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"La tenaglia Napolitano-Draghi", di Mario Lavia

Il presidente della repubblica riprende in mano le redini della politica, e se potesse… Se si dovesse spiegare a uno straniero cosa è successo ieri pomeriggio al Quirinale bisognerebbe dirgli che c’è stato un sostanziale passaggio di consegne. Fra Berlusconi e Napolitano. Il perché è presto detto. Il Cavaliere ormai non controlla più la situazione. Fosse per lui il tempo trascorrerebbe tranquillo ma data la situazione è costretto a subire l’evidenza dei fatti e l’iniziativa altrui, pressato da Napolitano e da Draghi, assediato da tutte le parti. Si ribella, a modo suo, al punto dal dover ricorrere ad una iniziativa tanto estrema quanto disperata: sollecitare l’aperto dissenso dalla manovra che sta prendendo corpo dei pasdaran a lui fedeli (una pattuglia: Crosetto, Stracquadanio, Bertolini e Malan), spinti ad annunciare un voto contrario ai provvedimenti del governo «se non cambiano» (così Crosetto, vice di Tremonti).
Già, perchè è proprio l’uomo di via XX settembre ad essere più che mai inquadrato nel mirino del Capo. Come se non gli bastassero le ferite del caso Milanese e gli strali “in diretta” dell’ex amico Bossi. E stando così le cose, nessuno giura sul futuro politico del super-ministro, una volta girata la pagina della grande crisi finanziaria.
In un tale bailamme, si comprende perché Giorgio Napolitano abbia voluto riprendere le redini del comando politico. Il presidente della repubblica non ha fatto nulla per celare la sua grandissima preoccupazione, anticipando il rientro a Roma dall’amata Stromboli (ferie-record per brevità di durata) e convocando immediatamente al Colle il premier, il ministro dell’economia e Gianni Letta (e a seguire i leader dell’opposizione “costruttiva”, Casini e Bersani, non anche un poco spendibile Di Pietro), ha sentito Schifani e oggi riceve Fini.
Fornendo l’impressione che se non fosse in atto un’emergenza così drammatica sarebbe pronto a prendere una iniziativa ancora più forte. Ma Napolitano sa bene – come ha ricordato a Stromboli qualche giorno fa – che la Costituzione, di cui è scrupoloso garante, non gli assegna altro potere che la famosa moral suasion: passi formali, in sostanza, non ne può fare.
Ma ecco che da “moral” la “suasion” diventa tutta politica: e dunque il presidente ha chiesto con una certa durezza al premier cosa si stia facendo di concreto, quali siano le carte, i provvedimenti di legge: di parole ne sono state consumate pure troppe. Lo stesso discorso aveva fatto in precedenza al premier Mario Draghi, tra l’altro irritato per una inopinata critica mossagli da Bossi su cui probabilmente ha chiesto lumi.
A Napolitano il premier e il superministro non hanno portato testi di legge. A loro è stato fatto capire che di tempo per ricomporre le fratture ne hanno poco, «prima della riapertura dei mercati ci vorrà il decreto». Ai governanti il capo dello stato ha ripetuto che «è indispensabile un confronto aperto fra i partiti e fra le parti sociali» facendo attenzione «all’equità delle misure e dei sacrifici che verranno richiesti». Ha chiesto impegno costruttivo anche ai capi dell’opposizione, registrandone la disponibilità.
Più sullo sfondo, il presidente della repubblica è preoccupato per l’esplodere ripetuto ed esplicito dei conflitti all’interno della maggioranza, fra premier e ministri, e fra gli stessi ministri. Se è vero che la sussistenza di una maggioranza è stata verificata più volte, da ultimo solo pochissime settimane fa, è altrettanto indiscutibile che l’irruzione della più grave crisi degli ultimi decenni stia scuotendo la compagine come mai prima d’ora. Ma ora la sua attesa è per il decreto, nel weekend.

da Europa Quotidiano 12.08.11

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Napolitano chiede azioni immediate e invoca «coesione»

Fare presto e bene. Presto, perché rischiamo ormai un bagno di sangue sui mercati e non sono più possibili esitazioni. Bene, perché bisogna rassicurare una volta per tutte i partner dell’euro e la Bce (che ci ha offerto, sì, un aiuto, ma condizionato), dimostrando che l’Italia sa gestire la crisi. Sono state queste due urgenze a dominare il colloquio tra il presidente della Repubblica e il premier, accompagnato da Gianni Letta e dal ministro Tremonti, ieri pomeriggio al Quirinale. Il precipitoso rientro a Roma di Giorgio Napolitano, in anticipo sul suo già breve calendario di vacanze a Stromboli, era di per sé un segnale della difficoltà del momento e del timore che certi nodi interni alla maggioranza blocchino il governo in un’insopportabile surplace.
Insomma: la preoccupazione del capo dello Stato era che, a tempo quasi scaduto per quanto riguarda la risposta del nostro Paese all’ondata di panico internazionale, potesse ancora mancare una «piena consapevolezza» di quanto è profondo il baratro che ci sta di fronte. E di come sia decisivo prendere «immediate contromisure», attraverso quel decreto di cui agli uffici giuridici del Colle non è ancora giunta né un’anteprima di massima né, tantomeno, una bozza più articolata.
Berlusconi e Tremonti hanno illustrato al presidente — solo a voce, dunque — alcune parti del provvedimento virtualmente pronte, in particolare alcune misure fiscali e finanziarie, e si sono limitati ad accennare altre parti che restano da approfondire (le più pesanti e controverse, la cui vaghezza dipende dal mancato accordo politico). Ma si sono impegnati a chiudere la partita entro la riapertura dei mercati dopo Ferragosto. Vale a dire che tra stasera e domani dovrebbero varare il provvedimento, in modo di recapitarlo al Quirinale nel weekend e consentirne analisi e firma.
È una sfida con l’orologio in mano che Napolitano segue monitorando maggioranza e opposizione attraverso un giro d’orizzonte cominciato ieri con una telefonata al presidente del Senato Schifani e con un paio di incontri importanti (Bersani e Casini) e destinato a proseguire oggi con un’udienza riservata al neosegretario del Pdl Alfano e al presidente della Camera Fini. Se al governo, al quale compete la responsabilità del decreto, domanda «scelte equilibrate, con sacrifici da distribuire con equità verso tutti i cittadini» in modo di non alimentare il conflitto sociale, il sondaggio del capo dello Stato con gli altri punta a mettere a fuoco il grado di disponibilità ad «accettare il confronto», magari con proposte proprie e in ogni caso senza alzare a priori le barricate. E in questa direzione si è espresso Bersani.
Sembra un rilancio della richiesta per «un impegno di coesione» che aveva fruttato il rapidissimo via libera alla manovra di fine luglio. E qui, per non equivocare il senso dell’iniziativa a largo raggio di Napolitano e non azzardare l’idea di mediazioni che non gli competerebbero, tornano utili le sue stesse parole di pochi giorni fa. «Quando parlo di coesione non la intendo come rinuncia da parte di qualche forza politica o sociale alle proprie ragioni e impostazioni, né come passaggio fortunoso o obbligato da piattaforme nettamente contrastanti a un programma unificante. Intendo il riconoscere la complessità e gravità dei problemi che si sono accumulati e che pongono a rischio il futuro del Paese: escludere competizioni perverse sul terreno della dissimulazione, della sdrammatizzazione e del populismo demagogico, aprirsi a un confronto serio».
Ecco lo spirito di interesse nazionale che il presidente vorrebbe rianimare sui due versanti della politica. La posta in gioco è molto alta e, mentre Bossi si sganghera polemicamente ipotizzando contro il governo addirittura un complotto di Bce e Mario Draghi (sottintendendo d’infilata forse pure il non citato Napolitano), ora sta a Berlusconi fare la prima mossa.

Il Corriere della Sera 12.08.11

"Chiudono le serali Le classi dei «poveri» schiacciate dai tagli", di Luciana Cimino

Hanno rappresentato una delle più importante conquiste civili e sociali degli anni ‘60 e ‘70. Le scuole serali hanno garantito per decenni l’istruzione degli studenti lavoratori, dei più poveri, di chi aveva percorsi umani e professionali tortuosi, nella piena attuazione dell’articolo 34 della Costituzione. Oggi la scure dei tagli Gelmini- Tremonti si abbatte anche su quella che è considerata, appunto, la “cenerentola” della scuola pubblica. Dall’anno scolastico 2011/2012 le prime classi verranno abolite, lasciando così morire progressivamente un’istituzione che negli anni ha svolto un funzione centrale in Italia. «Le scuole serali permettevano a chi era fuori dal giro dell’istruzione di rientrarci – spiega Anna Fedeli, della segreteria della Flc Cgil – non era frequentata solo da chi a scuola non ci era potuto andare ma anche dagli analfabeti di ritorno, che rischiavano l’espulsione anche dai lavori più umili e avevano bisogno di una qualifica ». E oggi anche dagli immigrati. «Ma attenzione – nota Fedeli – le serali non sono scuole di italiano, questi migranti hanno già untitolo di studio di alto grado nel loro paese che però non è riconosciuto In Italia e cercano un titolo valido». Ma il governo non sembra riconoscere la funzione sociale delle serali. «Gelmini e Tremonti dovevano portare a casa il risultato – dice la Flc – Cgil – e quindi hanno pensato di intervenire sull’anello debole della scuola, con il taglio dell’organico le Regioni non potranno attivare i corsi pur in presenza di iscrizioni consistenti ». La questione è ambigua perché è pilatescamente lasciata nelle manidei dirigenti degli uffici scolastici regionali che, a seconda delle risorse a disposizione, possono decidere come e in che modo tagliare le serali. A farne le spese sono ovviamente le grandi città, Roma, Milano, Torino, maanche le regioni dove già in passato le serali hanno avuto un ruolo fondamentale contro la dispersione scolastica: Sardegna, Puglia, Campania. I dirigenti tagliano le prime classi e così facendo chiudono definitivamente le scuole serali. Così è successo a Foggia, come racconta la professoressa Maria Tattoli dell’ IISS “A. Righi” di Cerignola: «per il prossimo anno il provveditore aveva attivato solo le quinte classi e, dopo la nostra protesta, ha attivato la quarta, nonostante per la prima avessimo molte iscrizioni. In pratica ha fatto morire la scuola serale. Ora abbiamo fatto un ricorso al Tar firmato anche da studenti, speriamo bene». «Dove andranno coloro che si volevano iscrivere? – si domanda la professoressa – Non lo so… noi avevamo studenti dai 16 ai 60 anni, donne che avevano lasciato la scuola per sposarsi e ora, divorziate, avevano bisogno del titolo di studio per ricollocarsi ma soprattutto lavoravamo contro la dispersione scolastica. E soprattutto adesso che c’è la crisi i lavoratori avrebbero bisogno di qualche carta in più per consolidare la propria posizione lavorativa ». Nel progetto del governo a sostituire le scuole serali ci sarebbero dovuti essere i Cpa, i cui regolamenti attuativi devono ancora essere approvati dal Consiglio dei Ministri. «Uccidono una cosa, senza avere pronta un alternativa. È impossibile! – tuona Nazzareno Coregliano, presidente del Comitato per la difesa delle scuole serali – e tra l’altro il progetto del governo è pessimo perché penalizza ancora di più chi si iscrive a questi Cpa, facendogli fare corsi ridicoli». E la Flc- Cgil, annunciando una mobilitazione per settembre aggiunge, «il taglio alla scuola serale è vergognoso. Questo governo classista da i soldi alle private e taglia invece la “scuola dei più poveri”, la riforma Gelmini-Tremontinon aveva altro fine che ripristinare le gerarchie nell’istruzione »

L’Unità 12.08.11

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Sulla chiusura delle serali (qui) interrogazione di cui sono prima firmataria

(qui) interrogazione a firma Caterina Pes (PD) da me sottoscritta

"Carroccio senza guida", di Rudy Francesco Calvo

Adesso anche il ministro Tremonti, la testa di ponte leghista nel Pdl, è finito nel mirino. E non l’ha presa per niente bene. Se Umberto Bossi è giunto ad attaccare perfino l’amico Giulio, appare ormai evidente come la Lega non sia in grado di avere una linea politica chiara. L’effetto è sotto gli occhi di tutti: un galleggiamento dell’esecutivo che sta trascinando a fondo il paese, costringendo la Bce e il Quirinale a prendere in mano la situazione, grazie anche all’assunzione di responsabilità delle opposizioni.
Qui non è più una questione di pernacchie e diti medi alzati. Non sono solo intemperanze e sgrammaticature politiche (oltre che linguistiche) da accettare perché «sono fatti così», in nome della stabilità del governo. Del «non cambiare il pilota durante la tempesta», per dirla con Romano Prodi. C’è un problema che parte da via Bellerio, passa per palazzo Chigi e torna nuovamente in Padania, in una piazza Affari che continua a sprofondare come nei comuni soffocati dagli interventi dell’esecutivo.
Il Carroccio è senza guida. Bossi non è più oggettivamente in grado di tenere quello che una volta era considerato l’ultimo partito leninista in Italia. È inevitabile dirlo: anche e soprattutto per i suoi problemi di salute. Il “cerchio magico” prova a tenerlo in sella, nella speranza di prevalere a breve nello scontro interno, ma anche i suoi componenti più noti (Renzo detto “il Trota”, Rosi Mauro, Reguzzoni, Bricolo) non godono di grande autorevolezza, nemmeno tra la base.
Chi l’autorevolezza ce l’ha, dentro e fuori il partito, è invece Roberto Maroni. Lo ha dimostrato sul pratone di Pontida (emblematico lo striscione “Maroni presidente del consiglio”), lo ha confermato a Montecitorio, con il voto dei “suoi” a favore dell’arresto di Papa. Da allora, però, Maroni tace. Non che ci si aspettasse un immediato colpo di mano: Europa è stata tra i primi a frenare gli entusiasmi di chi già vedeva il suo trasloco dal Viminale a palazzo Chigi a capo di un governo di responsabilità, che non era visto male nemmeno da una parte del Pd.
Ma era difficile immaginare che il suo low profile lo portasse perfino a disertare un vertice cruciale, come quello di ieri sera a palazzo Grazioli.
Il momento dell’avvicendamento è arrivato. Serve alla Lega, che è nata prima del berlusconismo, ma rischia di morire con esso. Serve al governo: questo o un altro che sia, comunque non può prescindere dai numeri leghisti in parlamento. Serve al Quirinale, che non può contare su un interlocutore pronto a salire al Colle solo «se serve» (Bossi ieri). Serve perfino alle opposizioni, compreso un Pd che, sparito Maroni, ammette di aver perso il filo di dialogo che aveva costruito con il Carroccio. Serve, in definitiva, all’Italia. Padania compresa.

da Europa Quotidiano 12.08.11

"Assunzioni a rischio e caos graduatorie. Altro colpo alla scuola", di Mariagrazia Gerina

Immissioni in ruolo incerte nei prossimi anni. Cgil: presto mobilitazione. In 30mila conquistano la cattedra, ma la «pagano» con stipendi ridotti. Dovevano essere, almeno per una parte degli oltre 230mila precari iscritti nelle graduatorie dei docenti abilitati, la fine del tunnel, e invece le 66.800 assunzioni decise dal governo, di cui solo 30.308 sono per i docenti, il resto per il personale tecnico amministrativo, si sono già trasformate nell’ennesima, crudele, lotteria. A restare fuori, per effetto dei tagli che si sono mangiati circa 140mila posti di lavoro in tre anni (89mila solo tra gli insegnanti), saranno comunque troppi. E per loro non c’è nessuna certezza, visto che le assunzioni previste per i prossimi due anni sono subordinate alle decisioni draconiane che il governo vorrà prendere sul pubblico impiego. I “fortunati”, invece, che rientreranno nella tranche di quest’anno, calcolata sui posti vacanti al netto dei tagli decisi negli scorsi anni, pagheranno comunque l’assunzione una diminuzione del salario e dei diritti, dal momento che (per effetto dell’accordo, che la Cgil ha rifiutato di siglare) il primo scatto di anzianità lo vedranno dopo otto anni, invece che dopo tre e perderanno così in busta paga dai 43 ai 48 euro al mese. Ammesso però che il caos delle doppie graduatorie, da cui il Ministero, su diktat della Lega, ha deciso che si attinga, non finisca per bloccare tutto. Si capisce che l’attesa tra gli aspiranti docenti a tempo indeterminato, sia tutt’altro che serena. «Se non mi assumeranno quello che verrà per me sarà il settimo anno di precariato», racconta, tanto per dare un’idea del paese reale, Miriam Petruzzelli,35 anni, che fa l’insegnante di sostegno a Milano, dove si è trasferita 8 anni fa, da Bari. La sua è una storia esemplare, per tante ragioni. Per esempio, perché a settembre scorso Miriam poteva scegliere un incarico annuale fino al 31 agosto e invece ha preferito accettare un incarico fino al 30 giugno, rinunciando a due mesi di stipendio, a 1300 euro al mese, per non abbandonare il ragazzino che aveva seguito l’anno precedente. Continuità didattica. La dovrebbe assicurare lo stato. «Ma qui lo stato siamo noi», si schernisce, con una punta d’orgoglio, Miriam, che adesso si ritrova senza neppure i soldi per fare le vacanze. «Sto con i miei a Bari, vacanza low cost». Pazienza, purché poi arrivi almeno l’assunzione. Miriam nella nuova graduatoria, decisa dopo che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime tutte quelle precedenti, è numero 54. Ma la Lega ha voluto che il ministero riesumasse anche l’altra. Quella in cui i precari che (e tra questi molti che al sud, per via dei tagli, hanno perso lavoro) avevano fino a quel momento insegnato in un’altra provincia potevano aggiungersi anche ad altre graduatorie ma solo in coda. Ricorsi, sentenze del Tar e, infine, il pronunciamento della Corte Costituzionale l’avevano messa fuori gioco. La Lega ha preteso che almeno 10mila posti fossero assegnati su quella graduatoria. E però nessuno sa al momento come, se tenendo conto delle sentenze del Tar o meno. Quindi: «Se, come spero, verrò chiamata da tutte e due le graduatorie – ragiona Miriam -, sceglierò la nuova, perché con la vecchia rischio una valanga di ricorsi». Il puntoè che «per trentamila precari assunti, ci sono altrettanti e molti più che continueranno a mandare avanti la scuola con le supplenze», osserva il deputato Pd Giovanni Bachelet: «Vanno ridefiniti gli organici visto che ogni anno circa centomila precari vengono utilizzati per supplenze annuali o fino al termine delle lezioni». Anche Francesca (chiede l’anonimato), che quest’anno compie quarant’anni e da quindici anni fa la maestra precaria a Napoli, spera di essere chiamata. «Ma ho fatto domanda a Parma, perché a Napoli i posti non ci sono». In Campania – spiega – le nuove assunzioni saranno 2600, ma per l’80% saranno destinate a insegnanti di sostegno. «Briciole, visto che invece i tagli, che da noi sono stati particolarmente severi, hanno cancellato 12mila posti di lavoro in tre anni». «Con la macelleria sociale che ha annunciato oggi Tremonti, ci sono tutte le condizioni perché a settembre parta dalla scuola una mobilitazione senza precedenti, che vedrà insieme pubblico impiego, movimenti e studenti », avverte Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil: «Non ho capito perché in questo paese non possono pagare i ricchi attraverso la patrimoniale. Mentre il peso della crisi si scarica tutto sui salari dei lavoratori dipendenti, sulla scuola e sul welfare». Altro che la scuola al riparo dai tagli. Bene le 67mila assunzioni: «Sono il frutto della mobilitazione, ma contrabbandarle in cambio di un peggioramento delle condizioni salariali è inaccettabile», attacca, ricordando che, a queste condizioni, la Cgil si è rifiutata di siglare l’accordo. E ora si prepara alla battaglia d’autunno. Sulle assunzioni future, 29 mila il prossimo anno e quello successivo, per coprire il turn over, non c’è nessuna certezza, denuncia. Dipenderanno da ciò che deciderà il governo sulle pensioni e sul turn over. E anche quelle già decise, tra ricorsi e illegittimità, saranno un terreno caldissimo. «Il ministero – dice Pantaleo – deve dire chiaramente quali dovranno essere i criteri per le immissioni in ruolo, l’impressione è che abbia subito una scelta imposta dalla Lega e che ora voglia scaricare tutto sugli uffici regionali, ma questo non è possibile».

L’Unità 12.08.11

"Ma solo l'equità è sostenibile", di Tito Boeri

Come volevasi dimostrare, non sarà possibile un semplice cambiamento nella tempistica della manovra economica varata nello scorso mese di luglio per raggiungere con un anno di anticipo il bilancio in pareggio. Lo ha riconosciuto lo stesso ministro dell´Economia Giulio Tremonti prima nell´incontro con le parti sociali e poi nell´audizione alla Camera di ieri.
Ha parlato di “ristrutturazione della manovra” nonostante avesse dichiarato solo qualche giorno prima che tutto sarebbe rimasto come prima, con il solo anticipo di un anno dei vari provvedimenti.
Anche nell´audizione di ieri il ministro Tremonti ha dato però un´impressione di totale improvvisazione. Rischiamo così di trovarci dopo il prossimo Consiglio dei ministri, forse già oggi, solo con i dilatori e inutili (se non sbagliati) interventi sulla Costituzione e qualche balzello estemporaneo in più. Peccato perché la crisi ci offre un´opportunità per migliorare una manovra mal congegnata dall´inizio e poi rattoppata “con un tacon peggio del buso”. Bisognerà rafforzarla quantitativamente dato che il peggioramento della congiuntura rende più oneroso l´aggiustamento, ma soprattutto qualitativamente. Il principio cardine deve essere quello di essere equi, al contrario di quanto previsto da una manovra che allo stato attuale, con la clausola di salvaguardia sulla riforma fiscale e assistenziale, comporta tagli doppi in termini assoluti per chi ha redditi medio-bassi rispetto al 10 per cento più ricco della popolazione.
Oggi equità è più che mai sinonimo di sostenibilità dell´aggiustamento. Per tre motivi.
Primo: questa è una manovra che viene percepita come imposta dalle grandi istituzioni internazionali. È una percezione alimentata dall´inadeguatezza di questo governo, che avrebbe dovuto agire per tempo, anziché trovarsi nelle condizioni di intervenire con la pistola puntata alla tempia. Ma tant´è: provvedimenti imposti dall´esterno e palesemente iniqui non sarebbero socialmente accettabili. È quanto sta accadendo in Grecia, dove misure inizialmente maggioritarie sono oggi appoggiate da meno di un quarto della popolazione proprio perché non hanno sin qui saputo ridurre l´evasione fiscale, i privilegi di pochi e la corruzione.
Secondo: bisognerà aumentare il contributo offerto all´aggiustamento dai tagli di spesa, rispetto a quello delle tasse perché, se ben congegnati, i tagli di spesa non avrebbero effetti recessivi di rilievo. Inoltre, questa è una manovra su cui giochiamo la nostra credibilità nel ridurre il debito pubblico. Conta come miglioriamo i saldi e non solo se ci riusciamo. La cosa che tutti i governi succedutisi da quando siamo entrati nell´Euro non sono stati capaci di fare è tagliare la spesa corrente in modo permanente. Questo è dunque il banco di prova. Al tempo stesso la storia ci insegna che sono soprattutto gli aggiustamenti basati sui tagli della spesa quelli che hanno creato tensioni sociali. Una recente ricerca sugli episodi di “social unrest” in Europa dal 1919 al 2009 (www.voxeu.com) documenta come le manifestazioni, gli scioperi generali e le rivolte di piazza siano state molto più frequenti in presenza di tagli alla spesa pubblica che con inasprimenti fiscali della stessa entità o addirittura superiori.
Terzo: come verrà documentato in un convegno della Fondazione Debenedetti il prossimo 10 settembre a Palermo, le famiglie italiane hanno subito durante la grande recessione una riduzione del reddito disponibile, a differenza di quanto avvenuto in altri paesi dell´area Ocse, anche quelli che hanno subito il calo più forte del reddito nazionale, come Irlanda e Spagna. Questo è un portato dei limiti del nostro sistema di protezione sociale, soprattutto dei buchi vistosi di quella rete di assistenza che la manovra, nella sua versione attuale, vorrebbe ulteriormente depotenziare. In ogni caso, le famiglie italiane hanno già dato e presumibilmente saranno disposte a nuovi sacrifici solo se li percepiranno come equi. La rivolta contro i privilegi della “casta” dei politici è molto indicativa.
Per essere equi bisogna innanzitutto aggirare i veti incrociati delle rappresentanze di interessi perché sono proprio questi veti all´origine delle falle del nostro sistema di protezione sociale. Ad esempio, impensabile escludere dalla manovra le pensioni, come chiesto dalla Lega e da diversi leader sindacali. Le pensioni contano per quasi la metà della spesa corrente disponibile (al netto della spesa per interessi sui titoli di stato che, come abbiamo imparato in queste settimane, è una spesa che non possiamo controllare).
Chi oggi chiede che le pensioni siano tenute fuori dalla manovra, propone tagli di beni pubblici come l´istruzione e la sanità dell´ordine come minimo del 15 per cento. Tagli di questa entità varati in così poco tempo finirebbero inevitabilmente per compromettere la fornitura di questi servizi, penalizzando i cittadini più deboli, quelli che non possono permettersi di mandare i figli nelle scuole private o rivolgersi a strutture mediche private e non convenzionate. Quindi escludere le pensioni dall´aggiustamento vuol dire rendere la manovra sicuramente iniqua.
Equità significa anche più attenzione ai patrimoni, alla distribuzione dello stock di ricchezza e non solo dei redditi maturati anno per anno. La patrimoniale straordinaria di cui molti parlano, come tutti i provvedimenti una tantum, non servirebbe affatto a rasserenare gli investitori sulla sostenibilità del nostro debito e rischia di scatenare una fuga di capitali dal nostro Paese. Ma è giusto tassare di più i patrimoni. Bisogna farlo in modo ordinario, ogni anno e non solo in condizioni di emergenza, rafforzando l´imposizione sugli immobili e inasprendo la tassa di successione al di sopra di una certa soglia, ad esempio valutando i valori delle case lasciate in eredità ai prezzi di mercato, anziché alle rendite catastali.
I valori patrimoniali possono essere rilevati incrociando le diverse fonti informative già oggi disponibili (i dati raccolti dall´Agenzia delle entrate, del demanio, del territorio, delle dogane, dal Dipartimento delle finanze, dalla Guardia di finanza, dalle Regioni, etc.) e imponendo almeno a chi ha patrimoni superiori a una certa soglia una rendicontazione annuale degli stessi.
Queste informazioni serviranno anche per contrastare l´evasione fiscale, come suggerito da Angelo Provasoli e Guido Tabellini, confrontando le variazioni intervenute nei patrimoni (ai valori di carico) coi redditi dichiarati all´erario. Le rilevazioni andrebbero compiute su scala famigliare anziché individuale, non solo perché molti patrimoni sono indivisibili nella famiglia, ma anche perché questo aiuterebbe nel rendere più equo il profilo dei tagli alla spesa pubblica.
Nel modulare i tagli è, infatti, importante utilizzare le informazioni sui redditi, i patrimoni e la struttura famigliare delle persone interessate prescindendo invece dalle condizioni categoriche (ad esempio esenzioni per chi appartiene a una certa categoria di lavoratori) che sono state storicamente imposte dalle rappresentanze di interessi. La manovra oggi prevede inasprimenti nelle regole di indicizzazione delle pensioni solo per prestazioni superiori ad un certo importo.
La modulazione di questi tagli non guarda mai ai redditi dei pensionati e neanche al valore complessivo delle prestazioni che ricevono. Il risultato è che persone che cumulano diversi trattamenti (un quarto dei pensionati riceve almeno due pensioni), ciascuna di importo relativamente basso, ma complessivamente in grado di offrire un reddito elevato rischiano di venire esonerate dai tagli, al contrario di chi riceve una sola pensione anche di un solo euro superiore alla soglia. Al di là di questo esempio, l´allocazione di tutti i trasferimenti sociali di tipo assistenziale dovrebbe uniformarsi a questo principio. Oggi solo il 40 per cento delle pensioni sociali e integrazioni al minimo e il 30 per cento delle pensioni di invalidità va a persone al di sotto della soglia di povertà. Bisogna perciò evitare assolutamente i tagli lineari, ma ristrutturare, assieme alla manovra, anche la nostra assistenza. Sarà fondamentale per arginare gli effetti dell´inflazione, generata nel fronteggiare la crisi del debito, sulle famiglie più povere, una delle possibili cause dei riots di Londra.
Infine equità significa anche procedere con liberalizzazioni a tappeto, senza escludere a priori alcuna categoria. Devastante per l´accettabilità sociale di questa manovra se la riforma degli ordini professionali, che speriamo di ritrovare nel decreto legge che verrà varato dopo il Consiglio dei ministri, escludesse gli avvocati, così ben rappresentati (e senza alcuna vergogna) ai posti di comando.

La Repubblica 12.08.11

"Libertà di licenziare. La minaccia del Governo", di Rinaldo Gianola

Crediamo, almeno per un momento, alle ipotesi di intervento delineate da Giulio Tremonti per risanare i conti pubblici e rilanciare il Paese. Concentriamoci sul lavoro. Lo scenario che abbiamo davanti è questo: libertà di licenziamento e cancellazione dello Statuto dei lavoratori, riduzione delle retribuzioni per i dipendenti pubblici, blocco delle pensioni di anzianità, aumento a 65 anni dell’età pensionabile per le donne del settore privato. Più o meno questi sono i capitoli principali di intervento sul lavoro e, naturalmente, Tremonti si è giustificato sostenendo che le misure più dure, a partire dai licenziamenti, sono state richieste nella famosa lettera della Banca centrale europea che pur autorevole, tuttavia, non può essere scambiata per l’intera Europa. Il menù sociale della manovra, se davvero sarà così formulato, si presenta come una nuova guerra al mondo del lavoro, un’offensiva in cui gioca un ruolo determinante l’aspetto ideologico: si persegue la strada della riduzione o dell’eliminazione dei diritti e delle tutele del lavoro giustificandola ideologicamente come una indispensabile modernizzazione del mercato del lavoro e, più in generale, della nostra economia. Il governo e Tremonti, che un paio d’anni fa fece pubblicamente l’elogio del posto fisso conquistandosi i titoli di apertura del Tg1 di Minzolini, usano la mistificazione quando fanno intendere che queste sono le ricette impiegate in Europa. È falso, naturalmente. La Commissione straordinaria sulla crisi istituita dal Parlamento europeo ha da poco presentato le sue conclusioni. Il testo finale, approvato a larghissima maggioranza dall’assemblea di Strasburgo, indica la necessità di affrontare la crisi tutelando e valorizzando il lavoro, con il superamento della frammentazione e della precarietà. Nessuno in Europa, nemmeno i governi e i gruppi parlamentari di centro destra, ha chiesto la libertà di licenziare o politiche finalizzate alla riduzione dei sistemi di tutela del lavoro. E nemmeno è stata sollecitata qualche forma di ulteriore flessibilità i cui limiti, soprattutto in tempi di crisi, sono stati addirittura denunciati in un articolo del Financial Times. Il documento finale della Commissione straordinaria sulla crisi sollecita una sforzo generale per la formazione del lavoro e invita a ritrovare lo spirito del piano Delors e gli obiettivi di Lisbona. Naturalmente l’attacco del governo italiano allo Statuto dei lavoratori, all’articolo 18, al sistema consolidato dei diritti dei lavoratori rischia di scatenare una nuova stagione di tensioni sociali e probabilmente Sacconi e compagnia contano di usare questo grimaldello per dare una sberla alla Cgil (un incubo per gli ex sodali di Craxi..), per dividere di nuovo i sindacati dopo le recenti intese unitarie. Già nel 2001, all’inizio della legislatura, Berlusconi lanciò l’attacco all’articolo 18, ispirato e appoggiato dalla Confindustria di Antonio D’Amato. Quell’operazione venne sconfitta, ma certi “modernizzatori” non si arrendono mai. Oggi, nel mezzo di una crisi economica e sociale spaventosa, dopo che sono stati cancellati centinaia di migliaia di posti di lavoro, dopo che 400mila giovani hanno perso il posto l’anno scorso, il governo vorrebbe favorire la «flessibilità in uscita», cioè dare alle imprese la libertà di licenziare, per favorire il risanamento e rilanciare l’economia.È una provocazione. Un provvedimento del genere, se davvero fosse approvato, farebbe aumentare in misura esponenziale i licenziamenti. C’è, tuttavia, una strategia, un pensiero dietro questo affronto. Il governo ritiene che, in un momento di crisi e di emergenza, si possa sfondare anche sul fronte del lavoro e dei diritti sfruttando le divisioni e la debolezza dei sindacati. In tutta Europa i corpi intermedi di rappresentanza sociale sono in difficoltà, fanno fatica ad agire e a rappresentare gli interessi di un mondo sempre più complesso e frammentato. Anche in Italia ci sono queste difficoltà. Ma nessuno, tanto meno questo governo, può davvero pensare che una nuova guerra contro il lavoro non produrrà reazioni e tensioni sociali. E allora chi ci metterà la faccia, chi spegnerà l’incendio sociale?

L’Unità 12.08.11

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“Chi è più ricco deve pagare di più. La CGIL non starà ferma”, intervista a Susanna Camusso di Oreste Pivetta

Sciopero generale? C’è chi grida allo scandalo, chi accusa subito il sindacato di irresponsabilità e chi, come il presidente del consiglio, chiama in causa il sindacato greco in un improbabile paragone con quello italiano.

«Ci vorrebbero senso della misura e sensibilità… anche nei confronti dei sindacalisti greci », commenta Susanna Camusso, segretario generale della Cgil.

Ma lo sciopero generale è una possibilità a scadenza prossima, un fraintendimento,una minaccia per il futuro? «In giro l’irresponsabilità è tanta, ma di irresponsabilità non si può accusare il nostro sindacato che all’incontro con il governo si è presentato con una proposta seria, che non ha respinto neppure la possibilità di una manovra nella manovra, che è pronto a discutere tutte le richieste della Unione europea, le famose richieste contenute nella lettera che nessuno ci ha letto. Siamo responsabili, siamo disponibili, purché si rispetti un principio di equità sociale, purché a pagare non siano sempre gli stessi. Irresponsabile è chi per tre anni ci ha raccontato che tutto filava a meraviglia, fino a questo punto, davanti a un disastro che non si può esorcizzare tirando in ballo la crisi mondiale: certo, la crisi mondiale c’è, ma noi ci abbiamo messo del nostro e siamo diventati un caso nel caso ».

Lo sciopero generale dunque è una eventualità che la Cgil non esclude? «Noi rivendichiamo misure nel segno dell’equità sociale. Non fosse così, si dovrà ricorrere alle forme classiche della protesta, tra le quali anche lo sciopero generale.

Su quali altri strumenti può contare il mondo del lavoro per farsi sentire? ». L’incontro tra governo e parti sociali è stato deludente… uso un eufemismo. Il giudizio è stato pressoché unanime… «Ci hanno spiegato di non poter anticipare nulla a borse aperte».

Facciamo finta che sia giustificata prudenza… «Certo. Ma se si chiede responsabilità, ci deve essere volontà di confronto, di discutere, di ascoltare le tesi degli altri. Non si costruisce coesione attorno a ultimatum. E neppure attorno a vaghe anticipazioni. Una nuova finanziaria da venti miliardi? Le pensioni? Lavori pubblici »?

Ecco, le pensioni. Età pensionabile a 65 anni. In linea con l’Europa. Sarebbe uno scandalo? «Una considerazione generale: quando si chiama un paese a decisioni importanti,non si può prescindere da un vincolo di equità. Premere sui soliti, impoverire quanti vivono di pensioni, colpire i redditi fissi, esporre a più forti difficoltà quanti hanno bisogno dell’aiuto e dei servizi dello stato: non sono misure che aiutano a rimettere in moto il paese. Non mi pare che alzare l’età pensionabile a 65 anni sia da questo punto di vista un toccasana. Nessuno nega che si possa fare, che si possano introdurre elementi di elasticità, di volontarietà, di flessibilità, ma non credo che partire da una nuova soglia dell’età pensionabile significhi incamminarsi sulla strada che ci allontana dalla crisi. Vorrei aggiungere soffriamo già di una elevatissima disoccupazione giovanile. Vogliamo incrementarla? Pensiamo che questa sia la ricetta per rimettere a posto i conti dell’economia Italia? Ho dei dubbi. L’idea di far cassa sulle pensioni mi sembra francamente peregrina, pensioni che sono per conto loro tra le più basse. Facciamo tutti i tagli necessari, ma necessari allo sviluppo, tagli che non siano ragione di ulteriore depressione».

Società italiana depressa. Ma, secondo voi del sindacato, a che punto siamo del precipizio? «Bisogna sempre considerare che in Italia resiste un sistema manifatturiero, solido, che esporta, che ha consentito la modesta crescita di questi anni. Altro punto di forza: il risparmio privato, alto, sicuramente, una diga che ha messo al riparo famiglie e soprattutto figli. Sono condizioni che avrebbero potuto permetterci di reagire prima e meglio degli altri. Invece siamo qui, affaticati, spaventati, in attesa ancora, traditi da tre anni di promesse e di annunci fantasiosi, tante parole a vuoto sulla crisi che non c’è e nessuna politica di sviluppo».

Tremonti ha comunque ieri indicato alcuni obiettivi…Ad esempio trasferire la domenica le festività civili… «Non quelle religiose, però. Dunque25 aprile,2 giugno, Primo maggio si dovrebbero festeggiare di domenica. Mi sembrano misure risolutive, che appagheranno i mercati… Misure che dimostrano confusione e scarsissima aderenza alla realtà storica e politica».

Tremonti ha aggiunto qualcosa a proposito di licenziamenti. «Testualmente: diritto di licenziare. Un salto di qualità, dopo che i governi di destra hanno moltiplicato nel lavoro le figure precarie, rendendo difficile l’aumento o almeno la difesa della qualità del nostro sistema produttivo, che avrebbe bisogno di tanta professionalità».

E sulle tasse? «Niente che faccia pensare a una seria azione contro l’evasione fiscale. Annunci e basta. Mentre una politica antievasione servirebbe non solo a far l’emergere il sommerso, a colpire la criminalità, ma diventerebbe condizione favorevole di dinamismo, diuna competizione reale, frenata invece da clientele, favori, taglieggiamenti».

Argomento forte: la patrimoniale. «Berlusconi dice no, Bossi rincara: guai alla patrimoniale. Far pagare chi ha più soldi servirebbe al paese, anche perché sarebbe il segno di maggior equità e l’equità non è solo un vincolo morale, di giustizia, è una risorsa, sarebbe uno di quei marchingegni che aiutano la ripresa, ampliando il mercato, costruendo e diffondendo fiducia. Quando si dice no alla patrimoniale, si difendono gli interessi di una parte soltanto ».

Altro argomento forte: i costi della politica. Che ne pensa il sindacato? «Siamo contro insopportabili privilegi, ma il tema dell’equità va ben oltre l’abbattimento di questi privilegi e non può diventare un alibi. Se cancelli un vitalizio dei parlamentari, non per questo puoi caricare di balzelli i lavoratori».

L’Unità 12.08.11

"Ma l'Italia è un'altra storia", di Giovanna Zincone

La coesione sociale è un guscio fragile, costantemente attraversato da rischiose incrinature sociali. A volte basta un colpo per romperlo. Ci sono anche in Italia le condizioni perché si verifichi un’esplosione all’inglese? Per rispondere si può cominciare osservando – come è stato fatto da vari commentatori – che i rischi di deflagrazione aumentano quando le incrinature si sovrappongono: ad esempio quando la marginalità sociale e culturale riguarda ceti in difficoltà e minoranze etniche che si concentrano in pezzi di territorio. Ma, mentre a prima vista la rivolta inglese pareva avere una connotazione etnica, si è poi capito che il colpo iniziale dell’uccisione del ragazzo afro-caraibico ha solo dato l’avvio a un’orgia di rabbia e di giocosi saccheggi, una scorribanda senza confini razziali e alla quale hanno partecipato persino persone mature e gente non priva di mezzi.

Concentriamoci, però, sull’avvio, e cioè sul rischio che in Italia possa verificarsi un’esplosione che abbia radici etniche. Se questo è il quesito, più che chiedersi «capiterà anche a noi?», si dovrebbe osservare che un po’ è già capitato. Qualche assaggio della sindrome «esplosione da concentrazione etnica» in Italia lo abbiamo già avuto. Basti ricordare le rivolte dei negozianti cinesi concentrati a Milano nella zona via Paolo Sarpi o quella dei braccianti neri a Rosarno. C’erano le incrinature, i cattivi rapporti dei cinesi con i vecchi abitanti del quartiere, lo sfruttamento estremo dei lavoratori africani. In entrambi i casi però la rottura è avvenuta in seguito ad un colpo esterno. All’origine della rivolta di Chinatown c’è una vigile forse troppo zelante e – secondo la comunità cinese – persino aggressiva. In Calabria, a far scattare la molla è stato il tragico tiro al piccione contro gli immigrati organizzato da malavitosi locali. Le sommosse inglesi di questi giorni e quelle nelle banlieue francesi del 2005 sono state entrambe quantomeno innescate dall’uccisione ingiustificata di un giovane appartenete alle minoranze. Per abbassare i rischi di esplosioni bisognerebbe quindi non solo tenere sotto controllo le incrinature sociali (cosa tutt’altro che semplice), ma anche prevenire i contraccolpi di azioni sbagliate. Una polizia rispettosa e ben addestrata è una condizione necessaria ad evitare abusi e conseguenti reazioni. Nelle devastazioni degli stadi così come nelle evoluzioni violente di manifestazioni politiche si assiste ad una guerra tra ribelli e forze dell’ordine. Non si giustificano i ribelli, se si osserva che a volte la scarsa esperienza delle forze dell’ordine, come nel caso delle sommosse inglesi di questi giorni, non aiuta. In Italia il reclutamento nella polizia prevede test e colloqui che dovrebbero verificare capacità di mantenere equilibrio anche in condizioni di forte stress. Non è chiaro però quanto funzionino. È evidente, comunque, che non si può puntare solo su una repressione per quanto ben temperata e temprata.

La ricetta classica per la gestione dei conflitti richiede anche interventi sociali che ammorbidiscano i motivi di rivolta dei potenziali ribelli. Come ci hanno insegnato le ricerche di sociologia storica, quelle di Alber e Flora in primis, il primo serio Welfare nasce proprio per contenere i conflitti. Si tratta delle misure adottate nella Germania di Bismarck per tagliare l’erba sotto i piedi ai movimenti socialisti. Nei confronti dei quali il Cancelliere, prima di varare lo stato sociale, aveva adottato politiche repressive, ma non solo. Si deve anche all’intesa con Lasalle, il leader socialista morto prematuramente, l’introduzione del suffragio universale maschile assai prima che in altri Paesi europei. Tempi difficili richiedono strategie complesse.

Anche oggi in Italia, per affrontare i rischi di conflitti dirompenti, servirebbero accordi che affrontino la crisi senza limitarsi a tappare i buchi. Occorre danaro pubblico da investire non solo per far ripartire l’economia, ma anche contrastare emergenze sociali e di disuguaglianze generazionali destinate a peggiorare. E non si capisce come sia possibile recuperare oggi le risorse necessarie senza riformare la struttura delle pensioni e senza tassare i patrimoni. Ma serve anche altro: servono misure innovative che contribuiscano a dare la speranza di ottenere considerazione sociale e soddisfazione individuale senza il possesso di uno smartphone di razza e di sneakers di alta gamma. Nel 2005, Sarkozy come ministro dell’Interno non è andato per il sottile con la repressione delle rivolte nelle banlieues, né nei toni, né nei fatti. Però ai ragazzi residenti nei quartieri svantaggiati ha offerto una grande opportunità: l’accesso facilitato alle Università di pregio. È un esempio di misure che non bastano certo a riformare una cultura trasversale del consumo come involucro e terapia dell’io, ma cercano almeno di andare nella giusta direzione.

L’offerta di prospettive basate sull’impegno individuale, provvedimenti in grado di promuovere la mobilità sociale sono vie che l’Italia non ha mai imboccato. Per moderare le fratture esistenti dovrebbe iniziare a farlo, ad esempio con forti investimenti nell’istruzione, in particolare nella prima infanzia, quando si fondano le basi dell’apprendimento e si gettano i semi della morale collettiva. Se temiamo disordini dobbiamo tenere sotto osservazione l’impatto di quel tremendo «colpo esterno» che ci sta assestando la crisi economica. Ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che, sotto il profilo della coesione sociale, il colpo è aggravato dai fari accesi su incrinature pregresse. Cresce la consapevolezza sociale dell’esistenza di sprechi assurdi, di insopportabili privilegi, di disuguaglianze di reddito che ben poco hanno a che fare con il merito. Un forte colpo che si abbatte su gravi fratture sociali rappresenta l’habitat ideale per l’azione di gruppi violenti più o meno politicizzati, più o meno legati alla criminalità. Insomma ancora più che Londra dobbiamo temere Atene: più che sommosse di origine etnica che si trasformano in distruttivi uragani consumistici, dobbiamo temere manifestazioni di origine politica aperte ad infiltrazioni che degenerano in violenza, vandalismo, saccheggio. Possiamo sforzarci di prevenirle.

La Stampa 12.08.11