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"Roma, una consulenza da 4 milioni per risolvere i problemi di bilancio", di Luciana Cimino

Il commissario straordinario nominato per ripianare il debito del Campidoglio cerca consulenze esterne dal valore milionario. Mentre la manovra avrà come effetto il taglio dei servizi sociali nella Capitale. Doveva ripianare il debito della Capitale ma per farlo chiede, e ottiene, milioni di euro di consulenze. Si tratta del commissario straordinario nominato dal Governo per sanare il debito pregresso del Campidoglio, Massimino Varazzani. Il compito, sebbene assegnatogli da diversi mesi, gli deve essere sembrato troppo gravoso e così ha pubblicato tre giorni fa sul sito della Regione Lazio un bando (con scadenza 11 ottobre) dove si offre
una consulenza a società esterne per l’affidamento del «servizio di assistenza tecnico contabile, anche nella gestione dei rapporti con gli uffici di Roma capitale, con l’obiettivo di acquisire ed organizzare tutte le informazioni necessarie e propedeutiche alle attività di pagamento, transazione e rendicontazione di competenza della gestione commissariale». Durata della consulenza due anni, eventualmente rinnovabili, a decorrere dal 1° dicembre 2011. Costo:
2.194.200 euro, che potrebbero arrivare a 4.388.400 euro nel caso di una proroga. Tutto questo mentre la manovra varata dal governo chiede alla Capitale un contributo di 270 milioni di euro in meno sul bilancio e i soldi promessi nel 2008 da Berlusconi in persona (500 milioni l’anno, aveva annunciato in Aula Giulio Cesare) arrivano con il contagocce. Situazione, che come ha confermato più volte la vicesindaco Sveva Belviso in questi giorni, si ripercuoterà per prima cosa sui servizi sociali, sulle attività per i bambini, gli anziani, i disabili. Non c’è un euro per il welfare. Ma si trovano per le consulenze “d’oro”.
NOMINA CONTROVERSA
Già la nomina di Verazzani nei mesi scorsi aveva causato polemiche. Venne nominato una prima volta a settembre 2010, con decreto del Presidente del Consiglio ma la nomina venne subito annullata dal Tar. Verazzani fu quindi rinominato con un secondo decreto del gennaio 2011, già sospeso dal Tar e su cui si attende il giudizio del Consiglio di Stato. A far discutere fu, in tempi di vacche magre, il suo onorario di circa 400 mila euro l’anno. E il fatto che il commissario straordinario cumuli anche le cariche di ad di Fintecna, vicepresidente dell’Enav e di consigliere della Sogei. Eppure la legge Frattini del 2004 stabilisce che chi svolge il ruolo di commissario straordinario di governo non può ricoprire altri incarichi negli enti pubblici. Immediata la polemica con il Pd, i Radicali e la sinistra capitolina compatti nel chiedere conto dei soldi buttati. «Il costo della consulenza è a carico del Tesoro, quindi la sinistra la smetta di accusarci e strillare allo spreco», replica Federico Guidi, presidente Pdl della commissione Bilancio. «Sono comunque soldi dei contribuenti – commenta il consigliere comunale del Pd Dario Nanni che per primo ha denunciato il caso – e poi in un momento di crisi come questo, questi 4 ilioni potevano essere utilizzati diversamente». Tra l’altro, lamentano le opposizioni, questo bando «massacra i dipendenti comunali e sminuisce le capacità delle persone che lavorano nella Ragioneria del Campidoglio». La domanda, insomma, è la seguente: possibile che in Comune non ci fossero le competenze adeguate per assolvere alle funzioni richieste dal bando? «Magari incentivando gli impiegati con un ventesimo di
quella cifra», continua Nanni. «Il governo dia quei soldi al Comune diRoma affinché li possa utilizzare per i servizi sociali», insiste il Pd.
E la vicesindaco Belviso, chiamata indirettamente in causa per la sua delega ai servizi sociali, si dice anch’essa stupita: «Certo – dichiara – in questo momento di tagli è “curioso” fare delle consulenze così importanti dal punto di vista economico».Ma è la sola. Il centrodestra fa quadrato intorno a Verazzani e insiste sul “buco” di bilancio. Per il consigliere Tredicine (Pdl) il bando sarebbe «necessario» per la ragione «di far pagare ai romani soltanto il giusto nella marea di debiti lasciati dalle giunte precedenti». «Sono tre anni che si occupano di questo “buco” spendendo solo soldi», la replica. «Rimaneil fatto – risponde il segretario cittadino del Pd, Marco Miccoli – che questa mega e pluri milionaria consulenza è un insulto ai più poveri, uno schiaffo in faccia alle fasce più bisognose della popolazione che saranno duramente colpite dai
tagli della manovra». I democratici chiedono dunque il ritiro immediato del bando e valutano se rivolgersi alla Corte dei Conti.

L’Unità 20.08.11

"Due milioni a rischio mobilità. Via al valzer degli statali", di Raffaello Masci

Ve lo diciamo in burocratese, abbiate pazienza: «I dipendenti delle amministrazioni pubbliche, esclusi i magistrati, su richiesta del datore di lavoro, sono tenuti ad effettuare la prestazione in luogo di lavoro e sede diversi, sulla base di motivate esigenze, tecniche e organizzative» (articolo 1 della manovra all’attenzione del Senato, comma 29). Se avete capito qualcosa, avete capito bene: d’ora in avanti i dipendenti pubblici potranno essere trasferiti dove servono (sia pur in ambito regionale) sennò, tanti saluti. La norma non si applica solo ad alcune categorie che hanno già una regolamentazione della mobilità in atto (scuola, forze dell’ordine, università). Sintesi: su 3 milioni e mezzo di dipendenti pubblici, 2 milioni e 100 mila debbono stare sul chi vive.

La cosa, peraltro, avviene nel momento in cui quasi duemila comuni e 30 province (nulla è più incerto di questi numeri fluttuanti) chiudono baracca e lasciano «in mobilità» circa 25-30 mila dipendenti. Dunque c’è da attendersi un inedito giro di valzer? Per avere la risposta ci siamo rivolti al segretario della Cgil Funzione pubblica, Michele Gentile, non come sindacalista ma come grande esperto di burocrazia pesante, in grado di fare l’esegesi di un testo legislativo oscuro per i più.

Mobilità «Il senso è – sintetizza Gentile, in romanesco – ‘ndo me servi te metto». La possibilità di trasferire pubblici dipendenti esiste da sempre ma era, in genere, oggetto di contrattazione sindacale o con il singolo. Ora la norma si fa perentoria e riguarda tutti (con le eccezioni di cui sopra). Certo, si fa tutto d’accordo con il sindacato ma, «nelle more della contrattazione» dice sempre la legge, valgono le esigenze delle varie amministrazioni. E poiché il prossimo contratto – ammesso che affronti e deliberi su questa materia – si farà nel 2015, da qui ad allora i dipendenti possono essere spostati dove serve, nell’ambito della regione. Con buona pace di chi storce il naso.

Chi riguarda?

Tutti? Veramente tutti possono essere spostati? «Sì – specifica Gentile – con alcune eccezioni: i magistrati, che sono esplicitamente esclusi, e i dipendenti dell’amministrazione degli interni per i quali, invece, il trasferimento può avvenire non solo su base regionale ma su quella nazionale, forse per la soppressione di alcune prefetture legate alle province da eliminare». A queste categorie si aggiungono le forze armate e dell’ordine, per le quali la mobilità è obbligatoria da sempre, la scuola che già la prevede e la regola con norme proprie, la docenza universitaria perché le singole università sono autonome. Poi ci sono i posti in organico che si perdono: il 10% sia dei dirigenti che del personale dei ministeri (30 mila posti in totale) e quelli in esubero nelle province e nei comuni soppressi, per i quali è difficilefare un calcolo, in quanto non si sa come avverranno le soppressioni, le riaggregazioni, le ridistribuzioni. In totale, tuttavia, si stima che ci siano 20-25 mila persone da ricollocare, e questo potrebbe avere un effetto domino.

Province Articolo 15, comma 3: le funzioni e il personale delle Province soppresse vengono acquisiti dalle Regioni, dice la norma. Le quali Regioni cosa fanno? O li distribuiscono ai comuni, o li affidano alle province confinanti, oppure se li tengono per sé. «La cosa più probabile – dice ancora Gentile – è che quel personale resti sul territorio, in quanto le funzioni provinciali lì si debbono svolgere, sia pur alle dipendenze formali di un altro ente locale. Ma una parte del personale potrebbe essere in esubero». E allora si può essere trasferiti ad altre amministrazioni, a patto che siano all’interno della Regione. Un esempio paradossale? Un dipendente della provincia (soppressa) di Rieti, a 5 chilometri da quella di Terni, può essere sbattuto a Latina (200 chilometri a Sud) ma a Terni, Regione Umbria, no.

Comuni «Qui la cosa si fa complicata – dice Gentile – perché se in sede di discussione la norma non viene riscritta, ci siamo infilati in un vicolo cieco». La questione è nota: i comuni piccoli si debbono accorpare a patto, però, che siano «contermini», (così dice l’articolo 16 comma 4) e quindi se due cocuzzoli hanno in mezzo un paesotto di tremila abitanti, niente da fare. «Questo significa che il personale dei due cocuzzoli – spiega Gentile – resta lì dov’è». Si ridurrà, al più, il numero dei consiglieri comunali: una quantità stimata nelle 20 mila unità su base nazionale, niente a che vedere con le 87 mila cariche elettive in meno promesse dal ministro Calderoli. Tant’è che nella relazione che accompagna la manovra, in assenza di numeri certi, i tecnici si sono tenuti cauti: «Risparmio, zero». Poi, a conti fatti, si vedrà

La Stampa 20.08.11

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Dipendenti contro autonomi: la guerra tra deboli

Alla fine sarà una disputa tra deboli. Altroché contributo di solidarietà. Ci si mette pure Prodi a dire che il baluardo della democrazia è lo scontrino fiscale. Nei giorni scorsi Massimo Gramellini su questo giornale aveva perfettamente sintetizzato il pensiero di chi non può (che è cosa diversa dal dire “non vuole”) evadere le tasse. “Io vi disprezzo”, scrisse Gramellini.
A menta calda non potevo che dargli ragione. Come dargli torto quando si legge che i gioiellieri denunciano in media 14mila euro l’anno?

Però, ora non credo che tra gli autonomi si possa sorridere molto. La crisi colpisce soprattutto loro, non protetti e non certo aiutati dallo Stato. Darei questo spazio a loro, mi piacerebbe raccogliere testimonianze anche di evasori (tanto i messaggi possono essere anonimi) che vedono nell’elusione fiscale il modo per sopravvivere. Vorrei capire quanto si evade per questo motivo e quanto per comprarsi l’ultimo Suv.
E vorrei sapere dai dipendenti come fanno a “resistere” alla proposta “Sono 100 senza fattura o 150 con”. E’ dura capire al momento che quello che non paghiamo al momento in cui si fa il nero, lo pagheremo più avanti (almeno noi dipendenti).

Cerchiamo però di evitare la contrapposizione. Il rischio, per tutti, è che finisca per essere una guerra tra poveri.

La Stampa 20.08.11

"C'è uno stato in Europa che vuole sterilizzare i Rom", di Adriano Sofri

La notizia, come si è diffusa ieri, è agghiacciante: il governo slovacco, dice, progetta una campagna di sterilizzazione gratuita per le donne rom. Non è esattamente così, eppure le ragioni di allarme e di scandalo ci sono tutte. C´è, da qualche tempo, un progetto del ministro del lavoro in cui sono ventilate misure riguardanti “le comunità più povere e socialmente più isolate” del paese. Ma è stato fin troppo facile riconoscere dietro questa espressione disinfettata e benevola le comunità rom, i cui bambini hanno una mortalità doppia rispetto agli altri, la cui aspettativa di vita è di dieci anni inferiore, il cui tenore di vita è cinque volte più povero di quello medio. E poiché la campagna governativa andrebbe dall´informazione sulla contraccezione all´offerta della sterilizzazione gratuita, è stato altrettanto facile leggervi l´intenzione di sterilizzare le donne delle comunità rom. Le campagne di sterilizzazione sono state e sono ancora molto diffuse nel mondo, e possono riguardare anche gli uomini: definite “volontarie”, sollecitano a loro modo la disponibilità delle persone con premi all´altezza della loro miseria, una radiolina a transistor, una libbra di zucchero nell´India degli anni ´70, un telefonino, un sacco di carbone oggi. Sono sempre detestabili, all´opposto di serie iniziative di informazione, formazione e offerta di risorse per una maternità e una paternità consapevole e responsabile.

Ma l´aura sinistra evocata dalla notizia di Bratislava ha a che fare con un passato la cui ombra si allunga fino a poco fa. Abbiamo appena ricordato qui come la superstizione scientista eugenetica – il culto della sanità e dell´umanità nuova e senza difetti di costruzione – non fosse restata confinata nel razzismo nazista, ma abbia infuriato in paesi proverbialmente civili e aperti, alcuni fra i quali, dalla Svezia alla Norvegia agli Stati Uniti, hanno riconosciuto l´infamia della sterilizzazione forzata di minoranze – gli “zingari” in primo luogo – e singoli “inferiori”, durata fino ad anni terribilmente recenti. E abbiano anche deciso risarcimenti alle vittime di quelle aberrazioni “progressiste”.
Un simile riconoscimento non è venuto né dalla Cecoslovacchia né dall´Ungheria. Nell´Europa centrale, nei paesi del “socialismo reale”, quelle pratiche furono perpetrate su larga scala, e continuarono anche dopo il fatidico 1989. In Cecoslovacchia i dissidenti di Charta 77 avevano per tempo tacciato quelle pratiche di “genocidio”.
Proprio in Slovacchia, nel 2003, organizzazioni di difesa dei diritti umani e in primo luogo associazioni di tutela della libertà delle donne della numerosa minoranza rom denunciarono oltre cento casi di sterilizzazione forzata: avvenuti cioè all´insaputa delle donne, nel corso di interventi cesarei, o inducendole a firmare un consenso in condizioni di vulnerabilità o di paura, o addirittura sotto anestesia. Il documento di denuncia si intitolava: «Corpo e anima: sterilizzazione forzata e altri delitti contro la libertà di riproduzione dei rom in Slovacchia», ed era stilato dal Centro per i diritti umani e civili slovacco (un accurato articolo di Agnese Codignola sul settimanale Diario, del 2 maggio 2003, ne diede conto da noi).
In quel frangente, dopo aver reagito inizialmente con pesanti intimidazioni alle donne e ai testimoni, il governo slovacco formò una commissione d´inchiesta ministeriale e in seguito i suoi organi di giustizia svolsero indagini che in qualche caso avrebbero portato al risarcimento delle vittime: così per tre donne sottoposte a sterilizzazione forzata a Kosice fra il 1999 e il 2002.
La Slovacchia, che aveva ottenuto l´indipendenza dalla Cecoslovacchia nel 1993, in quel 2003 aveva appena firmato il trattato di adesione all´Unione europea; l´ingresso avvenne nel maggio del 2004. Anche oggi, nelle polemiche accese attorno al progetto ministeriale, accanto agli argomenti di principio sollevati da più parti, a cominciare dal partito cristiano, si è richiamata l´inopportunità di una misura, come l´esortazione alla sterilizzazione chirurgica, che non avrebbe incontrato buona stampa all´estero. Negli scorsi anni la stessa Corte Europea dei diritti umani si è pronunciata in favore di donne slovacche ricorrenti di etnia rom.
Questi i fatti, e i loro precedenti. Ieri la rete si è riempita, come al solito, dei messaggi più vari, drammatici e strampalati. Qualcuno molto comprensivo verso la preoccupazione per il “sovraffollamento” del pianeta. Mi ha fatto sorridere l´emigrazione di un termine indecente come quel “sovraffollato” dal carcere alla terra intera. Altri comprensivi con l´esigenza di ridurre le troppe “bocche da sfamare”: aveva già provveduto il reverendo Swift, nella sua “Modesta proposta” perché i numerosi figli degli Irlandesi poveri non fossero di peso alle famiglie e al paese: ingrassarli, e darli da mangiare ai ricchi.
Che si tratti dunque di un progetto e non di una decisione già presa, e che non vi si spinga fino a nominare l´etnia cui esso mira, non basta affatto a rassicurare chi abbia a cuore l´umanità e gli umani, e le donne per prime, figlie di donne e madri di umani. Quanto agli altri, a tutti noialtri, sarebbe bene – e bello – ricordarsi che nessuno può giurare sulle peripezie trascorse del sangue che gli scorre nelle vene. Come nell´agosto scorso, quando Le Monde uscì con l´intervista esclusiva al “re degli zingari” austriaci a Vienna, il signor Rudolf Sarkozi.

La Repubblica 20.08.11

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La proposta shock della Slovacchia “Troppi figli, sterilizzate le rom”, di Andrea Tarquini

Incentivi alle donne, ma è polemica: “Questo è razzismo”. Il governo di centrodestra si difende: “È una misura per le classi più povere”. Sterilizzazione gratis e incentivata da sussidi per i poveri, e poco importa se la maggioranza dei poveri appartiene a una delle minoranze più emarginate d´Europa. Non siamo certo alla sterilizzazione forzata che vigeva nel Terzo Reich per i gruppi non ariani e per i disabili, ma con tutte le abissali differenze tra ieri e oggi il ricordo di quel passato è inevitabile. La proposta è emersa nella postmoderna, democratica e ricca Slovacchia, e di fatto, vista la composizione sociale del paese, riguarda soprattutto i rom. Il ministero del Lavoro, uno dei quattro dicasteri che nella coalizione di centrodestra al potere a Bratislava è in mano al partito arci-conservatore “Libertà e solidarietà”, lo suggerisce in una bozza di legge. La polemica è esplosa, governo e società si spaccano, ma la proposta resta conferma tragica della condizione dei rom nel Vecchio continente.
Espulsi in massa dalla Francia di Sarkozy, esposti a pogrom e ronde degli ultrà della Guardia magiara in Ungheria, malvisti in zone ricche dall´Italia alla Repubblica Ceca, i rom sono oggi la minoranza europea più numerosa: almeno otto milioni e mezzo. Vivono qui, ma nel sottoscala della vita, nei sottili o brutali ghetti di fatto del nostro quotidiano. Persino nella solida democrazia tedesca, i rom profughi dalle guerre scatenate da Slobodan Milosevic nell´allora Jugoslavia sono in maggioranza ospiti tollerati, senza pieno status di asilo, e in alcuni Bundeslaendern i loro figli non hanno accesso garantito alla scuola. La coraggiosa tv pubblica tedesca, ricordando come Hitler li sterminò, li descrive come la minoranza peggio trattata in tutta la Ue.
La proposta slovacca, denunciata ieri da Repubblica.it e da Il Piccolo, promette le migliori intenzioni: dare ai poveri, che non possono permettersi troppi figli, la scelta di non averne più. Non pillole o condom, ma sterilizzazione gratis, premiata con sussidi di entità ancora non definita, ma in euro visto che la Slovacchia è membro dell´Unione monetaria. A Bratislava è già polemica: i cristiano-conservatori della giovane premier Iveta Radicova sono in grave imbarazzo, l´accusa di estinzione programmata è nell´aria. “Libertà e solidarietà”, partito decisamente di destra nato su Internet, non menziona i rom come bersaglio. Ma tutti sanno che la stragrande maggioranza dei (pochi) poveri slovacchi sono loro: tra 200 e 400mila su 5,5 milioni di abitanti. «Se si guarda ai criteri del programma possiamo concludere che queste proposte sono indirizzate specie verso i rom», denuncia la sociologa Elena Kriglerova Gallova. «Che importa, sono una razza infetta», si può leggere online sui social network.
Tempi bui in Europa. La Slovacchia non è sola: l´anno scorso fu Nicolas Sarkozy, che vuole salvare l´euro con Angela Merkel, a ordinare alle “Compagnies républicaines de sécurité” e alla Gendarmeria nazionale la cacciata dei rom. Nell´Ungheria nazionalista, ronde nere e “lavoro utile” forzato. Persino in Germania, anche artisti rom di successo come la giovane jazzista Dotschy Reinhardt si sentono «trattati come un corpo estraneo».
Purtroppo, sia la Cecoslovacchia realsocialista sia la Slovacchia del dopo secessione hanno tristi tradizioni. La dittatura tardostaliniana effettuava sterilizzazioni forzate. Il leader del Partito nazionale slovacco Jan Slota chiede da tempo «niente cibo e soldi per chi non vuol lavorare», allusione chiara. Gli estremisti negli anni scorsi si sono spesso scatenati contro i rom. Fino alla strage di sei di loro, compiuta da un folle nell´agosto 2010. E in un villaggio slovacco un Muro divide i ghetti rom dai quartieri dei cosiddetti “cittadini normali”.

Il Corriere della Sera 20.08.11

"Il Pdl senza guida né rotta nella tempesta del decreto", di Francesco Lo Sardo

Degenera l’ammutinamento anti-Tremonti. Caos e aria di condono fiscale. «Pronti alla virata… Scudoooo», parte l’urlo nel cuore della notte. Chissà da dove arriva il missile dello scudo-bis da inserire nel decreto, chissà chi l’ha lanciato. Ma tanto basta a tirare giù dalle brande marinai e ufficiali, a far squillare i telefonini, a scatenare la confusione a bordo. Falso allarme, preciseranno ore dopo pezzi di governo.
Non Berlusconi e Tremonti che s’abbandonano ad amenità o tacciono. «Pronti alla virata…
Pensioniiii», parte un altro urlo al mattino: roba più seria questa, si punta dritto alla collisione con la Lega. Brunetta torna alla carica sulla riforma previdenziale, a partire dalle pensioni d’anzianità, spaccando il cosiddetto fronte ex socialista nel Pdl (Sacconi e Tremonti frenano) che proprio “fronte” non è perché s’è già frantumato sull’aumento dell’Iva (Cicchitto d’accordo, i suoi ex compagni no) piuttosto che sul pagamento del tfr a fine mese (l’ex socialista Tremonti ci ragiona o finge di farlo per riguadagnare punti con Bossi ma l’ex psi Cazzola già punta i piedi).
Nessuno è al comando della nave Pdl. Le borse crollano e se il governo continua a parlare con mille voci aumentando l’incertezza sui traballanti ed evanescenti contenuti del decretone, nel partito di Berlusconi le voci sono diecimila: una colossale, incomprensibile Babele. Interviste, dichiarazioni, lettere aperte di singoli, gruppi, sottogruppi, blog.
Tutto rigorosamente fuori dalle sedi formali, proprie di un partito che neppure di fronte a un’emergenza economico finanziaria grave come quella in atto riesce a comportarsi con normalità: riunendo gli organi dirigenti per un’analisi della situazione da cui far emergere posizioni e proposte per il governo. Viceversa di virata in virata, una più violenta e convulsa dell’altra, la folle nave del Pdl prima ancora del rischio di speronamento di quella leghista, corre quello di capovolgersi.
Ex dc contro ex dc, ex dc contro ex pli, a loro volta contro gli ex socialisti che s’azzuffano l’un l’altro: in un clima da assalto alla diligenza delle vecchie Finanziarie, tra mercato delle vacche e lobbies scatenate.
In principio di questa storia, cominciata assai prima del siluro lanciato della Bce che ha affondato dieci giorni fa la manovra tremontiana, fu Berlusconi. L’astuto statista di Arcore chiamò a sé, mentre Tremonti azzoppato dal caso Milanese scriveva e riscriveva la manovra e al solo scopo di farlo imbestialire, gli economisti Antonio Martino e Francesco Forte, uno ex liberale l’altro ex socialista, entrambi ex forzisti. Delle loro ricette anticrisi, che già divergevano sinistramente – campanello d’allarme del caos in cui sarebbe precipitato di lì a qualche settimana tutto il Pdl – il Cavaliere se ne infischiava. Lui voleva solo fare pressing su Tremonti: «Il genio di Sondrio» o «l’analfabeta economico», come lo definisce l’ex ministro Martino.
Nel Pdl si coglie il messaggio del Capo e le cannonate contro il detestato Tremonti, autore di una manovra «senza crescita» e di «tasse mascherate», si moltiplicano. I bombardamenti si fanno più intensi dopo il varo del decreto “ordinato” dalla Bce, che costringe il governo ad anticipare di un anno il pareggio di bilancio. La regia delle operazioni inizialmente appare ordinata: le principali batterie di lancio sono due, il correntone Scajola-Martino e il più agile gruppo Crosetto- Stracquadanio, prevalentemente ex dc, più ex libertari ed ex liberal. Formigoni, dall’isola ciellina, tira anche lui le sue bombarde. Gli ex psi, balcanizzati, sono confusi e si muovono in ordine sparso: Tremonti, in fin dei conti, è pur sempre uno di loro. Tutto il resto del Pdl scompare. Il neosegretario Alfano si eclissa prudentemente e della corrente Frattini- Gelmini-Carfagna-Prestigiacomo, ora che il gioco si fa duro, non c’è più traccia. Si spara tutti i giorni. Ma quando Berlusconi, per dare sponda alle fronde, annuncia che sono possibili alcuni cambiamenti del decretone senza fornire indicazioni precise, le batterie d’artiglieria anti-Tremonti che servono anche ad arginare la Lega vanno in tilt.
Nessuno sa più cosa dire né fare. L’ex dc Scajola (aperto all’aumento dell’Iva e persino a patrimoniali blande) entra in collisione col liberal Martino che le avversa, s’accendono zuffe sul mantenimento del contributo di solidarietà o su una sua rimodulazione per non infierire su una fascia di reddito alta ma che già paga molte tasse, sull’ipotesi di prelievi sui capitali scudati (lanciata dall’ala ciellina ma ostacolata dai pdl ex An), sul Tfr in busta paga e sulle pensioni. Il fronte Pdl, a ieri sera, appariva così: un colabrodo. Nelle ultime ore voci delle retrovie riferiscono che, almeno su pensioni e Iva, nel Pdl si troverà un’intesa per sfondare le resistenze di Tremonti e Bossi.
Mentre nelle stesse retrovie un mormorio insistente rilancia una voce: condono fiscale.
Un condono tributario, non valutario (tipo scudo fiscale) né edilizio. Un condono “tombale” che farebbe entrare rapidamente 30 miliardi di euro nelle casse dello stato, calcola il pidiellino Osvaldo Napoli, vicino a Scajola. Sono d’accordo pressoché tutti nel Pdl: ex dc in testa, che ne sono il vero motore.
«Meglio un condono fiscale piuttosto che una patrimoniale sulla seconda casa, su questo abbiamo già presentato a Berlusconi qualche proposta», conferma un’autorevole fonte pdl di rito ciellino. Perché servono soldi, altri soldi. «Pronti alla virata… Condonooo».

da Europa Quotidiano 20.08.11

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Donne, anzianità e contributi Le ipotesi per rafforzare la manovra

Il governo era partito giurando: no, l’età pensionabile per le donne non si tocca. Poi con la prima manovra, quella dello scorso 6 luglio, c’è stato un primo ripensamento, con la decisione di aumentare gradualmente l’età per la pensione di vecchiaia delle donne da 60 a 65 anni, come per gli uomini (e per le donne del pubblico impiego, a seguito di una sentenza della Corte europea di giustizia). Si partiva nel 2020 con 60 anni e un mese e si finiva nel 2032 con 65 anni. Poi, con la manovra bis del 13 agosto, il percorso è stato accelerato. Si partirà nel 2016, sempre con 60 anni e un mese, per finire nel 2028. Adesso, tra le ipotesi che circolano, per correggere o rafforzare ulteriormente la manovra in sede di discussione parlamentare, c’è anche quella di una nuova accelerazione. Giuliano Cazzola (Pdl), vicepresidente della commissione Lavoro della Camera, propone per esempio di partire già nel 2012 e con aumenti di un anno ogni dodici mesi, in modo da arrivare a 65 anni nel 2016. «I risparmi di spesa sarebbero davvero notevoli», sottolinea Cazzola.
La relazione tecnica alla prima manovra stimava risparmi per 145 milioni nel 2021 «progressivamente crescenti» fino allo «0,4% del Prodotto interno lordo nel periodo 2031-2040», cioè la bellezza di 6,5 miliardi a valori attuali. La relazione tecnica alla manovra bis fa notare che a questi risparmi vanno aggiunti quelli che si realizzeranno per effetto dell’anticipo della misura: 112 milioni nel 2017, 320 milioni nel 2018, 565 milioni nel 2019, 1,2 miliardi nel 2020, 1,8 miliardi nel 2021. È chiaro che se si partisse nel 2012 questi risparmi si otterrebbero subito.
Ma non è questa l’unica ipotesi in circolazione. Ce ne sono altre che, in teoria, hanno maggiori chance di quella sulle donne, dove il no della Lega appare insormontabile. È il caso delle pensioni di anzianità. Adesso la possibilità di lasciare il lavoro in anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia è regolata dal sistema delle «quote», fissato dalla riforma Damiano del 2007. Fino a tutto il 2012 vige quota 96, si può cioè andare in pensione di anzianità avendo 36 anni di contributi e 60 di età oppure 35 di contributi e 61 di età (per gli autonomi la quota è 97). Dal 2013 scatterà quota 97 per i lavoratori dipendenti (36+61 o 35+62) e 98 per gli autonomi. Come ha fatto notare di recente il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, la riforma Damiano fu fatta per ridurre il cosiddetto «scalone», cioè l’età di pensionamento improvvisamente aumentata dalla riforma Maroni del 2004. Un’operazione sbagliata e antistorica, secondo Sacconi. Ora, se per rimediare, si stabilisse un’accelerazione delle quote, per esempio, facendo scattare quella 97 già nel 2012, si potrebbero risparmiare all’inizio alcune centinaia di milioni e nel giro di qualche anno almeno un miliardo. Ma secondo Cazzola bisognerebbe fare ancora di più: «Arrivare in 5 anni a quota 100 e abolire la possibilità di lasciare il lavoro con 40 anni di contributi indipendentemente dall’età» (che poi, in realtà, diventano 41 con l’applicazione della cosiddetta finestra mobile). Probabilmente non si arriverà a tanto, ma l’anticipo di quota 97 non è da escludere.
Tutte le proposte viste finora (donne, anzianità) prestano il fianco all’accusa di accanimento contro i lavoratori. Più difficile sarebbe criticare l’estensione del contributivo pro-quota a tutti, rilanciata ancora ieri sul Sole 24 Ore da Elsa Fornero, grande esperta di previdenza. Una misura di equità intergenerazionale che se fosse stata applicata fin dall’inizio, cioè dalla riforma Dini che introdusse il metodo di calcolo contributivo ma escludendo i lavoratori che nel ’95 avevano più di 18 anni di servizio, avrebbe risparmiato tante riforme successive distribuendo il carico dei sacrifici non solo sui giovani, come purtroppo è accaduto. Lo stesso Cazzola, anche lui molto esperto di pensioni, lo ammette, ma osserva: «Temo che i buoi siano ormai scappati», nel senso che chi aveva almeno 18 anni di contributi nel 1995 o è già andato in pensione o gli manca poco. Diverso sarebbe calcolare tutte le pensioni, anche quelle di chi aveva allora meno di 18 anni di versamenti (che ha il sistema misto), col contributivo, come avviene per chi ha cominciato a lavorare dopo il ’95, ma ci sarebbe una rivolta dei sindacati. E Berlusconi non vuole rompere con Cisl e Uil.
Infine, se perfino uno come Cazzola, sempre attento ai lavoratori autonomi, base elettorale del Pdl, dice che bisognerebbe aumentare i contributi che versano commercianti e autonomi (il 20% contro il 33% dei lavoratori dipendenti), «anche perché le loro gestioni Inps sono in profondo rosso», vuol dire proprio che l’ipotesi andrebbe considerata. Così come quella di un contributo di solidarietà sui pensionati baby: molti i lettori che hanno scritto al Corriere per sostenerla.

Corriere della Sera 20.08.11

"Esiste un solo modo per uscire dalle crisi: investire in ricerca", di Roberto Vacca

La Commissione europea classifica i 27 Paesi dell’Unione in base all’innovazione espressa da un indice (fra 0 e 1), funzione di 24
indicatori (lauree, investimenti in ricerca, brevetti, % di imprese innovative). La media europea è 0,53. La Svezia è a 0,75. L’Italia a
0,42, occupando il sedicesimo posto su 27, dopo Portogallo ed Estonia. Da noi gli investimenti pubblici in ricerca sono 0,58 % del Pil (0,77 della media europea) e quelli privati 0,65%del Pil (0,52 della media). Non sono scarsi solo gli investimenti, ma la cultura. Solo il 19% degli italiani completa l’educazione terziaria. La media
europea è 32 %, Francia 43 %, Irlanda 49 per cento.
Siamo nell’era dell’informazione, ma la misura del successo di un Paese in base alla diffusione di Pc, cellulari e altri gadget è piuttosto
rozza. Attualmente cresce il divario fra alta tecnologia e cultura media. I supercomputer si usano per scopi banali. I decisori pubblici
e privati non investono in ricerca e sviluppo, né creano scuole di eccellenza. I mass media propagandano tecnologia per scopi insulsi. Una rimonta tecnologica ed economica richiederà investimenti, risorse umane, immaginazione e controlli di qualità, ma non se ne vedono segni. È ora che quelle esigenze siano soddisfatte. In ogni settore dovremmo rinnovare strumenti e concetti efficaci per combattere il degrado culturale. Le carenze sono così palesi che spesso si propongono rimedi, purtroppo timidi e settoriali. È vitale, invece, definire con precisione i traguardi da raggiungere. Questo significa, ad esempio, individuare i settori su cui puntare; facilitare l’avvio di imprese innovative; progettare la nascita di aziende costituite da ricercatori, scienziati e industriali; innovare nei settori di attività già perseguite all’estero; creare studi e formazione avanzata all’interno delle aziende.
In Italia c’è una università ogni 600.000 abitanti. Negli Usa ogni 100.000 abitanti, in Inghilterra ogni 200.000, in Francia ogni 230.000. Per iniziare una ripresa, l’industria italiana dovrà creare università, istituti di ricerca, politecnici. Invece si tagliano i finanziamenti pubblici a università e ricerca. In Francia il 2% dei professori universitari sono stranieri, in Gran Bretagna 10,4 %, in Usa 19%, a Singapore 47% – e, in questi Paesi, è alta la percentuale di università eccellenti. Le università italiane, invece, non ingaggiano
i migliori ovunque si trovino. Innalzare la cultura generale, creare scuole avanzate, investire in ricerca e sviluppo evita il declino. Invece le opinioni, credenze, ideologie più diffuse sono errate e modeste e il pubblico crede a catastrofismi e leggende metropolitane. A lungo termine occorre un’azione internazionale congiunta di aziende ad alta tecnologia per innalzare la cultura di intere popolazioni. Si alleino accademia, parlamento, industria per fornire al pubblico criteri di giudizio e modi di comunicazione efficaci.
In tutto il mondo si generano progressi continui cui si accede da Internet, mail pubblico ne è escluso: giornali, radio, Tv, comunicazioni sociali trattano argomenti volatili e non analizzano criticamente fatti importanti. Non siamo motivati a capire, a partecipare. I mass media vengono usati usano per fini politici o interessi privati.
Per eliminare tutto ciò ci vogliono tante conversioni a codici di equità e oggettività, oggi disprezzati. L’abbandono della ragione lascia spazio ad astrologia, parapsicologia, miracoli, visti come spiritosi atteggiamenti anche da certi intellettuali. La disinformazione porta alla rovina.
Il mondo è fatto di meccanismi naturali, struttura della materia, artefatti umani, processi sociali, politici ed economici. Questi sono gestiti o subìti dal pubblico in modi razionali, irrazionali, casuali. Per capirlo bisogna padroneggiare strumenti concettuali e tecnologici. La capacità di concatenare problemi e soluzioni deve essere acquisita
da tutti. La gestione di problemi sociali e politici non è una scienza.Usa anche principi semplici facili da comprendere. La gestione totale di qualità deve continuare a diffondersi nell’industria, ma anche pervadere società, scuole, processi decisionali, mass media. Solo chi investe forte in ricerca e sviluppo incrementa il Pil o non lo vede calare in tempo di crisi – gli altri no.

L’Unità 20.08.11

"Metà parlamentari, Veltroni incalza", di Rudy Francesco Calvo

Dimezzare il numero dei parlamentari? Sulla carta (soprattutto quella dei giornali) tutti si dicono d’accordo. Né a Montecitorio né a palazzo Madama, però, sono state ancora depositate proposte di legge così nette. Non ne ha presentate il governo, dopo che Berlusconi ha annunciato in pompa magna, lo scorso 22 luglio, un disegno di legge costituzionale che avrebbe dovuto comprendere questa e altre misure rivolte a ridurre i costi della politica. Non lo ha fatto, alla lettera, nemmeno il Pd. Ma su questo ci soffermeremo dopo.
A tornare alla carica sono stati ieri Sergio Romano, con un editoriale sul Corriere della Sera, e Walter Veltroni, con una lettera inviata ai capigruppo dem di camera e senato.
Il primo lega la necessità di dimezzare il numero dei parlamentari al sentimento di antipolitica diffuso nel paese, ritenendo necessario «un pacchetto di misure che serva a spegnere i sentimenti di rabbia e disprezzo che molti italiani provano per i loro rappresentanti». L’ex segretario del Pd, invece, lo ritiene «essenziale non solo per ridurre il peso improprio della politica, ma per ridare capacità di velocità e di decisione alla democrazia», ingessata da «una macchina politico- istituzionale troppo lenta e pesante per una società veloce e dinamica come quella in cui viviamo ». Veltroni chiede quindi ai Democratici di porre questa misura come condizione per il proprio voto per la modifica dell’articolo 81, con l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio strutturale. Un modo per accelerare e mettere alle strette la maggioranza, intestando al contempo al Pd una battaglia di grande popolarità. E che porterebbe immediatamente dopo alla necessità di mettere mano anche alla legge elettorale, superando il porcellum.
Non è la prima volta che Mo- Dem spinge su questo tasto.
D’altra parte, lo stesso Pier Luigi Bersani ha fatto propria questa proposta a nome del partito, citandola esplicitamente nel corso dell’audizione parlamentare del ministro Tremonti a Montecitorio lo scorso 11 agosto. Per Veltroni, però, ora è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti. E chiede di farlo direttamente ai vertici dei gruppi di camera e senato. Anna Finocchiaro garantisce: «Il Pd, quando comincerà la discussione sulla manovra, sosterrà questa proposta con atti parlamentari concreti ». Dario Franceschini ricorda che «sono depositati da inizio legislatura due proposte di legge del Pd per il dimezzamento del numero dei parlamentari».
In realtà, i dem finora sono rimasti più cauti. Il testo presente alla camera (prima firmataria Sesa Amici) ipotizza un numero di 500 deputati e circa 200 senatori (il numero è da calcolare sulla base della popolazione delle regioni). Quello depositato al senato (primo firmatario Luigi Zanda) prevede invece 400 deputati e 200 senatori. E Luciano Violante, responsabile del Pd per le riforme, ipotizza un sistema con circa 500 rappresentanti alla camera e 250 al senato. Non proprio un dimezzamento, quindi, ma comunque una sostanziale riduzione, che finora a destra non hanno preso in considerazione.
Anzi, proprio a palazzo Madama la maggioranza ha respinto già nel 2009 la richiesta di calendarizzazione immediata della proposta dem. Ora il Pd vuole tornare alla carica.
È evidente che un qualsiasi ritocco del numero dei parlamentari inciderà sulla rappresentanza dei singoli partiti nella prossima legislatura. Se si considerano attendibili gli ultimi sondaggi pre-estivi, la vittoria di una coalizione Pd-Idv-Sel (con i dem intorno al 29 per cento) porterebbe a Montecitorio circa 230 democrat, contro i 206 attuali.
Dimezzare i parlamentari significa scendere intorno a quota 115, mentre diventerebbero circa 150 su 400 totali e 190 su 500.
Se si vuole arrivare a un intervento drastico, insomma, conviene mettere da parte la calcolatrice.

da Europa Quotidiano 20.08.11

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“Dimezzare i Parlamentari l’Idea Scuote il Palazzo”, di Alessandro Trocino

Veltroni: si può fare in 90 giorni. I dubbi del Pdl. L’idea è semplice: mandare a casa la metà dei parlamentari. Proposta che circola da tempo, solo che finora il dimezzamento dei parlamentari è sempre stato inserito nel quadro di una più complessiva riforma in senso federale dello Stato. Come ricordava ieri in un editoriale sul Corriere della Sera Sergio Romano, però, il tempo stringe: «Se la classe politica vuole dare un segno di attenzione per i malumori della società, le circostanze impongono misure più rapide e quindi un progetto di legge sottoscritto dal governo e da tutti quei settori della minoranza pronti ad approvarlo». Una proposta che ha avuto moltissimi consensi tra i lettori del sito del Corriere e contenuta anche in una lettera inviata da Walter Veltroni ai capigruppo del Pd. Ma l’idea dell’ex segretario del Pd trova sì con distinguo dall’Idv («non basta») e dall’Udc («la priorità va data all’abolizione delle Province») e molte resistenze nel Pdl.
Per Romano varare un provvedimento del genere subito «avrebbe tre effetti positivi: darebbe una risposta al Paese; dimostrerebbe che la riforma della Costituzione è una materia su cui maggioranza e opposizione possono lavorare insieme; direbbe agli speculatori che la nave Italia non ha alcuna intenzione di andare a fondo». Veltroni aggiunge un tassello all’editoriale di Romano. Non si tratta solo di approvare in fretta il dimezzamento dei parlamentari. Si tratta di usare questa proposta come «condizione» alla disponibilità dell’opposizione a concorrere alla revisione costituzionale sull’articolo 81. Per intenderci, quella che introdurrebbe l’obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione. Per l’ex segretario del Pd, vincolare le due materie aiuterebbe a trovare in fretta un consenso bipartisan, che porterebbe ad approvare in novanta giorni i due provvedimenti. Vantaggi del dimezzamento: meno costi e più velocità decisionale. Con Veltroni si schierano i due capigruppo del Pd, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, ai quali ha scritto una lettera. Enzo Bianco ricorda che il Pd ha chiesto, e ottenuto, la calendarizzazione in commissione Affari costituzionali del Senato dei disegni di legge sulla diminuzione dei parlamentari: «Per questo condivido pienamente le parole di Sergio Romano».
Ma l’opposizione è divisa. Pier Ferdinando Casini tocca un nervo scoperto del Pd, diviso sull’abolizione delle Province: «Meno parlamentari? Sono d’accordo, ma al Pd dico che si potrebbe cominciare ad abolire tutte le Province, visto che quando si è votato per questo non l’ha fatto». E l’Idv? Per Antonio Borghesi si può e si deve fare di più: «L’Italia dei Valori è più che favorevole al dimezzamento dei parlamentari. Ma la nostra battaglia non si ferma e per questo proseguiamo con la raccolta firme per abolire le Province e con le proposte per togliere privilegi. Dimezzare i parlamentari fa risparmiare un miliardo, ma solo se si riducono gli altri costi». Sì al dimezzamento arrivano anche da Italia Futura, il think tank di Luca Cordero di Montezemolo, e da Io Sud.
Nel centrodestra, le reazioni sono fredde. Enrico La Loggia ironizza: «Una proposta ottima quella del Pd. Peccato che il governo l’abbia concretizzata nel 2005, trovando l’opposizione della sinistra». Riferimento alla riforma costituzionale (che poneva fine al bicameralismo perfetto) varata e poi bocciata dal referendum popolare. Nella maggioranza, però, l’insofferenza per quella che Francesco Giro (Pdl) chiama «la demonizzazione» della Casta è palese. Per Gianfranco Rotondi, «il dimezzamento dei parlamentari è un’aspirina: la si dà quando non si sa che dire». Rotondi non ci sta a sentirsi «un mangiapane a tradimento» e rilancia: «Serve una riforma radicale: via le Province e ridurre le Regioni a otto». Gaetano Quagliariello è scettico: «Dimezzare i parlamentari? È una riforma da fare, ma non mi pare risolutiva e neanche la priorità». Il rischio, aggiunge, «è che si consolidi il bicameralismo perfetto». Per questo sarebbe preferibile «fare un ultimo tentativo per portare a termine una riforma più complessiva». E se non ci si riesce, «visto che questa diminuzione ha assunto valore simbolico, che la si faccia pure». Maurizio Gasparri è in scia: «A settembre ne discuterà il Parlamento e vedremo». Ma voi che farete? «Sarebbe più logico fare una riforma del Senato federale, ma visto che c’è un’ira popolare non saremo certo noi a dire di no per farci accusare di voler prender tempo».

Il Corriere della Sera 20.08.11

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“Meno di tremila euro al mese e il doppio lavoro si conserva”, di M. Antonietta Calabrò

Più che una norma ben scritta e prima ancora pensata, l’articolo 13 del decreto legge sulla manovra aggiuntiva entrato in vigore il 13 agosto, sembra una grida manzoniana, «una grida fresca» che «son quelle che fanno più paura», come commentava Azzeccagarbugli nel terzo capitolo dei Promessi Sposi. Ma che poi alla fine hanno poco effetto.
Il decreto prevede che, per deputati e senatori che svolgano attività che fruttino loro un reddito pari o superiore al 15 per cento dell’indennità della carica parlamentare, essa venga dimezzata. Alla Camera attualmente corrisponde a 5.486,58 euro netti (cui vanno aggiunti i rimborsi forfettari per le spese telefoniche, di viaggio e per i collaboratori, che costituiscono gran parte dello «stipendio», che arriva a 14 mila euro netti per un qualsiasi peone, ma è molto di più per un presidente di commissione o un segretario d’aula o chiunque abbia un altro incarico interno).
Un «biglietto da visita»
In altre parole un deputato o un senatore che abbia un’attività professionale dovrà rinunciare solo a 2.700 euro netti al mese. A fronte di fatturati di molte decine o centinaia di migliaia, se non di milioni di euro. Sacrificando meno di 35 mila euro l’anno (2.700 per 12 mesi), insomma, un avvocato potrà utilizzare il brand «CD» (Camera dei Deputati) o «S» (Senato) con tutti i risvolti positivi che ciò comporta, a cominciare dal fatto che il marchio — cosa ben nota — funziona da moltiplicatore di parcelle. Adesso è semplicemente un biglietto da visita che costerà un po’ di più. Ma che paradossalmente mette il deputato (speriamo non definitivamente) al riparo dal dover rispondere di piccoli e grandi conflitti di interesse tra la sua attività professionale e la sua attività legislativa. Come poi possa apparire l’articolo 13 una grida manzoniana è presto detto. Al di la del «quanto», è la logica che non torna, perché diciamo così, inverte «l’onore» della prestazione lavorativa. Un esempio opposto viene dal mondo accademico (che pure da sempre ha attirato critiche per la scarsa efficienza): i dottori di ricerca non possono svolgere una seconda attività che superi della metà l’importo della loro borsa. E non il contrario. Cioè si pretende che si svolga innanzitutto il lavoro per cui si è «stipendiati» e poi, se avanza del tempo, si permette una quota residuale di lavoro «autonomo».
Che la situazione non stia in piedi, se ne deve essere reso conto anche l’estensore materiale del prescritto dimezzamento dell’indennità, perché l’articolo 13 afferma che si prende questo provvedimento «in attesa della revisione costituzionale concernente la riduzione del numero dei parlamentari e della rideterminazione del trattamento economico omnicomprensivo attualmente corrisposto…». Una premessa che la dice lunga su come vanno le cose.
Metà del Parlamento ha un doppio lavoro
Il fatto è che i «doppiolavoristi» sono quasi la metà dei parlamentari. Una truppa considerevole: 446 in tutto (di cui 270 deputati e 176 senatori), su 945 eletti. Oltre a vantare le più alte dichiarazioni dei redditi, stando a uno studio che ha fatto scalpore del sito La voce.info, i «doppiolavoristi» hanno il record anche della percentuale più alta (37%) di assenteismo. Un dato che più che creare scandalo dovrebbe essere considerato banale, visto che non potrebbe essere altrimenti, perché nessuno di loro ha il dono dell’ubiquità, fornendo argomenti a quanti chiedono il coraggio di arrivare al dimezzamento del numero dei parlamentari. Come ha fatto Sergio Romano nell’editoriale di ieri del Corriere.
Ai magistrati «onorevoli» — che sono 17 — (come il neo Guardasigilli Nitto Francesco Palma che nei giorni scorsi si è dimesso dall’ordine giudiziario) è imposta per legge l’aspettativa dal lavoro. Agli avvocati no. Sapete quanti esponenti del libero Foro occupano un seggio? 134: la somma di 87 deputati e 47 senatori. Con il 14% del totale detengono il record assoluto delle professioni. Negli Stati Uniti fare l’avvocato è incompatibile con il seggio parlamentare e con ogni altra attività. Al secondo posto ci sono quelli che si qualificano genericamente «dirigenti»: 133. Al terzo gli imprenditori: 114, contro soli 4 operai. I docenti universitari sono 77, i giornalisti 89 (con i casi dei «doppiolavoristi» Guzzanti e Farina, arrivati in modo eclatante all’onore delle cronache giudiziarie e delle fiducie parlamentari) e 53 i medici.
Connesso al problema del doppio lavoro c’è quello della «buonuscita» a fine mandato che è una «liquidazione» completamente esentasse, perché tecnicamente si tratta di introito «non imponibile». Quello dell’onorevole infatti non è un Tfr (retribuzione differita): si tratta di una tantum o, più precisamente, di «assegno per il reinserimento nella vita lavorativa». Questo «assegno di fine mandato» dovrebbe infatti servire ad aiutare gli onorevoli a «reinserirsi» nel mondo professionale. È un grosso esborso di denaro (dopo cinque anni sullo scranno, 46.814 euro a parlamentare, dopo 15 anni oltre 140 mila euro) che non solo non ha paragoni negli altri Paesi (dove o non c’è o è estremamente contenuto), ma che è del tutto ingiustificato per quanti (avvocati, commercialisti, medici e professionisti di ogni colore politico) non hanno mai chiuso lo studio e restano in attività quando entrano in Parlamento. In proposito il decreto legge però non dice nulla.
Le incompatibilità elettive
Si contano infine sulle dita di una mano i parlamentari per cui scatta l’incompatibilità prevista dal terzo comma del medesimo articolo 13 che recita: «La carica di parlamentare è incompatibile con qualsiasi altra carica pubblica elettiva. Tale incompatibilità si applica a decorrere dalla prima legislatura successiva alla data di entrata in vigore del presente decreto». Per i parlamentari l’incompatibilità insomma non scatta (come direbbero i giuristi) né ex tunc (dal 1 gennaio 2011) e neppure ex nunc (dalla data di entrata in vigore del decreto). Quindi sono «salvi» i 6 parlamentari che attualmente hanno un doppio incarico: Maria Teresa Armosino, presidente della Provincia di Asti e deputata del Pdl; Raffaele Stancanelli, sindaco di Catania e senatore del Pdl; il presidente della Provincia di Salerno, Edmondo Cirielli, deputato del Pdl; Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli e deputato del Pdl; Francesco Rutelli, senatore di Api e consigliere comunale a Roma e Antonio Pepe (deputato pdl) presidente della Provincia di Foggia. In base al decreto in futuro potrebbero fare gli assessori «esterni», come Bruno Tabacci, deputato di Api e al contempo assessore al Bilancio, Patrimonio e Tributi di Milano, che anche se sarà deputato nella prossima legislatura, potrà rimanere tranquillamente al suo posto di Montecitorio perché «chiamato» (dal sindaco Pisapia) e non «eletto» dai milanesi.

Il Corriere della Sera 20.08.11

"Federalismo solo retorica", di Massimo Luciani

Poche parole, più di «federalismo», sono entrate nella discussione e nella lotta politica italiana con tanta forza e con tanta capacità di condizionamento delle strategie dei partiti. Poche parole hanno prodotto conseguenze così imponenti sul piano della legislazione
non solo ordinaria, ma anche costituzionale. E poche parole sono state meno comprese nella loro storia, nel loro significato, nell’ideologia che presuppongono, nelle prospettive che dischiudono. Alla confusione delle idee si aggiunge, oggi, la confusione della pratica politica. La retorica del federalismo ci ha abituati a sentire che solo un governo prossimo ai cittadini si può ritenere autenticamente democratico e che solo la vicinanza fra governanti e governati può assicurare la legittimazione dei primi e il soddisfacimento dei bisogni dei secondi.
Non è il caso di chiedersi, qui, quanto vi sia di propagandistico e quanto vi sia di plausibile in affermazioni di questo genere. Conta di più constatare l’assoluta incoerenza di una pratica politica che, sebbene segnata da simili convincimenti, li rinnega continuamente. La vicenda delle Province è emblematica. Prima abbiamo assistito al tentativo di eliminarle completamente. Ora, nella manovra bis di agosto, se ne è disposto un drastico taglio, conservando solo quelle che comprendono un numero di abitanti superiore a trecentomila
o hanno un’estensione di più di tremila chilometri quadrati. Né nel primo né nel secondo caso la questione è stata inserita in una consapevole strategia della costruzione dei livelli territoriali di governo e nel caso della manovra ferragostana il taglio è stato deciso sulla base di semplici considerazioni contabili, nel presupposto che la riduzione delle Province avrebbe comportato un significativo contenimento dei cosiddetti costi della politica.
Ora, è francamente singolare che si assumano decisioni di questa portata soltanto sulla spinta delle esigenze di risanamento della finanza pubblica. Che questo sia necessario è pacifico,mai suoi contenuti dovrebbero essere determinati in base ad una strategia chiara ed entro un quadro di priorità ben definito. La tesi che il livello provinciale di governo meriti di essere cancellato va considerata con attenzione. E con attenzione ancora maggiore va considerata la tesi che il numero delle Province dovrebbe essere ridotto e che si dovrebbe fare macchina indietro rispetto alle assurde scelte degli ultimi anni, che hanno portato ad una proliferazione di questi enti ben al di là delle esigenze obiettive delle popolazioni. Ma questo si può fare solo se ci si chiariscono le idee sul ruolo che può avere un ente intermedio fra la Regione e il Comune e se, nell’ipotesi che si scelga la soluzione della riduzione numerica, si adottano criteri meno rozzi di quelli della popolazione residente o dell’estensione. Una maggioranza che ha fatto del federalismo uno di capisaldi del programma politico presentato agli elettori non trova di meglio da fare che scaricare proprio sugli enti territoriali il peso della riduzione dei costi, rinnegando le premesse dalle quali era partita. L’opposizione, per conto suo, dovrebbe riconoscere pienamente i difetti della frettolosa riforma del Titolo V approvata nel 2001, proponendo con maggiore convinzione gli aggiustamenti (anche di livello costituzionale) che da tempo è andata elaborando. Per adesso, non possiamo che registrare, sconcertati, che le stesse forze che inneggiano al federalismo riducono le Province per decreto legge e tagliano le risorse degli enti territoriali senza un piano preciso e in una misura tale che la loro autonomia finanziaria resterà una semplice etichetta.

L’Unità 20.08.11