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"Il Pd: prelievo sui capitali «scudati» e crescita", di Raffaella Calandra

Prima le critiche, poi le controproposte. Con una preoccupazione sullo sfondo, affidata ai microfoni di Radio 24: «Temo la reazione dei mercati». Per il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, «la struttura della manovra non è cambiata molto rispetto a quella già ritenuta non adeguata. E non vorrei – riflette – che questo apparisse come un elemento di debolezza della nostra risposta». Alle decisioni del Governo, giudicate «inadeguate, poco credibili e depressive», il Partito Democratico contrappone il proprio «progetto responsabile e alternativo», rilanciato su Twitter dallo stesso segretario. Sette punti, per «un’ Italia che possa riprendere il suo cammino di crescita», scrive nel documento il principale partito d’opposizione. In testa alle proposte, «il prelievo straordinario una tantum sull’ammontare dei capitali esportati illegalmente e scudati, 15 miliardi di euro» e «misure contro l’evasione fiscale», come «tracciabilità dei pagamenti superiori a mille euro e 300; elenco clienti-fornitori; descrizione del patrimonio nella dichiarazione dei redditi». Nella sua contromanovra, il Pd inserisce anche «l’imposta ordinaria sui valori immobiliari di mercato», «dismissioni di immobili pubblici» per 25 miliardi, liberalizzazioni, «politiche industriali per la crescita» e interventi su pubblica amministrazione e costi della politica. Per il partito di Bersani, queste soluzioni farebbero pagare «chi non paga mai, non chi paga già», come invece avverrebbe, a suo dire, con l’attuale manovra, varata dall’Esecutivo. Un provvedimento «raffazzonato», attacca, messo insieme dal Governo che «ha percorso la strada più facile – contesta il segretario con Radio 24 – per superare i dissidi interni alla maggioranza, tra chi non vuole che si tocchino le pensioni e chi l’iva: per trovare la quadra, è andato sull’Irpef, sulla gente che paga le tasse e sui tagli ai servizi dei consumi».
Al momento, ad accomunare manovra e contro manovra sono soprattutto le riduzioni di Province e Comuni, come i tagli alla politica. Ed è questo l’aspetto che al momento il Pd «salva» di un testo, che a tratti considera invece anche «non credibile», ma che «aspetta di studiare» e spera di «emendare in Parlamento, su alcuni punti di fondo». Esiste la possibilità di arrivare ad un testo condiviso? «Avremo molte diplomazie, ma – riflette Bersani – non vedo dai nostri governanti molta disponibilità. Prima di questa manovra, non ho avuto alcuna telefonata, anche se hanno ripetuto per settimane di voler dialogare con l’opposizione». Chiamate, invece, è stato il premier ieri ad averne ricevute dal presidente della Bce, Trichet, come dalla cancelliera tedesca, Merkel. «Si fideranno sulla parola. Io invece – è l’analisi del segretario del Pd – ho paura che la struttura della manovra aggiuntiva non sia cambiata molto» rispetto a quella già «bocciata dai mercati, quando uscì». E per questo, aspetta con «preoccupazione» la reazione delle borse nella prima seduta, dopo il varo della super-manovra. Bersani però va oltre e vede «dell’inespresso» dietro il decreto e questo «potrebbe essere un problema serio». Anche per il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, «il Governo, dopo essersi finalmente svegliato dopo tre anni di patetiche rassicurazioni, tartassa i soliti noti, che non evadono le tasse, ceto medio e famiglie», mentre- è la contestazione – «evita gli interventi strutturali». I centristi preannunciano anche loro proposte in Parlamento. E «un arsenale di idee, per migliorare» il decreto, promette da parte del Terzo Polo il vicecapogruppo di Fli alla Camera, Carmelo Briguglio, secondo cui però «le responsabilità di Berlusconi per essere arrivati a questo punto sono evidenti». E’ una «battaglia», per cambiare la manovra, quella invece preannunciata da Antonio Di Pietro, leader dell’ Italia dei Valori, che nel testo aveva visto «luci ed ombre».

Il SOle 24 Ore 14.08.11

"Lo scaricabarile non nasconde le colpe del Cav", di Stefano Fassina

E’ in atto, da parte del presidente del consiglio Berlusconi e dei suoi ministri, spalleggiati dai media di famiglia e da quelli «indipendenti» al seguito, il tentativo di liberarsi delle responsabilità politiche per le scelte compiute nelle ultime settimane di emergenza di finanza pubblica. È colpa della crisi globale, la più grave degli ultimi decenni, sentenziano. È colpa degli speculatori, attaccano. È colpa della Banca centrale europea, insinuano, che, per acquistare i nostri BoT, impone una ricetta che fa «grondare di sangue il cuore» del nostro primo ministro. La
situazione precipita improvvisamente ed inaspettatamente, dicono. La casa brucia, spegniamo insieme l’incendio, ripetono. Le misure
sono necessarie e non vi sono alternative, insistono. No. Non è così. È evidente che siamo in un tornante storico difficilissimo: è una grande transizione, non una crisi da eccessi di finanza e speculazione. Accelera, dopo due decenni di lenti slittamenti, lo spostamento dell’asse geo-economico e geo-politico del pianeta: dal secolo americano al «secolo cinese». Insieme, le contraddizioni
materiali squarciano il velo dell’ideologia conservatrice dominante nell’ultimo trentennio .
I mercati non si auto-regolano. I movimenti di capitale e gli scambi globali senza controllo politico, ossia democratico, generano enormi disuguaglianze. L’arretramento delle condizioni del lavoro, dei padri e ancora di più dei figli, lo smantellamento del welfare e della progressività fiscale blocca l’economia. La finanza facile olia le contraddizioni e consente la crescita a debito fino ad un certo punto. Poi, l’eccesso di debito privato ferma la giostra. In tale contesto, è anche evidente la necessità di «più Europa» e l’inadeguatezza culturale prima che politica dei governi di centro destra, in primis Germania e Francia, e delle tecnocrazie di Francoforte e Bruxelles.
Tuttavia, le cause altre non possono nascondere le colpe del governo Berlusconi & C. Innanzitutto, sul piano culturale, hanno la colpa di aver condiviso e di continuare a condividere, in
forme povere di civismo e segnate da neo-liberismo ad intermittenza, le posizioni conservatrici contro la regolazione dei mercati, in particolare del mercato del lavoro, contro la progressività fiscale, contro l’universalità del welfare, contro gli interventi per mitigare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza, contro le politiche pubbliche, contro la politica democratica, partecipata ed organizzata nei partiti.
In secondo luogo, hanno la colpa della caduta di autorevolezza dell’Italia nell’Unione Europea e sul piano internazionale. In un’area
monetaria unica, è inevitabile, anzi è parte del disegno europeista, la condivisione di sovranità nazionale. È ottuso sperare in maggiore sovranità fuori dall’euro. Sarebbe una patetica finzione. Una media potenza in invecchiamento come l’Italia può trattenere un qualche controllo del suo destino soltanto in condominio. Ma oggi la condivisione di sovranità nazionale diventa commissariamento perché nel connubio PdL-Lega l’europeismo è sempre stato una minoritario. Berlusconismo e leghismo hanno sempre subito l’Ue come ostacolo alla coltivazione delle anomalie italiane. Così, il governo Berlusconi non è mai stato alla pari al tavolo delle trattative per comporre interessi nazionali divergenti. Non è mai stato in
grado di segnare in senso europeista la marcia dell’Ue e dell’area euro. Infine, hanno la colpa di aver navigato a vista negli ultimi tre
anni. Di aver evitato ogni riforma pericolosa per i loro referenti sociali ed elettorali. Sono aree, dall’evasione fiscale alle rendite ovunque annidate, dove, invece, si deve intervenire per promuovere lo sviluppo sostenibile. Hanno la colpa di aver caricato i tagli della spesa e gli aumenti di tasse e tariffe soltanto o prevalentemente sulle famiglie in condizioni modeste, sul lavoro dipendente pubblico e privato, sui giovani precari, sulle donne, sul Mezzogiorno. Ora basta. Il Pd non accetta lezioni da nessuno in materia di responsabilità nazionale. I partiti fondatori del Pd e la sua classe dirigente hanno dimostrato, nei fatti, negli ultimi venti anni e in tutta la storia della Repubblica, la capacità di anteporre l’interesse nazionale agli interessi di parte. Il Pd non si sottrae alle proprie responsabilità. Ma la manovra di Ferragosto è inaccettabile. Va radicalmente cambiata. Le nostre proposte sono chiare: hanno il segno dell’equità e dell’efficacia per lo sviluppo sostenibile, condizioni entrambe decisive per l’abbattimento del debito pubblico. Senza un radicale cambiamento il nostro consenso, attivo o implicito, sarebbe un inutile tradimento del risveglio civico dell’Italia e delle possibilità di svolta democratica, economica e sociale.

L’Unità 14.08.11

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«Proposte poco credibili che affossano il Paese. In Parlamento vanno cambiate» intervista a VIncenzo Visco di Bianca di Giovanni

«Il cuore del premier gronda sangue? Ma qui si tratta del sangue nostro». L’ex ministro del Tesoro avverte: con queste misure non si riparte. «Lotta all’evasione? Piccoli passi. Certi interessi non sono stati toccati». Ancora una volta il centrodestra evita di colpire le sue basi di riferimento, producendo un testo fragile e poco credibile. Stavolta l’opposizione ha controproposte forti, non accetterà a scatola chiusa quello che viene proposto». Vincenzo Visco non fa sconti sull’ultima manovra del centrodestra. «Fanno fumo, manca un disegno complessivo per far ripartire il paese», spiega. Come dire, un affastellamento di tagli, nuove tasse («dissimulate, nascoste e improbabili»), e penalizzazioni inaccettabili («sul Tfr i pubblici sono carne da macello»). «Il premier parla di cuore che gronda sangue? ma è il sangue nostro», aggiunge ironico. Si poteva fare diversamente? «Sì – replica secco Visco – Se pagassero quelli che finora non hanno mai pagato, i soldi si troverebbero, senza martoriare il Paese. Il nostro livello di vita uscirà molto peggiorato da questa manovra, non so se gli italiani lo capiscono davvero visto che siamo a Ferragosto».
Il ministro attribuisce alla crisi internazionale i guai di oggi.
«Nella sostanza questa tesi non regge. Gli sconquassi sui mercati sono l’esito prevedibile delle crisi finanziarie. Accade sempre che alla fine vengono coinvolti anche i debiti sovrani. Presentando una manovra spostata sugli ultimi due anni, cioè sulla futura legislatura, il governo ha aggravato la situazione dell’Italia, che già ha forti problemi strutturali». Eppure l’Europa aveva apprezzato la manovra di luglio. «Macché, siamo seri. Quello che si è visto sono i soliti rituali. Nessun ufficio tecnico ha valutato quella manovra, ci sono state solo affermazioni politiche. Anche questo accade sempre: se dico che faccio una manovra da 45 miliardi tutti dicono: bene, bravo. Quel testo era squilibrato sia dal punto di vista temporale che distributivo: nessun benestante pagava».
E questa? È migliore?
«Cominciamo col dire che nessuno la conosce: non c’è testo, non ci sono quantificazioni, né tabelle. Fumo. Quanto ai cosiddetti costi della politica, è un obolo versato all’opinione pubblica che lascia il tempo che trova. Prima che arrivino i risparmi, bisogna prevedere una lunga fase di riassetto amministrativo. Qui manca un disegno organico, e non si tiene conto che tutta l’articolazione dello Stato è su base provinciale. Un conto è il livello poitico, un altro è quello amministrativo».
Come giudica le norme sul lavoro?
«È chiaro che qui si introduce e generalizza il licenziamento anche senza giusta causa, con corrispettivi monetizzabili. Non so se questo può avere un effetto positivo sul mercato del lavoro, so solo che fa parte di una vulgata molto diffusa».
Verosimile che l’abbia chiesto la Bce.
«Sì, visto che si tratta di un mantra molto diffuso».
Le sembra giusto che la lettera della Bce rimanga segreta?
«Assolutamente no. La ritengo una cosa gravissima. In ogni caso, a parte il lavoro e questi cosiddetti costi della politica, la manovra non c’è».
C’è la delega fiscale.
«No, c’è l’aumento dell’aliquota marginale più elevata. Poi c’èun intervento inaudito sul Tfr dei pubblici, una cosa inaccettabile. Voglio vedere se trattano così i privati: perché questi lavoratori devono essere trattati come carne da macello? E poi l’avete chiesto al ministro se sul Tfr dopo due anni pagano anche gli interessi? Perché se non lo fanno, significa un taglio bello e buono. Che si aggiunge all’aumento nascosto delle tasse locali, visti i tagli a Comuni e Regioni. Non mi pare tanto credibile».
Insisto: c’è la delega.
«Su quello non si può certo votare senza spiegare prima di cosa si tratta. Se le cifre ballano, da 4 miliardi a 12 o 15miliardi l’anno dopo, di cosa parliamo? Se si vuole operare con il bisturi sulle detrazioni, non si recuperano più di 4-5 miliardi. Oggi comunque il vero punto è un altro: si può e si deve seguire una strada diversa».
Cioè?
«Se dobbiamo avere una raffica di aumenti fiscali, allora paghi chi finora ha pagato poco. È giusta la proposta Pd sui valori immobiliari, e non ha effetti sulla produzione. Da qui si può ottenere un punto di Pil (oltre 15 miliardi).
Giusta anche la misura di un contributo di solidarietà sui capitali scudati. Se quella aliquote si alzassero al 20%, si può recuperare un altro punto. Sono misure semplici e efficaci, che non deprimono il Paese».
Mai soggetti scudati non sono rintracciabili.
«Gli intermediari sanno benissimo dove prendere i soldi».
Sull’evasione sono state recuperate le
sue misure.
«Non direi: la soglia a 2.500 euro non è la tracciabilità sui pagamenti,ma solo la soglia per l’antiriciclaggio. Mancano
poi tutte le norme quadro, come l’elenco clienti-fornitori. Se si vuole combattere l’evasione non lo si fa con misure sporadiche. Da noi basterebbe stabilire, come in Francia, che le banche comunicano i saldi finanziari al fisco. A questo si potrebbe affiancare una riforma Irpef, che abbassa la pressione parallelamente al recupero dell’evasione. Ma è davvero possibile fare tutto questo da noi? Certi interessi non sono stati toccati».
Sulle privatizzazioni ci sono margini?
«Mah, mi pare che su quel fronte abbiamo già fatto tutto».

L’Unità 14.08.11

"Pagano sempre i soliti noti", di Eugenio Scalfari

Sintesi della manovra per Berlusconi: «Il mio cuore gronda sangue, ma ho dovuto farlo per il bene del Paese».
Sintesi della manovra per Tremonti: «La mia coscienza è tranquilla perché ho operato per il bene del Paese».
Sintesi della manovra per noi commentatori cattivi secondo il ministro Sacconi: «È una tardiva e inutile schifezza».
Queste sono le sintesi, ma ora andiamo alle analisi. Questo decreto-manovra che modifica dopo appena due settimane il decreto approvato in tre giorni dal Parlamento, rappresenta il combinato disposto d´un asprissimo conflitto tra Berlusconi e Tremonti nel corso del quale l´uno e l´altro si sono paralizzati a vicenda. Il primo aveva come sponda e come scusante Mario Draghi e la Bce, il secondo combatteva da solo e con un braccio legato da una catastrofe incombente da lui non prevista.
Berlusconi avrebbe voluto aumentare l´Iva di uno o due punti, Tremonti gliel´ha impedito dimostrandogli che il gettito sarebbe stato insufficiente e il rischio di inflazione elevato.
Tremonti voleva un´imposta di scopo sulla ricchezza, analoga a quella che fu varata da Prodi per l´entrata nell´euro. Berlusconi gliel´ha impedito. Berlusconi voleva sbloccare 15 miliardi che i concessionari di beni pubblici erano in grado di mobilitare subito per investimenti in infrastrutture a cominciare dalle autostrade, porti, aeroporti, ferrovie. Tremonti gliel´ha impedito.

Tremonti voleva tassare la prima casa. Berlusconi gliel´ha impedito. Bossi, terzo incomodo, non voleva che fossero manomesse le pensioni d´anzianità. In parte c´è riuscito ed ora ne mena vanto.
Il decreto esce oggi in “Gazzetta Ufficiale” ed è il risultato di questa singolarissima collaborazione tra il presidente del Consiglio e il ministro dell´Economia. Una collaborazione perversa che non è mai avvenuta in nessun Paese del mondo dove, quando si manifestano dissidi e versioni così contrapposte uno dei due contendenti (di solito il ministro) rassegna le dimissioni. Da noi no, dimettersi non si usa, c´è sempre uno Scilipoti a tenerli a galla.
Domani in tutto il mondo riaprono i mercati perché il ferragosto è una vacanza solo italiana. Noi commentatori cattivi speriamo di tutto cuore che questo aborto di manovra sia preso sul serio a Francoforte, a Parigi, a Londra, a Wall Street. Ma se così non sarà, saranno guai terribilmente seri.
* * *
C´è stato un preludio alla manovra-schifezza. Il ministro dell´Economia era profondamente offeso da come i giornali della famiglia regnante (ma non solo loro) l´avevano trattato. E ancor più offeso dal fatto che il presidente del Consiglio aveva pubblicamente assunto come sua guida il governatore Draghi che lui vive come un trave in un occhio. Chiese perciò, a tutela della sua reputazione, l´immediata nomina di Vittorio Grilli, attuale direttore generale del Tesoro e suo fidato seguace, a governatore della Banca d´Italia. Berlusconi chiamò Letta e l´incaricò di darsi da fare: voleva evitare che Tremonti si dimettesse in uno dei suoi sempre più frequenti attacchi di rabbia.
Letta non trovò di meglio che chiedere l´aiuto di Bersani, ma aveva scelto molto male l´eventuale aiutante o forse l´aveva scelto benissimo. Bersani fece quello che onestamente riteneva giusto: informò Napolitano di quanto gli veniva chiesto. La nomina del governatore è un atto complesso e il presidente della Repubblica ne è uno degli attori principali. Perciò dal Quirinale avvertirono Letta che una richiesta del genere in un momento così agitato sarebbe stata respinta. Come preludio alla manovra non c´è male.
Ma ci fu anche un altro preludio, passato quasi sotto silenzio benché gravido di presagi: la Banca d´Italia diramò venerdì la notizia che il nostro debito sovrano aveva toccato la sua punta massima, pari a 1.900 miliardi, un rapporto del 120 per cento rispetto al Pil valutato per quest´anno all´1,1. Se il Pil dovesse ulteriormente scendere come probabilmente avverrà, quel rapporto sarà ancor più elevato.
* * *
Di buono nel decreto-schifezza c´è una sola cosa e ci sembra doveroso darne atto: l´abolizione d´una trentina di Provincie e dei relativi Prefetti e Questori, più i loro cospicui “indotti”. E l´accorpamento dei Comuni piccoli e piccolissimi.
Era un progetto da tempo allo studio, dall´epoca del governo Prodi del ´96, ma mai approdato in Parlamento. È stato tirato fuori dal ministro Calderoli col forcipe dell´emergenza. Si tratta d´una riforma vera e strutturale. Bravo Calderoli. A sentirlo ieri nella conferenza stampa con Tremonti e Sacconi, sembrava uno statista al punto da farci dimenticare il ministro che disse d´aver abolito 476mila leggi semplificando lo Stato. Di quella semplificazione nessuno si è accorto, nessun cittadino, nessun contribuente, nessun utente e nessuna istituzione. Il ministro che ieri parlava da statista ha avuto la dabbenaggine di ricordarcelo. Dia retta: non ne parli mai più, consideriamolo un videogame e cerchiamo di scordarci tutti di quella pagliacciata.
Una parola viene qui acconcia a proposito del ministro Sacconi il quale durante la conferenza stampa di ieri ha più volte attaccato il governo Prodi per aver anticipato anziché postergarla l´età dei pensionati. Mancava però il contesto in cui quell´attacco andava collocato. Prodi si era trovato di fronte allo “scalone” di Maroni e l´aveva trasformato in altrettanti scalini per renderlo equamente accettabile.
Egregio ministro, lei appartiene ad un governo di cui c´è solo da vergognarsi. Ma noi, commentatori cattivi, cerchiamo di collocare nel contesto perfino lei. Pensi dove arriva la nostra pietà cristiana e cerchi – se può – di fare altrettanto.
* * *
La manovra-schifezza per anticipare il pareggio del bilancio ha bisogno di almeno 20 miliardi subito e li ha trovati in questo modo: 8 miliardi e mezzo di tagli ai ministeri nel biennio 2011-12; 10 miliardi e mezzo di tagli a enti locali e Regioni; 1 miliardo dalle rendite tassate al 20 per cento, un altro miliardo dal contributo dei redditi oltre i 90mila e i 150mila euro. Il totale fa 21 miliardi, dei quali 19 da ministeri ed enti locali. Questi ultimi significano semplicemente altre tasse locali e/o azzeramento dei servizi.
Non parliamo della macelleria sociale, per altro notevole; parliamo del fatto che, dopo questi 21 miliardi ne restano ancora da reperire 27 per arrivare al totale dell´operazione. Dove andarli a cercare? La risposta c´è: nella delega assistenziale, nello sfoltimento delle detrazioni, nelle pensioni di invalidità, di reversibilità, nei costi della Sanità.
Tutto spremuto e ridotto all´osso si arriva sì e no a 7-8 miliardi. Ne restano altri 20, sui quali c´è il buio assoluto.
Schifezza perché pagano solo i meno abbienti e i soliti noti. Insufficienza perché questa schifezza non basta. E infine non c´è assolutamente niente che finanzi provvedimenti di crescita. Il Tremonti della conferenza stampa rispondendo alla domanda di un giornalista ha detto: «Io sto alle previsioni dell´Istat: il Pil crescerà quest´anno dell´1,1 per cento. Le liberalizzazioni che faremo potranno aumentare questa cifra dello 0,1 nel breve periodo. E poi la crescita non dipende da noi ma dall´America e dall´Europa».
Questa è l´analisi della manovra.
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La sorpresa di ieri è il contropiano di Bersani. Fatti salvi i suoi giudizi politici su un governo irresponsabile, sugli errori macroscopici di previsione, sul mancato ascolto di quanto da molti mesi propongono le opposizioni e le parti sociali, giudizi sui quali coincidono quelli dei cattivi commentatori, il contropiano si articola così:
1) prelievo “una tantum” sui capitali illecitamente esportati e poi rientrati in Italia con uno scudo fiscale ottenuto pagando soltanto il 5 per cento dell´ammontare. Negli altri paesi europei che fecero analoghe operazioni il prelievo fu mediamente del 30 per cento. Il Pd propone ora una tassa del 20 per cento che frutterebbe all´erario 15 miliardi.
2) Una lotta all´evasione seguendo lo schema che fruttò, quando Visco era ministro delle Finanze, 30 miliardi in un anno, basati sulla tracciabilità dei pagamenti e sull´elenco dei fornitori.
3) Una descrizione del patrimonio da effettuare ogni anno come allegato alla dichiarazione dei redditi.
4) Un´imposta ordinaria sui cespiti immobiliari ai valori di mercato, con ampie esenzioni sociali e inglobando le imposte comunali relative agli immobili.
5) Dimezzamento dei parlamentari dalla prossima legislatura.
Questi sono solo alcuni dei punti ai quali si affiancano liberalizzazioni negli ordini professionali, della Rc auto, dei mutui e dei conti correnti bancari, dei servizi pubblici locali (acqua esclusa) nonché la separazione della Rete gas dalla Snam.
Il pacchetto poggia interamente sul presupposto che debbano esser messi a contributo i ricchi e gli evasori e non le famiglie, i lavoratori e le imprese che sono già oberati oltre misura.
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Sarà interessante assistere al confronto tra queste due filosofie. Berlusconi ha fatto molte aperture all´opposizione. È la prima volta. Se accettasse di ritassare i “patrimoni-scudati” sarebbe una vera bomba. L´accetterebbe anche Tremonti? E come l´accoglierebbero i mercati?
Maledetti benedetti mercati. Avete svegliato i dormenti, ridato l´udito ai sordi e la vista ai ciechi. Ma purtroppo non possedete la magia di evitare la recessione ed è questa la vera minaccia che grava su tutto l´Occidente e non solo.
Sta calando la domanda globale e il rigore che i mercati pretendono aggraverà quel calo. Della crescita questo governo se ne infischia. A noi sanguina il cuore. A Sacconi no, lui sogna di poter mandare la Camusso in galera e solo allora si addormenterebbe in pace nella convinzione d´aver operato per il bene del paese.

La Repubblica 14.08.11

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Il Cavaliere: “Giulio mi ha imbrogliato”, di FRANCESCO BEI

Alla fine, con Giulio Tremonti, il Cavaliere ha siglato ieri una tregua armata. Complice la paura di un lunedì nero, quando riapriranno le borse mondiali, non conviene a nessuno alimentare altre tensioni nel governo.
Berlusconi sa bene che la situazione, nonostante la maxi-stangata da 45 miliardi di euro, resta appesa a un filo. Un ministro dà voce al terrore che serpeggia nella maggioranza: «E se lunedì ci accorgiamo che la speculazione continua ad attaccarci cosa facciamo? Un´altra manovra è impossibile, resterebbe solo lo scudo della Bce. Ma per quanti giorni potrà reggere?». Così, a pranzo a palazzo Chigi, i due rivali, di fronte a Gianni Letta, si stringono la mano. Dimissioni di Tremonti? «Se qualcuno continua a scriverlo – scherza a tavola il ministro dell´Economia – è la volta buona che lo denuncio per aggiotaggio». Paolo Bonaiuti conferma: «Anche oggi girano strane voci di dimissioni di Tremonti. Sono voci ri-di-co-le, ci ridiamo sopra».
Insomma, se per il momento il ministro resta al suo posto, almeno fino all´approvazione definitiva del decreto in Parlamento, Berlusconi non ha affatto rinunciato ad ammorbidire una manovra che non sente «sua». Ad andargli di traverso è soprattutto il “contributo di solidarietà”, la nuova imposta che colpisce i redditi (tutti i redditi) sopra i 90 mila euro lordi. I giornali d´area sono scatenati, Vittorio Feltri ha scritto che con quella tassa «si strozzano i medio-borghesi». Insomma proprio l´elettorato di Berlusconi. Oltretutto il premier era convinto che dovesse durare soltanto due anni, così quando ieri ha scoperto che Tremonti l´ha prevista per tre anni, a partire dal 2011, è andato su tutte le furie. Si è sentito ingannato: «Mi aveva detto una cosa e poi nel decreto ne ha scritta un´altra di nascosto! L´una tantum doveva partire dal prossimo anno». Così, per restituirgli lo scherzetto, Berlusconi sta architettando un piano: servirsi della rivolta in corso ai piani bassi del Pdl per cambiare le parti più indigeste del provvedimento, a partire dal passaggio a palazzo Madama. I “quattro moschettieri” iniziali – Crosetto, Stracquadanio, Malan e Bertolini – sono infatti già lievitati a nove, con la firma pesante di Antonio Martino. Altri se ne stanno aggiungendo in queste ore. «Siamo tempestati di telefonate», assicura Stracquadanio. Si dice che l´area che fa riferimento a Claudio Scajola sia in mobilitazione generale, così come i parlamentari vicini a Gianni Alemanno (che ha stroncato a caldo il decreto definendolo «insostenibile»). Lo stesso Schifani, il presidente del Senato, ieri ha parlato della manovra come di un «cantiere aperto», lasciando intendere che sarà cambiata. In quale direzione? Sembra che i ribelli affonderanno il colpo sul contributo di solidarietà, ormai un simbolo della “tosatura”, dal quale è previsto un gettito di un miliardo di euro. Ma, visto che si tratta di trovare analoghe coperture, da qualche altra parte bisognerà intervenire. E l´idea è appunto quella di alzare di un punto percentuale l´Iva, dal 20 al 21 per cento. Guarda caso proprio l´ipotesi caldeggiata con forza dal premier, poi sconfitto da Tremonti che invece teme l´effetto di una misura del genere sull´inflazione. L´aumento di un solo punto dell´Iva, che in Germania è al 22%, farebbe incamerare allo Stato 6 miliardi di euro secondo i calcoli del Cavaliere. In realtà nel Pdl anche su questa ipotesi non tutti la pensano allo stesso modo. Maurizio Gasparri, ad esempio, si giocherebbe la carta dell´Iva non per abolire il contributo di solidarietà ma solo per ridurre l´impatto negativo della riforma dell´assistenza: «Meglio chiedere qualcosa ai 500 mila contribuenti benestanti che andare a togliere risorse per gli invalidi».
Per cambiare la manovra Berlusconi conta anche sul contributo delle opposizioni. Anzi, proprio il passaggio parlamentare del decreto consentirà di riannodare il dialogo con Pier Ferdinando Casini, ancora imbufalito per essere stato strapazzato da Tremonti in commissione. «Concorderemo con l´Udc qualche emendamento a favore delle famiglie – anticipa un ministro del Pdl – e così prenderemo due piccioni con una fava: rimedieremo al rigore di Tremonti e allargheremo il perimetro della maggioranza». Anche nel Carroccio, nonostante gli ukaze di Calderoli, sono decisi comunque a non lasciare intatta la manovra, limando il taglio da 6 miliardi agli enti locali. Tanto resistenza al rigore è dovuta anche alla diffusa consapevolezza che il prossimo anno, con molte probabilità, ci saranno elezioni anticipate. L´ipotesi, in tempi di austerità, è di accorpare le politiche con le provinciali (andranno al voto decine di amministrazioni, da Como fino a Ragusa) in un unico “election day”.

La Repubblica 14.08.11

"In cerca di un'idea di futuro", di Mario Calabresi

La crisi arrivata al suo culmine italiano nelle ultime settimane è cominciata tre anni fa, quando le televisioni di tutto il mondo iniziarono a trasmettere le immagini di persone con la faccia stravolta e uno scatolone tra le mani che uscivano da un grattacielo sulla Settima Avenue di Manhattan. Erano i lavoratori del quartier generale newyorchese di Lehman Brothers che avevano appena avuto la notizia del fallimento della banca d’affari americana.
Da quel momento il nostro mondo è profondamente cambiato. Chi ci governa e chi ha governato l’economia italiana in tutto questo tempo ha ripetutamente ridimensionato il problema e sembra essersene accorto soltanto nelle ultime settimane.

Certamente in questi giorni c’è stata un’escalation in tutto il pianeta e la situazione si è fatta drammatica, ma sostenere che non era prevedibile quando si ha il quarto debito pubblico del mondo e si ha una crescita bassissima non è credibile.

E non dimentichiamo che la crescita dello spread tra i titoli di Stato italiani e i Bund tedeschi è cominciata dopo l’emergere di divergenze e tensioni tra il nostro premier e il ministro dell’Economia, così come il deficit di credibilità è anche figlio di una manovra – quella di luglio – che rinviava troppo in là nel tempo i suoi effetti.

La manovra straordinaria varata in questa drammatica vigilia di Ferragosto ha il pregio di riconoscere la gravità della situazione, di provare a dare una risposta forte e di metterci – auspicabilmente – al riparo da nuovi attacchi speculativi e da ondate di vendite dei nostri titoli e delle nostre azioni.

Agli aspetti positivi, che si possono riassumere nella velocità con cui sono state fatte scelte altamente impopolari come spiega in questa pagina Luca Ricolfi, si accompagnano una serie di preoccupazioni e di amarezze di segno diverso tra loro.

La prima è quella di tutti coloro che negli ultimi anni avevano lanciato l’allarme sulla crisi e che erano stati regolarmente bollati come disfattisti e anti-italiani. Avere ragione col senno di poi non è mai di grande consolazione, soprattutto se si pensa che avere aspettato tre anni non ha che aggravato la situazione.

Chi si vede alzare le tasse (quando ancora in primavera si riproponeva la favola di un abbassamento delle aliquote) non può fare a meno di chiedersi se tutto questo non poteva essere evitato: con interventi sulla spesa più incisivi e tempestivi e favorendo la crescita.
Sì perché il vero problema italiano è quello di non riuscire a crescere e questa manovra, come le precedenti, non contiene una ricetta chiara e riconoscibile di sviluppo, né liberista né keynesiana. Mancano ancora le riforme, se si fa eccezione per gli interventi sul mercato del lavoro – che puntano a renderlo un po’ meno ingessato – e quelli sul sistema pensionistico. Ci preoccupiamo di tenere sotto controllo i conti, ma manca un’idea di futuro, un disegno per il Paese di domani.

Mettendo le mani in tasca in maniera pesante a quegli italiani che le tasse le hanno sempre pagate ci saranno inevitabilmente meno soldi da spendere: si taglia un pezzo di domanda e il rischio non è solo quello di non garantire nuova crescita ma di cominciare a decrescere.
Se da un lato nessuno si può tirare indietro in momenti di grave crisi, così come è giusto chiedere maggiori sacrifici a chi più ha, dall’altro si consolida ancora una volta l’iniquità di colpire sempre gli stessi. Perché il cosiddetto «contributo di solidarietà» (da considerarsi come un aumento delle aliquote più alte, capace di regalarci tasse record) viene scaricato non tanto sugli italiani più ricchi – come si cerca di far credere – ma su quelli più controllati e colpibili, quelli che dichiarano completamente il loro reddito, i cui guadagni sono tutti alla luce del sole.

In molti si sono già chiesti perché si sia deciso di intervenire solo sui redditi da lavoro e non sui patrimoni, come se il possessore di dieci appartamenti sia da considerare più sacro e intoccabile del padre di famiglia che porta a casa cinquemila euro al mese. Così come in molti si stanno chiedendo in queste ore perché mai i tagli alle poltrone si concentrino su Province e Regioni e non sui parlamentari nazionali o perché deputati e senatori non paghino tasse sulle loro liquidazioni, mentre il Tfr (tassato) dei dipendenti pubblici verrà pagato con due anni di ritardo.

La manovra andava fatta, le medicine amare non erano più rinviabili e ognuno di noi dovrà fare la sua parte (comprese le opposizioni e le parti sociali), ma i tagli andrebbero sempre accompagnati da misure di stimolo e di rilancio, da investimenti di lungo periodo, o perlomeno da quelle riforme a costo zero che non richiedono nuove spese ma il coraggio di scontentare settori di popolazione.

La sensazione che questo governo dell’economia ci trasmette è invece di profonda sfiducia nell’Italia, quasi che il declino sia una condizione obbligata, da cui è impossibile sfuggire e a cui è inutile opporsi.

Un Paese però non può pensare di vivere solo in difesa, di chiudersi in una trincea sempre più stretta e soffocante, deve scommettere su se stesso, coltivare non solo la paura ma anche la speranza. Deve puntare sui giovani, fare investimenti in quella direzione, solo così tagli e tasse possono apparire un po’ più accettabili. Ma se il disegno e il futuro mancano, allora restano solo la paura e l’incertezza e nuove tensioni a dividere un italiano dall’altro.

La Stampa 14.08.11

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Il rischio di sacrifici inutili”, di LUCA RICOLFI

Lì per lì, sentite le prime notizie sulla super-manovra, mi sono detto: saranno pure sacrifici, e sacrifici alquanto impopolari, ma meglio tardi che mai. In fondo erano almeno tre anni, dal fallimento di Lehman Brothers nel 2008, che quasi tutti gli analisti indipendenti scongiuravano il governo di non mettere la testa sotto la sabbia, di smetterla con gli annunci e le dilazioni (vedi l’annacquamento del federalismo), di agire subito e con determinazione. Ora anche Berlusconi e Tremonti l’hanno capita, e si apprestano ad affrontare i gravissimi problemi della nostra economia. Spiace riconoscerlo, ma ai mercati è riuscito quello che alle menti illuminate dei riformisti di destra e sinistra non era mai riuscito: convincere un governo immobilista (come gli ultimi cinque, dal ‘98 a oggi) che non si può restare oltre con le mani in mano, paralizzati dalle divisioni e dagli interessi privati del premier. Poi però, accanto a questo sentimento di relativa soddisfazione, se ne è installato un altro, di segno opposto. Che cosa mi ha fatto cambiare atteggiamento?

In primo luogo, la faccia tosta di Berlusconi e Tremonti, che – dopo aver per anni disprezzato e sbeffeggiato chiunque osasse mettere in dubbio la solidità dei conti pubblici italiani – ora ci raccontano la favoletta secondo cui «la situazione è cambiata», la tempesta che ha investito borse e titoli di Stato «non era prevedibile», e via cadendo dalle nuvole.

Eh no, tutto si può dire ma non che non foste stati avvertiti. La stragrande maggioranza degli studiosi, in questi anni, mesi, settimane e giorni era assolutamente concorde sulla diagnosi di base: i conti pubblici italiani non sono affatto in sicurezza, l’entità del nostro debito pubblico ci rende permanentemente vulnerabili, la manovra varata un mese fa era una presa in giro dei mercati e delle istituzioni europee, perché rimandava l’85% dell’aggiustamento al 2013-14, quando non si sa nemmeno chi governerà, né di conseguenza si può avere la minima garanzia che rispetterà gli impegni presi oggi.

Ricordate lo «scalone» delle pensioni? Anche allora, eravamo nel 2004, Tremonti lo varò per legge rimandandone però l’applicazione al 2008, e il governo successivo – come si poteva facilmente prevedere – se lo rimangiò in un sol boccone. E anche per quanto riguarda la manovra di luglio, che il governo si è finalmente deciso ad anticipare di un anno, vorrei ricordare quello che Roberto Perotti e Luigi Zingales scrivevano più di un mese fa, quando era già del tutto evidente che i mercati non credevano alle vaghe promesse del nostro governo: «Esiste quindi una sola via d’uscita, che ci metta al riparo dalla volatilità del mercato: raggiungere il pareggio di bilancio nell’arco diciamo di un anno».

Se anziché accontentarsi della solidarietà e dell’approvazione dei colleghi europei, i nostri governanti avessero preso un po’ più sul serio i mercati, avrebbero agito molto prima, e oggi il prezzo che sono costretti a chiedere ai cittadini sarebbe minore. Insomma, aver rimandato i sacrifici significa averli aggravati. Questa è una gravissima responsabilità, un errore che una classe dirigente degna di questo nome non avrebbe fatto. Anche se va aggiunto, per amore di verità, che la timidezza del governo è anche il risultato dell’immaturità dell’opposizione: se Tremonti e Berlusconi avessero agito in tempo e con il rigore richiesto dalla situazione, opposizioni e parti sociali li avrebbero massacrati.

E’ paradossale, e duro da accettare, ma la lezione di questi giorni è anche questa: la paura suscitata dai mercati rende possibili oggi al governo scelte che – senza quella paura – sarebbero state semplicemente impraticabili, perché avrebbero richiesto un’opposizione seria, disponibile al dialogo sulle riforme economico-sociali anziché ossessionata dall’incubo della democrazia in pericolo.

Ma non è solo la sfrontatezza del governo che mi ha fatto cambiare atteggiamento sulla manovra. E’ la lettura dei suoi contenuti che mi ha lasciato alquanto perplesso. E questo sotto almeno tre profili: equità, rigore, futuro.

Equità. Ci sono anche cose ragionevoli, per non dire sacrosante, ma la misura centrale, il «contributo di solidarietà» sui redditi superiori a 90 mila euro, è profondamente ingiusta. Essa infatti colpisce una minoranza di cittadini (poco più dell’1%) che ha due sole colpe: guadagnare più di 4000 euro netti al mese, e pagare le tasse. A parte l’ipocrisia della parola solidarietà (la solidarietà non può essere coatta), un prestito semantico necessario per ingraziarsi i sindacati e nascondere che si tratta – né più né meno – di un innalzamento dell’aliquota marginale Irpef, la misura è iniqua perché i ricchi «nominali» sono una piccola frazione (tra il 5% e il 10%) dei ricchi «reali».

Bastano pochi elementari confronti – ad esempio sui consumi di lusso, o sui patrimoni finanziari e immobiliari – per capire che almeno il 90% dei veri ricchi sono evasori fiscali, che vivono nell’abbondanza ma dichiarano redditi da ceto medio. Meglio, molto meglio anche sotto il profilo del gettito, sarebbe stato agire con una piccolissima imposta sul patrimonio (tipo il 5 per 10.000). Almeno avrebbero pagato anche gli evasori.

Così, sempre sotto il profilo dell’equità, sarebbe stata doverosa una esplicita differenziazione fra territori-formica, che producono molto ed evadono poco, e territori-cicala, che producono poco ed evadono molto. Alle amministrazioni più virtuose, proprio perché hanno già razionalizzato la spesa, non si possono imporre gli stessi tagli che si chiedono alle amministrazioni che hanno ancora un lungo cammino di risanamento da compiere.

Rigore. Qui le obiezioni sarebbero moltissime, per cui mi limito a quattro esempi: manca un piano di dismissioni del patrimonio pubblico; manca un intervento incisivo sulla previdenza (in particolare su chi è andato in pensione prima dei 50 anni); diverse misure, a partire dal contributo di solidarietà, non hanno carattere strutturale; l’idea di togliere le tredicesime ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche che spendono troppo è peregrina in assenza di obiettivi di budget ben studiati e se prima non si ristabilisce il «comando» nei pubblici uffici, due precondizioni che mancano del tutto.

Futuro. Ma è soprattutto sulle prospettive future del Paese che la manovra, così come si profila in queste ore, appare più deludente. Il nostro problema centrale, la nostra palla al piede, è il debito pubblico. Pensare di risolvere questo problema senza accelerare la crescita, senza portarla dallo stentato 1% attuale ad almeno il 2%, è pura illusione. Se non torneremo a crescere a un ritmo decente non ci saranno né posti di lavoro per i giovani e per le donne, né soldi per completare il nostro stato sociale, che è ipertrofico dal lato delle pensioni ma rachitico su tutto il resto.

Ma nella manovra, per riconoscimento unanime, quel che manca sono proprio le due misure fondamentali per la crescita: riduzione della pressione fiscale sui produttori, abbattimento del numero di adempimenti per le imprese. E al loro posto, incredibilmente, compaiono ulteriori aggravi per lavoratori autonomi e società: dalla «rimodulazione» degli studi di settore per i primi, alla riduzione – per le seconde – della possibilità di abbattimento delle perdite.

Può darsi che quel che non si vede oggi spunti domani dalla delega fiscale. Può darsi che il governo si decida ad alzare l’Iva sui beni di lusso, a ridurre la selva delle esenzioni ed agevolazioni dei regimi fiscali. Ma se una parte cospicua di questi risparmi non verrà usata per dare ossigeno all’Italia che produce e che compete, se – come purtroppo è avvenuto finora – ogni centesimo di gettito recuperato andrà a finire nel calderone del bilancio pubblico senza alleggerire la pressione fiscale sui produttori, allora temo che anche i sacrifici che ora ci vengono richiesti finiranno per essere stati vani.

La Stampa 14.08.11

La manovra alternativa del PD

Contro una manovra depressiva e ingiusta, le 7 proposte del PD. Paghi chi non paga mai

Le decisioni prese dal Consiglio dei ministri sono inadeguate e poco credibili rispetto alla sfida che il paese ha di fronte anche sul piano internazionale e fortemente inique sul piano sociale e fiscale.

Gli esempi più eclatanti riguardano in particolare l’anticipo della delega sull’assistenza, che facilmente si tradurrà in un drastico taglio degli sgravi fiscali, scaricando sulle famiglie una parte rilevante dell’intera operazione di riduzione del disavanzo pubblico, colpendo in modo particolare i nuclei meno abbienti. La mancata precisazione degli interventi da inoltre all’anticipazione di questa delega un carattere generico e di incertezza che non corrisponde all’esigenza di credibilità della manovra. L’intervento sugli enti locali è ancora insufficiente sul piano del riordino istituzionale, ma fortemente incisivo sul livello dei servizi, livello che invece va mantenuto e in alcuni casi irrobustito. Il contributo di solidarietà incide sui ceti popolari e sui ceti medi che pagano le tasse. In sostanza paga chi già paga. L’intervento sul Tfr dei dipendenti pubblici non porta efficienza, ma rappresenta un peso sui ceti medi e bassi. Gli interventi sulle relazioni industriali e sui rapporti di lavoro rappresentano una notevole intromissione nei rapporti e nell’autonomia delle parti sociali. Molte di queste misure dovranno essere abolite o fortemente alleggerite.

In sostanza, la manovra del governo scarica il costo del rientro dal deficit pubblico sui ceti popolari e sugli onesti che pagano le tasse. E’ inoltre un intervento destinato a deprimere l’economia invece di rilanciarla e non prevede nulla di significativo per la crescita.

Il Partito Democratico ritiene dunque che debbano essere adottare soluzioni più efficienti e più eque, che facciano pagare non chi paga già, ma chi non paga mai, che portino allo stesso risultato sul piano dei saldi di bilancio, ma che siano anche in grado di fornire un sostegno selettivo alla crescita.

Il Pd non si sottrae dunque alla sfida che il paese ha di fronte e mette a disposizione il proprio contro piano, un progetto responsabile e alternativo per il bene del paese. Per l’abolizione o il forte alleggerimento delle inique misure del governo noi dunque proponiamo:

1. Per affrontare l’emergenza si prevede un prelievo straordinario una tantum sull’ammontare dei capitali esportati illegalmente e scudati, in modo da perequare il prelievo su questi cespiti alla armonizzazione della tassazione sulle rendite finanziarie al 20 per cento e di adeguare l’intervento italiano alle medie delle analoghe misure prese nei principali paesi industrializzati. Gran parte di questi 15 miliardi dovrà essere utilizzata per i pagamenti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle piccole e medie imprese e per alleggerire il patto di stabilità interno così da consentire immediati investimenti da parte dei comuni.

2. Un pacchetto di misure efficaci e non solo di facciata contro l’evasione fiscale, tali da produrre effetti immediati, consistenti e concreti. Si propongono dunque alcuni interventi, tra i quali figurano le misure anti-evasione che in parte riprendono quelle dolosamente abolite dal governo Berlusconi:
a) tracciabilità dei pagamenti superiori a 1.000 euro (pensare a somme più elevate significa lasciare di fatto tutto come è oggi) ai fini del riciclaggio e soglie più basse, a partire dai 300 euro, per l’obbligo del pagamento elettronico per prestazioni e servizi;
b) obbligo di tenere l’elenco clienti-fornitori, il vero strumento di trasparenza efficiente;
c) descrizione del patrimonio nella dichiarazione del reddito annuo con previsione di severe sanzioni in caso di inadempimento.

3. Introduzione di una imposta ordinaria sui valori immobiliari di mercato, fortemente progressiva, con larghe esenzioni e che inglobi l’attuale imposta comunale unica sugli immobili, in modo di ricollocare l’Italia nella media e nella tradizione di tutti i maggiori paesi avanzati del mondo.

4. Un piano quinquennale di dismissioni di immobili pubblici in partenariato con gli enti locali (obiettivo minimo 25 miliardi di euro).

5. Liberalizzazioni. Il Pd propone di realizzare immediatamente almeno una parte delle proposte di liberalizzazione che il partito ha già preparato e presentato: ordini professionali, farmaci, filiera petrolifera, RC auto, portabilità dei conti correnti, dei mutui e dei servizi bancari, separazione Snam rete gas, servizi pubblici locali. Il Pd è contro la privatizzazione forzata, ma non contro le gare e la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Tutto questo si può fare immediatamente senza bisogno di riforme costituzionali.

6. Politiche industriali per la crescita. Il Pd propone di adottare subito misure concrete per alleggerire gli oneri sociali e un pacchetto di progetti per l’efficienza energetica, la tecnologia italiana e la ricerca, con particolare riferimento alle risorse potenziali e sollecitabili del Mezzogiorno. Sarebbe un errore imperdonabile intervenire sul controllo dei conti pubblici senza mettere in campo, sia pure limitatamente alle risorse disponibili, un pacchetto di stimoli alla crescita e per l’occupazione. In questo contesto rientra anche l’implementazione dei più recenti accordi tra le parti sociali senza intromissioni che ledano la loro autonomia.

7. Pubblica amministrazione, istituzioni e costi della politica. In Italia la riduzione della spesa deve riguardare non tanto sulla spesa sociale, ma l’area della Pubblica Amministrazione, le istituzioni politiche e i settori collegati. A Cominciare dal Parlamento: il primo passo è il dimezzamento del numero dei parlamentari. Il Pd ha presentato da tre anni proposte specifiche su questo punto. Su sollecitazione dei gruppi parlamentari del Pd la discussione su questi progetti è stata calendarizzata in Parlamento per settembre. Si agisca immediatamente. Da lì in giù, bisogna intervenire su Regioni, Province, Comuni con lo snellimento degli organi, l’accorpamento dei piccoli comuni, il dimezzamento o più delle province secondo l’emendamento presentato dal Pd e dall’Udc alla manovra di luglio o, in alternativa, riconducendole ad organi di secondo livello, accorpamento degli uffici periferici dello Stato, dimezzamento delle società pubbliche, centralizzazione e controllo stretto per l’acquisto di beni e servizi nella pubblica amministrazione.

In più: la ripresa di un vero lavoro di spending review, interrotto dal governo Berlusconi, dal punto di vista di una politica industriale per la pubblica amministrazione. Il Pd ha proposte specifiche su ciascuno di questi punti. In particolare sui costi della politica il riferimento è il programma contenuto nell’ordine del giorno presentato due settimane or sono in Parlamento.

La manovra economica che il paese si appresta ad applicare rappresenta un passaggio necessario, ma molto severo. Il Pd eserciterà tutta la propria responsabilità di partito nazionale e alternativo. Ma oggi non si può tacere che se il paese si trova più esposto di altri sul fronte della crisi questo si deve alla responsabilità politica del governo e della sua maggioranza. L’Italia è un grande paese. Ha risorse e capacità. Tre anni fa il debito pubblico era al 104 per cento del Pil, la spesa pubblica era meno forte, le banche non avevano investito somme ingenti nei derivati e nei prodotti finanziari più fragili. Sarebbe bastato non bruciare inutilmente le risorse disponibili, riconoscere la crisi ed avviare un pacchetto di interventi per sostenere la crescita. Per tre anni, pur di fronte agli avvertimenti, all’allarme e alle proposte dell’opposizione, il governo ha negato la crisi e non ha fatto irresponsabilmente nulla.

Il Partito Democratico, responsabile e alternativo, si carica oggi di questa sfida e si propone per offrire al paese un’alternativa credibile, più efficiente, più giusta, in modo che l’Italia possa voltare pagina e riprendere il suo cammino di crescita.

“Sulla base di questi primi ed altri elementi di proposta” dichiara il segretario nazionale del Pd, Pier Luigi Bersani “dal 20 agosto in poi, una volta esaminato il testo presentato dal Consiglio dei ministri, ci rivolgeremo alle forze sociali e alle opposizioni per aprire un confronto volto a perfezionare una più compiuta proposta alternativa agli interventi del governo, a presentare gli emendamenti in Parlamento ed a sollecitare il sostegno dell’opinione pubblica per il cambiamento di una manovra depressiva, poco credibile e ingiusta”.

da www.partitodemocratico.it

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Una tantum sui capitali, evasione e crescita Ecco le controproposte dei democratici

Da Bersani una serie di punti alternativi per affrontare l’emergenza. “Manovra Tremonti iniqua e non adatta alla ripresa del Pil”. Tra le proposte dismissioni immobili pubblici, liberalizzazioni e meno oneri sociali e investimenti su tecnologia e ricerca.

ROMA – Per il Pd le decisioni prese dal Consiglio dei ministri “sono inadeguate e poco credibili rispetto alla sfida che il paese ha di fronte”. Non solo. Sono “fortemente inique sul piano sociale e fiscale”. In sintesi, per i democratici, la manovra del governo scarica il costo del rientro dal deficit pubblico sui ceti popolari e sugli onesti che pagano le tasse. E’ inoltre un intervento destinato a deprimere l’economia invece di rilanciarla e non prevede nulla di significativo per la crescita.

Dal partito di Bersani arriva dunque una “contromanovra” per affrontare l’emergenza, “con soluzioni più eque ed efficenti” e soprattutto “in grado di fornire un sostegno selettivo alla crescita”. Ecco i punti:

Una tantum sui capitali esportati. Si prevede un prelievo straordinario una tantum sull’ammontare dei capitali esportati illegalmente e scudati, in modo da perequare il prelievo su questi cespiti alla armonizzazione della tassazione sulle rendite finanziarie al 20 per cento e di adeguare l’intervento italiano alle medie delle analoghe misure prese nei principali paesi industrializzati. Gran parte di questi 15 miliardi dovrà essere utilizzata per i pagamenti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle piccole e medie imprese e per alleggerire il patto di stabilità interno così da consentire immediati investimenti da parte dei comuni.

Lotta all’evasione. Un pacchetto di misure efficaci e non solo di facciata contro l’evasione fiscale, tali da produrre effetti immediati, consistenti e concreti. Si propongono dunque alcuni interventi, tra i quali figurano le misure anti-evasione che in parte riprendono quelle dolosamente abolite dal governo Berlusconi: tracciabilità dei pagamenti superiori a 1.000; obbligo di tenere l’elenco clienti-fornitori, il vero strumento di trasparenza efficiente; descrizione del patrimonio nella dichiarazione del reddito annuo con previsione di severe sanzioni in caso di inadempimento.

Imposta progressiva sui valori immobiliari. Il Pd vuole l’introduzione di una imposta ordinaria sui valori immobiliari di mercato, fortemente progressiva, con larghe esenzioni e che inglobi l’attuale imposta comunale unica sugli immobili, in modo di ricollocare l’Italia nella media e nella tradizione di tutti i maggiori paesi avanzati del mondo.

Dismissioni immobili pubblici. Nella proposta democratica un piano quinquennale di dismissioni di immobili pubblici in partenariato con gli enti locali (obiettivo minimo 25 miliardi di euro).

Liberalizzazioni. Il Pd propone di realizzare immediatamente almeno una parte delle proposte di liberalizzazione che il partito ha già preparato e presentato: ordini professionali, farmaci, filiera petrolifera, RC auto, portabilità dei conti correnti, dei mutui e dei servizi bancari, separazione Snam rete gas, servizi pubblici locali. Il Pd è contro la privatizzazione forzata, ma non contro le gare e la liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Tutto questo si può fare immediatamente senza bisogno di riforme costituzionali.

Politiche industriali per la crescita. Bersani propone subito misure concrete per alleggerire gli oneri sociali e un pacchetto di progetti per l’efficienza energetica, la tecnologia italiana e la ricerca, con particolare riferimento alle risorse potenziali e sollecitabili del Mezzogiorno.

Pubblica amministrazione, istituzioni e costi della politica. Nella proposta democratica si legge che in Italia la riduzione della spesa deve riguardare non tanto sulla spesa sociale, ma l’area della Pubblica Amministrazione, le istituzioni politiche e i settori collegati. A Cominciare dal Parlamento: il primo passo è il dimezzamento del numero dei parlamentari. Il Pd ha presentato da tre anni proposte specifiche su questo punto. Su sollecitazione dei gruppi parlamentari del Pd la discussione su questi progetti è stata calendarizzata in Parlamento per settembre. Si agisca immediatamente. Da lì in giù, bisogna intervenire su Regioni, Province, Comuni con lo snellimento degli organi, l’accorpamento dei piccoli comuni, il dimezzamento o più delle province secondo l’emendamento presentato dal Pd e dall’Udc alla manovra di luglio o, in alternativa, riconducendole ad organi di secondo livello, accorpamento degli uffici periferici dello Stato, dimezzamento delle società pubbliche, centralizzazione e controllo stretto per l’acquisto di beni e servizi nella pubblica amministrazione. In più: la ripresa di un vero lavoro di spending review, interrotto dal governo Berlusconi, dal punto di vista di una politica industriale per la pubblica amministrazione. Il Pd ha proposte specifiche su ciascuno di questi punti. In particolare sui costi della politica il riferimento è il programma contenuto nell’ordine del giorno presentato due settimane or sono in Parlamento.

“Sulla base di questi punti”, dice Bersani “dal 20 agosto in poi, una volta esaminato il testo presentato dal Consiglio dei ministri, ci rivolgeremo alle forze sociali e alle opposizioni per aprire un confronto volto a perfezionare la proposta alternativa agli interventi del governo, a presentare gli emendamenti in Parlamento ed a sollecitare il sostegno dell’opinione pubblica per il cambiamento di una manovra depressiva, poco credibile e ingiusta”.

da www.repubblica.it

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Bersani lancia la contromanovra del Pd: prelievo sui capitali esportati illegalmente

Sette punti per ribaltare le «inique misure del governo». No al contributo di solidarietà: «Così paga chi già paga»

MILANO – Al Partito democratico la manovra correttiva varata dal governo non piace. Lo ha detto subito il segretario Pier Luigi Bersani, mentre ancora Berlusconi e Tremonti ne illustravano i contenuti nella conferenza stampa a Palazzo Chigi. E ora esce allo scoperto, presentando una contromanovra in sette punti che indica quella che sarebbe la strada che il Pd vorrebbe si seguisse per l’uscita dalla crisi e dall’emergenza dei conti pubblici. E’ stato lo stesso Bersani a rilanciarla con un post sul proprio Twitter.

«ALTERNATIVA CREDIBILE» – «Il Pd non si sottrae alla sfida che il Paese ha di fronte e mette a disposizione il proprio contro piano, un progetto responsabile e alternativo per il bene del paese» dice il leader democratico, che parla di «inique misure del governo». E ancora: «Ci proponiamo per offrire al Paese un’alternativa credibile, più efficiente, più giusta, in modo che l’Italia possa voltare pagina e riprendere il suo cammino di crescita». Bersani contesta la maggior parte degli interventi previsti dall’esecutivo, come ad esempio il prelievo addizionale sui redditi, il cosiddetto «contributo di solidarietà», che secondo il segretario del Pd «incide sui ceti popolari e sui ceti medi che pagano le tasse. In sostanza paga chi già paga». Alcuni dei punti, come la riduzione del numero delle Province o l’accorpamento dei piccoli Comuni, sono invece presenti in entrambe le piattaforme, quella dell’esecutivo e quella dei democratici, ed è dunque ipotizzabile, sui singoli temi e una volta trovata l’intesa sui dettagli di applicazione, una possibile convergenza in Parlamento.

LE PROPOSTE DEL PD – Questi, in ogni caso, i punti attraverso cui il Partito democratico vorrebbe ridisegnare la manovra correttiva:
1) prelievo straordinario una tantum sull’ammontare dei capitali esportati illegalmente e scudati (15 miliardi di euro).
2) misure contro l’evasione fiscale (tracciabilità dei pagamenti superiori a 1.000 euro e 300 euro; l’elenco clienti-fornitori; descrizione del patrimonio nella dichiarazione dei redditi).
3) Imposta ordinaria sui valori immobiliari di mercato.
4) Dismissioni di immobili pubblici (25 miliardi di euro).
5) Liberalizzazioni.
6) Politiche industriali per la crescita: tra queste l’implementazione dei recenti accordi tra le parti sociali senza intromissioni che ledano la loro autonomia.
7) Pubblica amministrazione, istituzioni e costi della politica (dimezzamento del numero dei parlamentari; snellimento di Regioni, Province, Comuni; accorpamento dei piccoli comuni; dimezzamento delle province; dimezzamento delle società pubbliche, centralizzazione e controllo stretto per l’acquisto di beni e servizi nella P.A.).

da www.corriere.it

"P3, quell’inchiesta sui voli di Stato archiviata quasi subito", di Claudia Fusani

La continua ricerca di scorciatoie per fare prima e
meglio e soprattutto quello che serve. Aggiustamenti, raccomandazioni, in alcuni casi vere e proprie pressioni sulle massime istituzioni della Repubblica per raggiungere l’obiettivo: dalla chiusura di un fascicolo di indagine alla nomina di un giudice. Le sessantamila pagine di atti giudiziari con cui l’aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Sabelli stanno per chiedere il giudizio con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla violazione della legge Anselmi (del 1982 che vieta le associazioni segrete, nata dopo lo scandalo della P2), alla corruzione, alla diffamazione e all’abuso di ufficio sono il racconto di questo sistema che i media hanno chiamato P3. La procura ritiene di aver trovato le prove per otto episodi: i tentativi di influire sulla Corte Costituzionale per il Lodo Alfano; le pressioni sul Csm per la nomina, poi avvenuta, di due procuratori di sedi minori e dei presidenti di Corte d’Appello di Salerno e Milano (Marconi e Marra, che dopo lo scandalo lasciarono l’incarico); le pressioni per rinviare alle Sezioni Unite della Cassazione la decisione sull’annosa vertenza per cui Mondatori doveva pagare allo Stato 173milioni di euro di tasse evase nel 1991 (ai tempi del Lodo Mondadori) e riuscì poi a cavarsela con molto meno (il 5 per cento). Le richieste di rinvio a giudizio riguardano tra gli altri quattro deputati del Pdl (Cosentino, Parisi, Verdini e Dell’Utri, solo gli ultimi due hanno l’associazione segreta); Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, il nucleo della P3; il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci (c’è di mezzo tutta la storia dell’eolico), l’ex presidente della Corte di Cassazione Vincenzo Carbone.
Ma la lettura delle carte racconta che “la rete” e “il sistema” hanno avuto un raggio d’azione assai più vasto degli otto fatti contestati. Per la procura, però, non tutto ha raggiunto lo spessore della prova giudiziaria e quindi molto nomi non risultano tra i venti per cui è stato chiesto il giudizio. Colpisce, ad esempio, il verbale di Arcangelo Martino del 24 settembre che conferma il contenuto di quelli del 19 agosto e del 17 settembre 2010. «Ritengo di aver esposto tutto quanto a mia conoscenza circa i miei rapporti con Carboni e Lombardi. Mi ero però dimenticato di riferire l’intervento di Lombardi (ex segretario della Dc e giudice tributario per trent’anni), almeno secondo le sue parole, sul presidente Fargnoli che, quale presidente del Tribunale dei ministri di Roma, sempre a dire del Lombardi, era competente di un procedimento penale contro Berlusconi per la vicenda dei voli con gli aerei di Stato (giugno 2009, subito dopo il caso Noemi, quando si scoprì che sui voli di Stato per la Sardegna prendevano posto cuochi, cantanti e, soprattutto, ballerine, tutti con destinazionen villa Certosa, ndr). Il Lombardi – continua Martino – sosteneva di essere intervenuto su Fargnoli su richiesta di Gianni Letta e che «era stato lui a risolvere il problema», intendendo dire in questo modo che il procedimento contro Berlusconi era stato archiviato dal Tribunale dei ministri grazie al suo aiuto. Proprio per questo intervento il Lombardi riteneva di avere un credito importante da parte di Letta e di Berlusconi e riteneva pertanto che questi dovessero accontentarlo rispetto alle sue pretese. Il Lombardi chiedeva per sé incarichi nel partito o nella Regione Campania”. Pasqualino Lombardi ha avuto alla fine solo un mezzo incarico, il coordinamento di qualcosa. Di certo l’inchiesta sui voli di Stato affidata al Tribunale dei ministri ha vissuto il tempo di una farfalla, tre-cinque giorni.
Qualche riga più sotto Martino racconta la rete di amicizie di Lombardi, l’amico di giudici e procuratori, l’uomo dei convegni delle toghe e che entrava e usciva da palazzo dei Marescialli come fosse casa sua. «Tra i personaggi politici, oltre a Casentino e Gargani, Lombardi aveva rapporti con Caliendo (il sottosegretario alla Giustizia indagato e ora in via di archiviazione) e Gianni Letta (che poi vedremo assiduo anche di un’altra associazione di amici, la P4 di Bisgnani e Papa, ndr). Mi è accaduto più volte di ascoltare conversazioni telefoniche tra lui e Letta. Tra i magistrati, di grado molto elevato, i rapporti di Lombardi erano addirittura amicali. I riferimenti più importanti erano il presidente Carbone e l’avvocato generale della Cassazione Vincenzo Martone». Ancora Martino: «Tra il 7 e l’8 ottobre 2009 ci incontrammo all’hotel Eden io, Carboni, Lombardi e Dell’Utri. Scopo dell’incontro era riferire a Dell’Utri l’esito della decisione della Corte Costituzionale (Lodo Alfano, ndr) che doveva essere in linea con i desideri di Dell’Utri (…). Lombardi gli consegnò un bigliettino su cui erano riportati i voti dei giudici costituzionali. Secondo i risultati raccolti da Lombardi avrebbe prevalso per 8 a 5 o 8 a 6, non ricordo, la tesi per cui il Lodo Alfano era costituzionale.
L’incontro all’hotel Eden durò lo spazio di un caffè, tra i 10 e i 15 minuti». Il verdetto della Consulta fu l’opposto. E i tre ebbero modo di dire, in alcune intercettazioni, che avevano fatto «una figuraccia». La prima informativa del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza è protocollata 23 dicembre 2010 ed è un’analisi puntuale dei movimenti sui conti correnti di Marcello Dell’Utri. Che è un uomo fortunato, come tutti sanno. Fortunato perché ha un amico che corre sempre in suo soccorso. Per esempio, il 22 maggio 2008 Dell’Utri riceve da Silvio Berlusconi un milione e mezzo di euro perché la sua «posizione al momento della disposizione presentava un saldo negativo pari a euro 3.150.134 (affidamento concesso 2,8 milioni di euro). Il bonifico serviva a riassorbire l’esposizione». La prosa del finanzieri è chiara: Marcello ha in rosso il conto in banca, Silvio corre a coprire il buco. I soldi arrivano a Dell’Utri dalla filiale di Segrate del Monte dei Paschi, diventata suo malgrado famosa perché da lì veniva il contante per le ragazze delle feste, Ruby Rubacuori compresa.
I guai economici di Dell’Utri che il premier si premura di risolvere sono causati, scrive il Nucleo Speciale, «da due finanziamenti che non presentano un andamento regolare». Il primo è un mutuo ipotecario di due milioni di euro aperto nel 2004, il secondo uno «scoperto a revoca» concesso del 2006 per un importo di 2 milioni e 850mila euro. I finanzieri vanno a spulciare nei movimenti a partire dal 2005. E’ qui che appare evidente il ruolo del Credito Cooperativo Fiorentino di Denis Verdini (che, come Dell’Utri, è accusato di associazione a delinquere nell’ambito della P3): è nella piccola banca di Campi Bisenzio che Dell’Utri ha il conto sofferente, il numero 280399. Nei mesi successivi all’informativa di dicembre, Berlusconi ha avuto modo di dare nuove prove sonantidella sua amicizia. Tra il febbraio e il marzo scorsi, infatti, ha versato sui conti correnti del senatore altri otto milioni di euro. L’operazione ha avuto come intermediaria Banca Intesa Private Banking. La causale indicata da Berlusconi è sempre la stessa: prestito infruttifero. Non frutta interessi, ma qualcos’altro
forse sì.

L’Unità 13.08.11

"Tasse, il sogno impossibile di Berlusconi", di Mattia Feltri

“Le ridurrò da domani”: 17 anni di promesse, poi l’aumento.
Una aliquota «Non possiamo realizzare la nostra riforma domattina», disse Berlusconi il 2 marzo del 1994. Era un Berlusconi molto americano, sull’economia lavorava il liberale Antonio Martino e la riforma diceva: flat tax, cioè aliquota unica al 33 per cento. Perché qui «i governi per risanare la finanza pubblica hanno accresciuto le entrare», diceva Berlusconi. E allora rivoluzione! Flat tax e poi detrazioni fiscali in funzione del numero dei familiari, riduzione del numero delle imposte (una ventina in tutto), maggiore flessibilità del sistema, Iva ridotta a due-tre settori, buono-scuola e buonosanità alle famiglie più povere. «Panzane», disse Giulio Tremonti che era in campagna elettorale coi pattisti di Mario Segni. «Miracolismo finanziario», aggiunse. E infatti Forza Italia vinse le elezioni, Tremonti lasciò Segni e passò alle Finanze e Martino se ne andò agli Esteri. E di flat tax non si sentì più parlare.

Due aliquote Di flat tax non si sentì più parlare perché si trovò una soluzione molto migliore dell’aliquota unica: due aliquote. Nel contratto con gli italiani, firmato nello studio di Bruno Vespa, Silvio Berlusconi promise che avrebbe applicato l’aliquota del 23 per cento ai redditi fino a 200 milioni di lire e l’aliquota del 33 per i redditi oltre. Era il 2001. Berlusconi tornò a Palazzo Chigi e, attenzione, la promessa non andava mantenuta entro domattina, ma entro la legislatura. Una promessa sacra: «Se non ci riusciamo è inutile stare qui a dannarci. Se non ci riuscirò non mi ricandido». Lo disse che era già il 2004. La legislatura si sarebbe conclusa nel 2006. «Non riuscirò a ottenere due aliquote», spiegò affranto Berlusconi soltanto cinque mesi più tardi.

Tre aliquote E se non si riescono a fare due aliquote? Se ne fanno tre. «Come sapete, le aliquote fiscali si ridurranno a tre: 23, 33 e 39 oppure 42 per cento, dobbiamo sederci intorno ad un tavolo per decidere», disse un ottimista Silvio Berlusconi nel settembre del 2004.

Tre aliquote e un quarto Ci sono riforme epocali, rivoluzionarie, che non si possono fare entro domattina e così le tre aliquote si complicarono un poco (e siamo giunti al novembre del 2004): «La riforma fiscale ricomprenderà tre aliquote, per quanto riguarda l’Irpef, al 23, 33 e 39 per cento, con una aggiunta di un 4 per cento per i redditi sopra i 100 mila euro come contributo di solidarietà», dettagliò ai giornalisti un orgoglioso Berlusconi. Comunque la riforma è straordinaria, ambiziosa eccetera e non si fa domattina e infatti ci furono ulteriori evoluzioni. Anzi, tuffi nel passato. Una aliquota: raggiungere il traguardo dell’aliquota al 33 per cento è «possibilissimo» (Berlusconi, marzo 2008). Due aliquote, una al 23 e l’altra al 33 per cento: «Sarebbe più razionale» (Berlusconi, gennaio 2010). Tre aliquote: «Ridisegneremo l’impianto delle aliquote, ve ne saranno solo tre rispetto alle attuali cinque, e più basse». (Berlusconi giugno 2011).

Dolci evasioni Una tale feroce guerra al sistema fiscale ha delle giustificazioni etiche. «Se si chiede una pressione del 50 per cento, ognuno si sentirà moralmente autorizzato ad evadere». «E’ una verità insita nel diritto naturale». «Non bisogna chiedere più di un terzo di quanto si guadagna altrimenti è una sopraffazione». «Se lo stato mi chiede il 50 e passa per cento, sento che è una richiesta scorretta».

Se non ora, quando?
Dunque, priorità assoluta sebbene non si pretende che si faccia tutto entro domattina. Su Internet si trovano ancora i titoli dei giornali, titoli storici. Per esempio. La Stampa, 2001: «Tagli alle tasse solo dal 2002». Il Messaggero, 2002: «Berlusconi: meno tasse dal 2003». MilanoFinanza, 2003: «Tasse più leggere nel 2004». La Stampa, 2004: «Berlusconi conferma: meno tasse entro il 2005». Il Giornale, 2005: «Rispetteremo i patti: meno tasse entro il 2006».

Se non questa, quella?
Perché poi un conto è l’Irpef, le aliquote, quest’anno o l’anno prossimo, ma le tasse sono numerose, si interviene su balzelli particolarmente odiosi. Ricordate l’Irap, l’imposta sulle attività produttive? Berlusconi non l’ha mai amata: «E’ una rapina»; «eutanasia fiscale»; «dies irap»; «iniqua, la abrogherò». Tutte queste cose le ha dette dall’opposizione. Al governo rivide leggermente il giudizio: «Anomala»; «esamineremo l’abolizione»; «la ridurremo»; «non eliminare ma modificare». Nel 2006 ritornò all’opposizione: «E’ una rapina»; «odiosa»; «assurda» e così via. Naturalmente l’Irap c’è ancora poiché certe tasse non è facile abolirle così, domattina.

Compendio
Per i più distratti, un breve elenco di altre tasse di cui Berlusconi annunciò l’abolizione e che oggi ci sono ancora: bollo auto, bollo moto, tassa sui rifiuti, canone Rai, tassa di successione, tassa sul caro estinto.

Le mani nelle tasche
Da un certo punto in poi, ma molto presto («è quasi un miracolo non avere aumentato le tasse», dicembre 2001), Berlusconi sperimentò un nuovo tipo di annuncio: il non aumento. «Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani», ripetuto sino a 48 ore fa, è uno slogan del settembre 2002. Non metteremo le mani nelle tasche, niente patrimoniali, niente prelievi aggiuntivi, niente contributi di solidarietà. Adesso però le cose cambiano. E da domattina.

La Stampa 13.08.11