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«In pensione a 65 anni. E niente in cambio?», di Comitato Nazionale Se non ora quando

La manovra è iniqua: tutte le risorse disponibili vanno investite per riequilibrare le discriminazioni.
Caro direttore, nell’articolo sul Corriere del 17 agosto (Lo sviluppo riparta al femminile. Quattro proposte sulla manovra) Letizia Moratti presenta delle modifiche dirette a favorire le donne e lo fa a partire da un’analisi condivisa in larga parte dal movimento Se non ora quando. Il testo identifica infatti tra i punti più gravi della situazione italiana la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro e gli inesistenti servizi pubblici per la conciliazione di tempo e lavoro; tra i problemi dell’attuale politica economica i tagli lineari alla spesa che provocheranno ulteriori abbandoni delle donne nei settori produttivi. Appare inoltre molto pertinente l’esempio della Germania, che ha saputo incrementare massicci interventi a favore del lavoro delle donne rilanciando così lo sviluppo dell’intera economia. Del resto si tratta solo di uno degli argomenti che si possono portare a dimostrazione del fatto che la condizione delle donne è il primo metro della modernità e della civiltà di un paese.

Alle proposte avanzate da Letizia Moratti, che riguardano soprattutto interventi per favorire l’imprenditorialità femminile, vanno aggiunte però secondo noi molte altre questioni vitali. Letizia Moratti pone giustamente il problema della destinazione del risparmio nei costi previdenziali ottenuto con l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, ma dimentica che il risparmio già accantonato, e destinato per legge alle donne, ci e’ stato appena «scippato» dal governo. Lo stesso governo che, tra le sue prime misure, ha anche abrogato una legge che aveva reso impossibile l’imposizione delle dimissioni in bianco per le lavoratrici in attesa di un bambino. Il ripristino delle legge contro le dimissioni in bianco e la restituzione alle donne, attraverso misure ad hoc, del risparmio dovuto all’innalzamento dell’età pensionabile, sono state richieste ferme del movimento delle donne, a cui questo governo è rimasto sordo.

Il welfare delle donne, che nel nostro paese tocca livelli non degni di un Paese europeo, andrebbe invece messo al primo posto di un’agenda politica che non risponda solo alle emergenze ma pensi a grandi riforme per un nuovo Paese. Tutte le risorse disponibili vanno investite oggi al servizio della crescita e del riequilibrio di discriminazioni e inefficenze che non ci permettono di sviluppare i talenti e le capacità che il nostro Paese possiede. Prime fra tutte quelle delle donne italiane, che sostengono il peso di tutto il lavoro di cura, fuori e dentro casa. Come ha, con beata innocenza, detto un importante esponente della maggioranza, l’on. Reguzzoni della Lega Nord, le donne italiane «sono il welfare» e dunque conviene che vadano presto in pensione per fare, non pagate, il lavoro sociale che puntella l’intero paese. A chi conviene? Certo non alle donne per evidenti motivi e non al Paese, che così non cresce economicamente e civilmente. Il 13 febbraio abbiamo chiarito a tutti che non si potrà più governare senza di noi. Non si può più governare contro le donne e questo è quello che sta facendo il governo con una manovra che, profondamente iniqua e ridotta a inseguire l’emergenza, non si assume la responsabilità dei veri cambiamenti richiesti. Le donne lo hanno capito e sono pronte ad assumersi la responsabilità del loro futuro, a mobilitarsi per realizzarlo, nell’interesse di tutti.

Il Corriere della Sera 18.08.11

"Dietro la triste estate leghista", di Stefano Baldolini

Per il Carroccio la fase più difficile fra incertezze strategiche e crisi di leadership. A guardare arrancare gli esponenti del Carroccio, ex maestri della cortina fumogena della Seconda repubblica, si prova persino nostalgia per i toni arrembanti delle estati passate. Per le boutade che colpivano nel segno e provocavano dibattito sui giornali o sui bagnasciuga.
Eppure i leghisti non lesinano sforzi. L’ultimo a provarci, ma c’è da scommettere che ne arriveranno altri, è il presidente del consiglio regionale lombardo, Davide Boni, che rispolvera lo spostamento della Consob dalla capitale a piazza Affari e sotto l’egida di Giancarlo Giorgetti. Non proprio una bomba (estiva), ma sufficiente in altri tempi a provocare reazioni sdegnate degli amministratori capitolini e via dicendo. Probabilmente avrà maggior successo la polemica del ministro Calderoli contro la «casta dei viziati», i calciatori che hanno paventato lo sciopero per il contributo di solidarietà previsto dalla manovra e si sono visti minacciare il raddoppio dell’aliquota. Al di là del merito della vicenda, il gioco del ministro della semplificazione è troppo facile per non apparire scoperto. Il calcio fa sempre notizia, ci vuole ben altro per scuotere dal torpore i militanti.
Così come non riesce a scaldare i cuori, spostandoci sul versante opposto del Carroccio, la campagna del ministro Maroni per introdurre il delitto di omicidio stradale per chi si mette alla guida ubriaco o drogato. O sul fronte immigrazione, in altri tempi pezzo forte della macchina della propaganda, non è possibile spingere più di tanto sui tragici sbarchi degli immigrati e calcare la mano sui respingimenti, senza apparire polemici contro lo stesso titolare del Viminale, finendo per alimentare controproducenti spirali.
Al netto delle succitate trovate (peraltro tutte abbastanza sensate, ma l’elenco è solo parziale) non restano che le mattane del Senatùr, che però dopo il fisiologico sdegno vengono ignorate, come viene ignorato chi non si ritiene più in grado di controllarsi.
Insomma, un vero e proprio cul de sac comunicativo quello in cui versano gli esponenti leghisti. Costretti a governare, logorati dall’effetto annuncio, ma soprattutto bloccati dalla crisi. È la crisi infatti ad aver reso carta straccia l’exit strategy dal collasso berlusconiano annunciata nel maggio scorso da Bossi («Non mi farò tirare a fondo dal Pdl»). La linea allora era chiara: rinegoziare i mesi di legislatura, concedere gli attacchi ai giudici in cambio del federalismo, ma soprattutto (ogni propaganda che si rispetti si regge su un blocco solido di interessi) convincere Tremonti ad allargare i cordoni della borsa. Ma il proposito si rivela privo di speranze. Un fallimento strategico che finisce per sommarsi ai flop degli ultimi mesi. Al risentimento dei militanti per il familismo dell’oligarchia bossiana nella vicenda del Trota. Al mancato sostegno di Salvini a Milano.
Alla sceneggiata andata in onda a cavallo dell’appuntamento di Pontida sulla guerra in Libia e sui ministeri al Nord.
Al caos dei referendum con governatori filo-Bossi a contraddire il Senatùr e viceversa.
E infine alla confusione di questi giorni sulla manovra, con le diverse anime del Carroccio sovraesposte nel difendere interessi in conflitto.
Messi in fila, troppi fallimenti perché una qualsiasi boutade riesca a mutare il tono grigio di questa lunga estate leghista, che ha radici più profonde di quanto si voglia far apparire, e che vede persino l’annullamento del comizio di Bossi nella roccaforte di Calalzo di Cadore, per la protesta orchestrata dal presidente (leghista) della provincia di Belluno.

da Europa Quotidiano 18.08.11

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«Vergogna, andate a lavorare» Scatta l’assedio ai capi padani

«Andate a lavorareee. Andate affan…». Alla prima auto che al passaggio rovescia improperi, resta un dubbio: si rivolgerà davvero agli ospiti dell’Hotel Ferrovia? Alla seconda, dubbi non ce ne sono più: «Vergognaaa. Andate a casaaa…». E dopo la seconda, arriva la terza e poi la quarta…
I tempi belli del dopo Ferragosto in Cadore sembrano lontani. Bossi e Calderoli non hanno potuto fare il comizio: cancellato. Si temeva non tanto l’arrivo dei poco temuti «sinistri» ma, di gran lunga peggio, dei leghisti. Leghisti arrabbiati con la Lega, padani che non capiscono più le scelte del movimento. In particolare, nel Bellunese, si temono molto i «leghisti di Feltre». Fatto sta che il segretario provinciale di Belluno, Diego Vello, ha cancellato tutto: «Dire che la situazione è rosea sarebbe una presa in giro». All’inizio prova a dar la colpa «a quelli del Pd che avevano organizzato una protesta», spiega che sono state «le forze dell’ordine a sconsigliarci di svolgere l’evento». Poi, lo ammette: «La realtà autonomista sta raccogliendo parecchi consensi…». Da un certo punto di vista, la Lega in Veneto ha scherzato con il fuoco. Alle ultime provinciali di Treviso, per intercettare il voto dei leghisti più radicali, si è presentata una lista fiancheggiatrice dal nome suggestivo, «Razza Piave». Ora, quel tipo di istanze va dilagando. Scavalcando d’un balzo il Carroccio.
Con il problema economico non si scherza. Paolo Bottacin è costernato: «Siamo al si salvi chi può. Come in tutte le Province grandi con pochi abitanti, le entrate proprie non bastano». Il presidente della Provincia di Belluno fa i conti: «Fino a due anni fa, disponevamo di 44 milioni di entrate correnti: 10,5 andavano per il personale, 5 per pagare i mutui, 20 per la gestione dei 711 chilometri di strada quasi tutti di montagna, 2 per il riscaldamento delle scuole e uno per l’energia elettrica. Ci avanzavano 5,5 milioni con cui potevamo fare qualche politica. Ora siamo a 29 milioni. Mancano quasi dieci milioni per svolgere la sola attività istituzionale. Ma se non faccio più spalare la neve dalle strade, che cosa succede?».
Ancora più amaro Vello. E certe parole fanno effetto in bocca a un ragazzo di poco più di vent’anni: «Siamo scontenti, siamo senza soldi, siamo destinati a morire. Se le cose vanno avanti così, scoppia la rivoluzione. Il nostro presidente della Provincia costa come un usciere di Palazzo Chigi. Eppure ci dicono che costiamo ancora troppo». Il problema, come raccontano tutti, è che il Bellunese versa nella casse dello Stato qualcosa come 800 milioni, con un picco di quasi un miliardo nel 2007.
Se per gli altri partiti è dura, per i militanti del Carroccio è devastante: «Tira una brutta aria» scuote la testa il Gino Mondin, consigliere provinciale leghista e proprietario dell’Hotel Ferrovia che ospita gli agosti cadorini dello stato maggiore padano. Lui, sulla cancellazione del comizio dei capi leghisti, era d’accordo: «Volevo dare alla gente la possibilità di dialogare con i politici. Ma non c’erano più i presupposti: Bossi e Calderoli vengono qui per godersi qualche giorno di riposo. Sono disponibili a dialogare con la gente, ma non vengono di certo per prendere insulti». Insomma: il rischio era questo.
In serata, mentre si attende l’arrivo di Bossi (probabilmente a cena con Tremonti), si presentano gli «autonomisti». Sono loro ad aver raccolto 18 mila firme (su 210 mila bellunesi) per il referendum che punta alla creazione della regione Dolomiti insieme a Trentino e Alto Adige. Moreno Broccon, il loro leader, dice cose che qualsiasi leghista sottoscriverebbe senza pensarci: «Possibilità di autodeterminazione, le nostre risorse impiegate per il nostro territorio, politiche vere per la montagna». Ma loro, leghisti non sono. O, almeno, non più: «La Lega ha ampiamente fallito — spiega —. È ormai chiaro a tutti che l’avventura federalista in Italia si chiude con questa manovra».

Il Corriere della Sera 18.08.11

"Sulle città colpo da 20 miliardi", di Maria Zegarelli

Venti miliardi di meno agli Enti locali decisi dalle ultime tre finanziarie e dal Milleproroghe. «In questo modo si rende inapplicabile lo stesso titolo V della Costituzione», commenta Marco Causi, Pd. Se a picchiare duro è uno come Roberto Formigoni allora vuol dire che il governo rischia davvero grossoin casa propria: «Non mi è affatto piaciuto che il consiglio dei ministri per la terza volta abbia calato la mannaia pesantemente su Regioni e Comuni mentre ha dato soltanto una spolveratina a se stesso». La mannaia di cui parla il governatore tradotta in cifre è pari a 20 miliardi di euro in menoagli Enti locali «grazie» alle ultime tre manovre e al decreto Milleproproghe. «Una cifra che non tiene conto del taglio ai Fas e che non è stata controbilanciata da altre misure compensative – dice Davide Zoggia, responsabile Enti locali del Pd -. Davanti a questi dati è evidente che è lo stesso federalismo ad essere stato ucciso dal governo». Bilancio amaro, così tanto che lo stesso ministro Roberto Maroni ha detto che non si può continuare a infierire sui finanziamenti destinati agli Enti locali. Marco Causi, professore di discipline economiche, ex assessore al Bilancio del comune di Roma, nonché membro della Commissione Finanze alla Camera non usa mezzi termini: «L’attuazione del federalismo fiscale riceve dalla manovra finanziaria del governo un colpo durissimo. Al centro della riforma federalistica stanno infatti i fabbisogni standard di finanziamento per i servizi essenziali e le funzioni fondamentali che Regioni ed enti locali garantiscono in tante importanti aree di servizio e di welfare. Ma i nuovi vincoli finanziari imposti a Regioni ed enti locali, che si sommano a quelli già in vigore, determinano un drammatico abbassamento dei livelli di servizio e l’impossibilità di garantire i livelli essenziali delle prestazioni».Una evidente fragilità del bilancio che lomStato destina agli Enti locali da cui non può che derivare, secondo Causi, una inattuazione dello stesso Titolo V della Costituzione. «La Lega che cerca di tranquillizzare i suoi dicendo
che le Regioni del Nord essendo più ricche non avranno problemi a garantire i servizi, di fatto si mette fuori dalla Costituzione perché il Paese non è fatto solo dal Nord: quei servizi essenziali devono essere garantiti ovunque. E mi chiedo, per esempio, come sarà possibile per un comune del Sud riuscire ad avvicinarsi ai parametri stabiliti da Lisbona – continua Causi – per gli asili nido. Non riusciranno mai, dopo questi ulteriori tagli, a raggiungere il 30% fissato da un trattato che il nostro stesso Paese ha sottoscritto?». Ma se è più tranquillo su questo fronte il costituzionalista Alessandro Pace, il suo allarme cresce su un aspetto «più istituzionale». «Berlusconi – dice – ha annunciato che ci saranno modifiche al decreto legge appena licenziato dal Consiglio dei ministri e firmato dal Presidente della Repubblica. Le faranno in Parlamento con un emendamento integrativo definito, per ben due volte dalla Corte costituzionale, incostituzionale». Insomma, dice Pace, qui è la manovra stessa ad essere a rischio incostituzionalità «perché l’unico modo corretto di intervenire è quello di emettere un nuovo decreto legge e sottoporlo alla firma preventiva del presidente della Repubblica». Difficile che sia questa la strada che
intraprenderà il governo. E sarà anche difficile che alleggerisca il peso dei tagli a Regioni, Province e Comuni. «Impossibile governare il territorio e garantire lo stesso livello di servizi ai cittadini», prevede Alfonso Bonaiuto, assessore al Bilancio del comune di Salerno. Impossibile in una Regione, la Campania, che già ha conquistato la maglia nera rispetto alla gestione dei fondi Ue destinati alle cosiddette aree ad Obiettivo 1.
«Nonostante questa grande opportunità di far parte delle zone ad Obiettivo 1 fino al 2013 – spiega l’assessore – in Campania non si è fatto nulla. Abbiamo restituito milioni e milioni di euro perché non erano stati utilizzati. Con questa manovra sarà ancora più difficile perché per poter usufruire di quei fondi gli Enti locali devono partecipare con una propria quota: dove prenderanno i soldi per i progetti da finanziare anche con i fondi Ue se non saranno più in grado neanche di fornire lo stesso livello di servizi ai cittadini?». Bella domanda, considerando che la regione Campania non è stata in grado di erogare i fondi neanche per i progetti destinati alla ricerca per le piccole e medie imprese datati 2008-2009.

L’Unità 18.08.11

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«Siamo seduti su un vulcano che può esplodere»

Un «abominio» contro il quale gli amministratori locali di tutta Italia dovrebbero alzare la voce e scendere in piazza a reclamare un
dietrofront immediato, in nome dell’equità sociale. Per il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, la manovra del governo, con quella sforbiciata da 6 miliardi di euro agli enti locali, non può passare.
Presidente, cosa significano quei tagli?
«Oltre all’entità drammatica della riduzione dei trasferimenti, il vero dato è politico: siamo di fronte al fallimento strategico di una destra che aveva vinto anche in nome della volontà di costruire uno stato moderno fondato sulle autonomie e che invece da tre anni individua nelle autonomie locali soltanto un costo. Così facendo compie due errori, seppellendo il federalismo e non capendo che il pianeta è fatto di politiche continentali ma la sua forza è nella competitività dei territori. Questa è una sconfitta strategica per la destra e per tutti».
Sul territorio l’impatto della manovra nel concreto quale sarà?
«Questa manovra sarà devastante per tutti gli enti locali. I tagli stabiliti, che si sommano alle contrazioni di trasferimenti degli ultimi anni, cim costringeranno a ridurre sensibilmente le voci di spesa riferibili al welfare. Le politiche di comunità, come ad esempio il sostegno ai centri anziani e ai servizi sociali necessari per le fasce della popolazione più bisognose, saranno le prime ad essere individuate e colpite. Ci saranno tagli agli investimenti per le scuole. Ma inevitabilmente gli interventi più cospicui lederanno le strategie
della mobilità pubblica. E nel complesso, con tagli del genere si genereranno nuove domande sociali che resteranno senza risposta, da quelle dei pendolari che già oggi viaggiano su mezzi che somigliano a carri bestiame, alle istanze e alla solitudine di chi ha bisogno… Questo è ciò che accade quando lo stato sociale arretra».
E nella vostra provincia?
«Nel Lazio solo l’ultima finanziaria ha tagliato 540 milioni di euro, oggi si parla di altri 270 milioni in meno solo per il Comune di Roma. Noi, ad esempio, nonostante avessimo la possibilità di aumentare la tassa sulle autoimmatricolazioni finora non lo abbiamo fatto. Ma i cittadini devono sapere che con questi tagli nei prossimi 10 anni non si spenderà un solo euro per trasporto pubblico».
Secondo lei quindi c’è un errore di fondo.
«Sì, quello di rimuovere totalmente il tema nazionale che è quello generazionale e giovani. In Italia solo il35% dei giovani ha un’occupazione, c’è una parte del Paese che oggi vive nell’oblio e per domani è senza speranza. Siamo seduti su un vulcano, senza rendercene conto. Che nellamanovra delle destre Bossi-Berlusconi questi temi non incidano, ma pesi di più la difesa di chi ha portato i capitali all’estero è un fatto gravissimo.
Nego che sia un problema di risorse. Qui c’è un problema di iniquità. E si mette a nudo una destra che proprio non riesce a fare proprio il concetto di giustizia sociale. È su questo che va fatta una battaglia».
Per questo lei rilancia le proposte del Pd…
«Esattamente. In questa manovra c’è scarsa attenzione alla crescita e una inesistente lotta all’evasione. Si favoriscono i furbi e gli evasori e si stanga invece chi ha di meno. Le decisioni prese dal governo sono figlie di una scala gerarchica in cui i temi che contano non ci sono. Ma a saldi invariati, il merito delle scelte può cambiare. Per questo è importante che i sindaci e i rappresentanti di tutti gli enti locali italiani, anche con una manifestazionem sotto Palazzo Chigi, chiedano di cambiare priorità, dicendo “no” ai furbi e agli evasori e “sì” ai diritti della persona. Di fronte a questo attacco sconsiderato al welfare e alle fasce sociali più deboli non possiamo restare inerti».
Quindi si possono recuperare in altromodole risorse che a oggi si pensa di risparmiare con i tagli agli enti locali…
«Certo, non c’è un problema di numeri ma di priorità. Per questo
chiedo con forza che il governo punti sulla lotta all’evasione, che si introduca un’ulteriore tassazione per i capitali “scudati” e che si estenda la tracciabilità dei pagamenti. Recuperare i soldi dell’evasione, ma anche un prelievo sui grandissimi capitali, compresi quelli immobiliari. In questo modo sarà possibile recuperare ingenti somme ed evitare di far pagare ulteriormente questa crisi a ceti bisognosi e già notevolmente tartassati».

L’Unità 18.08.11

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“Comuni, sforbiciata sotto i 10mila abitanti”, di Mauro Favale

Ecco come cambiano giunte e consigli. Sindaci in piazza per protestare. In molti centri resterà solo il primo cittadino: l´opposizione non è prevista. Cambia la geografia, spariscono quasi 2.000 piccoli Comuni, si rimpiccioliscono i consigli comunali e, per qualcuno, si riducono anche gli spazi di democrazia. La manovra del governo, nell´anno del 150esimo anniversario dell´Unità d´Italia, trasforma il profilo del Paese e rivoluziona la rappresentanza a livello locale, in quella rete di Comuni che finora ha caratterizzato la provincia italiana. Degli attuali 8.092 municipi ne resteranno 6.129: 1.963 quelli a rischio (perché sotto i mille abitanti) e che potrebbero essere costretti a fondersi tra di loro nelle cosiddette “unioni municipali”, raggruppamenti di enti con una popolazione di almeno 5.000 abitanti.
È questo il destino che potrebbe toccare a Lorenzago di Cadore, provincia di Belluno, dove oggi il ministro Giulio Tremonti, “padre” della manovra, festeggerà 64 anni. La stessa sorte di Sestriere, in Piemonte, sede di tappe della coppa del mondo di sci alpino, o di Torrita Tiberina, 60 km da Roma, nel cui cimitero è sepolto Aldo Moro. In questi paesini, ormai trasformati in “ex Comuni”, il municipio diventerà la sede di un solo rappresentante: soppressa la giunta e cancellato il consiglio comunale resterà il sindaco come unico organo di governo. Sarà lui a rappresentare l´ente nell´assemblea dell´unione municipale, guidata da un presidente e una giunta. Piccola anche questa, pari a quella prevista per i comuni con popolazione uguale a quella complessiva dell´unione. Perché il decreto fissa paletti rigidi e ridisegna interamente consigli comunali e giunte.
Così: per i comuni con popolazione tra mille e 3.000 abitanti il consiglio verrà composto da 5 consiglieri più un sindaco che al suo fianco potrà avere al massimo due assessori. Per i comuni fino a 5.000, l´assemblea sarà di 7 consiglieri più il primo cittadino che, in questo caso, potrà contare su un massimo di 3 assessori. Più si sale, più aumentano, seppur leggermente i numeri. Perché nei comuni fino a 10.000 abitanti il consiglio avrà 9 consiglieri, un sindaco e massimo 4 assessori.
Una cura dimagrante rigidissima, «l´ennesimo guazzabuglio», per Enrico Borghi, presidente dell´Unione comunità montane, secondo il quale, questa manovra darà vita a enti, come le unioni municipali, «in cui non esiste la minoranza. Tutte le competenze residue del Comune, dall´urbanistica al patrimonio, passano ad una persona sola. Significa che un sindaco-podestà deciderà come vorrà». E quella di Borghi è solo una delle tante voci contrarie alla manovra. Lunedì i sindaci dei piccoli Comuni scenderanno in piazza a Torino. Una mobilitazione che parte dal Piemonte, la regione che paga il tributo maggiore a questa manovra, con 598 municipi sotto i mille abitanti.
«Mantenerci in vita costa in un anno meno di quanto si spende per pagare 3 deputati. Con le fusioni il risparmio sarà di appena un milione e 150mila euro», sostiene l´associazione dei piccoli comuni lanciando un appello per «un´audizione urgente a Roma». L´Anpci ha poi calcolato non solo gli effetti economici ma anche quelli sulle poltrone tagliate: sarebbero «20.900 e non 54 mila, come il ministro Calderoli sbandiera».

La Repubblica 18.08.11

"Paghi due, evadi tre", di Massimo Gramellini

Fra le tante proposte di tasse alternative che turbinano in queste ore intorno al portafogli terrorizzato degli italiani, vorrei segnalare quella che mi sembra la più creativa. L’ha partorita il cervello democristiano di Paolo Cirino Pomicino, già ministro della Prima Repubblica. Si tratta di una lettera indirizzabile a società di capitali, società di persone, liberi professionisti e titolari di imprese individuali.

Quattro milioni e mezzo di contribuenti, non sempre ascrivibili in blocco alla lista dei più generosi. Il tenore del messaggio sarebbe questo: «Gentile signore, lo Stato in bolletta le propone un patto. Se lei ci anticipa 50.000 euro spalmabili in comode rate, noi per tre anni la esentiamo da ogni genere di accertamento fiscale». Tradotto dal democristiano «vintage» all’italiano corrente e ruttante suona così: «Caro amico possessore di yacht e fuoriserie a sbafo, dammi un pizzo di 50.000 e io per tre anni mi dimenticherò di mandarti la Finanza in ufficio». In sostanza, un ricatto: al possibile evasore viene concesso di evadere senza rischi né rimorsi (ammesso che ne abbia ancora) purché paghi preventivamente allo Stato una licenza di impunità.

La proposta appare cinica e astuta. Quindi perfettamente in linea con la mentalità di parecchi italiani. I quali non avrebbero alcuna difficoltà a capirla e, fatti quattro conti, ad adeguarvisi. Con un bel guadagno per l’Erario: oltre 200 miliardi di gettito potenziale. Non stupisce che l’idea sia venuta a un democristiano. In fondo la Dc era anche questo. Non pretendeva di estirpare i vizi. Si accontentava di farseli pagare.

La Stampa 18.08.11

"La crisi non va in ferie. La mappa delle vertenze", di Giuseppe Vespo

“Termini: Governo invita Regione per fare il punto su Short list”. Sembra una notizia di due anni fa, invece è l’ultimo aggiornamento della pagina web dedicata alle vertenze aperte al ministero dello Sviluppo economico. L’annuncio della chiusura della fabbrica siciliana della Fiat è del 2008. Nello stesso anno al ministero allora diretto da Scajola nasceva la Sci, la struttura per le crisi d’impresa, destinata a contrastare il «declino dell’apparato produttivo e in particolare la situazione di crisi in cui versano diversi settori dell’economia italiana ». Ad oltre tra anni di distanza, insieme agli operai palermitani secondo i sindacati quasi 500mila persone sono in cassa integrazione (380mila tra straordinaria e in deroga). E non passa giorno senza che i funzionari ministeriali incontrino aziende e sindacati per tentare di risolvere piccole e grandi crisi industriali.
NOMI NOTI Oggi allo Sviluppo sono aperti 187tavoli di crisi, per un totale di 223.608 lavoratori interessati. Di questi, secondo la Cgil circa 57mila dipendenti sono a serio rischio. Per Corso Italia, alla luce dell’andamento dei tavoli sarebbero 54 le vertenze indirizzate verso una «soluzione individuata », mentre ne rimarrebbero ancora 133 da «dirimere urgentemente ». Alcune crisi sono ormai antiche: Antonio Merloni (oltre 2.300 addetti, senza contare l’indotto), Vinyls (400 dipendenti), Lucchini (2.800 operai, di cui 500 a «forte rischio»), Videocon (1.300), Eurallumina (450 operai), Agile-Eutelia (1.900 operai), Phonemedia (5.200 addetti al call center), Eaton (300 persone),Omsa (346 operaie) e Irisbus (gruppo Fiat, 700 operai), per citare le aziende più conosciute. Altre crisi mettono a rischio l’esistenza di interi comparti produttivi, comequello dell’information technology in Lombardia. Le difficoltà che vivono multinazionali come la Nokia Siemens, l’Alcatel, l’Italtel, la Sirti, la Jabil e la Linkra, si traducono nell’incertezza lavorativa di tremila persone (la stima è della Fiom lombarda). A Cassina De’ Pecchi, Milano, quelli della ex Nokia oggi Jabil hanno passato il ferragosto presidiando la fabbrica per il timore che i macchinari venissero portati via.Anche all’AnsaldoBreda di Pistoia gli operai sono rimasti in fabbrica a il 15 agosto contro la possibile messa in vendita della società da parte di Finmeccanica. Secondo la Cgil, in tutta Italia nel campo dell’Ict (Information and communications technology) ballano 24mila lavoratori tra i complessivi 75mila del primo e i 14mila del secondo settore. Poi c’è il mobile imbottito, industria manifatturiera centrale in Puglia e in Basilicata. Dal 2008 il comparto è in difficoltà e con esso circa cinquemila dei 15mila lavoratori complessivamente impiegati. In migliaia sono in cassa integrazione. Soffre anche l’industria chimica (4mila a rischio su 60mila) e quella della ceramica (15mila su 45mila). E ancora la meccanica navale, che ha scampato il primo piano industriale di Fincantieri (2.500 tagli previsti) e oggi vede a in forse «solo» cinquecento addetti. Da Trieste a Palermo.

L’Unità 18.07.11

"La crescita dimenticata", di Tito Boeri

Il governo ha avuto a disposizione tre manovre in sei settimane per rimediare ai suoi errori iniziali, quelli che hanno scatenato la crisi di credibilità. Ha potuto contare sulla collaborazione del presidente della Repubblica che, di fronte all´emergenza, ha messo in campo la sua autorevolezza e popolarità nel richiamare le parti alla responsabilità e coesione nazionale. Ha avuto indirettamente un sostegno dalle organizzazioni internazionali che si sono prestate a diventare capro espiatorio di provvedimenti impopolari.
Ha trovato di fronte un´opposizione che ha concesso una rapida approvazione delle manovre e che, almeno nell´ultima settimana, ha aperto a riforme strutturali delle pensioni e dato la disponibilità a tagli consistenti ai costi della politica, a partire dal dimezzamento dei parlamentari e dall´abolizione delle province. Eppure il governo non ha saputo porre rimedio ai vizi originari della manovra di inizio luglio: niente provvedimenti sulla crescita, troppo poco aggiustamento sul lato della spesa e stridenti iniquità.
La terza di queste manovre persevera quello che è ormai diventato diabolico. Non c´è nulla per far ripartire l´economia se non timidi incentivi alle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. Negli ordini professionali vengono ripristinate di fatto le tariffe minime, chiara barriera all´ingresso dei giovani professionisti che competono soprattutto offrendo prestazioni a basso costo. Cambiano solo di nome: d´ora in poi si chiameranno “tariffe di riferimento”. A proposito di riferimento, singolare notare che il nuovo balzello intitolato a Robin Hood, la sovratassa sulle società energetiche, viene classificato nei prospetti sul decreto fra i provvedimenti a favore dello sviluppo. La quota di manovra che grava sulle tasse, anziché sui tagli di spesa, aumenta ancora di più: era di poco più del 50 per cento a inizio luglio, era arrivata a due terzi a metà luglio ed è adesso salita a tre quarti. Le nuove tasse invece di spostare, come promesso, il prelievo fiscale dalle persone (che lavorano) alle cose, procedono nella direzione diametralmente opposta. Il contributo “di solidarietà”, strano termine per un prelievo coatto, colpisce quasi solo i redditi da lavoro dipendente. I nuovi tagli a Comuni e Regioni vengono accompagnati dalla concessione di autonomia impositiva, ma solo sull´Irpef: un incentivo a tassare ancora di più i redditi da lavoro. Tutto questo significa sicuri effetti recessivi dell´aggiustamento. Quanto all´equità, si continua a non voler contrastare efficacemente l´evasione fiscale per paura di indispettire il proprio elettorato: i dati disponibili sui patrimoni non vengono utilizzati per identificare chi dichiara poco o nulla al fisco a fronte di ingenti variazioni nei patrimoni, le misure sulla tracciabilità hanno soglie tali da permettere il pagamento di affitti in nero nel centro di Roma magari a qualche milanese, l´obbligo agli scontrini fiscali senza controlli è un´arma spuntata, solo per salvare la faccia. Si fanno tagli solo simbolici ai costi della politica, tant´è che non vengono neanche contabilizzati dalla relazione tecnica al provvedimento. Sciogliendo subito tutti i consigli provinciali, aggregando i Comuni con meno di 5000 abitanti e riducendo a un terzo i parlamentari, i risparmi sarebbero invece tutt´altro che marginali. Regna una volta di più l´improvvisazione. Il Presidente del Consiglio, a poche ore dal varo di un decreto su cui ha chiesto la firma del Capo dello Stato, dichiara che non è d´accordo con molte delle cose ivi contenute. Alcune disposizioni (come il contributo di solidarietà) sono in conflitto con le versioni precedenti della manovra, che prevedevano già prelievi forzosi su alti dirigenti dello Stato e pensioni d´oro. Per capirne qualcosa bisognerà dunque aspettare un nuovo decreto che dovrà essere emanato entro la fine di settembre.
Quali sono i costi di questa incapacità del nostro esecutivo di rimediare ai propri errori? Durante le crisi finanziarie ogni ritardo nel cercare di invertire le aspettative degli investitori obbliga a interventi sempre più consistenti. Servono per far capire a chi scommette sul ripudio del debito che perderà tanti soldi se continua a farlo perché siamo in grado di rispettare gli impegni presi con chi ha comprato i nostri titoli di stato anche quando i tassi sono più alti. Questo fa lievitare l´entità delle manovre: più tempo si perde, più oneroso l´aggiustamento richiesto per cambiare le aspettative. Da inizio luglio la manovra a regime è aumentata di 15 miliardi, quasi un punto di pil. Un´altra misura dei costi dell´indecisionismo del nostro governo viene dalle risorse investite dalla Bce nella scorsa settimana, per contrastare la crisi di credibilità: 22 miliardi di euro, spesi principalmente per comprare i nostri titoli di stato. Questa cifra ci dice che anche questa nuova manovra potrebbe essere inutile, che i sacrifici cui siano chiamati possono essere bruciati dall´aumento dei tassi di interesse sui nostri titoli di stato se il nostro governo non è in grado di continuare sulla via delle riforme, se non crede lui stesso nei benefici che queste possono dare in termini di crescita. I 22 miliardi investiti dalla Bce nel nostro salvataggio spiegano anche perché l´istituto di Francoforte abbia posto delle condizioni al nostro Governo per intervenire. Ecco un altro costo, di tipo reputazionale: siamo stati di fatto commissariati. La Bce, in verità, ci ha chiesto di fare le cose che avremmo dovuto fare comunque e da tempo. Il problema semmai è che la sua è una condizionalità debole. Se Francoforte sospendesse gli acquisti dei nostri titoli di stato di fronte ad una manovra cosi deludente, ammetterebbe di avere buttato via 22 miliardi e si condannerebbe a intervenire la prossima volta con risorse ben più consistenti. Quindi la minaccia di sospendere gli acquisti non è credibile.
Dove non è riuscito un esecutivo che assomiglia sempre più ai governi balneari della Prima Repubblica, dovrà riuscire il Parlamento che, da lunedì inizierà a discutere del decreto. È difficile fare peggio. Eppure non poche proposte riescono in questa ardua impresa. Versare il Tfr in busta paga significa tassare ancora di più il lavoro e pregiudicare il futuro previdenziale dei giovani. Si sferrano con disinvoltura nuovi attacchi alla certezza del diritto, come se non fosse un bene prezioso da tutelare proprio in questi momenti in cui bisogna raccogliere fiducia fra i compratori dei nostri titoli di stato, tra cui figurano non pochi contribuenti. Ecco allora il governo che non esita a introdurre tasse retroattive, come il contributo di solidarietà, e a idearne di altre, violando il patto coi contribuenti. Anche il contributo aggiuntivo proposto dal Pd per chi ha beneficiato dello scudo fiscale, se mai fattibile, è una porcheria nella porcheria. Ma almeno ha un vantaggio: scoraggerebbe qualsiasi futuro condono, perché il patto con chi beneficia dell´amnistia fiscale non sarebbe più credibile.
Il dibattito su come cambiare la manovra sembra ignorare il fatto che non abbiamo bisogno di una tantum, ma di una semper. Perché il debito cresce anno per anno quando il tasso di crescita dell´economia è inferiore al tasso di interesse che paghiamo sui titoli di stato. Per questo dobbiamo aumentare il tasso di crescita. È questo il compito delle riforme strutturali di cui sorprendentemente nessuno parla in questi giorni. Cambiamenti nella composizione del prelievo fiscale possono servire ad intercettare la domanda che proviene dai paesi emergenti, l´unica parte del mondo che continua a crescere a tassi sostenuti, dato che anche la locomotiva tedesca sta decelerando. Bene ripristinare le tasse sulle prime case al di sopra di una certa soglia, bene ridurre le aliquote agevolate Iva, aumentando l´aliquota media effettiva, e usare queste entrate per ridurre tasse e contributi sul lavoro. Meglio concentrare questi alleggerimenti fiscali sui salari più bassi, sapendo che è lì che si favorisce la partecipazione al mercato del lavoro e che l´Iva è un´imposta regressiva, che incide di più sui redditi più bassi, sui salari di ingresso. Sarebbe anche un modo di pensare ai giovani, gli unici che davvero non hanno alcuna responsabilità in questo debito colossale che grava sulle nostre spalle e che in tutti questi anni, per colpe interamente nostre, non siamo riusciti a ridurre.

La Repubblica 18.08.11

"Lavoro, sindacati in allarme: La legge non stravolga l'impresa", di Massimo Franchi

Ora che anche l’Ufficio studi del Senato smentisce il ministro Sacconi, certificando come il “suo” articolo 8 della manovra «contenga implicitamente la possibilità di derogare allo Statuto dei lavoratori», la sordina che il governo ha messo su un provvedimento che non fa recuperare un solo euro al bilancio statale e fa solo un piacere a Fiat pian piano si sgretola. Merito anche delle denunce di Cgil e Pde dell’editoriale di Guglielmo Epifani sul nostro giornale. Non sappiamo se il ministro del Lavoro ha cercato di bloccare la scheda di lettura con cui il solerte Ufficio studi di palazzo Madama accompagna il decreto-manovra. Di certo non può avergli fatto piacere. Il suo mantra («L’articolo 18 non è stato toccato») non regge più. La realtà riconosciuta da tutti, favorevoli e contrari, è che il governo ha sconvolto la legislazione sul lavoro. Per giunta tramite decretazione d’urgenza. Sul metodo dunque i sindacati sono concordi: «Si doveva agire per via ordinaria». Sul merito invece cominciano i distinguo, con la sola Cgil che appoggia la proposta di Epifani di cancellare interamente la norma. Cisl e Uil comunque chiedono forti modifiche, coscienti entrambe che il colpo di manodi Sacconi rischia di buttare a mare quel dialogo che l’accordo del 28 giugno aveva avviato. Concorda e approfondisce il discorso del suo ex segretario generale, Claudio Treves, coordinatore dell’area Politiche del lavoro della Cgil. «La norma va ritirata proprio perché va esattamente contro quanto il ministro Sacconi ha sostenuto. È tutt’altro rispetto ad un sostegno alla contrattazione per due motivi: il primo – spiega Treves – è che con l’accordo del 28 giugno, che diventa legge anche retroattivamente, sindacati e Confindustria avevano ristabilito una gerarchia delle fonti, con al centro il contratto nazionale. Invece il contratto di prossimità, dizione che Sacconi usa come un vezzo al posto del più corretto contratto aziendale, diventa preponderante e ha tutte le facoltà “in deroga al contratto nazionale”. La seconda ragione – continua Treves – è che l’istituzionalizzazione dell’accordo del 28 giugno si riferisce alle “parti sociali”, mentre era stato sottoscritto solo da Cgil, Cisl, Uil con Confindustria, senza le altre organizzazioni. Come si devono comportare queste?», si chiede Treves. Altro che «legislazione di sostegno alle parti sociali – chiosa Treves -, qui il concetto viene completamente ribaltato: il legislatore dice alle parti stesse che possono andare oltre alla legge vigente ». Ma non è tutto. Treves sottolinea poi un altro autogol fatto dal ministro sui tirocini. «Nell’intesa sull’apprendistato, firmata questa sì da tutte le parti sociali con Sacconi poche settimane fa, si prevedeva l’istituzione di un tavolo con gli enti locali per organizzarli. Ebbene, il decreto lo sostituisce, svelando l’anima autoritaria che sta dietro a tutto il provvedimento. Altro che autonomia contrattuale». La Cisl è invece la più comprensiva. Nonostante gli autorevoli pareri critici (Franco Marini su questo giornale), il segretario generale aggiunto Giorgio Santini si sforza di vedere aspetti positivi nel decreto. La premessa però rende bene le difficoltà: «Capisco che i puristi della contrattazione storcano il naso, ma noi consideriamo il decreto un’opportunità per allargare le maglie della contrattazione aziendale». Riconosciuto che il terzo comma è fatto per la Fiat («molti amministratori del Pd lo auspicavano, il provvedimento era nell’aria e Sacconi in qualche modo lo aveva anticipato ») e che «le deroghe previste sono importanti, fino all’articolo 18 e al licenziamento», Santini coglie l’opportunità di trovare a livello aziendale «di accordi avanzati, sfruttando l’ambivalenza dello spazio di trattativa », «per esempio sulla stabilizzazione del precariato o sull’imporre alle aziende che vogliono licenziare di trovare un nuovo impiego ai lavoratori, tutto questo ampliando, e non riducendo, le possibilità sindacali». Su un punto però la Cisl non transige: «Bisogna cambiare il primo comma, specificando che le deroghe possono farle solo le rappresentanze sindacali nazionalmente rappresentative per evitare accordi pirata con sindacati gialli», attacca Santini. La Uil va oltre, criticando fortemente il metodo. «Una riforma di questa portata andava affidata alle parti», chiarisce il segretario confederale Guglielmo Loy. Anche nel merito le zone grigie sono molte: «Appoggiamo l’idea di lavorare sulle tutele per favorire investimenti e nuovi posti di lavoro, ma non ci sembra che le deroghe previste raggiungano l’obiettivo. Gli strumenti esistevano già». La Uil poi dà molta importanza alla salvaguardia del dialogo con le altre parti sociali, tanto da avanzare una proposta: «Così come siamo andati uniti a trattare con il governo, spero che saremo uniti nell’emendare queste norme che non avevamo chiesto».

L’Unità 18.07.11

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“Statuto dei lavoratori derogabile” al Senato è bagarre sui licenziamenti, di Paolo Griseri

Bozza dell´ufficio studi. Il Pd: norma grave, va cambiata. Crosetto: “E´ un tabù da abbattere” Ma anche Di Pietro promette le barricate
Un documento di Palazzo Madama spiega che ormai l´articolo 18 ha perso la sua forza. La parte della manovra che riguarda il lavoro finirà per portare alla deroga dei contratti e delle leggi, compreso lo Statuto dei lavoratori. Lo scrivono in una nota di accompagnamento alla Finanziaria bis i tecnici dell´Ufficio Studi del Senato. Il documento fa rapidamente il giro delle segreterie dei partiti e scoppia il putiferio. Perché gli esperti del Senato finiscono in questo modo per sposare le critiche dell´opposizione e dei sindacati che negli ultimi giorni avevano accusato il ministro del lavoro Maurizio Sacconi di voler introdurre quasi di nascosto quelle modifiche alle leggi sui licenziamenti che non erano passate in occasione del referendum per l´abolizione dell´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. «Se la destra vuole cancellare lo Statuto lo dica e non si nasconda dietro norme implicite», protesta l´ex ministro del lavoro Cesare Damiano (Pd) annunciando che il suo partito «chiederà con un emendamento l´abrogazione della manovra sui licenziamenti». Duro il commento dell´Idv di Di Pietro: «Quattro pazzi pericolosi vogliono abolire i diritti dei lavoratori».
Al centro della bufera è l´articolo 8 del decreto presentato da Tremonti per correggere i conti pubblici. Un articolo difeso nei giorni scorsi in conferenza stampa dal ministro Sacconi che aveva spiegato: «La manovra vuole rafforzare la contrattazione aziendale. Quest´ultima ha una capacità compiuta anche in deroga ai contratti nazionali e alle leggi». Un concetto che ieri l´Ufficio Studi del Senato si è limitato a ripetere. Nella conferenza stampa del 13 agosto, il ministro aveva aggiunto che i contratti aziendali avrebbero potuto derogare alle leggi anche in materie come «le conseguenze dei licenziamenti senza giusta causa con l´esclusione del licenziamento discriminatorio o in prossimità della maternità». Proprio queste esclusioni dalle materie trattabili nella contrattazione aziendale, ha osservato ieri l´ufficio studi del Senato, fanno implicitamente ritenere che la contrattazione aziendale possa ora intervenire sulla rimanente materia delle conseguenze del licenziamento senza giusta causa. I licenziamenti senza giusta causa sono esplicitamente vietati dall´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e dunque un contratto aziendale che intervenisse sulla materia diventerebbe una deroga a quell´articolo. «L´articolo 18 resta vigente», aveva detto nei giorni scorsi Sacconi, rispondendo alle prime proteste dell´opposizione. Ma il fatto che rimanga in vigore non esclude che possa essere modificato in singole aziende da accordi con i sindacati.
Subito dopo la diffusione della nota e le polemiche che ne sono seguite, l´Ufficio Studi del Senato ha fatto sapere che il documento «è solo una bozza all´esame dei competenti uffici», ma difficilmente, una volta concluso quell´esame, gli esperti potranno giungere a conclusioni diverse da quelle del ministro. A conferma che l´interpretazione del Senato è corretta è arrivata la dichiarazione di un autorevole esponente della maggioranza, il sottosegretario Guido Crosetto: «Considero il fatto di poter licenziare liberamente un obiettivo da raggiungere prima o poi nel Paese: certi tabù, insomma, vanno abbattuti. L´interpretazione dell´Ufficio Studi del Senato non è una brutta notizia».

La Repubblica 18.08.11