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"Il cerino finito in mano ai sindaci", di Alberto Zanardi

Una sorta di scambio tra Stato e Autonomie: da un lato l’anticipo di un anno (e l’inasprimento) della stretta finanziaria sui bilanci locali, dall’altro l’attivazione fin dal 2012, accelerando sul calendario del federalismo fiscale, dei margini di autonomia tributaria riconosciuti a regioni e comuni. Così, a ben vedere, il governo ha presentato la parte della manovra che riguarda la finanza locale. Il significato e la portata reale di questo scambio meritano però qualche riflessione. Il decreto di venerdì scorso non contiene il classico taglio dei trasferimenti statali ma affida il contributo degli enti locali per l’aggiustamento dei conti pubblici al miglioramento dei saldi di indebitamento via Patto di stabilità interno. Come nel decreto di luglio, anche con questa manovra si è voluto evitare di intervenire sul meccanismo di fiscalizzazione dei trasferimenti statali e della loro perequazione da poco messo in piedi, e con grande fatica, con i decreti sul federalismo fiscale.

Tuttavia, questa modalità per coinvolgere gli enti nella correzione della finanza pubblica, rende la maggior parte di loro poco interessanti alla merce di scambio, ovvero la maggiore autonomia tributaria. Il problema più stringente di cui soffrono oggi i comuni non è tanto quello di una carenza assoluta di risorse finanziarie, bensì la possibilità di spenderle concretamente. Gli obiettivi di saldo positivi sempre più alti richiesti dal Patto di stabilità costringono i bilanci locali a una penosa stretta sulla spesa pubblica che, se in taluni casi è un salutare taglio di inefficienze, in molti altri significa riduzione di servizi al di sotto dei livelli essenziali delle prestazioni. Per rendere credibile lo scambio proposto dal governo, regioni e comuni hanno bisogno piuttosto di maggiore libertà sul Patto.

In verità, la manovra di agosto anticipa al 2012 la distinzione di regioni ed enti locali tra “virtuosi” e “viziosi” introdotta a luglio, escludendo i primi dagli obiettivi di aggiustamento richiesti dalla varie manovre (compresa quella di agosto), e addossando sui secondi l’intero peso dell’aggiustamento.

Tuttavia, anche se molti enti fossero interessati all’offerta del governo di approfittare dei maggiori margini di manovra sulla tassazione (e i comuni fortemente indebitati potrebbero esserlo), è facile evidenziare qualche ulteriore controindicazione. La prima riguarda il fatto che l’unica leva sbloccata dalla manovra è l’addizionale Irpef, di fatto un’imposta sul reddito da lavoro dipendente che, in realtà, obiettivi di sostegno alla crescita suggerirebbero di detassare. Anche in questo caso, come già nei decreti sul federalismo fiscale, si è persa l’occasione per riportare in qualche modo a tassazione la prima casa, sia pure con agevolazioni per i soggetti economicamente più deboli, quale cespite su cui si possa esercitare l’autonomia tributaria comunale.

Inoltre, nel disegno del federalismo i gettiti derivanti dallo sforzo fiscale autonomo di regioni e comuni non sono perequati: un punto di aliquota di addizionale Irpef in Lombardia garantisce un gettito ben maggiore rispetto allo stesso sforzo in Calabria ma ciò non attiva alcun trasferimento perequativo. Puntare, come fa la manovra, sull’autonomia tributaria può alla lunga porre un rilevante problema di perequazione territoriale.

Il Sole 24 Ore 14.08.11

"La vittoria del neo-liberalismo", di Nadia Urbinati

L´ideologia che caratterizza questo tempo e le manovre dei governi assegna al mercato, e al denaro, ogni forma di dominio. La funzione dello Stato è sempre più quella di “servire” una società in cui la dottrina imperante è il profitto. La sudditanza della politica ai mercati: le opinioni sembrano convergere su questa diagnosi al di là degli schieramenti partitici in questi giorni di angoscia per temuti default e manovre finanziarie “lacrime e sangue”.
Il mercato finanziario, non il mercato semplicemente, sembra essere la nuova sorgente di sovranità, una sorgente che per di piú è insindacabile anche perché impossibile da localizzare, impersonale e soggetta a leggi che vengono concepite e applicate come se fossero naturali.
Di fronte a questa quasi divinità o naturalità la decisione politica sembra impotente: incapace di imporre le sue ragioni che dovrebbero essere quelle di una vita decente e liberamente progettata da parte degli uomini e delle donne che vivono in società. Eppure la politica non è un terreno neutro e, diciamo pure, non è incolore rispetto al sovrano mercato.
Evidentemente esiste una politica organica o funzionale a questa fase del dominio dei mercati finanziari che è disposta a ordinare le scelte secondo la logica della rendita.
La politica neoliberale (ciò che da noi si chiama liberismo) è l´ideologia che caratterizza questo tempo e le manovre dei governi – con più o meno resistenza – ne sono il segno. La lotta negli Stati Uniti tra due modelli di intervento statale sono il segno forse più esplicito che non è la politica in sé a soccombere ma una visione dello Stato e quindi dell´economica: o come scienza che si dovrebbe occupare del benessere della società o al contrario come una tecnica di rastrellamento delle fonti di rendita finanziaria.
Il dominio del denaro, più che il dominio del mercato, è il centro del problema, e la trasformazione della scienza economica in scienza del business e applicazione del calcolo matematico ai fattori numerici dei movimenti di borsa ne è il segno distintivo.
È sufficiente affacciarsi alla porta dei dipartimenti di economia di tutte le università del pianeta per comprendere la dimensione di questa trasformazione; la trasformazione di questa scienza da scienza umana a scienza matematica è il riflesso del potere insindacabile del mercato finanziario sulla società.
E la politica, una parte di essa, si sente a suo agio con questa trasformazione. Si tratta di quella particolare coniugazione del liberalismo che, soprattutto a partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, ha creato il “fatto semplice” dell´interesse individuale (self-interest), facendone un attributo che appartiene a ciascuno di noi come una qualità sostanziale che determina la nostra razionalità e il calcolo dei costi e dei benefici che in ogni momento della giornata guida le nostre azioni, siano esse di tipo sentimentale o economico appunto.
La concezione dottrinaria dell´interesse sulla quale il pensiero neo-liberale (in gergo liberista) si è posizionato nel corso dei decenni ha avuto di mira un obiettivo centrale: quello di tenere la legge fuori dalla sfera dei beni e la formazione della ricchezza. La legge, ovvero lo Stato, è chiamato a intervenire quando l´irrazionalità delle passioni o dell´errore di conoscenza interrompono il fluire delle scelte: quindi Stato gendarme e regolatore delle relazioni sociali per contenere i conflitti e sostenere al massimo chi è sconfitto nella lotta per la vita.
Quello a cui stiamo assistendo in questi mesi (anni) è più o meno la vittoria di questo paradigma, una vittoria che è andata insieme alla sconfitta di altri modelli di ordine sociale e che ha stravinto su tutti i potenziali rivali. È questa la fine della storia di cui ha scritto Francis Fukuyama.
È la fine, ovviamente, non della storia ma certo della storia della lotta contro un modello economico, quello per difendere il quale oggi le nostre società democratiche stanno soccombendo.
Il liberalismo conservatore del nostro tempo è nato all´interno della società democratica come una gemmazione del liberalismo economico; si è manifestato come una reazione a ogni forma di società che vuole programmare le sue scelte economiche per poter distribuire oneri e beni più equamente; non è un caso se insieme alla stretta sulla spesa dello Stato i mercati finanziari chiedano di lasciare a loro tutti i servizi che in questi ultimi sessant´anni sono stati finanziati, regolati e gestiti dai governi. Il neo-liberalismo è la politica di oggi.
Ma è politica. È comunque un uso del potere dello Stato per attuare piani e progetti che hanno committenti e scopi specifici e razionali. E la sua dottrina è la seguente: tutti i beni che le società producono e dai quali si può estrarre un profitto devono essere lasciati al mercato – se necessario anche la coercizione (in alcuni stati degli Stati Uniti anche i servizi carcerari sono gestiti da società private).
Ciò che si chiama declino della sovranità degli Stati sembra dunque rassomigliare più a un riassestamento del rapporto tra Stato e sfera economica in una direzione che va verso uno Stato socialmente irrilevante e coercitivamente forte. Lo Stato non scompare, né la sua sovranità si erode, si ridefinisce invece in funzione di un ruolo solo che è essenzialmente quello di gestire l´uso della violenza.
Come aveva ben visto Norberto Bobbio, la sfera del diritto penale si espanderà in proporzione diretta al restringimento delle politiche sociali. È lo stato minimo del quale parlavano liberali antichi come Herbert Spencer o il Barone von Hayek; uno Stato al servizio di una società che è libera nella misura in cui capace di autoregolarsi con minimo dispendio di potere coercitivo, ma il cui potere coercitivo è ben funzionate e arcigno e duro se necessario.

La Repubblica 15.08.11

"Statali figli di un dio minore così un decennio di manovre ha colpito i lavoratori pubblici", di Paolo Griseri

Se devi risparmiare, tartassa lo statale. Tu non sai perché ma lui sì. Il tiro al dipendente pubblico non è un´invenzione di Tremonti e Brunetta. E´ anzi, come confermano molti testimoni d´eccezione, un filo rosso che attraversa gli anni Duemila in Italia. «Tipico delle politiche di centrodestra con qualche complicità ideologica anche nel centrosinistra», sintetizza Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia per quindici anni. Oggi che la manovra torna a colpire chi lavora per la Pubblica Amministrazione, il sospetto è che ci sia del dolo. Che insomma si approfitti dell´urgenza economica per dare un altro colpo a chi lavora per il pubblico: «In questa crociata – osserva Nerio Nesi, ex ministro dei Lavori Pubblici – si incontrano le istanze anti-Stato della Lega con l´insofferenza verso lo Stato tipica del berlusconismo».
Un sindacalista come Savino Pezzotta, che ha guidato per sei anni l´organizzazione più forte tra i pubblici dipendenti, la Cisl, conferma: «Adesso si sta davvero esagerando. Siamo di fronte a una scelta non politica o economica ma ideologica che si accanisce contro i pubblici dipendenti come se la rovina della Pubblica Amministrazione diventasse un vantaggio per le imprese private. E´ quasi sempre vero il contrario: in uno Stato che funziona le imprese private lavorano meglio. Fate un viaggio in Francia per verificarlo».
Le radici ideologiche del tiro allo statale sono molto profonde: «Nascono – spiega il filosofo Cacciari – da una vulgata sciocca del liberismo. Gli effetti sono devastanti perché si dice a chi è impiegato nei settori pubblici che il suo lavoro non conta niente. Anche coloro che hanno una notevole professionalità vengono trattati e retribuiti come parassiti». Cacciari offre una testimonianza diretta: «Quando ero sindaco di Venezia la mia segretaria lavorava in modo eccellente per dodici-tredici ore al giorno e guadagnava 1.600 euro al mese. Non la definirei una fannullona. Come non sono fannulloni i professori di liceo che al massimo della carriera sfiorano i 1.800 euro al mese. Quella dei dipendenti pubblici privilegiati e nullafacenti è una fregnaccia».
Eppure non è sempre stato così. C´è stata un´epoca d´oro in cui lo statale non era considerato tanto male. Il suo potere d´acquisto era discreto e i partiti politici, lungi dal tartassarlo, lo vezzeggiavano. I colletti bianchi dello Stato sono stati storicamente il bacino del voto moderato della Dc. Che cosa è cambiato? Il sociologo Marco Revelli vede nella parabola discendente dei pubblici dipendenti «un´altra dimostrazione del fatto che quello di Berlusconi non è per nulla un governo moderato. E´ un governo estremista, nei modi, negli atteggiamenti e nelle scelte. E´ il governo del dito medio di Bossi, delle invettive di Brunetta, il governo che colpisce il ceto medio perché pensa che quel ceto sia incapace di reagire». E non reagirà? «Una rivolta del ceto medio è difficile da prevedere. In genere si tratta di persone che pensano come i ricchi e si arrabattano con uno stipendio da poveri. Gente che, nonostante tutto, vota Berlusconi perché fa status, perché non si abbasserebbe mai a votare il centrosinistra. Parlo naturalmente degli impiegati dei ministeri e della Pubblica Amministrazione. Diverso è il discorso per insegnanti e professori universitari: i tagli nei loro confronti sono un caso di vendetta contro un ceto intellettuale che il berlusconismo sente estraneo».
Che le battute leghiste su Roma ladrona abbiano contribuito a creare l´immagine negativa del dipendente statale fannullone è difficile da contestare. Ma che una buona fetta di dipendenti pubblici non abbia fatto molto per combattere lo stereotipo, è altrettanto evidente. Così bisogna tornare a interrogare i sindacalisti che del mondo del pubblico impiego finiscono per essere i più profondi conoscitori. Paolo Nerozzi, oggi parlamentare del Pd, ha guidato i dipendenti pubblici della Cgil negli anni Novanta: «Anche all´inizio di quel decennio – ricorda – l´Europa chiese all´Italia uno sforzo eccezionale per ottenere l´ingresso nell´euro. E anche allora una parte consistente della manovra venne dal pubblico impiego. Ma gli interventi, compiuti dai governi Amato, Berlusconi e Prodi, seguirono tutti una linea che non era affatto ideologica: si trattava di cancellare dei privilegi come le pensioni dopo sedici anni di lavoro e di premiare la professionalità. Perché si fa presto a generalizzare: tutti sono disposti a inveire contro i dipendenti pubblici che rubano lo stipendio, ma il maestro di tuo figlio è spesso un genio e l´infermiera che accudisce tua madre in ospedale è un angelo».
Distinguere dunque: negli anni Novanta i sindacati proposero di premiare chi è impegnato nei servizi alla persona, come insegnanti e dipendenti della sanità, rispetto ai semplici impiegati a orario fisso occupati dietro una scrivania. Negli anni Duemila quello sforzo di distinguere si è perso sia tra chi attacca i dipendenti pubblici sia tra chi li difende. Sono diventati tutti santi o fannulloni. Pezzotta fa un parziale mea culpa: «Parlo per me, naturalmente, non mi permetterei di giudicare gli altri. Abbiamo commesso anche noi degli errori. Il principale è stato quello di difendere diritti acquisiti nella Pubblica Amministrazione senza puntare sui doveri dei lavoratori in un settore tanto importante per la vita di tutti». Cacciari esprime lo stesso concetto in modo più crudo: «Dopo aver annientato la classe operaia difendendone i diritti in modo corporativo, la sinistra ha cominciato a fare lo stesso con i dipendenti pubblici. Abbiamo una straordinaria capacità di segare l´albero su cui siamo seduti».
Come si esce dalla spirale? Quando e se si ribelleranno i tartassati del pubblico impiego? Revelli e Pezzotta sono pessimisti: «L´unico effetto che produce questa campagna ideologica – dice l´ex segretario generale della Cisl – è quella di creare lavoratori arrabbiati contro il loro datore di lavoro, cioè contro la Pubblica Amministrazione. Dipendenti che lavorano male, che si sentono delegittimati e umiliati, che radicalizzano la loro ostilità e che finiscono per creare inefficienze confermando le tesi di chi li combatte». La rivolta dei pubblici dipendenti? «Non credo che accadrà – prevede Revelli – anche perché non si vede come e chi li possa rappresentare politicamente. Nel bipolarismo sociale non c´è spazio per quel ceto medio. Questo non vale solo in Italia naturalmente. Ma è un aspetto che il berlusconismo ha accentuato». Nerozzi però mette in guardia: «Sono abbastanza vecchio per ricordare che cosa accade quando si ribellano i dipendenti pubblici, parlo degli infermieri degli ospedali o degli insegnanti. Era il 1977. Spero che non si arrivi a quel punto».
L´alternativa virtuosa sarebbe quella di creare una scuola di Pubblica Amministrazione, sul modello francese: «Devo testimoniare – dice Nesi – che agli alti livelli della dirigenza dello Stato ho spesso incontrato professionalità di grande livello. A dimostrazione che anche da noi, pur senza una tradizione centenaria come accade in Francia, esiste una “scuola” virtuosa che andrebbe incentivata».
L´unico che non vuol sentire parlare di crociate è naturalmente il principale accusato, il ministro Renato Brunetta che ha firmato i provvedimenti di questa manovra: «Una crociata contro gli statali? Guardi io sono professore universitario da decenni e non penso proprio di poter essere rappresentato da una semplificazione falsa come quella che lei propone. Non è con le battute che si può ragionare. Le battute le lascio ai clown».

La Repubblica 15.08.11

"Scuola. Pensione ritardata di un anno" da Tuttoscuola

La manovra bis di ferragosto, contenuta nel decreto legge 13 agosto 2011, n. 138 e, dopo la sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale, già entrata in vigore da sabato 13, precisa meglio l’operazione “finestra” di cui aveva parlato il ministro Sacconi dopo le decisioni del Consiglio dei Ministri.

Il personale della scuola che matura il requisito per il pensionamento dopo il 31 dicembre prossimo dovrà attendere un anno di più per il pensionamento.

La “finestra” di uscita dal servizio, da sempre prevista per la scuola al 1° settembre dell’anno in cui si matura il diritto a pensione, viene spostata in avanti di un anno.

Per effetto della modifica apportata dal decreto legge, la vecchia disposizione risulta così integrata: Per il personale del comparto scuola resta fermo, ai fini dell’accesso al trattamento pensionistico, che la cessazione dal servizio ha effetto dalla data di inizio dell’anno scolastico e accademico dell’anno successivo, con decorrenza dalla stessa data del relativo trattamento economico nel caso di prevista maturazione del requisito entro il 31 dicembre dell’anno.

La “finestra” avrà l’effetto di far permanere in servizio il personale per un altro anno.

Si salvano dalla “finestra” coloro che il requisito al pensionamento (si presume per limite di età o di servizio) lo maturano entro il 31 dicembre 2011.

14.08.11

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I neo pensionati incasseranno tra due anni la buonuscita
Primi effetti della manobra bis di ferragosto (decreto legge 138/2011), da Tuttoscuola 14.08.11

Il decreto legge 138/2011 relativo alla manovra bis di ferragosto introduce una duplice modifica alla decorrenza per l’incasso della liquidazione finale (buonuscita/trattamento di fine rapporto) per i dipendenti pubblici collocati in pensione, compresi quelli della scuola, per i quali ultimi la norma riserva una sgradita sorpresa.

Per effetto della modifica, vi sarà il rinvio dell’incasso della liquidazione finale in forma differenziata in base al modo con cui si viene collocati riposo.

Se il pensionamento avviene per raggiunti limiti di età (65 anni) o di servizio (40 anni), il rinvio è di sei mesi; se invece il pensionamento avviene a domanda per anzianità (almeno 60 anni di età con un minimo di 35 anni di servizio in modo da raggiungere quota 96) il rinvio sarà di due anni.

La sorpresa di cui dicevamo riguarda la decorrenza di applicazione di questo duplice rinvio: il decreto legge ne prevede la decorrenza immediata e, quindi, ne dispone tutti gli effetti di rinvio dal prossimo settembre per il personale scolastico.

"Come il peggior governo balneare" di Fausto Panunz

I cittadini italiani e i mercati internazionali si aspettavano una manovra che tagliasse la spesa pubblica ed in particolare i costi della politica. Si ritrovano con una classica manovra da governo balneare, fatta di nuovi balzelli che ricadono sulle spalle dei soliti noti, i lavoratori dipendenti. Era difficile fare peggio.

L’anticipo del pareggio di bilancio era diventato necessario dopo le turbolenze dei mercati dei giorni scorsi. Da più parti – giornali, BCE – si erano identificati i principi che dovevano ispirare la nuova manovra. In primo luogo tagliare i costi della politica, pre-condizione per chiedere sacrifici agli italiani da parte di un Parlamento che non solo lavora poco a fronte di stipendi molto elevati ma che gode di privilegi inaccettabili come mostra la vicenda dei prezzi del ristorante del Senato. Poi riformare le pensioni, legandole all’aspettativa di vita, uniformando il trattamento delle donne che lavorano nel settore privato a quello delle donne che lavorano nel settore pubblico. Privatizzare,vendendo sul mercato il patrimonio immobiliare dello Stato e quote di aziende come le Poste, e magari liquidare il fondo per gli investimenti strategici appena creato come strumento del ridicolo colbertismo del Ministro dell’Economia. Possibilmente privatizzare anche la Rai, dove ormai il Direttore del TG 1 censura persino il Sottosegretario Gianni Letta, reo di catastrofismo per aver detto che la situazione era ormai “precipitata”. Liberalizzare gli ordini professionali. Combattere seriamente l’evasione fiscale, mediante una maggiore tracciabilità dei pagamenti. Insomma, tagli strutturali alla spesa pubblica e maggiore concorrenza: questo è quello che si aspettavano i mercati e anche parte dei cittadini italiani. E, accanto alle riduzioni di spesa, nessun nuovo aumento delle tasse, dato che la pressione fiscale è ormai giunta a livelli inaccettabili per gli sfortunati che non posso evadere il Fisco. Niente di tutto ciò è stato fatto dal governo. Ogni intervento serio sulle pensioni è stato bloccato dalla Lega, fiera di avere rinviato alle calende greche ogni azione di riequilibrio dei conti. Le privatizzazioni non sono state prese nemmeno in considerazione da un governo desideroso di mantenere poltrone da assegnare ad ogni livello. E ovviamente solo tagli di facciata sui costi della politica. Il taglio di Province e Comuni è rinviato agli anni prossimi, dopo il censimento. Ma non basterà misurare gli abitanti. Si dovrà valutare anche la dimensione territoriale della Provincia. E- perché no?- la presenza di monti, fiumi, laghi. Partiti da 37 province tagliate, adesso si è scesi a 29. C’è da scommettere che alla fine i tagli non ci saranno e in ogni caso non arriveranno alla doppia cifra. Le 54 mila poltrone tagliate esistono solo nella fervida immaginazione del Ministro Calderoli. Meglio non commentare il divieto per i parlamentari di volare in business class, dato che sui voli nazionali ormai c’è solo la classe economica. Sulla lotta all’evasione, i pagamenti sopra i 2500 euro diventeranno tracciabili. Maglio di niente, ma difficile non notare che si tratta di una soglia che avrebbe lasciato fuori dai controlli i pagamenti per l’affitto di un noto appartamento romano da parte di un Ministro della Repubblica. In compenso ci si trastulla con le proposte di pareggio di bilancio in Costituzione, modifica dell’articolo 41 e soppressione di feste indigeste alla maggioranza come il 25 Aprile e il 1 Maggio. E, dulcis in fundo, il contributo di solidarietà, cioè nuove tasse, per 3 anni, su chi dichiara più di 90 mila euro l’anno, cioè i pochi sfortunati, l’1,2% dei 41 milioni di contribuenti, coloro che non possono evadere. Risparmiati quasi tutti i lavoratori autonomi.

UNA MANOVRA BALNEARE IN MEZZO ALLA TEMPESTA

I sacrifici erano necessari, arrivati a questo punto, ma dovevano essere utili, cioè atti a risanare i conti anche nel lungo periodo, e ben distribuiti. Questa manovra non è utile, perché senza una riduzione strutturale della spesa, tra pochi anni i governi saranno costretti a mettere di nuovo le mani nelle tasche degli italiani, ed è iniqua, perché salva ancora una volta gli evasori. E’ come essere in presenza di un medico che continua a fare trasfusioni di sangue senza curarsi di fermare prima l’emorragia del paziente. Il sangue tanto lo donano altri.
Ma una cosa positiva in questa deprimente vicenda c’è. Malgrado l’imbarazzante afasia delle opposizioni, incapaci di proporre credibili ricette alternative, non si potrà più dire che questa maggioranza è impresentabile, “ma gli altri sono anche peggio”. No, peggio di un Ministro dell’Economia che aveva – a suo avviso – previsto tutte le crisi e zittito chi lo criticava e che ora dice che questa crisi non poteva essere prevista non c’è niente. Peggio di un governo che ha sprecato una maggioranza enorme, che ha avuto lo scudo del Presidente della Repubblica, l’appoggio della BCE e della Banca d’Italia nella scelta di misure impopolari e che se ne è uscito con una manovra presa dal manuale del perfetto governo balneare democristiano non ci può essere nulla. Almeno speriamo

www.lavoce.info

Buon Ferragosto (per quanto possibile)!

Quanto sta accadendo nel Paese (crisi economica-finanziaria, inadeguatezza del Governo, lavoro che manca e crescita bloccata) rende forse incongruo l’augurio di un sereno Ferragosto.
Tuttavia, non possiamo farci togliere la speranza: dalla nostra parte abbiamo l’ottimismo della volontà.
Pertanto Manuela Ghizzoni e la Redazione augurano un buon ferragosto agli affezionati lettori, agli amici che interagiscono e arricchiscono questo sito, a chi scrive e segnala notizie e curiosità, a chi protesta e a chi sollecita a fare meglio.

"Sogno un paese innocente", di Vincenzo Cerami

Pare di sentirla la voce diroccata di Ungaretti: «Cerco un paese / innocente». Quel paese è chiuso da bastioni. Il sogno è varcare la porta d’avorio. Cercare è sognare. Ogni tanto giunge notizia che una persona ha tentato di entrare, e c’è riuscita: quel tanto di buono che si vede intorno a noi è stato immaginato da qualcuno. Molti psichiatri dicono che i sogni servono a buttare nel cestino ciò che non serve alla nostra memoria, e a conservare quanto è utile ai progetti dei giorni a venire, giorni che sono pieni di cose da scartare. Ci teniamo solo quello che non esiste ancora, e che probabilmente non esisterà mai. Concepire i sogni come qualcosa di impossibile, che non si realizzerà mai, è triste. Significa credere che la vita è triste. E basta. Per molti sarà pur vero, ma è sentimento poco originale. Ogni discorso finisce lì. È più allegro vedere il sogno come una verità travestita, che si vergogna di andare in giro nuda, perché fa scandalo. Sotto quegli abiti stravaganti c’è un corpo vivo. Non è il caso di scomodare Calderón o Nerval. I sogni abitano con noi, ci fanno compagnia. Se sei giù di corda, fermati, chiudi gli occhi e vaneggia un po’, và lontano con la fantasia: spesso è guardando le stelle che siamo più vicini a noi stessi.

La strabiliante attualità dell’ingegnoso hidalgo ci racconta che le più impervie esplorazioni si compiono nello spazio domestico, tra cose che tutti possono vedere e toccare. Non c’è forse la reale battaglia di Lepanto nel romanzo di Cervantes? Non fu lì che egli venne gravemente ferito, tanto da perdere l’uso della mano sinistra? Il sogno di Don Chisciotte è una finestra spalancata per fare entrare la luce del giorno nei piccoli spazi della quotidianità, e scoprirne la vasta ricchezza. I sogni sono le opere che l’uomo vuol compiere, e, per dirla con Borges, appartengono alla memoria di tutti.

Non è poi così infantile pensare che la storia di tutta l’arte sia la raccolta cronologica dei sogni, legati, generazione dopo generazione, dal comune soffrire per un’assenza, per qualche cosa che aspettiamo e non arriva mai. Spesso sono racconti illusori o di delusioni. Un ignoto passante scrisse su un muro: «Il pessimismo conserviamolo per giorni migliori di questi!». Forse era uno di quegli incalliti ottimisti che fanno le parole crociate usando la penna. Ma è certo, questo sì, che nessuno può sognare se non crede in qualcosa di buono, nell’esistenza di un paese innocente. In giro c’è tanto orrore. Ma a creare felicità non basta una vita, non ne bastano mille. L’ottimismo e l’ottimo sono distanti, come il giorno dalla notte. Eppure sogno e ottimismo possono prendere l’aspetto di una ghiotta merce per chi campa di oratoria. Sono l’abito elegante della menzogna. I sette cieli promettono un mondo perfetto, e insieme una speranza. Ma in nome della felicità eterna si compiono più crimini che buone azioni. Ed è altrettanto delittuoso rincorrere la felicità di tutti ignorando quella di ognuno. È cieco chi vede solo tanti uomini insieme, e neanche uno che se ne sta solitario, per conto suo, a fantasticare. E com’è sgrammaticato versare più lacrime per mille morti che per uno soltanto.

Il Sole 24 Ore 14.08.11