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"Il Paese dei 900 mila evasori", di Raffaello Masci

C’è chi dichiara meno ma anche chi non paga nulla. Quasi 9 autonomi su 10 denunciano meno di 20 mila euro Fra i dipendenti sono poco più di cinque. Possibile? Poi ci sono nullatenenti con il Suv in giardino. Ecco la mappa

Ad averceli in cassa quei 120 miliardi di imposte evase, oggi la gente parlerebbe delle vacanze e del trascorso pranzo di Ferragosto, altro che di questa manovra bis che fa grondare sangue perfino al cuore di Berlusconi. E invece non ce li abbiamo, perché questo è il paese dei furbi egoisti in cui l’evasione riguarda all’incirca un quarto del Pil. A pagarne il conto siamo tutti, ovviamente, ma a smaniare oggi, per questo numeroso esercito di disertori delle tasse, sono soprattutto quei 559 mila cittadini che prendono più di 90 mila euro l’anno, pagano ogni lira di tasse (43%) e ne pagheranno – secondo la stima del centro studi degli artigiani di Mestre – 44,3% dal 2014.

Questi 559 mila – secondo una stima del fisco – hanno però altri 900 mila confratelli di reddito che a pagare non ci pensano proprio: nell’intrallazzo e nel nero stanno e lì intendono restare, con buona pace di chi deve pagare pure il balzello del contributo extra. Perché io dirigente pubblico o funzionario privato – è il ragionamento – devo pagare ogni centesimo e il mio vicino, lavoratore autonomo, no? A guardare i redditi dei lavoratori autonomi, un po’ di rabbia – in effetti sale: l’86,1% dichiara meno di 20 mila euro, quando tra i dipendenti questa percentuale è del 56,4%. E se andiamo a valutare la cosa per categoria, solo i dirigenti d’azienda (105 mila euro), i farmacisti (112 mila) e i notai(327 mila euro) dichiarano – in media – oltre i 90 mila.

I chirurghi superano di poco i 60 mila, i commercialisti arrivano si e no a 50, i dentisti (i dentisti!) sono ancora più poveri (46 mila). E via elencando: gli assicuratori 33 mila, i baristi, come i fruttivendoli, fanno la fame con 16 mila euro (a Roma o a Milano: ma andiamo!), i concessionari di auto 17 mila, i ristoratori e i tassisti 14 mila, i parrucchieri addirittura 11 mila. Una folla di un milione e 67 mila italiani è alle soglie della povertà ma con Suv parcheggiato fuori, Smart per la figlia, moto rombante per il figlio e vacanze lunghe tutti gli anni. Possibile? Ieri mattina un comunicato regionale dell’Agenzia delle Entrate del Lazio raccontava – in tono assai formale, per la verità – la seguente storia: un gruppo di funzionari ha fatto un blitz tra i balneari di Ostia, Fiumicino, Fregene e altre ridenti località marine del circondario. Bene – anzi, male! – : hanno trovato che l’evasione fiscale riguardava oltre il 50% del fatturato, per un ammontare che superava il milione di euro. Gli esercenti dell’ombrellone e della sdraio guadagnavano – in media – 86 mila euro l’anno. E quanti ne dichiaravano? 18 mila. Secca replica dell’associazione balneari: non siamo evasori, eccetera, eccetera. Ma intanto gli agenti delle entrate – come si dice a Roma «l’hanno beccati cor sorcio in bocca». E che smentiscano pure. Un caso, si capisce. Ma all’Agenzia delle Entrate, hanno un ricco file in cui hanno registrato centinaia di casi come questo.

Sul blob «PorscheMania» – per dirne un’altra – si pubblicizza un raduno di Cayenne in Friuli, con orari, indicazioni stradali, ma anche un avviso: «C’è un posto di blocco della Guardia di Finanza per l’accertamento dei dati del guidatore ….» e giù commenti, insulti e la solita litania del «faccio quello che mi pare» e del «tanto non pago un ca…». Tuttavia l’Agenzia delle Entrate non scherza, e solo lo scorso anno – insieme a Inps e Equitalia – ha riportato all’ovile dello Stato 25 miliardi che stavano prendendo tutt’altra strada. «C’è un solo modo per far pagare chi ci marcia – spiega il direttore centrale dell’accertamento, Luigi Magistro stare con il fiato sul collo. Senza vessazioni, si capisce, ma senza farsi prendere in giro». E lo strumento l’Agenzia se lo sta dando: il famoso redditometro, che ha ormai una ventina d’anni ma che è stato completamente rinnovato: «Prima dice ancora Magistro – indagavamo su redditi sospetti valutando il tenore di vita delle persone alla luce di 7-8 parametri di riferimento.

Ora ne abbiamo messi a punto un centinaio: non solo auto, barche, cavalli, spese, ma anche iscrizione a club e palestre esclusivi, scuole private dei figli, eccetera. Nessuno pensi di farla franca alla leggera». Qualcuno invece ci prova, non si sa mai. E allora c’è una ricetta anche per i cittadini: non vi danno la ricevuta fiscale? – spiegano all’Agenzia delle Entrate – tanto chiedetela e se non ve la danno o se incrementano la cifra – «sa c’è l’Iva!» – rivolgetevi alla Guardia di Finanza (pronto intervento 117), oppure mandate il tutto all’Agenzia. «Stamattina mi è arrivata una segnalazione proprio sulla mia mail dice Magistro – che hanno trovato sul sito dell’Agenzia. L’ho letta e l’ho girata a chi di dovere: il controllo è scattato subito. Che vuole: controllare 3 mila grandi società è relativamente facile, 70 mila piccole aziende lo è un po’ meno ma si può fare. Ma 5 milioni di partite Iva, senza l’aiuto dei cittadini, come si fa?».

da www.lastampa.it

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“Ecco quanto ci costa l’imbroglio dell’evasione”, di Bianca Di Giovanni

L’evasione fiscale non sente la crisi. Stando ai dati diffusi dalle principali fonti statistiche (Istat, Ocse, Banca d’Italia), l’Italia resta il paradiso per gli evasori, confermandosi un inferno fiscale per chi paga le tasse. Appena chiusa l’ultima sanatoria sui capitali illegalmente esportati, arriva da Banca d’Italia un dato inquietante: sono ancora oltre confine almeno 140 miliardi. La caverna di Alì Babà che il ministro voleva svuotare (così Giulio Tremonti definiva i tesori racchiusi nei forzieri off shore) si è subito riempita o molto probabilmente non si è mai svuotata. Dei 100 miliardi “regolarizzati”, solo 35 hanno effettivamente attraversato le frontiere un anno fa, come ha segnalato Bankitalia nel silenzio imbarazzato del Tesoro. Il resto è rimasto all’estero, con l’impagabile vantaggio di essere stato “riciclato” dallo Stato. Ma l’infedeltà fiscale non riguarda certo soltanto chi riesce a trasbordare verso il Lussemburgo (paradiso numero uno per le società italiane) o la Svizzera (meta dei transfrontalieri).
L’Iva continua ad essere il “caso” nel “caso-Italia”, con un livello di evasione della base imponibile (dato medio 2005-08).
Ogni tre euro incassati, uno non viene dichiarato ai fini Iva. In questo modo vengono sottratti alle casse dello Stato 30 miliardi l’anno: circa due punti di Pil. Basterebbe recuperarne la metà per cancellare tre quarti della manovra per l’anno prossimo. Via il contributo sull’Irpef, via il taglio dell’assistenza, via quello agli enti locali e ai ministeri.
Secondo un’analisi dell’Fmi la perdita di gettito dell’imposta sul valore aggiunto dell’Italia è pari al doppio di quella tedesca o francese.
Altre fonti, molto meno scientificamente autorevoli ma che hanno il pregio dell’immediatezza, disegnano un quadro altrettanto allarmante.
Sul sito www.evasori.info un anonimo statistico italiano fuggito (anche lui) all’estero ha deciso di raccogliere e compilare tutte le segnalazioni di fatture non pagate, scontrini non emessi, lavori eseguiti in nero. Ebbene, la curva delle segnalazioni dell’ultimo anno somiglia a una salita sul Monte Bianco: si parte da quota 134mila a settembre 2010 per arrivare a 148mila di questo mese. Più di mille segnalazioni al mese, 33 al giorno.

LA BATTAGLIA DI VISCO
Il quadro è ben noto agli addetti ai lavori: fiscalisti, esperti economici e policy makers. La guerra sull’evasione tra i due fronti politici è sempre stata feroce. Quando Vincenzo Visco mise nero su bianco le sue misure, nel centrodestra cominciò unacontraerea potentissima. Quella serie di interventi era studiata come una tenaglia che non lasciava scampo. Il “pacchetto” prevedeva un conto corrente dedicato per i professionisti (una sorta di libro contabile dell’attività), la tracciabilità dei pagamenti a partire da 500 euro, l’elenco clienti-fornitori per gli esercenti, la trasmissione telematica al fisco dei ricavi dei commercianti, il divieto di “girare” gli assegni, l’anagrafe dei conti correnti bancari, le fatture telematiche per le aziende che lavoravano per la pubblica amministrazione e infine qualche correzione degli studi di settore (valutare oltre al fatturato anche le spese). In Parlamento e sui giornali si scatenò l’inferno. Si agitò lo spettro del “Grande Fratello” che si insinua nei conti correnti.
Intanto però i contribuenti cominciarono a pagare: 20miliardi di gettito in più al netto degli accertamenti in 18 mesi. L’Italia si avvicinava all’Europa, dove il fiscopuò chiedere alle banche i saldi dei conti a inizio e fine anno (Francia), rintracciando acquisti di yacht e fuoristrada, senza che nessuno reclami la privacy. Imbracciando la bandiera della “libertà economica”, il duo Berlusconi-Tremonti ha demolito gran parte di questa impalcatura.
Tutto azzerato il primo anno, salvo ripescare qua e là qualche mezza misura per fronteggiare l’emorragia di entrate.Comequella sulla cosiddetta tracciabilità a partire da 2.500 euro (nella vecchia manovra era 3.000), che non è affatto una misura antievasionemasolo antiriciclaggio. L’altra operazione di Tremonti è consistita nello stop alle compensazioni, e nell’allargamento dei casi di adesione e conciliazione.
In questo modo le casse pubbliche non si sono svuotate, consentendo all’Agenzia delle Entrate di sfornare numeri trionfalistici. L’ultimo: 24 miliardi recuperati nel 2010. Tra questi, 10 a seguito di controlli e 6 per minori crediti d’imposta (il resto è per lo più emersione di contributi). In sostanza non ci sono misure che spingono a pagare regolarmente (tecnicamente: aumentare la tax compliance), ma solo operazioni che favoriscono il pagamento di una “multa” quando si viene pizzicati.
L’ARMA SCARDINATA
In questo modo si è scardinata l’arma più potente per sconfiggere il “male” italiano. È chiaro che l’evasione c’è quando i redditi non sono tracciabili. Per avere successo, quindi, bisogna puntare a rendere sempre più tracciabili tutti i redditi, quelli da lavoro dipendente o autonomo, e quelli da rendite. Il governo Berlusconi ha fatto molti passi indietro su questo fronte, utilizzando l’arma della trattativa e del concordato con chi è sotto accertamento.
Una tattica che come al solito premia chi è furbo. Eppure si potrebbe fare molto già da oggi, perché dell’evasione si sa molto. Si conosce il suo ammontare (circa 120 miliardi l’anno, suuna base imponibile di 300); la sua distribuzione territoriale a livello sia delle regioni che delle province (l’evasione complessiva è più alta al Nord che al Sud, ma le imprese e i lavoratori evadono più a Sud). I tecnici conoscono l’incidenza rispetto alle diverse tipologie di reddito: è molto ridotta per i redditi da lavoro dipendente (3-4 per cento); inesistente per le pensioni (ma presente presso i pensionati che hanno un’altra fonte di reddito, spesso in nero); ridotta nell’industria in senso stretto (5-7 per cento), ma molto elevata nel settore delle costruzioni e ancora più in quello dei servizi. Tra i lavoratori indipendenti, i professionisti evadono dimeno(33-35 per cento) e gli imprenditori di più (50-60 per cento). A questo punto non servono più analisi, ma le scelte politiche.

da L’Unità

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“PAGARE TUTTI È POSSIBILE”, di Ruggero Paladini

La manovra minaccia severe sanzioni per gli evasori, con chiusura di esercizi commerciali e studi professionali in caso di mancata emissione di scontrini e fatture.
Queste misure saranno efficaci come le grida manzoniane. Una trentina di anni fa fu varata la legge «manette agli evasori», ma di questi in galera non sembra ce ne siano, e gli studi sull’evasione e sull’economia nera dicono che il fenomeno è vivo. L’Italia (con la Grecia) è il paese dove l’evasione ha il peso maggiore, e ciò deriva da una serie di fattori: un numero più che doppio di piccoli operatori economici, sia nell’industria che nei servizi; una limitata funzionalità della macchina fiscale; una diffusa idea che evadere è come superare un po’ i limiti di velocità, in fondo che male c’è, se non ti becca l’autovelox? Nei paesi scandinavi i reati più gravi (a parte quelli di sangue) sono l’evasione fiscale e la guida in stato di ubriachezza.
La via più efficace per contrastare il fenomeno evasivo non è quella sanzionatoria, che ovviamente non deve mancare, ma quella dell’azione di deterrenza, che opera aumentando la spontanea adesione degli operatori alle regole fiscali.
Per fare questo i contribuenti devono percepire una probabilità elevata di essere individuati dall’Agenzia delle entrate; nel periodo 2006-2007 l’evasione diminuì in via preventiva, in seguito ai provvedimenti di Visco sulla tracciabilità, l’elenco clienti-fornitori, le limitazioni all’uso del contante.
La misura principale da adottare, a tal fine, è molto semplice: le banche, la posta, i fondi d’investimento, insomma tutti gli operatori finanziari, inviano all’Agenzia delle entrate i documenti che periodicamente spediscono ai loro clienti; la stessa cosa deve avvenire nel caso di vendite di beni durevoli di rilevante entità, come gli automezzi. Nelle transazioni immobiliari devono essere segnalati i valori di mercato, e nonsolo i valori catastali, anche se le imposte dovessero continuare a essere pagate su questi ultimi.
In tale modo la conoscenza delle consistenze patrimoniali, reali e finanziarie, e dei flussi dei redditi, in capo a ciascun contribuente, permette di incrociare patrimoni e redditi e verificarne la congruità, in analogia a quanto avviene per i rendiconti finanziari delle società quotate. Lo stesso “redditometro”, inoltre, acquisirebbe un ulteriore strumento di controllo di immediata efficacia.
Anche nel caso delle prestazioni sociali soggette alla prova dei mezzi, l’Agenzia delle entrate potrebbe comunicare all’Inps non solo se il richiedente si è dimenticato di segnalare l’esistenza di un conto in banca,mala consistenza media nel corso dell’anno dello stesso.
I due soli modi per sfuggire ai controlli sono le operazioni compiute totalmente all’estero e quelle che si basano sul contante. Per le prime gli accordi già vigenti sia in sede europea sia a livello internazionale, nonché le misure contro i paradisi fiscali, possono limitare in parte queste scappatoie.
Occorre, tuttavia, intensificare il lavoro per rendere maggiormente operative le misure esistenti e introdurne di più stringenti. Per quanto riguarda l’uso del contante, il circuito cash, per essere efficace non deve mai intersecarsi con una banca; controlli a campione possono quindi essere usati, in aggiunta ad altre disposizioni, per limitare l’uso del contante.
Questo cordone ombelicale tra fisco e sistema finanziario esiste già in altri paesi, per esempio negli USA e in Francia. Potrebbe essere creato anche in Italia, ma non da un governo come quello attuale, che ha condonato a destra e a manca. La misura, infatti, impatta su una vasta platea di contribuenti, costituita da imprenditori, commercianti, professionisti e proprietari di immobili, nonché dipendenti con secondo lavoro in nero. Sono prevedibili le proteste che accompagnerebbero l’adozione di queste misure; si leverebbe una campagna su certa stampa con accuse di “grande fratello” e neo bolscevismo, che solo un governo diverso dotato di una ferma volontà e di una maggioranza solida sarebbe in grado di sostenere.

da L’Unità

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“Scontrini, sommerso, elusione così 120 miliardi ogni anno sfuggono alla tassazione”, di Paolo Ghiseri

E per gli onesti la pressione fiscale è del 52%. Con il redditometro 2 le voci prese per i controlli non saranno più una decina ma circa un centinaio: oltre all´auto entreranno la palestra, le scuole private di lusso, i telefonini. Quest´anno si riuscirà a recuperare circa il 10% della cifra sottratta alle casse dello Stato. Sono milioni i contribuenti che nascondono piccole cifre per alzare il tenore di vita

Se un euro ogni tre evasi venisse regolarmente dichiarato al fisco, non ci sarebbe bisogno della manovra che in queste ore dilania il centrodestra. Più della pressione fiscale, cavallo di battaglia delle campagne elettorali berlusconiane, il vero record italiano sono i 120 miliardi di euro che ogni anno vengono semplicemente rubati allo Stato. Recuperando solo un terzo di quella cifra si arriverebbe a 40 miliardi contro una manovra che nelle intenzioni del governo ne dovrebbe valere 45. Così la guerra agli evasori diventa uno dei dilemmi del centrodestra: costringere il proprio elettorato a far quello che, in modo subliminare, gli era stato fatto credere che non avrebbe mai fatto fino in fondo, pagare davvero le tasse.
L´effetto della rivoluzione che forse non si vedrà mai vale poco meno di dieci punti di Pil: secondo i dati diffusi dal ministero dell´Economia, la pressione fiscale in Italia pesa sul Prodotto interno lordo per il 43,5 per cento. Ma a costruire il Prodotto interno lordo italiano contribuiscono anche gli introiti che derivano dall´economia sommersa, quella che il fisco non riesce a vedere. Così il 10 febbraio scorso la Cgia di Mestre ha calcolato la pressione fiscale effettiva, quella che grava su coloro che le tasse le pagano davvero e costituiscono l´economia visibile: lavoratori dipendenti (tutti) e lavoratori autonomi (quelli onesti). Depurando il Pil dal fatturato del sommerso si scopre che la pressione fiscale effettiva è del 51,9 per cento. In sostanza se tutti pagassero le tasse, per questo solo fatto la pressione fiscale, a gettito invariato, scenderebbe di 8,6 punti percentuali.
La guerra all´evasione ha recuperato nel 2010 circa 10 miliardi di euro. Luigi Magistro, il direttore dell´Agenzia delle Entrate che coordina le operazioni sul campo di battaglia, sottolinea che «nell´ultimo periodo è stato compiuto un significativo passo in avanti rispetto ai 6 miliardi dei recupero di qualche ano fa. Ma certo la strada è ancora lunga». Se, come si prevede, nel 2011 si arriverà a recuperare 11-12 miliardi di euro, bisogna sempre tenere presente che si tratta comunque di un decimo del malloppo sottratto ogni anno alle casse pubbliche. E nessun ingegnere idraulico potrebbe ritenersi soddisfatto di una conduttura che perde per strada il 90 per cento dell´acqua.
Per condurre la guerra è necessario conoscere a fondo il nemico. Chi è l´evasore? Una possibile risposta si ritrova nel recentissimo report del gruppo di lavoro su «Economia non osservata e flussi finanziari» presieduto dal presidente dell´Istat, Enrico Giovannini, e presentato a Tremonti il 14 luglio scorso. L´identikit è basato sulla tendenza italica a raccontare frottole al fisco e a dichiarare la verità quando si è certi dell´anonimato. Così basta confrontare i redditi dichiarati alle Agenzie delle entrate con quelli, più cospicui, confessati nei questionari anonimi delle indagini statistiche della Banca d´Italia. Le differenze sono vistose: gli uomini dichiarano in media 3.200 euro in più quando sono certi dell´anonimato, le donne, più virtuose, solo 1.170. Si evade di più al Centro (17 per cento) ma si evade molto anche al Nord (14 per cento) mentre il Sud sembra più virtuoso. Ma, avvertono gli estensori del rapporto, potrebbe trattarsi di un´illusione ottica perché «secondo altre indagini l´economia sommersa dovrebbe essere in media più diffusa nel Mezzogiorno». Insomma nel Sud si riuscirebbero ad evadere anche le indagini sull´evasione. Drammatiche le differenze per tipologia di contribuente: si scopre così che i lavoratori dipendenti dichiarano addirittura un reddito inferiore quando sono tutelati dall´anonimato rispetto a quanto risulta dagli accertamenti del fisco mentre lavoratori autonomi e imprenditori nascondono il 56 per cento del loro reddito e gli iper ricchi confessano al fisco solo il 17 per cento delle loro effettive proprietà.
«Si fa presto a dire evasori – premette Magistro – perché c´è frode e frode. Sono milioni quelli che chiamiamo micro evasori, persone che lavorano in nero o nascondono una parte del loro reddito per mantenere un livello di vita che in realtà non potrebbero permettersi. In genere, quando vengono scoperti, non sono in grado di restituire il maltolto per il semplice motivo che lo hanno speso o lo hanno utilizzato per pagare il mutuo della casa. In questi casi l´accertamento fiscale e le inevitabili sanzioni possono provocare conseguenze drammatiche per chi li subisce». Sono i forzati del doppio lavoro o coloro che accumulano in nero una parte delle entrate e che si nascondono nella vastissima platea delle partite Iva, circa 5 milioni di italiani. Tante piccole evasioni che incidono sulla torta complessiva come l´ancor più vasta area dell´elusione, la zona grigia di coloro che pagano solo una parte del dovuto magari con la complicità dei commercialisti: «Può accadere – ammette Magistro preoccupato di non generalizzare – che un consulente ritenga di fare l´interesse dell´assistito aiutandolo a non pagare le tasse invece di ricordargli i rischi che corre».
I sistemi di indagine infatti si fanno sempre più sofisticati. Nei prossimi mesi dovrebbe entrare in vigore il redditometro 2, versione aggiornata del primo strumento, nato vent´anni fa, per confrontare dichiarazioni dei redditi e effettivi stili di vita: «Oggi le voci prese in considerazione sono una decina mentre domani saranno circa un centinaio», rivela Magistro. Oltre all´auto entreranno nel redditometro la palestra, le scuole private di lusso, i telefonini. Per negozi e ristoranti si ricorre a veri e propri stratagemmi: «In certi casi basta verificare quante tovaglie ha mandato in lavanderia una pizzeria per sapere qual è stato il reale giro d´affari», dicono all´Agenzia. Tutti deterrenti che non sempre servono a fermare gli evasori totali. Ma dovrebbero scoraggiare gli altri. Casi come quello della tranquilla impiegata di Reggio Emilia che nel 2006 ha dichiarato un reddito di 27 mila euro e che invece aveva entrate nascoste per 450 mila euro. E´ stata scoperta perché ha acquistato azioni per oltre 2 milioni e ha cercato di giustificarsi: «L´ho fatto per fare un favore agli altri soci che sono miei amici».
Ingenuità che non commettono i grandi evasori, le società che hanno la possibilità di frodare milioni al fisco. In Italia ci sono 3.000 aziende sopra i 100 milioni di imponibile annuo e 70 mila tra i 5 e i 100 milioni. «Con le grandi aziende – spiega Magistro – c´è da tempo un´azione di tutoraggio, la collaborazione è spesso proficua per loro e per il fisco. Stiamo ora concentrando l´attenzione su quelle medie». I trucchi per evadere in questi casi sono abbastanza tradizionali. Uno dei più diffusi è quello dell´esportazione dei capitali o del trasferimento della stessa sede sociale nei paradisi fiscali. A febbraio è stata scoperta una società sarda che ha mantenuto l´attività a Cagliari ma ha spostato la sede a Panama. E´ stata costretta a pagare 5 milioni di euro tra sanzioni e recupero del dovuto. Più ingegnosa la truffa scoperta ad Ancona a febbraio: un milione e mezzo di tasse evase da una società del settore ittico che dichiarava di pescare due terzi delle vongole che effettivamente vendeva. Quando i funzionari dell´Agenzia delle entrate hanno messo alle strette i titolari, si sono sentiti rispondere che le vongole erano sì state pescate ma poi erano state ributtate a mare perché considerate scarto. Il fisco, questa volta, non ha abboccato.

da La Repubblica

Pd: «Risibile tassazione minima (1-2%) ipotizzata dal governo», da www.unita.it

«Sarebbe risibile se fosse vero che il governo si orienterebbe su una tassazione minima (1-2%) dei capitali rientrati in Italia grazie allo scudo fiscale, considerato che negli altri paesi la tassazione si aggira su una forchetta compresa tra il 19, il 27% ed oltre»: lo sottolineano fonti vicine alla segreteria del Pd secondo le quali «coerenza vorrebbe che la percentuale di questa tassazione fosse in linea con quella del 20% da applicare alle rendite finanziarie, così come previsto dalla manovra economica del governo». La proposta del Pd – si ricorda – prevede che il gettito ricavato da questa misura sia destinato ad incentivare la crescita economica.

da www.unita.it

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Governo apre a tassa sui capitali scudati. Berlusconi: «Nessun calo consensi»

Il governo starebbe valutando l’ipotesi di tassare i capitali rientrati in Italia grazie allo scudo fiscale, così come proposto dal Pd, ma la percentuale del prelievo sarebbe decisamente inferiore a quella proposta dal partito di Pier Luigi Bersani: la valutazione infatti viene effettuata su una cifra compresa fra l’1 e il 2%. Lo riferiscono autorevoli fonti del Pdl, secondo le quali tuttavia prima di «proseguire su questa strada si dovrà valutare la percorribilità dell’intervento».

Nonostante si debba prima verificare la «percorribilità» dell’intervento, oltre che l’opportunità politica di dare l’impressione che lo Stato si «rimangi la parola data» per far rientrare i capitali, le stesse fonti ritengono che il prelievo potrebbe superare le eventuali resistenze all’interno del governo. «Se non ci saranno ostacoli giuridici – spiega una fonte ministeriale – è possibile che alla fine si faccia, anche se la nostra posizione dipenderà anche dall’attegGiamento dell’opposizione». In ogni caso, precisa un fonte del Pdl, «sarebbe un prelievo ‘minimalè, dell’uno o del due per cento». Un ‘rangè molto lontano da quello delle opposizioni che propongono una tassazione intorno al 20%.ÿ L’eventuale gettito proveniente dal prelievo sui capitali ‘scudatì, si spiega sempre in ambienti del governo, potrebbe servire ad alleggerire il contributo di solidarietà chiesto ai redditi superiori ai 90mila euro, «ad esempio – spiega una fonte – per introdurre delle riduzioni in favore di chi ha figli a carico».

Per quanto riguarda poi l’impatto del provvedimento sul Paese e – quel che più gli interessa – sulla sua immagine, Berlusconi ostenta sicurezza. «I sondaggi servono, ma per tastare il polso dell’elettorato preferisco farmi una passeggiata». E così passeggia, Berlusconi. Va a prendersi un gelato a Porto Rotondo, insieme ai figli di Barbara, Alessandro e Edoardo. Al suo ingresso in piazzetta San Marco una parte dei turisti seduti ai caffè si alza per applaudirlo, il Cavaliere capisce che la passeggiata può proseguire. Certo qualcuno lo ignora, molti sono semplici curiosi in cerca di uno scatto da salvare sul telefonino. Ma è vero anche che nessuno lo contesta, nessuno lo fischia come successo – più volte – negli ultimi mesi. Anzi, lungo il tragitto in diversi gli chiedono una foto, una stretta di mano. C’è anche chi lo incita a «tenere duro». E Berlusconi si può rilassare. Forse persuaso che la manovra lacrime e sangue, almeno nella “sua” Porto Rotondo, non ha intaccato troppo la sua immagine. Arriva persino a scherzaci sopra. A proposito del prezzo di una collanina che alcune bambine vendono su un banchetto improvvisato, dice: «Un euro e cinquanta mi sembra un po’ caro… Per fortuna abbiamo qualche tassa in più». Poco dopo, commentando l’accoglienza dirà: «Vedete? Non c’è stato nessun calo di consensi, le amministrative dipendono dai candidati».

da www.unita.it del 16 agosto 2011

"Arte e ambiente tra i valori fondanti", di Salvatore Settis

Fiero di essere italiano? Cittadino di un Paese dall’economia immobile, afflitto da un’evasione fiscale sterminata (oltre 100 miliardi di euro l’anno secondo Il Sole 24 Ore), intento a tagliare le spese in ricerca, cultura, istruzione e tutela? Dove la principale stampella della maggioranza di Governo è un partito che minaccia la secessione? Dove crescono la disoccupazione giovanile e l’emigrazione dei ricercatori, e il governatore Draghi parla di “macelleria sociale” in atto? Sarebbe più facile, per questo “tema svolto”, inventariare dubbi e imbarazzi, e non dichiarare fierezze. Eppure…

Eppure mi capita di sentirmi fiero di essere italiano. Due piccole storie recenti. Prima scena in Scozia, dove tutti parlano del tesoro perduto di William Blake. Ecco, in due parole, la storia: nel 2001 un libraio compra per 1.000 sterline da un antiquario di Glasgow diciannove disegni acquarellati di Blake, una serie che il grande artista visionario aveva composto nel 1805 per illustrare il poema The Grave di Robert Blair. L’incisore fu l’italiano Luigi Schiavonetti, ma almeno sette di quei disegni non furono mai incisi. La Tate Gallery offre subito 4,2 milioni di sterline, ma il proprietario non si accontenta, chiede otto milioni. La Tate non li ha, e dunque (nel rispetto delle leggi del Regno Unito) i disegni vengono messi all’asta uno per uno, e acquistati da diciannove collezionisti diversi, il cui nome non viene rivelato. Risultato: un gruppo di disegni concepito come un tutto unico è stato irrimediabilmente disgregato, nessuno potrà mai rimetterlo insieme, nemmeno per una mostra.

Ecco quel che accade quando la legge antepone le ragioni del mercato e del profitto a quelle della cultura e del pubblico interesse. Commento del Times Literary Supplement (17 giugno): «L’avidità privata e l’inerzia del legislatore sono disperanti. È ora di aprire un dibattito sulla proprietà dei beni culturali, e chiedersi se l’interesse privato debba sempre prevalere sul bene comune». Ebbene: in Italia questo dibattito vi è stato per secoli, ha condotto già negli Stati preunitari a una normativa che antepone il pubblico bene all’interesse privato. Nell’Italia unita è così almeno dalla legge Rava-Rosadi del 1909, e fino al Codice Urbani oggi in vigore. Se anziché a Glasgow i disegni di Blake fossero riemersi a Venezia o a Palermo, sarebbero ora di un museo o di un privato, ma certamente ancora tutti insieme, come vogliono le nostre leggi. Possiamo sentirci fieri di essere italiani.

Seconda scena, Stati Uniti. Si parla di come si va evolvendo la cultura ambientalista per reagire ai pericoli crescenti di un mondo globalizzato, dove le ciniche ragioni del profitto devastano l’aria, le acque e i luoghi colpendo alla cieca i cittadini, corpo e anima. Si parla di possibili rimedi, di trattati internazionali, di norme di autoregolazione, di come diffondere un’etica dell’ambiente. Si conviene che è urgente costruire nuove nozioni giuridiche, che possano installarsi al centro di ogni sistema legale, a livello internazionale ma anche nelle singole nazioni. Dominano il discorso due nozioni giuridiche nuove e “in crescita” nella riflessione (anche filosofica ed etica) di questi anni: i diritti delle generazioni future e la nozione di comunità di vita.

In America, la discussione sui diritti delle generazioni future si richiama spesso a un testo fondativo del presidente Theodore Roosevelt (1909): «Conservare vuol dire perseguire il maggior vantaggio per il maggior numero possibile di cittadini, per quanto più tempo possibile. Il criterio del “maggior numero possibile” deve applicarsi all’intero svolgersi del tempo: e in esso noi, che viviamo oggi, non siamo che una frazione insignificante. Abbiamo il dovere di rispettare l’insieme degli uomini, specialmente le generazioni non ancora nate: dobbiamo dunque impedire che una minoranza priva di principii distrugga un patrimonio che appartiene alle generazioni che verranno. Il movimento per la conservazione dell’ambiente e delle risorse naturali è essenzialmente democratico per spirito, finalità e metodo». Il tema, giuridico ed etico, dei diritti delle generazioni future è sempre più discusso anche in Italia (specialmente da Stefano Rodotà, o nel libro di Raffaele Bifulco, Diritto e generazioni future. Problemi giuridici della responsabilità intergenerazionale). È, in questi termini e nei nostri orizzonti, un tema nuovo. Ma in esso risuona fortissima la voce antica del pubblico interesse come sovraordinato al profitto privato: e che cos’altro era la nozione giuridica di publica utilitas o di bonum commune, se non il richiamo alla responsabilità di ciascuna generazione nei confronti di quelle che seguiranno?

La supremazia del pubblico interesse ricorre quasi ossessivamente nei cento Statuti dell’Italia comunale, nelle norme dei re di Napoli e dei pontefici, viene fortemente riaffermata nella legge di tutela del patrimonio culturale del 1909 (citata sopra), nella legge Croce sul paesaggio (1920-22), nelle leggi Bottai (1939), nel Codice Urbani oggi in vigore, ma soprattutto nella nostra Costituzione repubblicana, la prima al mondo in cui la tutela del patrimonio storico e artistico e del paesaggio fu scolpita fra i principi fondamentali dello Stato (articolo 9). Con un proprio linguaggio (che si richiamava al diritto romano), lo sguardo lungimirante dei nostri padri, fino ai Costituenti, già individuava nei “diritti delle generazioni future” il nucleo generativo della tutela.

da www.ilsole24ore.it

L’attacco di Bersani «La manovra? Oramai è figlia di nessuno», di Maria Zegarelli

Le opposizioni concordi: prioritario combattere l’evasione e tassare i grandi patrimoni. Per Casini la manovra è «invotabile», meglio riformare le pensioni e alzare l’Iva, ma niente contributo di solidarietà. Certo non è facile fidarsi di Silvio Berlusconi per il segretario Pd Pier Luigi Bersani. E non c’entra niente quella frase «scherzosa» del premier che, rivolto ad un suo fan sul molo di Porto Rotondo che gli aveva detto che era appena passato il segretario Pd, ha risposto: «Eh, però se è passato potevate buttarlo in mare». La difficoltà a fidarsi dell’annuncio di non mettere la fiducia alla manovra deriva dai precedenti: ce ne sono state 47 dall’inizio della legislatura. «Se adesso parla così, se dice che stavolta non vi ricorrerà – spiega Bersani – è perché deve dare un messaggio di tranquillità al suo pollaio, perché un sacco di gente del centrodestra che vorrebbe cambiare la manovra», ma di sicuro, quando «saremo sotto, per problemi interni alla maggioranza, ci ripenserà».
LA MANOVRA ORFANA
Una manovra che ormai è anche orfana, perché «visto che il decreto è stato approvato all’unanimità, viene da chiedersi: in cdm c’erano le controfigure? Possibile che dopo poche ore la manovra non sia più figlia di nessuno? La verità è che un governo di sopravvissuti può solo scrivere le sue decisioni sulle sabbia».
E allora davanti al continuo mutare degli eventi sul fronte maggioranza, il leader dei democratici pone due condizioni per iniziare qualunque discorso in Parlamento: «Questa volta il contributo di solidarietà devono darlo gli evasori, questa volta ci deve essere nella manovra qualche cosa di strutturale per l’equità fiscale e per la crescita e il lavoro. Se non c’è questo, faranno da soli e con una opposizione che si farà sentire».
Un concetto che da Ponte di Legno il Senatur Umberto Bossi dice
di non riuscire a capire. «Non ho capito cosa vuole, lo capirò quando
gli parlerò a Roma». «Prima gli dico di non fare il furbo – replica il segretario Pd – perché ha capito benissimo…». Però nel dubbio, meglio rimettere in fila i paletti su cui si fonda la contromanovra dei democratici:n far pagare il 20% a chi «ha pagato il 3 o il 4%, e sono 15 miliardi. Quei soldi li metto alla pubblica amministrazione perché paghi le piccole imprese che sono in crisi di liquidità, poi li metto sulle deroghe dei Comuni ai Patti di stabilità perché facciano investimenti per creare un po’ di occupazione». E poi tracciabilità per contrastare l’evasione fiscale; alienazione dei beni pubblici, liberalizzazioni… Cose «che capisce anche un bambino. Il problema è se c’è la volontà politiche di farle». Dal Pdl fanno trapelare che si sta ragionando sulla tassazione dei capitali illegali rientrati in Italia, ma si parla di un 1%, un 2% in più al massimo. Lontanissimo dal 20 proposto dai democratici. E mentre la Cgil ragiona sulla data dello sciopero generale e Bersani a domanda risponde che il Pd dà
valutazioni politiche e il sindacato si muove in autonomia, le opposizioni si preparano alla battaglia parlamentare. Si lavora ad un fronte comune, Antonio Di Pietro è convinto che sarebbe il caso di «presentare un pacchetto di proposte unitarie, per dimostrare che un’alternativa c’è e questo potrebbe essere il tuorlo d’uovo di una futura alternativa di governo». Dall’Udc Pier Ferdinando Casini ritiene la manovra «invotabile» e punta a spazzare via il contributo di solidarietà, riformare le pensioni e alzare l’Iva di mezzo punto, salvaguardando ceti medi e famiglie. Fli punta ai costi della politica e alla rimodulazione delle pensioni. Tutti concordano sulla necessità di calcare la mano sulla lotta all’evasione e la tassazione dei grandi patrimoni.

L’Unità 17.08.11

"Il caso Bossi", di Stefano Menichini

La quarta manovra in un anno sarebbe stata comunque un gran pasticcio, perché il livello di approssimazione e di improvvisazione del governo e della sua maggioranza supera ormai ogni precedente. Non siamo quindi qui a dire che lo sbandamento della politica italiana dipenda tutto da un uomo solo: non da Berlusconi, naturalmente neanche da Umberto Bossi.
È però evidente a tutti – e nel Palazzo normale argomento di conversazione, senza però assumere dignità di discorso pubblico, per ragioni comprensibili – che il leader della Lega rappresenta ormai un problema a sé. Certo, lo è sempre stato, fin dalla prima sua apparizione sulla scena nazionale: ma per lunghi anni si trattava di un problema esclusivamente politico, complicato e anche affascinante considerando l’incredibile storia della sua creatura, la Lega nord.
Ora invece, a sette anni dall’ictus cerebrale che poteva essere un handicap definitivo, e invece venne energicamente affrontato e in gran parte vinto, Bossi aggiunge al nodo politico di una Lega in crisi di consensi e di politiche l’aggravante di una imprevedibilità e inaffidabilità personali che hanno radici nella patologia, non nel tatticismo di sempre.
Avrete notato che ormai nessuno reagisce, fra i molti che quotidianamente vengono colpiti dai sanguinosi e improvvisi insulti di Bossi, dalle sue pernacchie, dalle sue linguacce, dai suoi diti medi alzati, dalle sue sconcezze. È il comportamento tipico – e apprezzabile – di chi si rende conto di aver contro una persona che non ha tutto il controllo di sé. Non rispondi, fai finta di nulla, cerchi di evitare in un primo momento lo scontro, poi naturalmente da quel momento in poi anche l’incontro.
Ma se si può evitare lo scontro con Bossi, è impossibile evitare di incontrarlo. E quindi di dargli occasione di esternare, a modo suo.
Giorni fa avevamo chiesto su Europa, consapevoli del paradosso, che i giornalisti evitassero di porre domande all’instabile ministro delle riforme. Ma come si fa? Bossi – va detto con sincera ammirazione – è il perno della crisi politica italiana. È il protagonista dei vertici più ristretti (ma lì ora verrà informato proprio su tutto?). È il leader carismatico e insostituibile di un partito decisivo per la tenuta della maggioranza (dentro al quale si svolge però una lotta furiosa, e ormai molte cose accadono senza che Bossi le decida, le sappia o possa influenzarle). Infine, Bossi è l’uomo in difficoltà al quale si appoggia per non cadere l’altro uomo in affanno politico e personale: Berlusconi sa che non sopravviverebbe sulla scena un minuto di più del suo ex nemico, ora amico fraterno.
Intendiamoci, Bossi è tutt’altro che pazzo, o privo di capacità di intendere e volere. Casomai può darsi che i suoi deficit personali siano acuiti, causando esasperazione, dalla lucida comprensione della crisi della Lega, che è strategica e non tattica. L’ostinazione contro Tremonti sull’età pensionabile fa parte delle intuizioni del capo che sa cosa non può permettersi di fronte alla propria gente. Del resto, fu sulle pensioni che saltò nel 1994 la prima avventura comune di Bossi e Berlusconi.
Nella sua istintiva e quasi animalesca difesa della Lega, il Senatùr finisce però ogni giorno per travolgere qualcuno o qualcosa, in questo modo rivelando i giochi, i duelli e anche le paranoie che animano i vertici ristretti del centrodestra: ne vanno di mezzo da Draghi a Brunetta, dalla Bce a Napolitano, e ogni volta i dirigenti del Pdl devono ricucire, e ogni volta si ritrovano più deboli ed esposti di prima.
È chiaro che solo dentro la Lega, in quella fornace di passioni e ormai anche di odii e diffidenze, potrà risolversi in qualche modo il caso Bossi. I più disarmati in effetti sembrano proprio loro, i leghisti: come capita nelle famiglie nelle quali c’è un simile problema col capofamiglia. Se non altro un motivo in più per raccomandarsi, d’ora in poi, di non cedere più alla tentazione del partito personale.

da Europa Quotidiano 17.08.11

"Ma il 25 aprile non si può spostare", di Alessandro Pace

Era proprio necessario che tra le misure anti-crisi venisse previsto di spostare alla domenica successiva la celebrazione della sconfitta del fascismo, della nascita della Repubblica e di quel lavoro che la Costituzione pone a fondamento dell´Italia?
Mi chiedo ancora: Barack Obama o qualsiasi altro leader americano penserebbe mai, come misura anti-crisi, di poter spostare alla domenica successiva la celebrazione del “giorno dell´Indipendenza” (4 luglio) o “del giorno del Ringraziamento” (ultimo giovedì del mese di novembre)?
Non mi chiedo, invece, cosa succederebbe in Francia dinanzi alla solo ventilata idea di spostare la celebrazione della presa della Bastiglia al 16 o al 17 luglio. È infatti scontato che ciò determinerebbe una intransigente opposizione da destra come da sinistra, perché il 14 luglio è il “14 luglio”: una data e, insieme, un simbolo che sta alla Francia come il 25 aprile sta all´Italia. Identifica la precondizione storica della nascita, tra sangue e sofferenze, della Repubblica francese, così come senza il 25 aprile 1945, simbolo del riscatto italiano, non ci sarebbe mai stato il 2 giugno 1946.
Ebbene, gli americani e i francesi – per limitarmi ai soli esempi fatti – non acconsentirebbero mai allo spostamento di queste ricorrenze alla domenica successiva, perché hanno la consapevolezza di un fatto – ben noto, a livello teorico, a costituzionalisti e politologi -, e cioè che la celebrazione degli avvenimenti che hanno segnato la nascita e la storia del loro Paese (come anche la bandiera, l´inno nazionale ecc.) costituisce un permanente “fattore d´integrazione” dell´ordinamento statale, la cui sostanziale unità, pur nella diversità delle idee, è nell´interesse generale preservare. Ciò è tanto vero che il dare alle fiamme la bandiera nazionale fu riconosciuto legittima manifestazione del pensiero dalla Corte Suprema, in quanto metteva in discussione una data politica (la guerra in Vietnam), e non i valori della Costituzione federale.
È quindi ovvio che, per i cittadini italiani che hanno cara l´unità del nostro Paese, sia motivo di sofferenza (oltre che di dolore, nel ricordo di quanti hanno sacrificato la vita per quell´Unità) assistere al dileggio di quei simboli, impunemente manifestato (addirittura!) da rappresentanti del popolo con parole e gesti osceni. Ed è quindi altrettanto ovvio che anche la sola “mancanza di considerazione” di quelle date simboliche da parte dei nostri governanti, possa costituire, per i cittadini italiani orgogliosi di essere tali, motivo di indignata preoccupazione, soprattutto se si pone mente al fatto che quanti dileggiano quei simboli, prima di assumere gli incarichi di governo, hanno prestato giuramento sulla Costituzione (che quei valori presuppone e incorpora) dinanzi al Presidente della Repubblica, in quanto “rappresentante dell´unità nazionale” (art. 87 comma 1 Cost.).
Potrebbe bensì obiettarsi che, nell´era della globalizzazione, lo Stato-nazione è un po´ dappertutto in crisi, e con esso tutti quei simboli. Ma è in crisi – deve osservarsi – perché soggetto a ripensamento è il concetto di nazione a fronte delle pressioni multietniche, non è in crisi il concetto di Stato, il quale resta essenziale anche in un´ottica sopranazionale ed europea.
Fermo restando quanto fin qui osservato, è quindi solo per completezza che, in critica alla misura anti-crisi sopra ricordata, può aggiungersi che, anche dal punto di vista strettamente economico, il gioco non vale la candela, perché, come è stato subito osservato dalla Federalberghi, all´aumento della produttività conseguente allo spostamento delle feste, corrisponderà una analoga contrazione dei consumi.
Data la sostanziale inutilità, anche pratica, della misura, sorge allora il dubbio se, per individuarne la ragione giustificativa, non si debba fare il processo alle intenzioni dei nostri governanti. In questa ottica andrebbe perciò ricordato che taluni di loro hanno criticato la celebrazione della Resistenza, hanno prospettato la soppressione della festa del lavoro, hanno dileggiato la bandiera e l´inno della Repubblica e si sono opposti alla celebrazione del Centocinquantesimo anniversario dell´Unità d´Italia.
Per cui, alla luce di questi dati, ci si potrebbe chiedere se l´inserimento, tra le misure anti-crisi, della possibilità di spostare alla domenica successiva le tre feste civili non abbia costituito l´occasione – colta al volo da quei governanti che così si erano espressi – per sminuire l‘importanza simbolica di fatti storici che ai loro occhi non rappresentano dei “valori”, in contrasto con la stragrande maggioranza dei cittadini italiani.

La Repubblica 17.08.11

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“Il vero miracolo”, di Massimo Gramellini

La manovra del governo sposta alla domenica più vicina le solennità religiose non previste dal Concordato quando cadono in un giorno feriale. Ma l’arcidiocesi di Napoli si ribella ai dettami dello Stato italiano, di cui pure risulta far parte, dichiarando in una nota di non avere alcuna intenzione di anticipare di ventiquattr’ore il prossimo miracolo di San Gennaro, previsto in calendario per lunedì 19 settembre. La motivazione offerta è inoppugnabile: «Se si tratta di un evento non determinato da mano e da volontà dell’uomo, è evidente che non può essere spostato ad altra data».

A impuntarsi, secondo l’arcidiocesi, sarebbe dunque lo stesso Santo, in questo assai meno malleabile del suo collega milanese Ambrogio, che ha ceduto alle esigenze del debito pubblico senza neppure mandare un sms di protesta alla Cgil. Invece San Gennaro non vuol proprio saperne di liquefare il suo sangue in una mattinata festiva. Neppure l’ipotesi alternativa – compiere il miracolo di lunedì durante la pausa pranzo o alle nove di sera, in pieno «prime time», senza interferire con l’orario lavorativo dei fedeli – pare aver incontrato il gradimento dell’interessato.

Naturalmente nessuno mette in dubbio che l’arcidiocesi di Napoli abbia un collegamento preferenziale con San Gennaro e ne interpreti fedelmente il pensiero. Ma allora ci piacerebbe approfittare della linea diretta per conoscere l’opinione del Santo anche sui 4 miliardi annui di esenzioni fiscali di cui la Chiesa italiana continua a godere persino su residenze e attività estranee al culto. Che sia questo il vero miracolo?

La Stampa 17.08.11

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“Partigiani: «Non si può declassare il 25 aprile»”

A vedere cancellate le festività laiche, come il 25 aprile, per effetto della nuova manovra anti-crisi del governo, l’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, proprio non ci sta. La protesta ha toni duri e cresce sempre di più con il popolo del web che si schiera a fianco dei Partigiani le raccolte di firme on line che si moltiplicano. «Ancora una volta – dice l’Anpi – saremmo di fronte a una misura di scarsissima efficacia e poco corrispondente all’equità e alla ragionevolezza. Il provvedimento, guarda caso, riguarderebbe le uniche festività laiche già sopravvissute (25 aprile, 1 maggio, 2 giugno) dotate di grande significato storico e di notevole valenza politica e sociale». L’Anpi chiede con forza «un ripensamento che escluda misure di questo tipo». Per l’Anpi di Lucca «è falsa l’argomentazione di Tremonti, secondo cui ciò ‘accade a livello europeo’». «È possibile – chiede in tono provocatorio l’Anpi – pensare di togliere il 14 luglio ai francesi?».

IL TUO NO AL ‘DECLASSAMENTO’ DEL 25 APRILE: CLICCA QUI

“L’ANPI- si sottolinea – portatrice e sostenitrice dei valori che quelle festività rappresentano, non può che manifestare la propria, vivissima preoccupazione e chiedere con forza un ripensamento che escluda misure di questo genere, prevedendone altre che siano fornite di sicura e pacifica efficacia, non contrastino con valori storico-politici da tempo consolidati e soprattutto corrispondano a criteri di equità politica e sociale”.

«La manovra predisposta dal governo non solo è iniqua ma puzza di vecchia ideologia, di mai sopita voglia di regolare i conti con la Costituzione, con lo statuto dei lavoratori, persino con la memori storica a cominciare da quella relativa alle feste laiche e civili: il venticinque aprile, il primo maggio, il due giugno, declassificate a feste minori, quasi a significare l’avvio di una triste terza repubblica fondata sull’aumento delle disuguaglianze e sulla riduzione delle opportunità democratiche». Lo dicono in una nota Beppe Giulietti, portavoce Articolo 21, e Vincenzo Vita, senatore del Pd.

«Per tutte queste ragioni non solo aderiamo all’appello già lanciato dall’Anpi contro una decisione che aggiunge alla iniquità sociale anche l’oltraggio alla memoria e alla storia repubblicana. Da oggi – aggiungono – le firme saranno raccolte anche sul sito della associazione articolo 21 e sarà lanciata la campagna per arrivare, quanto prima, ad una grande manifestazione unitaria capace di contrastare il tentativo di colpire la Costituzione e di assestare un nuovo colpo letale al sistema dei diritti e delle garanzie, a partire da quelle per cittadini più deboli». I due esponenti del centrosinistra concludono: «Chi vuole davvero affrontare la crisi con responsabilità, dovrebbe almeno evitare di comportarsi come ‘un nano della politica e delle istituzioni’, per usare un termine spregiativo tanto caro ai giganti che ci governano…».

da www.unità.it

"Per la scuola nuovi interventi non solo per il personale (pensioni, tredicesime e TFR) ma anche attraverso la riduzione drastica dei trasferimenti agli enti locali" di Osvaldo Roman

I tagli alle Regioni e agli enti locali sono la parte più consistente della manovra e ovviamente non risparmiano la scuola. Il Decreto legge n. 138 lascia invariata la proroga fino al 31 dicembre 2014 delle vigenti disposizioni che limitano la crescita dei trattamenti economici anche accessori già stabilita nel DL. 98 tradotto nella legge n.111/11. Ancora nessuno ha spiegato cosa significhi però concretamente per il personale della scuola tale disposizione che inciderà anche nella attuazione del piano triennale delle nomine a tempo indeterminato. Per inciso vale la pena di segnalare che i trucchi governativi continuano perché chiamano precari anche quei docenti inidonei e gli Ata in mobilità, così dei 36 mila ATA da nominare in realtà i precari sono molti di meno.
Il nuovo decreto, in attesa dei conti riguardanti quel salasso, si limita a sfiorare il personale della scuola che rientra nelle norme che prevedono, a certe condizioni, la rateizzazione e della tredicesima mensilità. Il taglio dei fondi dei ministeri esclude la scuola e la ricerca ma include quello che rimane del MIUR e i relativi FAS. Il decreto non chiarisce se la misura della rateizzazione della tredicesima nel caso di non adempimento alle misure di razionalizzazione degli organici degli uffici ministeriali riguardi anche Insegnanti e ATA. Previsto anche lo slittamento delle pensioni di anzianità che potranno essere”godute al termine dell’anno scolastico successivo a quello di maturazione dei requisiti. Sono esclusi i soggetti che maturano i requisiti entro il 31 dicembre 2011. E’ previsto il rinvio, fino a 24, mesi del pagamento del TFR per chi va in pensione d’anzianità.

I tagli alle Regioni e agli enti locali sono la parte più consistente della manovra e ovviamente non risparmiano la scuola.
Come è già accaduto con il D.L. 98 la maggior parte degli organi di informazione ha omesso che i tagli dell’ultima manovra (DL. n, 138 del 23 agosto 2011) si aggiungono a quelli inferti dall’art. 14 della legge 122/2010 sottolineando prevalentemente che essi si sovrappongono, integrandoli per gli anni 2012 2013, a quelli che erano stati previsti dal medesimo DL 98 che li aveva estesi al 2014 e agli anni successivi. Ovviamente tale passaggio a regime dei tagli resta confermato!
E’ significativo al riguardo la singolare interpretazione che l’editorialista del Sole 24ore dedica, lunedì 15 agosto, nell’articolo di fondo dal significativo titolo “Il cerino finito in mano ai sindaci”, ai tagli agli enti locali. Per il giornale economico della Confindustria il decreto di ferragosto non conterrebbe il classico taglio dei trasferimenti statali ma “affiderebbe il contributo degli enti locali per l’aggiustamento dei conti pubblici al miglioramento dei saldi di indebitamento via patto di stabilità interno” .Si realizzerebbe così “una sorta di scambio tra Stato e Autonomie locali:da un lato un anticipo di un anno(e l’inasprimento) della stretta finanziaria sui bilanci locali, dall’altro l’attivazione…. dei margini di autonomia tributaria riconosciuti a Regioni e Comuni.” In realtà sia il decreto 98/11, art. 20 commi 2 e 3 sia l’art. 1, comma 8 del decreto 138/11 con le modifiche che questo apporta alle decorrenze che anticipano al 2012 le scadenze prima stabilite nel 2013,
confermano pienamente il taglio dei trasferimenti alle Regioni e agli enti locali introducendo solo le esenzioni per gli enti virtuosi che si scaricano, a parità di saldi, su quelli che tali virtuosità non riescono praticare. Inoltre è strano che questo giornale economico che il giorno prima aveva riportato il taglio complessivo derivante dal nuovo decreto non lo abbia sommato a quelli preesistenti. In fondo la tabellina che riportiamo di seguito non è difficile da compilare e parla di un taglio di 14,9 miliardi a regime rispetto ai trasferimenti erogati nel 2010.
Inizialmente si trattava di un taglio di 8,5 miliardi rispetto ai trasferimenti effettuati nel 2010 che avrebbe dovuto durare fino al 2013 per poi essere restituito, come prevedeva lo stesso art. 14della legge 122/10, alle Regioni e agli enti locali impegnati nel costruire il federalismo fiscale. Il comma 4 dell’art. 20 del D.L. 98/2011 ha invece aggiunto tali tagli, ai nuovi, fino agli anni 2014 e seguenti. Per sempre dunque e comunque fino all’entrata in vigore un nuovo patto di stabilità.
Si trattava già allora in sostanza di un taglio annuale strutturale dei trasferimenti finora garantiti agli enti locali di 14,9 miliardi di euro che decorreva dal 2014. La manovra lo anticipa al 2013 prevedendo per il 2012 un salto da 8,5 miliardi a 14,5.

In questo senso nella polemica insorta all’interno del centro-destra ha ragione Formigoni perché se si riducono i trasferimenti statali si riducono in uguale misura le possibilità di una loro fiscalizzazione e il federalismo fiscale va farsi friggere. Forse occorrerebbe leggere con maggiore attenzione quelle parti dei decreti sul federalismo fiscale che trattano dei fondi perequativi e del tetto che i trasferimenti statali costituiscono per la loro realizzazione da attuarsi, con quello che resta dei trasferimenti medesimi dopo la riduzione di quelli relativi alla funzioni di cui
vengono stabiliti i costi standard, e con quello che deriva dalla tassazione autonoma o trasferita agli enti locali. In altre parole,forse comprensibili al sindaco e alla casalinga
di Voghera: i tagli operati ai trasferimenti statali delle Regioni, dei Comuni e delle Province, nell’ambito delle manovre economiche attuate dal 2010 ad oggi per la riduzione della spesa pubblica, una volta divenuti strutturali, non sono fiscalizzabili nell’ambito dell’autonomia impositiva degli enti locali e delle Regioni. Calderoli, che di porcate se ne intende, può anche raccontare il contrario ai sindachi leghisti, ma Tremonti non può raccontarlo in Europa.
Infatti le nuove misure previste per il 2013, vengono confermate come taglio strutturale per gli anni 2014, 2015 e seguenti. Ad esse si affiancano per il 2012, un incremento di 6 miliardi, e un incremento di 3,2 miliardi per il 2013.

L’annualità di riferimento su cui operare i tagli resta sempre il 2010. Di queste somme una parte consistente era destinata a garantire servizi sociali per tutti i cittadini e anche per la funzione dell’istruzione che esercitano in base alla Costituzione. Regioni, Comuni e Province dovranno far fronte a tale situazione con nuove tasse e con nuove tariffe dei servizi. Se si considera che l’apporto delle Regioni e delle autonomie locali alla spesa complessiva per l’istruzione nel 2009 è stato di 9,486 miliardi su 54,648 miliardi pari al 17,35% si comprende facilmente che una parte consistente di tali 14,9 miliardi di tagli era destinata sostenere la funzione istruzione delle autonomie locali. Del resto la spesa per l’istruzione, che comprende anche quella delle autonomie locali, non deve ridursi secondo il DEF 2011 al 3,7% del PIL (una riduzione di circa 6 miliardi)? Ecco come si persegue, senza parlarne, in Parlamento e sulla stampa di informazione qualificata, tale tragico obiettivo.

da Scuola Oggi 17.08.11