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"Ricerca e istruzione: solo così si uscirà dalla crisi", di Francesca Puglisi*

Lo dice Europa 2020: per battere la crisi e tornare a crescere dobbiamo investire in istruzione. Occorre promuovere una crescita inclusiva che non lasci indietro nessuno. La Germania ha riunificato il Paese grazie a imponenti investimenti in asili, scuola e università. Paesi emergenti come Brasile e India stanno riducendo il gap investendo in istruzione. Obama nel tempo della crisi che morde, con il “No Child Left Behind Act” ha deciso di investire nella formazione degli insegnanti per alzare i livelli di apprendimento e contrastare l’abbandono scolastico, per far sì che nessun bambino americano sia lasciato indietro. Il nostro è l’unico Paese dove il governo scrive con chiarezza nel Def che il già magrissimo investimento del 4,2% del Pil, che rende l’Italia fanalino di coda tra i Paesi Ocse (dietro di noi c’è rimasta la Slovacchia, davanti a noi persino l’Estonia), continuerà a scendere fino al 3,4% del Pil nel 2025. La mannaia che si è abbattuta sulla scuola e sui bilanci degli enti locali nel triennio berlusconiano aggravata dall’ultima manovra, avrà un costo sociale e democratico immenso. Abbandonare oggi i più svantaggiati, significa una spesa enorme domani per tentare di includerli con risultati incerti. Il costo dell’educazione negata a troppi bambini e bambine tra 0 e 6 anni, non verrà ma più recuperata nella vita. L’assenza di scuole tecniche e professionali di qualità verrà pagato dalle nostre aziende. Lo scempio compiuto ai danni della scuola pubblica rappresenta il disegno politico del governo contenuto nella manovra stessa: un Paese diviso tra ricchi e poveri. Come scrive Vertecchi, mentre in Europa si incrementa il tempo scuola da noi si fa il contrario. Mentre si fa un po’ di scenografia con le Lim, si distrugge il tempo pieno, si sbarrano porte e portoni delle scuole alle 12.30, si torna ai grembiulini e ai 5 in condotta, si sottraggono gli insegnanti con le competenze necessarie per l’insegnamento dell’Inglese. Il Pd si è opposto con tenacia a questo disegno, in Parlamento e nel Paese. Continueremo a farlo con le nostre proposte alternative a una manovra che uccide, insieme alla crescita, il sogno contenuto nella nostra Costituzione che vede nella scuola pubblica l’ascensore sociale del Paese, l’unico strumento di uguaglianza e libertà, dove «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi devono poter raggiungere i più alti gradi di istruzione». Per promuovere nuova crescita, occorre invertire il segno e investire nell’istruzione e nella ricerca. Il Pd ha proposte serie e sa come intervenire. Sono proposte condivise con tutti gli attori della scuola e poi votate all’assemblea nazionale di Varese. Continueremo a discuterle alla Festa Nazionale della scuola a Modena dal 25 agosto al 19 settembre. Per salvare l’Italia dobbiamo andare avanti insieme con coraggio.

*responsabile Scuola del PD

L’Unità 11.08.11

"Tante parole, zero misure. Il governo “buca” l’incontro", di Gianni Del Vecchio

La tanto attesa riunione con le parti sociali si chiude senza novità.
Doveva essere il punto di svolta della crisi, l’incontro epocale con il quale si sarebbe dato il via a una nuova stagione di riforme, l’anno zero di una ritrovata concordia nazionale. E invece nulla di tutto questo. L’incontro fra governo e parti sociali ha deluso le tante attese che si erano addensate alla vigilia. Per dirla con le parole di Susanna Camusso, leader della Cgil, è stata una riunione «non all’altezza dei problemi che abbiamo e della trasparenza che sarebbe necessaria». Il tutto con l’aggravante della tragedia senza fine che si vive sui mercati. Ieri, mentre il tavolo era ancora in corso, piazza Affari ha fatto segnare un ribasso mostruoso: meno 6,6 per cento.
Il governo quindi ancora una volta non ha voluto, o meglio non ha potuto, scoprire le carte. L’unica vera notizia riguarda la tempistica: il premier ha fatto sapere che è previsto un consiglio dei ministri ad hoc fra il 16 e il 18 agosto per anticipare alcune misure della manovra approvata non più tardi di un mese fa dai due rami del parlamento. Nessuna anticipazione, però, per quanto riguarda le misure che verranno prese. Berlusconi e il ministro dell’economia Tremonti si sono limitati nei loro interventi a ribadire quanto già detto nella conferenza stampa di venerdì scorso. Il presidente del consiglio ha confermato l’impegno di inserire in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio mentre Tremonti, dal canto suo, ha snocciolato le stime aggiornate che prevedono l’anticipo del rientro dal deficit di un anno, al 2013. In particolare, il rapporto deficit-pil, al 3,8 per cento quest’anno, scenderà tra l’1,5 e l’1,7 il prossimo anno per arrivare al pareggio nel 2013. E per fare questo, ha detto il ministro dell’economia, occorre ristrutturare la manovra.
Cosa che più che una notizia è una banalità.
Non ha detto molto di più il sottosegretario Gianni Letta, secondo cui l’esecutivo al momento starebbe vagliando tutte le possibili ipotesi d’intervento per dare una stretta alla finanza pubblica. Tante ipotesi ma nessuna misura concreta. Un segnale d’impotenza, aggravato dalla proposta alle parti sociali di aprire tre diversi tavoli per le riforme che sono state richieste all’Italia dalla Bce: uno per le liberalizzazioni e le privatizzazioni, uno sulle infrastrutture e un altro per il mercato del lavoro. Insomma, dal governo sono arrivate promesse di future chiacchiere invece che misure reali. Non a caso, il capo degli industriali Emma Marcegaglia, che di solito non si abbandona a polemiche, non ha potuto fare a meno di notare che nonostante l’urgenza della situazione, l’esecutivo non abbia fornito dettagli su come raggiungere in anticipo il pareggio di bilancio. La Camusso dal canto suo ha mostrato un certo stupore per il nulla di fatto. «Ci aspettavamo che ci dicessero cosa intendono fare. La volta scorsa ci hanno consegnato il libretto delle cose fatte, questa volta ci aspettavamo la lettera della Bce, per sapere in che campo giochiamo ». E invece nulla di tutto questo, con Letta che ha anzi difeso la scelta di non pubblicare la lettera di Trichet. E con il ministro Sacconi che addirittura teorizza la mancanza di una linea definita: «L’incontro con le parti sociali ha consentito al governo di motivare la necessità di provvedimenti urgenti e a ciascun attore sociale di sottolineare le proprie specifiche priorità. A questo punto è il governo a dover decidere nel nome delle sue primarie responsabilità».
Una decisione che tuttavia è ancora in alto mare.
E anzi, dopo la giornata di ieri, si prefigura come ancora più complicata. Dalle parti sociali infatti è arrivata una vera e propria scarica di altolà sulle ipotesi di riforme che sono circolate in questi giorni. La Marcegaglia, ad esempio, è stata decisa nel togliere dal novero un’eventuale tassa patrimoniale.
Stesso pugno duro da parte dei sindacati per quanto riguarda una possibile stretta sulle pensioni, in particolare riguardo al blocco di quelle d’anzianità.
Industriali e sindacalisti poi si sono trovati d’accordo nel rivendicare l’autonomia in materia di relazioni industriali.

da Europa Quotidiano 11.08.11

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“La verità è che non sanno che fare”, Stefano Menichini

L’attesa era fortissima. Ora però ne sappiamo quanto ne sapevamo ieri. Cioè niente. Non solo noi. Non ne sa nulla quella inedita e preziosa alleanza dei produttori che è stata inutilmente convocata a palazzo Chigi. Non ne sanno nulla gli operatori finanziari, lasciati a cavarsela nella mostruosa tempesta borsistica.
Non ne sanno nulla i partiti. Non ne sanno nulla, figurarsi, i cittadini: come lavoratori, contribuenti, imprenditori, risparmiatori, pensionati, consumatori, in qualsiasi veste abbiano paura per il futuro.
Non sappiamo nulla di come l’Italia potrebbe uscire dall’emergenza per il semplice drammatico motivo che non sa nulla chi dovrebbe fare le scelte. Chi ha promesso di fare «presto e bene». Chi si vantava di aver già avviato tutte le misure necessarie e ieri ha dovuto ammettere che invece «tutto è cambiato» e che la manovra «va completamente ristrutturata».
Non lo dice più solamente Bersani, che il problema principale dell’Italia è la nullità che si trova alla guida del paese.
Il primo degli editoriali del Financial Times di ieri concedeva a Berlusconi un’ultimissima chance di dimostrare che tiene più agli affari pubblici che ai propri. Ma senza nutrire alcuna fiducia: «Ciò che l’Italia sta soffrendo non deriva da un colossale deficit di bilancio, ma da un colossale deficit di leadership politica». E la Borsa di Milano non aveva ancora chiuso, peggiore d’Europa, a meno 6,6 per cento. E il presidente del consiglio non aveva ancora confermato – davanti a Marcegaglia, Mussari, Camusso, Bonanni e gli altri – il proprio stato di stordimento.
Gianni Letta ha annunciato, e senza ironia, l’apertura di almeno tre o quattro tavoli di concertazione: così l’ennesimo dei tanti «momenti della verità» è sfumato, come i precedenti, nel rinvio causato dai veti nella maggioranza.
Oggi alla camera se ne consumerà un altro, dove almeno le opposizioni potranno confrontarsi con Tremonti. Sarà altrettanto deludente, temiamo. Del resto, perfino il prossimo “decisivo” consiglio dei ministri pare evento remoto, avvolto nelle nebbie.
Alla fine, anche chi vorrebbe collaborare, con le migliori intenzioni, potrà trovarsi a prendere atto che nessuna casa che brucia può essere salvata se il pompiere rimane immobile, attanagliato dal terrore e dall’incapacità.

da Europa Quotidiano 11.08.11

Piove sui quadri di Brera "A rischio un Raffaello", di Anna Cirillo

I due milioni di euro provenienti dai biglietti oggi vengono riversati allo Stato. Il tetto del complesso di Brera, che copre Pinacoteca e biblioteca Braidense, deve essere rifatto da tempo ma finora i soldi non sono mai arrivati. E così è bastato un forte temporale l´11 giugno per mettere a rischio uno dei capolavori assoluti dell´arte, Lo sposalizio della Vergine di Raffaello, conservato nella Pinacoteca. Da una crepa l´acqua a fiotti si è riversata anche sulla parete interna della sala XXIV dove è collocato il dipinto, denuncia la Uil Beni e Attività Culturali, che ha documentato tutto con fotografie e un filmato. L´ennesima emergenza ha indotto anche il ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan a muoversi. «Ha disposto che al più presto siano trovati i finanziamenti necessari per la messa in sicurezza del tetto» ha riferito ieri il consigliere Franco Miracco. Aggiungendo l´intenzione «di portare a compimento la Grande Brera».
Il quadro, che fortunatamente non ha preso una goccia d´acqua visto che era sistemato su una doppia parete a 40 centimetri di distanza dal muro incriminato, è stato messo per una settimana in un deposito, comunque visibile al pubblico dietro ad una porta a vetri, mentre la sovrintendente di Brera, Sandrina Bandera, si attivava per far riparare il canale di scolo nel muro. Il problema è stato risolto e Lo sposalizio della Vergine è tornato al suo posto.
Non è la prima volta che le infiltrazioni d´acqua fanno penare Brera, in più riprese negli ultimi anni è intervenuta la Sovrintendenza ai Beni Architettonici per risolvere i problemi dopo piogge e temporali. La questione coinvolge anche la prestigiosa biblioteca Braidense, nello stesso palazzo della Pinacoteca, la prima biblioteca pubblica voluta da Maria Teresa d´Austria nel 1786, che ha cercato di riparare le infiltrazioni nel deposito libri con fondi del Fai. La Uil nella sua denuncia suggerisce un «immediato decreto ministeriale per istituire subito la Sovrintendenza Speciale di Milano che comprenda la Pinacoteca di Brera e il Cenacolo Vinciano». In questo modo, così come succede già a Firenze e a Venezia, il polo museale potrebbe tenere per sè i proventi dei biglietti che oggi sono, invece, versati allo Stato. Circa due milioni di euro con i quali si potrebbe fare molto, visto che dal Governo faticano ad arrivare soldi e che la Pinacoteca, mentre gli piove acqua dal tetto, ha problemi a pagare anche le bollette. Su questa proposta dei sindacati anche la Sovrintendente Bandera è d´accordo.
Ma quest´ultimo episodio ripropone anche il tema della Grande Brera, ovvero della ristrutturazione che il palazzo attende da anni, con lo spostamento dell´Accademia di Brera in un´altra zona della città e l´allargamento della Pinacoteca. L´ex ministro della Cultura Bondi aveva nominato per questo il manager Mario Resca Commissario straordinario. Ma Resca da mesi è sfiduciato e dice: «Sono l´unico commissario nominato e poi lasciato senza soldi, è inaudito». Dei 150 milioni di euro che servono non ne è arrivato neppure uno.

La Repubblica 11.08.11

"Coraggio, fate pagare le rendite e i ricchi patrimoni", di Rinaldo Gianola

A Berlusconi e a Tremonti non piace la parola “patrimoniale” perchè troppo di sinistra? Oppure l’imposta sui grandi patrimoni non è condivisibile dalla maggioranza di governo perchè è stata proposta nell’ultimo anno, con formulazioni diverse, da noti rivoluzionari come Pellegrino Capaldo, Giuliano Amato, Luigi Abete, Carlo De Benedetti? E se impiegassimo l’elegante definizione inventata da Francois Mitterand all’inizio degli anni Ottanta, quando introdusse in Francia l’«Imposta di solidarietà sul patrimonio», forse sarebbe più presentabile? Facciamo un accordo: non usiamo più il termine patrimoniale, che non piace al premier e ai milionari, che spaventa i ricconi con lo yacht e la Ferrari e alimenta diatribe quasi sempre inutili. Scegliete un nome meno minaccioso, ci pensi Tremonti sempre creativo quando bisogna inventarsi un neologismo (il suo “mercatismo” ha avuto un discreto successo sui giornali…), ma per favore chiedete un contributo significativo a chi sta meglio se oggi, come tutti concordano, bisogna salvare l’Italia. Possibile che in questo Paese malmesso, dove crescono le ingiustizie e le diseguaglianze, dove chi sta sopra guadagna sempre di più e chi sta sotto è sempre più in difficoltà, sia così arduo far passare un elementare criterio di giustizia sociale che non è una declinazione elegante dell’esproprio proletario, ma un principio di democrazia? Chi ha di più deve dare di più, soprattutto in momenti come questi. E invece, anche ieri, le varie anime (ammesso che ce l’abbiano) della destra di governo si sono trovate unite solo nella bocciatura preventiva dell’ipotesi di tassare i grandi patrimoni. Vedremo se nei prossimi giorni maturerà qualche cosa di diverso anche all’interno della maggioranza. La patrimoniale è un’imposta usata da molti governi di destra e di sinistra, è stata impiegata in Gran Bretagna e Nicolas Sarkozy ne ha delineato una formulazione “alla francese”. C’è chi la pensa come intervento una tantum, chi la vuole pesante, chi vuole escludere i beni strumentali funzionali alla produzione. E c’è anche chi pensa che la patrimoniale possa addirittura essere la base per una profonda riforma fiscale che sposti il prelievo dal lavoro e dalla produzione ai beni e patrimoni. In questo Paese in piena crisi economica da oltre tre anni, con un debito pubblico enorme, con oltre mezzo milione di posti di lavoro scomparsi, con un giovane su tre senza occupazione, dove almeno 50 miliardi di euro di reddito sfuggono al fisco, un intervento di giustizia sociale non dovrebbe suscitare scandalo. L’Italia sta diventando sempre più diseguale e la crisi ha accentuato le differenze, soprattutto è continuato quel fenomeno che dura da oltre vent’anni che sposta quote crescenti del Pil nazionale dal lavoro dipendente alla rendita. Nel 1974 ai lavoratori andava il 74% della ricchezza prodotta, la percentuale era scesa al 53% a metà degli anni Novanta e nell’ultimo decennio è ulteriormente diminuita attorno al 45%. Non basta. L’impoverimento delle famiglie italiane è costante, a causa della pressione fiscale e della caduta del potere d’acquisto dei salari. I salari medi dei lavoratori italiani sono solo al 23° posto tra i paesi dell’Ocse. È i bassi salari non favoriscono nemmeno la creazione di “veri” posti di lavoro. Nel 2010 circa l’80% dei nuovi assunti ha avuto contratti a tempo determinato o precari. Che cosa volete di più, volete colpire ancora le famiglie, i lavoratori, i precari, i pensionati? La grande manovra del geniale Tremonti è togliere gli assegni familiari e cancellare le agevolazioni? È di questo che stiamo parlando per risanare i conti e rilanciare il Paese. Si vuole di fatto alzare la pressione fiscale sul lavoro dipendente mentre le rendite se la cavano sempre. Chi in questi giorni specula e guadagna in Borsa pagherà solo il 12,5% sulle sue plusvalenze, la stessa aliquota che “colpisce” le vergognose stock options di potenti manager. La patrimoniale, o come volete chiamarla, una tassa più alta sulle rendite avrebbero un grande valore. Aiuterebbe il mondo del lavoro e i ceti più esposti alla crisi a condividere i sacrifici per sostenere il Paese, verrebbe introdotto un principio di giustizia. Il 10% circa delle famiglie possiede quasi la metà dell’intera ricchezza nazionale. Un contributo di solidarietà di poche migliaia di euro da parte di questi soggetti per due o tre anni porterebbe il Paese fuori dall’emergenza. È una richiesta eccessiva?

L’Unità 11.08.11

"Il risveglio sul Titanic", di Massimo Giannini

Se quello che si sta consumando sotto i nostri occhi in questo agosto di tregenda non fosse un vero dramma, verrebbe da dire che siamo ancora una volta alle “comiche finali”.
Un governo senza storia, guidato da un premier senza vergogna, insegue un obiettivo senza speranza. Ritrovare la forza di una politica e la dignità di una leadership, per imporre al Paese la cura dolorosa ma necessaria senza la quale c´è solo l´Apocalisse. Questo tentativo, continuamente inseguito e continuamente fallito, marchia a fuoco la via crucis degli incontri tra la risibile “armata berlusconiana” e le parti sociali. Li rende ogni volta velleitari, deludenti e dunque alla fine tragicamente dannosi.
«Negli ultimi cinque giorni tutto è precipitato», sostiene preoccupato Gianni Letta. Peccato che il governo non se ne sia accorto. L´effetto della “scoperta” fatta dal plenipotenziario del Cavaliere è quanto meno surreale. Ricorda il ministro della Propaganda iracheno, che diceva davanti alle telecamere «We are in controll» mentre i tank americani sullo sfondo varcavano le porte di Bagdad. Qui la crisi ha varcato i confini dell´Italia da almeno tre anni. E nessuno se n´è accorto, se non i cittadini che hanno subito una caduta dei redditi, dei consumi, dell´occupazione. Non se n´è accorto Berlusconi, convinto da sempre che “la nave va” perché gli italiani fanno la fila sulle autostrade nei weekend, riempiono i ristoranti la sera e comprano tanti cosmetici. Analisi dotta, da “statista” e uomo d´azienda, che dimostra di sapere bene «come funziona l´economia». Non se n´è accorto Tremonti, che dopo aver intravisto la “tempesta perfetta” all´inizio del 2008, invece di fronteggiarla si è scansato, parlando a lungo di filosofia, salvo informarci alcuni anni dopo che sul Titanic affondano tutti, e non si salvano nemmeno i passeggeri di prima classe. Analisi “colta”, da commercialista e uomo di mondo, che dimostra di sapere bene come si deprime un´economia.
E adesso siamo qui. Con il presidente del Consiglio che dichiara che bisogna anticipare il pareggio di bilancio al 2013, ma non sa dire perché siamo arrivati a questo punto, come contiamo di uscire dalla tormenta e chi pagherà il conto finale. Con un ministro del Tesoro che annuncia che «la manovra va ristrutturata», ma non sa spiegare alle parti sociali dove era sbagliata quella vecchia e come cambierà quella nuova. Un raro esempio di inettitudine, riscrivere una manovra finanziaria due settimane dopo averla varata, e averci spiegato che erano ridicole le critiche di chi lamentava il folle rinvio del risanamento del deficit al biennio elettorale 2013-2014, ed erano assurdi i dubbi di chi temeva una risposta negativa dei mercati e una risposta perplessa della Ue e della Bce. «La manovra è perfetta e strutturale, ed è esattamente come ce la chiede l´Europa»: questo era il “dogma”, alla fine di luglio. Si è visto il risultato. Governo italiano commissariato dal “direttorio” Merkel-Sarkozy, lettera-capestro della Banca centrale europea sulle misure urgenti da varare subito, oltre 48 miliardi di aumento del costo del debito come risultato dell´impennata degli spread, quasi 80 miliardi bruciati in Borsa come risultato della perdita di capitalizzazione delle nostre banche.
Questa improbabile “coppia di fatto”, un premier sfiancato dagli scandali privati e dal discredito internazionale e un ministro fiaccato dagli intrighi immobiliari e dai nemici interni, azzarda ora un decreto straordinario per il 18 agosto. Mossa disperata, ma purtroppo tardiva, ambigua e poco credibile. Mossa tardiva, perché era chiaro a tutti già un mese fa che la speculazione, dopo aver fatto le prove generali su Irlanda e Grecia, affilava le armi per un´estate di fuoco contro Eurolandia e i suoi debiti sovrani, e dunque sarebbe stato necessario lanciare subito, già allora, un segnale immediato sulla volontà di accelerare il pareggio di bilancio. Mossa ambigua, perché ora non si capisce davvero dove il governo voglia colpire. Berlusconi, ubriaco dei soliti fumi ideologici, non vuole introdurre nessuna “patrimoniale” perché «è una cosa di sinistra». Bossi, ebbro dei soliti vizi antropologici, non vuole misure sulla previdenza perché «le pensioni padane non si toccano». Tremonti, isolato e insultato da tutti, non sa più cosa toccare, se non i soliti ticket sanitari a carico dei soliti noti del ceto medio e basso. Tutti insieme, irresponsabilmente, non sanno far altro che aprire inutili tavoli. Un tavolo sul lavoro affidato a Sacconi, un tavolo sulle infrastrutture affidato a Matteoli, un tavolo sulle privatizzazioni affidato a Romani. Tutto precipita, intorno al Palazzo romano, e loro si siedono a chiacchierare senza dire nulla. Non un´idea concreta sui sostegni alla crescita economica, non una parola pratica sul taglio draconiano ai costi della politica.
Mossa non credibile, dunque, per tutte queste ragioni. E sia detto senza alcun compiacimento, ma al contrario, con tutta la preoccupazione imposta dalla fase. Nessuno può più giocare al «tanto peggio tanto meglio». L´opposizione non deve cedere alle derive “sfasciste”, la Cgil non deve cedere alle pulsioni massimaliste (delle lacrime di coccodrillo piante adesso dalla Cisl e dalla Uil non vale nemmeno la pena di parlare, tanto è stato penoso il collateralismo di Bonanni e Angeletti in questi ultimi tre anni). Ma è evidente che questo governo non può farcela. Non è mai stato all´altezza del compito in tempi normali. Figuriamoci oggi, in tempi emergenziali. Si obietta che una «discontinuità politica in questo momento sarebbe troppo rischiosa. Ma anche questo, ormai, è tutto da dimostrare. E comunque oggi c´è in ballo molto di più del destino di un governo. In gioco, qui come nel resto d´Europa, c´è il risparmio e il lavoro delle famiglie, il mercato e gli investimenti delle imprese. La “posta” è l´Italia. Una posta troppo alta e troppo importante, per lasciarla ancora nelle mani di Berlusconi, Bossi, Tremonti e Scilipoti.

La Repubblica 11.08.11

"Regge il patto tra le parti sociali. Camusso: Ci prendono in giro", di Claudia Fusani

Separati in casa ma con un piano comune. Costretti al domicilio coatto da un governo che ostenta lunghi conclavi ma poi non decide, comunica a pezzetti e male; e dai mercati che continuano la loro aggressione speculativa. Le parti sociali al tavolo della crisi, dalla Confindustria alla ritrovata terna sindacale, dall’Abi agli artigiani e tutte le associazioni di categoria per un totale di 18 sigle, riescono a tenere un fronte unico e compatto quel patto sociale di obiettivi e intenti siglato un paio di settimane fa con il documento della discontinuità. Unità e compattezza che in questo momento spiazzano governo e maggioranza invece divisi e nervosi. E’ il dato politico più importante, l’unico costruttivo, di una giornata cominciata subito male in borsa e con grandi attese circa i risultati del tavolo governo- parti sociali convocato a palazzo Chigi alle cinque del pomeriggio. E che alla fine si è rivelata disastrosa, sia per le borse che per i risultati del cosiddetto tavolo. Il tavolo delle beffe, con 130invitati, tra cui mezzo governo, neppure una pietanza e qualche assaggino visto che di proposte concrete e ufficiali per uscire da questo disastro non se n’è sentita mezza. Una giornata di vuoto politico che è giusto raccontare dalla fine. Dalle facce della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e del presidente Abi Giuseppe Mussari circondati da Camusso, Angeletti e Bonanni e tutti gli altri che scendono nella sala stampa di palazzo Chigi alle 19 e 20 di sera per dire che il governo «non ha comunicato i dettagli della manovra ». E allora che siete venuti a fare? Marcegaglia tentenna, vorrebbe dire ma è meglio tacere, si limita a ribadire concetti già noti: «Si deve fare presto e bene, i principi della manovra devono essere condivisi e si devono ispirare a rigore e equità, interventi sul mercato del lavoro sì ma ci pensiamo noi». Il governo però, al piano di sopra, ha già apparecchiato il tavolo tecnico su questa questione e su altre. Mussari detta il game over, alza lo zaino e fa cenno a tutti di andarsene. «Chiedetelo al governo» rispondono prima Bonanni e poi Angeletti che più tardi saranno più morbidi con dichiarazioni del tipo «oggi non ci aspettavamo nulla di speciale, l’importante è quello che decideranno nelle prossime ore». Camusso ha occhi brace. Fuori da palazzo Chigi il segretario della Cgil arriva ad ipotizzare lo sciopero generale «ma solo se sarà confermato lo schema della manovra» che prende da chi ha già dato tanto. Alla fine questa affermazione sulla possibilità di uno sciopero generale intacca l’unità della parti sociali più di ogni altra provocazione dalla giornata. Che non sono state poche. Bonanni boccia la Camusso: «Indire uno sciopero oggi sarebbe sbagliato ».Ed è solo un assaggio delle possibili e temute divergenze che verranno fuori dopo, una volta che il governo metterà sul tavolo i contenuti della manovra che dovrà ridurre il deficit dal 3.8 attuale all’ 1.6 per cento nel 2012. Significa 35 miliardi da trovare subito. Di sicuro è fallito, almeno finora, il tentativo di una parte del governo di coinvolgere la Cisl in una trattativa riservata. La tenuta del fronte unico banche, industria, sindacati e associazioni di categoria aveva fatto una prova generale nel pomeriggio in via Veneto, alla foresteria della Confindustria. Un’ora e mezzo di pre-incontro in attesa di sentire le proposte del governo sulla crescita e sul ripianamento del debito. «Siamo uniti – aveva detto il segretario della Cisl Raffaele Bonanni – nell’esigenza di fare presto per spegnere l’incendio della nostra economia e proteggere il paese. Siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità ma il governo deve avere coraggio nel tagliare i costi della politica e dare garanzie sulla riforma fiscale». Sulla stessa linea il segretario generale della Uil Luigi Angeletti. Più netta la Cgil: «Andiamo a sentire il governo, poi daremo le risposte. Se non c’è un’inversione di tendenza su chi deve pagare non possiamo accettare nessun tipo di soluzione» ha chiarito il segretario confederale Vincenzo Scudiere. Poi è andata come è andata. Il patto ha tenuto. Nonostante il nulla e quella scintilla sull’ipotesi di sciopero generale.

L’Unità 11.08.11

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Il vertice delude i sindacati. Camusso: non è stato all’altezza dei problemi, siamo pronti allo sciopero generale

Un vertice tutt’altro che soddisfacente. I sindacati si aspettavano molto di più dall’incontro con il Governo, come fa capire chiaramente la leader della Cgil Susanna Camusso: «L’incontro non è all’altezza dei problemi che abbiamo e della trasparenza che sarebbe necessaria. Ci aspettavamo che il Governo ci dicesse cosa intende fare», ha detto Camusso, ricordando come «la volta scorsa ci avete consegnato il libretto delle cose fatte, questa volta ci aspettavamo la lettera della Bce per sapere in che campo giochiamo». E ha aggiunto: «Se la manovra colpirà i soliti noti ci mobiliteremo per cambiarla» senza escludere «lo sciopero generale».

Più accomodante il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: «Non mi aspettavo né di più e né di meno, conoscendo la delicatezza dei temi che sono sul tappeto. Quello che conta davvero è ciò che decideranno nelle prossime ore». Bonanni ha aggiunto che nell’ambito del vertice il Governo non ha trattato il tema delle pensioni, lanciando poi un monito alla Cgil in merito alla possiiblità di uno sciopero generale: «Non riteniamo opportuno aggravare ulteriormente questo momento di crisi, non credo sia quello che serve per placare i mercati. Crediamo sia giusto discutere con il governo e casomai protestare, come abbiamo giá fatto in passato», ha aggiunto Bonanni. Ciò che serve è «l’unità generale».

Il Corriere della Sera 11.08.11

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“Cgil pronta allo sciopero generale”, di Mauro Favale

Se il governo gioca ancora a carte coperte, la Cgil scopre subito le sue e si prepara allo sciopero generale. Al termine di un incontro «non all´altezza dei problemi e della trasparenza che sarebbe necessaria», Susanna Camusso, leader della Cgil, si basa sullo «schema della manovra letto sui giornali» e promette battaglia per cambiarla. «Senza escludere lo sciopero generale. Tempi e modi li deciderà l´organizzazione». Un annuncio accolto malissimo dal governo che definisce la segretaria della Cgil «irresponsabile» e lasciato cadere, per ora, dalla Cisl di Raffaele Bonanni, convinto che «oggi, ai mercati, non si risponde con uno sciopero generale».
Il problema, però, per la Camusso è la mancanza di risposte da parte del governo e il rischio che «la manovra colpisca i soliti noti. Devono pagare coloro che nella manovra precedente non l´hanno fatto». «Equità» come parola d´ordine, quindi, e no a interventi che riguardano pensioni, redditi da lavoro dipendente, sanità e assistenza. Né, tantomeno, per la Cgil sono accettabili modifiche dell´articolo 18 dello statuto dei lavoratori, simbolo di una battaglia vinta dal sindacato già nel 2002.
Se la Camusso si dice delusa dall´incontro con il governo, Bonanni, invece non si aspettava «né di più né di meno». Anche per il leader della Cisl, l´importante è «fare presto ma con equità». Non raccoglie l´annuncio dello sciopero generale, così come lo lascia cadere anche Luigi Angeletti della Uil che invita il governo a «dare un segnale chiaro sui costi della politica». Poi aggiunge: «Siamo sull´orlo del precipizio». La maggioranza, invece, si scaglia contro la Camusso: «Ci sono momenti – afferma il vicecapogruppo Pdl al Senato, Gaetano Quagliariello – nei quali un atteggiamento di responsabilità è il minimo che ci si possa aspettare. Quello della Cgil può classificarsi come un atto anti-nazionale».
Il Pd, intanto, non commenta l´incontro con le parti sociali e aspetta l´audizione del ministro Giulio Tremonti, questa mattina, a Montecitorio. Il segretario Pierluigi Bersani chiede al governo «parole chiare sulle sue intenzioni. Poi, se le proposte non saranno soddisfacenti faremo le nostre proposte alternative».

La Repubblica 11.08.11

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«Ci metto la faccia, si fa come dico io»
Vertice nella notte da Berlusconi. Contrasti su pensioni e prelievo straordinario

Sa che forse anche lui dovrà cedere qualcosa. Che potrebbe alla fine anche essere necessario rimangiarsi quel «piuttosto che imporre agli italiani una patrimoniale, mi dimetto» pronunciato appena due giorni fa, nonostante ancora ieri sera tenesse duro: «Dobbiamo agire su altre voci, tagliare le fonti di spesa, i costi della politica, poi certo andrà rivisto, purtroppo, anche qualcosa sulle pensioni, ma io a patrimoniali o cose simili non credo, e non voglio cedere…», ripeteva Silvio Berlusconi ai suoi e a Umberto Bossi, con il quale ha trattato fino a notte, in un vertice con lo stato maggiore della Lega, del Pdl e con Tremonti durato oltre quattro ore, non sufficienti a sciogliere i nodi, soprattutto su pensioni – sulle quali la Lega non vorrebbe intervenire – e patrimoniale.
«Siamo ancora in alto mare», confessavano a notte fonda nel Pdl. Ma Silvio Berlusconi sa che questo è il momento decisivo per il futuro del suo governo, per quello che di lui si dirà negli anni a venire, e anche per il Paese. E attacca: «Non c’è nessuno che possa sostituirmi a Palazzo Chigi, non lo vogliono nemmeno i vertici della Bce o i nostri partner europei, perché si fidano di me: questa manovra siamo in grado di farla, farla bene, e la faremo. Io ci metto la faccia, e voglio sia fatta come dico io».
Il suo partito in realtà – che ieri notte, dopo il vertice a palazzo Grazioli, è tornato a riunirsi per «fare il punto» in una frenetica ricerca della quadra – è più possibilista sul fatto che, alla fine, una qualche forma di «eurotassa» bisognerà pur imporla. «L’ipotesi di patrimoniale non esiste, non si capisce come sia uscita», scandisce Cicchitto all’uscita del vertice. Ma nell’incontro, ragionano, si è ragionato eccome su ipotesi di «interventi fiscali» che potrebbero riguardare l’innalzamento dell’Iva ma anche una sorta di prelievo straordinario per il quale già si ipotizzano nomi: «contributo per l’Italia» il più gettonato.
D’altra parte, nel pomeriggio, in una sorta di pre-vertice ristretto del Pdl, si faceva questo ragionamento: meglio chiedere un sacrificio ora, e una volta sola, a chi può, che spalmarlo in mille rivoli, perché «se si ha il coraggio di dire agli italiani come stanno le cose, agendo una volta per tutte, magari ci si rilancia per il 2013», sosteneva un ministro convinto che «va spinto Berlusconi in questa direzione».
In ogni caso nel vertice del Pdl, sia Alfano che Cicchitto, a Tremonti hanno chiesto chiaro e tondo di «non farci trovare davanti ad una manovra che non sia condivisa: il premier dovrà esserne protagonista perché sarà lui a doversene assumere oneri ed onori». Ma oggi sono piuttosto gli oneri quelli che affannano il premier. La drammatizzazione del quadro politico e finanziario dato ieri sia da Berlusconi che da Letta che da Tremonti alle parti sociali è servita anche a preparare il campo a misure che potrebbero essere prese prima di quanto annunciato ufficialmente: «tra il 14 e il 16» è stato detto al tavolo. Prima della riapertura dei mercati e sull’onda di giornate che si prevedono tanto emergenziali da frenare proteste e voci considerate più che stonate. Come quella del segretario Cgil Camusso, che ieri minacciava anche uno sciopero generale: «Sembra il capo del sindacato greco…», raccontano abbia commentato il premier.
Ma per le prossime ore il problema del premier è soprattutto interno: come far quadrare i conti della manovra se la Lega si oppone a qualsiasi intervento sulle pensioni? Perché lui e il Pdl, invece, sulla previdenza spingono: sia su una riduzione drastica delle pensioni di reversibilità, sia a una disincentivazione per quelle di anzianità (più complicato toccare l’età per l’uscita dal lavoro delle donne). Nella notte, l’idea prevalente in casa Pdl era che «sulle pensioni si arriverà a una mediazione». Sulla patrimoniale o tassa di scopo che dir si voglia, invece, si ragiona e si preme e si valutano pro e contro: «Il fatto è che Berlusconi con la sua posizione drastica ci ha spiazzato… Vediamo se si convince a cedere qualcosa però, perché comunque i conti alla fine devono tornare in qualche modo…», confessava un ministro.
E molto dipenderà appunto dall’atteggiamento della Lega: «La manovra sarà pesante e dovrà essere condivisa, tutti dovremo essere disponibili», predicava ieri sera il ministro Fitto. Prendendosi il tempo necessario: «È vero che siamo in emergenza — dice Mariastella Gelmini —, ma l’urgenza non deve essere cattiva consigliera…».

Il Corriere della Sera 11.08.11

"Equità ed efficacia: un'altra manovra è possibile", di Pier Paolo Barretta*

La facile rincorsa del governo alle modifiche costituzionali (addirittura due: gli articoli 41 e 81) sembra più dettata da un disperato tentativo di tappare la falla della diga con un dito, che da un vero disegno organico e un’idea di Stato. Tanto più quando, come nel caso dell’art. 41, la proposta di modifica entra ed esce dai
cassetti a seconda del clima politico ed è riassunta in una formula (“tutto ciò che non è proibito è libero”) talmente ovvia da destare sospetti – o conferme – sul suo vero significato. E ciò vale anche per l’articolo 81. Una buona Costituzione (e la nostra lo è) non può essere scritta solo sull’onda dell’emergenza. Due falsi obiettivi, dunque, per distrarre dall’impatto che avrà sulle famiglie e i cittadini l’anticipo della manovra. L’anticipo del pareggio di bilancio
al 2013 non stupisce, dopo la incauta decisione di Tremonti di collocarlo dopo le elezioni.
I mercati vanno criticati e regolati, ma nemmeno provocati! Ed è ciò che, invece, è avvenuto con l’altra “furbata” di Tremonti, quando ha coperto, con i tagli agli Enti locali, alle pensioni, alla sanità e le tasse sui titoli, solo la metà dei previsti 40 miliardi, promettendo che il resto si sarebbe ricavato da una delega di riforma fiscale talmente vaga che, al momento del varo della manovra, non era ancora stata presentata in Parlamento. Quale credibilità poteva avere agli occhi degli investitori, prima ancora che degli speculatori,un siffatto comportamento?
Costretto dalla reazione delle borse a recuperare i 20 miliardi mancanti, Tremonti lo fa con i tagli all’assistenza e alle deduzioni e detrazioni fiscali. Lascia esterrefatti che l’anticipo avvenga senza cambiare la manovra: i tempi per varare la delega, che impedirebbe alla clausola di salvaguardia di scattare, sono infatti così stretti che è probabile che già dal 2012 (cioè tra 5 mesi) si applicheranno le minori riduzioni fiscali, ovvero le maggiori tasse.
Bisogna, a questo punto, pensare ad una manovra diversa sul piano sociale, altrettanto rigorosa e sia pure accompagnata da sacrifici,ma che recuperi equità.
Le strade ci sono; Bersani ne ha indicate alcune e altre possono completare l’agenda: una politica di privatizzazioni (non di cartolarizzazioni) e di concessioni concreta, che stimoli una nuova
politica industriale ed infrastrutturale; un’ampia esenzione sui titoli e sugli immobili (la Cgil ha parlato di qualche centinaio di migliaia di euro), sopra le quali chiedere un contributo una tantum; una armonizzazione e riduzione dei contributi previdenziali per l’impresa ed il lavoratore; l’introduzione del contrasto di interessi fiscalmente premiante soprattutto per le emissione di fatture di piccolo e medio importo (partite Iva e liberi professionisti); una riforma strutturale della Pubblica amministrazione; la rinuncia ad ogni taglio lineare sostituendolo con interventi selettivi e concordati… Insomma, una manovra diversa è possibile!

*Capogruppo Pd in Commissione Bilanci

L’Unità 10.08.11