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"La ricetta per uscire dalla crisi: una politica europea più forte", di David Sassoli

Un sistema internazionale governato dalle sole regole del mercato può avere gravi conseguenze sociali oltre che economiche. Per questo è importante completare la costruzione del progetto Ue. La lettura mattutina dei giornali non lascia scampo alla sgradevole sensazione di vivere alla giornata in un Paese che continua a perdere tempo. Ela sensazione è forte, sempre piu diffusa perché ci siamo accorti all’improvviso di vivere in un tempo in cui non c’è più tempo. Fino a ieri potevamo rinviare scelte e decisioni e così è stato. Potevamo farlo perche vivevamo di rendita, come i baroni dell’età feudale. Oggi ci accorgiamo che nel mondo globale di rendita non si vive più, che dall’altra parte del mondo si cresce a ritmi vertiginosi, che i Paesi in via di sviluppo che non abbiamo aiutato si stanno rivolgendo ad altri, che all’ordine del giorno non c’è piu la sopravvivenza di un sistema, ma l’avvento di un ordine mondiale che può fare a meno di noi. Di noi italiani, europei e statunitensi. Per la precisione, di quel miliardo di persone che vivono nel Nord sui sei miliardi e passa di cittadini che abitano il pianeta. Il Nord del mondo, insomma, sembra raccogliere quello che ha seminato. D’altronde, dimostriamo di avere paura di tutto: delle sfide dei grandi mercati, dei Paesi che chiedono democrazia, degli immigrati che vengono da noi e dovrebbero essere considerati una risorsa preziosa. Governare un grande Paese come l’Italia significa anche aiutarlo a definire quale può essere il suo contributo in quest’epoca di passaggio. «Stiamo uscendo dalla preistoria», come annunciava durante la prima mondializzazione Jean Jaurès alla fine del XIX secolo? È presto per dirlo. Di certo dobbiamo lasciarci alle spalle il passato, con tutte le dottrine ed i dogmi che credono di cristallizzare il tempo, il pensiero e la vita. La libera ed incessante circolazione finanziaria ci ha già cambiati e continuerà a farlo. E lo stesso vale per l’informatizzazione mondiale, cresciuta a dispetto dei nostri investimenti. Con che diritto potremmo dettare linee di condotta quando i paesi usciti dal sottoviluppo lo hanno fatto senza di noi e quelli che adesso vogliono uscirne hanno la possibilità di agganciarsi alle nuove economie senza chiedere nulla ad un Nord ancora prigioniero di mentalità coloniali? Il rapporto tra la Cina ed i Paesi africani è eloquente e sempre piu stretto. Da quelle parti l’Europa è fuorigioco, e lo stesso vale per gli Stati Uniti.
In altre epoche abbiamo governato le crisi dettando le nostre regole, oggi non possiamo più farlo. La crisi dobbiamo tamponarla certo, e per la nostra sopravvivenza si tratta della premessa ad ogni altro discorso. Ma senza riscoprire il valore dell’intelligenza e della speranza l’Europa dei governi non ce la farà.
Per l’Italia poi, è chiaro a tutti quanto l’attuale governo sia fuorigioco e senza punti di riferimento. Aver abbandonato l’Europa negli ultimi tre anni ha marginalizzato il nostro Paese. Quali amici abbiamo nel nostro Continente? Oltre agli interventi necessari ad affrontare la dura contingenza, c’è anche altro su cui impegnare il Paese. Per non restare con lo sguardo fisso al passato in uno stato di fatalità occorre rivolgere l’occhio verso un nuovo orizzonte. La dimensione globale non è più una scelta. Se la globalizzazione ha gia mandato in soffitta le politiche economiche nazionali, anche quelle “continentali” cominciano a risultare strette. Gli Usa ne sono l’esempio. Occorre partire, dunque, dalla consapevoleza che siamo pezzi sparsi in un mondo che ha bisogno di nuove regole.Unsistema internazionale e transnazionale, governato dalla sola legge del mercato può essere di estrema brutalità. Ecco perché ci sarebbe bisogno di più Europa e di quella riserva di valori – giustizia, uguaglianza, solidarieta, democrazia – in grado di offrire regole e umanità a governance globali. La finanza lasciata correre senza freni può escludere coloro che non sono competitivi. La globalizzazione senza governo, inoltre, rende fragili anche i legami sociali: l’estrema competitivita mette gli uni contro gli altri, gli svantaggiati contro gli avvantaggiati.
Incapace di alzare lo sguardo, abbiamo un governo che cerca solo di mettere toppe. E dopo, cosa ne sarà del nostro Paese? L’Italia è da rifare. Basta guardarla da vicino o da lontano per capire quanto la sua struttura sia arrugginita. Burocrazia, sanità, giustizia, istruzione, ricerca, infrastrutture sembrano i capitoli di un libro che i processi di globalizzazione giudicano ancora più ammuffiti.
Dal “piccolo” al “grande” serve mutare ottica. E dobbiamo riprendere anche a fidarci degli altri se vogliamo uscire dalla spirale di paura che ci paralizza. Un esempio: il Mediterraneo è il nostro spazio vitale. Qual è il contributo italiano? Avremmo avuto bisogno di attività diplomatiche di alto profilo per accompagnare le rivoluzioni arabe, ma nulla è stato fatto. Uno sviluppo mondiale integrato, per non restare marginalizzati deve partire da ciò che è nelle nostre possibilità. Se le risorse della natura sono ormai limitate servono piani di spartizione che non possono prescindere da una ripartizione della miseria. Altrimenti continuerebbe il “tutti contro tutti” e il “tutti contro di noi”.
Forzare il destino e inventare una società che grazie a tutti possa battere le forze della sventura: oggi è ragionevole pensarla, quella società, forse anche grazie alla crisi. È la scommessa della nostra generazione e possiamo anche vincerla.

*Presidente Delegazione Pd Parlamento Europeo

www.unita.it

"La regola d'ora di Angela e Nicolas", di Bernardo Valli

Nella civiltà delle immagini quest´ultime contano spesso più delle parole. Questo non significa che il vertice franco-tedesco sia stato una semplice rappresentazione, sul genere teatrale. Né una banale opera di comunicazione. A conclusione dell´incontro, durante i lunghi interventi esplicativi di Angela Merkel e di Nicolas Sarkozy, si è avuta la netta impressione che la Francia avesse adottato una cadenza tedesca, e che il suo gagliardo presidente suggerisse quel passo al resto dell´Europa, sotto lo sguardo sorridente, rassicurante della Cancelliera.

Non contavano soltanto le immagini. Una delle proposte era l´adozione della «regola d´oro», vale a dire l´equilibrio budgetario da applicare prima della prossima estate. Si tratta di un principio, già inserito (anche se non ancora entrato in vigore) nella magna charta tedesca, che per molti paesi dell´eurozona, abituati da sempre a cronici deficit di bilancio, equivale a una brutale cura di disintossicazione. Su questo terreno l´Italia è servita da cavia, poiché al nostro governo è già stata ordinata la cura. Ma questo è il prezzo da pagare per salvare l´euro, che per Angela Merkel «resta il nostro avvenire».
Qualcosa di concreto è dunque uscito dal vertice franco-tedesco. Ed anche di controverso poiché le opposizioni non accetteranno tanto facilmente la riforma costituzionale della «regola d´oro». È tuttavia significativo che quando Angela Merkel e Nicolas Sarkozy sono apparsi, a tratti sorridenti, lanciandosi protocollari occhiate cordiali, a tratti con il piglio che si addice agli uomini di governo nei momenti decisivi, le quotazioni dell´euro sono salite. Sono salite con uno scatto atletico rispetto a quelle del dollaro, cancellando le perdite della mattina.
Una mattina rabbuiata dai pessimi dati sulla crescita economica nel secondo trimestre, specie in Germania. La scalata dell´euro ha avuto momenti miracolosi, mentre il Presidente francese leggeva quel che lui e la Cancelliera tedesca avevano appena concordato. Ma a conclusione della conferenza stampa, quando gli operatori hanno via via digerito i dettagli delle misure annunciate, l´euro, che si era ringalluzzito in quell´ora di gloria purtroppo effimera, è ricaduto a una quota inferiore a quella di lunedì sera. È come se un pallone troppo gonfiato si afflosciasse. Non troppo. Ma in modo significativo: da 1,4472 la nostra moneta unica è scesa a 1,4418. E là l´abbiamo lasciata.
La cadenza tedesca assunta da Nicolas Sarkozy va messa alla prova. Deve essere analizzata. La stessa «regola d´oro» viene affidata alla buona volontà dei paesi dell´eurozona. Meglio alla loro rispettabilità. Inserirla nella Costituzione non significa farne una regola assoluta. Non sono pochi i principi costituzionali violati o non applicati.
Oltre ad avere un valore morale, l´esortazione alla convergenza budgetaria tra Stati Europei può rappresentare comunque un importante passo avanti nel processo di integrazione. Ed è soltanto a conclusione di questo processo che potranno irrompere sulla ribalta finanziaria europea gli eurobond. I quali ieri sono rimasti tra le quinte, auspicati dagli uni e deprecati dagli altri.
Anche su questo terreno Nicolas Sarkozy ha dovuto allinearsi sulle posizioni tedesche. Gli eurobond erano i protagonisti assenti del vertice. Protagonisti perché al centro di animati dibattiti in Germania, e richiesti a gran voce in Francia; e tuttavia assenti dall´agenda perché se Angela Merkel avesse accettato di discuterne con Nicolas Sarkozy, avrebbe rischiato di non ritrovare il suo governo, al ritorno a Berlino. I liberali, membri della coalizione con i cristiano-democratici, minacciano da tempo le dimissioni nel caso venissero create quelle obbligazioni, destinate a condividere, del tutto o parzialmente, tra tutti gli Stati, il rischio sovrano. L´argomento è tuttavia affiorato durante la conferenza stampa, e Angela Merkel si è affrettata a spiegare che gli eurobond non rappresentano un elisir miracoloso capace di eliminare tutti i pericoli. Nicolas Sarkozy si è accodato alla Cancelliera spiegando che prima di arrivare a un lancio degli eurobond bisogna creare gli strumenti necessari per disciplinarne gli effetti. I quali potrebbero essere seriamente sfavorevoli ai paesi virtuosi, che si vedrebbero accollati i debiti dei paesi meno virtuosi.
Però il tabù è crollato. Nelle ore precedenti al vertice parigino, il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha ribadito la sua opposizione agli eurobond, lasciando tuttavia intendere che essi saranno realizzabili quando le politiche fiscali saranno armonizzate.
Quindi il suo veto non è definitivo, come non lo è quello di Peter Altmater, capo del gruppo parlamentare cristiano democratico al Bundestag, che limita la sua opposizione al futuro scrutabile.
Mentre Sigmar Gabriel, presidente del partito socialdemocratico, giudica gli eurobond una «necessità urgente». E sulla stessa posizione è gran parte del mondo industriale. In particolare quello che esporta i suoi prodotti. Gli umori d´oltre Reno pesavano nel palazzo dell´Eliseo. Erano ben presenti nelle parole di Nicolas Sarkozy, quando ha spiegato con insistenza la necessità di accelerare il processo di integrazione, a conclusione del quale potranno essere lanciati gli eurobond, rivelatori di una compiuta e disciplinata solidarietà. Da qui la necessità di una governance europea credibile. La proposta di Francia e Germania di creare «un governo economico della zona euro «risponde a quella esigenza? Credo che la nostra moneta unica si sia afflosciata, sia pur leggermente, quando è stato chiarito in che cosa consisterebbe il «governo economico» suggerito con enfasi, quasi teatrale, da Angela Merkel e da Nicolas Sarkozy.
Esso sarebbe costituito da un consiglio di capi di Stato e di governo, dovrebbe riunirsi due volte all´anno, e avrebbe alla testa un presidente eletto per due anni e mezzo. Il nome di Herman Van Rompuy, attuale pallido presidente del Consiglio europeo, è stato fatto come primo responsabile della nuova istituzione. Nell´Unione europea i consigli si sovrappongono come i mattoni di un edificio mai ultimato. La prima pietra dell´auspicata governance non suscita entusiasmo. Più concreta, anche se ancora imprecisa, è la proposta di una tassa sulle transazioni finanziarie, destinata a pesare con moderazione sui movimenti internazionali di capitali. Berlino e Parigi si propongono inoltre, entro il 2012, di creare un´imposta comune sulle società francesi e tedesche. Ci si aspettava un aumento del fondo di soccorso agli Stati in difficoltà, ma Angela Merkel ha ritenuto sufficiente quello esistente. E Nicolas Sarkozy si è adeguato.

“Un governo per salvare l´euro” Parigi e Berlino dettano le regole

Summit Merkel-Sarkozy: no agli eurobond, tassa sulla finanza

Il vertice

Proposte regole vincolanti sul debito da inserire nella Costituzione dei Paesi Ue

ANAIS GINORI
DAL NOSTRO INVIATO
PARIGI – Toni solenni, gesti cordiali, sorrisi d´intesa, e soprattutto un pacchetto di proposte comuni. I due guardiani dell´euro Angela Merkel e Nicolas Sarkozy si mostrano uniti più che mai, nella speranza di riconquistare la fiducia dei mercati. Con la crisi dei debiti sovrani che ha colpito il cuore dell´Europa, l´asse franco-tedesco è obbligato a rinsaldarsi. «Ribadiamo la nostra assoluta determinazione a difendere l´euro» ha detto il presidente francese nell´atteso vertice all´Eliseo, mentre la cancelliera tedesca, spesso attaccata per le sue posizioni poco solidali, ha ribadito con slancio: «L´euro è il nostro futuro e la base del nostro benessere».
Ma il tempo stringe. Già oggi Merkel e Sarkozy invieranno una lettera al presidente del Consiglio europeo, Herman van Rompuy, per avviare una discussione su una serie di misure definite “urgenti”: la creazione di un governo dell´Eurozona, guidato da Van Rompuy, la tassazione delle transazioni finanziarie, l´introduzione della “regola d´oro” per l´equilibrio dei bilanci. Sulle riforme più impegnative, però, hanno prevalso le perplessità di Berlino. Niente varo degli eurobond, né rafforzamento del Fondo Salva-Stati creato il 21 luglio scorso. Sarkozy, che si è allineato alla posizione della Germania, ha giudicato infatti «sufficienti» gli attuali 440 miliardi di euro in dotazione al Fondo incaricato di aiutare i paesi in difficoltà dell´Eurozona. Bocciate anche le obbligazioni europee, reclamate da alcuni governi, compreso quello italiano. «Nella situazione in cui ci troviamo oggi non sono la soluzione» ha detto la Merkel. Germania e Francia, ha aggiunto Sarkozy, non possono garantire il debito di tutti senza averne il controllo. «Questo andrebbe a minare la credibilità dei nostri paesi e metterebbe a rischio la zona euro» ha spiegato il presidente francese, convinto che gli eurobond rappresentino la fine e non l´inizio del nuovo processo di integrazione economica battezzato ieri.
Parigi e Berlino propongono invece «un vero governo economico» e regole vincolanti su debito e deficit da inserire al più presto nella Costituzione di ciascuno dei 17 paesi membri. Al nuovo Eurocouncil parteciperanno i capi di Stato e di governo. L´organismo, che dovrebbe essere una cabina di pilotaggio con compiti di vigilanza sull´applicazione del rigore finanziario, dovrebbe riunirsi due volte all´anno ed eleggere «un presidente stabile» per un periodo di 30 mesi. Il primo nome che è stato fatto per ricoprire questa carica è quello di Van Rompuy.
Sul fronte della gestione dei conti pubblici, Francia e Germania chiedono invece di inserire nella Costituzione di tutti i paesi dell´Eurozona un vincolo che obblighi a raggiungere il pareggio di bilancio. Un dispositivo che già esiste in Germania, mentre in Francia, e anche in Italia, se ne comincia a discutere. L´auspicio, hanno sottolineato Merkel e Sarkozy, è che ciò avvenga entro l´estate del prossimo anno. «L´unione monetaria non implica solo diritti, ma anche “impegni” e “rispetto di regole», ha sottolineato il presidente francese, citando gli sforzi finanziari di Italia e Spagna come «decisioni molto importanti per la credibilità della zona euro».
Infine, la proposta di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie. Un´idea fissa di Nicolas Sarkozy, che ha voluto fosse inserita tra i punti dell´agenda per la presidenza francese del G20. All´affollata conferenza stampa, è seguita una cena di lavoro tra Sarkozy e Merkel per definire meglio il cammino del piano franco-tedesco per salvare l´euro. Potrebbe non bastare. Ma i tempi della politica, ripetevano ancora ieri i consiglieri dell´Eliseo, non sono quelli dei mercati.

La Repubblica 17.08.11

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“Due leader scappati su Marte”, di Carlo Bastasin

Visto con l’occhio dei mercati, l’atteso summit tra Merkel e Sarkozy si è svolto ieri su Marte, mentre sul pianeta Terra infuriava una grave crisi finanziaria e calava una stagnazione economica. I leader di Francia e Germania non hanno promosso il rafforzamento del fondo di stabilità finanziaria e hanno rinviato a fine crisi l’eventuale adozione degli eurobond. Hanno usato una retorica rotonda sull’integrazione futura, ma hanno chiuso occhi e orecchie sui problemi di oggi.

La debolezza della Francia, che rischia di perdere la tripla A, ha schiacciato la posizione di Sarkozy su quella minimalista della Merkel. L’unico risultato rilevante per la crisi attuale è stato che la cancelliera ha offerto una sponda a Sarkozy il cui obiettivo è evitare la sensazione di una distanza tra i due paesi, per non isolare la fragilità fiscale francese. Anche l’interessante progetto di una comune imposizione sulle imprese francesi e tedesche serve soprattutto a rafforzare l’immagine di uno spazio economico unico attraverso il Reno.

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Le proposte avanzate ieri sono suggestive ma poco concrete. Quella di un “governo economico europeo” si riduce a incontri mensili tra gli “Heads”, i capi di Stato e di governo dei 17 che di fatto si riuniscono quasi mensilmente già da tre anni. L’idea di un’autorità tecnica e sopranazionale, come la Commissione, a capo delle scelte comuni è stata respinta.

La “regola d’oro”, cioè la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, è un sostituto purtroppo rozzo della credibilità politica. In questo quadro di salvaguardia delle prerogative nazionali sarà da vedere come verrà realizzata la tassazione delle transazioni finanziarie, un’iniziativa in sé interessante, ma su cui pesano incognite pratiche e forti interessi nazionali.

È sorprendente che un messaggio di generica ambizione sia venuto a poche ore dagli sconfortanti dati sulla stagnazione dei due paesi nel secondo trimestre dell’anno. L’arresto delle economie tedesca e francese è un riflesso della debolezza globale, ma anche dell’interdipendenza dei cicli economici in Europa. Rivela che è forse una finzione separare paesi deboli e paesi forti quando si condivide l’appartenenza alla stessa moneta e, come conseguenza, a una stessa realtà politica. La preoccupata astinenza dei consumatori tedeschi e degli investitori francesi è in parte conseguenza dell’incertezza prodotta dalla crisi nell’euro area. Non a caso la congiuntura è peggiorata in tutti i paesi a tripla A. Quale stabilità di reddito è garantita al contribuente tedesco dal pareggio di bilancio tra qualche anno se da una settimana all’altra può essere chiamato a salvare il governo greco o addirittura quello italiano? Quale rendimento deve avere un investimento in Francia, se il credito delle banche si ferma di colpo e i costi di finanziamento aumentano da un giorno all’altro?

Vista in questa luce, la lentezza della risposta europea è un fattore della stagnazione attuale. A sua volta il rallentamento delle economie aggrava la crisi: rende più difficili le politiche di austerità dei paesi indebitati e in ragione di ciò aumenta l’incertezza sul futuro dell’euro area.

Per uscire da questo circolo vizioso sarebbe necessario avere la famosa botte piena – una credibile disciplina di bilancio nel medio-lungo termine – e la moglie almeno alticcia – un po’ di stimolo economico subito per uscire dalla stagnazione.

Purtroppo le risposte convenzionali non sono disponibili: la Banca centrale europea dovrebbe fare un’inversione a U della propria politica di normalizzazione dei tassi (per altro già sospesa), la quale però rende politicamente accettabile l’interventismo con cui la Bce conduce le operazioni straordinarie di acquisto dei titoli pubblici dei paesi in crisi. Quanto a una politica fiscale di stimolo, oltre ad avere tempi lunghi ed effetti incerti, rischia di essere controproducente se condotta proprio nel mezzo di una crisi del debito.

Esiste una risorsa istituzionale in grado di offrire un allentamento rapido della tenaglia fiscale e al tempo stesso una disciplina di lungo periodo. Ma nella conferenza stampa di ieri Merkel e Sarkozy l’hanno allontanata. Si tratta della ricetta avanzata nel 2010 dal think tank Bruegel di emissione di bond comuni europei in corrispondenza però solo di una quota dei debiti pubblici nazionali. La proposta originaria, diversa da quella degli eurobonds, prevedeva titoli comuni europei fino al limite del 60% del debito pubblico di ogni paese.

Si trattava di una quota troppo elevata inizialmente. Sarebbe oggi più logico proporre un limite più basso, pari al 30-40% del pil. Questi bonds a tripla A ridurrebbero l’onere a carico di tutti i paesi indebitati e darebbero quindi subito uno stimolo alle economie. Rappresenterebbero inoltre un segno di determinazione politica comune che disperderebbe l’incertezza sulla tenuta dell’euro. Manterrebbero infine la disciplina sul lungo termine sui paesi indebitati che continuerebbero a pagare tassi elevati sul resto del loro debito e avrebbero un incentivo a portarlo verso la soglia dei nuovi bonds. Partire da una soglia bassa come il 30% consentirebbe di mettere in moto un meccanismo-calamita di incentivo e di integrazione: tanto maggiori fossero i miglioramenti fiscali e tanto più potrebbe essere alzata la soglia dei bond comuni in rapporto al pil, fino all’obiettivo massimo del 60%. Con questa formula le obiezioni tedesche cadrebbero. Se la Bundesbank calcola che convertire l’intero debito europeo in eurobonds costerebbe alla Germania 7 miliardi di euro all’anno in termini di più costoso servizio del debito tedesco (i tassi medi aumenterebbero), con una soglia di partenza bassa, il livello dei tassi tedeschi potrebbe addirittura diminuire grazie all’effetto liquidità dei nuovi bond e alla maggior certezza sul futuro dell’euro area.

da www.ilsole24ore.it

"Mostrateci quella lettera", di Barbara Spinelli

C’è stato un uso molto improprio, della lettera che la Banca centrale europea ha inviato al governo italiano, la mattina del 5 agosto, per arginare la formidabile inconsistenza del discorso tenuto da Berlusconi il giorno prima in Parlamento. Qualcuno ha deciso di far trapelare notizie sulla missiva, e volutamente ha corso il rischio di trasformare l´Italia in un paese sotto tutela, che da solo non sa e non vuole prendere decisioni impopolari.
Questo qualcuno è Palazzo Chigi, la fuga di notizie parte da qui, e anche la leggenda dell´Italia commissariata ha avuto evidentemente il suo avallo. Non tiene neanche un minuto la scusa del governo, secondo cui non spetta al destinatario ma al mittente pubblicare le lettere. Qui non si tratta di un´epistola privata, ma di un messaggio agli italiani tutti.
Non è stato dunque Trichet ma Berlusconi a trasformare il carteggio in qualcosa di torbido. Faceva parte dei suoi calcoli la natura non trasparente, dunque non discutibile, che esso ha assunto. Solo così poteva nascere la leggenda del commissariamento: dall´alto dell´Olimpo di Francoforte era sceso – perentorio, inoppugnabile, violento perché inaspettato – il responso cui toccava assoggettarsi anche se il cuore «grondava sangue». Siamo vassalli (servi, in latino), ma esser vassalli ha i suoi vantaggi: consente di scaricare ogni responsabilità sull´imperatore lontano, senza compromettersi. L´imperatore è una potenza arcana, non meno oscura dei mercati: oggi gli ubbidiamo ma domani chissà, l´arbitrio non può durare indefinitamente.
Tanto oscuro e lontano è il responso che il pronunciamento s´apparenta a mania folle, come accade agli oracoli divini. Per questo è conveniente che si sappia della lettera ma che nessuno la legga, anche se essa contiene passaggi dettagliati che riguardano ciascuno di noi. Per esempio, pare che i firmatari (Trichet e Draghi, per la Banca d´Italia) raccomandino misure che il governo per ora respinge, come l´aumento dell´Iva o la revisione profonda delle pensioni di invalidità. E che la crescita non sia affatto trascurata (sblocco consigliato di 15 miliardi di investimenti per le infrastrutture dei concessionari di opere pubbliche).
Certo, le cose potevano andare in altro modo e non è detto che la trasparenza sia utile sempre, specie nel mezzo di una crisi finanziaria. La Banca centrale scrive spesso lettere analoghe, a doppia firma di Trichet e del Governatore della Banca centrale del paese destinatario: alla Grecia, all´Irlanda, al Portogallo, a Cipro, alla Spagna, oltre che all´Italia. Le missive sono confidenziali, per non eccitare i mercati e rispettare i governi. Ben altro è successo da noi, ed è la fisionomia ibrida del carteggio (riservato e non) che rende il suo uso improprio e anche scandaloso. Una lettera di tal genere, che incide così profondamente sulla vita degli italiani, o è segreta dall´inizio o va diramata e letta, pena l´umiliazione. Una volta che c´è stata fuga di notizie, il suo carattere muta. Diventa una lettera indirizzata a ciascuno di noi: governo e opposizione; industriali, sindacati, giornalisti e lettori.
Si chiedono sacrifici rilevanti, che toccano le presenti e future generazioni. Si formulano suggerimenti sul da fare. Se i governanti hanno in poche ore cambiato rotta, tramutandosi nei burattini e zombi eterodiretti descritti da Scalfari nell´editoriale del 7 agosto, questo non significa che tutti dobbiamo essere zombi imbambolati. Pubblicare la lettera non è questione di forma ma di dignità: la nostra.
La trasparenza, dopo la fuga di notizie, è obbligo democratico. È dovuta a noi e alla Banca centrale, che sta agendo in supplenza di un governo europeo purtroppo inesistente (così come il Quirinale agisce colmando l´assenza di governo a Roma). Dobbiamo capire che il vuoto di potere politico non è un bene, in Europa, e alla lunga minaccia l´indipendenza stessa della Banca centrale. Dobbiamo anche poter contestare le linee di Francoforte, perché chi ha detto che Trichet abbia ragione su tutto? Se il continente è malato di populismo è perché la democrazia rappresentativa è guasta: sempre più decisioni sono prese non da rappresentanti eletti ma da tecnici che non rispondono a un governo sovranazionale. A Berlusconi farà comodo; all´Italia e all´Europa no.
Visto che l´Euro è un´unione non solo monetaria ma già politica, dev´essere chiaro che delle iniziative comunitarie si deve poter discutere, tra cittadini e politici. Quando nascerà, altrimenti, l´agorà europea, la pubblica piazza dove i popoli di Eurolandia si parlano e si esaminano l´un altro?
L´ingerenza della Banca centrale è benvenuta. Non è equiparabile al parere di Stati che in passato rifiutarono per se stessi l´intromissione (Germania e Francia, nel 2003). Gli occhi italiani si son dovuti aprire a forza, perché Trichet e Draghi sono stati ultimativi: non vi aiuteremo se non vi correggete subito, senza più rinvii. Quel che ha detto Tremonti l´11 agosto davanti alle Commissioni di Affari costituzionali e Bilancio della Camera e del Senato («La crisi ha preso un corso diverso, non ancora finito e non ancora prevedibile») è falso. La verità l´aveva a disposizione, se avesse voluto.
Contrariamente a quel che si crede, il commissariamento non è una perdita di sovranità. È un´autodisciplina che esercitiamo attraverso la Banca centrale, non imposta da fuori. Un´autodisciplina resa possibile da Stati forti, democrazie solide, non da istituzioni invertebrate. Per questo grazie all´Europa gli Stati recuperano la sovranità perduta. L´Italia ha una missione grande, davanti a sé. Spetta a noi (governi, cittadini più o meno influenti) vedere che c´è un nesso fra democrazia plurale, economia, stabilità sociale. Che c´è un nesso tra opinione bene informata e disponibilità ai sacrifici. Che restaurare la legalità è compito prioritario, in un paese dove il Sud è paralizzato economicamente dalle mafie. Il fatto che la manovra abolisca uno strumento che controlla il tragitto dei rifiuti dai cassonetti ai centri di smaltimento (il Sistri, Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti ) è assai sospetto: speriamo che il ministro Prestigiacomo abolisca questo regalo alle mafie.
C´è una frase che non si può più dire ed è: «Non c´è alternativa». La pronunciò Margaret Thatcher, e anni dopo si rivelò un inganno. Usare la lettera come oggetto anfibio (pubblico e non pubblico) è una colpa, perché permette ai governi e alle opposizioni di dire: «È l´Europa che dispone, io mi piego ma il mio cuore gronda sangue». Non è vero che altre strade sono precluse. È l´assenza di alternative, di libera discussione, che suscita sommosse popolari e risposte populiste
Uno studio condotto a Londra dal Centro di ricerca sulla politica economica (Cepr) sul rapporto austerità e tumulti-proteste popolari, mostra che il popolo si rivolta contro i tagli indiscriminati di servizi pubblici, ma non rigetta l´aumento di tasse. Lo studio, citato su questo giornale da Tito Boeri, copre gli anni 1919-2009. Non solo: il buon funzionamento di democrazia e stampa facilita la stabilità sociale, quando la spesa pubblica scende troppo. Gli esecutivi «non sottoposti a controlli severi» (il sogno di Berlusconi) accrescono l´instabilità. Una forte penetrazione dei media è di aiuto: più informata, la gente discute; non rompe vetrine come in Inghilterra.
Altre cose i governi possono fare, per riconquistare margini di manovra. Possono favorire crescita, equità. La Germania, ad esempio, ha fatto scelte fondamentali sulle energie alternative sin dal 2000. In pieno rigore, non ha ridotto gli investimenti nella ricerca ma li ha spettacolarmente aumentati (per il 2012 del 10 per cento, toccando la cifra record di 12, 8 miliardi di euro). Non è vero che si può solo tagliare alla maniera di Tremonti, proteggendo ricchi ed evasori. Dovremo crescere meno in Occidente, ma potremo farlo diversamente se capiremo che si cresce non solo consumando, ma esportando verso le economie emergenti. È la via che Berlino segue da anni. Non ha cominciato perché spinta dall´isteria dei mercati, e per questo oggi riesce nell´impossibile: ridurre la crescita, ma salvando occupazione e stato sociale.

La Repubblica 1708.11

"Tema: vacanze in crisi e last minute a Ostia", di Francesca Fornario

Tema: «Le mie vacanze». Svolgimento: Mamma ha detto che quest’anno facevamo le vacanze Last Minute perché va di moda e si risparmia. Abbiamo avuto una fortuna incredibile perché la meta più economica era Ostia, che è dove abito. Così, per risparmiare, abbiamo deciso di non partire proprio, ma per essere alla moda lo abbiamo deciso all’ultimo minuto. Per fortuna qui a Ostia c’è il mare. Me lo ha detto il mio compagno di classe Mohammed che suo papà lavora allo stabilimento balneare e il mare lo ha visto e dice che è larghissimo e marroncino e che se prendi una conchiglia e l’avvicini all’orecchio senti il rumore di un Suv 3000 turbodisel. Noi al mare non ci andiamo perché per affittare la sdraio e l’ombrellone bisogna chiedere il mutuo alla banca e per ottenere il mutuo, che poi sarebbe un prestito, bisogna avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato cioè un sacco di soldi. In pratica la banca è come un ristorante dove fanno entrare solo quelli che hanno già mangiato.

A proposito di ristorante, siccome siamo in vacanza, mamma ha detto che al ristorante potevamo andarci anche noi. Per risparmiare, ha cercato su internet un ristorante low cost e ne ha trovato uno favoloso al centro di Roma che costava così poco che potevamo permettercelo anche noi, ma non ci hanno fatto entrare perché quando mamma ha detto di essere un senatore della Repubblica non le hanno creduto. Allora mamma ha letto il menù e ha detto che anche lei poteva prepararci dei piatti così sofisticati perché bastava tradurre le cose che mangiamo tutti i giorni in politichese, e così ha sfornato un delizioso timballo di tonno in crosta di latta con contorno di vapore al vapore e una cruditè di prociutto crudo in sfoglia di cellophane, il tutto innaffiato da un cocktail analcolico con due parti di idrogeno e una di ossigeno.

Al pomeriggio guardiamo la tv, anche se l’estate ci sono solo repliche. In genere guardiamo prima la replica di StarTrek e poi la replica del Tg4: danno sempre quella puntata dove c’è Berlusconi che è perseguitato dai giudici ma alla fine vince. Mia mamma, invece, preferisce leggere il giornale perché non è un’amante della fantascienza. Il giornale diceva che i soldati italiani sono andati in Afghanistan e hanno pagato i nemici per non farsi sparare. Mia mamma mi ha spiegato che non siamo andati in Afghanistan per fare la guerra, siamo andati in Afghanistan per esportare la corruzione, perché quello è un paese che si sta formando adesso e che ha bisogno di tutto, e noi di corruzione ne produciamo così tanta che possiamo esportarla in tutto il mondo.

Un altro tipico intrattenimento del luogo è costruire castelli sulla spiaggia in riva al mare, ma io non posso perché ho il secchiello e la paletta ma non ho la ruspa. Hanno costruito così tanti castelli in riva al mare che il mare non si vede più. Il più bravo di tutti è il signor Er Banconota, che ha costruito un castello di sedici piani con 160 stanze. In ogni stanza c’è la vasca idromassaggio, la sala bingo e l’eliporto. Er Banconota imprecava contro il governo di Berlusconi perché dice che gli faceva fare il condono solo se il castello non deturpava il paesaggio, e così Er Banconota ha dovuto costruire il castello a forma di sedere di Aida Yespica.

Stasera andiamo alla gara di rutti dell’Estate Romana: per fortuna c’è un ricco cartellone di eventi culturali gratuiti come l’elezione di Miss Menopausa in perizoma, la caccia al Rom, il campionato provinciale di videopoker truccato, l’autoscontro sull’area pedonale e il tiro al bersaglio tra clan per il controllo delle estorsioni, un’antichissima disciplina che secondo Er Banconota sarà presto riconosciuta dal Coni e ammessa alle Olimpiadi di Londra del 2012. Mamma mi ha spiegato che quest’anno bisogna fare sacrifici perché è caduta la borsa e tanti rischiano di perdere il lavoro. Bisogna stare attenti a non fare cadere la Borsa, perché anche Said, che vende le finte finte-borse-di-Prada, ha perso il lavoro quando la borsa gli è caduta su un piede mentre lo inseguivano i vigili.

Credo che la crisi sia cominciata in quel momento, perché quando cade una borsa piena di borse le ripercussioni negative sui mercati si moltiplicano. Anche mamma, a causa della crisi, ha perso il lavoro, ma per fortuna c’è mamma che porta a casa lo stipendio. Mamma dice che così siamo nella media, perché a sud lavora una donna su due. Io allora penso di essere molto fortunato ad avere due mamme, perché se ce ne avevo una sola magari era una di quelle senza lavoro. Mamma e mamma si vorrebbero sposare ma non possono perché un signore con la gonna, la collana e l’anello che vive in una grande casa con altri cento signori con la gonna dice che è contro natura, e che il riconoscimento delle coppie di fatto rappresenterebbe un attacco alla famiglia naturale fondata sulle corna. Mamma allora ha detto quando sono finite le vacanze partiamo. Compriamo su internet un biglietto low cost per la Danimarca. Di sola andata.

L’Unità 15.08.11

"Bossi di lotta e di governo. Offende Brunetta", da www.unita.it

Lega di lotta con la base e di governo a Palazzo Chigi. Umberto Bossi deve tenere tranquilli gli elettori della Lega dopo la manovra bis: diversi leghisti, la famosa base, non approvano i tagli così come sono stati adottati, ci sono sindaci che parlano esplicitamente di “nefandezza” (Zorzo, nel padovano), quello di Varese paventa la chiusura dei Comuni. Calderoli ha dichiarato nei giorni scorsi che chi non seque la linea è fuori dal Carroccio. Allora nel comizio di Ferragosto il leader della Lega Umberto Bossi corre ai ripari. E intanto – per dar l’immagine dei ministri leghisti paladini dei cittadini lontani (in apparenza) dal “palazzo”, rende pubblico lo scontro nell’ultimo Consiglio dei ministri, in particolare sul capitolo pensioni, che la Lega vuole difendere, arrivando a offendere un collega di governo con termini pesanti, inqualificabili. «Abbiamo litigato tutto il giorno. Prima del Consiglio dei ministri e durante il Consiglio. Col ministro Brunetta per poco non passiamo alle vie di fatto. Brunetta, nano di Venezia, non romperci i coglioni».

Bossi deve insomma tenere buona la base. «Stiamo attenti, trattiamo se c’è qualcosa di meglio. Stiamo attenti che aumenta tutta la roba e a quel punto il governo è nei pasticci, perché passerebbe per un governo che taglia le pensioni e aumenta i prezzi», dice nella notte ai giornalisti all’hotel Mirella di Ponte di Legno, valutando l’ipotesi di un aumento dell’Iva nella manovra anticrisi. «Non so se quella roba lì serve a rilanciare l’economia ne parleremo meglio con Tremonti quando lo vedo». Il quale ministro per Bossi resterà al suo posto. Un cronista chiede se il titolare dell’economia a settembre chiude. «È miopia. Non hai capito un c. Tremonti non salta», replica il Senatùr. E sulle comunicazioni di Tremonti alle Commissioni parlamentari di giovedì scorso, che Bossi ha definito «fumose», il leader della Lega prova a spiegare: «Io non avevo capito. Io non avrei fatto quella riunione per fare una passerella e far fare una bella figura alla sinistra. Anche perché non avevamo ancora deciso le cose. Fossi stato Tremonti avrei detto ‘non posso venire, spostiamolà». Mda

Davanti ai leghisti non può però eludere il tema dei Comuni, anche leghisti, in rivolta perché i tagli della manovra bis stroncheranno i servizi pubblici. Al che Bossi giudica «giusta» la proposta di alleggerire i tagli agli enti locali fatta dal ministro dell’Interno Roberto Maroni ma invita a «non attirare le ire della Banca centrale Europea. Ho sentito Maroni, vuole fare una modifica alla manovra sugli enti locali. Questo mi sembra giusto. Certo – avverte dal palco di Ponte di Legno – non al punto di attirarci le ire della Banca centrale europea che ci deve dare una mano per comprare i titoli di Stato». Sui tagli agli enti locali il governo «non aveva alternativa», si difende. Comunque, per il senatùr la priorità è stata difendere i pensionati: «Dobbiamo salvare gli enti locali, ma non a costo di affamare la gente. Agli enti locali ci pensiamo in un secondo momento». « La Bce – ha proseguito Bossi – ci continuerà a chiedere di tagliare le pensioni, quindi tutte le volte dovremo litigare su quello. Ma la Lega tiene botta e non abbandona i poveracci. Sapevo che avremmo trovato la via per affrontare i tagli agli enti locali, ma tagli alle pensioni sarebbero per sempre». «Io ho avuto un problema di coscienza – ha aggiunto Bossi – Salvo i poveracci che non hanno niente da mangiare o i Comuni? I Comuni alla fine se la cavano. Ai Comuni abbiamo anticipato il federalismo fiscale, e quindi il Comune se vuole può far pagare la tassa di scopo per le infrastrutture».

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Bossi a Brunetta: «Nano, ci hai rotto i c…»

Il Senatùr accusa il ministro della Pubblica Amministrazione: «Voleva tagliare le pensioni. Ho deciso di salvare i pensionati». Il ministro per le Riforme Umberto Bossi ha parlato di pensioni e manovra dal palco della festa della Lega a Ponte di Legno. E punta il dito contro il ministro Renato Brunetta: «Nano, non romperci i coglioni»

COSCIENZA – «Oggi ho avuto un problema di coscienza. Salvo i Comuni, i nostri enti locali o i pensionati? I Comuni alla fine se la cavano, possono far pagare delle tasse di scopo. Non posso mollare, devo salvare i poveracci che hanno lavorato tutta la vita e adesso magari non hanno da mangiare. Salvo i poveracci, ai Comuni ci pensiamo dopo. Mi sento la coscienza a posto, dovevo salvare i poveracci». Il leader della Lega ha poi detto di aver avuto in proposito un colloquio con il ministro Maroni: «Ci siamo sentiti e ha detto che c’è bisogno di fare una modifica alla manovra per salvare i Comuni. Questo è giusto, ma non al punto da attirare le ire della Bce che ci deve aiutare coi titoli di stato».

L’ACCUSA A BRUNETTA – A Ponte di Legno il Senatùr ha svelato un retroscena con protagonista il ministro Renato Brunetta: «Durante il Consiglio dei ministri – ha specificato – Bankitalia ha telefonato a Brunetta, volevano tagliare le pensioni». Bossi ha poi aggiunto: «Oggi è stato difficile salvare le pensioni. Però io mi sono messo di traverso». Bossi si è poi rivolto al ministro per la Pubblica amministrazione dicendo: «Nano, non romperci i coglioni».

IL «LITIGIO» CON BERLUSCONI – Sempre parlando della manovra, il leader del Carroccio ha affermato: «Col premier abbiamo litigato tutto il giorno: volevano fare andare in pensione le donne da subito all’età degli uomini. Io ho detto a Silvio “Guarda che le donne sono più importanti degli uomini”».
TFR E ASSISTENZIALISMO – Il leader del Carroccio ha anche parlato di novità allo studio sul Trattamento di fine rapporto (Tfr): «Avrete una grande sorpresa tra poco, il Tfr in busta paga che permetterà anche di raddoppiare gli stipendi, l’ha pensato Tremonti». Bossi ha poi commentato certi malumori di esponentis del partito nei confronti della manovra appena approvata: «C’è anche gente nostra che ragiona come i terroni, che pensano che lo Stato debba dare qualcosa. Ma lo Stato non ci deve dare niente, è sufficiente che ci dia la libertà e poi ce la facciamo con le nostre capacità». Il leader leghista ha poi voluto sottolineare: «L’assistenzialismo è una rovina sempre, non va bene nè al nord nè al sud».

da www.corriere.it

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Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, durante il suo intervento alla festa del Carroccio a Ponte di Legno «Meglio i tagli ai Comuni
che toccare le pensioni»

Il leader della Lega Umberto Bossi sintetizza così lo scontro nell’ultimo Consiglio dei ministri sulla manovra, in particolare sul capitolo pensioni, che la Lega vuole difendere. “Abbiamo litigato tutto il giorno – ha detto Bossi parlando al comizio di Ferragosto a Ponte di Legno – Prima del Consiglio dei ministri e durante il Consiglio. Col ministro Brunetta per poco non passiamo alle vie di fatto. Brunetta, nano di Venezia, non romperci i coglioni”.

Il leader della Lega Umberto Bossi giudica “giusta” la proposta di alleggerire i tagli agli enti locali fatta dal ministro dell’Interno Roberto Maroni ma invita a “non attirare le ire della Banca centrale Europea”. “Ho sentito Maroni, vuole fare una modifica alla manovra sugli enti locali. Questo mi sembra giusto. Certo – ha avvertito Bossi parlando ieri sera ad un comizio a Ponte di Legno – non al punto di attirarci le ire della Banca centrale europea che ci deve dare una mano per comprare i titoli di Stato”. Sui tagli agli enti locali il governo “non aveva alternativa”, ha spiegato Bossi. Comunque, per il Senatùr è stato prioritario difendere prima i pensionati: “Dobbiamo salvare gli enti locali, ma non a costo di affamare la gente. Agli enti locali ci pensiamo in un secondo momento”.

” La Bce – ha proseguito Bossi – ci continuerà a chiedere di tagliare le pensioni, quindi tutte le volte dovremo litigare su quello. Ma la Lega tiene botta e non abbandona i poveracci. Sapevo che avremmo trovato la via per affrontare i tagli agli enti locali, ma tagli alle pensioni sarebbero per sempre”. “Io ho avuto un problema di coscienza – ha aggiunto Bossi – Salvo i poveracci che non hanno niente da mangiare o i comuni? I comuni alla fine se la cavano. Ai comuni abbiamo anticipato il federalismo fiscale, e quindi il comune se vuole può far pagare la tassa di scopo per le infrastrutture”.

da www.la stampa.it

"Intercettazioni, lo scoop di Nitto", di Liana Milella

Adesso che l’happening di Ferragosto sul carcere è finito, sappiamo qual è la notizia che arriva da via Arenula e dal neo Guardasigilli Francesco Nitto Palma. Purtroppo non riguarda il carcere. E non rappresenta neppure una novità. Tutto vecchio, anzi vecchissimo. Nella scia del suo predecessore Angelino Alfano. La “sorpresa” è che Nitto vuole tirare i cordoni della borsa sulle intercettazioni. Mavalà…per dirla alla Ghedini. Proprio sulle intercettazioni dobbiamo risparmiare? Quelle che, ancora in queste settimane, stanno svelando come la corruzione si annida tra i partiti e il patto scellerato politica-affari è ancora così stretto?
Eh sì, è lì che bisogna centellinare l’euro. Nitto cita uno studio di Alfano in base al quale risulta che si potrebbe scendere, nella spesa per gli ascolti, da 300-400mila a 120mila. Lui assicura anche che il potere di investigare resterebbe intatto.Sappiamo bene che ciò è impossibile. L’obiettivo delle ricerche commissionate dall’attuale segretario del Pdl, e quello della sua legge, che a fine settembre sarà in aula alla Camera e sarà votata, è di ridurre drasticamente il potere dei pm di chiedere ascolti. A quel punto, è evidente, un risparmio ci sarà perché non ci sarà più neppure la possibilità di registrare le telefonate. Addio inchiesta P4, visto che il pm dovrà estenuarsi nella richiesta di continue proroghe, di 15 in 15 giorni. Che, merita ricordarlo, non saranno più esaminate dal singolo gip, ma da un tribunale collegiale. E se la procura è situata in un piccolo centro, esse dovranno “viaggiare” verso il capoluogo del distretto. Provate a immaginare quanto tempo si perderà mentre l’intercettato continua a delinquere.
Beh, certo, se l’obiettivo di Nitto è far calare la popolazione carceraria, anche la mannaia sulle intercettazioni può tornare utile. Meno ascolti, meno reati scoperti, meno richieste di custodia cautelare, meno carcere. Ci viene il dubbio che non fosse questo l’obiettivo di Napolitano quando ha chiesto un impegno serio del Parlamento sul sovraffollamento dei penitenziari. Nitto non è favorevole all’amnistia (salvo lasciare spiragli qualora, vedi caso, Berlusconi decida che l’amnistia gli piace). Marco Pannella e i Radicali si battono solo per quella. Nitto contro propone una nuova svuota-carceri, che metta ai domiciliari coloro che devono scontare ancora due anni di pena. Un tampone, l’ennesimo, reso necessario dalla politica securitaria di questo governo e della Lega. Contro gli immigrati, soprattutto, i più deboli, i più indifesi, che certo non hanno un Ghedini che li difende. Accetterà il Carroccio, con l’aria di elezioni che soffia, di votare una nuova svuota carceri? Il dubbio è lecito. Ma stia tranquillo Napolitano. E Pure Pannella. Tagliate le intercettazioni, di certo, in galera ci andrà meno gente. Soprattutto della casta.

www.repubblica.it

Manovra: per invalidi civile subito tagli per 24 miliardi

«Ecco la sorpresa che il governo non ha il coraggio di annunciare agli invalidi civili: sulle loro pensioni la manovra di luglio, anticipata di un anno, prevede subito tagli per 24 miliardi, quelli inizialmente spalmati tra il 2013 e il 2014. Per realizzare questo allucinante obiettivo, il governo ha approvato un progetto di legge-delega per riformare l’assistenza, pubblicato in questi giorni e presto all’esame delle commissioni parlamentari. I contenuti della delega sono presto detti: azzeramento delle esili politiche assistenziali sopravvissute ai tagli effettuati dal 2008 e una controriforma che ci fa tornare indietro, affidando il sistema assistenziale alla beneficenza».

È quanto afferma la capogruppo del Pd in commissione Affari sociali della Camera, Margherita Miotto, la quale spiega che «tre sono le categorie prese di mira: invalidi civili, cioè le persone che percepiscono una pensione di 260 euro al mese, pari a 3.300 euro all’anno, per una spesa complessiva di circa 3,8 miliardi. La delega prevede riordino dei requisiti reddituali e patrimoniali: il governo prova a giustificare la riforma a causa dei “falsi invalidi”, che ovviamente nessuno vuole proteggere, argomento pretestuoso visto che la mastodontica operazione di verifica messa in atto dal 2009 ha prodotto l’11% di pensioni revocate ma i ricorsi presentati hanno restituito il maltolto nel 70% dei casi, limitando i “falsi invalidi” al 3%».

«Ci sono poi i superstiti che percepiscono la pensione di reversibilità: mediamente 600 euro al mese, 7.200 euro all’anno, per una spesa complessiva di circa 28 miliardi di euro: anche per loro la delega parla di cambiamento dei criteri di accesso, ma quanto si può ancora tagliare dopo la recente approvazione della “norma contro i matrimoni di comodo con le badanti”?».

«Infine le persone non-autosufficienti al 100%, incapaci di deambulare, che percepiscono una indennità mensile di 487 euro, pari a 5.848 euro all’anno: per loro sarà creato un fondo da suddividere fra le Regioni che cancella l’assegno individuale, dunque scippando un diritto fondamentale. Gli invalidi civili titolari di pensione e i percettori dell’assegno di accompagnamento sono 2.700.000 in Italia e la spesa dell’Inps è di circa 16,5 miliardi di euro, mentre i superstiti sono 4.500.000 per una spesa di 28 miliardi».

«Con la delega il governo intende riordinare pensioni di invalidità, indennita’ di accompagnamento e pensioni di reversibilità che ammontano a complessivi 44,5 miliardi garantendo un risparmio di 24 miliardi: praticamente si dimezzano tutte queste provvidenze destinate a 7.200.000 italiani che vivono difficili condizioni esistenziali. Ora il governo dovrà vedersela con le sacrosante proteste del vasto mondo associativo che farà sentire tutta la propria indignazione, alle quali si aggiungerà – conclude Miotto – il contributo del Partito Democratico, che farà il possibile per impedire questo scempio».

da Agi