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"Gli operatori umanitari rendono il mondo migliore", di Kristalina Georgieva*

Un giorno per ringraziare coloro che aiutano i più bisognosi. Il mese scorso mi ero fermata a parlare con una famiglia, esausta dopo una camminata durata diverse settimane alla ricerca di protezione e un po’ di cibo. Ci siamo incontrati nel campo profughi di Dadaab, presto diventato il più grande del mondo. Questa famiglia, con cui ho passato brevi ma intensi momenti, era finalmente al sicuro, grazie alla dedizione degli operatori umanitari che lavorano incessantemente per garantire sollievo e assistenza essenziale a quasi 400 mila somali che sono stati messi in fuga dalla fame e dai continui conflitti.

La Giornata mondiale umanitaria, celebrata oggi, rappresenta un’opportunità per esprimere il nostro apprezzamento e gratitudine per le donne e gli uomini che lavorano in condizioni difficili e, talvolta, pericolose e che dedicano il loro lavoro e le loro vite al servizio dell’umanità. Nel fare ciò, sono spesso più esposti addirittura dei «caschi blu» dell’Onu in quanto non portano armi ma affrontano esattamente gli stessi pericoli. Solo nel 2010 si sono verificati 129 attacchi alla sicurezza degli operatori umanitari; 69 di essi sono rimasti uccisi, 86 feriti e 87 sequestrati.

Loro sono anche le persone che rischiano le loro vite in Somalia. In Doolow ho avuto la possibilità di incontrarne alcuni. Tra loro anche Maurice Kiboye, programme manager per Coopi, partner umanitario dell’Unione europea. Lui mi parlava delle persone disperate che contavano sulla sua équipe per la loro sopravvivenza e che non avevano paura davanti alla carestia o agli assalti delle bande armate. Mi anche spiegato che lui poteva svolgere il proprio lavoro perché era sicuro che la comunità locale lo avrebbe protetto, se necessario – «noi siamo qui per loro e loro sono qui per noi». Queste sue parole contengono infatti il messaggio che la Giornata mondiale umanitaria vuole trasmettere: «Persone che aiutano le persone».

Più di un miliardo di persone nel mondo vivono in condizioni di assoluta povertà. Loro sono le vittime più vulnerabili di conflitti e disastri. I cambiamenti climatici e la crescita demografica rendono le loro vite ancora più difficili e il compito di coloro che prestano assistenza ancora più pressante. Esso può essere eseguito grazie all’impegno di operatori come Maurice e il suo team in Somalia. Il loro lavoro è uno dei più pericolosi ma, al tempo stesso, uno dei più valorosi.

Infatti, gli operatori umanitari sono umili ma le loro conquiste no. E’ grazie a loro che la Commissione europea è riuscita l’anno scorso a migliorare le condizioni di 140 milioni di bisognosi in tutto il mondo. Agli operatori umanitari e ai cittadini europei che aiutano ad assicurare i fondi per il loro lavoro dobbiamo un’enorme gratitudine.
Grazie di cuore!

* Commissaria europea per la Cooperazione internazionale, gli aiuti umanitari e la risposta alle crisi

La Stampa 19.08.11

"La beffa dello scudo", di Massimo Riva

Dicono in coro due ministri (Calderoli e Rotondi) e un capogruppo (Gasparri) che dell´ipotesi di un nuovo scudo fiscale per i trafugatori di capitali all´estero non s´è mai parlato. Queste smentite possono anche essere considerate un buon segnale perché testimoniano che anche nelle file della maggioranza c´è chi arrossisce e si vergogna di una simile enormità. Ma un conto è negare che di un tale provvedimento si sia discusso, tutt´altro sarebbe dichiararlo improponibile ovvero negare in radice la possibilità di ricorrervi.
Dopo tanti e reiterati condoni in favore degli evasori, chi abbia buona memoria delle manipolazioni comunicative alle quali è avvezzo il governo berlusconiano quando si tratti di preparare il terreno a qualche schifezza legislativa oggi ha più di un motivo per stare in allarme. Sarà anche un segno di reale smarrimento il fatto che proprio dai partiti di governo giunga una caterva di proposte, le più stravaganti e contraddittorie, sugli emendamenti alla manovra. Ma occorre fare attenzione che alcune di queste rientrano nella ben nota tecnica del lanciare il sasso per smuovere lo stagno dell´opinione pubblica: quel che i francesi chiamano ballon d´essai.
Il chiacchiericcio sul nuovo scudo fiscale ha tutte le caratteristiche per rientrare in tale categoria. Basta riguardarne la genesi. Tutto comincia con l´idea avanzata da Pierluigi Bersani secondo il quale per fare cassa si dovrebbe cominciare col rivedere i termini dell´indecente regalo fatto dal duo Berlusconi-Tremonti agli esportatori di capitali un paio d´anni fa.
Operazione realizzata anche in altri Paesi, ma con la non piccola differenza che in Italia si è potuto sanare il maltolto con un obolo del 5 per cento, mentre altrove si è arrivati fino al 30.
Per un minimo di equità, ha argomentato il segretario del Pd, chiediamo agli evasori di versare almeno un ulteriore 15 per cento. In modo da allinearsi alla nuova imposta sulle rendite finanziarie portata ora al 20 per cento.
Visto il vasto consenso popolare raccolto in breve da questa proposta, Berlusconi & C. si sono guardati bene dal segnalarne subito il tallone d´Achille giuridico: ovvero il rischio di impugnative per violazione del principio di non retroattività delle misure fiscali. Per distrazione, forse? No, per calcolo: perché se ci si appiglia alla regola della non retroattività anche la sovrattassa chiamata contributo di solidarietà dovrebbe finire alle ortiche per quasi otto/dodicesimi del 2011 essendo stata varata a metà agosto. Ecco perché, in un primo momento, l´ipotesi Bersani non è stata lasciata cadere, anche se si è voluto subito svuotarne la portata con l´idea di ridurre l´aggravio a un´insignificante bagatella nell´ordine dell´uno/due per cento.
Dopo di che, valutato l´effetto barzelletta di una simile trovata, si è di colpo riscoperta l´obiezione di incostituzionalità contro la proposta Bersani.
Il tutto, però, solo al fine di spianare la strada alla mossa finale: se la via indicata dal segretario Pd ha controindicazioni giuridiche, usiamola come trampolino per lanciare comunque a favore dei ladri d´imposta un altro condono nuovo di zecca.
Questo oggi lo stato dell´arte con buona pace del ministro Calderoli e colleghi. C´è chi dovrebbe fare chiarezza e rendere pubblica la posizione del governo. Ma Tremonti non parla e Palazzo Chigi non dice né sì né no.
Berlusconi tace in attesa di capire se può fare l´affondo o se questo ennesimo insulto agli italiani onesti rischia di dare il colpo di grazia alla sua popolarità già in rapido declino. Un silenzio scandaloso al riparo del quale il marasma della classe di governo si trasferisce all´opinione pubblica, investita da uno tsunami di sciocchezze demagogiche alimentato quotidianamente da ministri ed esponenti della maggioranza. Ma è possibile che un premier sedicente imprenditore lasci circolare indisturbate, per esempio, anche ipotesi assurde sulle liquidazioni di fine rapporto? Non è chiaro a chi sia venuta in mente per primo la scemenza di anticipare a rate mensili in busta-paga gli accantonamenti per il Tfr. È viceversa chiarissimo che una tale sciocchezza può essere immaginata soltanto da chi ignora il peso e il ruolo assunto da tali cespiti sia nella struttura finanziaria di una qualunque azienda sia nel nuovo sistema della previdenza integrativa. Gli spettacoli da ora del dilettante hanno smesso di divertire anche sulle reti Mediaset.

La Repubblica 19.08.11

25 aprile, ora la rivolta corre sul web «Non rubateci la storia», di Roberto Brunelli

C’è chi, come il sindaco di Senigallia, dichiara la «disobbedienza civile»: «Qui il 25 aprile lo festeggeremo lo stesso». E c’è chi – e sono tanti -manda il suo avvertimento al governo: «Il 25 aprile e il 1° maggio non si toccano». Rubare la storia? Non si può. Questione
di simboli, di valori, di identità di un paese. Chiedete ad un americano, solo per fare un esempio, cosa succederebbe se la Casa Bianca proponesse di spostare il 4 luglio, giorno dell’Indipendenza, al 6 luglio. Chiedete ad un francese, se gli dicessero che la presa della Bastiglia non si festeggia più. E allora, non cui si può certo stupire del fatto che l’Italia si ribelli al norma inserita nella manovra «lacrime e sangue» che delibera lo spostamento del 25 aprile, del Primo maggio e del 2 giugno, ossia la loro soppressione de facto come giorni festivi: sul web la protesta corre veloce, da nord a sud si registrano appelli e raccolte di firme, prendono posizioni politici, partigiani, intellettuali. A Senigallia, il sindaco Pd dichiara che opporrà una forma di «disobbedienza civile»: «Qui il 25 aprile lo festeggeremo lo stesso». È che certe scelte non arrivano mai per caso, non sono mai neutre: e allora vien da pensare male, visto che in ballo ci sono l’antifascismo, la Liberazione, la lotta partigiana, il lavoro, gli elementi fondanti della carta costituzionale, di continuo strattonata dall’attuale compagine di governo. Ovviamente l’Anpi si è mossa per prima, raccogliendo le firme, e subito si sono mossi tanti pezzi di società civile. Perché la festa dei lavoratori, la liberazione dal nazi-fascismo e la festa della Repubblica sono «simboli di beni comuni, di un patrimonio che appartiene a tutti e che come tale va tutelato». Vieppiù che dall’applicazione della norma non scaturirebbe alcun vantaggio economico, anzi. Secondo il calcolo dell’associazione degli operatori turistici – che non ha esitato a rivolgersi al ministro Brambilla – l’accorpamento delle feste laiche alla domenica costerà 6 miliardi di euro in termini di fatturato. La Federalberghi, dal canto suo, osserva come il teorico aumento della produttività che scaturirebbe dallo spostamento delle feste corrisponderà anche una depressione dei consumi. Complimenti, bella manovra davvero. Si fa sentire il Pd («si sostiene che serve per aumentare la produttività, manon sono forse ‘più produttivi’ i valori che quelle date rappresentano?», si chiede Roberto Montanari della direzione nazionale del partito), e si preparano gazebi e raccolte di firme alle feste dell’Unità. Invita alla mobilitazione l’associazione Articolo 21: «Il segnale è inequivocabile: vogliono cancellare gloriose pagine di storia. Di quella storia combattuta dagli italiani per riconquistare la libertà cancellata dal fascismo, per darsi una struttura statuale libera e democratica, per costruire sul lavoro il proprio presente e il futuro». A proposito di Articolo 21, dicono il suo portavoce,Beppe Giulietti, ed il senatore Pd Vincenzo Vita: «Puzza di veccia ideologia questa manovra: di voglia di regolare i conti con la Costituzione, con lo Statuto dei lavoratori e persino con la memoria storica. Anche per questo è invotabile».
UN PAESE SENZA STORIA
Tra gli altri, appoggia l’appello dell’Anpi l’astrofisica Margherita Hack: «Dobbiamo opporci a questa vergogna. Con la scusa del risparmio si procede nella direzione di voler cancellare quelle che sono state le tappe più significative della recente storia d’Italia, della riconquista della democrazia, delle lotte partigiane dopo la buia parentesi della dittatura fascista e delle leggi razziali». Improbabile che Tremonti si legga quel che esce sul web. Ma quel che scrive Ginseng73 è una sintesi perfetta: «Un paese che non rispetta la propria storia finisce per essere un paese senza storia. Ed è lì, nel vuoto dei valori, che nascono le pagine più buie». Ecco
perché è vietato rubare la storia.

L’Unità 18.08.11

Bersani boccia lo scudo bis "Diremo no con ogni mezzo"

Il leader del Pd contro l’ipotesi di un nuovo rientro di capitali dall’estero ventilata da Berlusconi: “Ci opporremo all’ennesimo scandalo”. Calderoli frena: “Nessuna nuova sanatoria”. E sulle pensioni avverte: “Non toccare diritti acquisiti”. Contro l’ipotesi di un nuovo condono fiscale il Pd è pronto a opporsi con ogni mezzo mentre è favorevole all’ “una tantum” sui condonati per reperire risorse da trasferire ai Comuni e ai pagamenti dovuti dalla Pubblica amministrazione alle piccole imprese: lo scrive il segretario Pierluigi Bersani nella sua pagina su Facebook 2 intervenendo così nella discussione che si è aperta sulla questione se sia illegale chiedere un contributo straordinario ai condonati mentre sarebbe legale chiederlo ai tassati.

Intanto, proprio sull’eventualità di una nuova sanatoria, arriva la significativa frenata dall’interno del governo del ministro leghista Roberto Calderoli: “Lo scudo bis è una realtà virtuale, nella manovra non c’è”, afferma il responsabile della Semplificazione normativa ai microfoni di SkyTg24.

Bersani: “No all’ennesimo scandalo”. “Attendo con ansia – scrive Bersani – che qualcuno si confronti con me pubblicamente su questa tesi. Porterò un elenco sterminato di casi in cui si sono introdotte deroghe al patto fiscale e al patto di cittadinanza (naturalmente per le persone normali che non occultano i loro redditi nè le loro condizioni di vita e di lavoro). Aggiungerò la dimostrazione di come i condonati siano facilmente raggiungibili e di come si possa preservare il loro anonimato.

Naturalmente una siffatta misura mina la praticabilità futura di simili condoni. Appunto. Noi non abbiamo mai fatto condoni e non ne faremo. Sono regali che incentivano l’evasione. Con la nostra proposta non avremmo dunque, fra le centinaia di deroghe che il legislatore ha introdotto, finalmente una deroga che incentiva un principio di legalità? Vogliono riflettere su questo i critici in buona fede?”.

Quanto poi all’ipotesi di un nuovo condono, Bersani invita il governo a pensarci “molto bene” perchè il Pd è pronto a opporsi “all’ennesimo scandalo con ogni mezzo a disposizione”. “L’una tantum che proponiamo – spiega il segretario Pd – vogliamo dedicarla ad un piano immediato di piccole opere nei Comuni e ai pagamenti della Pubblica Amministrazione alla piccola impresa, così da dare finalmente un pò di respiro alla congiuntura economica, di cui nessuno parla. Tutte le altre misure che proponiamo sono strutturali, per l’equità fiscale e la crescita. Vorremmo fossero prese sul serio nel loro insieme, come è giusto fare per un progetto responsabile e alternativo”.

L’Idv: “In piazza contro lo scudo bis”. Contro l’ipotesi di nuovo scudo fiscale anche l’Italia dei valori, per bocca del presidente dei senatori Felice Belisario. “Il messaggio politico di questa manovra è chiaro: premiare i truffatori e penalizzare gli onesti”, dice Belisario. “Un nuovo scudo fiscale sarebbe l’ennesimo vergognoso trucco di un Governo che ha a cuore solo gli interessi degli evasori”. “Per questo – annuncia Belisario – ci opporremo fermamente al rientro agevolato di capitali, spesso frutto di odiosi reati, con un nuovo scudo fiscale. Chi fa riciclaggio deve pagare di più e subito, basta accampare ostacoli tecnici o cavilli giuridici, perchè è evidente la malafede della maggioranza: porteremo in piazza la protesta dei cittadini stanchi di essere presi in giro da questo Governo dei condoni, che – conclude Belisario – fa scempio della legalità portando al collasso la nostra economia”.

Calderoli: “Su pensioni non si tocchino diritti acquisiti”. Dopo aver smentito l’ipotesi di scudo bis, Calderoli ha trattato il tema delle pensioni. Secondo il ministro leghista, sull’argomento il governo è già intervenuto “troppe volte” e riguardo all’innalzamento dell’età pensionabile delle donne nel settore privato, in particolare, è importante che “non si mettano in discussione i diritti acquisiti”. Se c’è l’esigenza di adeguare l’età pensionabile delle donne anche nel privato, ha proseguito, “benissimo: ma lo si faccia con uno scivolo di una durata sufficiente, perchè sono diritti acquisiti e non si possono cambiare le carte in tavola quando i giochi sono già fatti”.

Cgil: Via norme sul lavoro. “Chiederemo ai gruppi Parlamentari di cancellare tutte le norme sul lavoro contenute nel decreto per la manovra economica”. E’ la posizione della Cgil che emerge dal quarto piano di Corso Italia, dove la leader Susanna Camusso è al lavoro su controproposte e reazioni del sindacato, a partire dallo sciopero generale. Tutto il pacchetto sul lavoro va cancellato, sostiene la Cgil, anche perché è chiaro che “il ministro Sacconi ha in mente di cancellare l’articolo 18”.

www.repubblica.it

"Un mondo che guarda al futuro", di Irene Tinagli

Pochi giorni fa si è concluso l’anno internazionale dei giovani indetto dall’Onu, e subito è partita la Giornata Mondiale della Gioventù della Chiesa Cattolica, che quest’anno si celebra a Madrid. Quest’attenzione alle nuove generazioni non fa che mettere in luce un triste paradosso. Quello di una gioventù tanto seguita con apprensione da buona parte della società, civile e religiosa, quanto ignorata e penalizzata dalle politiche pubbliche e dai governi. I giovani sono la fascia di popolazione che è stata più colpita dalla crisi economica internazionale, e quelli che ne subiranno maggiormente le conseguenze anche in futuro. Eppure, quasi niente di ciò che è stato fatto, discusso e proposto in questo periodo da governi e organi politici ha tenuto in debita considerazione la necessità di ridisegnare un sistema economico e sociale sostenibile nel tempo.

Un sistema che dia più opportunità e speranza alle nuove generazioni. Basta pensare a ciò che abbiamo visto in queste settimane. Una manovra finanziaria che mette una pezza ad anni di politiche economiche di corto respiro semplicemente aumentando tasse e tagliando dove capita, rimandando a comitati e date future tutte le riforme che davvero servirebbero oggi: dalle liberalizzazioni dei servizi a quelle delle professioni, dal funzionamento dello Stato a quello del mercato del lavoro. E anche tra questa accozzaglia confusa di tagli e tasse assistiamo allo spettacolo desolante di rappresentanti di ogni genere di interessi che corrono per salvare qualche provincia o qualche ente, per eliminare o rimandare quei tagli che li riguardano più da vicino, o quelli che più fanno arrabbiare i propri rappresentati o elettori, siano essi pensionati o ereditieri, allevatori o calciatori.

Gli unici che non hanno lobby o rappresentanti che si affannano a inseguire i politici nei palazzi del potere sono proprio loro, i giovani. Gli unici senza un richiesta specifica un interesse precostituito da difendere perché hanno ancora tutto da costruire e chiedono solo un’opportunità per farlo. Ma soprattutto chiedono una motivazione per andare avanti, per non mollare, per credere in qualcosa su cui investire le proprie energie e il proprio entusiasmo. E quindi cercano riferimenti e supporto altrove: nelle piazze, tra i coetanei, nelle istituzioni laiche o religiose che in qualche modo si rivolgono a loro, offrendogli un’opportunità di ascolto, di azione, di speranza. Lo hanno fatto tre mesi fa i migliaia di ragazzi che si sono ritrovati nelle piazze spagnole per chiedere una politica più giusta e provare a stilare una piattaforma di proposte.

Lo fanno oggi centinaia di migliaia di giovani che da ogni angolo del mondo si stanno dirigendo a Madrid con i loro zaini in spalla per ritrovare quello che non trovano più nelle nostre società avvizzite: la voglia di condividere una speranza e un’idea di futuro. Al di là delle diverse credenze o prospettive, quello che queste manifestazioni di giovani ci stanno indicando, religiose o laiche che siano, è che i ragazzi hanno una terribile voglia di ritrovarsi e di discutere non solo di piccole misure e manovre, ma un’idea di società nuova, una società che recuperi e dia un nuovo significato a concetti come solidarietà, giustizia, opportunità, felicità.

E questa grande vitalità, questa energia che arriva dal mondo giovanile non fa che rendere ancora più lontana e odiosa l’immagine di tutti quei potenti che da settimane stanno chiusi nei loro palazzi a mercanteggiare su una o l’altra misura, con un occhio all’andamento delle Borse e un altro agli equilibri di poltrone tra i propri accoliti. Quegli stessi politici, esperti e commentatori che così tante volte si sono scagliati proprio contro i più giovani, accusati d’essere inetti, egoisti, viziati; causa e al tempo stesso sintomo di una società senza ideali, senza esempi e modelli virtuosi. Ecco, dopo tante parole, oggi siamo di fronte a due immagini concrete e quanto mai stridenti: quella di centinaia di migliaia di giovani che affrontano lunghi viaggi, sacrifici e piazze assolate per ritrovarsi e immaginare il futuro e quella di tanti grandi vecchi da troppo tempo tesi solo a difendere il presente. E viene da chiedersi: chi è che sta dando l’esempio?

La Stampa 18.08.11

"Bersani: il Pd si batterà per la sua contromanovra", di Massimiliano Amato

Il Pd è scettico sulle aperture dell’esecutivo, ma con senso di responsabilità cercherà di migliorare la manovra in Parlamento. Sull’ipotesi di un nuovo condono, Bersani è categorico: assolutamente contrari. Scetticismo e senso di responsabilità. Ruota intorno a questi due poli l’atteggiamento del Pd nei confronti della manovra bis di agosto. Scetticismo sulla reale volontà del governo a cambiare un decreto «iniquo», mentre l’apertura dell’esecutivo sulla tassa sui capitali “scudati” viene giudicata «risibile», soprattutto se l’aliquota dovesse essere quella, annunciata martedì, dell’1%. Tuttavia, in nome di una «responsabilità collettiva» chiesta anche dal Presidente Napolitano, il maggiore partito di opposizione proverà a correggere il testo in Parlamento, pur mantenendo i saldi invariati.
Chiusura totale, invece, sulle deroghe allo Statuto dei lavoratori. Al largo del Nazareno si lavora per preparare gli emendamenti da presentare in commissione la prossima settimana. Il segretario Pier Luigi Bersani, che torna a rilanciare la necessità «di una Maastricht 2», non mancando di sottolineare come anche le destre «si stiano finalmente accorgendo che c’è bisogno di più Europa», ha convocato una riunione per martedì. Ma le linee portanti della “contromanovra” sono già note: saranno basate sulla filosofia di non far «pagare i soliti», ovvero i ceti medi. Sull’ipotesi, circolata ieri, dell’introduzione nel provvedimento di un nuovo condono, il segretario del Pd è tassativo: «La nostra posizione è e sarà di assoluta contrarietà. C’è bisogno – rimarca Bersani – di una seria lotta all’evasione e a tutte le forme di illegalità». Torna, quindi, lo scetticismo: «Solo un altro governo – afferma significativamente il responsabile economico Stefano Fassina – può dare equità e sviluppo all’Italia. La lettura della relazione tecnica allegata alla manovra di Ferragosto rende ancora più evidente il profondo segno di iniquità sociale che caratterizza l’impianto del provvedimento. In particolare, i tagli disposti ai trasferimenti a regioni, province e comuni, cumulati con i tagli delle due manovre precedenti, diventano colpi pesanti alle condizioni materiali di vita dei lavoratori e delle famiglie oppure diventano tasse e tariffe aggiuntive fortemente regressive». La “contromisura” centrale individuata dal Pd, una tassa del 15% sui 105 miliardi di capitali “scudati” nel 2009, renderebbe 15 miliardi. Francesco Boccia chiede provocatoriamente al «fiscalista Tremonti» quanti dei «suoi clienti hanno aderito allo scudo fiscale e quindi sarebbero chiamati a pagare». Anche Fli, con Carmelo Briguglio, si dice favorevole al prelievo sui capitali rientrati dall’estero ma resta il no «senza se e ma» all’impianto politico del decreto. Sulle proposte di modifica dello Statuto dei lavoratori, il Pd alza le barricate contro la norma che prevederebbe, in una bozza dell’Ufficio studi del Senato, deroghe a leggi e contratti. Norma che, attacca l’ex ministro Cesare Damiano, sarebbe confermatada una nota di lettura diffusa ieri. «Se la destra intende cancellare lo Statuto – spiega Damiano – lo dica e non si nasconda dietro norme implicite. Il Pd pretenderà un’esplicita cancellazione dell’articolo con la presentazione di un emendamento abrogativo. Sul tema delle pensioni poi, non è accettabile che si pensi a un nuovo giro di vite, con l’innalzamento dell’età pensionabile addirittura a 67 anni». La diffidenza verso l’esecutivo passa anche per la «secretazione» della lettera di raccomandazioni
della Bce. «Il governo – afferma Ettore Rosato – la invii al Copasir: sarebbe un gesto di rispetto nei confronti del Parlamento. A meno che non si ammetta che la lettera è coperta dal segreto di Stato e la cosa sarebbe veramente preoccupante».Non fa sconti all’esecutivo Antonio Di Pietro: «L’Idv non potrà mai votare questa manovra che toglie ai più deboli e dà ai più furbi e che mette in discussione l’articolo 18», afferma perentoriamente il leader dell’Idv. «Ci sono mille altri modi per far fronte alla crisi», continua Di Pietro, riferendosi al «ddl già presentato, con cui si reperiscono 70 miliardi di euro con l’abolizione di tutte le province e l’accorpamento dei comuni piccoli». E poi: «perchè dobbiamo continuare a tenere i nostri soldati all’estero? Perchè non possiamo dimezzare il numero dei parlamentari? Ci sono mille modi per intervenire.Sappiamo che questa manovra è stata varata per necessità, ma vogliamo che se ne discuta in Parlamento: va rivoltata come un calzino, altrimenti sarà una manovra alla Berlusconi. Cioè: “io rido e voi pagate”». Sul ritiro dei nostri militari il leader dell’Idv trova un’autorevole sponda in Avvenire, che in prima pagina, con un editoriale di Eugenio Fatigante, chiede una nuova “stretta” dopo il ridimensionamento (120 milioni di euro) di qualche mese fa. Arrivando addirittura ad ipotizzare il “rompete le righe”. «Prima di tagliare prestazioni dirette a cittadini davvero in difficoltà il governo, dovrebbe modificare il capitolo che riguarda le missioni all’estero», scrive il quotidiano della Cei. Torna in campo anche la Cgil, che parla di una «manovra fatta di tagli discrezionali e indiscriminati, che lascia intatti i privilegi della politica nella pubblica amministrazione, come il nuovo e immotivato spoil system della dirigenza pubblica e il proliferare di dirigenti di nomina politica». La denuncia è del responsabile del dipartimento Settori pubblici, Michele Gentile. «Il governo – continua Gentile – trincerandosi dietro la lettera della Bce, non svelandone i contenuti alimenta i sospetti che l’abbia usata per le sue “piccole vendette” contro tutto ciò che è pubblico».

L’Unità 18.08.11

"I conti che non tornano", di Marco Causi

C’è qualcosa che non torna. L’amplificazione mediatica degli eventi – dalla lettera della Bce alla manovra varata – ha fatto prevalere nei commenti la valutazione dell’impatto qualitativo e comunicativo dei provvedimenti. Questo nell’ipotesi che l’Unione europea e i mercati si accontenteranno solo di questo.
Temo purtroppo che non sarà così e che rischiamo di pagare, come paese, una (colpevole) scarsa trasparenza che, anche in questo momento di emergenza nazionale, circonda i conti pubblici dell’Italia e la loro effettiva evoluzione, per responsabilità esclusiva del governo.
Vediamo di capire. Prima del decreto 98 di luglio l’indebitamento netto tendenziale era così cifrato, in percentuale sul Pil: -3,9 per cento nel 2011, -2,7 nel 2012, ancora -2,7 nel 2013, -2,6 nel 2014. La cosa da notare è la riduzione di 1,2 punti di Pil prevista fra 2011 e 2012 per effetto dei provvedimenti (ben undici) varati fra giugno 2008 e giugno 2011. Con la manovra di luglio 2011 l’indebitamento netto tendenziale scende di 0,1 nel 2011 al confronto con il precedente profilo tendenziale, portandosi al -3,8 per cento, poi scende di 0,3 nel 2012, portandosi a -2,4, e poi di 1,4 punti nel 2013, portandosi a -1,3 e di 2,7 punti nel 2014, portandosi a +0,1.
Se tutto stesse andando come previsto, quindi, il pareggio di bilancio nel 2013 significa correggere fino a zero il -2,4 attualmente raggiungibile nel 2012 con l’attuazione dei provvedimenti in corso, sia quelli dello scorso luglio, sia quelli degli ultimi tre anni. Una manovra di 2,4 punti di Pil equivale a 41 miliardi, meno dei 45 messi in canna dal governo col decreto emergenziale di Ferragosto.
Può darsi che i tendenziali, scritti nel Def dell’aprile 2011 e confermati nei quadri finanziari della manovra di luglio, stiano andando peggio di come programmato, e cioè che le misure in vigore che dovrebbero assicurare, a legislazione vigente, di raggiungere nel 2012 il -2,4 debbano essere corrette, prima ancora di pensare all’anticipazione di interventi previsti per gli anni a venire e a interventi aggiuntivi.
Se così fosse ha fatto male, malissimo, il governo a non dirlo con chiarezza e trasparenza, distinguendo fra quello che dobbiamo fare perché ce lo chiede l’Europa (anticipare il pareggio al 2013) e quello che invece dobbiamo fare perché non stanno funzionando i meccanismi di aggiustamento già messi in atto.
Ma c’è di più. Nella manovra bis di Ferragosto il governo non si è limitato ad anticipare, ha anche aggiunto nuove misure.
Secondo la relazione tecnica il gettito delle nuove misure (stretta su pensioni e tfr pubblici, contributo di solidarietà, tabacchi e giochi, riforma tassazione rendite finanziarie, addizionale Ires settore elettrico) è di circa 8 miliardi sia nel 2013 che nel 2014. In parallelo la “clausola di salvaguardia” del vecchio decreto, legata alla riforma fiscale e assistenziale e/o al taglio lineare delle agevolazioni fiscali vigenti, che valeva 20 miliardi nel 2014, viene anticipata al 2013 per un ammontare più basso, 16 miliardi, fermo rimanendo l’obiettivo dei 20 miliardi al 2014. Il nuovo decreto aggiunge poi che per arrivare ai 20 miliardi in alternativa alla riduzione delle agevolazioni fiscali si potranno rimodulare le aliquote delle impose indirette e delle accise.
Insomma, se i risparmi di 16 (o 20) miliardi fossero veri e se gli andamenti tendenziali fossero sotto controllo, si potrebbe dire che la manovra di Ferragosto porterà a un avanzo di bilancio nel 2013, e non al solo pareggio. Ma purtroppo non è così, e l’introduzione di una nuova clausola di salvaguardia a valere sull’Iva e sulle accise scopre il gioco del governo e dimostra la sua scarsa trasparenza. Forse il governo si è reso conto che non si otterranno né 16 né 20 miliardi con i meccanismi introdotti nel decreto di luglio (riforma fisco e assistenza più clausola su agevolazioni fiscali). E, di fronte alla punizione inflitta dai mercati per la scarsa credibilità di quella manovra proprio su questo punto, corre ai ripari con misure che in realtà non sono aggiuntive ma sostitutive e con una nuova clausola sull’Iva. Ma non ha il coraggio di dire la verità: le nuove misure vengono contabilizzate come aggiuntive.
Si capisce allora perché il ministro dell’economia non ha voluto usare l’Iva in via diretta: sa che mancano all’appello un bel po’ di quattrini prima di arrivare all’obiettivo di 16 miliardi nel 2013 e 20 nel 2014 sul capitolo riforma fisco e assistenza.
Sulle agevolazioni fiscali e sulla spesa assistenziale, lavorando di cesello, si potranno risparmiare non più di quattro miliardi. Le nuove misure ne valgono otto.
Totale dodici. Rispetto a 16 e 20, siamo sotto di circa 4 miliardi nel 2013 e 8 nel 2014. A cui aggiungere, se ci sono, gli scostamenti dai tendenziali.
Male, malissimo. Il governo nasconde l’andamento effettivo dei tendenziali e non vuole ammettere alcuno dei suoi errori (dall’abolizione dell’Ici alla clausola di salvaguardia legata alla riforma di fisco e assistenza). Aggiunge così scarsa trasparenza a una situazione di vera emergenza. E, per l’ennesima volta, dimostra la sua scarsa credibilità. Con il rischio che, nei prossimi giorni, sia l’intero paese a pagarne il conto.

da Europa Quotidiano 17.08.11