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"P3, ecco tutti i guai del Pdl subdola rete di regali e favori", di Claudia Fusani

Non è una geometrica potenza di immediata percezione. Una di quella associazioni a delinquere di cui capisci subito forza e spessore. La P3 è subdola ed è questa la sua forza: riesce ad insinuarsi ovunque grazie all’invito al convegno in località di lusso, a cene e colazioni, regali di Natale e altri favori. Ovunque purché serva. L’obiettivo è sempre lo stesso: aumentare le rete di potere, assumere informazioni, condizionare decisioni a favore del gruppo. L’arricchimento è uno degli obiettivi ma non il più importante. Anzi, prevale su tutto il potere di controllo. Le sessantamila pagine depositate dall’aggiunto Capaldo e dal sostituto Sabelli ai difensori dei venti indagati raccontano questo lento ma progressivo insinuarsi nei meccanismi della vita pubblica per condizionarli, dalla nomina di un amministratore locale in Sardegna per garantirsi gli appalti per l’eolico, a quella di un magistrato in un ufficio che poi potrà tornare sempre utile; dall’inserimento dei candidati nelle liste fino a veri e propri condizionamenti nel funzionamento e nelle decisioni della giustizia ai massimi livelli, dalla Corte di Cassazione a quella Costituzionale passando per procure e corti d’Appello. Sono otto i fatti reato contestati agli indagati (di cui 14 hanno la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete). Di questi ben cinque hanno a che fare con la magistratura. Due con la segnalazione di candidati. Uno è il grande business dell’eolico in Sardegna, da dove a metà 2009 era partita l’inchiesta.

Le grane del Pdl, da Verdini a Dell’Utri. Quattro su venti. Sono i parlamentari del Pdl coinvolti nell’inchiesta con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla costituzione di una loggia segreta, alla corruzione, all’abuso d’ufficio e all’illecito finanziamento. Un problemino in più per il segretario politico del Pdl Angelino Alfano che ha inserito Verdini nella Comitato delle regole che dovrà riscrivere i fondamenti del partito.

La vicenda dell’eolico in Sardegna è lunga e complessa. Ed è, si legge nell’atto di chiusura indagini, uno dei modi individuati dall’associazione per procurarsi liquidi e danaro. Gli imprenditori forlivesi Alessandro Fornari e Fabio Porcellini avrebbero «fornito il sostegno economico al sodalizio (la P3, ndr) e necessario a realizzare il piano industriale di intervento nel settore delle energie rinnovabili, a creare la provvista necessaria destinata alla corruzione dei pubblici funzionari e ai finanziamenti illeciti in favore di membri del Parlamento». Ciò facevano, si legge sempre nell’atto, «versando ripetutamente a Carboni (Flavio, già membro della P2, ndr), a Denis Verdini (coordinatore del Pdl, l’uomo delle liste, ndr), Marcello Dell’Utri e Massimo Parisi (coordinatore pdl in Toscana) somme ingenti di danaro per un totale di 6 milioni che prelevavano dalle casse di società da loro gestite e trasferivano a Carboni e agli altri associati con la complicità di prestanomi».

Gli amministratori sardi, Farris (direttore generale dell’Arpa), Cossu (presidente del consorzio Tea) e Garau (dirigente Area ambiente del comune di Porto Torres) «mettevano a disposizione le loro funzioni pubbliche per assicurare il buon esito alle iniziative imprenditoriali, nel settore dell’eolico, intraprese dal sodalizio». Tomassetti, Pau, Scanu Concas, autista e fidanzate di Carboni, sono i prestanomi utilizzati per le complesse operazioni finanziarie che iniziano nel 2005, coinvolgono la Ste (Società che edita Il Giornale in Toscana) e passano per lo più dagli sportelli della ex banca di Verdini (il Credito cooperativo toscano) e da quelli dell’agenzia Unicredit di Iglesias. Il meccanismo sembrava oliato alla perfezione ma poi l’inchiesta giudiziaria ha stoppato tutto alla fine del 2009. Verdini ha sempre sostenuto, anche un anno fa in una burrascosa conferenza stampa, che le accuse sono tutte infondate, «banali operazioni di trasferimento di danaro». Lo ripete anche oggi: «Tutto ciò è surreale». Intanto Bankitalia, la cui ispezione era nata dall’inchiesta fiorentina sui Grandi Appalti, ha multato gli ex membri del Cda della banca per un totale di 650mila.

Assolta la magistratura. Le toghe di ogni ordine e grado sembravano il vero scandalo dell’inchiesta: nomine condizionate, sentenze aggiustate, rivelazione di notizie riservate, dalla Corte Costituzionale fino Csm passando per il ministero della Giustizia. Erano almeno dieci i magistrati coinvolti, tra quelli indagati e quelli sentiti come testimoni. Alla fine sembra dover pagare “solo” l’ex presidente della Corte di Cassazione Vincenzo Carbone.

Per lui i pm vogliono chiedere il processo per corruzione in atti giudiziari: avrebbe, come presidente, rinviato alle Sezioni Unite della Corte, prendendo tempo e cercandone il condizionamento, la decisione sulla vertenza Mondadori-agenzia delle entrare (alla fine la casa di Segrate ha pagato solo il 5 per cento di arrestati che doveva allo Stato) e per l’allora viceministro Nicola Cosentino che si opponeva presso la Corte all’arresto per contiguità con la camorra. In cambio Carbone chiedeva un incarico per quando da lì a poco sarebbe andato in pensione.
Curiosamente, l’atto di citazione cita questi e anche tutti gli altri episodi, a cominciare da quelli che hanno riguardato l’esclusione prima e la riammissione poi delle liste di Formigoni alla regionali 2010 e la richiesta da parte del governatore, direttamente a ministro e sottosegretari, di inviare gli ispettori alla Corte d’Appello di Milano. Ma l’accusa ha addebitato le pressioni “solo” a Pasqualino Lombardi e ad Arcangelo Martino. Con la motivazione che in fondo, pur dopo tante richieste e trattative, quelle richieste non sono andate a buon fine. Comportamenti eticamente non corretti. Ma penalmente non perseguibili.

L’Unità 10.08.11

Nel 2010 oltre 427 mila giovani hanno perso il posto di lavoro

Quasi il 20 % dei disoccupati sotto i 35 anni lavorava nel 2009 e circa il 60 % non ha più un’occupazione da oltre un anno. Nord e Centro in recupero, Sud senza alcun segno di ripresa. Mercato del lavoro ancora bloccato per i giovani nel nostro paese nel 2010. Quasi il 20 per cento dei disoccupati nel 2010 lavorava nel 2009, e circa il 60 per cento è disoccupato da più di un anno. E’ quanto emerge da una indagine di Datagiovani che sottolinea come le regioni del sud hanno reagito meglio alle dinamiche di involuzione, creando più posti di lavoro rispetto alla media nazionale e con una minore probabilità di perderli nel corso di un anno. Ma l’indice di evoluzione globale mostra come le regioni del Centro e parte del Nord, dopo un 2009 pessimo, stiano recuperando parte del terreno perso, mentre il sud non dà segni di ripresa.

Il centro di ricerche mette il luce come quasi 2 giovani disoccupati su 10 lavoravano nel 2009. Si tratta di poco meno di 210mila giovani che hanno perso un posto di lavoro. Ad essi vanno però aggiunti i quasi 218mila ragazzi che sono passati dalla condizione di ‘occupato’ a quella di ‘inattivo’, o perché si sono rimessi a studiare o perché sono scoraggiati nella possibilità di trovare un altro posto di lavoro. Da rilevare poi che sono circa 686 mila gli under 35 che cercano lavoro da oltre un anno.

La graduatoria dell’indice 2010 vede in testa il Sud, in coda le regioni settentrionali. L’indice di evoluzione del mercato del lavoro giovanile 2010 mostra come rispetto alle tendenze medie nazionali, come era avvenuto del resto anche nel 2009, siano le regioni del sud Italia a reagire meglio. In testa troviamo Molise e Campania, con venti punti in più della media nazionale, poi la calabria. L’ottimo posizionamento di questi tre regioni è da addebitare alla creazione di nuovi posti di lavoro (oltre il 20 per cento degli occupati del 2010 non aveva un lavoro nel 2009) ed al basso rischio di perdita del lavoro (meno del 12 per cento dei disoccupati del 2010 erano occupati nel 2009, contro una media nazionale del 18 per cento). Tra le regioni del nord si ‘salvano’ solo Liguria e Trentino – Alto Adige, grazie soprattutto a buone capacità di stabilizzazione contrattuale. Le altre regioni settentrionali si posizionano in coda essenzialmente per la combinazione di pochi posti di lavoro nuovi creati per i giovani (meno del 12 per cento) e per un elevato rischio di cessazioni di rapporti esistenti.

Nonostante le regioni del nord Italia nel 2010 abbiano mostrato tendenze peggiori rispetto alla media nazionale in termini di evoluzione complessiva del mercato del lavoro giovanile, le cose stanno andando un po’ meglio di quanto verificato nel passaggio dal 2008 al 2009: molte recuperano terreno, in particolare la Liguria ed il Veneto. Bene anche l’Emilia Romagna, più stabili le altre, mentre solo il Friuli Venezia Giulia appare in netta difficoltà. A parte la Toscana, poi, tutto il centro Italia mostra dinamiche migliori rispetto al 2009. Discorso totalmente diverso invece per il sud, il cui mercato del lavoro giovanile nel 2009 si era comportato in maniera decisamente migliore rispetto alle regioni del nord: perdono terreno in particolare la Sicilia e la Puglia.

Anche se vi sono alcune eccezioni – sottolineano i ricercatori di Datagiovani – in generale la tendenza negativa del Mezzogiorno è da attribuire ad una crescita del rischio di perdita del posto di lavoro e ad un aumento della disoccupazione oltre 12 mesi: sembra dunque che l’onda lunga della crisi occupazionale stia facendo sentire maggiormente ora i suoi effetti nel sud Italia rispetto al 2009.

da www.repubblica.it

Financial Times: «Italia, il problema è il premier»

Financial Times e Wall Street Journal, espressione della finanza internazionale, puntano lo sguardo sull’Italia. Con scarsa fiducia, a dire poco, nel nostro premier. «È difficile dire se gli italiani stiano perdendo la loro fiducia in Silvio Berlusconi più di quanto i mercati finanziari ne stiano perdendo nell’Italia», attacca l’editoriale di oggi del Financial Times. Che incalza: «Ma ciò di cui l’Italia soffre in misura maggiore non è tanto un enorme debito, quanto piuttosto un super deficit di leadership politica». Il quotiiano britannico continua elencando i mali dell’Italia – a cominciare dal 48esimo posto nell’indice di competitività del Wef fino alla disastrosa situazione del mercato del lavoro, passando per il caos del sistema giudiziario e, soprattutto, per la corruzione e le infiltrazioni criminali nella vita pubblica – e sottolinea l’urgente necessità di avviare delle riforme strutturali senza differire. «L’ultima chance per il 74enne Berlusconi di mettere avanti gli interessi della nazione a quelli suoi personali, del suo impero finanziario, dei suoi guai giudiziari». Ma il Ft nutre «ragioni particolari per dubitare che Berlusconi sia all’altezza del compito», considerando che sono passati 17 anni dalla sua prima elezione e che tutte le sue promesse di «liberare» la struttura produttiva italiana si sono «risolte in un nulla di fatto». Ciononostante l’Ft ritiene sbagliata l’ipotesi di un governo tecnico, sul modello di quello Ciampi del 1993-94: «Tocca ai politici eletti mostrare una reazione istintiva e prendere il toro per le corna».

«Un punto di svolta per l’Italia», titola un articolo del Wall Street Journal in cui mette in evidenza che alla fine il governo di Berlusconi e Tremonti ha dovuto riconoscere la gravità della situazione di bilancio e lavorare a ulteriori tagli alla spesa. Il Wsj, dedica spazio alle difficoltà croniche della politica italiana in un commento dal titolo «Il Partenone a Roma» sottolineando che «nel caso dell’Italia la normalità è il problema» e «l’unico mistero è come Roma sia andata avanti indebitandosi e spendendo così tanto e per così a lungo».

da www.unita.it

"Industria, più utili ma meno occupati", di Sergio Bocconi

Le imprese italiane recuperano fatturato e utili. Ma perdono occupazione e sono sempre più «estere», contribuendo così meno in fondo alla «ricchezza della nazione». Il rapporto 2011 dell’Ufficio studi di Mediobanca sui «Dati cumulativi di 2.030 società» conferma che rispetto al 2007, cioè agli ultimi bilanci prima della crisi avviata dalla finanza Usa e ricaduta sull’economia, l’azienda Italia ha riguadagnato buona parte del terreno perduto. E ha in pratica ricoperto l’«ultimo miglio» mancante nella prima metà di quest’anno.
Il totale delle società industriali comprese nell’analisi (che viene realizzata da Mediobanca dal 1962) ha visto nel 2010 una ripresa del fatturato dell’8,2%, con una crescita dell’export del 12,6%. Rispetto al 2007 i ricavi aggregati accusano dunque una perdita limitata al 3,9%, che tuttavia è ricoperta dall’andamento del primo semestre 2011, che ha registrato un aumento del fatturato dell’11% per l’industria energetica e del 14% per quella manifatturiera.
Però la fotografia va osservata completa e con attenzione. Perché anzitutto l’Italia è a due velocità se si considera la proprietà: le imprese private rispetto al 2007 hanno fatturato ancora il 6,7% in meno mentre quelle pubbliche registrano ricavi superiori del 6,3%. Un doppio binario che si chiude se si considera l’occupazione: sul 2007 i dipendenti sono calati del 5,1%. Più pesante invece per i privati il bilancio degli investimenti: sono scesi del 16,2%, ma le società pubbliche li hanno mantenuti invariati.
Nessun recupero c’è stato invece sui margini, anzi: rispetto al 2007 l’utile operativo resta inferiore del 23% e quello corrente dell’11,3%. Nel 2010 c’è stato per la verità un balzo dell’utile netto aggregato, che è aumentato del 64% rispetto al 2009. Ma anche in questo caso il dato va osservato con attenzione perché è stato determinante il contributo dei proventi finanziari netti, pari ai sei decimi del maggior profitto. E qui la fotografia deve diventare «macro» perché solo così si «scopre» un cambiamento strutturale in atto nell’industria del nostro Paese. Il saldo finanziario non significa in realtà solo finanza: se da un lato hanno contribuito i tassi minori, dall’altra c’è stato un boom dei dividendi, cresciuti del 47%. E affluiti in modo particolare dalle consociate estere. Sì, perché una quota crescente di ricavi e margini proviene dalle attività che operano estero su estero, cioè generalmente da impianti localizzati in Paesi a basso costo degli input per servire i mercati emergenti: nel 2010 tale componente è salita al 31% dei ricavi della manifattura e al 42% di quelli dell’industria energetica, con margini cresciuti nel solo 2010 del 78% (contro il 9,3% delle attività domestiche) e che hanno raggiunto quota 40% per la prima e 73% per la seconda. Ecco dunque che il progressivo spostamento all’estero di impianti e società, che poi fanno affluire gli utili attraverso i dividenti, contribuisce al calo di investimenti e occupati in Italia e al minore «peso» del fisco: l’aliquota fiscale scende per l’aggregato dal 30,1% al 25,6%, mentre il tax rate resta al 34,6% per le imprese medie, che rimangono più «domestiche».
Infine, se la produttività del lavoro è aumentata dell’8,9% nel 2010, resta inferiore del 7,7% rispetto al 2007. E dal 2001, nonostante il calo di occupati pari al 9,4%, la dinamica salariale con un aumento del 28,6% ha portato a una perdita di competitività di oltre 7 punti. A perdere terreno è stato in generale il sistema del «made in Italy»: rispetto al 2007 il fatturato è diminuito del 6% con una riduzione dell’8,2% dell’export.

Il Corriere della Sera 10.08.11

Ciampi: "A rischio il modello economico dell'Occidente", di Antonella Rampino

L’ex presidente della Repubblica e padre fondatore dell’euro: “C’è un difetto di capacità governativa. Occorre un ministro europeo dell’Economia”

«Ho visto che ancora oggi il buon Trichet ha fatto un intervento, molto duro, contro i governi che non fanno quel che devono». La voce del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi è dolce e colloquiale, ma suona nitida la preoccupazione. Che si allenta solo quando, al telefono dalla consueta vacanza nelle Alpi attorno a Siusi, dice «anche Juncker è nelle montagne italiane, lo scrivono adesso le agenzie di stampa». Non sfugge nulla, al Presidente emerito della Repubblica italiana, della tempesta finanziaria senza precedenti che scuote le due sponde dell’Atlantico. E che rischia di mettere a repentaglio l’euro di cui, con Helmut Kohl, Ciampi è il padre.

Presidente, lei è stato il primo a parlare, anni fa, della «zoppia grave e preoccupante» dell’Europa, ad avvertire che era pericolosa quella mancanza di coordinamento nella politica economica e di sviluppo. Adesso quella zoppia è diventata epocale, e zoppicano anche gli Stati Uniti, il motore dell’economia occidentale…
«E’ vero, sono tutte mancanze emerse ormai da anni. Dalla creazione dell’euro, si può ormai dire. Io dissi della zoppìa come di una cosa ovvia, e lo dissi anche in Parlamento. I responsabili politici che decisero l’istituzione dell’euro erano consapevoli che il sistema avrebbe avuto stabilità solo se accompagnato dalla costituzione di un centro di governo di politica economica. Invece, alla creazione di una moneta unica europea impostata come moneta di uno Stato federale si è risposto addirittura con la mancanza di collaborazione sul piano economico da parte degli Stati».

E’ a rischio il modello economico dell’Occidente, il capitalismo?
«E’ un pericolo che esiste».

E’ troppo tardi per rimediare?
«Troppo tardi è solo il titolo di un vecchio romanzo. Ma certo la crisi viene da lontano. All’inizio, nel 2008, sembrava interessare solo gli Stati Uniti. E invece si è progressivamente estesa all’intero sistema finanziario internazionale e alle economie della maggior parte dei Paesi industrializzati. E nonostante i numerosi interventi, né gli Stati Uniti né l’Eurozona riescono a superare quella che è la più grave fase di recessione dalla fine della Seconda guerra mondiale. La più grave per intensità, per durata, per gli effetti sulle politiche economiche e sociali, e per la tenuta dei governi di fronte alla difficoltà di definire strategie operative in grado di invertire l’andamento ciclico negativo».

Eppure, per quel che riguarda l’Italia, la Bce ha indicato all’Italia misure immediate. Ma Roma deve meritarsi quell’intervento di Francoforte a sostegno del debito pubblico?
«Mi pare che prima di ottenere gli aiuti dagli altri occorra anzitutto aiutarsi da sé».

Ma non è inusuale, pur se consona alla gravità della situazione, la lettera di «consigli» che Trichet e Draghi hanno inviato al governo italiano?
«Francamente, non so. Non si parla di ciò che non si conosce, e io la lettera non l’ho letta, ho solo visto lanci d’agenzia di stampa e articoli di giornale. Ma Trichet ha anche invitato gli Stati a creare un fondo di stabilizzazione, l’ha fatto duramente, e ha fatto bene».

E i governi d’Europa recalcitrano…
«Il punto è che davanti a una situazione di crisi epocale, strutturale, mancano provvedimenti strutturali. C’è un evidente scompenso tra diagnosi e terapia. E bisognava muoversi prima, rimediare a quella zoppìa. Ero convinto che una nuova generazione di governanti considerasse l’Europa come riferimento naturale, e che conseguentemente venissero adottate politiche istituzionali, economiche, sociali dirette a rafforzare l’Unione, nella consapevolezza che solo un’Europa più coesa e prospera può salvaguardare se stessa e le nazioni che la compongono. E invece alcuni Paesi hanno creduto che la soluzione di problemi antichi potesse essere realizzata trasferendone, sia pure in parte, il costo sugli altri Paesi. Hanno temuto di dover condividere con altri il benessere ottenuto grazie all’operosità e all’ingegnosità dei propri cittadini».

Ce l’ha anche lei con Angela Merkel, recalcitrante ad aiutare Grecia e Italia e che, secondo alcune indiscrezioni della stampa tedesca, ha provocato così la delusione di Helmut Kohl?
«C’è un difetto di capacità governativa. Chi più chi meno, magari un po’ meno il governante tedesco e di più l’italiano o lo spagnolo, ma hanno tutti mancato. E continuano a mancare. Lo si vede bene nell’emergenza, ma è un atteggiamento che viene da lontano. Governanti non lungimiranti che hanno assecondato timori, egoismi e populismi, spegnendo la spinta ideale di Adenauer, Monnet, De Gasperi, e poi di Schmidt, Mitterrand, Delors e Kohl. Helmut Kohl aveva le idee chiare, e modi di intervento adeguati e decisi. Fummo noi, insieme, a permettere il decollo della moneta unica e dell’Europa quando si trattò di fare l’euro».

Lo decideste in una storica conversazione del 1993, e senza pensare al consenso immediato, guardando con lungimiranza al futuro dell’Europa. Lo sa che c’è chi sostiene che se in questa crisi l’euro saltasse in fondo l’Italia starebbe meglio?
«Di stupidi ce n’è tanti. Stupidi, intendo, perché non competenti. Torniamo agli Stati nazionali? Benissimo, vediamo se si vive meglio o peggio, vediamo tra le singole nazioni quali ce la fanno e quali no… Ma è la zoppìa dell’Eurozona, la mancata realizzazione di un centro di governo della politica economica di tutta l’area dell’euro ad aver provocato la crisi di Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Italia. E’ quello il punto da affrontare. E subito».

Serve un ministro dell’Economia europeo?
«Lo si chiami come si vuole, ma occorre un coordinamento della politica economica dell’Eurozona. Dobbiamo ricordarci sempre che se abbiamo un’Europa di pace è perché abbiamo un’Europa unita. L’Europa divisa, l’Europa della mia generazione, è un continente di guerre. Sono nato alla fine della Prima guerra mondiale e avevo vent’anni quando è scoppiata la Seconda. Non lo posso, e non lo voglio dimenticare. Le guerre non si combattono solo con le armi. Abbiamo fatto l’euro perché abbiamo vissuto la tragedia della guerra, ma anche la contrapposizione ideologica e militare che seguì, e che divideva gli Stati e i popoli».

Oggi tuttavia l’euro è a rischio. Quali sono i suoi consigli?
«A 91 anni, vivo ormai da lungo tempo lontano dalle decisioni operative. I governi e l’Europa decideranno. Ma di certo, in Europa come negli Stati Uniti, occorrerà ragionare con mente fredda e operare. Mai pensando al consenso politico immediato».

da www.lastampa.it

Bersani: «Pensano di far pagare alla povera gente Se la vedranno con noi», di Maria Zegarelli

La linea del Pd: Tremonti chiarisca i contenuti della lettera inviata all’Italia dalla Bce e quali misure vuole adottare. Ma saranno barricate se l’intenzione è quella di tartassare ancora una volta le fasce più deboli. Su chi si abbatterà la manovra a cui sta lavorando il ministro Giulio Tremonti? Chi pagherà stavolta? Il tamtam è andato avanti per tutto il giorno: pensioni, welfare, articolo 18, lavoro dipendente, ticket… Niente di certo. «Apprendo di anticipazioni sconcertanti di misuren che il governo si appresterebbe a varare. Se pensano di far pagare la manovra alla povera gente, dovranno vedersela con noi», commenta verso sera il segretario Pd Pier Luigi Bersani. Apprende indirettamente perché, altra singolarità tutta italiana, c’è un premier «che chiede collaborazione ma non fa neanche una telefonata al leader del maggiore partito di opposizione per metterlo al corrente delle misure che intende intraprendere per affrontare una crisi così grave» annota con i suoi il segretario che anche ieri ha ribadito la preoccupazionen per gli effetti che potrebbe avere sul Paese una manovra iniqua che si scaricherebbe ancora una volta sulle fasce già duramente colpite.
LA CHIAREZZA
Il ministro Tremonti, questa la linea, deve chiarire i contenuti della lettera inviata all’Italia dalla Bce e indicare quali misure intende adottare ma troverà una ferma opposizione se ancora una volta saranno i soliti di sempre ad essere tartassati. Il pacchetto di controproposte al Nazareno è pronto: tutela dei redditi più bassi alla lotta all’evasione, passando per un piano di liberalizzazioni e tassazione dei patrimoni. L’Udc spiega: «Le nostre proposte le abbiamo in testa, ma non cadiamo nella trappola di farle prima di sapere cosa prepara l’esecutivo». Sfumature diverse nelle opposizioni, ma «sostanziale convergenza» assicurano tutti, anche perché a due giorni dalla convocazione delleCommissioni Affari Costituzionali e Bilancio dove si presenteranno gli stati maggiori del governo le consultazioni sono costanti. Il Terzo Polo farà il punto giovedì, l’Idv di Antonio Di Pietro si dice pronta a fare la propria parte in Parlamento ma resta ferma (come il Pd) nella richiesta di dimissioni del premier, mentre Bersani nel primo pomeriggio incontrerà i capigruppo delle due Camere e delle Commissioni, il responsabile Lavoro del partito Stefano Fassina in vista della riapertura del Parlamento di domani, quando il leader Pd incontrerà i parlamentari convocati prima dell’inizio della seduta. «Chiederemo aTremonti di dire la verità, di smetterla di fare
soltanto chiacchiere: non lo deve soltanto all’opposizione ma a tutta l’opinione pubblica – dice Fassina in ritorno dall’estero -. Dovrà dirci quali sono i contenuti della delega fiscale e assistenziale, visto che ancora non l’ha presentata in Parlamento». Costanti anche i contatti con le parti sociali (che oggi incontreranno il governo) «continuiamo a lavorare alle proposte avanzate al tavolo aperto una settimana fa», spiega Fassina, ma la preoccupazione resta altissima soprattutto perché «é evidente che Berlusconi non ha la credibilità necessaria per chiedere ai suoi referenti sociali di dare il contributo necessario al Paese. È lo stesso motivo per cui non farà mai vere liberalizzazioni: toccherebbe gli interessi economici della sua stessa base elettorale». Molto probabilmente domani in Aula davanti alle Commissioni convocate ad hoc il governo punterà a parlare soprattutto delle modifiche agli articoli 41 e 81 della Costituzione sul pareggio di Bilancio obbligatorio e la libertà d’impresa, in attesa del Consiglio dei ministri che dovrebbe riunirsi nei prossimi giorni. «Diciamo le cose come stanno – dice il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro – il governo sta preparando proprio in queste ore quella manovra bis che sino all’altro ieri escludeva di dover fare. L’inerzia colpevole di Berlusconi e Tremonti ha fatto precipitare la situazione e ci ha reso un Paese commissariato a cui l’Europa delle banche ordina cosa deve fare». E se Idv e Pd restano entrambi convinti che il vero punto di svolta sarebbero le dimissioni del premier, Pierferdinando Casini ormai da giorni ha archiviato la pratica, facendo suonare di nuovo le sirene del Pdl. Nessun abboccamento, assicura il leader Udc dalla sua pagina Facebook: «Siamo e rimaniamo all’opposizione di Berlusconi, e continuiamo ad operare solo per l’Italia e gli italiani».
Apprezzamenti dalla maggioranza arrivano attraverso Adolfo Urso: posizione responsabile che «va apprezzata e incoraggiata perché può consentirci di ampliare e rafforzare il fronte delle riforme». Un commento al veleno arriva da Felice Belisario, Idv: «La politica dei due forni non paga e non pagherà mai. Da un lato, il terzo polo continua con ad aprire e chiudere le porte a giorni alterni in
nome di un’opposizione responsabile, dall’altro, il governo è talmente affannato nella ricerca dinumeri parlamentari che appena vede uno spiraglio ci si butta a capofitto». Ma sarebbero solo schermaglie. Meglio aspettare di conoscere le mosse della maggioranza.

L’Unità 10.08.11

"L'impotenza di un sistema fragile" di Bill Emmott

Non ci penserà molto spesso ma tornando a casa in anticipo dal suo soggiorno italiano per farsi carico dell’emergenza, il premier britannico, David Cameron, deve aver pregato di trovare il classico tempo dell’estate inglese: pioggia, preferibilmente scrosciante. Perché la sensazione dominante nel governo e nelle forze di polizia è l’impotenza di fronte all’improvviso scoppio di disordini e illegalità nelle principali città della Gran Bretagna. È tanto difficile spiegare queste sommosse, quanto sarà per David Cameron venirne a capo. Solo la pioggia sembra in grado di poterle spegnere in fretta.

Le spiegazioni svaniscono rapidamente per diventare mere descrizioni. Ciò che è scioccante a proposito degli eventi che si sono sviluppati negli ultimi quattro giorni è aver dimostrato ai cittadini britannici quanto vicino alla superficie della società ci siano violenza, disprezzo per la legge e addirittura disprezzo per le comunità locali.

Proprio come in Francia nel novembre 2005 quando le rivolte si diffusero e durarono per settimane, non c’è alcuna ragione evidente per cui gli scontri siano cominciati ora, e quindi nessuna risposta plausibile alla domanda su quando potrebbero cessare.

I disordini iniziati sabato nel povero quartiere suburbano di Londra Tottenham avevano almeno una causa: la rabbia e l’incomprensione per l’uccisione da parte della polizia di un uomo del posto al momento dell’arresto. La violenza e i saccheggi di ieri, in decine di periferie e città, non avevano alcun motivo apparente al di là del fatto che i giovani si copiavano l’un l’altro, nella convinzione che la polizia non sarebbe stata in grado di fermarli, e che incendiare automobili ed edifici o rubare dai negozi è divertente, in un certo senso, se si pensa di poter farla franca.

C’è, ovviamente, una spiegazione generale: la disoccupazione e un senso di disperazione di fronte a un’economia stagnante. Ma il tasso di disoccupazione britannica, al 7,7% della forza lavoro, non è particolarmente alto per gli standard europei o americani: la statistica equivalente in Italia è l’8%, in Francia è il 9,5% e negli Stati Uniti è il 9,2%. Tutti noi abbiamo tassi di disoccupazione più elevati per i giovani che per i più anziani e in questo senso la situazione inglese non è peggiore di altre.

Una spiegazione allettante è la tensione razziale, perché era chiaramente il fattore principale la volta scorsa quando nelle città inglesi si innescava la rivolta, nel 1981, quando Margaret Thatcher era primo ministro. C’è chiaramente di nuovo un elemento di questo genere, perché il giovane che è stato ucciso a Tottenham era nero, e la zona è nota da tempo per i cattivi rapporti tra la polizia e la locale comunità afro-caraibica. Eppure la maggior parte degli esperti di ogni provenienza concorda sul fatto che le relazioni razziali in Gran Bretagna nel 2011 sono molto meglio di quanto lo fossero trent’anni fa.

Inoltre, il modo in cui i disordini si sono diffusi nelle notti successive non ha mostrato ulteriori contenuti razziali. L’unico elemento comune sono stati i giovani, generalmente incappucciati, intenti a distruggere e saccheggiare. Non c’è stato alcun ovvio bersaglio politico o istituzionale: niente multinazionali, niente banche, non il governo, nemmeno la polizia.

Così, che conclusioni dovrebbero trarre i britannici, e che cosa dovrebbero pensare gli altri Paesi della Gran Bretagna? La prima conclusione deve essere quella di condividere qualsiasi giustificazione possano avere i britannici. La nostra società è più fragile di quanto pensassimo. Le nostre famiglie sono più deboli di quelle italiane, per esempio, e anche la fedeltà alle comunità locali è debole. Le principali vittime della violenza sono stati i vicini, piccoli commercianti, i servizi delle comunità locali. Chiaramente ai rivoltosi non importa nulla di tutto questo.

Una seconda conclusione porta inevitabilmente a rinnovare le preoccupazioni sulla povertà e la disuguaglianza. Nessun governo può permettersi di ignorare le disparità nella società britannica, e deve fare tutto il possibile per ridurre questi margini. Il guaio è che farlo richiede molto tempo, se pure è possibile. Ed è inevitabilmente reso più difficile nel breve termine se si deve anche tagliare la spesa pubblica.

Terzo punto, e più immediato, tuttavia, dev’essere la preoccupazione per la sicurezza, la legge generale e l’ordine. David Cameron e il suo governo dovranno valutare la possibilità di utilizzare metodi di polizia più duri, compresi i cannoni d’acqua e i veicoli blindati. Quasi certamente, egli capovolgerà un elemento della recente politica del governo: dovrà aumentare forze di polizia anziché ridurle, come previsto in precedenza dal suo piano.

Con i Giochi Olimpici in programma a Londra entro un anno, il pensiero di tumulti in quell’occasione, capaci di danneggiare la reputazione della Gran Bretagna in tutto il mondo, deve dargli gli incubi. Più di tutto, però, come per il primo ministro francese nel 2005, Dominique de Villepin, e il suo collega allora ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, la sensazione principale di David Cameron dev’essere di impotenza. Ecco perché pregherà per la pioggia.

[Traduzione di Carla Rieschia]

La Stampa 10.08.11