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Sant'Anna di Stazzema, il ricordo

Il presidente Napolitano: «La vostra terra generosa seppe scrivere pagine altissime di eroismo e sacrificio nella luminosa stagione della Resistenza» Cinquecentosessanta persone inermi, donne, uomini, vecchi, bambini, furono massacrati nell’agosto 1944 a Sant’Anna di Stazzema e nei dintorni. La peggiore strage perpetrata dai nazi-fascisti Toscana compie 67 anni.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nella ricorrenza dell’anniversario ha inviato al sindaco, Michele Silicani, un messaggio di partecipe saluto a tutti i convenuti alla commemorazione e all’intera comunità stazzemese «nel ricordo di una tragedia che rinnova ancora oggi il senso di un dolore profondo, nel quale la pietà e la commozione si legano alla lucida consapevolezza dell’orrore della guerra e delle immani sofferenze patite dalle popolazioni civili».

«La vostra terra generosa – prosegue il messaggio di Napolitano – seppe scrivere pagine altissime di eroismo e sacrificio nella luminosa stagione della Resistenza, che pose le basi materiali e morali per un nuovo Risorgimento nazionale e la riconquista della libertà e della democrazia. Il sacrificio dei tanti caduti, combattenti e civili, si lega così, nel segno dell’amore per l’Italia, ai martiri della nostra indipendenza che in quest’anno celebrativo abbiamo ricordato e onorato. Da Stazzema si leva oggi forte il monito a non dimenticare, affinchè mai più si ripetano le terribili vicende che toccarono il culmine nel periodo della feroce occupazione tedesca offendendo e calpestando i diritti e la dignità delle genti. Il commosso omaggio ai nostri morti deve farsi responsabile impegno ad alimentare e rafforzare, specialmente nei giovani, il valore della pace, che ciascuno è chiamato a difendere attraverso il dialogo, la tolleranza e il rispetto reciproco».

Un invito a tutti gli amministratori locali italiani ad aderire con idee e progetti al Parco Nazionale della Pace è stato rivolto dal sindaco di Sant’Anna di Stazzema, Michele Silicani. «È un invito ufficiale quello che rivolgo da questo luogo sacro a tutti i colleghi sindaci, ai presidenti delle province e delle regioni – ha detto Silicani- mandate fin dai prossimi giorni l’adesione formale al Parco Nazionale della Pace di Sant’Anna di Stazzema come soci partecipanti, senza contributi economici ma collaborando in attività, progetti ed iniziative comuni nel segno della pace e della memoria». Il Parco della Pace è stato istituito dalla legge 381/2000 – che prevedeva un contributo annuale di 50 mila euro – ma da due anni i fondi non vengono stanziati.

Durante la cerimonia è stata consegnata ad Enrico Pieri, presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna, del premio Cittadino Europeo, da parte dell’eurodeputato Niccolò Rinaldi. In questo modo, il Parlamento Europeo ha riconosciuto a Pieri, superstite della strage, il grande impegno profuso per trasmettere alle giovani generazioni il messaggio di pace di un’Europa unita, senza guerre da oltre 60 anni. Piero Fassino, sindaco di Torino, Città Medaglia d’Oro al Valor Militare, è intervenuto a conclusione delle celebrazioni. «Siamo qui per ricordare – ha detto Fassino -, con la consapevolezza che la nostra libertà ha bisogno della libertà delle donne e degli uomini di tutto il pianeta. Dobbiamo essere a fianco di tutti coloro che ogni giorno, in ogni parte del mondo, pagano con le loro sofferenze e con la vita la battaglia per la democrazia e la libertà».

dal Corriere online

«Imposta di solidarietà e accorpamento comuni» Ed è subito rivolta: «Proposte sconcertanti», da www.unita.it

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha confermato che nella manovra ci sarà una «imposta di solidarietà». È quanto riferiscono fonti presenti all’incontro con le Regioni e gli Enti locali in corso a palazzo Chigi.
La manovra correttiva che il governo intende varare stasera è di «20 miliardi aggiuntivi per il 2012 e di 25 miliardi nel 2013». È quanto avrebbe detto il premier nel corso dell’incontro.

Tra le misure anticrisi previste c’è anche l’ipotesi di «anticipo del federalismo fiscale». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, a Regioni ed enti locali, secondo quanto si apprende da alcuni partecipanti.

«Il pareggio di bilancio era previsto nel 2014, come concordato a livello europeo. Poi tutto è precipitato. E questo comporta una revisione del profilo temporale del pareggio» al 2013. Lo ha detto a regioni ed enti locali il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, secondo quanto riferito da alcuni partecipanti all’incontro.

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha confermato l’intenzione di «ridurre le province» e di «accorpare i comuni». Lo riferiscono fonti presenti all’incontro del governo con regioni e enti locali.

Aggrediremo anche i costi della politica, attraverso le 14-15 misure previste. E ci saranno tagli ai ministeri per 6 miliardi nel 2012 e 2,5 nel 2013. Lo avrebbe annunciato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante l’incontro tra governo, Regioni ed enti locali in corso a Palazzo Chigi, secondo quanto riferito da alcuni presenti.

Tra le misure anticrisi sono previste anche «liberalizzazione dei servizi pubblici locali» e «incentivi alle privatizzazioni». Lo ha detto, secondo quanto riferito da alcuni partecipanti, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti a Regioni ed enti locali.

La manovra prevede un taglio ai trasferimenti degli enti locali con una riduzione di 6 miliardi per il 2012 e di 3,5 nel 2013. Queste le cifre fornite dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti al tavolo con gli Enti locali, annunciando «un anticipo del federalismo». Per le regioni il taglio è di un miliardo.

Il pareggio di bilancio era previsto nel 2014, «come concordato a livello europeo. Poi tutto è precipitato, comportando una revisione del profilo temporale del pareggio». Ecco perchè dobbiamo «scendere dal 3,9 del 2011 all’1’6 nel 2012 e poi il pareggio l’anno successivo». Lo ha spiegato il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, durante l’incontro tra governo ed enti locali in corso a Palazzo Chigi, secondo quanto riferito da alcuni dei presenti.

Enrico Rossi: tagli frutto degli errori del governo
Enrico Rossi, governatore della Toscana, stronca i provvedimenti di Palazzo Chigi: «Il panorama di tagli che ci è stato prospettato oggi a Palazzo Chigi non è altro che il prodotto degli errori commessi dal governo». Il presidente lo ha detto al termine dell’incontro tra esecutivo e parti sociali. «Con i tagli annunciati oggi il governo ha rivelato di voler tagliare ulteriormente sulla spesa sociale, sui servizi e anche sull’educazione. La sanità non è stata toccata soltanto perché è già stata oggetto di attacchi pesanti con l’introduzione dei ticket».

Formigoni: pesanti sacrifici per i cittadini
Dai tagli alle Regioni arrivano «ulteriori pesanti sacrifici per i cittadini da noi amministrati». È l’allarme lanciato dal governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. La manovra è «Emendabile nei sui contenuti, fortemente emendabile». Formigoni spiegando i tagli illustrati dal governo ha chiarito che per quanto riguarda i comparti regioni province e comuni i tagli sono di 6 miliardi nel 2012, 3 mld 2013. Di questi «1,7 per il taglio ai Comuni, 0,7 alle province, 1,6 per le Regioni a stato ordinario e 2 per quelle speciali». Le Regioni – ha sottolineato – sono «chiamate a fare per intero la propria parte però è parte della responsabilità che ci compete lavorare perchè i provvedimenti siano equi per tutti i comparti dello stato». I tagli nella manovra del 2011 «pesano per il 50% su regioni che pesano 11% sul bilancio. C’è un effetto distorsivo, pesantissimo che svantaggia le Regioni e le politiche che sono di responsabilità delle regioni».

Anci: proposte sconcertanti
«Siamo sconcertati dalle proposte del governo; in ogni caso siamo disponibili già da stasera a discutere meglio la manovra, e questo per evitare che tra 6 mesi ci si ritrovi qui a rimettere le mani in tasca ai Comuni». Lo ha detto il vicepresidente dell’Anci Graziano Delrio nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo l’incontro con il governo sulla crisi. «Finora, il saldo dei Comuni – ha detto Delrio – era di 43 mld di euro. Ci siamo seduti a tavolo con aspettativa seria di revisione della manovra precedente. La manovra, lo abbiamo detto al presidente Berlusconi è iniqua e i tagli riducono ulteriormente le capacità dei comuni». Inoltre, ha aggiunto, «il Patto di stabilità ha depresso gli investimenti del 20% e li ridurrà ancora del 15%».

Province: manovra iniqua e depressiva
La manovra è «iniqua e incide sul percorso di federalismo fiscale e non guarda alla ripresa», afferma il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, al termine dell’incontro con il governo, chiarendo che il giudizio delle Province è «completamente negativo» perchè la manovra è «assolutamente depressiva».

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“Formigoni: «Il federalismo fiscale non esiste più». L’ira degli enti locali”, da www.repubbica.it

Il presidente della regione Lombardia: «Siamo alla terza manovra e quella del 2010 pesava molto sulle Regioni». Gli enti locali «non devono essere preoccupati, non devono avere il terrore» per i tagli della manovra. Il leader della Lega, Umberto Bossi cerca di calmare governatori e sindaci. «Gli enti locali sono preoccupati dei tagli, ma non è esattamente come sembra. Giovedì sera – garantisce – abbiamo trovato la via per moderare». Ma non basta. Roberto Formigoni è furibondo: «Il federalismo fiscale non esiste più. È morto. Siamo alla terza manovra e già quella del 2010 pesava molto sulle Regioni. I tagli previsti nel luglio 2011 pesano per il 50% sulle Regioni quando queste pesano sulla spesa totale solo per il 16%. Quindi gli ulteriori tagli comportano ulteriori pesanti sacrifici per le Regioni». «Ma no, ma no. La raccontano male. Sono cattivi» replica il leader della Lega. Ma il governatore della Lombardia esprime comunque tutto il suo disappunto nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo l’incontro con il Governo che annuncia 6 miliardi di tagli agli enti locali. Poi parla delle proposte fatte: «Abbiamo chiesto conferma dell’impegno del governo al tavolo 31 agosto, che già ci avevano garantito Fazio e Fitto» per «togliere il ticket, compensato da maggiore accisa sui tabacchi». «La mia proposta – ha proseguito – è che, nel momento in cui anche in Germania si riflette sull’accorpamento di alcuni Lander, credo che anche in Italia si debba ragionare su processo analogo: Regioni più grandi con più poteri». Ma non tutti sono d’accordo. «Vorrei che fosse chiaro che quella di Formigoni è una proposta personale. E che, comunque, il Lazio è contrario». L’assessore al Bilancio della Regione Lazio, Stefano Cetica, prende seccamente la parola, subito dopo questa proposta di accorpamento delle Regioni più piccole a quelle più forti economicamente.

ALEMANNO – «I tagli che ci sono stati comunicati dal Governo attaccano il solo fronte sociale. Per quanto ci riguarda noi sindaci siamo disponibili a mettere ai raggi X le nostre spese, che sono tutte incontenibili» ha detto subito dopo il vicepresidente dell’Anci e sindaco di Roma, Gianni Alemanno. «A questo punto – ha esortato Alemanno – l’Anci deve mobilitarsi, anche se ci auguriamo che il Governo possa apportare le opportune correzioni ai tagli di cui oggi ci ha parlato». «Oggi, mentre il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, prospettava i tagli alle Regioni e agli Enti locali, ho visto il Presidente del Consiglio molto perplesso, per cui credo, anzi auspico, che la partita non sia ancora finita». Secondo Alemanno «sarà difficile continuare a lavorare con il taglio per il 2011 di 1,7 miliardi di euro e di 1 miliardo per il 2012. Roma dovrebbe mettere in conto una riduzione delle sue risorse per 270 milioni di euro in due anni, visto che pesa per il 10% del totale».

I COMUNI – «Una manovra iniqua e completamente inaccettabile» quella proposta dal governo agli enti locali anche per l’Anci che, con il vicepresidente Graziano Delrio, sottolinea: «Ci siamo seduti a questo tavolo con l’aspettativa di una revisione seria delle manovre precedenti». Ai comuni «vengono tagliati ulteriori 1,7 miliardi» ha aggiunto Delrio: «Ci aspettavamo di poterci sedere per rivedere il Patto di Stabilità. Siamo di fronte all’ennesima operazione chirurgica. Il ministro Tremonti, come un chirurgo al tavolo operatorio, preleva fegato e intestino al malato, ma non lo guarisce. Che comincino a guardare in casa delle amministrazioni centrali. Ci appelliamo quindi al presidente del Consiglio – ha spiegato – perchè cambi l’impostazione della manovra. Altrimenti, tra sei mesi, saremo ancora qui a parlare dell’ennesima manovrina».
LE PROVINCE – Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione: lla manovra è «iniqua e incide sul percorso di federalismo fiscale e non guarda alla ripresa» chiarendo che il giudizio delle Province è «completamente negativo» perché la manovra è «assolutamente depressiva».

"Triangolo stretto per decidere", di Stefano Folli

Quel che resta della coesione nazionale è più che mai nelle mani di Giorgio Napolitano rientrato a Roma. Ed è bene che sia così, perché ci sono ancora troppi dubbi e incertezze intorno a questa manovra da «ristrutturare» (cioè da riscrivere) rispetto a quella di un mese fa. Sembra di capire che il ministro dell’Economia abbia in mente dove intervenire, ma che esistano ancora non pochi problemi all’interno della maggioranza.

Di sicuro ce n’erano ieri mattina, quando si sono riunite le commissioni parlamentari. Di qui il profilo generico del discorso tremontiano. Se il decreto fosse pronto, annunciarlo nei dettagli prima del varo vorrebbe dire esporlo al logoramento politico. Siccome non è pronto, o almeno non lo era ieri mattina, è giocoforza restare nell’empireo dei grandi principi.
Questo spiega perché Tremonti sia piaciuto poco sia al suo amico Bossi, che lo ha giudicato «fumoso» (ed è singolare), sia ad alcuni falchi berlusconiani come Stracquadanio e Crosetto. È la prova che la miscela di interventi (pensioni, rendite, prelievo di solidarietà, eurotassa o patrimoniale e altro) non è ancor ben calibrata. Prima di misurarsi con l’opposizione, la maggioranza deve quindi fare i conti con se stessa. Un compito che spetta in prima persona al presidente del Consiglio.

Ecco perché l’incontro di ieri pomeriggio al Quirinale non è stato un momento protocollare, bensì un passaggio importante e forse decisivo nella gestione politico-istituzionale della crisi. Se c’è un momento in cui i richiami costanti alla coesione devono avere una ricaduta concreta, è quello che stiamo vivendo in questo agosto. Napolitano si rende conto che stavolta il Parlamento deve esprimere il proprio senso di responsabilità in modo convincente. Convincente e visibile agli occhi dei mercati e dell’Europa.

A sua volta, Berlusconi sa di avere in Napolitano un prezioso alleato. Non solo per definire la cornice della manovra, con i suoi delicati pesi e contrappesi, ma anche per evitare, se possibile, uno scontro distruttivo con l’opposizione politica e sociale. Si potrebbe dire, anzi, che Berlusconi si trova al vertice di un triangolo in cui gli altri due vertici sono occupati dal Quirinale e dal governatore della Banca d’Italia. Non è un caso che Draghi sia stato molto attivo in questi giorni e che i suoi consigli siano stati recepiti nella sostanza da Palazzo Chigi: ancora ieri pomeriggio, mezz’ora prima che Berlusconi, Tremonti e Letta si recassero da Napolitano.

Ciò rende ancora più oscuro (o al contrario, fin troppo chiaro) l’attacco di Bossi: la lettera della Bce che sarebbe stata scritta a Roma, dove c’è Draghi «che dovrebbe essere in Europa e invece è ancora qui». Il tutto sullo sfondo di complotti imprecisati, volti a rovesciare il Governo. È strano questo linguaggio del capo leghista che fino al giorno prima giudicava «positivo» che l’Italia fosse finita sotto la tutela della Banca centrale europea. In condizioni normali, queste dichiarazioni del leader del secondo partito di governo avrebbero potuto provocare uno sconquasso. Per fortuna così non è stato: forse i mercati hanno imparato a non farsi impressionare dalle infinite contraddizioni italiane. Resta il fatto che la Lega si conferma un partito nervoso e ondivago, timoroso di dover pagare un alto prezzo politico al rigore imposto dalla crisi.

E in ogni caso Berlusconi sembra aver imboccato la via del realismo. Lo potremo affermare meglio solo dopo che il famoso decreto sarà nero su bianco, pronto alla firma. Fin d’ora però si può dire che il triangolo Quirinale-Palazzo Chigi-Via Nazionale sta operando come mai era successo nel recente passato. Non abbiamo ancora la certezza che tutti i tasselli della manovra andranno al loro posto e soprattutto che si troverà il punto d’equilibrio in grado di evitare qualche iniquità sociale. Né sappiamo se gli interventi riusciranno a restituire un po’ d’impulso all’economia stagnante.

È vero però che l’opposizione dimostra nel complesso una certa prudenza. Bersani non ha certo fatto un intervento incendiario ieri mattina in commissione. E Casini da tempo parla il linguaggio dell’equilibrio e della ragionevolezza. Su queste basi si può supporre, con un filo d’ottimismo, che alla fine l’Italia politica riuscirà a offrire una buona immagine di sé in un momento drammatico. Accadrà in particolare se il centrodestra terrà conto degli argomenti della minoranza; e se eviterà di porre l’enfasi su aspetti che oggi metterebbero la sinistra in estrema difficoltà: ad esempio la questione dello Statuto dei lavori, che può essere posta all’ordine del giorno in un secondo momento, così da disinnescare ulteriori irrigidimenti della Cgil e del Pd.

Comunque sia, siamo alla stretta finale. E si capisce che l’Italia dopo questa avventura non sarà più quella di prima. Forse sarà migliore.

Il Sole 24 Ore 12.08.11

"Valutare la didattica, non solo la ricerca", di Muzio M. Gola

All’università mai nessuno si lamenta del peso della ricerca, mentre si può intercettare qualche commento sul peso della didattica. Ovunque nel mondo è scontato, anche se tra molte critiche sul metodo, che si compia la valutazione della ricerca. Che non è innocua. Essa espone in pubblico i prodotti del singolo e del gruppo a cui appartiene, ne sottolinea la forza ma anche le debolezze, ha un impatto forte sulla loro carriera, sulla loro fortuna. E tuttavia è accettata, insieme alle sue conseguenze di classificazione, paragone, competizione. La didattica, o meglio il progetto di un corso di studio e il suo reale funzionamento, sono soggetti alle stesse regole valide per la ricerca: obiettivi chiari, metodi appropriati, riflessione critica, attenzione alla qualità. E tuttavia in Italia la valutazione didattica dei singoli docenti è tollerata, ma non ha un serio impatto, mentre la valutazione dei corsi di studio è in alto mare. Varrebbe la pena di discutere i motivi di questa differenza di trattamento tra didattica e ricerca.
Sottrarsi alla didattica non è un tabù se regolato dai noti dispositivi istituzionali del congedo, per definizione limitato nel tempo e concesso al docente per il potenziamento del proprio capitale scientifico e didattico. Ben diverso è coltivare l’idea del «teaching buy out», ovvero di «comprarsi» una esenzione dalla didattica quando si disponga di cospicui fondi di ricerca con cui retribuire un docente sostituto. Potenzialmente, un messaggio devastante: proprio i più «dotati» tra i docenti/ricercatori (i docenti universitari hanno questa simmetrica funzione, quindi chiamiamoli così), acquisterebbero prestigio sottraendosi alla funzione docente, quasi si trattasse di una incombenza minore o fastidiosa. Quando, al contrario, essere chiamati a formare la maggior parte delle professionalità più elevate del Paese è privilegio da custodire molto gelosamente.
Purtroppo anche i messaggi che arrivano dal centro si prestano a fraintendimenti: tra gli indicatori di prestazione che valgono per i finanziamenti ministeriali all’università quelli relativi alla produzione scientifica pesano oggi il doppio di quelli della didattica. Da una parte è una sottolineatura della funzione che l’università ha, sul fronte della ricerca, per lo sviluppo del Paese. D’altra parte, però, può essere anche il segnale di una scarsa fiducia nei metodi per tenere sotto controllo e valutare processi di formazione. Segnale poco opportuno, visto che l’Europa si è data dal 2005 regole comuni per la «Garanzia di Qualità» dei corsi di studio e per la loro valutazione. Alcuni atenei italiani già stanno sperimentando con successo modelli per l’applicazione efficace di queste regole, ma l’università è una nave grande e le virate sono lunghe.
È venuto il momento di ruotare il timone. Prima di tutto eliminando i malintesi: i questionari studenti — che sono la prima sacrosanta informazione sulla esperienza dello studente, cioè su come viene accolto un corso di studio da chi vi investe molto della propria vita — non sono la valutazione della didattica, ma ne fanno parte insieme a tante altre cose. In secondo luogo stabilendo una volta per tutte che non ha senso mettere in piedi qualsiasi forma di valutazione o accreditamento esterno se prima non si applica in ateneo, cioè in casa propria, la «Garanzia di Qualità»: lo strumento tecnico con cui si tengono sotto controllo i fattori che determinano la qualità di un corso di studio, li si traduce in codici di comportamento per chi opera e in indicatori per chi valuta.
I modelli che si stanno sperimentando in Italia sono articolati in cinque aree di garanzia: identificare la domanda di formazione proveniente dall’esterno, dare una risposta alla domanda di formazione stabilendo risultati di apprendimento coerenti con la domanda, mettere a disposizione degli studenti l’ambiente di apprendimento più adatto per raggiungere i risultati previsti, verificare che i risultati attesi siano effettivamente conseguiti, disporre di una organizzazione credibile e di sistemi adeguati di osservazione e di raccolta dati. Forse la chiave di lettura della poca fiducia, quando non dell’ostilità, verso la valutazione dei corsi di studio si nasconde nel fatto che questa lascia tracce non sempre credibili, affidabili e utili. La «Garanzia di Qualità» oggi disponibile riesce invece a produrre queste tracce, e le produce in modo che esse abbiano un impatto reale sui comportamenti dei docenti: che non si limitino quindi ad essere pure collezioni di dati a condimento di rapporti di valutazione fatti per pochi specialisti e per inesplorati archivi.

Il Corriere della Sera 12.08.11

"Se i talk show restano al mare", di Massimiliano Panarari

La strage in Norvegia, la crisi delle Borse e i tumulti di Londra: il mondo trema, ma ai 19 milioni di telespettatori d’agosto la tv offre solo vecchi varietà, polizieschi e pellicole stagionate. Diciannove milioni di telespettatori, migliaio più migliaio meno, sono quelli che, in queste giornate di pienissima estate, compongono il pubblico televisivo. Certo, siamo distanti dall’esercito dei trenta milioni di telespettatori abituali che si registrano nei mesi invernali, ma stiamo comunque parlando di numeri ragguardevoli, e di quasi un terzo del popolo italiano. Così, mentre, giorno dopo giorno, con la rapidità a cui ci ha abituato il vivere nel Villaggio globale, da ogni angolo del pianeta ci piovono addosso notizie sconvolgenti, la tradizionale televisione generalista mostra l’encefalogramma piatto.

Ai tantissimi che in queste giornate e serate d’agosto (complice, non da ultimo, la crisi economica da cui molte famiglie sono state forzate a rinunciare alle ferie), restano a casa, il piccolo schermo di quella che è sempre stata anche una Repubblica fondata sulla tv offre un menù a base di riproposizioni di vecchi varietà, polizieschi con cani germanofoni, o stagionate pellicole (di cui si è perso il numero delle repliche) genere La principessa Sissi. Nel frattempo, la Norvegia è sconvolta dalle stragi del terrorista Breivik, i terremoti nelle Borse di tutto il mondo si susseguono senza sosta, Londra brucia a causa dei tumulti, e il telespettatore dei principali canali in chiaro nazionali (con la lodevole eccezione del tg e dei programmi de La7) non trova talk show, finestre informative, approfondimenti di alcun genere in grado di aiutarlo a comprendere un’attualità che muta alla velocità della luce, lasciandoci sempre più senza fiato.

È come se, nel mondo, e anche nella nostra nazione, fattisi indiscutibilmente e irreversibilmente liquidissimi e postfordisti, quella che si chiamava «tv di Stato» e il primo oligopolio privato ci proponessero un modello informativo fordista, di un’Italietta «chiusa per ferie». Un paradigma nostalgicamente fordista, in linea con un Paese che si paralizzava completamente ad agosto per santificare la chiusura di fabbriche e uffici e consentire lo sciamare dei gitanti sulle autostrade verso le località marittime, ma che nulla ha a che fare con l’Italia postmoderna nella quale viviamo.
E, men che meno, con la missione fondamentale dell’informazione che dovrebbe essere sempre «sul pezzo» in un pianeta unificato dalla comunicazione che in estate non va sicuramente in letargo, come le drammatiche e incessanti accelerazioni della Storia di questi giorni testimoniano. Alla faccia, si potrebbe aggiungere, di quanto sostenevano fino a non molto tempo fa i teorici neohegeliani della sua fine. Come conferma l’ultima relazione annuale dell’Agcom (l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), Rai e Mediaset rispondono in maniera ancora amplissima alla richiesta di intrattenimento e di informazione da parte dei nostri concittadini, totalizzando in un giorno medio il 78,6% dell’audience.

A qualunque osservatore che si sforzi di essere obiettivo, la centralità della televisione generalista in Italia appare, quindi, innegabile – anche se si sta (lentamente) affermando un pluralismo catodico (digitale terrestre) e mediatico (Web) – in primis sotto il profilo informativo, al cui riguardo, ci informa sempre Agcom, i nostri connazionali mostrano di prediligerla come mezzo per conoscere i fatti dell’attualità addirittura al 90% (contro il 65% degli americani). Si rivela, dunque, ancor più stridente e incomprensibile il deserto di offerta di informazione di queste giornate, che penalizza in particolare le fasce più deboli e meno abbienti del Paese, le quali soffrono di un deficit di news cui non possono sopperire con altri canali o tecnologie differenti.

Secondo il sociologo Manuel Castells, la comunicazione non è soltanto essenziale per formare l’opinione pubblica che deve controllare il sovrano e il potere politico (la famosa tesi di Habermas), ma produce direttamente «società», a maggior ragione, e in maniera davvero decisiva, nell’età postmoderna. La velocità e la complessità di eventi e immagini rilancia così l’importanza e l’indispensabilità – a dispetto di certi fans integralisti dell’orizzontalità assoluta della comunicazione – delle figure dei mediatori (giornalisti, conduttori, anchormen) ovviamente seri e non (quanto meno esageratamente) partigiani. E rende fondamentale la nozione di servizio pubblico – che è recentemente caduta un po’ troppo nel dimenticatoio – applicata al campo dell’informazione televisiva (del resto, si paga un canone proprio per questo, o no?). Il servizio pubblico di una nazione industriale (o postindustriale) avanzata, e che risente molto duramente dei colpi della tempesta finanziaria, non può dunque andarsene in ferie sic et simpliciter, come fossimo ancora varie ere geologico-televisive fa.

Una delle professioni più postmoderne (e delicate) che ci siano oggi non può permettersi, allora, di coltivare di sé un’idea parastatale e «da travet»; e non c’è (pur) legittima aspirazione all’ombrellone e al bagnasciuga o status contrattuale che tenga. Perché, nell’« estate Fine di Mondo» della globalizzazione che si fa realtà percepibile, raccontarla e aiutare a capire le persone che si siedono davanti al piccolo schermo rimanda a due concetti antichissimi, eppure irrinunciabili, se, come nazione, vogliamo rimanere – noi che siamo già un «sorvegliato speciale» sotto il profilo della trasparenza e dell’indipendenza dell’informazione una democrazia liberale. Quelli di interesse generale e di bene comune. E scusate se è poco.

La Stampa 12.08.11

"L'economia reale soffre", di Daniele Lepido

Se le Borse sono orologi rotti, l’economia reale è il tempo che smette di scorrere, la sospensione del mondo causata dall’incriccarsi degli indici. Paradossi e dolori di questa mezza estate, fatta non solo di spread troppo larghi e ottovolanti virtuali, ma anche di produttività mancata, esportazioni a rischio, aziende timorose dell’inasprirsi del credito e impaurite dell’incertezza sui tassi. Come tre anni fa, quando l’America crollò una prima volta, inghiottita dalla voragine Lehman Brothers.

Oggi gli effetti della crisi finanziaria sull’universo produttivo iniziano a impensierire gli economisti, che annunciano per il nostro Paese un autunno nero, dopo un inizio d’anno tanto scoppiettante quanto illusorio, fatto di vendite all’estero che nei primi cinque mesi avevano corso a ritmi «tedeschi», crescendo del 17 per cento.

Tutto da rifare: lo spiega l’ultima analisi mensile del Centro studi di Confindustria, secondo la quale per l’Italia la crescita nel terzo trimestre sarà «quasi nulla», dopo che nel secondo trimestre si era avuto un aumento dell’1,6% della produzione industriale, «concentrato nella prima parte del periodo», che ha causato una temporanea accelerazione del Pil. Concetti ribaditi proprio ieri anche da Unioncamere, che sul fronte del lavoro stima un 2011 ancora in sofferenza, con un saldo negativo per 88mila addetti e un calo dell’occupazione dello 0,7%.

«Ci troviamo di fronte a una crisi simile a quella del 2008 – racconta Luigi Campiglio, economista dell’Università Cattolica – anche se gli impatti andranno ancora quantificati e potrebbero essere meno devastanti. Ma per l’Italia, pur con tutti i tagli di spesa necessari, c’è un problema forte sugli investimenti reali, un piano che dia stabilità al sistema industriale e rilanci la produttività».

Il problema delle esportazioni, tra i pochi motori della ripresina di primavera, è uno dei nodi cruciali della mannaia che potrebbe colpire l’Italia. Perché in assenza della domanda estera le nostre aziende – dalla meccanica all’alta tecnologia – rimpiomberebbero nel limbo del 2008, quando le disdette di ordini e commesse da Paesi come Francia e Germania bloccarono il rilancio di alcuni settori per almeno due anni. E poi l’enigma del costo del denaro, che significa prestiti e credito. Qui dòmina un cauto ottimismo e forse c’è da sperare in un cambio di rotta della Bce sul trend rialzista dei tassi, difficoltoso in un contesto a rischio recessione e di inflazione all’ingiù, con la rapida discesa del prezzo del petrolio.

«L’Euribor sta subendo pressioni al ribasso – sostiene Fabrizio Guelpa, responsabile ufficio industry & banking dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo – perché si sta indebolendo l’aspettativa in autunno di un altro aumento del Refi (il tasso Bce), che era diffusa prima dello scoppio della crisi sui debiti sovrani».

C’è da chiedersi, poi, se esiste per l’Italia un rischio credit crunch, causato più o meno direttamente dall’aumento degli spread e quindi dal deteriorarsi del debito sovrano. «Le imprese italiane ricorrono molto poco al funding di mercato e il canale principale di finanziamento rimane quello bancario – continua Guelpa – il probabile allargamento degli spread delle obbligazioni bancarie sulle nuove emissioni, in seguito al maggior rischio paese, solo nel medio termine dovrebbe avere un effetto rilevante sul costo medio del funding per le banche e di conseguenza per le imprese». Infatti il flusso di emissioni lorde mensili in rapporto allo stock di obbligazioni è pari al 2-2,5% e un aumento stabile di 100 punti base dello spread per le obbligazioni bancarie comporterebbe in un anno un impatto teorico dello 0,25 per cento.

«Ma questa è anche una crisi politica e di reputazione – dice Cecilia Guerra, ordinario di economia pubblica presso l’Università di Modena e Reggio Emilia – e lo dimostra il fatto che l’Europa si è mossa per acquistare i nostri titoli di Stato in modo straordinariamente lento, senza troppa convinzione. Stiamo perdendo competitività e per stimolare la domanda interna si potrebbe puntare su settori come i servizi alla persona».

Quale crescita, quindi, e quale riscatto per il nostro mondo produttivo? «Le opportunità dell’Italia di generare maggiore crescita economica – spiega Pietro Reichlin, economista della Luiss – dipendono crucialmente dalla capacità di investimento delle imprese e da un rafforzamento delle infrastrutture materiali e immateriali, ma queste componenti della spesa saranno le prime vittime dell’instabilità finanziaria».

Segno che le Borse di tutto il mondo, con i loro cappellai matti, potrebbero incidere sempre di più sul tempo dell’economia e sugli orologi della realtà.

Il Sole 24 Ore 12.08.11

"Senza governo", di Claudio Sardo

Un governo impreparato a tutto, per di più attraversato da forti conflitti interni, sta conducendo la nave Italia nella tempesta finanziaria. Pensavamo di aver toccato il fondo l’altra sera, quando Berlusconi e i suoi ministri si sono schierati al tavolo di fronte ai rappresentanti delle parti sociali. Allora anziché annunciare le misure anti-crisi, o delineare una plausibile strategia, o quantomeno riferire le disposizioni pervenute per lettera dalla Bce, hanno pronunciato parole confuse e generiche. Come se non ci fosse fretta. Come se i tempi della reazione potessero sopportare i rifiuti di Bossi, le riserve personali del premier, la sfiducia di
parte del Pdl verso Tremonti, i dubbi sempre più diffusi sul destino della legislatura. Ieri invece il superministro dell’Economia è andato oltre nel paludoso scenario della politica nostrana. Alle commissioni parlamentari riunite ha detto – questo sì – qualcosa di più rispetto al giorno precedente. Ha persino messo in fila una serie di disparati interventi, che il governo sta vagliando in queste ore per tagliare il deficit, o ridurre il debito, o aumentare la competitività. Ma intanto ad aumentare è stata solo la confusione. E la sfiducia verso l’esecutivo. Come dimostrano le reazioni delle opposizioni, di tutte le forze sociali e di parti non marginali della stessa maggioranza.
Tra stasera e domattina il consiglio dei ministri dovrà varare il primo decreto, destinato a raddoppiare il peso della manovra di bilancio da poco approvata in Parlamento. Se l’impronta resterà la stessa di allora, con i sacrifici a carico delle famiglie, dei ceti medi e dei settori più deboli della società, la sostenibilità è semplicemente impossibile. E la spirale della recessione diventerà una condanna. Il ministro dell’Economia è sembrato persino esserne consapevole. Tuttavia i suoi sondaggi su terreni inediti hanno trasmesso, anziché una propensione al dialogo, un senso di smarrimento. Cosa c’entra la riforma della Costituzione con i 20 miliardi di tagli che il governo deve approntare subito? Cosa c’entra la discutibile riforma dell’articolo 81 con la grottesca pretesa di modificare anche l’articolo 41? Perché accennare alla libertà di licenziamento o al taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici, per poi dire che il governo non è d’accordo? Perché introdurre nel confronto già così drammatico l’ipotesi della soppressione delle festività del 25 aprile o del 1° maggio?
Le domande potrebbero continuare. Tremonti ha accolto la proposta del Pd sulla tassazione delle rendite finanziarie. In sede di replica, però, ha smentito ogni diplomazia distribuendo risposte stizzite a Bersani come a Bossi e Casini.
Si può andare avanti così? Può un governo in queste condizioni affrontare da solo l’emergenza? Ha una maggioranza numerica, non vuole l’aiuto delle opposizioni (come rivendicato da Tremonti),
ma oggettivamente non ha la forza per guidare l’impresa. Al Pd e al centrosinistra si chiede da più parti senso di responsabilità e patriottismo. Richiesta giusta. A cui non può non corrispondere
un comportamento adeguato all’emergenza.
Ma la responsabilità che manca è soprattutto quella del governo. Se avesse la credibilità necessaria, non ci avrebbe condotto fin qui. La crisi è certamente mondiale, tuttavia l’Italia è finita nell’occhio del ciclone anche perché il governo Berlusconi-Tremonti ha sbagliato molto, disarmando le politiche di crescita e scaricando furbescamente sul futuro governo quel risanemento dei conti di cui si era fatto vanto in Europa. Peraltro si tratta di un esecutivo molto indebolito (da contrasti politici, da sconfitte elettorali, da una coalizione parlamentare che si regge su transfughi e su un premio di maggioranza che non ha uguali in Occidente). È il patriottismo di Berlusconi ciò che manca di più.
Se intende andare avanti da solo, anziché favorire una comune assunzione di responsabilità di tutte le forze nazionali, sarà lui a scegliere la strada del conflitto politico. All’opposizione si può chiedere di tutelare l’interesse nazionale, non di rinunciare a costruire l’alternativa. Perché questa sì sarebbe una grave omissione democratica e un cedimento alle pressioni di chi non smette di lavorare per soluzioni oligarchiche.
L’impressione è che Berlusconi imboccherà questa strada solo per egoismo, per guadagnare tempo subordinando gli interessi del Paese ai suoi. Se questa sarà la scelta, c’è almeno da augurarsi che il governo rispetti quella solidarietà, quel patto tra le forze sociali, che costitusce oggi il solo appiglio nella tempesta. Guai se dovessero prevalere ancora nell’esecutivo le forze che hanno fatto della divisione sindacale, con l’emarginazione della Cgil, la loro filosofia. La falla stavolta lascerebbe l’Italia senza energie vitali. Non ci vuole molto per far saltare il tavolo: basta forzare sull’articolo 18, intervenendo per decreto anziché affidare all’autonomia delle parti il negoziato sull’aumento di competitività. E ci sono ministri animati da sacro furore ideologico. Se Berlusconi decidesse di sommare la linea della divisione politica a quella della frattura sociale, sarebbe la fine della coesione. Dunque, il disastro.

L’Unità 12.08.11

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“L’idea di far cadere di domenica la Liberazione e il 1° maggio è un’offesa alla nostra Storia” di Vittorio Emiliani

Fra il molto fumo sparso ieri Tremonti ha lasciato intravedere una misura di “risparmio”. Lo spostamento alla domenica di tre festività, ovviamente laiche, che possono cadere in giorni lavorativi: 2 giugno festa della Repubblica, 25 aprile festa della Liberazione dal nazifascismo e 1° Maggio festa del lavoro. All’algido superministro nessuna delle tre deve scaldare il cuore. Tantomeno a Berlusconi che, anzi, ne farebbe a meno da tempo. Bossi? Non si sa, è molto ondivago. A nostro sommesso avviso, se una delle tre si deve proprio accorpare ad una domenica, potrebbe essere il 2 giugno. Non perché la nascita della Repubblica sia poco importante, ma perché ci sembra che per l’identità, già tanto scossa, dell’Italia e degli Italiani, le altre due abbiano un più incisivo valore simbolico. Checché ne pensino i detrattori vecchi e nuovi dell’ antifascismo (le loro schiere servizievoli si sono ingrossate, con questo centrodestra ottuso come un muro), né la Repubblica né la sua bella Costituzione ci sarebbero senza la Liberazione nazionale dalla dittatura, senza quelle brigate partigiane che entrano in Milano – le prime dall’Oltrepò pavese guidate da Italo Pietra (Edoardo) futuro maestro di giornalismo, al Giorno e al Messaggero – snidando gli ultimi cecchini nazifascisti, senza quegli uomini mai retorici che impersonavano il «vento
del Nord» (altro che Lega). Da Parri a Longo, a Mattei, a Pertini, a Riccardo Lombardi.
Non c’è domenica che tenga. Il 25 aprile deve rimanere festa nazionale, ovunque cada. Nel riscatto, morale anzitutto, della Nazione italiana dall’abisso della dittatura, delle leggi liberticide e razziali, della guerra fascista hanno ruolo sia i repubblicani che i monarchici (non i Savoia, per loro colpa specifica, per difetto di coraggio). Hanno ruolo i partigiani delle “Garibaldi”, di GL, delle “Matteotti”, ma anche quelli “bianchi” delle brigate cattoliche e, in Piemonte, i “fazzoletti azzurri” monarchici. Hanno ruolo i numerosi militari italiani che risalirono la penisola combattendo duramente al fianco degli Alleati e, in nome di una Patria da loro mai considerata “morta”, i 32 mila ufficiali e i 600 mila soldati che rimasero nei lager dicendo “no” ad ogni adesione alla Repubblica mussoliniana di Salò. Le loro schede sono in archivio a Berlino e ancora stupiscono i tedeschi. E come rinunciare al 1° Maggio, festa mondiale che negli Usa, dove nacque, viene celebrata ogni primo lunedì di settembre? «8 ore di lavoro, 8 di svago,8 di sonno» fu la rivendicazione in Australia nel lontano 1855 e pioniere fra i minatori auriferi doveva essere uno dei Mille, Raffaello Carboni, giornalista e musicista. Le 8 ore vennero votate nell’Illinois nel 1866, senza esito pratico.
L’anno dopo Chicago fu invasa dai manifestanti. Non bastò. Nel 1884 la polizia sparò sugli operai seminando la morte: 8 anarchici, accusati senza prove della rivolta, finirono sulla forca o all’ergastolo. E fu la scintilla. Anche in Italia si doveva scioperare per conquistare quella festa. La spallata decisiva di massa venne dallo sciopero del 1890. Chi non poté scioperare, per protesta, si presentò in fabbrica vestito dalla festa. Successe a Voghera dove un giornalista socialista, Ernesto Majocchi, diede versi di lotta all’incalzante coro dell’”Ernani” verdiano. L’anarchico Pietro Gori aveva già trasformato il «Va’ pensiero sull’ali dorate» in «Vieni o maggio, t’aspettan le genti». Dal 1891 fu festa di tutti. Fissata da Pellizza da Volpedo nella tela del Quarto Stato in marcia. Subito abolita, nel 1925, da Benito Mussolini, essa rimase nel cuore di quanti, sfidando il regime, riuscivano sempre ad esporre, anche a Predappio patria del duce,un drappo rosso. Tornò dopo il 25 aprile ’45. Perché dovremmo farla traslocare in una qualsiasi domenica?

L’Unità 12.08.11

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“Le festività “civili” spostate alla domenica per avere più produttività. E sui licenziamenti facili rivolta della Cgil”, di Luisa Grion

Niente festa della Liberazione, stop ai cortei del Primo di maggio, fine della sfilata del 2 giungo e soprattutto basta con i «ponti». Per uscire dalla crisi ogni strada è buona, anche quella che passa attraverso l´abolizione delle festività civili. Lo ha detto ieri il ministro Tremonti durante l´audizione alle Commissioni parlamentari: «C´è un modo tipicamente europeo per aumentare la produttività – ha suggerito – accorpare le festività sulle domeniche, tranne quelle religiose che sono oggetto di trattato». E fin qui il messaggio è chiaro: il rinvio della festa probabilmente si farà.
Meno chiara invece l´altra ipotesi – molto più pesante – buttata lì dal ministro parlando della lettera inviata al governo italiano dalla Bce. Per quanto riguarda la materia del lavoro – ha raccontato – «c´è la spinta a una contrattazione a livello aziendale e al superamento di un sistema centrale rigido. E poi formule, come dire, piuttosto critiche come licenziamento e dismissione del personale, compensato con meccanismi di assicurazione e di migliore o più felice collocamento sul mercato del lavoro». «Non è detto – ha precisato il ministro – che tutto questo sia parte della condivisa attività del governo».
Il dubbio, comunque, resta e mette in allarme il sindacato, molto più preoccupato da questa tema che da quello delle feste. La Cgil ha inviato un documento ai colleghi: «Chiediamo a Cisl e Uil uno straordinario impegno unitario per contrastare la politica unilaterale di attacco ai ceti deboli e al lavoro che è fulcro della manovra economica che si accinge a varare il governo» sta scritto. E il sindacato non ha ancora rinunciato a ipotizzare lo sciopero generale se la manovra sarà “iniqua”. La partita sarà giocata al tavolo fra governo e parti sociali annunciato due giorni fa dal sottosegretario Letta, ma in attesa di aprirlo la tensione sale.
Per quanto riguarda invece lo spostamento alla domenica successiva dei festeggiamenti per il 25 aprile, il 1 maggio e 2 giugno (tutte le altre festività hanno origine religiosa) va detto che l´annuncio non ha generato molto stupore. I dubbi che il rinvio serva davvero sono molti, ma l´idea in sé non è nuova: basti ricordare tutte le polemiche scoppiate lo scorso primo maggio riguardo all´apertura dei negozi nei centri storici delle grandi città. O ancora al dibattito che accompagnò la decisione di festeggiare i 150 anni dell´unità nazionale (17 marzo festa nazionale straordinaria, varata per decreto e compensata dal fatto che per quest´anno il 4 novembre non sarà pagato come festività soppressa).
«Lavorare tre giorni in più non cambierà le cose – commenta Michele Gentile, responsabile per la Cgil del settore pubblico – guarda caso si vanno però a tagliare proprio quelle feste che rappresentano la memoria laica del Paese». Stessa linea anche per Giuliano Cazzola del Pdl: «Di festività civili ne sono rimaste poche e sarebbe proprio il caso di celebrarle visto che si tratta del 25 aprile, del primo maggio e del 2 giugno». «Magari – specifica Cazzola – potremmo cominciare ad abolire la festività del santo patrono, che è diversa in ogni comune della penisola». Decisamente contrarie le agenzie di viaggio e il turismo: «Così sì azzoppa un´abitudine sempre più in voga che vede molti turisti approfittare dei ponti festivi per fare vacanze brevi» commenta la Fiavet-Confcommercio.

La Repubblica 12.08.11