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"Edilizia scolastica, al via il piano del governo", da redazione Unità

L’annuncio di Palazzo Chigi: investimenti pari a 1.094.000.000 di euro. “Quattro milioni di studenti e una scuola italiana su due sono protagonisti di questo primo progetto, che porta nell’arco del biennio 2014-2015 ad avere scuole più belle, più sicure e più nuove”.

Il piano di edilizia scolastica, fortemente voluto dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, fin dal suo discorso di fiducia alle Camere del 24 febbraio, prende il via. Un piano, composto da tre principali filoni, che coinvolgerà complessivamente 20.845 edifici scolastici per investimenti pari a 1.094.000.000 di euro.

Quattro milioni di studenti e una scuola italiana su due sono protagonisti di questo primo progetto, che porta nell’arco del biennio 2014-2015 ad avere scuole più belle, più sicure e più nuove. Si tratta della costruzione di nuovi edifici scolastici o di rilevanti manutenzioni, grazie alla liberazione di risorse dei comuni dai vincoli del patto di stabilità per un valore di 244 milioni (#scuolenuove) e del finanziamento per 510 milioni dal fondo di sviluppo e coesione, dopo la delibera Cipe del 30 giugno, per interventi di messa in sicurezza (#scuolesicure), di decoro e piccola manutenzione (#scuolebelle).

Al lavoro su questo obiettivo c’è una specifica unità di missione istituita dalla presidenza del Consiglio in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, l’Università e la Ricerca per mettere in sicurezza le strutture scolastiche. Sblocca patto – #scuolenuove.

Sblocco del patto di stabilità per 404 cantieri in corso o che stanno aprendo, con progetti dall’importo medio di un milione, generando circa 400 milioni di valore complessivo. Tutti i sindaci che hanno risposto all’appello del presidente del 3 marzo scorso segnalando interventi di edilizia scolastica immediatamente cantierabili, finanziati completamente con fondi propri e per cui sbloccare il patto di stabilità, hanno infatti trovato accoglimento nei Dpcm firmati dal presidente in giugno: i sindaci riceveranno la comunicazione dalla ragioneria dello Stato secondo le procedure gestionali ordinarie di sblocco del patto per l’anno 2014 e 2015.

Per gli altri sindaci che – rispondendo all’appello del governo – hanno chiesto finanziamenti o lo sblocco del patto per interventi che inizieranno nel 2015, si aprirà una nuova possibilità con il prossimo documento programmatico di economia e finanza e con i mutui in fase di attivazione con oneri a totale carico dello Stato.

da www.unita.it

"Berlino sfora il tetto del surplus commerciale ma la Ue non si muove", di Federico Fubini

La crisi dell’euro è arrivata e (apparentemente) se n’è andata lasciando dietro di sé una scia di regole nuove. Ci sono quelle sui conti pubblici. Poi ci sono quelle di nuova generazione sui cosiddetti «squilibri macroeconomici ». Possono avere senso dopo l’esperienza di questi anni, eppure c’è un Paese che sembra godere di un’esenzione speciale: la Germania.
La prima economia dell’area è in aperta violazione delle procedure, eppure non solo non sembra preoccuparsene: neppure la Commissione europea o gli altri governi, Italia inclusa, fanno molto per ricordarlo. Le ultime raccomandazioni europee ai vari Paesi spiccano per il silenzio che circonda questa strana situazione.
Di che si tratta? Quando nel 2011 la zona-euro ha creato il «six pack», in quel pacchetto di sei regole per evitare nuove tempeste in futuro non c’erano solo vincoli di finanza pubblica. La crisi era anche frutto di squilibri negli scambi con l’estero delle varie economie. Grecia, Spagna, Irlanda, Portogallo e Italia erano in rosso da tempo. Il loro saldo negli scambi di beni, servizi e partite finanziarie con il resto del mondo era negativo: Stato e privati si indebitavano all’estero per mantenere il loro tenore di vita. Altri Paesi, Germania in testa, erano invece in surplus cronico e anche questo aveva alimentato i problemi: il frutto di quell’avanzo con l’estero veniva reinvestito a centinaia di miliardi in prestiti ai Paesi in deficit. Era la spirale che acuiva sempre di più gli squilibri che hanno finito per minare l’euro.
Di qui la regola del «six pack», con valenza di legge, benché asimmetrica: per ogni Paese diventa proibito avere un «rosso» delle partite correnti (scambi con l’estero) di oltre il 3% del Pil per più di tre anni di fila, ma lo è anche un surplus di oltre il 6% per lo stesso periodo.
L’inchiostro è appena asciutto su quei regolamenti, che sembrano già lettera morta. Dimenticati. Non da tutti, perché Grecia, Spagna, Portogallo e Italia nel frattempo hanno cancellato i loro disavanzi esterni, anche a costo di milioni di disoccupati in più e una caduta dei salari: i consumi si sono ridotti, l’export è salito. Invece, secondo le ultime previsioni della Commissione, quest’anno la Germania sarà in violazione (crescente) della soglia del 6% per il quinto anno di seguito. In teoria sarebbe esposta a una multa da 3 miliardi. In sostanza la correzione degli squilibri è stata fatta a Sud, ma non nel Paese al cuore dell’euro.
L’anomalia non è passata del tutto inosservata. A marzo, la Commissione Ue nota il problema tedesco e scrive che nelle raccomandazioni di giugno alla Germania verrà eccepito qualcosa «anche sulla procedura per gli squilibri macroeconomici». Ora la raccomandazione di giugno è arrivata ed è stata approvata dai capi di Stato e di governo dell’Unione venerdì scorso. Però, per la Germania, alla «procedura per squilibri macroeconomici » sono dedicate precisamente zero parole. Giusto un vago invito ad aumentare gli investimenti e stimolare la concorrenza nel settore dei servizi.
Ciò che conta non è che all’Italia invece la violazione in questa «procedura» viene contestata. Conta piuttosto la sostanza: è davvero così nocivo che la Germania viaggi con un surplus esterno da 280 miliardi, il più grande al mondo, doppio di quello cinese, circa il 7% del Pil tedesco? Sarebbe ingiusto sostenere che questo saldo record è stato raggiunto riducendo l’import dall’Italia o dalla Spagna. Nel 2009 l’economia tedesca ha comprato made in Italy per 37 miliardi di euro, nel 2013 per 47 miliardi. E sarebbe autolesionista chiedere una riduzione dell’export tedesco: ogni Bmw spedita da Stoccarda a Shanghai contiene freni fatti a Bergamo e pellame dei sedili conciato ad Arzignano, Vicenza.
Ma il surplus tedesco nel 2013 è stato accumulato in gran parte verso Paesi fuori da Eurolandia, per 188 miliardi, e ciò aumenta un forte afflusso di denaro verso l’euro dal resto del mondo. Ciò a sua volta rafforza l’euro, ostacola l’export degli altri Paesi, deprime l’inflazione e dunque spinge i debiti al rialzo rispetto al Pil. Basterebbe che la Germania incentivasse di più i consumi e gli investimenti, rispettando le regole comuni europee come chiede sempre agli altri di fare.
Lo strano è forse solo che nessuno lo ricorda, nemmeno Matteo Renzi. In fondo chiedere eccezioni per sé ai vincoli che danno noia, più che esigere dal prossimo il rispetto della legge, è sempre stata una specialità italiana. Non tedesca.

da la Repubblica

Il coraggio di regole per un lavoro «semplice», di Alberto Orioli

L’Italia intenzionata a far prevalere l’Europa dei cittadini e del lavoro versus l’Europa degli egoismi rigoristi e burocratici non può permettersi di fallire l’appuntamento del varo della delega sul lavoro. La discussione in Senato entra nel vivo la prossima settimana: avrà, oltre al normale carico “emozionale” che caratterizza l’argomento da almeno 40 anni, anche un’attenzione specificamente europea, con gli occhi degli altri partner, primi quelli di Angela Merkel, pronti a cogliere da questa prova parlamentare i segnali di vera svolta nel riformismo italiano. Che, non va dimenticato, è l’unica moneta di scambio per un’Italia intenzionata a “comprare” la flessibilità di cui c’è gran bisogno per evitare l’insostenibile maratona di riduzione del debito imposta dal fiscal compact e ormai diventata proibitiva in tempi di deflazione e di crescita prossima allo zero.
Non ci sarà spazio per nuovi ammortizzatori sociali se questi diventeranno una fonte di spesa pubblica aggiuntiva e non invece misure di redistribuzione delle risorse esistenti o remunerate secondo nuovi sistemi “assicurativi” per categorie che oggi non concorrono al finanziamento di strumenti di sostegno di cui, però, usufruiscono.
Sarebbe una nuova Italia dell’azzeccagarbuglio quella di una delega che introducesse un’ulteriore fattispecie contrattuale quando invece annuncia di voler semplificare la giungla dei rapporti di lavoro e delle forme contrattuali. La delega si impegna a introdurre il contratto a tutele crescenti, ma la riforma dei contratti a termine ne ha molto ridotto l’utilità. La domanda nuova è: come si fa a rendere ancora più competitivo-conveniente il contratto a tempo indeterminato? Sarà decisivo che i senatori abbiano questo quesito come obiettivo strategico. Per rendere, finalmente, semplice sia l’ingresso nel mondo del lavoro sia l’uscita dal mercato del lavoro. Senza guerre di religione sull’articolo 18.

L’Europa ci guarda: non sarebbe una grande performance quella di un Paese che, ancora una volta, privilegiasse un testo anodino e ambiguo avendo già il retropensiero di una gestione quotidiana da affidare alla conflittualità permanente di fronte ai giudici, finora veri delegati-ombra per la gestione di una materia tanto delicata e cruciale.
La delega deve diventare l’occasione – a dirla con Renzi – per «cambiare verso» formulando una legge che sia finalmente chiara e leggibile, frutto di scelte politiche coraggiose e limpide.
L’Europa guarderà molto anche all’atteggiamento che l’Italia avrà nella discussione sul salario minimo: gli 8,5 euro l’ora decisi dalla Germania spiazzerebbero molti dei posti di lavoro esistenti da noi. La scelta di una soglia, per natura sua, include ed esclude intere porzioni di popolazione e non può non considerare, Paese per Paese, il modello di relazioni sociali e di contrattazione oltre ai livelli salariali e le dinamiche del mercato del lavoro. L’Italia resta il Paese europeo più ancorato a un modello robusto di contrattazione nazionale e aziendale che dà certezze alle parti le quali, tra l’altro, dopo 60 anni, con l’intesa sulle regole per la rappresentanza, hanno scelto – all’unanimità – di rendere esigibili (erga omnes) gli accordi superando il vecchio criterio del conflitto con quello della responsabilità delle regole. Il sistema dei contratti ha garantito, finora, un flusso regolare e compatibile di risorse, l’unico ad avere contrastato, seppure solo in parte, il calo della domanda (con l’aumento dello 0,6% su base annua del reddito disponibile, corretto in peggio dal potere d’acquisto delle famiglie che cala dello 0,2% annuo). Sarebbe grave se poi il salario minimo fosse pensato per scardinare la contrattazione e portare, in un Paese dove la coesione sociale è un valore economico, il free riding del tutti contro tutti, passando per una definizione tutta “politica” della somma minima. È di buon auspicio il fatto che nella delega questa misura sia considerata solo «eventuale».
Il segnale di fondo che la delega dovrebbe dare è quello del cambio di rapporti all’interno delle voci di bilancio del sistema del welfare. E dare al ministero anche qualche chance in più nel duello costante con la Ragioneria e il ministero dell’Economia che vede oggi perdente il dicastero guidato da Giuliano Poletti. L’Italia – ed è una contestazione che più volte Bruxelles ha mosso a Roma – ha una gestione praticamente inesistente nelle politiche attive. Vale a dire in quelle azioni pubbliche e private che aumentino il valore del capitale umano, che rendano più semplice l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, che facilitino l’autopromozione dei lavoratori potenziali e creino banche dati efficienti per il reale funzionamento del più delicato dei mercati, quello del lavoro appunto. La delega, inoltre, sembra sottovalutare l’impatto costituzionale che avrebbe la creazione della nuova Agenzia nazionale, partecipata da Stato, Regioni e Province e vigilata dal ministero, per la gestione dei servizi all’impiego. Purtroppo finora queste materie sono state una delle tante vittime della riforma del Titolo V: sono le Regioni titolari, secondo l’ultima versione del testo costituzionale, di queste materie e, di certo, non hanno dato buona prova. Non è da escludere – e i giuristi sono all’opera – che la nuova Agenzia nazionale abbia bisogno di un imprimatur di natura costituzionale e debba finire nel grande calderone delle riforme istituzionali a cominciare dalla revisione del Titolo V e dei poteri regionali. Una ennesima formulazione ambigua però rischierebbe solo l’impugnazione dopo pochi giorni: né avrebbe senso se si aggiungesse alle strutture già esistenti (Isfol, Italia Lavoro, le diverse agenzie regionali) creando solo duplicazioni e, di fatto, clientele. Una certezza però c’è: al Paese serve una struttura efficiente che possa collegare i servizi all’impiego alle erogazioni degli ammortizzatori sociali e dove pubblico e privato possano collaborare in modo sinergico e, dove utile, sussidiario.
Anche in questo caso, per l’Italia si profila un test di riformismo. Quello che l’Europa ci chiede di superare a pieni voti. Un riformismo efficiente e facile da applicare. Insomma, per dirla con gli hashtag come si usa ora: #lavorosemplice. Semplice da creare, da gestire, da trovare.

La Repubblica 05.07.14

"Reggi: «I cantieri ci sono rispetteremo gli impegni»", di Cinzia Lucchelli

Il sottosegretario Roberto Reggi assicura il rispetto dei tempi del piano di edilizia scolastica annunciato dal governo Renzi: «I cantieri sono già aperti in 404 Comuni, partiremo con gli interventi d’emergenza».
Il premier ha promesso scuole belle, sicure, nuove. Ma quali cantieri sono stati aperti? «Alcuni sono già partiti. Si tratta di quelli sbloccati dal governo con l’esclusione dal Patto di stabilità di 404 Comuni: tutti quelli che avevano risposto all’appello lanciato da Matteo Renzi di segnalare le priorità di intervento su una struttura scolastica ed avevano le risorse sufficienti per pagare. Il valore di questi lavori è di un milione di euro ciascuno, in tutto 400 milioni. Si tratta di nuove costruzioni o lavori di manutenzione straordinaria che partono subito o sono già in corso e si concludono. Ad Aiello del Sabato, in provincia di Avellino, ad esempio, con 535mila euro consentiamo a una materna che vale 3 milioni di essere inaugurata a settembre». Il Cipe ha appena assegnato 510 milioni di euro alla scuola.
In questo caso quale è l’iter e quali i tempi? «Di questi fondi, 400 milioni sono destinati a due graduatorie già esistenti che non erano state finanziate in passato: 2800 interventi di messa in sicurezza, rimozione amianto e barriere architettoniche. I sindaci avranno tempo fino al 31 ottobre per aggiudicare gli appalti. Altri 110 milioni, che si aggiungono ad altri 40 già in disponibilità del Miur, sono per interventi in 7000 scuole per il ripristino del decoro e funzionale degli edifici scolastici. Partono dalla metà di luglio».
Ma se buona parte dei cantieri deve ancora aprire non si rischia di andare oltre settembre? «Quasi tutti gli interventi legati allo sblocco del Patto di stabilità si faranno questa estate. Per le #scuolesicure le procedure previste nella graduatoria sono quelle di emergenza usate nel Decreto del Fare che hanno dimezzato i tempi di aggiudicazione degli appalti. Diamo tempo fino al 31 ottobre, ma siamo sicuri che ci vorrà meno. I 7000 interventi legati alle #scuolebelle partono tutti in estate. In questo caso c’è un accordo tra dirigenti scolastici e le ditte: le risorse non passano per i Comuni ma vengono trasferite ai dirigenti scolastici che in queste ore stanno preparando gli ordinativi. Quando ci sarà la registrazione della delibera Cipe, circa 15 giorni, partiranno con i lavori. Ma chi vigilerà sui tempi ? «E’ stata istituita un’unità di missione sotto la Presidenza del consiglio che ha il compito di monitorare gli interventi con il Miur».
Come sono stati scelti i cantieri da attivare tra le 4400 richieste arrivate dai sindaci? «Avranno tutte una risposta entro il 2015, progressivamente». Quando sarà disponibile l’elenco completo di scuole e interventi? «A breve metteremo online sul sito del Governo e del Miur una cartina delle scuole interessate ai tre tipi di intervento (scuole nuove, sicure, belle)»

da La Gazzetta di Modena

"Lavoratrici madri, ecco alcune cose che dovete sapere", di Teresa Bellanova*

Qualche giorno fa la rievazioe periodica dell’Istat su occupati è tornata ad accendere i rifettori sullo stato del mercato del lavoro nel nostro Paese, e in particolare sulle donne.
Puurtroppo, ancora, nessuna novità: le donne faticano a essere presenti nel mercato del lavoro, scontano difficoltà diverse e di diversa natura, dai differenziali retributivi, al tetto di cristallo, alle illegalità perpetrate utilizzando il vergognoso strumento della firma delle dimissioni in bianco. Su queste ultime il Parlamento si è espresso in maniera forte proprio di recente, approvando una legge moderna e avanzata.

Tuttavia, più spesso e più semplicemente parliamo di carenza di politiche e di servizi alle famiglie e all’infanzia, che comporta l’impossibilità per le donne, in particolare per le madri, di tenere insieme lavoro e vita privata. È un Paese paradossale, il nostro, nel quale grande importanza si attribuisce al ruolo della famiglia nella società, e giustamente, e si rischia poi di trascurare i modi e gli strumenti con i quali questo ruolo può essere sostenuto. Un Paese nel quale il 22% delle donne occupate in gravidanza non lavora più a due anni dal parto, nel Mezzogiorno addirittura il 29%. Nel quale quasi il 43% delle donne con figli piccoli – sono dati dell’ultimo rapporto annuale dell’Istat – lamenta la difficoltà di «conciliare» carriera e maternità. La maggior parte ricorre ai nonni, e in secondo luogo ai nidi pubblici e (soprattutto) privati.

È evidente, dunque, che c’è un tema non più procrastinabile, sul quale è rimasto poco, o poco di nuovo da com- mentare, e sul quale bisogna agire, proprio sfruttando questi dati che, per quanto negativi, ci aiutano a inquadrare la situazione e a programmare interventi. Senza servizi alle famiglie, è assai difficile che maternità e lavoro possano diventare un binomio concreto. Al contrario, dove sono presenti servizi e misure di sostegno, le donne lavorano in tante e fanno figli, decidendolo in libertà. Come dovrebbe essere normale. Anche nel nostro Paese.

Tra le tante e doverose misure che si possono adottare, una è già contenuta nella legge n.92 del 2012, e prevede per la madre lavoratrice, che al termine della maternità obbligatoria rientra a lavoro, in alternativa al congedo parentale, un voucher per l’acquisto di servizi di baby sitting o di un contributo per la retta di asili pubblici o privati accreditati, dell’importo di 300 euro mensili per sei mesi. La richiesta deve essere effettuata dalla madre lavoratrice rispondendo per via telematica in un arco temporale limitato a un bando emesso dall’Inps (il meccanismo è simile a quello del cosiddetto click day). Probabilmente nel 2013 la misura è stata scarsamente pubblicizzata; le modalità non semplici per la richiesta del bonus, le scadenze per la pre- sentazione della domanda troppo strette, l’importo non sufficiente, hanno contribuito ad un risultato insoddisfa- cente del primo anno di erogazione. Eppure, per quanto limitati, i fondi non sono pochi: 20 milioni di euro stanziati per ciascun anno dal 2013 al 2015. Per il primo anno le beneficiarie effettive sono state meno di 4000, ed è stato speso poco meno di un quarto dei fondi disponibili. Per questo motivo abbiamo condotto una verifica delle modali- tà di richiesta ed erogazione del bonus, ed effettivamente abbiamo riscontrato che una misura tanto importante per la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, così com’è non centra l’obiettivo, non solo perché non risolve il problema ma anzi c’è il rischio che importanti stanziamenti, in tempi di risorse scarse, restino inutilizzati o vengano destinati ad altro.

Dunque, in tempi brevi saranno effettive queste novità: la madre che rientra al lavoro può richiedere entro il 31 dicembre (senza più dover rincorrere il click day) un contri- buto da utilizzare per pagare la baby sitter o per l’asilo nido pubblico o privato accreditato; da 300 euro mensili il contributo passa a 600; il beneficio viene esteso anche alle lavoratrici del pubblico impiego, prima escluse. Stiamo la- vorando perché la misura così modificata sia operativa nel più breve tempo possibile. Ed è preciso obiettivo del Mini- stero del Lavoro recuperare i fondi rimasti inutilizzati nel 2013, rimetterli a disposizione della misura evitando che siano impiegati per scopi diversi.

Infine. Abbiamo estrema necessità che le donne sappia- no che questi strumenti esistono, e che siano messe in gra- do di usarli. La consapevolezza, l’informazione, sono la prima arma di contrasto all’esclusione, anche nel mondo del lavoro. Per questo, metteremo a punto una campagna di informazione, ma intanto è indispensabile la collabora- zione degli organi di informazione e, soprattutto, della re- te delle donne.
*Sottosegretaria al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali

da L’Unià

"Il topolino parlante", di Massimo Gramellini

«Il giorno della chiusura dei giornali si avvicina», esulta Grillo sul suo blog. La visione di macerie, per ora solo immaginarie, esercita sempre su di lui un effetto afrodisiaco. «Ci resterà comunque Topolino», conclude, gettando nel panico l’incolpevole ratto. Quando tutti i giornali saranno stati sepolti senza funerale e il fumetto di Walt Disney si aggirerà malinconico nelle rastrelliere dei supermercati (le edicole nel frattempo saranno state dichiarate fuorilegge), Topolino sarà costretto a reggere da solo l’urto della rabbia barbuta. Verrà messo alla gogna sul blog come «giornalista del giorno» nei giorni pari (in quelli dispari Pippo), accusato di appartenere a una multinazionale, dileggiato per l’eccessivo spazio concesso al Pdl di Paperone e al Pdmenoelle di Paperino, senza contare le giovani marmotte renziane Qui Quo Qua e l’odioso protettore dei poteri forti, commissario Basettoni.  
 
Qualche volta ci vorrebbe Archimede Pitagorico per penetrare nel cervello a forma di bile del brontosauro pentastelluto. I giornali vanno chiusi, e va bene. Ma anche la tv, «che ci ha tolto voti perché ha omologato i nostri parlamentari alla Bonafè o alla Picierno». E lui a Berlusconi nel salotto di Vespa, benché questa semplice osservazione a Grillo sia rimasta impigliata nella barba. Insieme a un’altra: se i suoi parlamentari in tv vengono percepiti uguali agli altri, forse il problema non è la tv, ma i suoi parlamentari: non il contenitore, ma i contenuti. È un pensiero di Pippo, se la prenda con lui.
 
da La Stampa

"Matteo: l’Europa non è dei banchieri", di Alberto D'Argenio

L’EUROPA non è dei banchieri tedeschi, l’Europa è dei cittadini europei». Il premier Matteo Renzi legge con disappunto l’attacco che gli riserva il potente presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Ma non perde le proprie certezze. MA IL premier non perde la calma. «Bene bene, questo è un ottimo segnale, se pensano di farci paura lo vedranno, hanno sbagliato governo ». Però al secondo giorno consecutivo di attacchi tedeschi all’Italia – mercoledì era stato il capogruppo del Ppe a Strasburgo Manfred Weber – a Palazzo Chigi rifiutano di parlare di incidente tra Roma e Berlino. Già, perché la convinzione di Renzi e del suo staff è che né Weidman, né Weber, né Schaeuble rappresentino la linea della Germania. «In Germania decide la Merkel e la linea della Cancelliera è un’altra». Il governo italiano non perde il sangue freddo nella battaglia per ottenere maggiore flessibilità sui conti in cambio di riforme.
D’altra parte, ricordano tutti come un mantra, «Roma non chiede di cambiare il Patto di stabilità, ma di interpretarlo in modo più elastico per far ripartire l’economia». Ma visto che la prudenza non è mai troppa, il governo prepara le contromisure per farsi valere in Europa e lo fa in collegamento con gli uomini di peso del Pd all’Europarlamento. Già, perché il 15 luglio il popolare Jean Claude Juncker dovrà ottenere la fiducia di Strasburgo. E come dice Simona Bonafè il presidente in pectore della Commissione europea per passare «ci dovrà dare delle spiegazioni, ci dovrà dire come intende applicare la flessibilità già concordata ». Con il Partito democratico pronto a far saltare il patto con il Ppe con il quale governa il Parlamento di Strasburgo in Grande Coalizione. E nella battaglia europea Renzi e il Pd sanno di avere anche la copertura del presidente Napolitano, che ieri ha ricordato come l’Italia «negli ultimi anni ha fatto molto, l’aggiustamento della finanza pubblica che c’è stato in Italia negli ultimi anni può sfidare qualsiasi termine di paragone ». E il Capo dello Stato ha ricordato che il risanamento dei conti deve essere combinato «all’imperioso obiettivo del rilancio della crescita».
Renzi sapeva che la vittoria ottenuta sette giorni fa a Bruxelles con l’approvazione da parte dei leader del documento sulla flessibilità sarebbe stata solo la prima battaglia per arrivare davvero a un Patto meno dogmatico, visto che il principio politico apbolezza provato dai capi di Stato e di governo ora deve essere declinato in realtà principalmente dalla Commissione. E il premier per chiudere la partita conta sulla Cancelliera: «La Merkel ha interesse ad avere un rapporto con Renzi — spiegano gli esperti di Europa del Pd — altrimenti l’Unione con chi la manda avanti?». Considerazione che sconta la politica di Hollande e l’isolamento di Cameron. E c’è la convinzione che anche la donna più potente del mondo voglia sinceramente andare verso la flessibilità per aiutare la ripresa in tutto in Continente. E in queste ore ad ammorbidire Schaeuble ci pensa il ministro Padoan con telefonate assai frequenti. La situazione ricorda il 2012, quando i falchi guidati dalla Buba di Weidman e dal Finanzminister picchiavano contro lo scudo antispread chiesto da Monti per salvare la moneta unica: alla fine la Merkel sostenne l’Italia e nonostante le bordate lo scudo passò. L’ottimismo di Renzi sulla partita europea è anche dovuto dal fatto che la Germania non è un monolite, che anche a Berlino si fa politica e c’è chi si comporta duramente con i paesi del Sud Europa per lucrare voti. Per questo ieri non ci sono stati contatti chiarificatori tra Renzi e la Merkel dopo l’agguato di Weber al Parlamento europeo, visto che il quarantunenne capogruppo del Ppe milita tra le fila della Csu, alleato bavarese della Cdu della Cancelliera spesso su posizioni più intransigenti. «Anche da loro si fa politica», è la certezza del governo italiano. Così come si pensa ci sia anche una dose di gioco delle parti, con i falchi alla Schaeuble dentro alla Cdu che fanno i duri per tranquillizzare la base del partito e l’opinione pubblica sul fatto che la Germania non permetterà un allentamento delle regole di bilancio dell’eurozona. Salvo poi far passare in sordina le novità in Europa. Almeno questa è la scommessa italiana.

da La Repubblica