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Bersani: «Domani dimezziamo i parlamentari», da www.unita.it

«Riduzione della spesa: privilegiamo un taglio delle spese non tanto sul sociale ma su tutta l’area pubblica amministrazione. Partiamo domani mattina e facciamo il dimezzamento del numero dei parlamentari. Di lì in giù, occupandoci di piccoli comuni, accorpamento delle province e via dicendo. Liberalizzazioni: usciamo dalle nebbie. Ordini professionali, farmaci, rc auto, separazione Snam rete gas, siamo contro la privatizzazione forzata non contro la liberalizzazione». Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, è il primo a replicare dopo il discorso di Tremonti alle commissioni di Camera e Senato sulle misure urgenti del governo per affrontare la crisi.

Bersani lo fa entrando subito nel merito delle questioni economiche, ma prima fa una amara riflessione: «Riteniamo che in Italia la questione politica sia il cuore del problema e non possa essere separata dalla crisi. A qualche commentatore vorrei chiedere come mai in Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, a modo loro, hanno cambiato il Governo? C’è un tema di fiducia a livello internazionale che riguarda la possibilità di chiamare il maggior numero di forze a contribuire».

SECONDA MAASTRICHT PER NON FARCI UCCIDERE DAL MERCATO
«Se non facciamo una seconda Maastricht, a uno a uno il mercato ci ammazza tutti». È quanto afferma il segretario nazionale del Pd. «Abbiamo bisogno di un fondo di salvataggio, di ridurre i divari di competitività tra i paesi europei – prosegue il deputato – e che la Bce sostituisca la politica per dare delle indicazione».

CHI HA AVUTO REGALI ORA PAGHI UN OBOLO
«Chi ha di più deve dare di più. Voglio vedere se le proposte che farà il governo avranno il necessario equilibrio sociale. Se ci sarà squilibrio noi abbiamo proposte perché chi ha di più dia di più e chi ha avuto qualche regalo immeritato in questi anni dia il suo obolo alla ripresa del paese».

NON HA SENSO MODIFICA DELL’ART. 41 DELLA COSTITUZIONE
«Non c’è nessuna ragione» di modificare l’articolo 41 della costituzione. «Non ha senso. Ministro Tremonti di liberalizzazioni io me ne sono occupato e non ho mai visto nessuno appellarsi all’art. 41, semmai il contrario». Poi «se si vuole rafforzare la disciplina della finanza pubblica noi siamo a nozze».

ITALIA IN DECLINO, COSTRETTA A SUBIRE DALLA BCE LE MISURE DI GOVERNO…
«Siamo arrivati al punto di prenderci dalla Bce vincoli, e questo mi sta bene, e ricette, e questo non mi sta bene», afferma il segretario del pd, Pier Luigi Bersani, intervenendo a Montecitorio subito dopo l’informativa di Tremonti.

Per vedere ed ascoltare l’intervento di Bersani alle Commissioni parlamentari, in occasione dell’audizione del ministro Tremonti, clicca sotto:
Bersani: “Crisi, servono decisioni immediate. Al Governo non deve tremare il polso”

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LE ALTRE REAZIONI

CASINI COMMENTA PAROLE TREMONTI: È SCEMO, È DA RICOVERARE…
«Ma questo è scemo, da ricoverare…». Così il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, apostrofa Giulio Tremonti, lasciando la sala del Mappamondo. Il leader centrista non ha voluto rilasciare dichiarazioni ai giornalisti, ma allontanandosi, ad alta voce, ha commentato così con un suo collaboratore la replica appena conclusa nella sala dal ministro dell’Economia.

DI PIETRO: DA TREMONTI ARIA FRITTA ROTTURE DI C… DICE BOSSI? ALLORA DIMETTETEVI
«Se dicessi che lei ha parlato di ‘aria fritta’, mi direbbero che Di Pietro usa il suo solito linguaggio. Ebbene, un minuto fa un ministro del suo governo, Bossi, ha detto che il suo discorso è stato ‘fumoso’. Tra ‘aria fritta’ e ‘fumoso’ mi pare ci sia poca differenza», afferma il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro. «Lei non può tornare da noi e dirci ‘faremo’, ‘proporremo’. Noi vogliamo un documento», continua Di Pietro. «Sempre Bossi – aggiunge – ha detto di essersi incontrato con Berlusconi e di aver parlato con lui di rotture di c…». Allora, attacca, «andatevene a casa», perché «la mancanza di credibilità è un handicap di fronte al mondo intero». quindi, conclude Di Pietro, «cambiare il governo è un precondizione per stare meglio».

BOCCHINO, TREMONTI HA SOLO SPOSTATO FERRAGOSTO AL 21…
«L’intervento del ministro Tremonti, come ha detto Bossi, è stato fumoso: ci ha solo proposto di spostare Ferragosto al 21 agosto». Così il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, commenta l’informativa del ministro dell’Economia in Parlamento. «Non riesco a capire come potremo salvare l’economia italiana con una proposta di questo genere», ha aggiunto Bocchino ribadendo che, in ogni caso, «il Terzo polo è dialogante». Sui contenuti, ha sottolineato l’esponente finiano, «il Terzo polo ha dato una serie di suggerimenti costruttivi che sarebbero molto utili». Soprattutto «dobbiamo tagliare duramente la spesa pubblica introduttiva e finanziare la crescita».

ALFANO: NESSUN DIKTAT DALLA BCE
Il Governo non subisce ‘diktat’ dalla Bce: lo ha detto il segretario del Pdl Angelino Alfano, replicando alle considerazioni del segretario del Pd Pier Luigi Bersani. «Il mix delle proposte» adombrate nella relazione del ministro Tremonti, ha sostenuto, «rappresenta un punto di necessità rispetto a ciò che urge di fare e non sono un diktat della Bce. Non condivido che ci sia un diktat, c’è un rapporto come i Governi italiani li hanno avuti con la Banca d’Italia nei decenni passati», «Il ministro esclude che il Governo accetterà alcuni consigli come il taglio degli stipendi nel settore pubblico», ha sottolineato l’esponente azzurro, secondo il quale «l’economia italiana non deve essere indotta in un clima di recessione».

"Crisi, cosa ha detto (in realtà) Tremonti", da www.unita.it

CRISI, DOMANI CDM PER IL DECRETO
Potrebbe essere convocato già domani nel pomeriggio il Consiglio dei ministri per il varo del decreto legge contenente le misure anticrisi. Lo si apprende da fonti di Governo. La riunione del cdm dovrebbe seguire a un incontro con le parti sociali.

Il ministro dell’Economia riferisce alle commissioni di Camera e Senato sulle misure urgenti del governo per affrontare la crisi e per metà del tempo parla di riforme costituzionali (degli articoli 41 e 81) che hanno tempi lunghi mesi e anni. Solo in chiusura del suo intervento cita in modo sommario varie possibilità prese in considerazione dal governo. Su singoli temi riferisce dei “suggerimenti” contenuti nella lettera arrivata dalla Banca centrale europea e lo fa per dimostrare quanto possano essere ‘dure’ le misure chieste dall’Europa (libertà di licenziamento, riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, ecc.), anche se si affretta ad aggiungere che sono provvedimenti sui quali il governo non ha intenzione di assecondare la Ue.

Il giudizio complessivo sull’intervento di Tremonti lo dà uno dei suoi grandi alleati: Umberto Bossi. «Tremonti mi è sembrato fumoso. Il problema è che o tagli le pensioni o tagli i patrimoni. Dunque o i poveri o i ricchi». Così il segretario della Lega Nord, ha commentato il discorso del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, durante al riunione odierna delle commissioni di Montecitorio sulla crisi». La ‘giustificazione’ del Ministro è stata tecnica: «Il governo ha annunciato che varerà un decreto legge ma è difficile prima di andare dal Capo dello Stato e a mercati aperti essere più precisi. Credo – ha aggiunto Tremonti – sia assolutamente fuori dalle regole in una sede in cui si deve parlare dell’articolo 81 parlare di altro…».

Ecco i singoli punti affrontati da Tremonti

POSSIBILI CONTRIBUTI DI SOLIDARIETÀ: EUROTASSA?
Sul lato delle entrate sono possibili «contributi di solidarietà». Lo ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel corso dell’audizione in Parlamento, parlando delle ipotesi allo studio per la manovra.

TRA LE IPOTESI ANCHE DIRITTO DI LICENZIARE
Sul mercato del lavoro ci sono le ipotesi di mettere in campo «una spinta verso la contrattazione a livello aziendale, il superamento di un sistema aziendale rigido e il licenziamento e la dismissione del personale compensato con meccanismi di assicurazione più felici», una «sorta di diritto di licenziare», ma «compensato con migliori posti di lavoro». È quanto ha affermato il ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel corso dell’audizione alla Camera.

SU RENDITE TASSE A 20% ANCHE OK SUBITO, NON PER I BOT
«Sulle rendite finanziarie la scelta è stata definita con un allineamento delle aliquote. La scelta è stata fatta in sede di riforma ma non abbiamo nulla in contrario ad un intervento diretto». Lo ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel corso dell’audizione in Parlamento spiegando che «fermi i titoli di Stato, e prevedendo una riduzione della tassazione della raccolta postale che è al 27%, tutti i titoli finanziari verrebbero tassati dal 12,5% al 20%».

C’È IPOTESI TAGLIO STIPENDI PUBBLICI MA NON È CERTA…
C’è l’ipotesi di tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici ma non è certo che il governo intenderà procedere su questa strada. A dirlo il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel corso dell’audizione alla Camera. «C’è l’ipotesi di tagliare gli stipendi dei dipendenti pubblici – ha detto – ma tutto questo non è detto che debba essere oggetto di misure dal governo». «Le direttive europee indicano la libertà di licenziare e la riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici. Ne discuteremo…».

SU STATALI E LICENZIAMENTI CI SONO STATE INDICAZIONI BCE
Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha spiegato, nel corso dell’audizione in Parlamento, che la riforma del mercato del lavoro, con anche un più facile diritto a licenziare, così come anche l’ipotesi di taglio degli stipendi dei dipendenti pubblici, sono i suggerimenti della Banca Centrale Europea. La lettera è “strettamente confidenziale e la diffonde chi la manda”, ha aggiunto Tremonti tornando sulle polemiche legate al testo della Bce.

INTERVENTO INCISIVO SUI COSTI DELLA POLITICA
«Bisogna intervenire con maggior incisività sui costi della politica. Dobbiamo tornare sulla materia non solo sui costi dei politici, non solo su quanto prendono ma anche su quanti sono. C’è un effetto di blocco, di manomorta…». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giulio
Tremonti, in audizione in Parlamento.

MENO CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO
Dobbiamo rendere più possibile flessibile il mercato del lavoro, ma senza abusare dei contratti a tempo determinato. La precarietà è negativa per l’economia.

LA CONVINZIONE DEL MINISTRO LIBERALIZZARE SUBITO TUTTI I SERVIZI PUBBLICI
Ipotesi del governo: cambiare anche l’articolo 41 della Costituzione. Tutte le norme sulle liberalizzazioni devono passare dalla modifica costituzionale. Ora siamo in un nuovo medioevo di norme.

CAMBIARE ARTICOLO 81 DELLA COSTITUZIONE
L’articolo 81 della Costituzione ha fallito, cambiamolo. Sulla crisi io non ho mai dispensato ottimismo… ha detto il Ministro. L’articolo 81 recita: «Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo. L’esercizio provvisorio del bilancio non può essere concesso se non per legge e per periodi non superiori complessivamente a quattro mesi. Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte». La modifica dell’articolo 81 della Costituzione per l’introduzione del vincolo obbligatorio del pareggio di bilancio è «necessaria». Lo ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel corso dell’informativa davanti alle commissioni Bilancio e Affari costituzionali di Camera e Senato. «È evidente che dobbiamo cambiarlo – ha affermato – esiste un vincolo in tutta Europa». «L’articolo 81 – ha spiegato – non costituisce un caso di successo, siamo arrivati a fare il terzo-quarto debito pubblico del mondo, un record che viene avvicinato da altri paesi. Tuttavia la nostra è posizione oggettivamente straordinaria in rapporto al Pil». «È una scelta ragionevole e giusta» quella di costituzionalizzare il vincolo del pareggio di bilancio. È quanto ha ribadito il ministro dell’economia Giulio Tremonti parlando davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato. La scelta di inserire il pareggio di bilancio in Costituzione è «una scelta che segna la fine di un’epoca nella quale l’Occidente poteva piazzare titoli ai valori che voleva». Oggi viviamo in un’ epoca «che costringe a scelte di maggior rigore: non puoi spendere più di quello che prendi soprattutto se con riluttanza prendono i tuoi titoli». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, in audizione in Parlamento.

STUDIAMO FORME PIU’ FORTI LOTTA EVASIONE
Il governo studia “forme più forti di contrasto all’evasione fiscale, soprattutto nei casi di omessa fattura o scontrino”. Lo ha detto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti nel corso dell’audizione in Parlamento.

TRA IPOTESI PENSIONI ANZIANITA’ E DONNE
Tra le ipotesi allo studio figurano interventi sulle pensioni di anzianità e su quelle delle donne nel settore privato.

da www.unita.it

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ECCO COSA SUCCEDERA’ ALLE TASCHE DEGLI ITALIANI

Il faccia a faccia governo-parti sociali non scioglie i nodi sulle misure urgenti da adottare per anticipare il rientro di bilancio. Tra tagli alle pensioni, nuove ‘eurotasse’, tasse sui ‘patrimoni’, sulle rendite finanziare e sulle seconde case, sono molte le possibilità ancora in ballo. Ecco le più probabili.

CASA
Tra le ipotesi allo studio del Tesoro ci sarebbe anche una “patrimoniale sul latifondo immobiliare”: dunque seconde case e patrimoni di immobili in mano alla speculazione finanziaria. Uno studio dell’Agenzia delle Entrate segnala che su 58 milioni di immobili ci sono circa 10 milioni di case vuote o affittate in nero. Ogni intervento deve però fare attenzione anche ai proprietari di prima casa con mutuo a carico. Altra ipotesi allo studio è quella dell’aumento della ‘cedolare secca’ sugli affitti dal 20% al 23%.

PATRIMONIALE
Anche se più volte smentita (solo poche ore fa Berlusconi ha annunciato: «Finché governo io non si fa nessuna patrimoniale») sullo sfondo resta sempre l’ipotesi di colpire le grandi ricchezze con una tassa una tantum sulle grandi ricchezze liquide, la cosiddetta “patrimoniale”. Ma per un premier che smentisce c’è un alleato di governo che torna alla carica: «Forse bisognerebbe cominciare a pensare a una patrimoniale o a una tassa sulle grandi rendite finanziarie, perché oggi siamo nelle condizioni per farlo», ha detto qualche giorno fa il leghista Tosi. Favorevoli ad una tassazione straordinaria dei grandi patrimoni sono i sindacati. Resta la difficoltà di colpire i grandi evasori, i cui patrimoni, non sono censiti dal fisco.

FISCO
Oltre al taglio di molte agevolazioni fiscali, ci sarebbe la decisione di aumentare l’Iva con un aumento delle due aliquote di un punto percentuale, portando quella ordinaria al 20% e quella ridotta al 10%, mentre resterebbe invariate l’aliquota attualmente al 4%. Questi interventi dovrebbero però essere collegati con un ridisegno delle aliquote Irpef. Potrebbe essere anticipata anche la Imu, Imposta Municipale Unica e (forse) un ritorno dell’Ici sulla prima casa.

PENSIONI
La stretta del governo allontana il ritiro. Dimenticati i giovani, di Laura Pennacchi
È di pochi mesi fa una valutazione della Commissione Europea (organo principe di quell’Europa sempre invocata a paravento di scelte dovute spesso solo all’insipienza dei governi nazionali) che, nel comparare le previsioni per il futuro, riconosce all’Italia il primato nella capacità di aggiustamento e di contenimento della spesa pensionistica. Sono state le riforme promosse dal centrosinistra (nel 1995, nel 1997, nel 2006) a salvare dal collasso il sistema previdenziale italiano, assicurandogli al tempo stesso equità e sostenibilità finanziaria: la spesa, che in assenza di interventi avrebbe raggiunto il 23% del Pil, a regime si stabilizzerà intorno al 14%.
Di fronte alla mole dello sforzo compiuto (che in concreto ha significato un’enorme capacità di accettare da parte dei lavoratori e delle lavoratrici italiane una straordinaria riduzione delle promesse pensionistiche lasciate irresponsabilmente maturare nel passato), appare ancora più odioso che ora il governo Berlusconi, sotto l’urgenza di fare cassa, voglia reintervenire sulle pensioni, modificando fino al limite della soppressione il pensionamento di anzianità e accelerando per le donne del settore privato l’anticipazione a 65 anni dell’età per la pensione di vecchiaia.
Il pensionamento d’anzianità, dopo l’irrazionalità e l’ingiustizia dello «scalone» introdotto da Maroni e le modifiche razionalizzatrici e equitative apportate da Damiano, si stava appena riequilibrando sull’indubbio forte ridimensionamento già apportato e non ha davvero bisogno di nuovi scombussolamenti.
Ma ancor più grida vendetta contro lo Spirito Santo che si pensi per le donne un’accelerazione dell’anticipazione della soglia dei 65 anni non per utilizzare i relativi risparmi per finanziare servizi sociali fondamentali e «amici» del lavoro delle donne (piano per gli asili, congedi parentali, non autosufficienza, tutte politiche avviate dal centrosinistra e definanziate e sospese dal duo Berlusconi-Tremonti), ma per colmare buchi di bilancio opera della finanza creativa, dell’inerzia, della poca credibilità sui mercati, dell’incapacità della destra nazionale.
In verità, il sistema pensionistico italiano di un correttivo avrebbe bisogno, ma in una direzione completamente diversa da quella a cui si appresta il governo Berlusconi, cioè di dare più peso alle esigenze dei giovani. Tra le positive riforme degli anni passati, infatti, fondamentale è stato il passaggio dal sistema retributivo di calcolo della pensione al sistema contributivo, il quale però non consente l’accumulazione di un adeguato montante contributivo in presenza delle condizioni di ritardato accesso al mercato del lavoro, precarietà, discontinuità, che oggi caratterizzano i giovani.

MERCATO DEL LAVORO
Sacconi e l’ossessione dell’articolo 18, di Umberto Romagnoli
Dal giorno in cui ha comunicato alle parti sociali – era l’11 novembre 2010 – l’intenzione di elaborare uno statuto dei lavori, l’attuale ministro del lavoro non ha mai smesso di interrogare gli astri per sapere quando avrebbe potuto cominciare l’operazione di sostituzione e riordino normativo. Si direbbe che l’ora X scoccherà tra breve. Forse, oggi stesso Sacconi dirà che l’obiettivo di “ridurre almeno del 50%” la normativa vigente in materia di lavoro lo chiede l’Europa. Anche se, poiché l’Europa ha fretta, non ci sarà la possibilità di riesaminare con calma “gli oltre 15.000 precetti” che il suo staff ha conteggiato e selezionare quelli da riscrivere. Quindi, il ministro dirà che c’è soltanto il tempo necessario e sufficiente per decidere l’abrogazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori; che è poi la sola cosa che gli interessa realmente. E non per furia ideologica, ma per ragioni condivise dall’Europa. Per rilanciare cioè un’economia ferma ed insieme per abbattere il dualismo che spacca in due il mercato del lavoro: da una parte, i super-protetti e, dall’altra, i sotto-protetti flessibili e marginali. In realtà mentre non è affatto certo che si tratti di un incentivo occupazionale, è sicuramente una malvagità mettersi a tosare le capigliature più folte che ci sono in giro col pretesto che, in questa maniera, ai calvi cresceranno i capelli. Fuor di metafora: l’eliminazione della disparità di trattamento penalizzerà tutti gli insider di domani, quale che sia il loro numero effettivo. Sarebbe perciò più ragionevole non servirsi di quello specioso argomento. Tanto più che, se lo avesse voluto, il governo avrebbe potuto adoprarsi in tutti questi anni per ridurre le disparità del mercato del lavoro. Riconoscendo ai precari il diritto ad una retribuzione due o tre volte superiore a quella dei lavoratori di pari qualifica occupati a tempo indeterminato. Correggendo le distorsioni di una legislazione, la sua, che ammette l’assunzione di finti lavoratori autonomi (per cui anche un muratore deve farsi la partita-IVA del piccolo imprenditore) e di lavoratori incaricati di eseguire inesistenti “progetti”. Sì, c’è tanto da fare proprio col riformismo di cui il ministro si considera un maestro. Tranne che tornare al regime della licenza di licenziare nuovamente sottratta al controllo giudiziario, sia pure pagando una penale – come si chiamava una volta – più salata. Dopotutto, nel frattempo anche il pedaggio auto-stradale è aumentato. A questo punto, ci si chiede cosa scaturirà dall’incontro di oggi. Escluderei che si arrivi nell’immediato alla riscrittura della disciplina del licenziamento. Tuttavia, è realistico supporre che proprio questo è il tema centrale della complessa trattativa. Tutto dipenderà dalla scelta del governo. Ai comuni mortali resta la speranza che un governo bisognoso di coesione sociale non potrà permettersi la ricerca della rottura dell’unità sindacale appena ritrovata.

ASSISTENZA
Con i tagli lineari colpiti solo i più deboli, di Ruggero Paladini
Nei prossimi due anni una ventina di miliardi dovrebbero uscire fuori dalla spesa di assistenza e dalle agevolazioni fiscali; su circa 240 miliardi un terzo è costituito dalla spesa assistenziale. Già questo dato induce a pensare che nell’anno prossimo sia più probabile che le misure si concentrino su quell’insieme di deduzioni, detrazioni, aliquote ridotte che costituiscono quelle che sono definite come tax expenditures, cioè riduzioni d’imposta. Ben difficilmente, infatti, un ridisegno dell’assistenza può essere partorita dal Mef nel giro di poche settimane.
Il grosso delle agevolazioni fiscali riguarda l’Irpef; e la voce più rilevante sono le detrazioni per lavoro e per carichi familiari. La caratteristica di queste detrazioni è che sono decrescenti rispetto al reddito, e pertanto riducono l’imposta in modo più accentuato per i redditieri con redditi più bassi. Esse costituiscono dunque una componente importante del perseguimento dell’equità verticale (a maggior reddito maggiore incidenza fiscale) e dell’equità orizzontale (a parità di reddito la famiglia più numerosa, o con handicap, deve avere minor incidenza fiscale). È chiaro quindi che intervenire sulle detrazioni significa colpire in modo più accentuato operai, impiegati e pensionati.
Altre deduzioni e detrazioni in sede Irpef non sono collegate al reddito ma alla proprietà della casa d’abitazione, a versamenti a fondi pensione, a spese mediche, a interessi su mutui ipotecari, a premi di assicurazione, e via declinando. Le voci sono tante, ma quelle citate costituiscono oltre il 90% delle agevolazioni. Nel loro insieme queste agevolazioni tendono a crescere, in cifra assoluta, col reddito, ma in termini percentuali invece tendono a diminuire. Anche per queste riduzioni d’imposta, dunque, i tagli incidono di più, nell’insieme, sui redditi medio-bassi.
Non è questo, tuttavia, l’aspetto più negativo. Il punto è che i tagli colpiscono i contribuenti come una specie di roulette russa: la rendita catastale di una casa vecchia è più bassa di quella di una casa nuova, anche se il valore della prima è maggiore; chi è alla fine di un mutuo per la casa paga pochi interessi, mentre chi è all’inizio ne paga tanti; chi ha sostenuto una spesa medica rilevante quest’anno si salva, mentre chi la dovrà affrontare l’anno prossimo sarà colpito. Sull’assistenza, come si è detto, è da escludere un intervento organico, ma sono possibili misure parziali, in particolare sulle pensioni d’invalidità, indicate spesso da Tremonti come settore di sprechi e truffe. Che ce ne siano è indubbio, ma il modo migliore per affrontare il problema è un’intensificazione dei controlli, mentre tagli lineari non risolvono il problema e colpiscono persone che hanno tutti i diritti ad usufruire delle prestazioni. La spesa per assistenza in Italia è nettamente più bassa che negli altri grandi paesi europei; a parte l’indennità di accompagnamento i vari benefici sono sottoposti a diverse forme di prova dei mezzi (dagli assegni al nucleo familiare a quelli di maternità e per il terzo figlio alle pensioni sociali). Una razionalizzazione in materia sarebbe opportuna, ma occorrerebbe anche cambiare le regole che riguardano l’Isee (l’indicatore della prova dei mezzi). Ma su questo tema, connesso a quello dell’evasione, è difficile che questo governo, al di là delle parole, si decida ad intervenire.

LIBERALIZZAZIONI
Lobby e oligopoli risparmiati dal governo, di Antonio Lirosi
Cadute nel dimenticatoio le liberalizzazioni sono prepotentemente tornate di attualità: anche la Bce si è unita al drappello di coloro che le invocano per favorire la crescita. Nei tanti anni in cui ha governato il centro-destra le liberalizzazioni non sono mai state in programma, né potevano esserlo perché ciò avrebbe intaccato gli interessi di oligopolisti, lobbies e corporazioni facenti parte del suo blocco elettorale. E se in queste ultime settimane non sono più tabù, lo si deve soltanto al fatto che l’agenda viene condizionata da parti sociali e organismi internazionali. Il governo Berlusconi, oltre a sbagliare il segno delle numerose manovre varate, ha fatto di peggio nel campo delle liberalizzazioni: non solo non è stato in grado di presentare il disegno di legge annuale sulla concorrenza, ma la sua maggioranza ha depotenziato alcune delle misure delle lenzuolate di Bersani, quali quelle su polizze pluriennali, autoscuole, tariffe minime, parafarmacie, guide turistiche. Soltanto con l’ultima manovra dal governo è giunto, in modo confuso, qualche segnale in direzione opposta, anche se le norme approvate sui carburanti e sull’apertura dei negozi sono servite più a fini propagandistici che non a produrre effetti concreti. E poi come valutare il lancio del sasso nello stagno degli ordini professionali? Con il pronto ritiro della mano nel corso del varo del decreto-legge, tanto era radicale e goffo il tentativo di cancellare gli esami di stato e sopprimere gli Ordini senza una proposta organica di riforma. Liberalizzare è una cosa seria che richiederebbe una visione chiara degli obiettivi e una strategia riformista che non può essere improvvisata, se si vuole davvero scongelare la società da vecchi schemi corporativi; promuovere il merito e la concorrenza; suscitare speranza nei giovani; ridare potere di acquisto ai consumatori. E se oggi il nostro Paese non parte da zero, lo si deve alle riforme avviate dai governi di centro-sinistra che sono intervenuti organicamente per liberalizzare i settori dell’elettricità, del gas, della telefonia, dei trasporti e, senza alcun vincolo comunitario, il commercio, con la riforma Bersani del 1998 che ha abolito licenze e tabelle merceologiche. Tutto questo è stato possibile senza dover scomodare il nostro dettato costituzionale, di cui l’attuale articolo 41 può essere considerato un nonno lungimirante degli interventi di regolazione in chiave pro-concorrenziale. Dunque l’Italia ha oggi bisogno di un nuovo ciclo di liberalizzazioni, per aprire alla concorrenza mercati chiusi, per dare più potere ai consumatori, per eliminare ingiustificate barriere di accesso a categorie e professioni, per dotarsi di Autorità realmente indipendenti dal potere politico. Allora occorrerebbe portare subito a compimento la riforma del sistema delle professioni, da un lato modernizzando il ruolo e l’assetto degli Ordini (anche per ridurre privilegi e costi degli organi direttivi) che si dovrebbero occupare della tutela di interessi generali, quali la qualificazione degli operatori (senza vincoli numerici e accorciando la distanza tra la formazione e lo sbocco professionale), la corretta informazione agli utenti, la concorrenza leale, le pari opportunità di genere e generazione, e dall’altro lato, riconoscendo il ruolo delle libere associazioni costituite tra professionisti. Nel campo della distribuzione sarebbe poi utile ampliare il processo di liberalizzazione nella vendita dei medicinali e creare condizioni concorrenziali in tutta la filiera.

PRIVATIZZAZIONI
Vendere Eni ed Enel sarebbe il suicidio industriale, di Paolo Bonaretti
Privatizzare non è di per sé né un bene né un male per l’economia. Insomma possono esistere beni ed imprese pubblici gestiti bene e beni ed imprese private gestite male, e viceversa. Vi sono poi particolari categorie di beni, servizi e imprese, la cui gestione, le cui politiche è bene che rimangano nella sfera pubblica, a causa della loro valenza strategica o della loro rilevanza per la coesione sociale o per la sicurezza dello Stato. D’altra parte in un mercato e in uno Stato sani è bene che tutto ciò che non rientra in queste categorie venga lasciato alla libera iniziativa e impresa privata (profit, mutualistica, sociale), secondo un principio fondamentale di sussidiarietà.
Oggi, di fronte a una manovra finanziaria tutta da rifare, la questione “privatizzazioni “ rischia invece di venire proposta in chiave essenzialmente ideologica, pregiudicando la capacità industriale del Paese e in particolare il futuro di qualsiasi politica industriale. È ovvio: una politica di privatizzazione del patrimonio pubblico può contribuire a migliorare i conti pubblici, ma quali privatizzazioni, in che modo? Se si tratta di privatizzare quella parte di patrimonio pubblico inutilizzato, scarsamente produttivo, specie di carattere fondiario e immobiliare, o in settori dove il mercato fa egregiamente il suo mestiere, allora questa si configura come un’operazione salutare per l’economia.
Se invece si tratta (come è verosimile oggi) del settore energetico o di settori strategici con particolare riferimento ad Eni, Enel, Finmeccanica e alle public utilities (addirittura del settore sanitario!), è tutt’altra questione. La politica e l’industria dell’energia, delle risorse idriche e in generale delle tecnologie per l’energia e l’ambiente sono strategici. La politica industriale in questo campo sarà una delle maggiori chance dell’Italia nei prossimi anni: la presenza di grandi imprese nazionali capaci di competere ne sarà un pilastro fondamentale. A chi dovremmo lasciarle in mano o peggio ancora svenderle? Ad aziende straniere che operano negli stessi settori, casomai russe? Agli attori della finanza che oggi stanno speculando contro il nostro debito pubblico? O ad imprenditori poco avveduti che sfruttino gli asset esistenti e le loro capacità “tariffarie” dimenticandosi completamente degli investimenti? In questo caso la privatizzazione non è la soluzione. Può essere affrontata in modo graduale, con condizioni particolari, ma la definizione delle strategie industriali internazionali in questi settori sono una questione nazionale. Stesso ragionamento per settori ad alta tecnologia e forniture militari. Si aggiunga poi che la politica industriale ha bisogno di grandi imprese nazionali, anche per sostenere il sistema di piccole e medie imprese italiane.
Per le public utilities è necessario rimuovere tutte le condizioni di monopolio esistenti, evidenziando in tal modo anche quelle efficienti e inefficienti (che, queste sì, dovrebbero essere obbligatoriamente dismesse). Non si capisce invece perché “svendere” in tutta fretta il patrimonio degli enti locali : equivarrebbe ad aumentare le tasse locali, senza alcun principio di progressività. Allora, mi chiedo, non sarebbe meglio meglio richiedere un contributo di solidarietà a quel 10% di italiani più ricchi che negli ultimi 15 anni ha visto crescere la propria ricchezza, fino possedere oggi il 45% del totale nazionale?

da www.unita.it del 10 agosto 2011

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Fronda anti-Tremonti nel Pdl: “Il nostro voto non è scontato”
Il sottosegretario alla Difesa e deputatp del Pdl, Guido Crosetto
Stracquadanio, Crosetto, Malan e la Bertolini: vediamo il decreto

«Ora aspettiamo il decreto. Con una sola avvertenza. Il nostro voto parlamentare non è affatto scontato». È l’avvertimento lanciato da quattro parlamentari del Pdl (Giorgio Stracquadanio, Guido Crosetto, Lucio Malan e Isabella Bertolini) che hanno diffuso un comunicato congiunto intitolato «Tremonti a dir poco deludente».

«L’esposizione del ministro Tremonti, che ha anteposto il tema del vincolo costituzionale al pareggio di bilancio alle misure per raggiungere lo zero deficit nel 2013 – sottolineano i quattro parlamentari – ci aveva fatto credere che il ministro avrebbe colto l’occasione della crisi per essere all’altezza di quello che Tremonti ha definito “un tornante della storia”. Ci aspettavamo che il ministro – il quale ha espresso il suo favore per la proposta di riforma dell’articolo 81 presentata da Nicola Rossi – fosse conseguente alle sue parole».

« Nella proposta di Nicola Rossi è contenuta una percentuale, il 45%, che rappresenta il limite massimo di spesa pubblica in rapporto al Pil e quindi il limite massimo della complessiva tassazione. Oggi quella percentuale – aggiungono – è al 52% e dunque un ministro conseguente alle premesse costituzionali esposte avrebbe dovuto indicare la strada per ridurre di almeno sette punti la spesa pubblica. E su questo il Parlamento avrebbe dovuto discutere. Invece, niente. Quando il ministro è passato a indicare come raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013 è tornato rapidamente al vecchio metodo: come finanziare il deficit con entrate straordinarie, proseguendo in quella politica che ha alimentato il mostro del debito pubblico che oggi ci sta distruggendo. La crisi può essere occasione per far approvare la riforma della spesa previdenziale, della spesa sanitaria, del costo esorbitante della pubblica amministrazione. Oppure può essere il vicolo cieco in cui classi dirigenti irresponsabili condannano i loro paesi al declino e all’impoverimento diffuso. A parziale scusante del ministro – concludono – c’è solo il fatto che tutte le opposizioni, nessuna esclusa, sono convinte che la crisi vada affrontata con la solita ricetta: tasse, tasse e ancora tasse».

da www.lastampa.it

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Bossi: «Tremonti non mi ha convinto. Bisogna dire anche dei no o è crisi»
Il leader della Lega: «Dal ministro discorso fumoso. La lettera della Bce? Forse è stata scritta a Roma»

MILANO – Il controcanto agli interventi ufficiali, alle riunioni delle Commissioni, persino ai vertici istituzionali è arrivato, per tutto il giorno e a più riprese, da Umberto Bossi. Il leader della Lega aveva parlato in mattinata, mentre era in corso l’audizione di Tremonti davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. E in serata, arrivando a Palazzo Grazioli per un vertice con Berlusconi e lo stesso ministro dell’Economia, ha dato un giudizio netto: «Sulle pensioni Tremonti non mi ha convinto. Bisogna saper dire anche dei no, perché altrimenti si rischia una crisi».

L’INCONTRO A CASA BERLUSCONI – Al vertice con Bossi e Berlusconi ha partecipato anche lo stesso Tremonti. con il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, il vicepresidente del Senato, Rosi Mauro, il segretario politico del Pdl, Angelino Alfano, e i capogruppo del Pdl di Camera e Senato, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri.

LA LETTERA – Sulla famosa lettera della Bce, Umberto Bossi svela i suoi sospetti. «Temo che quella lettera sia stata fatta a Roma» dice, spiegando anche di aver paura che lrappresenti di fatto un «tentativo di far saltare il governo». Un tentativo, viene chiesto a Bossi, che arriva da parte interna o internazionale? No», risponde il leader della Lega. E aggiunge: «Draghi da qui è andato in Europa ma è sempre a Roma».

L’INTERVENTO DI TREMONTI E LE PENSIONI – Polemico Bossi lo è anche nei confronti di Giulio Tremonti. Secondo il leader della Lega, infatti, l’intervento del ministro dell’Economia sulle misure anticrisi è stato «troppo fumoso». «Abbiamo annunciato un decreto legge – replica il ministro dell’Economia -. Ma è difficile, prima di andare dal capo dello Stato e a mercati aperti, essere più precisi di come sono stato io».

PENSIONI E PATRIMONIALE – Il numero uno del Carroccio rivela, poi, che il governo non ha ancora deciso se intervenire sulle pensioni o se stia pensando a una patrimoniale. in ogni caso Bossi è convinto che «serve un compromesso». «Bisogna capire cosa fare – dice – dipende da come si toccano le pensioni. Sicuramente questo è un bivio importante». Ma «Tremonti non ha ancora deciso, non lo devo dire io. Lui e il premier non hanno ancora deciso». «Il problema – osserva il Senatùr – è che o tagliano le pensioni o i patrimoni: dunque, o tocchiamo i poveri o i ricchi. Noi abbiamo le nostre idee e le presenteremo, ma in ogni caso la gente non vuole che si tocchino le pensioni».

ATTACCO AL PD – Bossi ne ha anche per Pier Luigi Bersani. «La prossima volta che vince le elezioni, faccia un governo più ampio», dice il leader leghista incalzato dai cronisti sulle parole del segretario dei democratici. Prima dell’audizione di Tremonti, il Senatùr era apparso ottimista. «Oggi sarà una buona giornata. Ieri abbiamo parlato di rotture di coglioni», aveva detto commentando il vertice di mercoledì a Palazzo Grazioli con il premier.

da www.corriere.it

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“Il fumo di Tremonti”

La testimonianza della sen. Bastico che oggi ha partecipato ai lavori delle commissioni congiunte di Camera e Senato

La sen. Mariangela Bastico ha partecipato oggi ai lavori delle Commissioni congiunte I (Affari costituzionali) e V (Bilancio) di Camera e Senato. Ecco di seguito il suo commento alle proposte del governo – illustrate dal ministro Tremonti – per far fronte alla crisi. «L’atteggiamento di Tremonti di fronte alle commissioni congiunte e’ stato davvero sconcertante: da una lato l’assenza di proposte, le incertezze, la “fumosità”, come ha sostenuto Bossi, degli argomenti; dall’altro l’arroganza delle risposte del Ministro, la dichiarazione che il Governo non chiede aiuto. Del tutto improponibile la pretesa del Ministro di limitare la discussione alla modifica dell’art. 81 della Costituzione, senza affrontare il tema crisi e le proposte per la nuova manovra che sarà approvata a giorni ed ammonterà a 20 miliardi di euro .

Tremonti non ha saputo indicare quali saranno i contenuti di una manovra molto dura, necessaria per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, con un anno di anticipo rispetto alla manovra approvata dal Parlamento 20 giorni fa: l’ha annuncia e basta, confermando la genericità e il nulla con cui ieri si era presentato alle parti sociali.

Bersani ha denunciato che il cuore della crisi italiana sta nell’inadeguatezza del governo: la crisi è politica. Con amarezza il segretario del Pd ha rilevato che l’Italia è costretta a sottostare non solo ai vincoli ma anche alle ricette della BCE per uscire dalla crisi. E ha concluso avanzando quattro proposte concrete: riduzione della spesa della P.A e della politica, senza tagliare sul sociale; liberalizzazioni; riduzione dell’evasione fiscale; prelievo fiscale a chi ha di più. Rimane lo sconcerto, dopo l’incontro di oggi, per la pervicacia con cui questo governo vuole restare al suo posto nonostante la palese incapacità ad affrontare la crisi. Irresponsabile non è chi chiede un cambio di governo ma chi insiste nel tenerlo in vita contro gli interessi del Paese».

"Dentro l’armata della notte. Teppisti, disperati, bambini", di Andrea Malaguti

Jeffrey, minorenne è stato arrestato per il furto di un cellulare. Per lui nessuna cauzione, la madre sviene.
Nell’aula numero due della Croydon Magistrates Court, un gigantesco mostro di cemento grigio su Barclay Road, il minorenne Jeffrey K., si accascia sul banco degli imputati piangendo come un vitello. Il giudice gli ha appena spiegato che per i saccheggi di lunedì notte rischia da sei mesi a dieci anni. Rinvia il giudizio a un’udienza successiva e si rifiuta di fissare una cauzione. Lo rimanda in cella. Sua madre, Gerry, impiegata comunale caraibica, sviene. Ha un’età indefinibile, un viso senza tempo. I lineamenti sono delicati. Ha la fisicità di una betulla. Un poliziotto la solleva come se non avesse peso e la appoggia su una panca di legno. La rianima con un po’ d’acqua. È sconvolta. Trema. «Il mio ragazzo fa la scuola d’arte. Vi prego non lo rovinate. È stato un momento di follia».

Scotland Yard ha scaraventato per terra Jefrey e lo ha ammanettato mentre cercava di scappare da un negozio di telefonia con un cellulare di ultima generazione. «Non gli serviva. L’ha travolto questa febbre malata». C’erano fiamme dappertutto. E vetri. Il ragazzo si è tagliato una guancia. E’ un tecnico delle luci. A scuola è tra i migliori nel suo corso. Viene da Brixton, dove le gang giovanili sono tra le più cattive di una metropoli che ne registra ufficialmente 257. Eserciti aggressivi, armati di coltello e di macete. Africani, caraibici, asiatici, turchi, pakistani, cinesi. Che cosa ci faceva Jefrey in mezzo ai barbari? E soprattutto, chi sono i barbari?

La fila dei van di Scoltand Yard su Barlcay Road è senza fine. Decine di giovani in manette. Molte ragazze. Madri disperate. Sono quasi tutti neri. Di padri neanche l’ombra. Li accusano dei saccheggi da Argos, da Debenhams, da Bang & Olufsen. Due sorelle sono lì per avere rubato delle sigarette dal supermercato di un indiano. Si dichiarano non colpevoli. Il giudice le rinvia comunque a giudizio. Loro urlano, lo insultano. Le portano via. Cento casi in sei ore. Nemmeno una cauzione concessa. Nessuna clemenza. Nessuno sconto per l’età. Il rapper Plan B, una specie di guru nato a Londra Est, dice che questi ragazzi sono solo degli idioti. «Come altro si può chiamare una persona che compromette il suo futuro per un paio di scarpe?». Idiota, sicuro. Ma è una storia molto più complicata di così.

Islington, Londra Nord. In questa alba untuosa, calda, colma di amarezza e di rancore, un ragazzo incappucciato guarda la fila dei prigionieri che entrano in tribunale a Holloway road. Fuma. E’ seduto su una panchina. Libero come l’aria. E’ nato qui. Ma sua madre viene dal Senegal. Il padre non l’ha mai conosciuto. E’ arrogante. Beve una birra chiara con la lentezza di un cammello. E’ su di giri. Ha le spalle larghe. E’ alto poco meno di un metro e novanta. «Non me ne frega niente della storia di Duggan. La polizia ha ucciso un fratello? Sai che novità. Quando sul Blackberry gli amici mi hanno invitato al saccheggio non ho potuto fare a meno di partecipare. Una grande festa per tutti. Peccato sia finita. C’era buona roba di marca». Perché eri lì? «Per fare soldi. Non crederete mica a queste stronzate dell’orgoglio della razza?». Spiega che per uno che arrestano dieci la fanno franca. «E io sono sempre stato tra i dieci». Non lavora. «Ci ho provato una volta. Eravamo in novanta per lo stesso posto da settecento sterline. No grazie. Io me ne fotto».

Per la destra di governo quelli come lui sono feccia. Criminali senza scuse. Per i laburisti sono il frutto malato di una società che sta radendo il Welfare al suolo, che ha tagliato il 50% dei budget comunali, che ha fatto sparire le librerie e triplicato le tasse universitarie. Se loro sono sbagliati, il mondo lo è molto di più.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ufficio Nazionale di Statistiche, a Londra i senza lavoro nella fascia di età compresa tra i 16 e i 24 anni, sono passati dal 14% del 2008 al 20% dei primi sei mesi del 2011. A Tottenham, dove è scoppiata la rivolta, la percentuale arriva al 30%. Per ogni posto disponibile ci sono 50 richieste. Certo che la politica c’entra.

Sheldon Thomas è il leader e il fondatore di Target Against Gang, una associazione di volontariato che recupera i ragazzi dalle strade. È nero, largo come un armadio, lucido. Fa la stessa premessa di tutti. «La violenza è inaccettabile». Però Sheldon? Perché c’è sempre un però. «Però io lo so che cosa vuole dire vivere ai margini». E’ una minaccia indefinibile che prende corpo, si avvicina, ti bracca, ti impedisce di respirare liberamente. Una disperazione che avvolge ogni cosa nel vischio della sua melma e libera gli istinti peggiori. «Hai solo voglia di vendetta. Non sai contro chi. Ma sai che così non va. Le madri sono spesso sole. Hanno avuto figli a quindici anni. E quando ne hanno trenta si trovano a fare i conti con ragazzi che le prendono a schiaffi. Sono grossi il doppio di loro. Le minacciano. Fanno quello che vogliono. A meno che qualcuno gli faccia capire che esiste una strada diversa. Noi ci proviamo. Il governo che fa? Ci spara addosso con i cannoni ad acqua o con le pallottole di plastica? Bravi. Scelta davvero intelligente».

In tre giorni gli arresti in Inghilterra sono stati milleduecento. Nel gruppo ci sono bambini di dodici e tredici anni. Il più piccolo ha sette anni. Tirava sassi contro una vetrina alle due di notte. Ad Hackney. Un poliziotto l’ha trascinato via. «Dov’è tua mamma?». «Fatti i cazzi tuoi». L’hanno affidato ai servizi sociali. «E Cameron chiede ancora alle madri di guardare i figli. Come se qui ci fossero delle famiglie normali».

Arriva il crepuscolo e il cuore di una Londra militarizzata accelera i suoi battiti, mentre i poliziotti appoggiano la testa contro il muro alla ricerca di un sonno impossibile. Per quanto tempo ancora serviranno i mitra nelle strade?

da www.lastampa.it

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“La spesa con le molotov”, di Simonetta Agnello Hornby

I MIEI trent´anni di avvocato a Brixton sono stati segnati da moti nel 1981, nel 1985 e nel 1995. Allora folle rabbiose si adunavano attorno alle questure e scoppiavano focolai di violenza. Soltanto la sera, quando la polizia si ritirava, l´ira dei rivoltosi si rivolgeva contro negozi e supermercati. Quest´anno i rivoltosi mirano a rubare invece di confrontarsi con le forze dell´ordine.

Per coloro che non possono comprare telefonini, scarpe, vestiti e tv al plasma invidiati dai compagni, la spesa si fa di notte con le Molotov e la scusa di esser poveri.
I moti di questo agosto si differenziano fondamentalmente da quelli precedenti: non sono principalmente contro la polizia, non c´è il razzismo e nulla hanno di politico. Hornby & Levy ha evitato che l´ufficio fosse bruciato per un caso fortuito: sei mesi fa, terminato il contratto di locazione, ci siamo trasferiti altrove. Il palazzo in cui ho lavorato per quindici anni è un nero guscio di cemento e vetri rotti. I rivoltosi hanno scassinato, saccheggiato e poi bruciato Footlocker, un negozio di scarpe sportive di moda per impadronirsi della mercanzia. Tutta Londra brucia. La rivolta sembra allargarsi al resto della nazione, ed è seguita sugli schermi al plasma e sugli smartphone che sono stati appena rubati.
Come è avvenuto? La risposta è facile: gang di giovani, bianchi, neri, maschi e femmine, attraverso il servizio Messenger dei Blackberry che non lascia alcuna traccia, si danno appuntamento negli shopping centre, per l´ebbrezza del saccheggio e la cupidigia del possesso. Puntano sui beni di lusso, di facile consumo e vendibili rapidamente. Sui telefonini sono stati filmati dipendenti dei negozi stessi, ancora in uniforme, che derubano il datore di lavoro. Ebay avrà una quantità di offerte speciali di merce tuttora in scatola. Come i governi del Medio Oriente, la Gran Bretagna di Cameron non ha capito che Twitter e Facebook consentono comunicazione istantanea. Le istituzioni stanno a guardare, paralizzate e non più oggetto dell´ira dei rivoltosi.
A Londra le case popolari sono costruite accanto a quelle dei milionari e tutti i londinesi sono consci dell´immensa ricchezza della City. I giovani poveri vedono altri giovani, ricchi e abituati a ottenere quello che desiderano e a desiderare tutto ciò che è in mostra, dalla tecnologia all´abbigliamento dalle fuoriserie alle vacanze alla droga. Senza limiti. Sanno che la crisi della finanza ha impoverito lo Stato lasciando ingentissimi bonus ai bancari responsabili della crisi. Non hanno fiducia nello Stato e nel sistema di giustizia che sembra favorire i ricchi che possono impiegare avvocati di grido. Una minoranza di giovani senza impiego, molti costretti a lasciare la scuola o a indebitarsi per continuare gli studi, vuole le cose dei ricchi, subito. Disperatamente egoisti, i giovani se la prendono saccheggiando i negozi, pur sapendo che potrebbero finire in prigione. Questi furti di gruppo non sono imputabili soltanto alla violenza a cui i giovani sono sottoposti dai media – è sempre stata parte integrale della società civile europea e dei giochi – o alla incapacità dei genitori. Questa devianza minorile è un aspetto del degrado della nostra società occidentale e della classe politica. La corruzione dei deputati e delle persone a capo delle istituzioni nazionali ha riempito le pagine dei tabloid e le cronache giudiziarie, deludendo un pubblico leale e nazionalistico.
Ma i britannici, bianchi e neri, hanno un forte senso di gruppo, e mi conforta sapere che usando gli stessi mezzi di informazione dei riottosi, i Bangladeshi sono accorsi a pulire e controllare Brick Lane, i turchi proteggono Stoke Newinglton e nella mia amatissima Brixton sono venuti talmente in tanti a pulire le strade da bloccare il traffico, che è stato necessario l´intervento della polizia.

da La Repubblica

Pd, tensioni sull’art.81 Bersani: «Il governo la smetta coi giochini», di Francesco Cundari

Il Pd chiede trasparenza al governo sulla manovra e sulle richieste della Bce. Ma sull’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio le posizioni sono diverse e il confronto si fa serrato. Il governo deve «dire la verità». I vertici del Partito democraticosono nel pieno della loro discussione, richiamati d’urgenza dalle ferie per discutere la posizione da assumere in Parlamento, quando a largo del Nazareno arriva la notizia che l’incontro del governo con le parti sociali, invece, è già finito. La reazione dei dirigenti democratici è un misto di sconcerto e ilarità, nella convinzione che l’episodio rappresenti perfettamente la situazione: l’opposzione chiusa nei suoi uffici a studiare possibili misure e contromisure da un lato, dall’altro un governo che «fa i giochini», che continua a rifiutarsi di «dire la verità al Paese». E anche all’opposizione. Enzo Bianco, tra i primi a lasciare la riunione, parla di «forte delusione» per l’esito dell’incontro tra governo e parti sociali. «È incomprensibile che non siano emerse proposte che noi come opposizione avremmo dovuto sapere da tempo», dice l’ex ministro dell’Interno. «Il governo brancola nel buio… speriamo che domani Tremonti dica una parola chiara perché il Paese ne ha bisogno».
Ad anticipare la posizione del Pd è il vicesegretario Enrico Letta. «Noi domani (oggi per chi legge, ndr) diremo al governo: sii serio, di’ la verità su cosa vuoi fare e sulla situazione attuale, su quello che ha chiesto la Bce». Ma nessuno si mostra particolarmente ottimista. «Certo – dice ad esempio David Sassoli – se la musica è quella suonata nell’incontro di oggi con le parti sociali, non c’è da illudersi ». Tanto meno i democratici possono essere ottimisti sul merito delle scelte. «Una manovra aggiuntiva di 20 miliardi non può colpire solo i ceti popolari, coloro che in questi tre anni hanno già pagato la crisi», afferma il capogruppo del Pd al Parlamento europeo, che aggiunge: «Il governo ora ha il dovere di dire dove prenderà i soldi e quali proposte metterà in campo. Per noi la premessa di ogni discorso è che chi ha di più deve dare di più».
Il tasto su cui battere, ovviamente, è sempre lo stesso. «È arrivato il momento della verità», ripete Letta. È il momento di dire come stanno le cose, con tutte le umiliazioni degli ultimi tempi, con il commissariamento della Bce, di Parigi e Berlino, con il sorpasso della Spagna sui titoli di Stato». Lo ripete anche Paolo Gentiloni: «È incredibile la situazione di scarsa conoscenza delle proposte del governo. Ci aspettiamo un’operazione trasparenza».
In Parlamento, oggi, la posizione del Pd sarà rappresentata dal segretario. «In questo momento – spiega Bianco – c’è bisogno di un linguaggio unitario».
Nella riunione al Nazareno, tuttavia, differenze sono emerse, comedel resto si era già visto sui giornali. Da un lato, Walter Veltroni, Enrico Morando, Paolo Gentiloni e tutta l’area di Modem, convinta che sulla questione della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, e più in generale sulla linea del risanamento, il Partito democratico non possa chiudersi in una posizione di rifiuto preconcetto (tutti d’accordo, in compenso, sulla proposta di ribadire anche nel dibattito di oggi la proposta di dimezzare il numero dei parlamentari).
Dall’altro lato, nella maggioranza, la posizione più netta è certamente quella del responsabile economico Stefano Fassina, convinto che il Pd non possa schierarsi acriticamente sulla linea della Bce e dei mercati finanziari. In questo dibattito, Bersani ha cercato di far prevalere innanzi tutto le esigenze di unità e soprattutto di autodifesa, rispetto a quello che considera un vero e proprio tranello. E cioè il tentativo del governo di «portarci in giro» con un dibattito su riforme costituzionali che non si faranno mai, e per realizzare le quali, da parte dello stesso esecutivo,non c’è né la reale intenzione,
né la forza, né il tempo. La trincea invalicabile su cui il segretario tenta di schierare tutto il partito è la difesa dei redditi più bassi dinanzi al tentativo di caricare sulle loro spalle l’intero costo della crisi e del risanamento. In particolare sulle pensioni e sul mercato del lavoro. Su entrambi i temi, tuttavia, nel Pd non mancano, come è noto, i dirigenti schierati su posizioni più possibiliste. Per quanto riguarda rendite e patrimoni, Bersani ribadisce che di fronte ai pesantissimi sacrifici che si annunciano per tutti, a cominciare
dai lavoratori e dalle fasce più deboli, non è accettabile pensare di coinvolgere chi ha le
spalle più forti solamente con misure una tantum. Il riequilibrio dei pesi non può che essere il frutto di misure strutturali.
L’altra trappola da evitare, ha spiegato Bersani, è quella di lasciarsi risucchiare in «un dibattito sulle nostre misure, prima ancora di avere avuto la possibilità di conoscere le loro». In altre parole, il timore è che ancora una volta, come già avvenuto in occasione della manovra approvata in Parlamento a tempo di record, il centrodestra tenti di far passare i pesantissimi provvedimenti che si annunciano come una richiesta dell’opposizione. Un gioco di prestigio che il Partito democratico non ha intenzione di stare a guardare.

L’Unità 11.08.11

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“Menù indigesto, così il Pd chiude la porta”

«Siamo alla terza occasione persa del governo. C´è il forte rischio di una quarta».
A che si riferisce onorevole Rosi Bindi?
«Se il ministro Tremonti stamattina in commissione si presenta con lo stesso indigesto menu offerto alle parti sociali, il discorso col Pd si chiude».
Direte di no al decreto legge che il governo annuncia?
«Capisco l´urgenza ma poi che fanno, pongono come al solito la fiducia in aula? Ma, al di là dello strumento, il governo non può chiedere collaborazione senza uno straccio di proposta. Al confronto siamo disposti ma tocca a loro scoprire le carte».
Anche sulla lettera della Bce? Palazzo Chigi sostiene che non può renderla pubblica, è un documento riservato.
«Il problema vero è che fin quando non sanno che risposta dare alle richieste della Bce non possono divulgare il contenuto. E siccome la maggioranza è spaccata…».
E´ il motivo vero del silenzio “nel merito” delle proposte?
«Bossi non vuole toccare le pensioni. Berlusconi non vuole la patrimoniale. Divisi su tutto. Spero che la notte porti consiglio. Però le parole di Gianni Letta mi son sembrate significative».
Quella battuta su “tutto precipita, il governo è pronto ad ogni ipotesi”?
«E´ come se finalmente qualcuno a Palazzo Chigi prendesse coscienza della situazione. Non mi metto a interpretare i pensieri di Letta, ma quasi quasi mi è sembrato come se, di fronte alle divisioni fra Pdl e Lega, avvertisse che se va avanti così finisce che occorrono sia la patrimoniale che il mettere mano alle pensioni».
Il centrodestra accusa voi del Pd di essere a corto di soluzioni.
«Stanno nei nostri documenti. Chiediamo che chi ha di più deve contribuire di più al risanamento. Vogliamo una vera lotta all´evasione fiscale. Crescita e lavoro. La ristrutturazione della pubblica amministrazione. E sui costi della politica un dimezzamento dei parlamentari. Ma, nel dettaglio, non scendiamo. Perché appunto è dovere del governo».
Il Pd da una parte chiede la testa di Berlusconi e dall´altra vuol discutere…
«Il passo indietro del premier è indispensabile per riconquistare credibilità sui mercati. Servono le elezioni, ma abbiamo già detto di essere anche disponibili ad un governo del Presidente. E come atto di estrema responsabilità pronti anche a discutere delle misure anti-crisi».

La Repubblica 11.08.11

"Attenzione attenzione, la Rai torna dalle ferie", di Mario Lavia

Uno già ha tanti problemi, in questa brutta estate: essere presi in giro poi non è umanamente sopportabile. La “notizia” – fra virgolette, attenzione – è che la Rai ha deciso di seguire con degli “speciali” – nuove virgolette – la crisi economica che sta sconvolgendo i mercati di tutto il mondo, riparando così, seppure tardivamente, al pauroso deficit informativo di queste settimane (un po’ meglio la radio della tv, completamente sparita – con l’eccezione del Tg3 e del suo Linea Notte).
Ma è davvero una riparazione? A leggere il comunicato di viale Mazzini ti cascano le braccia: c’è, sì, uno sforzo di Radio Rai che, non dimentichiamolo, dispone di un mezzo per sua natura più “pronto” a stare sulle cose e che infatti andrebbe sempre meno considerata come la cenerentola dell’azienda.
Ma la tv dov’è? Leggiamo: «Venerdì 12 il settimanale del Tg1 Tv7 dedicherà uno speciale di 20 minuti ai temi della crisi economica ». Ammazza, come diciamo a Roma. Poi, «sabato su Rai2, speciale Tg2 Dossier» e gran finale domenica con Telecamere (in replica anche la sera tardi, se ve lo siete perso) dove si parlerà della crisi che – sentite – «è un tema di stretta attualità, vista la delicata situazione dei conti pubblici». Capito che po’ po’ di sforzo produttivo? Sia chiaro che noi non vogliamo insegnare niente a nessuno, e parliamo da semplici utenti. Ma che ci vuole a mettere su una trasmissione seria, con gli opinion maker famosi, politici economisti sindacalisti banchieri operatori giornalisti e quant’altro? Dove sono i celebri conduttori che sbancano l’Auditel? Onore a Linea Notte, certo: ma una bella puntata speciale di Ballarò, di Porta a porta, di Annozero, ma sì, anche dell’Ultima parola è proprio fuori dal novero delle cose possibili? Il sussulto di viale Mazzini allora assomiglia troppo alla famosa toppa peggiore del buco.
Ricorda quella dei parlamentari che rientrano a Roma dalle ferie solo domani, per due orette, per poi ripartirsene e tornare il 5 settembre.
La Rai forse nemmeno quello, chissà quando faranno un bel programma in prima serata.
Questi sono capaci di pensare che la crisi passi presto e si possa tornare al nazional-popolare del bel tempo che fu.

da Europa Quotidiano 11.08.11

"Governo sconcertante. A un passo dal baratro aspettano ancora…", intervista a Giulio Sapelli di Oreste Pivetta

Lo storico dell’Economia Berlusconi non è più in grado di aggregare niente e nessuno incapace di qualsiasi strategia per il Paese. Si dovrebbe iniziare alzando l’età pensionabile a 65 anni per tutti e riducendo il carico fiscale. La Bce sbaglia a tenere alti i tassi. Sconcertante, devastante. Sono i primi aggettivi che Giulio Sapelli, professore universitario a Milano e storico dell’economia, usa per definire l’incontro tra governo e parti sociali. «Sconcertante – dice Sapelli – già l’annuncio: il 18 agosto il decreto. Siamo sull’orlo del baratro e aspettiamo ancora? Sconcertante che un governo si presenti lacerato senza un programma che costruisca non dico coesione sociale ma almeno, nelle difficoltà, un po’ di sana condivisione patriottica. Niente. Non una certezza sulle tasse. In questi giorni s’è detto di tutto e il contrario di tutto. Non una idea però sullo sviluppo. Non una proposta autentica sulle pensioni. In compenso un gran parlare di costi della politica…».
Non è d’accordo, professore?
«Dal punto di vista della morale, credo che sia un obiettivo sacrosanto tagliare i costi della politica. Ma quanto peseranno questi tagli sull’economia italiana? Poco? Niente? Certo pochissimo. Il dramma è che nei momenti di difficoltà si paga tutto, compreso la rinuncia a una seria riforma dello Stato. Da quanti anni si parla di cancellare le province? S’è mai visto un progetto autentico di semplificazione, di redistribuzione delle funzioni? No, si è sempre proceduto sovrapponendo burocrazia a burocrazia, salvo ogni tanto scoprire in modo assolutamente improvvisato il problema: una volta i costi della politica, una volta le province…».
Si può dare un senso politico all’esito
di questo incontro?
«Il naufragio del governo, la fine di un ciclo, che finendo rischia di trascinare il paese al disastro. Siamo di fronte alla dimostrazione che una forza politica costruita su una leadership personale non può reggere, si consuma giorno dopo giorno: Berlusconi non è più in grado di aggregare niente e nessuno, è diventato un puntino tra tanti puntini, incapace di qualsiasi strategia per il Paese.
Semplicemente grottesco il modo in cui in questa situazione, quando è fondamentale, vitale, il nostro rapporto con l’Europa, con la Merkel, con la Banca centrale europea, Berlusconi abbia delegittimato l’unico ministro, Tremonti, presentabile in Europa, l’unico che abbia relazioni con l’Europa, con la Merkel, con i banchieri europei».
A questo punto, l’Italia, per conto suo, che cosa potrebbe fare?
«L’Europa ci ha già fornito una lunga lista di cose da fare. Basterebbe partire da quella. Io penso che si dovrebbe cominciare elevando per tutti l’età pensionabile a 65anni. Sarebbe il primo passo, un passo che terrebbe conto della realtà dei fatti, un passo che è già diventato improbabile, dal momento che un ministro della Repubblica, mi riferisco a Umberto
Bossi, ha subito messo le mani avanti per bloccare qualsiasi cambiamento. Bossi lo ha detto: le pensioni non si toccano. Vedremo… Credo che poi bisognerebbe decidersi a passare a una fiscalità fondata sull’Iva più che sull’Irpef, colpendo i prodotti di lusso. Se una bottiglia di champagne verrà a costare il doppio francamente non mi preoccuperei,
soprattutto avendo letto che l’Italia risulti uno dei più forti importatori al mondo di champagne. Quindi si dovrebbe abbassare il carico fiscale: con questo, tra i più alti in Europa,non vedo come si possa riavviare un cammino di crescita, rilanciando i consumi, ridando corpo al mercato interno. Tutte scelte che avrebbe dovuto prendere il partito del liberista Berlusconi e che, malgrado tanto vantato liberismo, non sono mai state prese…».
Ma c’è qualcosa che gioca a nostro favore?
«Ancora, tutto sommato, una buona economia manifatturiera. Esiste ancora un’industria capace di produrre e di esportare».
Ovviamente non si può dimenticare il contesto, perché la sofferenza è universale…
«La situazione è abbastanza semplice e drammatica. Consideriamo un indice economico che mi sembra particolarmente preoccupante, quello che riferisce dell’andamento del commercio mondiale, cresciuto fino all’inizio di questo millennio e da un paio d’anni in netta discesa: negli Usa, in Europa, tranne che in Germania. Anche in Cina o in Sudamerica siamo a percentuali ancora di crescita, ma molto più basse che in passato. Tutto lascia pensare che un ciclo si stia invertendo, un ciclo costruito certo sull’innovazione tecnologica ma anche sui bassi salari e sulla disoccupazione strutturale: uns istema che all’inizio può funzionare, ma che alla lunga si paga. Gli Usa stanno cercando di reagire con una politica di tipo postkeynesiano, prestando i soldi alle imprese e aiutando i consumi (la stessa riforma sanitaria di Obamaha anche questo significato: risparmi i soldi dell’assicurazione e spendi altrove)».
Le politiche europee del credito sono adeguate?
«Cito la Federal Reserve americana che ha annunciato di aver bloccato fino al 2013 il costo del denaro vicino allo zero. Significa dire: fate investimenti, contraete mutui, indebitatevi. Perché siete garantiti. È una strada per riavviare il sistema. In Europa Trichet difende un più alto costo del denaro, per timore dell’inflazione, quando la vera minaccia oggi è la deflazione».
Nella tempesta di Londra ci sono anche i segni di questa crisi?
«Con tassi di disoccupazione che toccano il dieci per cento (significa che nella realtà siamo al quindici per cento) non c’è da meravigliarsi di quelle esplosioni di violenza. Cameron parla di delinquenti. L’Herald Tribune di ieri scriveva: giovani disperati… Esatto: giovani senza lavoro, senza cultura, senza relazioni e ora anche senza consumi…giovani disperati».

L’Unità 11.08.11

"Cosa resta dopo 8 anni di governo Berlusconi", di Franco Cordero

Secondo l´oracolo d´Arcore (hard core nel calembour d´un foglio inglese), l´Italia sopporta meglio d´altri Paesi eminenti la congiuntura planetaria: in fondo, stiamo bene; importa poco che il debito pubblico sfondi ogni parametro e i Btp siano collocabili solo a tassi esosi; «le borse sono un orologio rotto», racconta giovedì 4 agosto, visto come Piazza Affari accolga lo stupido discorso nelle Camere, applaudito dalla ciurma (il ministro degli Esteri, viso impassibile da capovoga, batteva il ritmo a manate sul banco); en passant consiglia d´investire in Mediaset. Un tedesco direbbe Galgenhumor, umorismo da patibolo. Dopo otto anni sub divo Berluscone, i conti fanno spavento. S´è arricchito da scoppiare, indifferente agl´interessi collettivi, senza la minima idea del cosa sia fare lo statista, perché l´unica sua abilità, formidabile, sta in affari penalmente rischiosi, donde la fobia dei tribunali: nel clownesco contratto elettorale figuravano Stato leggero, fisco arrendevole, vita comoda, soldi a palate, opere pubbliche faraoniche; e passata la sbornia, i poveri contraenti vedono in faccia la bancarotta. L´ipotesi migliore è una dura terapia in lacrime e sudore, ma il danno genetico lascia segni permanenti.
Nella crisi mordono fattori italiani. Il più importante ha un nome, “corruzione”: borsa nera dove infedeli addetti alla res publica vendono favori alterando i meccanismi selettivi; è un vorace fisco occulto; vent´anni fa divorava diecimila miliardi l´anno in lire. Lì cade una classe politica bacata, 1992. S´estingue la Dc, cerca identità l´ex Pci. In vacuo emergono l´antipolitica leghista e la pseudonovità berlusconiana. Il beneficiario della tempesta giudiziaria è lui, supremo corruttore (magnifico trasformismo): doveva salvarsi e sinora vi è riuscito occupando lo Stato; l´adopera disinvolto, quasi fosse roba sua; in particolare, trucca la giustizia mediante norme su misura, ubbidito da squadre parlamentari del cui ceffo non s´era ancora visto l´eguale. Diciannove testi promulgati sono il monumento d´una fraudolenta soperchieria. Il ventesimo, votato a Palazzo Madama, gli offre il modo d´allungare i dibattimenti portando testimoni a migliaia, finché i delitti siano estinti dal tempo; al quale fine s´era ridotto i termini; e un altro capolavoro in corso d´opera decapita i processi imponendo limiti alla durata nei singoli stadi.
Il berlusconismo implica l´impunità dei colletti bianchi. La portava nelle insegne: documenti sonori dicono che greppia fossero gli appalti gestiti dalla Protezione civile; emergono una P3 e P4, ma il Protettore aborre questo canale investigativo, l´unico efficace, e appena abbia mano libera, lo spranga. Naturale il rigoglio malaffaristico. Gli analisti quantificano l´attuale prelievo in sessanta miliardi d´euro, dodici volte quello d´allora, pari alla manovra che doveva quadrare i conti. Nei materiali raccolti figura Denis Verdini, triumviro forzaitaliota: martedì 2 agosto Montecitorio dichiara tabù le relative emissioni verbali; «non mi lascerò colpire dai giudici», afferma quel prode. L´indomani l´Unto viene nelle Camere a elogiarsi e gli eletti sciamano in vacanza fino al 5 settembre: centosettanta parlamentari andranno in Terrasanta, condotti dal templare Cl Maurizio Lupi; accudisce le onorevoli anime monsignor Rino Fisichella, arcivescovo evangelista (ogni tanto interloquiva in senso governativo).
In proposito circola una dottrina. Il capostipite è Licio Gelli, venerabile maestro della P2: era idea sua il pubblico ministero ubbidiente al governo («Piano di rinascita democratica», databile 1976), così nessuno molesta i gentiluomini ben visti da chi comanda; pochi anni dopo suona musica analoga Bettino Craxi. L´argomento tiene banco nella commissione bicamerale dalemiana (5 febbraio 1997-9 giugno 1998), il cui quarto comitato studia «le garanzie»; lo presiede un verde dal passato camaleontico: ultras cattolico, Lotta Continua, partito radicale, Psdi, Psi modulo craxiano. Castigamatti antigiustizialista, l´on. Marco Boato vuole una magistratura ridotta a ordine professionale, come gli avvocati o i dentisti et ceteri: un Consiglio superiore subordinato al parlamento; al diavolo l´obbligo d´agire; procure immobili finché non arrivino notitiae criminis qualificate; e punto capitale, ubbidiscano al ministro. Il Venerabile chiede spiritosamente i diritti d´autore. Dalla stessa matrice discendono i disegni berlusconiani (nella P2 aveva il numero 1816). Altrettanto vi pescano chierici d´una scuola pseudoneutrale. L´ultimo (E. Galli della Loggia, Corriere della Sera, 31 luglio) rileva «livelli spaventosi d´inquinamento», speriamo ancora reversibili: vero; e dalle cronache non appare indenne la sinistra. Falso invece che il nodo scorsoio sia insolubile fin quando gli antagonisti non transigano sulle regole dell´azione penale. Vale l´opposto: accordi transattivi implicano logiche illegalistiche, i cui canoni risalgono a Gelli, ricalcati nella Bicamerale; messeri d´ambo le parti ventilavano uno scioglimento parlamentare delle pendenze penali berlusconiane. Cantori Pdl e finti neutrali salmodiano contro l´«uso politico della giustizia». In chiaro il discorso suona così: «vogliamo un sistema dove le persone siano penalmente diseguali; alcune meritano riguardi fino all´impunità». La corruzione è delitto grave: quanto pesi, lo dicono i conti pubblici; ed esiste un solo rimedio, punirla, qualunque sia il distintivo all´occhiello; cosa impossibile dove un ministro comandi le procure e i partners del commercio delittuoso parlino sicuri al telefono, non ascoltabili. Al quale proposito spigoliamo una notizia (Corriere della Sera, 5 agosto). L´Olonese diagnostica il morbo italico: toghe invadenti tarpano la crescita economica; e ha la terapia pronta. Eccola: «fermare le intercettazioni», farina del diavolo; sminuire la Consulta affinché non dichiari invalide norme votate dal parlamento; strigliare gl´irrispettosi. Non è più perdonabile fingere che il caso penal-psichiatrico B. sia materia quasi innocua.

La Repubblica 11.08.11