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"La rasoiata c'è, manca l'ambizione", di Fabrizio Forquet

La rasoiata (come l’ha definita il quotidiano dei vescovi Avvenire) c’è stata. Sarà stata la pressione della Bce, o magari l’ultima settimana nera di Piazza Affari che ha bruciato oltre 80 miliardi di euro, ma alla fine il Governo ha trovato lo scatto d’orgoglio per rafforzare la manovra di luglio. È l’ambizione, però, che è mancata. L’ambizione, e il coraggio, di trasformare un decreto correttivo d’emergenza in un provvedimento in grado di ridare anima e fiducia a una crescita economica che per l’Italia continua a restare un sogno perduto.

Che la manovra segni una sterzata decisa nel segno del rigore è nei numeri di questa manovra. Una correzione in un anno di quasi 2,5 punti di Pil (e di un un altro 1,5 nell’anno successivo) è davvero un colpo da far «grondare sangue», secondo le parole dell’inedito presidente del

Consiglio di questi giorni.
Ma non è solo il saldo che conta. L’analisi delle misure per il prossimo anno (finalmente si può ragionare su interventi che diventano operativi in tempi rapidi) evidenzia come la correzione aggiuntiva di 20 miliardi avvenga per oltre 17 con tagli alla spesa pubblica. Per l’esattezza: quasi sette sui ministeri, 6 sugli enti locali, 4 sull’assistenza (invalidità, accompagni, pensioni sociali), uno attraverso minori misure previdenziali.

Per i mercati questo è un buon segnale. Perché il risanamento vero si fa con i tagli di spesa, non con le tasse. Se oggi l’Italia è di nuovo in condizioni di emergenza è perché il contenimento del deficit e del debito nell’ultimo ventennio è avvenuto soprattutto attraverso misure una tantum, nuove entrate e riduzione degli interessi sul debito (effetto euro). La spesa pubblica, invece, ha continuato a correre: dal 2000 a oggi siamo passati da 592 miliardi a 742 miliardi.

In questa manovra, invece, i tagli di spesa ci sono. Ma sono credibili? Su questo è legittimo più di un dubbio. Perché sui ministeri non c’è ancora l’indicazione di quali siano le spese e i comparti su cui i tagli saranno operati; perché sull’assistenza non c’è alcuna indicazione di merito, se non l’impegno complessivo; perché su Enti locali e Regioni saranno questi ultimi a dover tradurre in realtà i tagli. È un’indeterminatezza che può essere pericolosa: potrebbe indebolire la credibilità dei tagli al cospetto dei mercati.

Il principale punto di debolezza, però, è un altro. È in quello che nella manovra non c’è. Nell’ambizione e il coraggio, si diceva, di puntare non solo sulla necessaria rasoiata, ma sull’altrettanto necessaria crescita economica.

Il coraggio – e la responsabilità – per esempio di intervenire con decisione sull’età pensionabile per liberare risorse utili ad alleggerire il peso di quel cuneo contributivo che asciuga le buste paga e grava sul costo del lavoro. Nel Manifesto per la crescita e il rigore, pubblicato dal Sole-24 Ore, si indica l’innalzamento in tempi rapidi dell’età pensionabile a 70 anni. È un obiettivo, si poteva fare molto meno, ma il nulla (o quasi) no. Se ne prenda atto: l’Italia non può più permettersi un’età di pensionamento più bassa di partner europei dalla grande solidità finanziaria.

Lo stop sulla previdenza è il segnale più evidente di una manovra senza ambizione. Tra le ipotesi in campo c’era anche l’aumento delle aliquote Iva di 1-2 punti per liberare oltre 10 miliardi da destinare alla riduzione delle imposte sul lavoro. Una misura utile a crescere. E anche questa per ora è stata archiviata.

Sono stati approvati, questo è un bene, il rafforzamento dei contratti aziendali e gli incentivi alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, ma l’eterna riforma delle professioni è stata ancora in gran parte svuotata. Poco o niente, poi, sulle liberalizzazioni, sulla ricerca, sull’università, sulla trasparenza della pubblica amministrazione.

È questo il buco nero della manovra. Un Paese senza crescita è un Paese che perde il futuro. E alla lunga è anche un Paese che non riuscirà a tenere in ordine i propri conti. Perché se non si produce ricchezza non si fa neppure risanamento. Sarà utile che il Parlamento ne tenga conto, altrimenti potremmo accorgerci presto che la rasoiata sarà arrivata dritta al collo del sistema Italia, e non avremo più le forze per reagire.

Il Sole 24 Ore 14.08.11

Tracciabilità dei rifiuti Pd: «Prestigiacomo ora deve dimettersi»

La manovra cancella la tracciabilità delle imprese nel ciclo dei rifiuti. «Un regalo alle ecomafie», arriva a dire lo stesso ministro dell’ambiente. Ma Calderoli si è imposto: «Imprese felici». E l’opposizione vuole le dimissioni della Prestigiacomo. «Era una misura non voluta dagli artigiani e da tante imprese», liquida la questione, con poche parole, il ministro della Semplificazione normativa, Roberto Calderoli. Più semplice di così? Con un colpo di spugna, inserito nella manovra, il governo cancella il Sistema di tracciabilità dei rifiuti, il cosiddetto Sistri. Le imprese – assicura lui – saranno contente. Ma anche le ecomafie, che prosperano sullo smaltimento illecito dei rifiuti, non hanno di che lamentarsi.
E pazienza se la lotta alla illegalità che dilaga nello smaltimento dei rifiuti così diventa «un’operazione di facciata», come avvertono le associazioni ambientaliste, che giudicano «gravissime» le parole del ministroCalderoli. «Non si rende conto il ministro che dietro allo smaltimento illegale dei rifiuti c’è il drammatico fenomeno delle ecomafie e un gravissimo profilo di danno ambientale (da valutare anche in termini economici)?».
Almeno, dal momento che il provvedimento è inserito nella manovra, ci si potrebbe aspettare che ne derivi qualche risparmio per le casse dello Stato. Macché. La sua parte lo stato l’ha già fatta. Per la tracciabilità dei rifiuti ha già speso milioni di euro. E ha già acquistato le cosidddette «black-box», che ha anche già provveduto a distribuire ai privati. «Possibile che ora che la gran parte dei costi ricadrebbe sugli operatori in funzione del servizio che svolgono lo Stato si appresta a buttare tutto l’investimento fatto?», domanda il Wwf. Una cancellazione che sa tanto di «sperpero di denaro pubblico», denuncia Legambiente. Che senso ha da parte del governo «cancellare un sistema che aveva creato utilizzando i soldi dei cittadini»?
E il ministro Prestigiacomo che cosa ne pensa? Si domandano le associazioni ambientaliste. «Prestigiacomo, se ci sei batti un colpo», incalza il capogruppo dell’Italia dei valori in Senato, Felice Belisario. «Su un provvedimento che lei stessa giudica fondamentale per combattere le ecomafie, ha ricevuto l’ennesima sfiducia dal suo governo e quindi dovrebbe dimettersi immediatamente », attaccano i senatori del Pd Francesco Ferrante e Roberto Della Seta. «Cedere alla volontà della Lega e abrogare il sistema informatico di tracciabilità dei rifiuti che sarebbe dovuto entrate in vigore già da un anno è la sua ennesima sconfitta», osservano. Le imprese si lamentavano? «Ma invece di lavorare per risolvere i problemi tecnici, su cui per primi avevamo suonato l’allarme – denunciano gli Ecodem -, invece di richiamare ai suoi doveri la Selex (aggiudicataria dell’appalto), invece di togliere il segreto da tutta la procedura come promesso in Parlamento un anno fa rispondendo alle nostre interrogazioni, invece di trovare i tempi ragionevoli che avrebbero permesso alle aziende di prepararsi alla definitiva entrata in vigore del nuovo sistema, Calderoli, evidentemente spalleggiato dal premier, ha deciso di buttare il bambino con l’acqua sporca e impedire un passo avanti nel controllo dei traffici illeciti».
«Calderoli ieri aveva provato a colpire anche le rinnovabili concludono», avverto i senatori Pd, che lanciano lì il dubbio: «Chissà quante altre “porcate” si nascondono nelle pieghe di questa inadeguata e dannosa manovra?».
Il ministro Stefania Prestigiacomo, per ora, non replica. Sull’argomento, nvece, si pronuncia in modo molto critico il sottosegretario alla presidenza del consiglio e leader di Forza Sud, Gianfranco Miccichè: «Proprio una norma che non capisco, in un momento in cui il problema dei rifiuti si sta manifestando con particolare gravità nel nostro paese, dove rifiuti
e criminalità organizzata vanno spesso e volentieri a braccetto».

L’Unità 14.08.11

Berlino in silenzio per i 50 anni del muro. Ricordata la barriera simbolo dell'Europa divisa

Il suono di tutte le campane tedesche ha spaccato a metà il minuto di silenzio in cui l’intera Germania si è raccolta sabato a mezzogiorno. C’era da ricordare il 50esimo anniversario della costruzione del Muro che dal 13 agosto 1961 al 9 novembre 1989 ha diviso Berlino Est da Berlino Ovest, il blocco sovietico da quello occidentale, il comunismo dalla democrazia, l’austera dittatura dall’opulente società del consumo.

LA PRIMA E L’ULTIMA PIETRA – La costruzione del Muro di Berlino cominciò il 13 agosto 1961 subito dopo la mezzanotte. Il giorno dopo Berlino era invasa dal filo spinato, con blocchi stradali che rendevano difficile qualsiasi spostamento. Il leader della Ddr, Walter Ulbricht la ribattezzò «Operazione Rosa», con migliaia di soldati incaricati di erigere «un muro di protezione antifascista», per impedire agli abitanti della Germania Est di fuggire nel mondo capitalista. Dal 17 agosto iniziò la posa di blocchi di cemento. Da quel giorno, fino alla demolizione «collettiva» del 9 novembre 1989, moltissimi cercarono di oltrepassare il muro. Chi nascosto nei bagagliai, o addirittura in scomparti segreti ricavati sul pianale delle auto, scavando tunnel, saltando le recinzioni. Molti morirono nel tentativo di raggiungere l’ovest, e quindi la libertà. Le vittime accertate sono 136, oltre 200 secondo altre stime, addirittura settecento se si contano anche coloro che persero la vita prima ancora di raggiungere il muro. Tutti i loro nomi sono stati inscritti in croci bianche attaccate a una rete metallica issata nei pressi del Reichstag.

LA COMMEMORAZIONE – I morti, o quelli imprigionati per aver cercato la fuga, «non sono le sole vittime di questo Muro» ha ricordato il presidente della Repubblica, Christian Wulff, durante la cerimonia di commemorazione. «Dietro di esso, milioni di persone hanno dovuto rinunciare a decidere della propria vita» ha aggiunto. Nella Ddr, c’erano allora 19 milioni di abitanti. Wulff ha parlato questa mattina davanti al Memoriale della Bernauer Straße, la strada tagliata in due dal Muro. Alla cerimonia hanno partecipato anche il cancelliere Angela Merkel e il sindaco della capitale, Klaus Wowereit, che ha dichiarato di fronte a migliaia di persone di non avere «alcuna comprensione per coloro che relativizzano gli orrori del Muro; il Muro di Berlino era e resterà una vergogna e questo deve essere detto chiaramente».

I RICORDI DI BUZEK – Il presidente polacco del Parlamento europeo, Jerzy Buzek, ha raccontato – in un comunicato – i suoi ricordi: «Ero uno studente di ingegneria e mi trovavo a Berlino per una conferenza. Quella mattina, volevamo visitare Berlino Ovest ma ci fu impedito da poliziotti armati e filo spinato». «Questo muro – ha aggiunto – non ha diviso soltanto una città, ma l’Europa intera». Per il presidente tedesco Wulff, comunque, la caduta del Muro nel 1989 è la prova che «alla fine, la libertà è indistruttibile. Nessun muro resiste in maniera duratura alla voglia di libertà».
QUALCHE NUMERO – Il Berliner Mauer circondava Berlino Ovest, il tracciato divideva in due la cittá lungo 43 chilometri e circondava la parte esterna della sezione occidentale lungo 156 chilometri, Fino alla sua costruzione erano stati 2,5 milioni, ovvero il 20% della popolazione, a lasciare la Germania est e il Muro venne costruito per bloccare questo esodo. Nel giugno 1962 venne costruito un secondo muro all’interno della frontiera, parallelo al primo. Nello spazio interno si trovava la cosiddetta «striscia della morte». Il Muro venne poi rafforzato nel 1965 e infine rifatto nel 1975 con 45mila sezioni di cemento armato rinforzato alte 3,6 metri e larghe 1,5 metri. Nella «striscia della morte» furono costruiti 105,5 km di fossato anticarro, 302 torri di guardia con cecchini armati, 20 bunker e una strada illuminata per il pattugliamento lunga 177 km, sorvegliata dai Vopos con l’aiuto di cani. Il muro divideva 192 strade (97 tra le due parti della cittá e 95 tra Berlino Ovest e la DDR), 32 linee di tram, 8 linee di metropolitana di superficie (S-Bahn), 3 linee di metropolitana sotterranea (U-Bahn), 3 autostrade e numerosi fiumi e laghi.

www.corriere.it

"Comuni uniti nella battaglia il premier si faccia da parte serve un governo tecnico", di Oriana Liso

È la prima volta che le proposte alternative fatte da sindacati, Confindustria, Confcommercio e Anci vengono completamente ignorate. Il premier non può dire che questa crisi era imprevedibile. Lo era, solo che lui l´ha negata ostinatamente. Ma ora non può gestirla chi non l´ha saputa affrontare. Occorre una protesta forte, ma anche una proposta. E io ci sarò Tra i sindaci c´è compattezza su questi temi, al di là degli schieramenti
«Non è accettabile che un presidente del Consiglio si presenti agli italiani definendo questa situazione come imprevedibile. La crisi era prevedibile e prevista, solo che il premier l´ha negata ostinatamente fino a due giorni fa. Per questo è arrivato il momento che Silvio Berlusconi vada in pensione. Non può gestire una crisi di queste dimensioni chi non l´ha saputa affrontare a tempo debito. Chi, anzi, l´ha negata per due anni». Giuliano Pisapia, sindaco di Milano da poco più di due mesi, è all´estero da una settimana. E nota, con dispiacere: «Mi sono vergognato, parlando con tanta gente, non di essere italiano, ma di essere associato a un premier noto fuori dall´Italia esclusivamente per il “bunga bunga”».
Sindaco Pisapia, lei dice: Berlusconi vada a casa. Ma bisogna pensare al dopo. Chi potrebbe e dovrebbe prendere il suo posto?
«Si dovrebbe costituire un gruppo di esperti – indicati dalle forze sociali, politiche e istituzionali – che si prendano la responsabilità di mettere in atto una manovra efficace, equa, che attui gli interventi necessari, ne studi altri che servano da volano per l´economia, cancelli quelli sbagliati e demagogici annunciati dal governo».
Quindi, un governo tecnico.
«Sì, formato da persone che abbiano capacità e esperienza in campo economico. Oltre a una credibilità a livello internazionale che ci porti fuori da questo commissariamento che, di fatto, stiamo vivendo da parte dell´Europa. Su chi scegliere, confido nella saggezza del presidente Napolitano, è una garanzia per tutti. Solo chi non ha interessi in gioco – tipo quello di tutelare le posizioni delle forze che rappresenta o di raccogliere consenso in vista di future elezioni – può essere la persona giusta per guidare il Paese fuori dalla crisi».
Su queste pagine il sindaco di Torino Fassino ha detto che l´unica risposta possibile a questa manovra è la protesta. Concorda?
«Di certo è necessaria, anche se dovrà essere seguita immediatamente da una proposta. Perché questa è la prima volta, da molto tempo, che le proposte alternative alle misure disegnate dal governo, fatte da sindacati, Confindustria, Confcommercio assieme, come anche dall´Anci, vengono completamente ignorate. Serve una protesta forte, che non può e non deve rimanere fine a se stessa. Qui si tratta di sostenere il rilancio dell´economia e di salvare i servizi per i cittadini, e la manovra annunciata non fa in alcun modo né l´una né l´altra cosa».
Milano – e quindi lei, come sindaco – potrebbe essere protagonista di questa battaglia?
«Certo, io ci sarò. Tra i Comuni c´è forte unità su questi temi, al di là di ogni schieramento di partito. Milano, ora, non è più guidata da una giunta formata da Pdl e Lega che non ha mai protestato per i tagli che Roma imponeva. Ovviamente più saremo, e più saremo compatti, maggiore sarà la possibilità di cambiare un progetto che non piace anche ad amministratori di centrodestra».
Lei dice: protesta e proposta. Allora quali potrebbero essere le modifiche alla manovra?
«Per esempio diminuire i posti nei cda delle ex municipalizzate, come stiamo facendo a Milano, vendere immobili pubblici abbandonati, superare il bicameralismo. Valgono più queste cose che alcune di quelle annunciate».
Due settimane fa avete deciso l´introduzione dell´addizionale Irpef e il rincaro dei biglietti del tram per fronteggiare il buco di bilancio della precedente giunta. Come farete se, come stimato, ci saranno minori trasferimenti per altri 100 milioni?
«Farò tutto il possibile per non toccare i servizi essenziali, che certo sono a rischio, con queste cifre. Ragioneremo sulle cartolarizzazioni, sulla cessione di quote di minoranza di partecipate non strategiche. Certo, questo non è il momento migliore per vendere: quindi mi auguro che anche le banche capiscano la situazione e accettino di stringere un patto per la città».
Milano deve pensare anche ad Expo. Come si farà?
«Io non so quali siano i conti della Regione, ma posso dire già ora che per il Comune c´è il rischio reale di non avere i fondi per onorare la nostra quota di partecipazione. Dieci giorni fa il centrodestra ci aveva accusato di inutile allarmismo, perché avevamo denunciato che il governo nicchiava sulla sua quota per la realizzazione della metropolitana: ora i fatti ci danno ragione».
C´è il rischio che Expo salti?
«Il ministro Tremonti – che non è meno responsabile di Berlusconi della negazione della crisi – in campagna elettorale aveva coniato lo slogan: Pisapia l´Expo si porta via. A guardare i fatti, mi sembra che siano loro a mettere in forse la realizzazione di un evento che dovrebbe segnare il rilancio dell´economia del Paese. Da parte mia, sto facendo tutto il necessario perché l´Expo si svolga e sia un grande successo e una grande occasione».

La Repubblica 14.08.11

«Mutamento epocale. E il ceto medio è finito», intervista ad Aldo Bonomi di Laura Matteucci

Per il sociologo i tre pilastri del Novecento – economia, politica, società – hanno ormai raggiunto distanze siderali fra loro. E non è cosi che si rimettono insieme. Nessuno ha capito che siamo alla fine di un’epoca. Questa manovra mette definitivamente in crisi il ceto medio e ci consegna un nuovo ragionamento sulle classi sociali, di cui la politica dovrebbe innanzitutto occuparsi. Dopo vent’anni, il ciclo liberista è finito. E questi sono i risultati». Il sociologo Aldo Bonomi, studioso del territorio e delle trasformazioni sociali, parla di
«mutamento epocale» e di «dimensione post-bellica». I tre pilastri del Novecento – economia, politica, società – hanno ormai raggiunto distanze siderali tra loro, la chiave di volta sta nel cercare di rimetterle insieme. A partire da quel (poco) che rimane. Il ceto medio come ultimo baluardo della società del Novecento, sfiancato dall’ennesima manovra che insiste sui redditi e grazia i patrimoni? «Sono vent’anni di liberismo ad aver prodotto questo risultato. E le varie manovre che si sono susseguite in particolare dal 2008, dall’inizio della crisi, ci consegnano una società completamente cambiata. Dopo aver spremuto gli operai – la rappresentazione dei quali è la Fiat con i conflitti sul modello contrattuale – gli impiegati del pubblico impiego ormai in grave difficoltà, e i giovani delle partite Iva, adesso si dà l’ultima pennellata ai ceti medi, che sono sempre stati l’asse di equilibrio della nostra società, e che adesso entrano in una crisi definitiva. Anche perchè in passato il risparmio delle famiglie riusciva a risolvere situazioni che ormai nonarriva più a rattoppare. Il ceto medio, con tutti i lavoratori autonomi di prima e seconda generazione, dagli artigiani a chi lavora nei servizi, è diventato il soggetto ultimo cui chiedere risorse. Mentre si consuma anche la crisi del welfare state, così come è stato prodotto nel Novecento e come siamo stati abituati a conoscerlo». Il welfare, un’altra vittima della manovra. «La sua crisi è l’anima nera di questa operazione. Si ritrova nei tagli alle Regioni e agli Enti locali, perchè il welfare è lì che precipita. Mi lascia molto perplesso che si pensi di risolvere il problema passandosi il cerino, che prima o poi è inevitabile arrivi vicino alla benzina. Se ci guardiamo in giro, e penso soprattutto all’Inghilterra, dobbiamo prendere atto che il luddismo dei ghetti è un serio, grande problema.Chenoi finora siamo riusciti ad evitare. Finora». L’erosione del welfare, dei diritti in senso generale, prosegue però da anni. «Senza dubbio, ma finora l’abbiamo letto in una dimensione corporativa: anche le forze politiche si sono occupate della difesa chi degli operai, chi del ceto medio e così via. Mi pare che ora il problema sia complessivo e sia arrivato al capolinea, questo è il nodo vero: quanto del welfare e della dimensione del sociale resterà ancora in piedi dopo questo passaggio».
Altre perplessità? «Mi chiedo, fatti salvi tutti gli aggiustamenti finanziari che ci chiedono i sacerdoti della tripla A, se riusciremo ad avere ancora un tessuto produttivo capace di generare reddito. Se questa manovra mette in crisi anche il nostro sistema produttivo, sarà davvero dura uscirne». In altri termini non parla di crescita, è
depressiva. «Rischia fortemente di esserlo. Spero che le forze sociali pongano seriamente il problema, perchè vorrei capire quando e come si passa dall’emergenza al progetto. La tassa di solidarietà per che cosa e per chi è? Per ora mi sembra una manovra tutta inserita nei parametri richiesti dalla finanza. Ma non è affatto chiaro come possa innescare dei processi virtuosi, che mantengano la coesione sociale e puntino allo sviluppo». Mantenere la coesione sociale dovrebbe essere un problema innanzitutto politico. «Non siamo arrivati all’Inghilterra, e nemmeno alle banlieues parigine, però mi sembra chiaro che nei prossimi mesi la politica dovrà lavorare molto sulla coesione sociale. Dovrà mettere insieme economia e società, cercando di ricostruire un modello di sviluppo e di crescita che rimetta insieme i cocci, un modello per il futuro, da trasmettere ai giovani». Ma se si è chiuso il ciclo ventennale liberista, che in Italia ha coinciso col dominio berlusconiano, la fine investe anche la politica: questo ceto politico è in grado di governare una fase di passaggio così profonda? «La cultura di riferimento di questo ventennio è stata permeata dall’individualismo proprietario, con l’idea che siamo da un lato tutti proprietari, e dall’altro tutti consumatori. Certo che è finito anche un ciclo politico, al di là delle pezze che cercano di mettere. È finito anche a livello europeo, e pure a livello mondiale, perchè tutti abbiamo capito che l’economia e la politica stanno ridisegnando gli spazi tra Usa e Cina. Non è che possiamo stare fermi ad aspettare che la Bce ci detti le regole: non so quali saranno i soggetti, ma di certo la politica deve riuscire ad interpretare un’epoca nuova, una società nuova, ed avere una visione economica adeguata a quello che verrà».

L’Unità 14.08.11

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“Gli albergatori: senza feste, il Paese perde 6 miliardi”, di Andrea Carugati

Addio al tutto esaurito dei ponti festivi, occasione di “partenza” per gli italiani in questo periodo di crisi nel quale si rinuncia alle vacanze lunghe. E così la manovra diventa un boomerang. Eccola qui la manovra depressiva. Non solo per le tasse e i devastanti tagli al welfare che comprimeranno la domanda interna.
L’abolizione delle festività laiche, a partire da 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno, darà un altro formidabile colpo al nostro già sofferente turismo, quello che in teoria potrebbe essere, ancora, uno dei volani della nostra economia. Gli addetti del settore sono sul piede di guerra. Federalberghi parla di un «colpo basso per il turismo» e snocciola numeri inquietanti sulle perdite che, dall’anno prossimo, si abbatteranno su un settore già in crisi: 6 miliardi di incassi in meno è il conto dell’abolizione dei tre ponti di primavera-estate. Due miliardi per ogni ponte. Secondo le stime di Federalberghi, basate sugli ultimi tre anni, 25 aprile e 1 maggio muovono ciascuno 6 milioni di turisti, mentre il 2 giugno, coi primi bagni al mare, arriva a 8,5 milioni. Circa 20 milioni di persone in tutto. Numeri che rischiano di precipitare, se non di sparire del tutto. «Le vacanze brevi durante l’anno sono una grossa fonte di fatturato», spiega Bernabò Bocca, numero uno di Federalberghi. «Storicamente, infatti, i vacanzieri che si muovono per questi ponti restano in Italia». E attacca: «Pur coscienti che bisogna “tirare la cinghia”, prevedere per legge una perdita sicura per l’economia ci sembra come “pagare più la salsa che il pesce».
Sulla stessa linea il presidente di Confesercenti Marco Venturi, che parla senza giri di parole di «abolizione» delle festività non religiose. «È evidente che lo spostamento alla domenica significa un’abolizione. Ed è altrettanto chiaro che le persone non vanno in vacanza se non c’è almeno un giorno in più rispetto al fine settimana». «È un altro colpo al turismo, un grave errore, siamo molto preoccupati», incalza Venturi. «Da parte del governo si continua a pensare che l’Italia, in quanto Belpaese, non abbia bisogno di incentivi al turismo. E così perdiamo anno dopo anno posizioni nel mondo tra i paesi a più elevato afflusso turistico: fino a pochi anni fa eravamo al vertice, ora siamo al 7° posto. Abbiamo posto più volte il problema, ma non ci hanno mai ascoltati. Eppure veniamo da anni di crisi, perché le famiglie,mse devono rinunciare a qualcosa, è naturale che facciano a meno di un viaggio».
Non è solo una lagnanza di tipo corporativo. Basta guardare ai numeri del turismo di questa estate 2011 per capire che aria tira. Secondo i dati di Fipe- Confcommercio, quest’anno 35 milioni di italiani non hanno fatto e non faranno ferie estive. Ben 2,8 milioni in più dell’anno scorso. Un’estate «orribile», dunque. I dati dell’ultima Pasqua descrivono un quadro analogo. Calo di vacanzieri, che ha colpito persino un settore trendy (e che aveva visto aumenti notevoli negli ultimi anni) come gli agriturismi: -8%secondo i dati di Agriturist. Numeriche avevano spinto le associazioni di categoria a lanciare l’allarme già 4 mesi fa, proccupati proprio dalla carenza di ponti primaverili di quest’anno. Ora arriva il «colpo» della manovra.
Con la cancellazione per legge dei ponti di primavera. E gli operatori del turismo, già fiaccati da questa stagione, vedono nuove nubi all’orizzonte. «L’Italia – accusa il presidente di Federalberghi Bocca – è un Paese che dovrebbe vivere di turismo, molto spesso ciò non viene tenuto in debita considerazione».Ed è assai paradossale che solo pochi giorni il ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla abbia varato il Comitato per lo sviluppo delle politiche per l’accoglienza con un apposito decreto. Obiettivo: creare «opportune sinergie» tra i principali protagonisti della filiera e utilizzare «in maniera efficiente ed innovativa» le risorse disponibili. Il ministro spiegava, in quell’occasione, che «la fase più difficile della crisi è alle nostre spalle». «Ora è tempo di agire anche sulla qualità, analizzando i punti di forza e i punti di debolezza del nostro sistema, per fondare la ripresa su basi ancora più solide». Parole pronunciate prima che prendesse corpo la manovra bis. E chissà cosa diranno ora, gli imprenditori riuniti nel comitato, all’ottimista ministra dopo l’ulteriore botta da 6 miliardi per decreto…

L’Unità 14.08.11

"Nel giorno delle deroghe ai contratti nazionali torna l'attacco all'art.18", di Bruno Ugolini

È un trucco quello adottato dal governo sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la norma che impedisce i licenziamenti facili. Hanno giocato come dei prestigiatori facendo scrivere alle agenzie di stampa: «l’ articolo 18 non sarà toccato». Poi uno va a vedere e scopre che se ora non verrà toccato, più tardi sì. L’esecuzione sarà affidata alle parti sociali disponibili che nel contratto aziendale, una volta seppellito quello nazionale, potranno scrivere molti tipi di deroga, compresi quelli relativi ai licenziamenti e quindi all’articolo 18. E laddove, come spesso avviene, non esistono strutture sindacali? Qualcuno metterà in piedi un sindacato giallo. Certo, forse non si potrà licenziare uno perché è iscritto alla Cgil, come si faceva ai vecchi tempi. Niente «licenziamenti discriminatori». E però si potrá spedire a casa uno che non appare abbastanza svelto nello spostare i pezzi o che non si mostra ossequente verso il capo di turno. E così il lavoratore non solo sarà colpito da una gragnola di colpi (tariffe dei servizi aumentate da comuni e regioni, assistenza negata ai genitori malati, aumenti del costo della vita). Avranno anche sulla testa, una volta in fabbrica, la spada di Damocle di un improvviso licenziamento perché osa protestare. Ecco perché nel centrodestra quella parolina «licenziamenti» piace. L’aveva tirata fuori, quasi come per caso, Giulio Tremonti nella sua flautata seduta parlamentare addebitandola, con palese inganno, alla lettera segreta dell’Unione Europea. La verità è che in molti esponenti del centrodestra permane un’acuta nostalgia di tempi andati, quasi medioevali, quando era in voga il cosiddetto licenziamento «ad nutum». Il padrone oun suo rappresentante, il caporeparto, alzava un dito verso una persona, e quella era destinata a cessare il rapporto di lavoro: licenziato. Tutto questo servirà all’economia del Paese? Provo a mettermi nei panni di un imprenditore. Un uomo, o una donna, proprietari di una media azienda, magari situata nel favoloso Nord-Est. Legge tutte le mattine i giornali, guarda la televisione, assiste con gli occhi sbarrati e i pensieri confusi, al crollo dell’ economia mondiale,non sa che cosa fare per salvaguardare il futuro della propria impresa già assillata da mille problemi. Eche cosa legge, intuisce, vede? Cheil governo, tramite, i solerti ministri Tremonti e Sacconi, spesso dichiarati eredi di una gloriosa tradizione socialista, quella di Turati, Matteotti, Buozzi, Pertini, Nenni, Lombardi, Brodolini, Giugni, gli offrirebbero uno scalpo fondamentale: l’articolo 18. Una ricetta accompagnata dalla ennesima drammatica frattura fra i sindacati, da un possibile sciopero generale capace di catalizzare il malcontento di una discreta parte del Paese, leghisti compresi. Questo sarebbe il toccasana che dovrebbe ridare a quell’ imprenditore o imprenditrice, la fiducia nei mercati, la voglia d’investire, di assumere, di rilanciare l’impresa. Eppure la stessa Confindustria della signora Marcegaglia aveva fatto capire come il Paese più che mai avesse bisogno di coesione, unità, non di scontri sociali. C’è però chi dice, anche a sinistra, che cancellando la protezione dettata dall’articolo 18, ma valida solo nella grandi e medie imprese, si aprirebbe la strada del paradiso per i precari. Tutti destinati ad essere assunti quando fosse imperante la legge per cui tutti potrebbero essere però licenziati, sia pur con qualche motivazione. E così facendo, però, quel futuro nuovo contratto «a tempo indeterminato » non sarebbe affatto a tempo indeterminato. E nessuno potrebbe dimostrare, ricorrendo alle statistiche, che i licenziamenti facili sono la strada maestra per incrementare l’occupazione, per aiutare la crescita economico- produttiva. È un’equazione che non sta in piedi nel nostro e in altri Paesi (in Usa i licenziamenti facilissimi non hanno fermato la crisi). Se avesse un fondamento bisognerebbe dimostrare che in quell’epoca del licenziamento «ad nutum», negli anni 50, prima della riscossa operaia, prima dello Statuto dei lavoratori, voluto da ministri quelli sì socialisti, le imprese erano rigonfie di lavoratrici e lavoratori. Anche in Sicilia, anche in Calabria, in Campania c’era forse e non ce ne siamo accorti un tasso di disoccupazione di tipo norvegese? Senza contare il fatto che anche le protezioni previsto da questo Statuto dei lavoratori, dai governanti considerato «antiquato», spesso e volentieri, quando soffia la crisi, viene spazzato via. Lo dimostra l’elenco delle aziende che ogni giorno chiudono i battenti e lasciano a casa i lavoratori, per sempre o nel limbo della cassa integrazione. E i primi ad essere colpiti sono proprio loro, i giovani. Il centro di ricerche DataGiovani ha reso noto che oltre 427 mila giovani nel 2010hanno perso un posto di lavoro che avevano nel 2009. I licenziamenti facili ci sono già e sono frutto della Grande Crisi. Non c’è proprio bisogno di agevolarli con nuove norme. Non serve a loro e non serve agli imprenditori. Sarebbe necessaria invece una politica atta a incrementare la crescita, a dare uno scossone all’economia, a impedire quell’abuso di precari che dispiace perfino a Tremonti, riconsegnando loro diritti e tutele. Tagliando, per combattere il soffocante debito pubblico, privilegi e rendite, non tagliando il mondo dei produttori, quelli che formano la ricchezza del Paese. Loro sono le fondamenta, i nostri pilastri, anche per affrontare il debito pubblico.

L’UNità 14.08.11

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“Colpiti i più deboli e chi paga le tasse contro questa manovra sarà sciopero”, intervista a Susanna Camusso di Roberto Mania

Segretario Camusso, lei mercoledì scorso, dopo l´incontro con il governo, parlò di possibile sciopero generale contro la manovra economica in preparazione. Ora il decreto legge dei sacrifici è stato approvato: l´ipotesi dello sciopero si avvicina o si allontana?
«Dopo l´incontro con il governo dissi una cosa precisa: se la manovra avesse avuto tratti di forte iniquità noi l´avremmo contrastata anche con lo sciopero generale».
E ora cosa dice?
«Ora lo confermo. E aggiungo che il 23 agosto ci sarà una riunione straordinaria dei segretari generali delle categorie e delle strutture territoriali della Cgil per decidere la data della mobilitazione».
Quindi proclamerete lo sciopero?
«Non vedo un altro modo per cambiare l´iniquità di questa manovra».
Ma in un momento di emergenza nazionale, in cui da più parti si invoca la coesione, il ricorso al conflitto le sembra la soluzione più efficace?
«Guardi, questo è un interrogativo che, ovviamente, ci siamo posti anche noi. Siamo assolutamente coscienti e convinti che sia purtroppo necessario un intervento sui conti pubblici. A questa situazione ci hanno portato anche i tre anni passati durante i quali il governo ha negato la gravità della crisi. Così come ci è assolutamente chiaro che né le politiche monetariste europee, né gli interventi a livello mondiale, abbiano interferito con le ragioni che hanno provocato la crisi. L´appello di tutte le parti sociali nasceva da questa premessa. C´era uno sforzo comune per provare a costruire un quadro differente e soprattutto offrire una prospettiva al paese. E invece, per quel che finora si è potuto capire data la scarsezza delle informazioni da parte del governo, questa manovra “parla” solo a chi le tasse le paga già. Dall´altra parte i tagli agli enti locali mettono in discussione le prestazioni ai cittadini e, come sempre, in particolare ai più deboli. Continuo: colpire il lavoro pubblico è diventato uno sport nazionale, ma ora lo si fa con modalità mai viste. Ora la retribuzione stessa di un impiegato pubblico (la tredicesima non è altro che una parte della retribuzione) dipende dal comportamento del suo dirigente o addirittura da quello dello stesso ministro. Ma ci rendiamo conto? Davvero, è come se il governo, o qualche suo ministro, anziché porsi il problema di come tirare fuori dai guai il Paese, approfittasse della situazione per esercitare una sorta di vendetta nei confronti di chi lo ha contrastato».
Proporrete a Cisl e Uil di scioperare con voi?
«Certo. L´abbiamo già detto e lo ribadiamo. A lavoratori e pensionati si chiedono sacrifici al di sopra delle loro stesse possibilità».
Pur tuttavia i dipendenti con reddito superiore ai 90 mila euro l´anno sui quali grava il contributo di solidarietà non sono esattamente la vostra base.
«La Cgil non ha mai ragionato in termini di contrapposizioni tra lavoratori. Siamo stati i primi, e lo rivendichiamo, ad aver proposto un contributo straordinario sui redditi superiori ai 150 mila euro, ma ciò che fa orrore nell´operazione del governo è che si colpisce esclusivamente chi già paga le tasse. Questo è ingiusto. Perché chi evade continuerà a guadagnare da tutto questo? Perché chi, evadendo, si è costruito grandi patrimoni immobiliari, viene salvaguardato?».
Per avere entrate certe non si può che andare a prendere i soldi dal reddito fisso. Anche gli altri Paesi europei l´hanno fatto.
«Già, ma non hanno fatto solo questo. La verità è che da noi si continua a proteggere una parte del Paese che per mille ragioni contribuisce alla situazione di difficoltà in cui ci troviamo, semplicemente perché evade. E la crescita? Dove sono le misure per la crescita?».
Per incrementare la produttività, le feste laiche nazionali si celebreranno sempre di domenica.
«E´ una misura a dir poco umoristica. Dicono che così fanno anche gli altri Paesi. Quali? Forse la Francia, la Germania o la Gran Bretagna rinunciano a festeggiare le loro ricorrenze nazionali se cadono durante la settimana? E il primo maggio è dovunque la festa del lavoro, con la sola eccezione dei paesi nei quali vige una dittatura».
Il governo ha anche trasferito in legge l´accordo con la Confindustria sulla contrattazione e la democrazia sindacale.
«Non c´è stato alcun trasferimento. No, no e no. Il governo ha fatto un´altra cosa: ha stravolto quell´intesa. Così vuol far saltare a piè pari il contratto nazionale. L´accordo tra le parti sociali è stata una soluzione di equilibrio tra diverse posizioni, qui c´è la volontà di qualcuno di affermare la sua tesi, secondo cui si può fare a meno del contratto nazionale».
Quel “qualcuno” è il ministro Sacconi?
«Sì. Ed è la prima volta che un fatto del genere accade nelle relazioni industriali».
L´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non è stato toccato. Decideranno le parti, di volta in volta, se derogare alla norma che protegge dai licenziamenti senza giusta causa. Perché la Cgil è contraria?
«Questo è un vero pasticcio. I diritti dei lavoratori dipenderanno dalle condizioni della propria azienda. Chiederemo al Parlamento di cambiare anche questa norma. C´è il rischio concreto di una proliferazione di “accordi pirata”, firmati da sindacati di comodo. Queste sarebbero le misure per la crescita?».
Resta il fatto che questa manovra è stata in buona parte imposta dalla Bce. C´è una lettera firmata da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi.
«Io quella lettera non l´ho letta pur avendo chiesto al governo che la rendesse pubblica. Penso che la Bce abbia chiesto di anticipare il pareggio di bilancio nel 2013, ma non abbia detto come raggiungerlo».
Quale pensa che sarà martedì, alla riapertura dei mercati, il giudizio degli investitori sulla manovra?
«Non voglio pensarci. Sono preoccupata. Spero comunque che l´Italia non sia sottoposta a una nuova ondata speculativa».

La Repubblica 14.08.11

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“La CGIL è pronta alla mobilitazione. Cauta Confindustria”, di Marco Ventimiglia

A fine luglio il clamoroso documento congiunto con cui imprese, sindacati e banche chiedevano “un patto per la crescita e discontinuità”, ed appena venerdì un nuovo appello ad “interventi strutturali” da parte di aziende e mondo del credito. Ebbene chi ieri si aspettava fuoco e fiamme dagli stessi soggetti, di fronte ad una manovra palesemente iniqua e dal corto respiro, è rimasto perplesso. Nessuna celebrazione di Berlusconi e Tremonti, ma una serie di giudizi molto cauti, eccezion fatta per quello, fortemente negativo espresso dalla Cgil. «Presenteremo le nostre proposte e continueremo a farlo – dichiara Susanna Camusso –ma è evidente che per correggere l’iniquità di questa manovra ricorreremo alla mobilitazione». E per il segretario della Cgil le normes ulla contrattazione introdotte nel testo rappresentano «un’ingerenza a favore della Fiat. Perché fare una legge se invece si vuole,come è stato affermato, meno legge e più contratto?».
TAGLI SBAGLIATI Confindustria, invece, dopo aver chiesto all’esecutivo di lasciar fuori dalla manovra la normativa sul lavoro, adesso si dice soddisfatta: «È importante aumentare il tasso di flessibilità – dichiara il presidente Emma Marcegaglia – dando maggiore centralità ai contratti aziendali, è un passo che noi consideriamo in continuità con l’accordo interconfederale di giugno». La stessa Marcegaglia chiede poi modifiche alla manovra per riformare «le pensioni di anzianità. In questo modo si recuperano in modo strutturale risorse fino a 7 miliardi in due anni. Si può fare anche di più – ha aggiunto – con un piccolo aumento dell’Iva, anche un solo punto, che può valere fino a 6,5 miliardi». Per Rete Imprese Italia, che comprende grandi associazioni come Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti, il pareggio di bilancio perseguito dalla manovra «è un obiettivo fondamentale per il nostro Paese ma, senza la crescita, rischia di non garantire un equilibrio stabile dei conti pubblici». Il presidente Ivan Malavasi sottolinea che «per la crescita sono necessari interventi mirati e accompagnati da un alleggerimento della pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese. Invece, l’aumento delle tasse rischia di compromettere questo impegno». Preoccupazione viene poi espressa «per la fortissima riduzione delle risorse per gli Enti Locali che, senza una riduzione strutturale dei costi, potrebbe portare a nuove imposte ». Articolato pure il giudizio dell`Alleanza delle Cooperative Italiane, che racchiude Legacoop, Confcooperative e Agci. «E’ importante la rapidità con cui il governo ha adottato la manovra – dichiara il portavoce dell’Alleanza, Luigi Marino -, così come è giusta la strada intrapresa dal nel mettere manoai costi del sistema istituzionale. Bene le riduzioni della spesa pubblica, anche se sulla sforbiciata agli enti locali ci sono dei rischi che potrebbero comportare aumento delle imposte, riduzione dei servizi fondamentali per le famiglie e conseguente ricaduta occupazionale». Quanto alle forze sindacali, neppure di fronte ad un testo della manovra così penalizzante per i lavoratori dipendenti, la Uil dimentica il sostanziale appoggio alle politiche dell’esecutivo degli ultimi anni. Anzi, la nota del sindacato contiene persino un’autocelebrazione: «Per la prima volta quando si tratta di fare sacrifici, la classe politica comincia da sé: la Uil ritiene di potersi ascrivere il merito di questa svolta ». L’unica forte critica riguarda «l’ inaccettabile meccanismo con cui i lavoratori dipendenti rischiano di non percepire la tredicesima. Se non vengono rispettati i parametri di spesa che paghino, dunque, i soli dirigenti responsabili».

L’Unità 14.08.11

"Il popolo dei forzati del fisco", di Maurizio Ricci

Solo 70mila autonomi dichiarano più di 90mila euro. L´evasione distorce l´attendibilità dei dati sui redditi. La vera piramide sociale del Paese non è quella delle statistiche ufficiali. La ricchezza netta delle famiglie italiane è pari, in media, a 153 mila euro.Nel 2010, in Italia si sono vendute, fra fuoristrada e deluxe, un po´ meno di 350 mila vetture di grossa cilindrata. Chi paga? Il conto della megastangata, servita in due razioni dal governo, ricade in larga misura sui ceti medi e popolari. Colpiti, a luglio, dai tagli sulle deduzioni fiscali, sulle indennità assistenziali, sugli asili e gli altri servizi che i Comuni, con i bilanci all´osso, saranno costretti a ridurre. E, adesso, dai blocchi delle tredicesime e dai licenziamenti facili. Ma, nella “Manovra 2”, fa capolino l´intenzione di chiamare all´appello anche chi sta all´altro capo della piramide sociale. Sui ricchi si abbatte il rincaro delle tasse sulle cedole dei fondi e delle obbligazioni, in parte compensata dalla minore tassazione dei depositi bancari. E, soprattutto, il contributo di solidarietà, rispettivamente del 5 e del 10 per cento, per i redditi superiori ai 90 mila e ai 150 mila euro, lordi. Tremonti scommette di ricavare da questo contributo 1 miliardo di euro l´anno. Su una manovra che supera abbondantemente i 100 miliardi di euro su tre anni, è un contributo limitato. Ma basta per dire che anche i ricchi pagano. Di quali ricchi, però, stiamo parlando?
Secondo i dati del ministero dell´Economia, solo l´1,2 per cento dei contribuenti dichiarava, nel 2009, un reddito superiore a 90 mila euro. In sostanza, un po´ più di 500 mila persone. Mentre constatate, nello specchietto retrovisore in autostrada, che quella è la seconda Mercedes che vi sorpassa in pochi secondi, è probabile che vi vengano dei dubbi. In effetti, nel 2010, in Italia si sono vendute, grosso modo, fra fuoristrada e deluxe, un po´ meno di 350 mila vetture di grossa cilindrata, quei bestioni che, solo all´acquisto, costano lo stipendio netto di un anno del più povero dei super-ricchi. Nel 2007, erano oltre 450 mila. Possibile che i 500 mila megacontribuenti si possano permettere quasi una Mercedes nuova all´anno? In effetti, secondo l´indagine campione della Banca d´Italia, i capifamiglia italiani che guadagnavano più di 90 mila euro l´anno (nel 2008) non sono l´1,2 per cento, ma il 2,5 per cento del totale, per un reddito medio di 130 mila euro. Insomma, un milione anziché 500 mila: il doppio. Ovvero, la metà dei super-ricchi italiani risulta renitente alla leva Tremonti.
Per capire chi sono i renitenti, cominciamo a vedere chi è che risulta straricco, anche per il fisco. Secondo i dati elaborati da Manageritalia, per conto della Cida, il sindacato dei dirigenti aziendali, l´86 per cento dei contribuenti che denunciano più di 90 mila euro l´anno sono lavoratori dipendenti e pensionati. Nello specifico, circa 300 mila dirigenti e quasi 140 mila pensionati. Sono i forzati del fisco, quelli chiamati a pagare sempre, senza se e senza ma, sulla propria busta paga. Accanto a loro, in questo esercito di spremuti dall´erario che si prepara ad una nuova torchiatura, un manipolo di avvocati, architetti, farmacisti, gioiellieri, notai, negozianti e pizzaroli: in tutto, imprenditori e lavoratori autonomi sono 60-70 mila, gli abitanti di una media città di provincia. Questa ripartizione non è del tutto irrealistica. L´Istat censisce 17 milioni di lavoratori dipendenti e quasi 6 milioni di indipendenti: poco più di un terzo. Ma, a inquinare il quadro, nelle tabelle dell´istituto di statistica sugli indipendenti ci sono i plotoni di co. co. co e di bancarellari ambulanti stranieri. Per stare ai dati della Banca d´Italia, i capifamiglia imprenditori o autonomi sono il 12,5 per cento del totale. A occhio, a prima vista, con i dati del fisco ci siamo.
Ma questo presuppone che i lavoratori autonomi si spalmino nella piramide dei redditi, più o meno nella stessa proporzione, dalla base al vertice. Questo, in effetti, risulta da quanto hanno dichiarato, ad esempio, al fisco nel 2009. A parte notai (oltre 400 mila euro) e farmacisti (che trattano con la sanità pubblica: 126 mila euro), i medici dichiarano, in media, meno di 60 mila euro (lorde). I commercialisti meno di 50 mila. I dentisti meno di 45 mila, appena più degli avvocati. Gli assicuratori circa 30 mila (sempre lorde). Architetti e geometri fra 25 e 28 mila, poco più di mille euro nette al mese. I concessionari di automobili 18.400 euro l´anno, più o meno quanto un maestro elementare. Sempre più, comunque, dei gioiellieri, costretti a sbarcare il lunario con un reddito medio al di sotto dei 16 mila euro l´anno, la busta paga di un precario.
A guardare lo studio, i vestiti, l´auto del vostro dentista, vi vengono dei dubbi. Anche alla Banca d´Italia. Secondo i calcoli di via Nazionale, infatti, imprenditori, liberi professionisti, commercianti, non si distribuiscono affatto, nella stessa proporzione, lungo la piramide dei redditi. Al contrario, il 56 per cento degli imprenditori e dei liberi professionisti, un terzo dei commercianti e degli artigiani rientra nel 20 per cento più ricco del paese. Del resto, sono stati loro ad essere premiati dal lungo ristagno che, dal 1993, la data dell´ultima grande stangata di governo, imprigiona l´economia italiana. Nei 15 anni dal 1993 al 2008, prima, cioè, dell´ultima crisi, il reddito delle famiglie italiane, al netto dell´inflazione, è salito del 12 per cento, meno dell´1 per cento l´anno. Ma non è andata nello stesso modo per tutti, forse a dimostrare che le stangate non lasciano gli stessi segni a chiunque. In questi 15 anni, il reddito medio dei lavoratori dipendenti è salito, senza contare l´inflazione, del 4 per cento. Di fatto, le buste paga sono rimaste, più o meno, più o meno, quelle dei tempi di Tangentopoli e del governo Amato. Al contrario, i redditi di imprenditori, liberi professionisti, commercianti e artigiani sono arrivati a gonfiarsi, anche nonostante la brusca caduta degli ultimi anni, del 25 per cento. In soldoni, tolta l´inflazione, la busta paga dell´impiegato, fra il 1993 e il 2008, è passata da 1.000 a 1.040 euro. Il compenso dell´idraulico da 1.000 euro a 1.250.
Nulla di tutto ciò, a quanto pare, è noto al fisco. Assai più candidi con gli intervistatori della Banca d´Italia di quanto siano con gli agenti delle Entrate, gli stessi interessati, tratteggiando i propri redditi, disegnano una piramide sociale in cui chi non dipende dalla busta paga tende ad addensarsi nelle fasce alte. Solo il 10 per cento dei lavoratori dipendenti dichiara di guadagnare più di 60 mila euro l´anno. Mentre lo dice (alla Banca d´Italia) il 25 per cento dei lavoratori autonomi e indipendenti. Ad un risultato analogo si arriva se, invece del reddito, si usa un parametro assai più efficace per disegnare la piramide sociale italiana, al di là della nebbia delle denunce dei redditi: la ricchezza, ovvero il reddito accumulato negli anni. L´Italia vive, infatti, la singolare contraddizione di essere, sulla base dei dati ufficiali, un paese ricco, con redditi bassi. La ricchezza netta delle famiglie italiane è pari al 5,7 per cento della ricchezza mondiale, mentre siamo solo il 3 per cento del Pil e l´1 per cento della popolazione globale. E´ una ricchezza media, naturalmente, ma il dato proietta, in tempi di discussione sul declino nazionale, un paradosso. Nessun paese sviluppato al mondo è così ricco, rispetto al reddito disponibile: siamo otto volte più ricchi di quanto riusciamo a produrre in un anno. Negli Stati Uniti il rapporto è 5 a 1. Vicino ai nostri livelli arriva solo la Gran Bretagna.
Una parte cospicua di questi soldi è gelosamente custodita all´estero: 150 miliardi di euro, secondo gli ultimi calcoli di Via Nazionale, in barba allo scudo fiscale Tremonti. Il resto, in case e in titoli, è distribuito in Italia secondo uno schema facilmente ricostruibile. La ricchezza netta delle famiglie italiane è pari, in media, a 153 mila euro. La ricchezza media di un lavoratore dipendente è 122 mila euro, quella di un lavoratore autonomo, imprenditore o libero professionista, è 290 mila. Dai dati della Banca d´Italia si ricava, dunque, chi sarebbe stato la vittima di una imposta patrimoniale, di cui si è a lungo parlato. Solo il 6,5 per cento dei lavoratori dipendenti dispone di un patrimonio, immobili compresi, superiore ai 500 mila euro. Mentre la quota sale al 25 per cento per imprenditori e liberi e professionisti. Quanto alle seconde case che vedete, ogni mattina, dalla spiaggia: ci sono, statisticamente, due possibilità contro una che siano di un avvocato o di un droghiere, piuttosto che di un impiegato.

La Repubblica 14.08.11