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«La crisi durerà ancora due-tre anni», di Mario Margiocco

Oggi tutti lo citano, perché offre la spiegazione migliore di dove ci troviamo e dove andremo, e in quanto tempo. Il libro di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, fondamentale per capire i guai in cui l’economia e la politica di Stati Uniti ed Europa si dibattono, ha avuto un’ascesa costante da quando è stato pubblicato a fine estate 2009. «This Time Is Different. Eight Centuries of Financial Folly» (Princeton, edizione italiana Il Saggiatore) è una raccolta ragionata di dati su crisi, debiti e default, privati e pubblici, particolarmente ricca per l’ultimo secolo, da cui gli autori traggono alcune conseguenze e confronti.

La tesi è che la crisi del 2007-2008 non è del tutto diversa da altre di uguale gravità – nell’ultimo secolo solo quella degli anni Trenta è paragonabile – e non avrà esiti diversi. Una sezione di 100 pagine dedicata alla Second Great Contraction, cioè la crisi attuale, è la parte più utile. Rogoff, già capo economista dell’Fmi (2001-2003), insegna a Harvard. Reinhart, suo vice al Fondo, è oggi al Peterson Institute for International Economics di Washington. La loro analisi preveggente fu anticipata in un paper del gennaio 2008 all’American economic association mentre un anno dopo nella stessa sede prevedevano tempi lunghi e l’esplosione del debito pubblico. «Ci restano ancora due, forse tre anni di crisi» dice Rogoff in questa intervista al Sole 24 Ore.

Sono stati necessari due anni perché la tesi di fondo, la lunga durata cioè di crisi finanziarie profonde come quella attuale, e i guai per il debito pubblico, diventasse verità evidente. Come mai?
Non credo sia dovuto a scarsa diffusione delle nostre tesi, da tempo ben note. Sì, è vero che alcuni concetti e dati dell’esperienza storico-economica hanno avuto bisogno di un po’ di tempo per essere valutati nel loro valore ineludibile. Non c’è stata nel mondo degli economisti e degli analisti mancanza di coscienza di quanto era successo. C’è stata tuttavia la diffusa convinzione, a Wall Street e anche alla Fed, che le misure aggressive con cui si è affrontata la crisi nell’autunno-inverno 2008-2009 potessero fare la differenza.

Ma non mancavano, accanto alla vostra, altre voci che si dichiaravano scettiche.
La politica, come è comprensibile, aveva scommesso molto sulle proprie capacità di fare la differenza, questa volta. In più di un’occasione il ministro del Tesoro degli Usa, Timothy Geithner, ha dichiarato che questa volta le misure prese sarebbero state in grado di battere il benchmark di Reinhart-Rogoff, che indica una durata della crisi tipo quella attuale, sulla base dell’esperienza storica, assai più vicina ai dieci che ai due anni. Questi ultimi sono i tempi ideali per la politica, che viaggia come noto sui cicli elettorali, biennali e quadriennali, negli Stati Uniti e più o meno anche altrove.

Anche Wall Street vedeva rosa, e l’ultima ondata di ‘siamo alla fine, si torna alla luce’ c’è stata con le previsioni di fine 2010, a maggioranza sicure di un 2011 positivo.
Il mondo degli economisti delle grandi banche e degli analisti finanziari si muove su una prospettiva che non risale quasi mai oltre la Seconda guerra mondiale. Questo mezzo secolo, e poco più, anche se può apparire a tratti accidentato, è stato invece notevolmente ordinato. Chi fa previsioni a Wall Street conosce bene i cicli economici, dalla recessione postbellica del 1948-49 a oggi, ma non basta. Se si va ben oltre, a ritroso, come abbiamo fatto noi, e si prendono nella dovuta considerazione gli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street del 1929, ci si accorge che la prospettiva cambia. A partire dal 2010 voci autorevoli della Washington ufficiale parlavano degli anni Trenta come unico confronto. Ma c’è voluto tempo perché il messaggio, piuttosto scoraggiante lo ammetto, passasse.

In un recente articolo lei ha parlato ancora di Second Great Contraction: come negli anni Trenta, l’economia gonfiata dal debito deve tornare a dimensioni più sane.
La Great Contraction è stata quella degli anni Trenta e nel nostro libro noi abbiamo coniato il termine Second Great Contraction proprio per contrastare la definizione subito in uso e sbagliata di Great Recession, una sorta di recessione più severa ma che avrebbe in fondo seguito l’iter normale delle recessioni, solo un po’ più lunga e penalizzante. I dati raccolti indicano che quando le crisi sono di rilevanti proporzioni c’è un generale e prolungato calo di produzione, occupazione, si contrae anche il debito e il credito. Credo che la riduzione del debito non debba essere fortissima, per poter riprendere il cammino, ma comunque sensibile, e siamo ancora in questa fase.

Quanti anni di crisi ci restano?
I dati raccolti indicano in 6-7 anni la durata storica di una crisi della portata di quella attuale. Poiché siamo al quarto anno, ancora due, forse tre.

Che cosa distingue le difficoltà americane da quelle europee, nonostante i numerosi punti in comune?
Il dato distintivo della vicenda americana è la crisi dell’edilizia abitativa e dei mutui, che hanno gonfiato la finanza e alla fine sono esplosi. In Europa il dato peculiare è la crisi del debito pubblico incominciata in tre piccoli Paesi, con cause diverse, e poi estesa anche ad altri, Spagna e Italia per primi. Ma anche gli Stati Uniti sono arrivati a un problema di debito pubblico.

Negli Usa è stato un errore non affrontare con più decisione la crisi dei mutui, agevolando la loro rinegoziazione e adeguamento a valori più bassi?
Questo è stato l’errore centrale fatto da Washington, che ha speso molto per tamponare le conseguenze andando in maniera insufficiente a sanare le cause, i mutui appunto. I Tea Party, che non so fino a che punto riusciranno a essere protagonisti, hanno dato un contributo a questo, dicendo che era ingiusto aiutare chi si era comperato con il mutuo facile una casa sproporzionata al reddito. Ma l’errore dell’amministrazione Obama è stato grave. La credibilità di Esecutivo e Congresso è stata poi pesantemente indebolita dal negoziato sul debito, che ha dato la sensazione che nessuno controlli gli eventi, a Washington. Al tutto si è aggiunta Standard & Poor’s.

È sempre dell’idea che alcuni anni di moderata inflazione, tra il 4 e il 6%, sarebbero utili?
Sì, e su questo mi sono preso notevoli reprimende. Ma comunque, questa storia finirà con un aumento dell’inflazione, perché sempre la storia del debito eccessivo è finita così. Allora, poiché le banche centrali hanno gli strumenti per controllarla, sarebbe meglio pianificarla. Io sono un falco sull’inflazione, la combatto, e so benissimo che quando sfugge di mano è perniciosa. Ma non si può non ricorrere anche a questo strumento, moderatamente, per riportare i debiti sotto controllo.

Sottoscrive il pessimismo di chi vede un declino dell’Occidente?
Solo in parte. Un certo declino, americano in particolare, ma anche europeo dove però l’esperienza non è nuova, è inevitabile. Gli altri crescono. Ma non sarà un galoppo senza fine. Non appena le economie sviluppate, le nostre più il Giappone, si saranno assestate, i capitali che ora vanno verso gli ex emergenti ormai emersi torneranno verso i Paesi di vecchia industrializzazione. E allora potremo forse avere Stati di crisi altrove.

Il Sole 24 Ore 17.08.11

"Il merito non ha un «metro» fisso", di Ugo Trivellato

Il decollo dell’Anvur – l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca – è un evento di grande portata. Tre aspetti ne segnano rilievo e sfide. Il primo: l’Anvur inizia a operare in un contesto deteriorato, nel quale “qualità, merito, trasparenza” suonano ormai come parole usurate, ripetute ossessivamente e con altrettanta sistematicità smentite nei fatti. Ad esempio, ci sono voluti quattro anni e mezzo per passare dalla legge istitutiva alla costituzione dell’Anvur; il fondo di finanziamento ordinario ha conosciuto una pesante riduzione e la compressione della quota di “premialità”, e viene distribuito con crescente ritardo (clamoroso quello del 2010: a fine dicembre!).

Il secondo: il regolamento dell’Anvur amplia di molto i suoi compiti rispetto alla legge. Alla valutazione della qualità di ricerca e didattica aggiunge quella delle strutture e dei corsi di studio, la definizione dei requisiti di risorse per l’istituzione e il permanere di università e corsi di studio, l’elaborazione di parametri per l’allocazione dei finanziamenti statali (e altro ancora). L’impressione è che l’amministrazione del sistema universitario e della ricerca riconosca il proprio collasso e affidi, impropriamente, all’Anvur un generale ruolo di supplenza, confinata però alla formulazione di pareri.

Il terzo: l’Agenzia è un ircocervo. È altra rispetto al Miur, con personalità giuridica e adeguata autonomia (quando le previsioni normative saranno state attuate); ma non è una Authority, perché ha funzioni consultive, non poteri di regolazione o sanzione né compiti di distribuzione di risorse “premiali”. Il ruolo dell’Anvur si deciderà dunque sul campo, sarà stabilito dalla sua capacità di essere, rispetto al Miur, un soggetto terzo autorevole: terzo a cominciare dalla definizione del programma di lavoro; autorevole, perché la forza dei pareri che formulerà dipenderà dalla (e insieme costruirà la) propria reputazione.

Per questo è importante che l’Anvur disegni bene il proprio ruolo. Senza l’esigenza di marcare subito la sua presenza. La “veduta corta”, l’attenzione alle urgenze (immancabili), il proposito di prestarsi per tappare i buchi di una amministrazione statale deficitaria sono rischi da evitare. È alla definizione di un’impegnativa agenda, centrata su chiare priorità, che l’Anvur dovrebbe dedicare il suo primo impegno. Concentrandosi sulla core mission – valutare prodotti e risultati della ricerca e della didattica – e mettendo la sordina ad altri temi.

Sorprende che l’Anvur abbia deciso diversamente, esordendo con la proposta di “Criteri e parametri” per i concorsi universitari. L’argomento è lontano dalla sua missione; rientra nelle sue già troppo estese competenze soltanto se di esse si dà un’interpretazione larga. La scelta ha due aspetti discutibili. Innanzitutto, il tema. Quarant’anni di riforme dei meccanismi concorsuali, nelle quali si è provato quasi tutto – raggruppamenti disciplinari ampi e ristretti, concorsi nazionali e locali, commissari eletti ed estratti, e così di seguito – hanno insegnato una cosa: la via normativa al miglioramento dei meccanismi di reclutamento, da sola, è sterile. Senza “buona cultura” e buoni incentivi produce grida di manzoniana memoria. La buona cultura, riferita all’università e alla ricerca, comporta una declinazione della civicness in chiave di attenzione al merito.

Certo, è un bene con un ciclo di produzione lungo, ma può trovare stimolo e sostegno in un impegno del Miur (non dell’Anvur) a dare forte pubblicità, su scala nazionale, agli esiti dei concorsi: name and shame, per capirci. I buoni incentivi sono il terreno privilegiato dell’azione dell’Anvur. Essa può fornire un apporto decisivo all’affermarsi di pratiche di reclutamento meritocratiche: 1) facendo bene, e con sollecitudine, la Vqr, ossia la Valutazione della qualità della ricerca; 2) vigilando a che le valutazioni si riflettano in decisioni coerenti di distribuzione delle risorse (da qui, ancora, l’importanza della terzietà dell’Anvur rispetto al Miur).

Venendo al merito, l’assenso è pieno sull’obiettivo dei “criteri e parametri” suggeriti: reclutare i migliori. Le riserve sono sul meccanicismo e la rigidità degli strumenti proposti. Se criteri e parametri fossero intesi come autorevoli indicatori di massima per determinare i candidati ammissibili all’idoneità, il tutto sarebbe ragionevole (anche se, da solo, verosimilmente poco efficace). Ma la connotazione che l’Agenzia ne dà è cogente: «caratteristiche necessarie per accedere alle procedure di valutazione». Né basta riconoscere che una cosa è utilizzare indicatori e parametri per valutare strutture e altra è usarli per valutare singoli, come fa l’Anvur nel recente documento di risposta ai commenti sui “Criteri e parametri”, se poi si finisce per dimenticare che in sede di concorsi di decidere su singoli si tratta.

Non è allora “aneddotica fuorviante”, ma argomento per una seria riflessione il fatto che scienziati famosi del passato non soddisferebbero oggi i requisiti minimi proposti (per l’Economia politica, un Piero Sraffa sessantenne, tanto per fare un nome). La peer review (processo di validazione tramite il quale i lavori sono sottoposti al giudizio di esperti del settore pari dell’autore, ndr) resta il perno per la stessa valutazione di strutture di ricerca, come l’Anvur prevede per la prossima Vqr e come è documentato dal Research Assessment Exercise inglese, la più matura esperienza nazionale di valutazione della ricerca. E quando si giudichino i singoli il peso della peer review non può che aumentare.

Il Sole 24 Ore 15.08.11

"Viaggio nel paese del bavaglio", di Andrea Tarquini

Bavaglio alla stampa, epurazioni negli uffici statali, leggi anti immigrati. La svolta autoritaria della destra di governo che spaventa l´Europa.

Budapest, estate 2011: ecco il resoconto del nuovo autoritarismo liberamente eletto che cresce, emargina, censura indisturbato in uno Stato membro dell´Ue. La grande purga non risparmia nessuno. Ai posti di comando solo uomini fedeli al premier Orban. E un´unica newsroom centrale distribuisce notizie ai media pubblici
La paura di perdere il lavoro perché sospettati di idee critiche la cogli in ogni ambiente. Nuove proposte di legge prospettano campi d´ospitalità per disoccupati o elementi asociali

I giornalisti della radio pubblica l´hanno appreso come in un campo di concentramento: improvviso appello del mattino per tutti nel grande cortile della sede centrale, poi l´ordine di dividersi in scaglioni di 50 e presentarsi un gruppo dopo l´altro a commissioni speciali: quelle hanno detto loro chi restava e chi veniva licenziato. Gli epurati, in radio e tv di Stato, sono stati finora 525, molti tra i migliori, fior di giornalisti, premi Pulitzer. Altri 450 licenziamenti arriveranno prima di fine anno: la grande purga eliminerà così mille su tremila persone, un terzo del totale. Una sola newsroom centrale, in mano alle penne della destra, distribuisce notizie ai media pubblici.
Nella pubblica amministrazione, è ancora peggio, e il governo ha facile gioco a difendersi: niente statistiche pubbliche sul totale dei posti soppressi e delle persone sostituite. Nei teatri e nelle Università, nella magistratura e alla Corte dei Conti, ai posti di comando sono solo uomini fedeli alla Fidesz del premier Viktor Orban, il partito al potere. In provincia, si comincia con metodi di segno ancor più chiaro. Come a Gyoengyoespata, governata dai neonazisti di Jobbik: ogni mattino alle sette i disoccupati, tutti Rom, devono presentarsi con una maglietta arancione che ricorda le uniformi dei detenuti di Guantanamo: chilometri a piedi sotto il sole, con zappe, rastrelli e pesanti secchi d´acqua per dissetarsi, e poi ore di duro lavoro manuale. “Koezmunka”, lavoro socialmente utile, si chiama la misura che evoca un po´ lo Arbeitsfront nazista e altre misure del Terzo Reich, e presto potrebbe coinvolgere fino a 300mila persone. Ungheria, estate 2011: ecco quasi una cronaca dal fascismo in diretta, ecco il resoconto del nuovo autoritarismo liberamente eletto che cresce, emargina, censura indisturbato in un paese membro dell´Unione europea.
«È troppo facile, e sbagliato, paragonare Orban a Berlusconi, in confronto al premier ungherese Berlusconi è un democratico», mi dice Karoly Voeroes, ex direttore del quotidiano Népszabadsàg, uno dei più autorevoli giornalisti magiari, protagonista della protesta contro la legge-bavaglio. Aggiunge: «La situazione è peggiorata. Mesi fa ritenevamo impossibili nuove strette, e invece eccole. Governano usando l´odio, l´invidia, la paura». Non sono bastati i limiti draconiani alla libertà mediatica, né l´istituzione della Nmhh, l´autorità-Grande fratello fedelissima al potere, che veglia su ogni testata e punisce con multe che portano sul lastrico. Adesso i media pubblici hanno un´unica newsroom, «è la fine del giornalismo come ricerca critica», nota Voeroes.
«La nazione ora è unita», gridano in strada manifesti governativi esaltando la maggioranza più che assoluta, oltre due terzi dei legislatori. Foto: una bionda famiglia sorridente. Il capo esecutivo della newsroom unica è Daniel Papp, 32 anni, cofondatore di Jobbik, il partito della Guardia magiara che sfila con le uniformi nere degli alleati di Hitler e correi dell´Olocausto. Ha fatto carriera manipolando un´intervista a Daniel Cohn-Bendit: in onda la domanda sulle vecchie, assurde accuse di passata pedofilia al leader dei verdi europei, ma non la risposta di smentita. Capo supremo della newsroom è Csaba Belenyesi, promosso nell´agenzia di stampa nazionale per volere della Fidesz. Con un gioco di parole amaro, il settimanale tedesco Der Spiegel parla di “Arcipelago Gulash”: dal tollerante, morbido “socialismo del gulash” della guerra fredda la cara, bella, vivace Ungheria diventa un paese che, da destra, evoca l´Arcipelago Gulag narrato da Solgenitsyn.
L´epurazione continua, e fa paura a tutti, giornalisti, dipendenti pubblici e semplici cittadini. Non risparmia nemmeno i più illustri. L´Arcipelago Gulash ha licenziato premi Pulitzer, da Laszlo Benda all´intera redazione del programma giornalistico critico La sera, con cui Antonia Mészaros e il suo team facevano reportage d´alto livello. È finita per la trasmissione culturale di Sandor Szenési, troppo critica e aperta al mondo. Parlava anche delle infami indagini contro Agnes Heller, Mihaly Vajda, Sandor Radnoti e gli altri grandi filosofi della Scuola di Budapest, quegli epigoni di Gyorgy Lukacs accusati di “malversazione di pubblico denaro” per spese documentate di ricerca scientifica e letteraria. La newsroom unica funziona a meraviglia: in radio e tv, notano diplomatici europei, Orban ha 35 volte più spazio rispetto all´opposizione. Si tace persino delle critiche ordinate da Hillary Clinton alla scelta di cambiare nome alla centralissima Piazza Roosevelt, dedicata dal dopoguerra al presidente americano che sconfisse l´Asse. Il cinema ungherese, che fu tra i più illustri dell´Impero comunista, ora è in mano a un magnate di Hollywood amico di Orban, Andy Vajna: vuole telenovelas da cassetta, addio alla qualità di Miklos Jancsò e degli altri grandi di ieri.
Appena celata dalla gentilezza d´animo e dalla vivacità di questo adorabile popolo nel cuore dell´Europa, la paura di perdere il lavoro perché sospetti di idee critiche la cogli in ogni ambiente, la leggi su tanti volti, e per chi visita spesso l´Ungheria fin dai Settanta è uno shock triste. Il ricordo del misto allegro e cinico di umor nero, ironia e disprezzo con cui i magiari vivevano nella “migliore baracca dell´Impero del Male” si allontana. Diffamano anche Pal Lendvai, principe dell´emigrazione anticomunista e grande firma del Financial Times: lo accusano contro ogni prova di spionaggio per la vecchia dittatura. Liberal, cosmopolita, amico degli stranieri ostili alla patria, amico del grande capitale internazionale – ricalcano i sinonimi con cui Goebbels parlava degli ebrei – qui sono termini entrati nel nuovo salotto buono della newsroom unica. La paura blocca i Rom, le prime vittime del lavoro utile obbligatorio: se rifiutano la vita da forzati, addio ai miseri sussidi-povertà. Nuove proposte di legge prospettano “campi d´ospitalità” per disoccupati non collocabili o “elementi asociali”. In altri ghetti, squallidi prefabbricati come quelli dei terremotati italiani, sono finiti, come nella cittadina di Ocsa, gli ungheresi impoveriti dalla crisi, che hanno perso la casa comprata con mutui (oltre trecentomila, tanti in un paese di 10 milioni scarsi di abitanti) ormai troppo cari in franchi svizzeri.
«Non è finita, aspettiamo i prossimi passi, la fascistizzazione strisciante verrà», dicono i colleghi del Népszabadsàg: il governo prepara leggi che vorrebbero autorizzare il licenziamento immediato anche di malati o donne incinte, imporre ai lavoratori di andare in ferie soprattutto quando lo dice il padrone, esautorare i sindacati. Nell´Arcipelago Gulash, mi dicono amici preferendo l´anonimato, incontri professori che hanno paura di chiedere all´antennista di sintonizzare la tv su canali critici. O vedi un razzismo da banalità del male. Come l´altro giorno in un paesino, a una festa per i bambini. Il clown scritturato dal sindaco a un certo punto ha teso la mano ai bimbi per avviare un girotondo. A tutti, fuorché a due piccoli visibilmente Rom di cinque e tre anni, rimasti là soli senza che nessuno volesse giocare con loro. Nemmeno sembravano sorpresi: emarginazione naturale fin da piccoli, evoca quel sentimento dei bambini ebrei in guerra che Gyorgy Konrad descrisse: «A cinque anni sapevamo che prima o poi Hitler ci avrebbe uccisi». L´Arcipelago Gulash è così, l´Unione europea tace e stronca le speranze. Il dolore per l´Ungheria te lo allevia l´Airbus della Lufthansa quando, ai comandi d´una giovane pilota, stacca le ruote rombando dalla pista di Budapest e punta verso la Germania: a bordo vien quasi voglia di applaudire, come usava sotto Breznev decollando da Mosca.

da La Repubblica

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L´appello di Agnes Heller “L´Europa deve aiutarci solo così ci salveremo”, di a. t.

L´intellettuale ungherese: “Il nostro è un regime bonapartista, un´oligarchia”

«L´Europa deve aiutarci ad avere solidi media indipendenti. Solo così salveremo la democrazia». Ecco l´appello di Agnes Heller, la grande intellettuale ungherese.
Signora Heller, quanto è pericolosa la situazione ungherese?
«Ci vuole un volto nuovo, o un nuovo gruppo di leader democratici, che ci salvi. Non aspettiamo Godot, aspettiamo un Lohengrin come ultima speranza. Se non apparirà entro un anno e mezzo sarà la fine».
Perché una simile svolta autoritaria?
«In Ungheria non abbiamo mai avuto veri partiti. Fummo una democrazia solo tra la fine della guerra e il ´49 della svolta staliniana. Gli ultimi vent´anni del comunismo di Kadar furono comunismo senza comunisti, poi venne una democrazia senza democratici, oggi abbiamo un governo di destra senza veri conservatori».
Chi è allora Orban?
«Ha solo alcune somiglianze con Berlusconi. Berlusconi non interferisce come Orban nella vita degli atenei, nei teatri, all´Opera, nei media, ovunque. Fascismo e bolscevismo sono termini abusati, sebbene, ricordiamolo, siano nati entrambi in Europa, non altrove. Il governo Orban non è fascista, è un regime bonapartista: la concentrazione di tutto il potere in mano a loro, senza controlli o checks and balances. Orban crede nell´oligarchia, se ne sente parte, crede in se stesso e di conoscere il Giusto e ciò che è giusto per l´Unghiera. L´état c´est moi, la societé c´est moi. Il sistema fiscale privilegia i super-ricchi. Non abbiamo il capitalismo della libera concorrenza, ma gli oligarchi».
Un addio agli standard democratici europei?
«Sì, ma non serve il fascismo. La Fidesz è bonapartista, non razzista. Non è lo stesso. Ma conta abolire i checks and balances come hanno fatto, decidere da soli, senza alcuna voce in capitolo dell´opposizione e della società civile. Criminalizzano vecchio regime e avversari attuali, vogliono processare l´ex premier socialista Gyurcsany. Introducono leggi retroattive. Tentano di criminalizzare noi filosofi, e tutto ciò che ha a che fare col liberalismo. Liberal significa nemico della nazione magiara, alieno, straniero. La democrazia liberale è distrutta dalla maggioranza democraticamente eletta. C´è odio verso il liberalismo. E la sua identificazione con gli ebrei e l´ebraismo, tipica del passato».
I pericoli riemergono dunque dal passato?
«Sì: ogni totalitarismo ha sempre visto le idee liberal come primo nemico, definendole tra l´altro come cosmopolitismo. La Fidesz mobilita con ideologie. Il nazionalismo. E slogan molto tradizionali: nazione, famiglia, religione. Non è totalitarismo, perché il totalitarismo vieta, loro epurano e marginalizzano. La strategia è comportarsi come se l´opposizione non esistesse. E darle la maschera del nemico della concordia nazionale, criminalizzarla secondo una fortissima ideologia nazionalista e una mitizzazione del lavoro concorde per la nazione unita».
Lei come si sente, dissidente ieri e oggi?
«Critica eterna, e poi quanto dura l´eternità? Al fondo non ho paura. Nella guerra fredda, in Polonia e da noi, c´era ben meno paura che nel resto del blocco. Oggi la paura diffusa segna il quotidiano ungherese. Paura esistenziale per chi teme di perdere il lavoro, prima di tutto. Hanno ragione: se esprimono le loro opinioni possono essere licenziati l´indomani, giovani, padri di famiglia. Ma più hai paura più sei vulnerabile. Bisogna cercare di non avere paura, come noi voci critiche sotto Kàdàr. Ma l´indipendenza della giustizia è in via di liquidazione. Agli occhi del governo sono persona non grata, per l´opinione pubblica sono nei sondaggi che ancora escono una delle 50 donne più influenti d´Ungheria. Mi basta».
Non vi sentite lasciati soli dall´Europa?
«Si sono espressi contro la nuova Costituzione. Orban disse “non ci capiscono”. Sanzioni rischiano di far male solo alla gente, non al governo che potrebbe approfittarne dicendo “ecco la cospirazione liberal internazionale contro la nazione ungherese”. L´Europa potrebbe aiutare stazioni radio, tv, tutti i media liberal ungheresi. Allora forse arriverà lo sperato Lohengrin, non la catastrofe».
L´Ungheria è eccezione o laboratorio?
«Orban parla di laboratorio, di questo ho paura. La sua politica può diventare attraente per altri paesi. E persino Marine Le Pen è meno a destra di lui. Bonapartismo autoritario, nazismo, fascismo, bolscevismo, sono tutte invenzioni europee, le tendenze autocratiche sono vive. È una bella tentazione governare senza fare i conti con l´opposizione. Weimar, Vichy, Mussolini sono passati ancora presenti nell´anima europea. Anche Hitler fu popolarissimo nella patria di Goethe, Beethoven e Thomas Mann. La democrazia liberale in Europa non ha tradizioni così lunghe, solo postbelliche, ecco il peccato originale. E l´Ungheria non ha tradizioni democratiche, a parte tra il 1948 e il ´49. È difficile fare i conti col passato europeo».
Quanto conta l´antisemitismo?
«In Ungheria l´antisemitismo è molto forte, ed è pubblico. Esprimere opinioni antisemite è legale, anche in Parlamento. In pubblici raduni si è parlato di piani per uccidere l´ex premier socialista Ferenc Gyurcsany in presenza di deputati di Jobbik. Dicono di me “Agnes Heller e la sua banda si considerano membri del Popolo Eletto e per questo attaccano noi ungheresi”. Parlano come lo Stuermer, il giornale di Hitler».
(ha collaborato Agi Berta)

"Nomi validi per il CNR. C'é il trucco?", di Pietro Greco

Mariastella Gelmini ha nominato i nuovi presidenti di una serie di Enti Pubblici di Ricerca che ricadono sotto la tutela del Miur. Dispiace moltissimo per la mancata riconferma di scienziati di straordinario valore, come Luciano Maiani, presidente uscente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), o Tommaso Maccacaro, presidente uscente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF).
Maoccorre dire che nel complesso il ministro Gelmini ha operato una buona scelta: sia perché ha rispettato le indicazioni della comunità scientifica, sia perché ha scelto persone di provato valore. Ci riferiamo, in particolare, a Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino e nuovo presidente del Cnr; a Giovanni (Nanni) Bignami, membro di svariate e prestigiose Accademie e nuovo presidente dell’Inaf; a Domenico Giardini, docente al Politecnico di Zurigo e nuovo presidente dell’Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia); a Enrico Alleva, dirigente di ricerca dell’istituto Superiore di sanità e nuovo presidente della Stazione Zoologica «Anton Dohrn» di Napoli.
È la prima volta che un Ministro del Miur di un governo Berlusconi ha operato scelte nella nomina dei vertici degli Enti pubblici che premiano chiaramente il merito invece che l’appartenenza politica.
Mariastella Gelmini – anche contraddicendo scelte di segno opposto operate in passato – questa volta lo ha fatto e, dunque, onore al merito. Non vale, questa volta, chiedersi perché è accaduto. Qualcuno insinua cheunmotivo potrebbe risiedere nel fatto che i nuovi presidenti saranno chiamati molto presto a gestire tagli pesantissimi.
Ci auguriamo, per il bene del paese prima ancora che della ricerca italiana, che quei tagli non ci siano. Ma, nella sciagurata evenienza che dovessero esserci, è sempre meglio che a gestirli siano uomini di assoluto e riconosciuto valore.

da L’Unità

"La fronda Pdl indica le contraddizioni della manovra (e del premier)", di Stefano Folli

Che fine farà la manovra in Parlamento? Su un punto sembrano tutti d’accordo: i saldi non si possono toccare. 45,5 miliardi di euro: obiettivo su cui l’Europa ha dato il suo giudizio positivo, confermato ieri dal binomio Sarkozy-Merkel. Ma per il resto le richieste di correttivi sono vibranti e vengono dall’interno della maggioranza prima ancora che dalle opposizioni. In fondo non ha torto Bersani quando chiosa: «la manovra è già figlia di nessuno».

I frondisti (Crosetto e Martino per citare due nomi) indicano nelle tasse la discriminante. Ritengono che la rinuncia a un intervento radicale sulle pensioni d’anzianità unita all’aumento verticale dell’Irpef a carico del ceto medio e medio-alto sia destinato a provocare un doppio sconquasso. Depressivo sulle borse (e ieri il FtseMib era davvero poco incoraggiante). Rovinoso sul consenso elettorale: i titolari dei redditi tartassati sono stati per anni tra i più fedeli sostenitori di Berlusconi. Per cui il malessere del Pdl cresce e non va sottovalutato. In Parlamento, è vero, c’è sempre l’arma della ‘fiducia’, tuttavia è a doppio taglio se serve a soffocare i malumori interni anziché a disinnescare l’ostruzionismo dell’opposizione.
In tutto questo la posizione di Berlusconi è abbastanza singolare. Nei giorni scorsi il premier aveva dato l’idea di saper controllare la situazione. Si era tenuto in stretto contatto con il governatore Draghi e aveva cercato il puntello del Quirinale. In nome della stabilità, e con il rischio di un collasso nei giorni drammarici della crisi dell’euro, aveva ottenuto il sostegno richiesto. Egli stesso si era fatto forza della lettera della Bce per consolidarsi come l’uomo che non ha alternative.
Al dunque la manovra è stata varata. Ma sembra fatta apposta per mettere Berlusconi in contraddizione con la sua storia personale e con il suo elettorato. Chi è il responsabile di questo slittamento? Forse Tremonti, che avrebbe allungato a tre anni, invece di due, l’addizionale Irpef? E’ curioso che il presidente del Consiglio dica: «me ne sono accorto a cose fatte, con i ministri avevamo deciso per due anni». Se fosse così, l’episodio sarebbe grave.

Ma a sentire le affermazioni di Umberto Bossi a Ponte di Legno si capisce dov’è l’origine politica delle ambiguità in cui si dibatte la coalizione. Gli insulti a Brunetta e poi persino alla Montalcini, l’improvviso ritorno degli slogan secessionisti, quel rivendicare che la Lega ha impedito di manomettere «le pensioni dei poveracci»… tutto indica che si stia rispolverando il populismo per coprire una difficoltà politica. Ma il Carroccio è anche il partito che condiziona Palazzo Chigi e di fatto impone a Berlusconi scelte che questi preferirebbe evitare. Del resto era Bossi, pochi giorni fa, a insinuare che la lettera della Bce era stata «scritta a Roma», cioè dalla Banca d’Italia, proprio mentre il premier si affidava a Draghi.

Si direbbe che il rapporto fra il leader leghista e Tremonti sia più che mai solido. Al contrario, il tentativo di Berlusconi di porsi, anche agli occhi degli europei, come il protagonista del risanamento cozza con le incongruenze della manovra. Incongruenze di tipo economico, sociale, ma anche politico. Il premier è costretto a dispiacere al suo elettorato, senza nemmeno esser sicuro del risultato. E non sarà una passeggiata a Porto Rotondo, con i relativi applausi, a ridargli sicurezza.

da www.ilsole24ore.it

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“Costituzione alla mano, un prelievo pieno di difetti”, di Gianni Trovati

Il contributo di solidarietà non piace nemmeno a chi lo ha approvato. Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi è una «misura opinabile e per certi versi contraddittoria», peggio ancora hanno detto altri big del Pdl, da Guido Crosetto a Roberto Formigoni. Tiepidissimo anche il sostegno arrivato dal premier Silvio Berlusconi, secondo cui il meccanismo che «fa grondare di sangue il cuore» in consiglio dei ministri era biennale e perché sia diventato triennale «non si sa».
Certo, le una tantum (o le tria tantum, come in questo caso) non sono mai piacevoli da imporre, soprattutto per una coalizione che negli anni ha fatto del Fisco un punto nodale del confronto politico. Ma non è solo una questione di stile.
I difetti del prelievo straordinario sono tanti, alcuni dei quali evidenti. In quanto «straordinario» è un meccanismo tampone, mentre i numeri del debito pubblico e il passaggio di fase storico nella finanza degli Stati chiederebbero di concentrare sforzi e sacrifici su contromisure strutturali. In questo modo si rinnova l’impressione, anch’essa sgradevole, che quando si ha il fiato corto si scartano le strategie di lungo periodo, dall’Iva alle pensioni, e si corre a cercare risorse dove si è certi di trovarle, cioè presso i contribuenti onesti. Con i livelli di evasione fiscale che ancora caratterizzano il Paese, nemmeno questa è una questione di stile.
Anche a prescindere dall’evasione, ci sarebbe la Costituzione, dove (articolo 53) si stabilisce che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva». Per quale ragione, allora, il reddito da lavoro, dipendente o meno, oppure il canone di locazione percepito da un contribuente che non ha scelto la cedolare, dovrebbero indicare una capacità contributiva maggiore rispetto alla stessa cifra se sottoposta alla tassa piatta, che esce dal reddito complessivo e quindi anche dal contributo di solidarietà?

da www.ilsole24ore.it

"Quella norma da cancellare", di Guglielmo Epifani

Dopo l’approvazione del decreto legge del governo tutta l’attenzione si è rivolta ai temi della sostenibilità sociale ed economica della manovra, della sua equità, della sua efficacia per contrastare l’andamento dei mercati e mettere al riparo il nostro Paese. Troppo poca attenzione invece, si sta dando a quella parte del decreto che interviene direttamente nella sfera della autonomia degli accordi tra le parti sociali. Il tema in realtà è di assoluta importanza e merita di essere discusso, affrontato in modo esplicito e trasparente. Il ministro Sacconi ha provato a spiegare l’inserimento di questa normacon l’esigenza di ridurre il peso dell’intervento legislativo e favorire quello di natura pattizia tra le parti sociali. Quello che Sacconi ha fatto è esattamente il contrario. È intervenuto senza che le parti glielo chiedessero proprio sul cuore dell’azione rivendicativa di sindacati e imprese: il rapporto tra il primo e secondo livello di contrattazione. Ha cambiato a suo modo i contenuti dell’accordo del 28 giugno tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria dal quale ha fatto sparire la funzione sovraregolatrice del contratto nazionale e nel quale ha inserito la materia di per sé esplosiva dell’articolo 18. Ha reso infine retroattive queste norme per favorire la posizione della Fiat nelle sedi giurisdizionali in cui è stata portata dai ricorsi della Fiom. Il decreto per altro non ha nessun carattere di urgenza e il suo tratto autoritario appare ancora più evidente se si pensa che la maggior parte dei settori imprenditoriali non ha al momento firmato alcun accordo con Cgil, Cisl, Uil. È evidente in tutta la sua portata la strumentalità della scelta e le divisioni che può portare. In un sistema bipolare occorre avere la massima attenzione per l’autonomia della sfera dei rapporti tra le rappresentanze sociali, anche come fondamento della loro libertà e della loro responsabilità. In ogni caso un governo non può che essere arbitro rispettoso dei contenuti delle scelte che le parti compiono. È necessario che Confindustria da un lato, Cisl e Uil dall’altro non sottovalutino la portata di questo atto e le conseguenze negative che può avere per il futuro. Quel testo non può essere emendato,mava cancellato nella conversione parlamentare. Il tema naturalmente interroga anche le forze politiche a partire da quelle di opposizione. Qui non ci possono essere incertezze ed è necessario che facciano sapere al più presto il loro punto di vista in modo da sostenerlo nell’iter parlamentare. D’altra parte la strumentalità della scelta del governo risalta anche da un altro fatto: l’unica cosa che doveva fare attraverso la legge è esattamente quella che non ha fatto. La misurazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali, contenuta nell’accordo di fine giugno resta priva di una soluzione legislativa. Ma tra strumentalità, approssimazione, messa in discussione dell’equilibrio tra primo e secondo livello e del diritto fondamentale come la garanzia in caso di licenziamento senza giusto motivo non si fa molta strada: si prepara confusione, disordine, conflitto: tutte cose che non servono al Paese, ai lavoratori e alle imprese tanto più in una fase come quella che stiamo attraversando

da L’Unità

"Primo Maggio, il silenzio", di Flavia Amabile

Quello che più colpisce è il silenzio. Da oltre un secolo il Primo Maggio in molti Paesi del mondo è la Festa dei Lavoratori. Qualcuno che ci provi a metterla in discussione si trova sempre. Negli ultimi anni ogni tanto si dice che l’epoca delle lotte operaie è superato, o che non ha senso parlare di lavoro in termini ormai antiquati, che ora tutto è diverso.

Sarà. Il Primo Maggio continua ad essere il Primo Maggio in tutto il mondo. E i dibattiti restano dibattiti. Fino alla manovra di Ferragosto e alla decisione di accorpare tutte le feste civili ad un non meglio precisato giorno da scegliere di anno in anno, tra domenica, lunedì o venerdì, in base al calendario. E, così, se dovesse passare il provvedimento qual è il salto sarebbe infine compiuto, l’Italia non avrebbe più il Primo Maggio. Sarebbe uno dei pochi Paesi al mondo a restare senza, e non per effetto di una decisione presa per grandi principi teorici ma per crude ragioni di produttività.

Accade anche questo in Italia, e soprattutto accade che la cancellazione di una ricorrenza così carica di simboli sia accompagnata da un inquietante nulla. Si sono levate voci contrarie ma per esprimere in generale l’opposizione alle tre date civili coinvolte, festa dei Lavoratori, della Liberazione e della Repubblica. Del Primo Maggio sembra non interessare a nessuno se non ad alcuni sindacalisti e esponenti della sinistra estrema e un po’ datata. Maurizio Landini, segretario generale della Fiom Cgil:«E’ una follia, sono feste che danno identità e storia al nostro Paese»: Più che la produttività, l’abolizione delle feste – avverte Landini – «rischia di aumentare, a costo zero, l’orario di lavoro dei dipendenti». Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione: Quella annunciata da Berlusconi è una vera manovra di classe: sparisce il 25 aprile e, in piena linea con il fascismo, si abolisce il primo maggio. Assieme alle festività spariscono ovviamente anche i diritti».

La Uil annuncia di voler chiedere al governo «di valutare soluzione alternative». L’Anpi, l’associazione partigiani, protesta. Fin qui più o meno quello che è stato dichiarato in questi giorni. Se si prova a chiamare al telefono qualcuno si ottiene un po’ più di soddisfazione. Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato Centrale della Fiom: «Berlusconi fa parte del grande disegno che sta distruggendo la democrazia in Europa e il primo maggio fa parte di questo disegno. E’ una mostruosità, è stato cancellato durante il fascismo e ora che al fascismo siamo tornati. Se dovesse rimanere com’è – cosa di cui dubito – vorrà dire che il Primo Maggio diventerà come nel’Ottocento un giorno di sciopero generale».

Si ottiene più soddisfazione perché finalmente si accenna alla storia di questa festa che probabilmente in Italia molti identificano con il Concertone di piazza san Giovanni. Alla fine l’unico intervento davvero in difesa del Primo Maggio in quanto tale, lo si deve a Vittorio Emiliani, giornalista, scrittore, saggista. Sulle colonne dell’Unità il 12 maggio, subito dopo l’annuncio dell’accorpamento delle feste civili ha scritto un breve articolo ricordando come si sia arrivati in Italia a proclamare la Festa dei Lavoratori, degli scioperi e delle proteste. Divenne festa nel 1891 e Pellizza da Volpedo la immortalò nella tela del Quarto Stato in marcia. Subito abolita, nel 1925, da Benito Mussolini comunque veniva festeggiata con un drappo rosso esposto persino a Predappio, patria del duce. «Tornò dopo il 25 aprile ’45 – conclude Emiliani – Perché dovremmo farla traslocare in una qualsiasi domenica?».

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