sud a registrare i maggiori problemi. Nel 2010 il saldo negativo era stato di 178mila unità, -1,5%. Peggio ancora era andata nel 2009, anno clou della crisi: 213.000 i posti bruciati, pari a -1,9%.

Male soprattutto l’industria e le costruzioni
Nei numeri diffusi dal centro studi Unioncamere il 2011 vede quasi 44mila entrate in più rispetto al 2010 e 47mila uscite in meno ma, anche a causa dell’accresciuta incertezza sulla scena internazionale, l’inversione di tendenza non sembra essere alle porte per le imprese dell’industria, commercio e servizi. Per il settore industriale a fine 2011 è attesa una perdita di quasi 59mila unità (-1,2%); meglio i servizi che dovrebbero fermarsi a quota -29mila unità (-0,4%). Crollo invece per le imprese delle costruzioni (quasi 29mila posti in meno).

Unico segno positivo nei servizi avanzati
Nei servizi, l’unico settore che arriva a perdere un punto percentuale è relativo agli alberghi e ristoranti, mentre i tassi di variazione degli altri comparti sono compresi tra il -0,7% (servizi alle imprese) e il -0,2% (commercio al dettaglio). Unico segno più nei servizi avanzati, dove le imprese pensano di incrementare di circa 1.500 unità i propri dipendenti.

Soffre soprattutto il Sud
Particolarmente negativo il saldo del Meridione. Il Nord-Ovest ha in programma una contrazione di oltre 19mila posti di lavoro (-0,5%), il Nord-Est di 10.600 (-0,4%), Il Centro di 16.600 (-0,7%). Al Sud, al contrario, i posti di lavoro in meno dovrebbero essere oltre 41mila, con un tasso di variazione occupazionale pari a -1,6%. A provocare queste ulteriori difficoltà del mercato del lavoro nel Meridione sono soprattutto le previsioni negative delle piccole e piccolissime imprese dell’area (ovvero quelle con meno di 50 dipendenti), il cui saldo a fine anno dovrebbe superare le 28mila unità in meno.

Censis-Unipol: solo il 28,6% delle coppie giovani riesce a risparmiare
A rendere ll quadro ancora più fosco ci sono poi i dati raccolti nel progetto “Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali” di Censis e Unipol, che fotografano l’enorme difficoltà delle giovani famiglie. Secondo la rilevazione, solo il 28,6% dei capofamiglia fino a 35 anni indica che il suo nucleo è riuscito a mettere da parte qualcosa, rispetto a una percentuale più alta (il 38%) riferita ai capofamiglia di 45-54 anni. Sono infatti le famiglie più giovani quelle che in quota maggiore spendono tutto il loro reddito mensile (il 58,4% contro la media del 52,5%) e che sono costrette a indebitarsi (il 5% contro la media del 3,7%).

Per il 42,6% nessun patrimonio immobiliare
Insomma è chiara la debolezza dei nuclei più giovani, particolarmente marcata in oltre la metà dei casi. L’8% non può contare su nessun genere di patrimonio, e a queste si aggiunge il 42,6% che non ha nessun patrimonio immobiliare. Circa il 20% delle famiglie giovani (rispetto al 40% circa del totale delle famiglie) può contare esclusivamente sulla prima casa (3,7%) o sulla prima casa e un conto in banca (19,1%). Il possesso di altri immobili o di investimenti e rendite riguarda circa il 23% di esse, contro il 36% riferito alla totalità delle famiglie italiane. Oltre il 40% delle famiglie giovani vive infatti in una casa in affitto (contro il 16,8% medio).

Il Sole 24 Ore 21.08.11

"L´anno fatale della doppia economia", di Eugenio Scalfari

Se volessimo raffigurare visivamente la crisi che sta scuotendo dalle fondamenta l´economia dell´Occidente dovremmo servirci di un oggetto sempre in voga tra i giocattoli russi: la matrioska. La più grande rappresenta l´economia americana dentro alla quale ce n´è un´altra che rappresenta l´economia europea, dentro alla quale – per quanto ci riguarda – c´è quella italiana. I problemi Usa si ripercuotono su quelli europei che vi aggiungono i propri e si riflettono su di noi che vi aggiungiamo i nostri. Le matrioske sono graziose da vedere, ma il gioco a incastro che ne deriva può essere micidiale.
Nel quarto anno di crisi che stiamo ora attraversando il problema che affligge l´intero Occidente partendo appunto dall´economia americana è la caduta della domanda: i consumi privati ristagnano, la vendita delle case è crollata, le imprese hanno ristretto al minimo le riserve di magazzino, la disoccupazione è in aumento.
I buoni del Tesoro Usa sono invece fortissimi nonostante che l´agenzia di rating Standard & Poor´s li abbia declassati. Errore madornale: i “Treasury bond” sono solidissimi, il loro rendimento è sceso al 2 per cento, sono diventati un bene-rifugio come i “Bund” tedeschi, come l´oro e come – nel suo piccolo – il franco svizzero.
Standard & Poor´s dovrebbe fare pubblica ammenda dell´errore commesso che non è il primo e purtroppo non sarà l´ultimo. La rete dei conflitti di interesse di queste agenzie è tale da meritare un´indagine giudiziaria approfondita a tutela della fede pubblica.
I guai dell´economia Usa non vengono dunque dal suo debito sovrano ma dalla doppia recessione. La prima si scatenò a causa della bolla immobiliare nel 2008 e falciò il reddito di tutto l´Occidente (e non solo) fino al 2009.
Poi si riprese e sembrò che la recessione fosse terminata.|L´Europa però non aveva eliminato i suoi problemi aggiuntivi: la minaccia di insolvenza della Grecia, la crisi bancaria dell´Irlanda, la diffusione di “titoli derivati e tossici” nel portafoglio di molti e importanti istituti bancari e assicurativi.
La Germania (e di conseguenza l´Europa con le sue deboli istituzioni) tergiversò e lesinò gli aiuti, le crisi si aggravarono, il contagio si diffuse, coinvolse il Portogallo, gettò ombre sulla Spagna e alla fine contaminò anche il nostro debito sovrano cogliendo di sorpresa il nostro governo. Aveva negato fino a pochi giorni prima che il nostro debito sovrano potesse mai esser messo in discussione, non aveva predisposto alcun piano operativo, credeva d´aver messo i nostri conti in sicurezza. Ma non era vero.
Per mettere in sicurezza i conti d´una nazione afflitta da un debito pubblico che è il quarto del pianeta è necessario rilanciare in ogni modo possibile la crescita del Pil, ma il governo sul tema della crescita che langue da anni insieme alla produttività, non fece e non predispose assolutamente niente.
Ora che la contrazione economica è in corso in tutto l´Occidente minacciando di trasformarsi in una vera e propria recessione, noi stiamo peggio di tutti: la recessione del nostro Pil è dietro la porta e il debito sovrano è sotto costante attacco. Gli interventi della Bce hanno momentaneamente arginato gli assalti ma non risolvono il problema. Martedì prossimo le Commissioni parlamentari competenti dovranno esaminare la nuova manovra (la terza della serie negli ultimi due mesi) raffazzonata in fretta e furia; dovranno emendarla e approvarla «senza stravolgerla» entro una settimana. Poi si andrà al voto delle Camere ed entro la metà di settembre tutto dovrà esser concluso.
Il fatto che si tratti della terza manovra in due mesi dice quale sia lo stato di impreparazione del governo e in particolare del ministro dell´Economia e spiega anche il perché del commissariamento che Germania, Francia e Bce hanno imposto al nostro governo. Commissariamento sugli obiettivi ma non sulle modalità per raggiungerli che spettano al governo e al Parlamento. Si procede con lo slogan che la manovra potrà essere emendata ma non stravolta. Ma è già stravolta, è nata senza un volto ed è figlia di nessuno come ha detto Bersani; più esattamente: è figlia dei contrasti insanabili tra il presidente del Consiglio e il suo ministro dell´Economia.
Più stravolta di così!
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L´anno terribile da tener presente ricordando il passato per meglio comprendere il futuro fu il 1937. Federico Rampini l´ha ricordato su queste pagine e gli esperti che stanno esaminando la matrioska americana lo hanno assunto come punto di riferimento essenziale.
Nel 1937, otto anni dopo l´inizio della crisi del ´29, Franklin D. Roosevelt e i suoi consiglieri pensarono che la recessione fosse stata definitivamente sconfitta e decisero di cambiare marcia. Abolirono gran parte degli interventi pubblici che avevano risollevato l´economia, tagliarono i lavori pubblici e una parte del “welfare” con l´obiettivo di mettere i conti in sicurezza.
Fu l´inizio della seconda recessione che ebbe fine soltanto con lo scoppio della guerra mondiale del 1939 e il programma di riarmo degli Stati Uniti.
E bene, in Usa si sta profilando una seconda recessione quattro anni dopo la prima. Obama ha avuto una ben triste sorte: Bush tagliò le tasse sui ceti ricchi, il Tea Party gli ha impedito di ripristinarli ed ha preteso la limatura del welfare, Standard & Poor´s gli ha declassato il debito che dal giorno successivo è diventato addirittura un bene-rifugio. Così sta tramontando una leadership che era sembrata una svolta storica per l´America e per il mondo.
La nostra piccola matrioska italiana subisce i contraccolpi della tempesta arrivata dagli Stati Uniti, ma qui non c´è nessuna leadership da travolgere: da tre anni il sogno berlusconiano ha rivelato la sua inconsistenza e da un anno anche molti dei suoi sostenitori l´hanno capito. Adesso i nodi vengono al pettine tutti insieme e questo è un grosso guaio.
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La manovra senza volto e figlia di nessuno ha un solo obiettivo che le è stato dettato da fuori: anticipare di un anno il pareggio del bilancio. Per realizzarlo deve anticipare tagli alle spese e maggiori entrate con questa progressione: 6 miliardi nell´esercizio corrente, 27 l´anno prossimo e 12 nel 2013.
Dove li troverà è ancora incerto. Tremonti ne ha finora indicati una trentina sommando insieme i minori trasferimenti agli enti locali, i tagli ai ministeri, la sovrattassa sull´energia, le accise, l´aumento dei tabacchi, l´aumento di giochi, il contributo sull´Irpef oltre i 90 mila e i 150 mila euro, il recupero sulle pensioni di invalidità e di reversibilità, l´accelerazione dell´età pensionabile femminile.
Mancano le indicazioni per i rimanenti 15 miliardi ma dovrebbero venire dalle deleghe sull´assistenza e sul fisco oppure, in caso di tardiva operatività delle deleghe, da un piano B di tagli automatici per l´assistenza e i ministeri.
Tuttavia questa bozza senza volto e senza padre non solo non soddisfa l´opposizione ma neppure le parti sociali nonché una folta dissidenza nel Pdl.
Le proposte di modifica, a saldi invariati, si susseguono: c´è chi vuole l´aumento dell´Iva, chi l´abolizione del contributo Irpef, chi la modifica delle pensioni d´anzianità, chi una lotta decisa contro l´evasione, chi una tassazione patrimoniale straordinaria, chi la vendita dei beni e delle partecipazioni pubbliche, chi la tassazione dei capitali “scudati”, chi sostegni alle imprese e ai consumi.
Le combinazioni tra queste diverse proposte sono innumerevoli, ma per quanto riguarda la crescita siamo ancora nella nebbia più fitta sebbene sia quello il tema fondamentale. Per avere un senso reale e non simbolico, le risorse per rilanciare la crescita dovrebbero avere una dimensione tra i 15 e i 20 miliardi. Bisognerebbe cioè prevedere una quarta manovra. Affidata a tre zombie che fanno finta di marciare sottobraccio mentre si scambiano pedate e sgambetti ad ogni passo.
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Sarebbe ridicolo che fossero i media a indicare i lineamenti correttivi della manovra il cui iter parlamentare avrà inizio dopodomani e dovrà concludersi tassativamente tra un mese e mezzo mentre i mercati continuano a picchiare. Ma alcune cose si possono dire perché sono di palese evidenza. Eccone un elenco.
1) La lotta all´evasione basata su una puntuale tracciabilità, è il fondamento principale di ogni politica in un Paese dove il sommerso fiscale e previdenziale rasenta i 200 miliardi.
2) Il passaggio dal sistema pensionistico ancora largamente retributivo a quello interamente contributivo è una riforma necessaria: può procurare nuove risorse all´erario ma soprattutto rende possibile un patto generazionale indispensabile per i giovani.
3) La vendita di immobili pubblici è impraticabile: in un mercato esangue come quello attuale la loro appetibilità è scarsissima. L´ipotesi di scaricarli su società pubbliche del tipo Fintecna o di cartolarizzarli ha un solo significato: farsi anticipare dalle banche il loro valore stimato. Ma le banche sono già ampiamente penalizzate dall´eccessiva quantità di titoli pubblici che hanno in portafoglio. Caricarle di quest´altro fardello è un´ipotesi priva di senso.
4) L´indignazione e il pianto provocati dal contributo di solidarietà sono del tutto ingiustificati. È vero che la fascia di reddito tra i 90 e 150 mila euro lordi appartiene al nerbo del ceto medio e sarebbe pericoloso penalizzarla perché scoraggerebbe i suoi consumi e i suoi risparmi, ma per i redditi oltre i 150 mila questa preoccupazione è ingiustificata. Si tratta di chiedere un contributo per tre anni, deducibile dalle dichiarazioni di reddito, a persone con un reddito netto oltre i 75 mila euro annui. Il prelievo (chi scrive lo sa per diretta esperienza) ammonterebbe a circa 20 mila euro complessivi per i tre anni. Vi sembra una spoliazione oppure un doveroso contributo in un momento di gravissima difficoltà per il Paese? Si tratta, è vero, dei soliti noti perché sono perfettamente rintracciabili e rintracciati, ma questo non esime dal contribuire al sostegno del Paese.
Semmai rende ancor più doverosa la lotta all´evasione ma non ci esime e sono molto stupito dei “lai” di Montezemolo e della Marcegaglia.
5) Un´imposta sugli immobili con ampie detrazioni sociali è estremamente opportuna.
6) Un´imposta patrimoniale sulla ricchezza immobiliare e mobiliare (titoli di Stato esclusi) è sommamente auspicabile. Non è condivisibile la proposta di Modiano d´una patrimoniale elevata e straordinaria. Ci vuole piuttosto una patrimoniale ordinaria con aliquote moderate.
7) I capitali “scudati” non sono facilmente rintracciabili né è opportuno un nuovo condono sia pure con scudo più elevato: sarebbe un flop e i mercati lo segnalerebbero immediatamente.
8) La proposta di Veltroni di accettare la discussione sulle modifiche costituzionali all´articolo 81 a condizione di dimezzare da subito il numero dei parlamentari sembra molto opportuna. È utile comunque rafforzare l´articolo 81 ma inchiodarlo al pareggio del bilancio in tempi di economia globale significa affidare la politica economica di un Paese non già ad un governo governante ma alla Corte dei Conti e alla Banca centrale. Esprimo qui un´opinione personale: mi sembra una pura sciocchezza parlare di queste cose in una fase dove il maggior timore dell´economia mondiale è la recessione col relativo crollo della domanda e delle esportazioni.
9) Affamare i Comuni e le Regioni significa aumentare localmente la pressione fiscale e penalizzare servizi e lavori pubblici locali. Nelle proporzioni contenute nella manovra quei tagli sono scriteriati.

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Vedremo dopodomani chi si assumerà in Parlamento il compito di dare un senso ad una bozza raffazzonata con proposte alternative spesso improvvisate e incoerenti. Scilipoti veglia affinché il volto sia il suo, ma vegliano anche i tre litiganti che camminano sottobraccio, veglia il Tea Party italiano guidato dai frondisti di Martino e Stracquadanio e vegliano nella matrioska dove convivono la Merkel e Sarkozy, che non si è ancora capito che cosa vogliono e che cosa rifiutano.
Si è invece addormentata l´Intelligenza e i mercati fanno festa.

La Repubblica 21.08.11

"Aspettando il ruggito del leone", di Francesco Guerrera*

La crisi economica americana non ha risparmiato nemmeno il Re Leone. La versione di Las Vegas del mega-show della Disney, ispirato dal «Libro della giungla» di Rudyard Kipling, chiuderà per sempre il sipario a fine anno, dopo più di mille performances. La fine dello spettacolo, con la famosissima musica di Elton John, lascerà centinaia di persone senza lavoro, aggravando una situazione già difficile in una delle città più colpite dal crollo del mercato immobiliare Usa. L’ultimo ruggito del leone è una metafora triste per un Paese che è da anni il re della foresta economica. A tre anni da una crisi finanziaria che sarebbe dovuta essere un evento epocale, non ripetibile nel corso delle nostre vite, l’America e il mondo occidentale si ritrovano sul baratro della recessione. Come nel 2008, i mercati sono in caduta libera, i consumatori hanno paura di spendere, e le banche non vogliono prestare soldi né ad aziende né ad individui. I disagi americani sono accompagnati da un malessere ancora più profondo in Europa – il mercato più importante per i beni e servizi made-in-Usa. E i governi, il deus ex machina che salvò l’economia mondiale con miliardi di aiuti durante l’ultima crisi, questa volta sono troppo indebitati per aprire i cordoni della borsa. E allora? Allora si soffre.

Un banchiere mio amico, che di solito è un ottimista inveterato, ha fatto un riassunto perfetto della situazione questa settimana. «Ormai – mi ha detto – oscillo tra l’essere pessimista e l’essere molto pessimista». Nell’America di oggi, il pessimismo sembra una condizione cronica, che affligge investitori, aziende e gente comune, e che esacerba lo stallo economico a tutti i livelli.

Partendo dalle radici della foresta economica: la gente comune non riesce a comprarsi casa. Le ultime notizie dal fronte immobiliare sono scoraggianti: le vendite di case sono calate del 3,5% tra giugno e luglio: una brutta sorpresa per i mercati e non solo perché l’estate è il tempo degli acquisti. Le nuove cifre hanno contraddetto le rilevazioni dei mesi passati che indicavano un aumento nel numero di contratti di vendita. Per gli esperti, questo significa che potenziali acquirenti stanno rinnegando i contratti perché hanno paura di un’altra recessione. L’alto tasso di disoccupazione e il continuo calo dei salari rinforzano questa ipotesi: nonostante tassi d’interesse bassissimi, molte persone non vogliono un mutuo se non sono sicure che avranno un posto di lavoro ed uno stipendio per ripagarlo.

Il mercato immobiliare è una delle locomotive dell’economia americana e, se non tira, altri consumi – mobili, televisioni, frigoriferi e così via – ed altri settori, dalle costruzioni ai trasporti, ne soffrono. Ai piani buoni dell’economia, il morale non è tanto più alto. E’ vero che le società americane – dopo aver imparato la lezione di altre crisi – hanno pochi debiti e molti liquidi in cassaforte. Ma è anche vero che non hanno nessuna intenzione di investirli negli Usa, soprattutto se l’economia domestica è in difficoltà e le esportazioni verso l’Europa languono. Le mie conversazioni con capitani d’industria, sia americani che europei, cominciano e finiscono con due parole: «emerging markets». I mercati emergenti di Brasile, Cina e India, con le loro popolazioni enormi e tassi di crescita strepitosi, sono il Santo Graal del capitalismo mondiale.

Poco importa che gran parte di quei miracoli economici sia basata sulla vendita di materie prime e beni a basso costo a un’America e un’Europa che hanno sempre meno soldi per comprarle: gli azionisti e i mercati hanno bisogno di speranze. Ma non di sole speranze vive un’economia e le mosse strategiche delle aziende indicano una realtà diversa. La Delta Airlines, la più grande compagnia aerea americana, ha appena annunciato che ridurrà i suoi voli del 5% perché le costa troppo far decollare aerei mezzi pieni. Compagnie grandi e piccole – da Cisco (il gigante di Silicon Valley) a banche con tre filiali – stanno tagliando migliaia, forse milioni, di posti di lavoro per far fronte ad un’emergenza economica che non si aspettavano.

In una congiuntura normale, tre anni dopo una recessione, l’economia dovrebbe essere in piena ripresa con salari in aumento e disoccupazione in calo. Invece, il dibattito sulle pagine economiche dei giornali e nei talk-show in televisione è se siamo già in una nuova recessione. La domanda è a trabocchetto, visto che le imperfezioni della scienza economica fanno sì che periodi di contrazione economica possano essere individuati solo quando stanno per finire, mai all’inizio. Ma questo non impedisce agli esperti di fare predizioni. Quando il Wall Street Journal ha chiesto a 60 economisti di recente, la risposta è stata che in media, c’è una chance su tre che il 2012 sia un anno di recessione. Il 2012 è anche l’anno delle elezioni presidenziali e il malore economico del paziente americano sta contagiando l’amministrazione Obama.

I sondaggi non danno buone notizie. L’ultimo, pubblicato mercoledì dalla Gallup, ha rivelato che solo un quarto della popolazione è soddisfatto con le politiche economiche della Casa Bianca, il livello più basso della presidenza Obama. Gli alleati di Obama dicono che la colpa è di Bush e di un governo repubblicano che ha lasciato una montagna di debiti e un retaggio di tensioni sociali tra ricchi e poveri. Guardando i fatti, non hanno tutti i torti, ma l’americano medio non gli darà mai ragione. Senza un miglioramento economico, la rielezione di Obama è a rischio anche se i repubblicani si ostinano a presentare candidati deboli e discutibili. Un po’ di tempo fa, uno degli strateghi di Obama mi disse che la Casa Bianca avrebbe avuto bisogno di un livello di disoccupazione di meno dell’8% per vincere le presidenziali del 2012. Oggi la disoccupazione è a più del 9% e non dà segni di flessione. «E’ l’economia, stupido!» – lo slogan che aiutò uno sconosciuto governatore dell’Arkansas chiamato Bill Clinton a battere il patrizio Bush padre nel 1992 – potrebbe diventare un boomerang letale per i democratici. Il Presidente ed il resto della popolazione hanno un bisogno quasi disperato di un nuovo ruggito del Leone americano.

*Francesco Guerrera è il caporedattore finanziario del «Wall Street Journal» a New York.

La Stampa 21.08.11

"Il rischio di una fine catastrofica", di Renzo Guolo

È giunta l´undicesima ora per Gheddafi? Gli insorti libici annunciano di aver dato il via all´operazione “Alba della sposa del mare”, ovvero la conquista di Tripoli, la battaglia finale per la caduta del Colonnello.
Che questa sia l´obiettivo dei “bengasini” è indubbio; che si tratti di un´avanzata senza ostacoli è altro conto. Come dimostrano gli ultimi rivolgimenti sul fronte di Brega, città spesso simbolo dell´anabasi degli insorti. Il tempo di Gheddafi sembra, comunque, contato. Più che la situazione militare sul terreno, sono le continue defezioni. Le più fresche: quelle del ministro per le risorse energetiche, Omran Abu Kraa, presidente della Noc, la compagnia petrolifera statale di Tripoli. E quella di Abdel Jalloud, a lungo numero due del regime. Caduto in disgrazia, dal 1990 Jalloud non aveva più ricoperto alcun incarico ufficiale. Era definitivamente fuori dal gioco dopo che Gheddafi lo aveva accusato di essere silente complice del tentato colpo di Stato del 1993, orchestrato da giovani ufficiali dell´esercito membri della potente tribù dei Warfalla. Tribù di grande peso numerico e prestigio, che si considerava protettrice di quella dei Ghaddafa, alla quale appartiene il Colonnello e che forniva il maggior numero di effettivi all´esercito. In quel tentativo, originato dall´annoso e mai risolto problema libico, ovvero la redistribuzione del potere e delle risorse nel sistema tribale, i Warfalla avrebbero avuto l´appoggio dei Magariha, la tribù di Jalloud. Ora Jalloud è fuggito in Tunisia e poi, da lì a Roma, per poi dirigersi forse in Qatar. Una fuga che il regime liquida con sufficienza, puntualizzando che Jalloud avrebbe “abbandonato la politica volontariamente”. Il regime precisa che l´ex-premier ha trascorso buona parte del suo tempo all´estero per curarsi. Liquidandone sprezzantemente il ruolo nella storia della Jamahirya.
Ma che farà Gheddafi di fronte alla prospettiva della battaglia finale? Nonostante il mandato d´arresto della Corte penale internazionale molti, tra gli stessi insorti e nei Paesi occidentali che con la Libia hanno avuto stretti rapporti negli ultimi anni, preferirebbero che il Colonnello andasse in esilio. Meglio in Venezuela che in Tunisia, in un Paese africano piuttosto che in un altro Paese arabo. In cambio del prezzo del silenzio. Così gli stessi membri del Consiglio nazionale transitorio, fanno sapere che, di fronte a un volontario e pubblico abbandono del potere, potrebbero anche considerare una simile ipotesi.
Ma nel cupio dissolvi che sembra sottrarlo anche alle pressioni del resto della famiglia, il Colonnello potrebbe essere intenzionato a fare di Tripoli la sua Berlino 1945. Una scelta che rende plausibile quella fine che il presidente del Cnt Mustafa Abdel Jalil prevede “catastrofica” per lui e i suoi. Come se, scegliendo l´epilogo tragico, il Colonnello volesse ancora una volta ricordare al mondo che, senza di lui, la Libia non sarà più tale. Una battaglia quella per Tripoli che, semmai ci fosse, rischia di ipotecare a lungo il futuro del Paese. Per le profonde ferite che rischia di provocare in un contesto frammentato da fratture etniche e tribali. Evitare che le ultime, drammatiche, volontà di Gheddafi si compiano, diventerebbe a quel punto un imperativo politico oltre che umano.

La Repubblica 21.08.11

"Fisco, con il turismo si evade: 13,5 mld di tasse non pagate", di Marco Tedeschi

Nel turismo si evadono tasse per 13,5 miliardi, un terzo della manovra appena varata. Secondo uno studio di Cescat il “nero” ammonta al 20% del fatturato complessivo del settore stimato per il 2011 in 185 miliardi. Il turismo conosce stagioni buone e stagioni meno buone, ma non èfacile conoscere l’andamento preciso di questo settore molto vitale perché una buona parte delle sue attività vengono nascoste: ai bilanci e al fisco. Quest’anno, ad esempio, l’industria turistica genererà complessivamente un volume d’affari in «nero» di 36 miliardi di euro, che si traduce in 13,5 miliardi di euro di tasse non pagate: non si emettono scontrini né ricevute, non si dichiara l’Iva, si evadono allegramente le imposte sul reddito. Non è poco, è moltissimo: si tratta di un terzo della manovra appena varata dal governo con una gran quantità di sacrifici chiesti, ancora una volta, a chi le tasse già le paga.
SCONTRINI SCONOSCIUTI
Gli evasori si nascondono sotto gli ombrelloni degli stabilimenti balneari, nel chiuso delle pensioni e dei bed&breakfast, per non parlare di bar e ristoranti. A fare i conti in tasca a chi invece dello scontrino spesso e volentieri si presenta a fine cena con un pezzetto di carta senza valore, è stato il Cescat-Centro Studi Casa Ambiente e Territorio di Assoedilizia, secondo il quale il «nero» ammonta a circa il 20%del fatturato complessivo del settore che nel 2011 dovrebbe attestarsi intorno ai 185 miliardi di euro, pari al 12% del Pil. Va da sé che si tratta di stime, il “sommerso” in questo come in altri casi è per sua natura indefinibile, ma non mancano gli indicatori
per capire come si mette. Il Cescat ha tenuto conto dei flussi del turismo italiani e stranieri (pari a circa 170 milioni di presenze per entrambi i settori), dell’incidenza del «turismo familiare» (ospiti di parenti e amici), dei flussi del fine-settimana, del turismo organizzato (tour operator), del turismo fluttuante, roulotte, viaggiatori individuali, crociere e quant’altro. Le stime prendono in considerazione anche l’indotto che per la ricerca del Cescat comprende quanto non si può considerare spesa diretta di consumo turistico: a titolo di esempio, l’acquisto di alimentari di chi passa le vacanze a casa propria o nei campeggi, le spese per generi quali carburante, indumenti, souvenir. Specialmente gli stranieri approfittano delle vacanze in Italia per acquisti – dagli abiti agli alimenti – di cui è ricca l’offerta tanto che il nostro Paese viene considerato, a livello mondiale, al primo posto per la combinazione dell’offerta paesaggistica, culturale ed enogastronomica. L’aggravante è che non si tratt di un inedito, anzi. L’ammontare sottratto al fisco e dunque alla collettività non si allontana molto a quella degli anni precedenti, eccezion fatta per il 2009.
IL NORD E IL SUD
Sull’entità dell’evasione fiscale, conclude Cescat, ci sono notevoli differenze tra macroaree del Paese: il «nero», al nord, si aggira sul 20%, ma raggiunge il 35% nel sud e nelle Isole.

L’Unità 20.08.11

Nuove regole per salvare la politica", di Federico Geremicca

L’interrogativo non è nuovissimo, ma resta – irrisolto – al centro di accesissime dispute politiche, economiche e non di rado perfino filosofiche: in società complesse e globalizzate, il potere vero – cioè la capacità di dettare regole e perfino comportamenti collettivi e individuali – appartiene alla sfera della politica o a quella dell’economia? Le vicende delle ultime settimane, con l’annaspare impotente dei governi di tutto il mondo di fronte alle scorribande della finanza più o meno speculativa, paiono contenere una risposta in sé: nell’assetto attuale, è la politica – ormai – a dover rincorrere in maniera sempre più evidente l’economia alla ricerca di un qualche accordo.

Governanti e classi dirigenti illuminate prenderebbero atto di tale evidenza per tentare – finalmente – di concordare nuove regole comuni e salvare, come si dice, quel che è ancor possibile salvare. In queste pesanti settimane, invece, si è spesso sentita ripetere – e non è questione solo italiana – una tesi per metà consolatoria e per metà frutto di calcoli politici, certo legittimi ma poco producenti. La tesi, nella sostanza, è così riassumibile: il grosso delle responsabilità dello spaventoso tsunami finanziario che sta sommergendo le Borse di tutto il mondo, sta nella pochezza – peggio: nell’assenza di qualsiasi autorevolezza – delle classi politiche governanti. L’assunto è stato esposto ripetutamente anche in Italia il mese scorso, al momento del varo della prima (e insufficiente) manovra del governo: per le opposizioni, a non esser credibili erano non solo e non tanto le misure proposte dal governo quanto gli stessi governanti, da Berlusconi a Tremonti e via via elencando. Ora, pur essendo del tutto evidente il crescente deficit di autorevolezza della compagine al governo, questa tesi – alla luce del profilo mondiale rapidamente assunto dalla crisi – viene riproposta assai più flebilmente: il che, naturalmente, non sposta di un millimetro il giudizio negativo che da tempo, ormai, circonda il governo.

A rischiarare con la giusta luce i termini – e la dimensione – del problema, ci hanno per altro pensato alcuni avvenimenti degli ultimi giorni. Due su tutti: l’effetto paradossale e addirittura controproducente avuto sui mercati dal vertice Merkel-Sarkozy (presentato alla vigilia come quasi risolutivo degli affanni europei) e il paio di capitomboli in cui è incappato Barack Obama, prima nel suo braccio di ferro con Standard&Poor’s e poi con l’annuncio di un piano di rilancio dell’economia americana (accolto da Wall Street con una serie di cali memorabili). Si può seriamente sostenere, allora, che alcune delle più forti e riconosciute leadership mondiali abbiano improvvisamente cominciato a soffrire dello stesso deficit di credibilità di Silvio Berlusconi? Dando per scontato che è dalla politica – e non dalla sola economia – che possono e devono arrivare risposte alle drammatiche difficoltà attuali, andrebbe forse modificato il «capo d’imputazione» da contestare alle classi governanti: la questione, insomma, forse non riguarda la loro credibilità tout court quanto la loro lungimiranza, la capacità di ragionare in maniera più «generosa», globale e solidale. L’approccio alle nuove e indispensabili regole da ricontrattare, insomma, non dovrebbe continuare ad esser condizionato da interessi esclusivamente nazionali, quando non addirittura – e peggio – elettoralistici.

Giunti sull’orlo del baratro, occorrerebbe prender consapevolezza del fatto che altri passi nella stessa direzione potrebbero esser esiziali. E’ un segnale di questo tipo che attendono i «cittadini del mondo», sulle cui spalle sta gravando il grosso della crisi. Dall’ultima querelle europea sugli eurobond, in verità, non arrivano messaggi incoraggianti. Ma si può ancora sperare. Nella forza delle cose, prima di tutto. E nel fatto che raramente il «vecchio ordine» ha lasciato campo al nuovo tra brindisi e tappeti rossi…

La Stampa 20.08.11