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"Manovra letale: non risparmiano neppure la sanità", di Ignazio Marino

Dopo tre anni la destra che governa l’Italia è stata costretta ad ammettere che la crisi c’è e che il Paese versa in una situazione drammatica. Per quasi mille giorni, Silvio Berlusconi e i suoi ministri hanno ridimensionato ripetutamente il problema, accusando di “disfattismo e “pessimismo” chiunque osasse levare una voce di critica costruttiva. Poi, in una drammatica vigilia di Ferragosto, hanno varato una manovra straordinaria che, senza dubbio, colpisce i più deboli, imponendo sacrifici amari. Abbiamo sentito ripetere in questi giorni che la sanità non sarà indebolita, che non sono stati previsti nuovi tagli o nuove tasse. Dopo i colpi di forbice indiscriminati della manovra varata a luglio e l’imposizione di due ticket irragionevoli, una notizia del genere dovrebbe servire per rassicurarci. Ma temo, purtroppo, che non corrisponda a verità: se l’anticipazione di un anno del federalismo, annunciata sabato da Roberto Calderoli, porterà con sé anche l’avvio dei costi standard, il Servizio Sanitario Nazionale sarà cannibalizzato da un sistema che non tiene conto delle reali esigenze di ciascuna Regione.
Il ministro della Salute Ferruccio Fazio, a mio avviso, dovrebbe affrettarsi a fare chiarezza su questo punto: la riforma federalista della sanità italiana, così come concepita dalla destra, è già confusa e poco lungimirante, anticiparla di un anno sarebbe irresponsabile. E, soprattutto, il governo dovrebbe spiegare come la attuerà, se neppure i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) sono stati approvati. I Lea definiscono le cure, gli accertamenti e gli interventi medici e chirurgici che il Servizio Sanitario Nazionale è tenuto a garantire a tutte le persone sull’intero territorio: quelli italiani sono vecchi di dieci anni e non tengono perciò conto dei tanti progressi tecnologici ottenuti nel tempo. Questo ritardo danneggia ovviamente i pazienti e mette in difficoltà gli operatori sanitari: la medicina per fortuna non è la stessa del 2001, ma tale è rimasta per il governo. Non aggiornare il tipo di terapie attuabili, ad esempio, per curare una neoplasia, significa incrinare l’efficacia e l’efficienza delle cure. Al “governo del fare” del nostro presidente del Consiglio, imprenditore tanto pragmatico e concreto, sarebbe bastato continuare nel 2008 il lavoro già iniziato dal Governo Prodi: i Lea infatti erano già stati riscritti, sarebbe stato sufficiente un
timbro. Uno sforzo troppo impegnativo per la destra? Non è tutto. Le prestazioni previste dai Livelli Essenziali di Assistenza andrebbero verificate periodicamente in modo da impedire che vi siano disparità di trattamento, ad esempio, tra gli ammalati di Aosta e coloro che vivono a Trapani. Si tratta di controlli cruciali per non costringere i pazienti alla cosiddetta migrazione sanitaria, che spinge ogni anno circa un milione di persone dal sud al nord in cerca di una rete di assistenza funzionante ed efficiente. Questo fenomeno è davvero
preoccupante e diffuso: per citare un caso recente, la compagnia aerea Trawel Fly e gli ospedali Riuniti di Bergamo hanno sottoscritto una convenzione che garantisce tariffe ridotte del 25% sui voli per chi sceglie di curarsi nel nosocomio bergamasco. Niente di male, ovviamente, ma la Trawel Fly collega l’aeroporto di Bergamo con i maggiori scali del sud Italia (Catania, Crotone, Lamezia Terme, Lampedusa, Napoli, Olbia, Pantelleria, Reggio Calabria). Non credo sia un caso che tali intese commerciali si sviluppino coinvolgendo ospedali del nord e pazienti del sud: questa è la realtà su cui il governo avrebbe dovuto intervenire, anche applicando l’articolo 120 della Costituzione che prevede il commissariamento per le Regioni
che non sono in grado di garantire la qualità delle cure. Introdurre i costi standard in questo contesto, significherebbe punire in maniera intollerabile i cittadini del sud, già vessati da servizi sanitari regionali
inefficienti, senza far nulla per migliorare le loro condizioni di vita nel momento più fragile, quello della malattia. Non basta dire alle regioni, questo è quanto deve costare la cura per un tumore o una tac, per il resto sbrigatevela da sole. Non è un federalismo responsabile e porterà solo danni, perché si considerano solo gli aspetti economici e finanziari.
Servono, invece, una valutazione e una verifica complessiva, che tengano conto anche delle gravi difficoltà gestionali nelle regioni del
centro-sud. Ma forse è la strada leghista che avrà la meglio: non serve una riforma responsabile ma un federalismo dell’abbandono, per cui chi vive al nord ha gli ospedali che funzionano e non si interessa del destino del sud. Oppure, ancor peggio, un federalismo
cannibale, per cui si dirà ai cittadini del sud: “venite da noi al nord, pagate e sarete curati

L’Unità 15.08.11

"Evasione, una battaglia persa in partenza", di Stefano Lepri

Chissà in quanti porticcioli estivi un dirigente d’azienda, furioso per le tre annate di «contributo di solidarietà» che gli toccherà pagare, osserva dal suo gommone il motoscafo assai più grande del libero professionista. Si domanda se per caso quello là dal nuovo tributo non sia esente, perché dichiara meno di 90.000 euro. Ancor più sospetterà che l’enorme yacht più oltre, di cui si ignora la vera proprietà, faccia capo a un nullatenente o a uno «scudato». Attorno alle tavole di questo Ferragosto di maxi-manovra, si discorrerà inevitabilmente di evasione fiscale. Torneranno argomenti che, a fasi alterne, si ascoltano da decenni; soltanto più arrabbiati. Paghino per primi gli evasori! Il guaio è che gli evasori sono sempre gli altri. Qualcun altro da accusare si trova sempre, in un Paese dove, secondo stime ragionevoli, ogni cento persone ci sono duecentomila euro sottratti al fisco (scagli la prima pietra chi non ha tralasciato mai di chiedere al ristorante la ricevuta). Né si può addossare tutta la colpa alla «casta». Se quasi tutti i politici sono convinti – , beninteso che a combattere sul serio l’evasione tributaria si perdano le elezioni, qualche ragione ci sarà. Quante promesse di condonare multe si sono ascoltate prima delle ultime elezioni comunali? E l’altro giorno inveiva ancora contro Equitalia Umberto Bossi, pur convinto che i sacrifici si debbano fare. Sembra uno dei peggiori circoli viziosi in cui l’Italia è riuscita a cacciarsi. I lavoratori autonomi, che pagano autotassandosi, sono il 25% circa del Paese. Come quota sulla popolazione, è il doppio che in Germania; più del triplo degli Stati Uniti, che pure, come tutti sanno, sono il luogo più propizio alla libera impresa.

Su un quarto degli elettori dunque non si può infierire all’ingrosso. Sono tanti, e non tutti se la passano bene. Ma forse sono così tanti perché si è sempre chiuso un occhio su quante tasse pagano. Da stime abbastanza attendibili parrebbe che il commerciante e l’artigiano medi nascondano al fisco circa la metà dei guadagni, il professionista un terzo. Naturalmente sono tanti anche gli onesti; chi fattura soprattutto per il settore pubblico o per grandi imprese lo è per forza. In una economia con vaste aree di sommerso o di illegalità, per alcuni l’evasione è una maniera di sopravvivere (sono da sempre rarissimi gli idraulici che emettono fatture, ma ora li incalza la concorrenza degli idraulici immigrati, che costano meno). Nell’insieme, purtroppo, l’evasione favorisce le imprese meno efficienti; le spinge a restare piccole, per continuare a sfuggire al fisco. Ha quindi a che fare con il ristagno della produttività che affligge l’economia italiana. Perfino se il pericolo incombe risulta difficile agire. Nell’ottobre 1992, quando il Tesoro rischiava di non poter pagare gli stipendi perché nessuno comprava i Bot, infuriava la protesta contro la norma che imponeva ai titolari di impresa minore di dichiarare redditi almeno pari a quelli dei loro dipendenti. Alla guida della lotta c’era un tal Sergio Billé, poi presidente della Confcommercio travolto da uno scandalo, mesi fa condannato a tre anni per corruzione. La minimum tax (termine che negli Usa indica tutt’altro) di allora era una norma rozza, ma fin dall’inizio presentata come temporanea, giustificata con i rischi che correva il Paese. Fu invece letale per il consenso alla Democrazia cristiana. Venne anche da lì, un anno dopo, la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi, che fino alla campagna elettorale del 2008 l’evasione l’ha a volte giustificata. Tuttavia combattere la frode fiscale non è impossibile. Lo dimostra anche l’esperienza recente.

Nella fase iniziale dell’attuale legislatura, quando nel 2008 furono abrogate misure del governo precedente definite «poliziesche», l’evasione è cresciuta (secondo l’indice ritenuto dagli esperti più significativo, il rapporto fra Iva interna e Pil). Dopo che, a partire dall’autunno 2009, Giulio Tremonti ha a poco a poco cambiato strada, il recupero di entrate non è mancato. E’ possibile andare avanti senza vessare nessuno con troppe pratiche o controlli pignoli, soprattutto con la trasparenza: tracciabilità dei pagamenti, elenchi dei clienti e dei fornitori, e, come avviene in quasi tutti gli altri Paesi, accesso del fisco ai conti bancari.

La Stampa 15.08.11

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“Lotta all´evasione se non ora, quando?”, di ALESSANDRO PENATI

Dov´è finita la “lotta all´evasione” nella manovra? E´ vero che in Italia si “lotta” da 20 anni, con scarsi risultati. Ma non è questa una ragione per desistere.
Anzi, doveva essere l´imperativo di un Governo che impone l´ennesimo aumento della pressione fiscale sui redditi di chi li ha sempre dichiarati. Senza contare che iniquità e aliquote elevate costituiscono un incentivo a non pagare le tasse. E che il contrasto all´evasione è anche un modo efficace di combattere corruzione e illegalità.
Primo, bisognava stabilire un legame diretto tra la lotta all´evasione e il beneficio per il cittadino. Disponendo che il gettito tributario eccedente la previsione nella legge di bilancio andasse a ridurre automaticamente le aliquote sui redditi nell´anno successivo. Oltre che per un senso di equità, per rendere manifesto l´interesse di ognuno a scoraggiare l´evasione.
Inutile puntare solo sull´inasprimento delle sanzioni. La manovra minaccia la chiusura di esercizi commerciali e la sospensione dagli ordini professionali in caso di mancati scontrini e fatture. Ci credete davvero? Le sanzioni non servono se sono poco credibili, o se la probabilità di venire sanzionati è bassa. Chi mai è finito in galera per evasione? O non si è accordato per una cifra inferiore alle imposte evase? Magari, grazie a condoni e scudi? Ridicolo fare la faccia feroce con gli evasori. Serve un sistema di controlli credibile che scoraggi l´evasione: che sia efficace grazie alla sua capacità deterrente, più che a quella sanzionatoria.
La chiave è la “tracciabilità”. Ma non quella del vigente “spesometro”, che impone ai soggetti titolari Iva di comunicare all´Amministrazione finanziaria i pagamenti superiori a certe soglie. L´Iva è l´imposta maggiormente evasa: come mettere una volpe a guardia del pollaio.
La traccia da seguire è quella che lasciano i soldi: qualsiasi entrata o uscita prima o poi viene registrata dagli intermediari finanziari, che già ora sono in grado di trasmettere all´Agenzia delle Entrate tutti i rapporti e le transazioni finanziarie. Oggi si ricorre a questi dati solo per i soggetti già in sospetto di evasione. Andrebbero analizzati prima e in modo sistematico. Non per accertare l´imposta evasa, ma per identificare i soggetti che hanno maggior probabilità di essere evasori.
Un´analisi dei dati finanziari universale e sistematica sarebbe un deterrente potente: sfuggirebbero solo le transazioni estero su estero, comunque rintracciabili grazie agli accordi di collaborazione internazionale, e quelle in contanti, alimentate però da incassi in contanti, senza mai passare per una banca, rese difficoltose dal limite ridotto oggi a 2.500 euro.
Il principio a cui ispirarsi è quello del rendiconto finanziario delle società quotate: qualsiasi uscita di cassa, per qualunque finalità (investimenti o costi operativi) deve trovare la giustificazione in un ricavo, nell´accensione di un prestito o nella vendita di un´attività. La cassa non si crea e non si distrugge.
Per ogni individuo, nucleo familiare, impresa individuale o società di persone, gli intermediari dovrebbero comunicare annualmente al fisco: (1) la somma complessiva delle poste in “Dare” di tutti i suoi conti correnti, misura della capacità complessiva di spesa, di consumo e di investimento, finanziario e reale (case, opere d´arte, licenze, macchinari); più (2) la differenza tra saldo finale e iniziale dei conti; meno (3) interessi e dividendi incassati (tassati alla fonte); meno (4) i prestiti concessi. Se questa somma è sproporzionata rispetto al reddito dichiarato, o non c´è dichiarazione, la spesa complessiva deve essere finanziata da una riduzione degli attivi patrimoniali (vendita di immobili, di titoli, di un´azienda), da un´eredità, o una vincita. Per questo, bisognerebbe richiedere in dichiarazione l´elenco dei beni patrimoniali; facilmente verificabile dal fisco, incrociando le informazioni di altre banche dati (Camere di commercio, Agenzia del territorio, Monopoli di Stato).
Chi ha ricevuto tangenti, svolto attività o lavorato in nero, incassato affitti non registrati, venduto case o licenze commerciali a un multiplo di quanto dichiarato, investito proventi illeciti, o ricevuto regalie e “prestiti infruttiferi” per allietare uomini facoltosi, si troverebbe in serie difficoltà a giustificare la propria capacità di spesa. Oltre a inguaiare le controparti. Sapendolo, ci penserebbero bene prima di evadere o commettere illeciti.
Una proposta simile verrebbe immediatamente bollata come “stato di polizia”. Anche se negli Stati Uniti vigono principi similari. Eppure sarebbe un sistema fattibile, poco costoso e infinitamente più efficace di tutti gli inutili redditometri, spesometri, studi di settore (meri accordi negoziati con le categorie) che abbiamo partorito in questi anni. Basta volerlo. Se non ora, quando?

La Repubblica 15.08.11

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“Anche la prima casa pesa sulla super-tassa”, di Valentina Conte

Anche la casa entrerà nel calcolo della supertassa che colpirà i contribuenti con un reddito superiore a 90 mila euro. La supertassa si pagherà dal 2012 e al momento è prevista per un solo triennio. Ma la supertassa non è l´unica novità prevista dal decreto. Il taglio dei finanziamenti a comuni e regioni porterà una valanga di addizionali, Imu (nuova Ici) e aumenti del bollo auto e delle imposte per la compravendita delle auto.
La solidarietà al Paese arriva anche dalla prima casa. Il contributo previsto dalla manovra d´emergenza, il decreto 138 firmato sabato da Napolitano, si calcola difatti sul «reddito complessivo» dai 90 mila euro annui in su, immobili compresi. Una sorpresa di Ferragosto che rimette in campo un tema caro al centrodestra: le tasse sulla casa.
Il prelievo solidale, una sorta di eurotassa, sarà pagato da 559 mila contribuenti, 3 mila euro in media a testa annui, riferisce l´Agenzia delle entrate. Funziona così: è dovuto da chi lavora o ha lavorato e paga le tasse (dipendenti pubblici e privati, autonomi e pensionati), corrisponde a un 5% sulla parte che eccede i 90 mila euro e a un 10% sopra i 150 mila. Si paga già sui redditi di quest´anno, «in deroga all´articolo 3 dello Statuto del contribuente» che vieta la retroattività dei tributi, dice la relazione al decreto, e fino al 2013. Un triennio di solidarietà che vale 3,8 miliardi complessivi per lo Stato: 674,4 milioni nel 2012, 1,557 miliardi nel 2013 e 1,586 miliardi nel 2014.
E´ un contributo deducibile: il suo peso effettivo scende così dal 5-10% al 3-7%. Chi denuncia 100 mila euro versa un obolo di 1.500 euro in tre anni, ridotti a 855. Chi ha 250 mila euro deve 22.230 euro anziché 39 mila, sempre in tre anni. Fermo restando il tetto del 48% per i redditi molto alti: se il contributo supera quella percentuale, il contribuente può scegliere di essere meno solidale e pagare al massimo il 48%.
L´eurotassa si applica, come detto, sul reddito totale prima che le deduzioni lo trasformino in reddito imponibile. Nel computo entrano tutte le altre componenti, dunque anche le rendite catastali. Chi vive in una casa da cinque vani in zona centrale a Roma e guadagna 100 mila euro, per tornare all´esempio di prima, verserà 989 euro, 134 in più del caso-studio senza casa.
Secondo i calcoli dell´Agenzia delle entrate, ecco come si distribuisce l´imposta (senza però la deduzione e la casa): 150 euro all´anno in media a testa per i redditi tra 90 e 100 mila euro, 570 euro tra 100 e 120 mila, 1.250 euro tra 120 e 150 mila, 2.940 tra 150 e 200 mila, 14.440 euro sopra i 200 mila euro.
Pochi gli autonomi coinvolti, nel mezzo milione di italiani solidali: notai, farmacisti, dirigenti d´azienda. Chi non ha altri redditi, oltre quello da lavoro, pagherà a partire da gennaio 2012 con prelievi in busta paga. Gli altri, a maggio-giugno 2012 in sede di dichiarazione dei redditi. Agli statali, tassati già da gennaio come deciso dal Dl 78 (finanziaria 2010), sarà garantito «il recupero degli importi eventualmente già trattenuti». Così anche ai pensionati d´oro, solidali già dal 1° agosto per effetto della manovra di luglio.
Sempre sul piano fiscale, il rincaro delle sigarette si avrà, per decreto, entro il 31 dicembre 2011. L´inasprimento, infine, delle «sanzioni accessorie» per i professionisti che non rilasciano scontrini o ricevute non sembra poi così severo. I requisiti – quattro distinte violazioni nel corso di cinque anni e in giorni diversi – comporterebbero al massimo la sospensione dall´albo o dall´Ordine professionale «per un periodo da tre giorni ad un mese». Un invito a rischiare?

La Repubblica 15.08.11

"Usano la crisi per demolire i diritti dei lavoratori", di Cesare Damiano

Con il nuovo decreto anche l’articolo 18 diventerà derogabile rendendo più facili i licenziamenti. Una norma da cancellare. È importante che il sindacato ritrovi una posizione unitaria
Una vendetta. Un colpo mortale al diritto del lavoro e ai diritti dei lavoratori. Erano tre anni che il ministro Sacconi cercava il momento buono. E ora, dopo i tentativi andati a vuoto, sembra averlo trovato. Il varo della manovra-bis – imposta dall’Europa a un governo assente e indecente – gli ha spianato la strada. Da oggi, grazie all’articolo 8 del decreto, curiosamente compreso in un Titolo III denominato «Misure a sostegno dell’occupazione», il principio della derogabilità di leggi e contratti diventa regola dominante. Le prerogative e l’autonomia delle parti sociali sui temi del lavoro sono oggetto di una pesante invasione di campo. E l’accordo negoziato unitariamente da Cgil, Cisl e Uil e Confindustria lo scorso28 giugno viene messo, nei fatti, in discussione.
Nel testo di Sacconi non solo c’è una deroga – che sembra ritagliata su misura per Marchionne – che riconosce la validità erga omnes degli accordi stipulati alla Fiat di Pomigliano, di Mirafiori e alla ex Bertone. Si stabilisce anche un principio in base al quale d’ora in avanti sindacati “comparativamente più rappresentativi”, a livello nazionale o di azienda, potranno stipulare contratti aziendali sostitutivi di quelli nazionali. Senza nessuna certificazione della rappresentatività reale e senza nessun referendum tra il lavoratori. Un colpo mortale alla democrazia sindacale e al contratto nazionale.
È inutile che il ministro del Lavoro, come nelle sue dichiarazioni successive al varo del decreto, si sforzi di spiegare che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello che impedisce i licenziamenti senza giusta causa) non viene toccato. La realtà dice un’altra cosa, opposta. La nuova norma afferma che anche l’articolo 18 è derogabile, ad eccezione dei licenziamenti discriminatori e dei licenziamenti delle lavoratrici in “concomitanza di matrimonio”. Per il resto, in azienda, le parti possono concordare ciò che vogliono, anche la modifica della disciplina del recesso. Unaconcessione evidente nei confronti di quegli imprenditori che da sempre chiedono norme meno rigide sulla “mobilità in uscita”, cioè una maggiore libertà di licenziare.
Soprattutto in tempo di crisi, si tratta di un segnale grave e preoccupante che può aprire la strada a situazioni socialmente insostenibili. Altro che patto di solidarietà tra generazioni. Minando l’articolo 18 e rendendo più facili i licenziamenti si dà, indistintamente, un colpo a giovani e anziani. E come sempre, a pagare il prezzo più alto, saranno i più deboli. È preoccupante che l’attenzione della maggior parte dei mezzi di informazione sia stata monopolizzata dagli altri provvedimenti, mediaticamente più appetibili. Risulta poco comprensibile l’atteggiamento di Confindustria, che ha cercato di minimizzare affermando che quanto
disposto è addirittura in linea con l’intesa del 28 giugno. L’augurio è che di fronte a questo attacco al diritto del lavoro si ritrovi rapidamente una posizione unitaria del sindacato.
Quella varata venerdì sera dal governo è una manovra ingiusta, inutile e odiosa. Colpisce nelle tasche i soliti noti, cioè chi da sempre già paga, ha come componente essenziale lo scempio dello stato sociale e non contiene alcun serio provvedimento per lo sviluppo. Ma è anche una manovra che mira a ridurre in modo scientifico gli spazi di democrazia, le tutele a sostegno dell’occupazione e i diritti di chi lavora. E questo va denunciato con forza. Il Partito democratico deve assolutamente respingere la manovra al mittente. Ma deve anche, nel presentare i suoi punti alternativi, mettere in evidenza quello riguardante il lavoro che rischia di essere sottovalutato. Dobbiamo dire con chiarezza che l’articolo 8, quello relativo alla “contrattazione di prossimità”, va cancellato e che le norme che disciplinano i licenziamenti non vanno toccate se non vogliamo condannare i giovani alla precarietà a vita. Infine, un punto di proposta qualificante, deve essere il recepimento per legge dell’accordo del 28 giugno in materia di contrattazione e rappresentatività. In tempi di crisi difendere il lavoro e tutelare chi lavora è più essenziale che mai e, vista la situazione, occorre una
forte mobilitazione politica e sociale.

L’Unità 15.08.11

"Questa manovra è ingiusta e dannosa governo di transizione per l´emergenza", intervista a Pier Luigi Bersani di Roberto Mania

Serve un altro volto che non sia quello di Berlusconi per presentarsi nel mondo. Se non si cambia rischiamo di rendere inutili tutti i nostri sforzi. Era un dovere accertarmi che il Capo dello Stato fosse a conoscenza del tentativo di Tremonti di far nominare Grilli in Banca d´Italia al posto di Draghi.
«Non so se Tremonti resterà ministro dell´Economia. Francamente penso che non lo sappia nemmeno lui», risponde Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, che sulla conversione del decreto con la stangata da 45 miliardi di euro punta a giocare in Parlamento una partita-chiave. Una risposta che conferma il nuovo quadro con le divisioni laceranti che attraversano la maggioranza. Tremonti non è più una pedina insostituibile nel governo. E anche questo apre a nuovi possibili scenari. Bersani ha preparato un pacchetto di emendamenti per cambiare la manovra e ha deciso di confrontarsi con tutti: opposizioni, forze sociali, e partiti di maggioranza. Obiettivo: «Far pagare a chi evade e a chi non ha ancora pagato nulla come i possessori dei grandi patrimoni immobiliari». Sullo sfondo – perché no? – prove di nuove grandi alleanze, di quel “governo di transizione” per presentarsi nel mondo «con una faccia diversa da quella di Berlusconi».
Perché a luglio avete permesso che in Parlamento la manovra da 48 miliardi venisse approvata rapidamente e ora vi preparate a dare battaglia su un decreto non molto diverso?
«Per la verità quella manovra è arrivata in Parlamento già blindata, con l´impegno del presidente del Consiglio di porre la fiducia e con l´improvvisa catastrofe dei mercati. Ma Berlusconi, per ora, ha detto che stavolta non intende ricorrere al voto di fiducia. E non perché vuole dialogare con me, ma perché ha problemi seri a casa sua. Resta il fatto che la manovra è ingiusta sul piano sociale e recessiva sul piano economico. Si colpisce esclusivamente chi paga l´Irpef e si tagliano i servizi di base. Nella batosta si accomunano i ceti medi con i ceti popolari. Riassumendo: paga chi ha sempre pagato e non paga chi non ha ancora pagato. Questa manovra va profondamente cambiata ed è per questo che abbiamo messo in campo le nostre proposte che, posso assicurare, stanno in piedi».
Sta davvero in piedi la proposta di ritassare i capitali rientrati in Italia attraverso lo scudo fiscale di Tremonti?
«Intanto voglio dire che questa è l´unica misura una tantum, e in fondo si chiede di pagare il 20% a chi, rimanendo anonimo, ha pagato il 4 o 5%. Le altre hanno tutte natura strutturale. Sono pronto a sfidare chiunque sulla possibilità tecnica della nostra proposta e sulla sua costituzionalità. Noi stimiamo di ricavare non meno di 15 miliardi da destinare alla crescita e al lavoro. Ma gli altri sono tutti interventi strutturali: la tracciabilità dei pagamenti per prestazioni e servizi, le norme antievasione, il ripristino dell´elenco fornitori-clienti, le dismissioni del patrimonio pubblico, le liberalizzazioni, la politica industriale, i tagli ai costi della politica, l´introduzione di un´imposta molto progressiva sui patrimoni immobiliari rilevanti a partire da un determinata soglia che indicheremo anche in ragione dell´esito della discussione in Parlamento».
Ma questa sarebbe una vera patrimoniale?
«Questa sarebbe semplicemente una tassa sul valore di mercato degli immobili. Esiste in tutti i paesi. Noi la faremo fortemente progressiva e con larghe esenzioni».
Con questi emendamenti punta a trovare in Parlamento nuove alleanze con gli altri partiti dell´opposizione?
«Prima di arrivare in Parlamento voglio confrontarmi con le forze sociali e con i partiti di opposizione. Sono pronto a recepire suggerimenti. Quanto alla maggioranza, parla sempre di dialogo – parola per me fumosa – bene, la metta in pratica confrontandosi con noi. Io voglio parlare con tutti».
Ha in mente un “governissimo”?
«Questo governo non ha alcuna credibilità. Se non cambia rischiamo di rendere inutili tutti i nostri sforzi. Ci vuole un governo di transizione per affrontare l´emergenza e cambiare la legge elettorale. Serve un altro volto che non sia quello di Berlusconi per presentarsi nel mondo. Detto e ribadito questo, sia chiaro che noi anche in questo quadro politico avanzeremo le nostre proposte alternative».
Come pensa che i mercati accoglieranno il decreto del governo?
«Abbiamo la fortuna che nei nostri confronti ci sia un occhio responsabile da parte della Bce e della Commissione di Bruxelles. Siamo troppo grossi perché non ci venga data qualche sponda».
La Marcegaglia ha invitato anche l´opposizione a cambiare il decreto aumentando l´Iva e bloccando le pensioni di anzianità. Cosa risponde?
«Non ho pregiudizi di principio, ma gli effetti potrebbero essere negativi. Non è meglio lavorare sull´evasione e sui significativi patrimoni immobiliari?».
E sulle pensioni di anzianità? Sono un tabù per la sinistra, come per la Lega?
«Possibile che tutti gli anni si sollevi questa questione? Si metta fine una volta per tutte introducendo un meccanismo di flessibilità di uscita dal lavoro entro una forchetta, per esempio tra i 62 e i 70 anni».
Dunque non è contrario ad aumentare l´età effettiva di pensionamento?
«Sono sicuramente d´accordo ma giunti a questo punto con meccanismi volontari e di convenienza poiché le riforme degli ultimi anni ci hanno sostanzialmente messi in equilibrio».
Su licenziamenti e derogabilità dell´articolo 18 lei sta con la Cgil che protesta o con la Cisl che la considera una buona soluzione?
«Io sto con il Pd. Certo, dopo il recente accordo tra le parti sociali e con tutti i guai che abbiamo, accendere una miccia di quel tipo mi pare una cosa pazzesca».
Perché ha informato il Capo dello Stato del tentativo di Tremonti di nominare, quasi con un blitz, Vittorio Grilli nuovo governatore della Banca d´Italia al posto di Mario Draghi?
«Era un dovere. Ritenevo corretto accertarmi che il Presidente della Repubblica, in quanto parte in causa rilevante, fosse a conoscenza di questo tentativo che va oltre ogni immaginazione».

La Repubblica 15.08.11

Paghi chi non paga mai

La “manovra alternativa” del PD contro la manovra depressiva e ingiusta della destra. La manovra del governo PdL-Lega Nord è sbagliata, depressiva, poco credibile e ingiusta. Scarica il costo del rientro dal deficit pubblico sui ceti popolari e sugli onesti che pagano le tasse. E’ inoltre un intervento destinato a deprimere l’economia invece di rilanciarla e non prevede nulla di significativo per la crescita.
Il Partito Democratico ha presentato, venerdì 13 agosto, una contromanovra in 7 punti per offrire al Paese un’alternativa credibile, più efficiente, più giusta – deve pagare chi non ha pagato mai! – in modo che l’Italia possa voltare pagina e riprendere il suo cammino di crescita.
Sulla base di questi primi ed altri elementi di proposta dal 20 agosto in poi, una volta esaminato il testo presentato dal Consiglio dei ministri, il PD si rivolgerà alle forze sociali e alle opposizioni per aprire un confronto volto a perfezionare una più compiuta proposta alternativa agli interventi del governo, a presentare gli emendamenti in Parlamento ed a sollecitare il sostegno dell’opinione pubblica per il cambiamento della manovra.

Contro una manovra depressiva e ingiusta, le 7 proposte del PD
Le decisioni prese dal Consiglio dei ministri sono inadeguate e poco credibili rispetto alla sfida che il Paese ha di fronte anche sul piano internazionale e fortemente inique sul piano sociale e fiscale. Gli esempi più eclatanti riguardano in particolare l’anticipo della delega sull’assistenza, che facilmente si tradurrà in un drastico taglio degli sgravi fiscali, scaricando sulle famiglie una parte rilevante dell’intera operazione di riduzione del disavanzo pubblico, colpendo in modo particolare i nuclei meno abbienti. La mancata precisazione degli interventi dà inoltre all’anticipazione di questa delega un carattere generico e di incertezza che non corrisponde all’esigenza di credibilità della manovra. L’intervento sugli enti locali è ancora insufficiente sul piano del riordino istituzionale, ma fortemente incisivo sul livello dei servizi, livello che invece va mantenuto e in alcuni casi irrobustito. Il contributo di solidarietà incide sui ceti popolari e sui ceti medi che pagano le tasse. In sostanza paga chi già paga. L’intervento sul Tfr dei dipendenti pubblici non porta efficienza, ma rappresenta un peso sui ceti medi e bassi. Gli interventi sulle relazioni industriali e sui rapporti di lavoro rappresentano una notevole intromissione nei rapporti e nell’autonomia delle parti sociali. Molte di queste misure dovranno essere abolite o fortemente alleggerite.
In sostanza, la manovra del governo scarica il costo del rientro dal deficit pubblico sui ceti popolari e sugli onesti che pagano le tasse. E’ inoltre un intervento destinato a deprimere l’economia invece di rilanciarla e non prevede nulla di significativo per la crescita.
Il Partito Democratico ritiene dunque che debbano essere adottare soluzioni più efficienti e più eque, che facciano pagare non chi paga già, ma chi non paga mai, che portino allo stesso risultato sul piano dei saldi di bilancio, ma che siano anche in grado di fornire un sostegno selettivo alla crescita.
Il PD non si sottrae dunque alla sfida che il paese ha di fronte e mette a disposizione il proprio contro piano, un progetto responsabile e alternativo per il bene del Paese. Per l’abolizione o il forte alleggerimento delle inique misure del governo noi dunque proponiamo:

1. Per affrontare l’emergenza si prevede un prelievo straordinario una tantum sull’ammontare dei capitali esportati illegalmente e scudati, in modo da perequare il prelievo su questi cespiti alla armonizzazione della tassazione sulle rendite finanziarie al 20 per cento e di adeguare l’intervento italiano alle medie delle analoghe misure prese nei principali Paesi industrializzati. Gran parte di questi 15 miliardi dovrà essere utilizzata per i pagamenti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle piccole e medie imprese e per alleggerire il patto di stabilità interno così da consentire immediati investimenti da parte dei comuni.

2. Un pacchetto di misure efficaci e non solo di facciata contro l’evasione fiscale, tali da produrre effetti immediati, consistenti e concreti. Si propongono dunque alcuni interventi, tra i quali figurano le misure anti-evasione che in parte riprendono quelle dolosamente abolite dal governo Berlusconi:
a) tracciabilità dei pagamenti superiori a 1.000 euro (pensare a somme più elevate significa lasciare di fatto tutto come è oggi) ai fini del riciclaggio e soglie più basse, a partire dai 300 euro, per l’obbligo del pagamento elettronico per prestazioni e servizi;
b) obbligo di tenere l’elenco clienti-fornitori, il vero strumento di trasparenza efficiente;
c) descrizione del patrimonio nella dichiarazione del reddito annuo con previsione di severe sanzioni in caso di inadempimento.

3. Introduzione di una imposta ordinaria sui valori immobiliari di mercato, fortemente progressiva, con larghe esenzioni e che inglobi l’attuale imposta comunale unica sugli immobili, in modo di ricollocare l’Italia nella media e nella tradizione di tutti i maggiori paesi avanzati del mondo.

4. Un piano quinquennale di dismissioni di immobili pubblici in partenariato con gli enti locali (obiettivo minimo 25 miliardi di euro).

5. Liberalizzazioni. Il PD propone di realizzare immediatamente almeno una parte delle proposte di liberalizzazione che il partito ha già preparato e presentato: ordini professionali, farmaci, filiera petrolifera, RC auto, portabilità dei conti correnti, dei mutui e dei servizi bancari, separazione Snam rete gas, servizi pubblici locali. Il PD è contro la privatizzazione forzata, ma non contro le gare e la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Tutto questo si può fare immediatamente senza bisogno di riforme costituzionali.

6. Politiche industriali per la crescita. Il PD propone di adottare subito misure concrete per alleggerire gli oneri sociali e un pacchetto di progetti per l’efficienza energetica, la tecnologia italiana e la ricerca, con particolare riferimento alle risorse potenziali e sollecitabili del Mezzogiorno. Sarebbe un errore imperdonabile intervenire sul controllo dei conti pubblici senza mettere in campo, sia pure limitatamente alle risorse disponibili, un pacchetto di stimoli alla crescita e per l’occupazione. In questo contesto rientra anche l’implementazione dei più recenti accordi tra le parti sociali senza intromissioni che ledano la loro autonomia.

7. Pubblica amministrazione, istituzioni e costi della politica. In Italia la riduzione della spesa deve riguardare non tanto la spesa sociale, ma l’area della Pubblica Amministrazione, le istituzioni politiche e i settori collegati. A Cominciare dal Parlamento: il primo passo è il dimezzamento del numero dei parlamentari. Il PD ha presentato da tre anni proposte specifiche su questo punto. Su sollecitazione dei gruppi parlamentari del PD la discussione su questi progetti è stata calendarizzata in Parlamento per settembre. Si agisca immediatamente. Da lì in giù, bisogna intervenire su Regioni, Province, Comuni con lo snellimento degli organi, l’accorpamento dei piccoli comuni, il dimezzamento o più delle province secondo l’emendamento presentato dal PD e dall’UdC alla manovra di luglio o, in alternativa, riconducendole ad organi di secondo livello, accorpamento degli uffici periferici dello Stato, dimezzamento delle società pubbliche, centralizzazione e controllo stretto per l’acquisto di beni e servizi nella pubblica amministrazione. In più: la ripresa di un vero lavoro di spending review, interrotto dal governo Berlusconi, dal punto di vista di una politica industriale per la pubblica amministrazione. Il PD ha proposte specifiche su ciascuno di questi punti. In particolare sui costi della politica il riferimento è il programma contenuto nell’ordine del giorno presentato due settimane or sono in Parlamento.

www.pder.it

"Il ceto medio che paga davvero", di Carlo Galli

La manovra economica non testimonia solo della riluttanza con cui il governo ha ammesso la crisi, né solo della cessione di sovranità, verso istanze esterne, che questo ritardo ha determinato. L´articolazione della manovra, che colpisce soprattutto il reddito fisso, contiene in sé anche un significato simbolico e politico. Ben chiaro a Berlusconi e ai giornali di destra, che piangono sul ceto medio tartassato anche da una imposta aggiuntiva per chi guadagna oltre i 90.000 euro l´anno (il reddito fisso di livello basso a loro non interessa).
Si tratta in realtà di lacrime fuori posto, propagandistiche e vittimistiche, che distolgono l´attenzione dai veri soggetti colpiti (appunto, l´intero lavoro dipendente in quanto tale). Infatti, non tutto il ceto medio è tartassato: quel tetto è superato da ben poche persone fisiche, per nove decimi dipendenti pubblici e dirigenti aziendali. Il mondo delle professioni – molto vicino alla destra – è assente. Anche alla luce del dettagliato articolo di Maurizio Ricci di ieri, ciò significa, concretamente, che il nostro sistema fiscale non funziona e che è inattendibile, perché la reale composizione dei ceti più abbienti è assai diversa, e vede – com´è logico – un grande concorso di lavoro autonomo; è dunque sbagliato e iniquo utilizzare questo fisco come strumento per misurare la capacità contributiva dei cittadini (da questo punto di vista la contro-manovra del Pd è più saggia, perché si serve come indicatore la proprietà delle case e i capitali rientrati, su cui si hanno notizie meno incerte).
Sotto il profilo simbolico, dunque, quella manovra non significa un attacco al ceto medio in generale, ma qualcosa d´altro. Significa – fosse o no nelle dirette intenzioni del governo – che la crisi epocale dello Stato che stiamo attraversando comprende anche la sempre minor tutela e il sempre minore potere politico e prestigio sociale dei ceti dirigenti che allo Stato fanno capo (professori, magistrati, alti esponenti della burocrazia, ma non i vertici, di diretta nomina politica), di quei ceti cioè che coniugano sistematicamente sapere ed efficacia pratica, cultura e competenza, impersonalità e imparzialità dell´agire pubblico (secondo le indimenticabili annotazioni di Max Weber).
Anche senza pensare che si tratti di un atto di guerra ideologica, di odio di classe, come pure è stato comprensibilmente detto, e anche ammettendo che si tratti solo del cinico calcolo di chi cerca soldi dove è più facile trovarli (cioè nelle categorie che non possono evadere), o in ceti elettoralmente non vicini a questa destra, pare difficile non farsi cogliere dal dubbio che il significato simbolico di questa situazione è che agli occhi dei politici di maggioranza la burocrazia abbia perduto valore, perché hanno cominciato a dubitare dell´utilità della sua funzione – strutturare la società secondo procedure scientifiche dietro input politico.
Non c´è bisogno di ricordare le tesi estreme, presenti anche nel governo, secondo cui la società tendenzialmente si governa da sé, e lo Stato fa parte dei problemi e non della soluzione. E´ sufficiente comprendere che i dirigenti pubblici hanno storicamente di solito avuto un orientamento filo-governativo. Ma si trattava di governi che credevano nel ruolo pubblico e politico del sapere pratico (o che almeno ne intuivano l´utilità) e che rispettavano la legittimità intrinseca della burocrazia (e in generale dei dipendenti pubblici), ovvero il merito certificato da un concorso, come vuole la Costituzione. Il che consentiva al burocrate di essere leale ma di identificarsi nello Stato, non nei governi; di essere neutrale, non direttamente politico; di servire la cosa pubblica, non una parte. Ma per la cultura politica di questo governo, fondata sull´emozione ideologica, sull´identificazione nel Capo, sul populismo, è evidentemente estranea la funzione di chi si identifica nello Stato, nel proprio ufficio, nel proprio sapere.
Gli elementi punitivi dei ceti medi statali, presenti nella manovra, nascono dunque da circostanze di fatto, dall´estraneità dei dipendenti pubblici allo scambio fra libertà di comportamenti (anche fiscali) e consenso politico su cui si è fondato il ciclo berlusconiano. Ma nascono anche da ragioni più radicali, perché nel dipendente statale c´è un´indipendenza – in linea di principio – che non lo fa aderire facilmente alla politica come viene concepita e praticata oggi. Una politica che anche nell´emergenza prosegue la grande lotta contro lo Stato che caratterizza questa fase storica, al punto che si può dire che lo Stato (nella sua configurazione allargata, tipica del dopoguerra) è l´ultima creatura politica del Novecento (dopo il fascismo a metà secolo, e il comunismo a fine secolo) a uscire di scena, tendenzialmente travolto dalle nuove forme dell´economia globalizzata e finanziarizzata.
Non si tratta di un´analisi accademica ma di una questione politica immediata: una società che non si prende cura della riserva di sapere, di capacità pratica e di indipendenza che lo Stato rendeva possibile è invertebrata, proprio in quanto priva di quei ceti medi di cultura e di competenza in cui prendeva forma e figura efficace l´azione ordinativa dello Stato, in cui era contenuta una possibilità di continuità e di sviluppo della funzione pubblica. L´esistenza non di poche isole più o meno d´eccellenza, ma una rete diffusa di saperi autorevoli e prestigiosi perché imparziali, efficaci, fondati sul merito, dotati di forte ethos d´ufficio, è una questione che interpella non tanto questa o quella parte politica, ma tutto il Paese. Se vuole ancora preoccuparsi del proprio futuro, oltre l´emergenza.

La Repubblica 15.08.11

Carpi (mo) – Eccidio di Piazza Martiri : martedì si ricordano i sedici fucilati dai fascisti nel 1944

Eccidio di Piazza Martiri : martedì si ricordano i sedici fucilati dai fascisti nel 1944. Si svolgerà martedì 16 agosto a Carpi la manifestazione commemorativa del 67esimo anniversario dell’eccidio di piazza dei Martiri, avvenimento che vide nel 1944 l’uccisione di 16 persone da parte dei fascisti. Dopo la deposizione di una corona di fiori alle ore 9 .30 al cippo dei caduti di via Guastalla il ritrovo delle autorità, dei familiari dei caduti e dei cittadini è fissato davanti al Municipio alle ore 10 : anche qui sarà posata una corona, sulla lapide posta in piazza Martiri a ricordo dell’eccidio. Dopo la benedizione del cippo la cerimonia verrà poi
chiusa dal discorso commemorativo del vicesindaco Alessia Ferrari. La manifestazione è promossa dal Comune in collaborazione con il Comitato cittadino per la memoria e sarà accompagnata dalle note musicali della Filarmonica città di Carpi. L’eccidio del 16 agosto 1944, alla memoria delle vittime de l quale è stata intitolata la piazza principale della città, venn e compiuto dai fascisti per rappresaglia a seguito all’uccisione, da parte dei partigiani, de l
console della milizia Filiberto Nannini. Furono rastrellate u n centinaio di persone tra Carpi , Migliarina e Rio Saliceto . Sedici di questi ostaggi, scelti casualmente, vennero portati all’imbrunire nella piazza cittadina e , fatti scendere dagli autocarri e allineati su due file, fucilati da giovani delle Brigate nere .

da Modenaqui 14.08.11