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"I versamenti di Berlusconi a Dell'Utri nel mirino dei pm che indagano sulla P3", di Angela Maria Erba e Francesco Viviano

Verifiche anche sui bonifici di Angelucci a Verdini per pagare una villa. Il rapporto della Finanza: cambiali per salvare il quotidinao gratuito EPolis di Cagliari. Bonifici milionari, cambiali, tesori che passano di mano in mano. E poi ancora, aperitivi e pranzi a Villa Certosa per prendere decisioni e disegnare percorsi politici. C’è ancora tutto un capitolo aperto nella storia finanziaria ed economica della P3. Scenari nuovi, finora rimasti nascosti nelle pieghe dei faldoni, sull’inchiesta della loggia segreta che vede indagati i parlamentari Denis Verdini e Marcello Dell’Utri, insieme al faccendiere sardo Flavio Carboni, all’ex consigliere comunale Arcangelo Martino e al giudice-geometra Pasquale Lombardi.

Ora ulteriori accertamenti, potrebbero essere disposti dai magistrati di piazzale Clodio per fare luce su quei “prestiti infruttiferi”, per quasi dieci milioni di euro, che Silvio Berlusconi fece tra il 2008 e il 2011 in favore di Dell’Utri. Lo dice un’informativa finanziaria delle Fiamme Gialle dello scorso maggio, che compare tra gli atti depositati nei fascicoli del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e del pm Rodolfo Sabelli. Nello stesso mese venne notificato agli avvocati una richiesta di proroga delle indagini che adesso i magistrati romani starebbero valutando.

Ammonterebbe a un milione e mezzo di euro il primo generoso regalo che il premier concede a Dell’Utri il 22 maggio 2008 con un bonifico partito dalla filiale Mps di Segrate. Gli investigatori della Finanza annotano che il senatore Pdl “al momento della disposizione presentava una saldo negativo pari a 3.150.134 euro”. Mentre gli altri due bonifici risalirebbero al febbraio e al marzo del 2011 (per complessivi 8 milioni) attraverso Banca Intesa.

Ma non è l’unica importante elargizione che spunta nelle carte della P3. Perché c’è anche un’operazione immobiliare di ventimila metri quadrati con parco, piscina e campo da tennis. Per comprare l’ex proprietà della famiglia Gucci a Firenze, Denis Verdini si indebita per quasi 8 milioni. E così interviene il re delle cliniche private, Antonio Angelucci, a estinguere il maximutuo con due cospicui bonifici. Nel mirino dei finanzieri sarebbero finite anche nove cambiali dal valore di circa 55mila euro girate su un conto di Dell’Utri. Soldi che sarebbero serviti per evitare un tracollo finanziario del quotidiano gratuito E Polis di Cagliari. Tutto denaro che si muove all’inizio del 2010, in un momento cruciale della politica locale, quando ancora devono essere prese molte delle decisioni più importanti sull’eolico in Sardegna.

Non mancano nemmeno aperitivi e pranzi a Villa Certosa. Quelli che nell’estate del 2007 ci furono tra Silvio Berlusconi e l’allora esponente della Margherita Ernesto Sica, per mettere a punto “la tattica, poi attuata nei mesi successivi” che prevedeva il passaggio del consigliere regionale della Campania dal partito, che stava per confluire nel Pd, a Forza Italia. A parlarne, nell’interrogatorio dello scorso novembre ai magistrati, è lo stesso Sica, finito sotto inchiesta per concorso nella diffamazione ai danni di Stefano Caldoro, candidato all’epoca alla carica di governatore della Campania. “Non essendo riuscito a ottenere la ricompensa che ritenevo giusta – ha spiegato – in quanto non fui candidato alle elezioni politiche del 2008, avevo deciso di proporre la mia candidatura come presidente della Regione Campania”.

Sica ha poi smentito di aver espresso all’imprenditore Arcangelo Martino (indagato per la P3) “l’opinione che Berlusconi era in debito con me perché avevo convinto alcuni senatori a votare contro il Governo Prodi”. Successivamente “fu Berlusconi in persona – ha concluso – a volermi comunicare che sarei stato nominato assessore regionale della giunta Caldoro, in attesa di ulteriori incarichi ancora più prestigiosi”.

La Repubblica 13.08.11

"Il lamento del Medio Alto", di Massimo Gramellini

Mi chiamano Medio Alto, ma il mio soprannome è Rintracciabile. Sono quello che non può nascondersi, quello che paga. Anche stavolta. Il governo della Libertà mi impone tasse svedesi per continuare a fornirmi servizi centrafricani. E io le verserò fino all’ultimo centesimo, senza trucco e senza inganno, da vero scandinavo. Poi però rimango un italiano e allora mi si consenta di essere furibondo.

Punto primo. Mi sono scocciato di pagare per il funzionamento di una giostra su cui non esercito alcun controllo. Il debito lo avete fatto voi e lo saldo io. Ma avrò almeno il diritto di pretendere che la smettiate di indebitarvi? A quanto pare, no. Io vorrei che i miei soldi – frutto del lavoro quotidiano e non di una eredità o di un gratta e vinci – servissero a finanziare le scuole e gli asili-nido, a umanizzare le carceri, a ripulire gli ospedali, a pagare gli stipendi degli insegnanti, dei poliziotti e dei tanti impiegati che svolgono con impegno la loro missione di servitori dello Stato.

Invece so già che verranno gettati fra le fauci del Carrozzone Pubblico, che se li divorerà in un sol boccone per poi rivoltarsi famelico contro di me, chiedendomi altro cibo. So già che la politica, cioè quell’accozzaglia di affaristi senza ideali che ne usurpa il nome, li userà per tenere in piedi gli enti inutili, le baracche elettorali, le torme di parassiti che campano da decenni alle spalle dei contribuenti.

Non è dunque il prelievo in sé a indignarmi. Ma la sua assoluta inutilità. In attesa di riforme strutturali, che dopo vent’anni di chiacchiere sono ancora e sempre «allo studio», i miei soldi serviranno solo a perpetuare un sistema che non mi piace, a garantire la pace sociale dei furbi, non quella dei poveri.

Punto secondo. Accetto di farmi spremere, ma non di farmi prendere in giro. Quelli che vengono contrabbandati come tagli alla politica sono in realtà tagli ai servizi degli enti locali, che si rivarranno sui cittadini, cioè di nuovo, sempre e soltanto su di noi.

Punto terzo. Trovo giusto che, in tempi di crisi, chi guadagna meno di me non contribuisca allo sforzo (anche se poi lo fa, con i tagli alle tredicesime e alle pensioni). Mentre considero una vergogna che il collega che guadagna quanto me, ma ha cinque figli a carico, non abbia diritto a uno sconto. Il padre di una famiglia numerosa che incassa 90 mila euro lordi l’anno (circa 4000 netti al mese) non è un Super Ricco e nemmeno un Medio Alto.

E’ un Medio Impoverito che deve già versare più degli altri per i medicinali e le tasse scolastiche dei figli, e che da domani non avrà più neanche i mezzi per tentare di scuotere, con i suoi consumi, l’encefalogramma piatto dell’economia. Mi sembra incredibile che la Chiesa, sempre così lesta a dire la sua su gay e moribondi, non abbia saputo imporre a un governo di sepolcri imbiancati la difesa reale della famiglia, accontentandosi di conservare intatti, anche in questa tormenta, i propri scandalosi privilegi fiscali.

Ultimo punto (ma è di gran lunga il primo). Mi sta bene che i poveri non paghino. Ma perché non pagano neanche i ricchi veri? A Lugano le banche hanno dovuto mettere fuori i cartelli: cassette di sicurezza esaurite. Segno che nei giorni scorsi un esercito di compatrioti ha sfondato le frontiere per andare a nascondere del denaro. Sono i signori del secondo e del terzo Pil (il nero e il mafioso). Quelli con il Pil sullo stomaco. Gli Irrintracciabili.

Scommettiamo che il più facoltoso di loro dichiarerà al fisco 89.999 euro? Li disprezzo. Persino più dei politicanti. Giuro che d’ora in avanti non avrò più pietà. Chiederò scontrini a tutti su tutto. E se mi diranno: «Ma così, dottore, non posso più farle lo sconto», li andrò a denunciare. Poiché sono l’unico che paga, in questo accidenti di Paese, voglio cominciare a togliermi qualche sfizio anch’io.

La Stampa 13.08.11

"Strage di Sant'Anna di Stazzema", di Mariagrazia Gerina

Non ci sono i 50mila euro che una legge dello Stato ogni anno assicura al Comune di Stazzemaper promuovere attività che servono a tenere vivo il ricordo. Il sottosegretario Giro: «Nonc’è più la copertura finanziaria». Enio Mancini era un bambino di sei anni: «In una casa, sventrata dal fuoco, su una trave che ancora ardeva c’era la rete di un letto e sopra tre corpi quasi consumati. Uno era piccolo, il corpo di un bambino…». Lina Antonucci di anni ne aveva nove: «Io ero sotto i morti, mi riprese Mauro, mi ritirò per i capelli, vedeva che non mi muovevo». Enrico Pieri aveva dieci anni: «Ci fecero uscire di casa e ci portarono in quella dei Pierotti, ci fecero entrare in cucina e mentre noi entravamo loro sparavano». Sessantasette anni dopo, loro, i bambini sopravvissuti alla strage di Sant’Anna di Stazzema, ormai fatti vecchi, nonostante l’età, non si stancano di raccontare l’orrore di un intero paese, il loro, trucidato dai nazisti, casa per casa. 12 agosto 1944, più di cinquecento morti ammazzati, molti ancora senza nome. Uomini, donne, bambini. La più piccola, Anna Pardini, aveva appena venti giorni. C’erano anche le sue sorelle ieri, insieme a Enrico, Enio, Lina, circondati dalle autorità, davanti all’ossario, in cima al Parco della Pace, il luogo deputato a conservare per sempre, anche quando loro non ci saranno, la memoria di ciò che accadde sotto i loro occhi, sulla loro pelle. Così è scritto nella legge, che lo istituisce (381, 11 dicembre 2000).
Accade però che il governo si sia dimenticato di Sant’Anna, di Enio, Enrico, Lina, degli oltre 500 morti, del parco, visitato ogni anno da circa quarantamila ragazzi. E dei 50mila euro l’anno che quella legge dello stato impegna a versare al Comune di Stazzema per promuovere tutte le attività, compresa la commemorazionedi ieri, che servono a tenere vivo il ricordo. «Non è un caso, accadde già durante l’altro governo Berlusconi, è che a loro della memoria non interessa niente», scuote le spalle Enrico Pieri, aspettando che qualcuno gli racconti come va a finire questa brutta storia.

LA DIMENTICANZA
«Quella legge purtroppo è inefficace, non ha più copertura finanziaria», si schermisce il sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro, a cui chiediamo conto di quei 50mila euro che per il secondo anno il suo ministero non ha erogato. «Non possiamo erogarli così, ho verificato: l’ultimo stanziamento risale alla finanziaria del 2007 e valeva per tre anni, è incredibile che sia scaduto senza che nessuno se ne sia accorto, magari quando arriverà in aula la nuova manovra si potrà presentare un emendamento oppure lo inseriremo in un altro provvedimento». A chiedergli conto di quelle già scarse risorse era stata l’ultima volta dieci giorni fa una piccola delegazione di Sant’Anna, durante gli incontri con le Commissioni Cultura di Camera e Senato organizzati da alcuni deputati del Pd. «Aspetto ancora che mi chiami», replica il sindaco Michele Silicani, ricordando che il sottosegretario si era impegnato a dare notizia al più preso di quei 50mila euro. Una sua lettera, che dicesse che quei fondi c’erano e il ministero si impegnava ad erogarli, era attesa per l’anniversario della strage. «È un bugiardo se dice che nessuno si era accorto dell’ammanco – replica -, lo abbiamo scritto in tutte le salse al ministero. Fu lo stesso Bondi a rassicurarci che le risorse c’erano e ci sarebbero state erogate. Entro settembre pretendiamo un impegno formale: dobbiamo approvare il consuntivo, altrimenti ricorreremo contro lo stato».
Di quell’incontro con Bondi si ricordano molto bene Walter Verini e Raffaella Mariani, che sul mancato finanziamento del Parco della Pace hanno presentato anche una interrogazione parlamentare. Tutt’ora senza risposta. «A questo punto mi sembra che sia una questione di volontà politica», replica Verini. «Li abbiamo sollecitati in ogni modo, non possono dire che non sapevano», spiega Mariani: «Se avesse voluto, il ministero avrebbe potuto spostare le risorse da un altro capitolo di spesa. Preferiscono approvare un nuovo provvedimento? Bene, purché sia subito».
I superstiti ormai sono anziani, «presto non potranno più sorreggere loro la memoria«, ricorda Claudia Buratti, pro-nipote di un sopravvissuto, che da giovane avvocato ha seguito l’intero processo che ha portato alla condanna di dieci ufficiali e sottoufficiali nazisti. Sentenza mai eseguita. «Anche quella ora è una questione di volontà politica».

L’Unità 13.08.11

Il Pd: «La manovra stronca il Paese La riscriviamo noi», di Maria Zegarelli

Bersani e Fassina al lavoro per mettere a punto una proposta alternativa. Il giudizio è negativo, con sfumature diverse, ma negativo. Le opposizioni ieri sera hanno finalmente appreso quali saranno le misure messe a punto dal governo – dopo giorni di tira e molla tra Lega e Pdl e unvenerdì di tensione alle stelle consumato in un andirivieni costante ieri a Palazzo Chigi – per raggiungere il pareggio di Bilancio entro il 2013. «C’è una forte preoccupazione, questa è una manovra che è a carico dei ceti popolari e dei ceti medi, che non è in grado di risolvere i problemi, che è inadeguata e iniqua»,commenta il segretario Pd Pier Luigi Bersani al telefono con Enrico Mentana su La7. E poi, rivolgendosi al ministro Rotondi, ospite in studio: «Vi indicheremo noi le cose difficili da fare, quelle che non volete fare perché colpirebbero i “vostri” quelli cioè che non pagano le tasse. Senza fare le cose difficile che voi non volete fare questo Paese non si salverà». Duro anche Gianluca Galletti, vicecapogruppoUdc alla Camera: «Se siamo arrivati a questo punto è per una responsabilità precisa: quella del governo che è in carica da tre anni. Perché ci sarà pure un problema finanziario mondiale, ma in Italia c’è un problema nel problema: hanno continuato a nascondere la cenere sotto il tappeto e adesso presentano una manovra che colpisce le fasce più deboli della società attraverso i tagli agli enti locali e le fasce medie con un forte aumento della tassazione». È questa la preoccupazione che accomuna la minoranza, questo colpo mortale al welfare e al lavoro dipendente associato all’assoluta mancanza di misure per la crescita: un mix che rischia di mettere in ginocchio ulteriormente il Paese. Il leader Idv Antonio Di Pietro guarda il lato positivo: «Finalmente abbiamo un documento di cui discutere nel merito dopo tante chiacchiere e la possibilità di dare il nostro contributo in Parlamento per apportare quelle modifiche necessarie a rendere questa manovra meno iniqua e meno pesante per le fasce più deboli». E tra i fatti positivi Di Pietro elenca anche il taglio alle Province, l’accorpamento dei Comuni, la riduzione degli eletti nei consigli di Regione e Province, oltre all’aumento della tassazione delle rendite finanziarie dal 12,5 al 20%. «Ma resta una manovra piena di ombre, che si abbatte sui più deboli, e lascia intravedere solo qualche luce», il suo giudizio finale.
LA CONTROMANOVRA DEL PD
Bersani dice la «riscriveremo noi», ma in realtà già ieri per tutto il giorno ha lavorato con Fassina, Baretta, Mercatali, Boccia, Giaretta, Fluvi e Barbolini, per mettere a punto la contromanovra. Si tratta di cinque-sei punti, che potrebbero essere presentati già oggi o domani e prevedono misure per la riduzione della spesa della Pubblica amministrazione e una maggiore efficienza: lotta all’evasione; sostegnoalla crescita; agevolazioni per gli investimenti delle imprese e liberalizzazioni (farmaci, filiera petrolifera, ordini professionali, rc auto, portabilità conti correnti e mutui, servizi pubblici locali). Intervenire, in sostanza, a livello centrale – a partire dalla riduzione el numero dei parlamentari, dal dimezzamento di società pubblica, ad un pacchetto di dismissioni, fino all’introduzione di una vera e propria politica industriale anche per la Pubblica amministrazione – per salvaguardare il welfare e dunque i ceti sociali più esposti. «Chi ha di più deve dare di più», il senso. «Questa manovra decisa dal governo prevede tagli insostenibili per Regioni, Province e Comuni che di fatto si tradurranno in meno asili nido- dice Stefano Fassina, responsabile LavoroPd- meno trasporti pubblici, meno assistenza agli anziani. Si colpiscono inoltre le fasce medie e non chi ha redditi altissimi».
Anche l’Udc sta lavorando ad un pacchetto di proposte da presentare in Parlamento, «abbiamo accolto l’invito del Presidente della Repubblica ad avere uno spirito propositivo, ma vedremo cosa farà la maggioranza». Tra gli emendamenti a cui lavorano i centristi, oltre a misure per la crescita, c’è la proposta di agganciare l’imposta di solidarietà alla composizione del nucleo famigliare e di applicare il quoziente familiare anche alla previdenza. Da Angelo Bonelli, dei Verdi, arriva l’allarme per i tagli ai fondi per la difesa dei territori: «È semplicemente incomprensibile».

L’Unità 13.08.11

"Enti locali, via altri 9 miliardi", di Bianca Di Giovanni

Regioni e enti locali sul piede di guerra. Per loro Tremonti ha «cucinato» tagli per 6 miliardi l’anno prossimo e 2,5 nel 2013. «Noi eroghiamo servizi, questa è macelleria sociale», reagisce Zingaretti. «Altri tagli per le Regioni, il federalismo fiscale non esiste più». Roberto Formigoni non usa mezzi termini. Spara ad alzo zero sulla cura da cavallo che il governo ha appena presentato a Regioni ed enti locali a Palazzo Chigi, solo poche ore prima di vararla. Un bagno di sangue, sommando gli ultimi tagli previsti a quelli già varati. Si taglia sulla carne viva, tanto che nel confronto, ottenuto molto faticosamente, non mancano fibrillazioni e attriti. La protesta è bipartisan, dilaga tra gli amministratori di tutti i «colori» politici. «I cittadini devono sapere che i tagli agli enti locali non sono tagli alla politica – dice Gianni Alemanno, sindaco
di Roma-ma tagli ai servizi ai cittadini, questo dev’essere chiaro». «Questa è macelleria sociale, usiamo le parole giuste – aggiunge Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma – Noi siamo in prima fila per fornire servizi alle fasce più bisognose della popolazione. Ridurre ancora questi stanziamenti significa scardinare quasi completamente qualsiasi intervento sociale nei confronti dei più deboli». Insomma gli amministratori sono sul piede di guerra. Si sono visti tagliare anche i fondi Fas per la difesa del suolo che avevano concordato 15 giorni fa. Lo stanziamento dello Stato era di 1,2 miliardi. Stefania Prestigiacomo aveva strappato quei fondi a fatica. Oggi vengono cancellati con un tratto di penna. «Ci sono altri equilibri da salvare», avrebbe argomentato Giulio Tremonti.
«Sotto le macerie poi contiamo i morti», ha replicato secco Formigoni. Silvio Berlusconi all’incontro non sa dire altro che questo. «Avete ragione, questa manovra è recessiva, ma sono obbligato a farla». L’unica promessa che ottengono all’uscita è che il decreto potrà essere emendato in parlamento. La partita potrebbe essere ancora aperta.
NUMERI
Agli enti locali il governo taglierà trasferimenti per 6 miliardi nel 2012 e per altri 3 l’anno successivo. Dei 6 miliardi, 1,7 saranno sottratti ai Comuni, 1,6 alle Regioni e 700 milioni alle Province, mentre è di due miliardi il taglio per le Regioni a Statuto speciale. Una «tosatura» che arriva dopo la «dieta» dell’anno scorso, che prevedeva 4 miliardi in meno per le Regioni e 4,2 per i Comuni. Un combinato disposto che riduce le risorse dei sindaci del 40% nel biennio. Una medicina amara che si è già fatta sentire sugli investimenti, scesi del 20% nell’ultimo anno, e del 15% nell’anno precedente. Un tonfo inaccettabile per governatori, sindaci e presidenti di Province, che hanno apertio l’incontro chiedendo anche misure per la crescita. «Non serve soltanto un recupero dei conti pubblici ma anche uno sforzo per migliorare la ripresa e lo sviluppo», ha dichiarato Formigoni. Il ministro del Tesoro avrebbe assicurato che non si toccheranno i fondi per la sanità, d’altro canto già ampiamente ridotti in passato. Ma è su quell’anticipo del federalismo che i toni si fanno duri. Significa anticipare l’Imu? Vuol dire aumentare le addizionali? «Il governo non ci ha detto nulla», reagisce Formigoni. Ma poi arriva la «fucilata» sul federalismo che sarebbe già morto. «Formigoni sbaglia – reagisce Roberto Calderoli – tenuto conto che Comuni e Province hanno fortemente richiesto, all’incontro che abbiamo avuto oggi con loro,
tavolo a cui peraltro partecipava lo stesso Formigoni, un’anticipazione al 2012 dell’attuazione del federalismo comunale e provinciale». Ma il presidente lombardo contro replica: «Sbaglia Calderoli, quei decreti sono svuotati».

L’Unità 13.08.11

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“Regioni e Comuni, 9 miliardi di tagli”, di Gabriele Isman

Formigoni: così il federalismo è morto. Bossi: no, sei cattivo. Vendola: è un atto di guerra, reagiremo Alemanno: è iniqua Rossi e Zingaretti: è macelleria sociale. «Inaccettabile, molto pesante, molto iniqua» per Gianni Alemanno, sindaco di Roma. «Una schifezza» per Legautonomie. «Da stato di guerra» per l´assessore siciliano Mario Centorrino, inviato dal governatore Lombardo all´incontro con il governo. Nella galassia delle reazioni negative alla manovra bis, gli enti locali si muovono con nervosismo. Tra i più insoddisfatti – molti di area Pdl – Roberto Formigoni, governatore della Lombardia: «I tagli previsti dal governo per il 2012 per i trasferimenti agli enti locali ammontano complessivamente a 6 miliardi: 1,7 miliardi sono a carico dei Comuni, 0,6 delle Province, 1,6 a carico delle Regioni a statuto ordinario e 2 per quelle a Statuto speciale». E per il 2013 altri tagli per 3,5 miliardi. Il risultato per Formigoni è netto: «Oggi possiamo dire ufficialmente che il federalismo fiscale è morto». Il ministro Calderoli gli risponde dandogli torto e ricordando che «Comuni e Province hanno fortemente richiesto un´anticipazione al 1° gennaio 2012 dell´attuazione completa del federalismo comunale e provinciale».
Anche Bossi risponde al governatore sulla fine del federalismo fiscale caro alla Lega: «Ma no, ma no. La raccontano male. Sono cattivi». Con Tremonti il botta e risposta è alla riunione governo-enti locali: «Abbiamo chiesto conferma – racconta Formigoni – al governo dell´accordo sui fondi Fas, ma non ci è stata data alcuna conferma. Tremonti ha risposto che “la cosa è in discussione. Non siamo in grado di garantire questa parte “, mettendo in dubbio la difesa del suolo». Anche Luca Zaia, presidente veneto di fede leghista, fa i suoi conti: «A noi spetta una manovra da lacrime e sangue – ha detto Zaia – del valore di 150 milioni di euro. In un momento di difficoltà dove si fatica a chiudere i conti servirà un bilancio rigorosissimo per raggiungere il riequilibrio di bilancio nel 2013». Il presidente della Toscana Enrico Rossi parla di «vero disastro sociale. La manovra colpisce regioni ed enti locali. È il momento che le opposizioni e il Pd per primo presentino una manovra alternativa, un attimo dopo che il governo avrà presentato la sua». Nichi Vendola, governatore della Puglia, parla di «atto di guerra contro l´Italia: saremo costretti a una devastante riduzione di servizi sociali e diritti. Occorre una reazione durissima».
Prima ancora sia ufficializzato l´accorpamento delle Province al di sotto dei 300 mila abitanti, la manovra è definita «depressiva e iniqua» da Giuseppe Castiglione, presidente dell´Unione Province italiane che aggiunge: «sarebbe paradossale abolire le Province quando poi ci sono Regioni assai più piccole». Da Legautonomie, il presidente Marco Filippeschi definisce la manovra «una schifezza. È un´ingiustizia che si ripete e che tramite gli enti locali si scarica sui cittadini, direttamente e brutalmente». Dall´Anci il vicepresidente Graziano Delrio si dice «sconcertato». Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, parla di «macelleria sociale verso gli enti locali. Questi stanziamenti sono stati già ridotti all´osso e ridurli ancora, peraltro con percentuali elevatissime, significa scardinare quasi completamente qualsiasi intervento sociale nei confronti dei più deboli. Tutto ciò è inaccettabile». E per una volta Zingaretti si trova sulla stessa linea di Alemanno: «I tagli per Roma sono 270 milioni. Cento – dice il sindaco – derivanti dalla manovra precedente e 170 da quanto annunciato. Una cifra assolutamente insostenibile».

La Repubblica 13.08.11

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“Adesso sono in pericolo servizi per asili e anziani”, di Diego Longhin

Ogni rincaro sarà vano: le nuove tasse non serviranno a coprire i tagli. «L´unica risposta possibile è quella della protesta perché la situazione per i Comuni non è più sostenibile». Piero Fassino, sindaco di Torino, è preoccupato perché con la manovra si mettono del tutto a rischio «i servizi minimi, dagli asili all´assistenza anziani».
Sindaco Fassino, il governo assicura un anticipo dell´Imu. Non si tratta di una richiesta avanzata dai Comuni?
«Sì, ma lo sblocco delle addizionali e l´anticipo della nuova imposta avrebbero un senso solo se andassero a coprire in toto il taglio dei trasferimenti. Con le nuove sforbiciate il saldo tra il gettito dei tributi locali e la riduzione non sarà pari a zero. Le proposte fatte dal governo comportano un´ulteriore drastica riduzione dei fondi rispetto ai provvedimenti già adottati: addizionali e Imu non saranno in grado di compensare ciò che lo Stato ci toglie».
Per i sindaci cosa vuol dire?
«L´effetto negativo sarà sconcertante. Si chiede a noi di metterci la faccia, di andare davanti ai cittadini annunciando un aumento dei tributi locali che non servirà a coprire i tagli. Alla fine ogni rincaro sarà vano. Non solo non si tradurrà in benefici, ma il risultato sarà dirompente: più tasse senza la garanzia, ad esempio, che il numero delle sezioni delle materne non diminuisca e che si continui a garantire l´assistenza agli anziani».
Non rimane che la strada della protesta?
«È l´unico modo per far sentire le nostre ragioni. Non si può scaricare tutto su di noi, facendoci diventare degli esattori, togliendoci di più di quel che riceviamo dai cittadini. Non è il federalismo che la Lega aveva sbandierato. Spero che il governo tenga conto che sono dieci anni che si riducono le risorse degli enti locali. E non si può sacrificare l´autonomia delle amministrazioni che continuano a non poter fare investimenti. Con la manovra rimane una norma che riduce drasticamente la possibilità per i Comuni di accendere mutui: il che significa penalizzare non la spesa, ma la crescita».
L´accelerata della vendita delle quote delle aziende comunali è un provvedimento corretto?
«A patto che non si svendano. L´ingresso dei privati nelle aziende è un tema su cui i Comuni, Torino compreso, ragionano da tempo. Fissare limiti obbligatori temporali stretti, soprattutto in una fase finanziaria difficile, rischia di non portare benefici».

La Repubblica 13.08.11

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«Quei tagli ai Comuni sa farli anche un bimbo»
Tosi: manovra sbagliata, frena la crescita. «Il mio auspicio è che Bossi tenga duro. E spieghi all’amico Giulio che sta sbagliando». Il fatto di essere al primo giorno di una breve vacanza, non allontana le preoccupazioni di Flavio Tosi. Il sindaco leghista di Verona ha seguito a distanza l’incontro tra governo ed enti locali, e non si può davvero dire che l’esito lo abbia entusiasmato.
Anche lei contro Tremonti?
«Ogni mese, il mio dirigente del Bilancio mi aggiorna su quel che bisogna tenere d’occhio. E io trovo strano, non voglio dire inammissibile, che nessuno abbia messo in guardia Tremonti da quanto si stava preparando. O forse lui sapeva. Ma lo ha detto a qualcuno che ha lasciato che le cose andassero come sono andate».
Parla del premier Berlusconi?
«Può essere una persona sola. Ma è chiaro che qualcuno ha sottovalutato la situazione. Non si arriva sull’orlo dell’abisso dalla sera alla mattina».
Fatto sta che i Comuni tornano a essere salassati.
«Appunto. E si badi che sono tagli che vanno ad aggiungersi alla manovra del mese scorso. Ma di tagliare ai Comuni è capace anche un bambino. Solo che è una cosa miope. Tagliare ai Comuni significa frenare lo sviluppo — meno opere pubbliche — e fare stare peggio — meno servizi sociali — chi già sta male».
Che cosa si sarebbe dovuto fare?
«Per prima cosa, io voglio capire se Tremonti avrà il coraggio di tagliare i ministeri. Più in generale, voglio capire se ci troviamo davanti all’ennesima manovra fotocopia delle precedenti, incapace di tagliare gli sprechi così come di rilanciare l’economia. E voglio capire se si privilegiano le rendite o i redditi. Io preferisco salvaguardare i redditi: non per bolscevismo. È che le rendite non producono ricchezza. Sono i redditi che fan girare l’economia».
Anche lei è preoccupato per il malessere della Lega?
«Per quello della Lega e per quello di tutti i cittadini. La gente ha capito perfettamente che la situazione è drammatica. Ma uno è disposto a sacrifici se vede che per primissima cosa si colpiscono gli sprechi. Ma se vien fuori la fotocopia di cui parlavamo, la gente s’incazza. Perdi consenso se sbagli la manovra, non se la fai, visto che tutti sanno che devi farla».
In parecchi sostengono che questa manovra è la tomba del federalismo.
«Vale lo stesso discorso di prima. Il federalismo può sopravvivere se si tagliano gli sprechi. Se invece le manovre continuano a depredare i Comuni, il federalismo è una grida manzoniana: se non hai le risorse per decidere niente, che federalismo è? E dunque, certo: una manovra fatta male può danneggiare irrimediabilmente il federalismo. Purtroppo, devo constatare che anche questa volta a pagare di più saranno i Comuni».

Il Corriere della Sera 13.08.11

"La manovra della disperazione", di Massimo Giannini

Il governo della dissipazione ha infine raffazzonato la manovra della disperazione. Come i peggiori esecutivi andreottiani della Prima Repubblica, costretti a turare in extremis gli allegri buchi di bilancio, buttavano giù in tutta fretta i decretoni di Natale, così anche il gabinetto di guerra berlusconiano, obbligato dal direttorio franco-tedesco e dal board della Banca centrale europea, improvvisa il suo decretone d´agosto. Quarantacinque miliardi “aggiuntivi” di tasse e di tagli, dicono Berlusconi e Tremonti, per accentuare il peso simbolico dello “sforzo” di fronte alla business community. In realtà si tratta di misure che solo in minima parte si sommano, mentre in massima parte si integrano e anticipano la “prima rata” di norme, già evanescenti nel merito e urticanti nel metodo, varate a metà luglio. È il prezzo da pagare all´improvvisazione politica, come i fatti di questi tre anni dimostrano, e non certo alla speculazione finanziaria, come la vulgata governativa si affanna a far credere.
È un prezzo altissimo. Nella quantità: una manovra complessiva che, sia pure su base pluriennale, si avvicina ai 50 miliardi di euro, non ha precedenti nella storia repubblicana.

Nella qualità: una stangata che, sia pure con un qualche apparente rispetto del principio di progressività del prelievo, ruota per tre quarti sull´aumento della pressione fiscale, ha precedenti forse solo nella storia sudamericana. Per fortuna che questo dice di essere il governo che «non mette le mani nelle tasche degli italiani». Berlusconi e Tremonti continuano a ripetere che «in cinque giorni tutto è cambiato e tutto è precipitato». Sappiamo bene che non è così. Tutto sta cambiando dall´inizio della crisi globale del 2007, con il crac dei mutui subprime americani. Tutto sta precipitando dall´inizio della crisi europea del 2010, con il crac del debito irlandese e poi di quello greco. Tutto sta precipitando dall´inizio della crisi occidentale del 2011, con il fantasma della double dip recession che soffoca Stati e mercati. Non averlo capito per tempo è la colpa più grave e imperdonabile che il governo italiano si porta dietro. E che ora si scarica sugli italiani, già provati da una caduta del reddito, del risparmio e dell´occupazione senza paragoni con il resto di Eurolandia, e adesso obbligati a questo drammatico supplemento di sacrifici.
La vera e unica novità di questa stangata è il cosiddetto “contributo di solidarietà” per i redditi più alti. Una misura che, nella forma, vorrebbe ricordare l´eurotassa introdotta dal governo Prodi nel ´96 per raggiungere il traguardo di Maastricht. Ma nella sostanza la nuova norma è mal congegnata, e alla fine ha il solito sapore “di classe”, come tutte le scelte fatte dai liberisti alle vongole cresciuti nell´allevamento di Arcore. La scelta di aggredire l´Irpef penalizza soprattutto il lavoro dipendente. La soglia scelta per il doppio prelievo fa sì che a pagare siano pochi “super-ricchi” (511 mila italiani, cioè l´1,2% dei contribuenti secondo la Cgia di Mestre). E il tetto scelto per i lavoratori autonomi (55 mila euro l´anno) fa sì che all´imposta straordinaria sfuggirà la stragrande maggioranza di chi già evade abbondantemente le tasse (e infatti dichiara in media poco meno di 30 mila euro l´anno). Dunque, l´intenzione del governo poteva anche essere buona, ma la realizzazione è pessima sul piano pratico, e discutibile sul piano etico.
Per il resto la stangata è una miscela caotica di vuoti e di pieni, che conferma l´impianto sostanzialmente regressivo seguito dalla maggioranza in questi tre anni. Da un lato, il carniere del rigore è sicuramente pieno per quanto riguarda il ceto medio, che sopporta da solo quasi l´intero onere del risanamento. È ceto medio il pubblico impiego che, ancora una volta, è il perno ideologico intorno al quale ruota la politica economica del centrodestra: dal Tfr agli straordinari, i dipendenti pubblici sono anche oggi la vittima sacrificale di una coalizione che si accanisce senza pietà contro le categorie che non la votano. È ceto medio l´universo dei pensionati, che tra disincentivi all´anzianità e anticipo dell´età delle donne, subisce un altro colpo necessario ma pesante, perché non bilanciato da una degna politica attiva del Welfare. Dall´altro lato, il carniere del rigore è altrettanto pieno per quanto riguarda i ministeri e gli enti locali, che patiscono il danno più devastante perché accompagnato dalla beffa del federalismo, ormai un feticcio virtuale persino per Bossi. Dopo la mannaia indiscriminata dei tagli lineari, il colpo di scure su dicasteri, regioni e comuni si accelera rispetto alla tempistica già prevista nel pacchetto di luglio: nulla di nuovo, dunque, ma l´esito non potrà non essere l´aumento dei tributi locali e l´azzeramento dei servizi sul territorio. Se è vero che c´è da soffrire (ed è doveroso farlo, perché il Paese ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e chi lo governa ha fatto di tutto per non farglielo capire) è anche vero che non possono soffrire sempre gli stessi.
Ma quello che abbaglia di più, in questa manovra dell´emergenza agostana, sono i vuoti. Il primo vuoto riguarda i famosi tagli ai “costi della politica”. Ancora una volta l´improntitudine di questa casta berlusconiana ha tradito tutte le già malriposte attese della vigilia. C´è finalmente una sforbiciata delle province e l´accorpamento dei piccoli comuni (merce inutilmente “svenduta” nella campagna elettorale del 2008). Ma per il resto, tra stipendi pensioni e benefit dei parlamentari, c´è poco e niente, a parte il modestissimo “obolo” sulla tassa di solidarietà raddoppiata per deputati e senatori e la trasformazione dei loro viaggi in business class in voli in economy. Il secondo vuoto, che conferma la visione corporativa e aziendalista di questa maggioranza, riguarda la cosiddetta “patrimoniale”: l´unica forma di imposizione che, se ben architettata, avrebbe potuto far pagare davvero chi ha di più e lo nasconde, e che avrebbe dato un segno di vera equità a una manovra altrimenti squilibrata. E non bastano, a bilanciare questa assenza che salva ancora una volta gli evasori, norme pur sacrosante come la tracciabilità delle operazioni sopra i 2.500 euro, che Prodi e Visco avevano introdotto nel 2006 e che il Cavaliere aveva voluto colpevolmente eliminare all´inizio della sua legislatura perché le considerava «leggi di stampo sovietico».
Ma il vero vuoto più clamoroso e più rovinoso di questa manovra riguarda, anche stavolta, il sostegno alla crescita dell´economia e alla produzione della ricchezza. È l´aspetto più inquietante e deprimente di questa stagione politica, marchiata a fuoco da una leadership inconsistente e imbarazzante che a tutto ha pensato fuorché agli interessi del Paese. Senza un´idea e senza un progetto per lo sviluppo, questa stangata estiva, che pure andava fatta, non potrà che generare nuova recessione, e aggiungere declino al declino. Tutti gli stati dell´Eurozona stanno somministrando cure da cavallo ai propri popoli. La differenza è che insieme ai sacrifici quei Paesi sanno costruire anche i benefici, mentre in Italia ci sono solo i primi senza i secondi. Occorreva dire la verità, agire prima e dotarsi di una politica. Così si uccide un´economia. «Gronda il sangue dal cuore, ma dovevamo farlo», ha detto il premier in conferenza stampa alla fine del Consiglio dei ministri. Se è vero, è sangue di coccodrillo.

La Repubblica 13.08.11

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Silvio e l´eterno duello con Giulio “Minaccia sempre di dimettersi”, di Francesco Bei

Stoccata al ministro dal “Giornale”: “Non è più tempo di primedonne intoccabili”. Ma Alfano teme i rischi di una staffetta
Il premier spera ora di cambiare la manovra in parlamento, usando la sponda di Pd e Udc contro il suo ministro
Al termine di una lunghissima riunione pomeridiana a palazzo Chigi con Bossi, Tremonti, Letta e Sacconi – di fatto il summit che approva davvero la manovra – Berlusconi esce dalla stanza affranto e si confida al telefono con un deputato del Pdl: «Non sono riuscito a incidere su nulla». A riprova di quanto poco senta «sua» la stretta sui conti, il premier alza di nuovo il telefono e a un altro amico dice che sul decreto «ha deciso tutto Tremonti». La realtà è un po´ diversa, in effetti nel provvedimento alla fine non c´è né la patrimoniale né la reintroduzione dell´Ici sulla prima casa, due misure fortemente avversate dal premier.
Eppure è al ministro dell´Economia che viene imputata la responsabilità per una correzione dei conti, «che andava fatta in maniera diversa». La tensione con Tremonti nelle ultime 48 ore è arrivata allo zenit. Ricevendo giovedì a palazzo Chigi il governatore della Banca d´Italia, poco prima di salire al Quirinale, persino con Mario Draghi il capo del governo sfoga la sua rabbia contro il ministro dell´Economia: «Minaccia continuamente di dimettersi se non si fa esattamente come dice lui». Contando sul fatto che la sua presenza al governo è al momento indispensabile per rassicurare i mercati sull´approvazione della super-stangata, Tremonti avrebbe persino imposto – come condizione per restare – che alla Banca d´Italia venga immediatamente nominato Vittorio Grilli, il direttore generale del Tesoro. Una prova di forza per dimostrare di essere ancora in grado di condizionare l´esecutivo. Un diktat tanto forte che Gianni Letta avrebbe chiamato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, per chiedergli l´appoggio dell´opposizione alla sostituzione di Draghi con il candidato sponsorizzato da Tremonti. E soltanto la perplessità di Napolitano avrebbe scongiurato quest´improvvisa accelerazione.
Il rapporto tra il ministro dell´Economia e il Cavaliere è dunque tornato molto teso, tanto che nel Pdl sono pronti a scommettere che Tremonti salterà a settembre, una volta approvata la manovra alla Camera e al Senato. Gli umori nel partito di maggioranza sono questi e non c´è soltanto l´episodio della contestazione del ministro Galan a palazzo Chigi, sedata a fatica solo grazie all´intervento diretto di Berlusconi, oppure la ribellione dei quattro “moschettieri” – Crosetto, Stracquadanio, Malan e Bertolini – contro il «ministro delle tasse». Anche il Giornale ieri in prima pagina, con un editoriale firmato da Alessandro Sallusti, ha dato voce agli umori profondi del mondo berlusconiano: «Sarà bene prendere atto – era la conclusione dell´articolo intitolato “Tremonti non convince” – che non è più il tempo di prime donne intoccabili». La rabbia contagia anche i vertici del partito. Ieri l´altro Tremonti aveva convocato una riunione al ministero dell´Economia per spiegare le grandi linee della manovra ai capigruppo e ai ministri più importanti, ma i convocati avevano deciso di disertare l´appuntamento «perché tanto ha già deciso tutto da solo. E ci farà perdere le elezioni colpendo così duramente il ceto medio». C´è voluta la mediazione di Angelino Alfano per convincere la prima linea del Pdl a salire a via Venti Settembre e non far trapelare all´esterno il malumore contro Tremonti. Non che Alfano sia felicissimo di inaugurare la sua segreteria con una stangata che rischia di ipotecare il prossimo passaggio elettorale. Ma, a differenza di molti altri e dello stesso Berlusconi, il segretario del partito teme che sostituire Tremonti a settembre sia un´operazione con troppi rischi. Potrebbero saltare gli equilibri del governo, insieme a Tremonti potrebbe franare anche Berlusconi.
Il Cavaliere comunque non si dà ancora per vinto. Vuole cambiare la manovra ed è deciso a sfruttare a suo favore la spinta del Parlamento. Non a caso ieri sera, in conferenza stampa, ha aperto (come mai prima d´ora) alle opposizioni «responsabili», chiarendo che il governo «non ritiene necessaria la fiducia». Insomma, Berlusconi potrebbe giocare di sponda con Casini e Bersani in funzione anti-Tremonti per ammorbidire il decreto e far sparire quelle misure che gli fanno «grondare il cuore di sangue».

La Repubblica 13.08.11

"La sconfitta del Cavaliere", di Michele Brambilla

Non sappiamo se il decreto di ieri sera sia l’ultimo atto del Berlusconi politico: è probabile che non lo sarà, visto che l’uomo ha già dimostrato più volte una straordinaria capacità nel seppellire i suoi aspiranti becchini. Ma a proposito di funerali, non c’è dubbio che ieri ne sia stato celebrato uno, e che l’officiante e il defunto siano singolarmente la medesima persona: Silvio Berlusconi, appunto.
Non tanto il Berlusconi di oggi, che come abbiamo detto in qualche modo se la caverà ancora per un po’: ma il Berlusconi del ’94, quello della discesa in campo, quello del meno tasse per tutti, del più società e meno Stato, del basta con la politica politicante, del basta con le mani dello Stato nelle tasche dei cittadini, quello della rivoluzione liberale, del nuovo Rinascimento italiano.

Non pensi il lettore che queste siano parole di un accanito anti-berlusconiano. Al contrario, immagini per ipotesi che a pronunciarle sia un elettore di Berlusconi. Mi metto nei panni, infatti, di uno di quei tanti italiani che hanno sperato che l’imprenditore Silvio Berlusconi avrebbe finalmente impresso una svolta a un Paese rallentato, quando non paralizzato, dalla vecchia partitocrazia. Ci ha sperato nel ’94, il giorno in cui il nostro connazionale più vincente del momento si presentò in tv dicendo «l’Italia è il Paese che amo». Ri-sperato nel 2001, quando a Berlusconi venne concessa una prova d’appello nella convinzione che poteri ostili – la stampa, la magistratura, la finanza dei salotti buoni – gli avevano impedito di governare sette anni prima. Ri-ri-sperato nel 2008, quando il fallimento di una coalizione troppo eterogenea (quella guidata da Prodi) aveva indotto tanti elettori a consegnare nelle mani di Berlusconi una disperata delega in bianco.

Che cosa deve pensare oggi questo elettore di centrodestra? Da quella discesa in campo sono passati diciassette anni, di cui dieci con Berlusconi presidente del Consiglio, e: 1) le tasse non sono mai state alte come adesso; 2) la presenza dello Stato non è mai stata invadente come adesso; 3) le piccole e medie imprese, cioè il mondo più antropologicamente berlusconiano, non sono mai state in sofferenza come adesso; 4) non ci saranno più le correnti dei vecchi tempi democristiani, ma in confronto alla maggioranza di oggi la Dc di allora appare unita come un partito comunista della Bulgaria.

Intendiamoci bene. Sarebbe ingiusto dare a Berlusconi tutte le colpe di uno scenario tanto tetro. La crisi è mondiale. Questo governo ci ha messo del suo per aggravarla: ma è mondiale.
Però Berlusconi con la manovra di ieri ha perso una grandissima occasione, l’ennesima, per mostrare quella diversità che aveva promesso agli italiani entrando in politica.

Le sue misure sono quelle della vecchia politica. L’imposta di solidarietà non colpisce affatto i «super-ricchi», come qualche sciagurato ha detto: colpisce il ceto medio, ma soprattutto colpisce quel ceto medio costretto all’onestà dall’essere lavoratore dipendente. Lascia invece nella loro arrogante impunità i veri super-ricchi, che sono coloro ai quali questo sistema permette e permetterà ancora di evadere mantenendo la coscienza in un sonno beato. Sempre ipotizzando che chi scrive sia un elettore di Berlusconi, mi chiedo se non debba sentirsi deluso da un centrodestra che si è tanto riempito la bocca con i valori della famiglia e della Chiesa (la quale, purtroppo, ha permesso che se la riempisse). Mi chiedo insomma perché un lavoratore del ceto medio con una famiglia numerosa non abbia alcuno sgravio fiscale, quando in Francia chi ha quattro figli non paga neppure un centesimo di quella che per noi è l’Irpef.

Quanto ai tagli dei costi della politica, il premier e il suo governo sono stati addirittura beffardi. Ne hanno annunciato per 8,5 miliardi di euro. Ma poi, quando li hanno illustrati agli enti locali, s’è visto che non sono tagli alla casta, ma ai servizi, e quindi ai cittadini.
Ancora una volta insomma a dare l’oro alla Patria saranno i soliti tartassati. Si dirà – forse sarà lui stesso a dirlo – che Berlusconi poverino, non l’hanno lasciato governare. Che c’è sempre qualcuno che gli impone una linea che non è la sua. E’ un vecchio ritornello che non funziona più. Anche se così fosse, infatti, nulla toglierebbe alla sconfitta personale di un uomo che aveva promesso decisionismo ed efficienza, che doveva far funzionare il consiglio dei ministri come i suoi consigli di amministrazione e il Paese come una delle sue aziende.

L’altro ieri Tremonti, aprendo il suo incontro con i colleghi parlamentari, aveva detto che siamo di fronte a un caso di eterogenesi dei fini. Si riferiva ad altro. Ma nulla è più «eterogenesi dei fini» dell’avventura politica di un uomo che comincia annunciando la riduzione delle tasse e finisce aumentandole; che comincia mostrando come modello il successo delle sue aziende e finisce con l’Italia sull’orlo del fallimento.

La Stampa 13.08.11