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"L'Italia di oggi e quella di tangentopoli", di Miguel Gotor

Nell´Italia di oggi va di moda il gioco dell´oca: si tirano i dadi, si avanza di qualche casella, ma alla fine si ritorna sempre al punto di partenza, ossia al biennio 1992-93, l´età di Tangentopoli, perché in tanti sono convinti che l´attuale fase politica abbia delle analogie con il tempo in cui finì la cosiddetta “Repubblica dei partiti”. L´ultimo a cogliere elementi di corrispondenza tra i due momenti è stato il leader dell´Udc Casini nel dibattito alla Camera, il quale ha parlato della «fine di un´epoca» simile a quella di vent´anni fa.
Ai tempi di Mani pulite il discorso pubblico fu presidiato da tre retoriche nazionali: la prima riguardava il ruolo salvifico e di supplenza della magistratura destinata a surrogare un sistema corrotto e allo sbando; la seconda si fondava sull´autosufficienza rigeneratrice della società civile, giudicata per principio incontaminata e quindi in grado di sostituirsi al vecchio regime; la terza offriva una lettura rivoluzionaria di quel passaggio storico tesa a sottolineare soltanto gli aspetti di rottura e non le dinamiche di conservazione e di trasformismo che nel frattempo si andavano addensando sotto i velami della propaganda. Sappiamo tutti come è finita: l´uscita da quella crisi di regime fu a destra, con il successo di Berlusconi, lo sdoganamento di Fini e l´ascesa di Bossi, cui è seguito un lungo ciclo personalistico, populista e plebiscitario che invece di risolvere i problemi del Paese li ha ulteriormente aggravati e oggi mostra tutta la sua conclamata insufficienza.
All´indomani del voto amministrativo si è sollevato un vento di protesta che ha recuperato alcuni luoghi comuni del discorso pubblico al tempo di Tangentopoli con l´obiettivo di produrre i medesimi effetti di scardinamento del sistema. Il primo argomento è costituito dalla polemica contro la casta che è stato inopinatamente sovrapposto al tema dei costi della politica, da ridurre e da equiparare agli standard europei. In questo modo si attacca indiscriminatamente il Parlamento e non il Governo, si confondono le responsabilità di Berlusconi con quelle dell´opposizione e si concede al Cavaliere una provvidenziale boccata di ossigeno. È facile prevedere che tale situazione di stallo durerà a lungo e che il vento dell´antipolitica continuerà a soffiare impetuoso perché il sistema di potere italiano è stato colto impreparato sia dal collasso del consenso berlusconiano, per la prima volta non sostituito da una crescita della Lega, sia dall´imprevisto successo del Partito democratico.
L´altra carta su cui puntare è l´azione della magistratura, la quale, come è giusto che sia, dove vede ipotesi di reato indaga senza fare sconti a nessuno. Se il sogno di un provvidenziale e rigeneratore tsunami giudiziario conquista tanti commentatori, sarebbe bene però non dimenticare le lesioni del garantismo che caratterizzarono quella stagione, quando la miscela di antipolitica e di giustizialismo finì per favorire la destra e di fatto assicurò una sostanziale impunità ai corrotti. Rispetto al 1992 l´azione giudiziaria appare più accorta e meno televisiva, senza che si affermi un unico centro propulsore simbolico come la procura di Milano. Ieri la magistratura agì come contropotere e puntava alla confessione dell´imputato attraverso l´esercizio della custodia cautelare, oggi più sulla delegittimazione morale preventiva tramite le intercettazioni.
Coloro che tirano i dadi al gioco dell´oca commettono l´errore di ignorare le specificità della crisi di regime del 1992-93. Anzitutto la fine della Guerra fredda che aveva giustificato la democrazia bloccata italiana e favorito, nel corso degli anni Settanta, la deriva tra consociativismo e sovversione armata. Allora ad avviare la slavina fu il venire meno di una tenuta internazionale. In secondo luogo, il ruolo svolto dal terrorismo mafioso che, come è sempre avvenuto nei cambi di potere, impiegò le sue carte per dimostrare che bisognava comunque scendere a patti e stabilire nuove forme di convivenza con Cosa nostra. Infine, erano in campo forze fresche disposte a giocare fino in fondo la propria partita: Berlusconi e Bossi, i quali appaiono oggi come astri in via di spegnimento o dalla stentata sopravvivenza, certo incapaci di convogliare su di sé speranze di rigenerazione politica.
Anche le ricette che circolano per accompagnare l´ipotetica uscita di scena di Berlusconi prima della scadenza naturale della legislatura ricalcano orme passate: l´esperienza di Ciampi, ossia di un esecutivo di salvezza nazionale che unisca le risorse migliori del Paese, o un governo di larghe intese, come fu quello di Dini, che preveda il sostegno della Lega e la tolleranza del Pdl. In entrambi i casi i nomi già ci sarebbero, ma, nonostante sia conclamata nel Paese e nella pubblica opinione l´esigenza di una discontinuità politica in favore di una soluzione “alla Ciampi”, non sono ancora maturate le condizioni di una svolta in Parlamento, ove Berlusconi conserva la maggioranza. Il Cavaliere resiste arroccato proponendo un canovaccio stantio di riforme fuori dal tempo e gioca la solita carta propagandistica dell´imprenditore «con tre aziende in borsa», avendo però perduto ogni credibilità interna e internazionale, come mostrano i risultati dei mercati all´indomani del suo intervento. Ma resta un centro di forza garante di equilibri e di interessi duri da superare soltanto per via istituzionale, manca cioè quel vuoto di potere e di rappresentanza che caratterizzò l´implosione del sistema di vent´anni fa.
In realtà, della stagione di Tangentopoli sono sopravvissute le retoriche e i riflessi, ma non le condizioni strutturali che provocarono quel crollo. Di conseguenza, nonostante la barca italiana sia ormai sotto la linea di galleggiamento e quindi a rischio di affondare, si continuerà a navigare a vista fin quando la crisi democratica di oggi non renderà inevitabile il ricorso alle urne. Crisi del berlusconismo e antipolitica sono le due facce di una stessa moneta che solo le elezioni e la definizione di un nuovo equilibrio di potere riusciranno a mettere fuori corso, ma fino ad allora continueranno a regnare sovrane, un lancio di dadi dopo l´altro.

La Repubblica 10.08.11

"Costituzione, maneggiare con cura", di Pierluigi Castagnetti

Speriamo che la seduta congiunta di domani delle commissioni parlamentari Affari costituzionali e Bilancio sia la sede in cui il governo finalmente parla e dice ciò che ha in mente di fare.
Il paese ha necessità di conoscere con precisione le richieste della Bce e di eventuali altri organismi internazionali per poter valutare il progetto del governo, sempre che, lo ripeto, sia in grado di presentarlo. Ascolteremo e valuteremo. Bersani ha già detto che la manovra così come era stata presentata nell’architettura e nei saldi, se non sarà profondamente cambiata, non potrà essere condivisa.
Ma vi sono due proposte che sembrano già definite, anzi che sono già state assunte a manifesto promozionale dell’operazione governativa, quella di revisione dell’art. 41 della costituzione e quella dell’introduzione sempre in costituzione del vincolo di pareggio del bilancio, su cui è già possibile pronunciarsi.
Francamente non si capisce l’importanza e il nesso di queste due revisioni costituzionali con le questioni poste dall’attuale crisi economica. I tempi della revisione poi, per le procedure dettate dall’art. 138, sono troppo lunghi per potere produrre effetti su questa crisi, ammesso che ne possano determinare. Ma non dobbiamo dimenticare mai che le costituzioni sono le leggi che i popoli si danno nei momenti di maggiore saggezza per difendersi dai momenti di maggiore dissennatezza, per questo vanno maneggiate con prudenza e intelligenza.
Piegarle alle esigenze delle intemperie storiche è sempre pericoloso, non foss’altro perché la storia ci ha più volte dimostrato di saper cambiare i propri umori, per non dire dei ritorni ricorrenti di vecchie visioni che sembravano superate: basterebbe ricordare il ciclico ritorno in auge delle strategie keynesiane o di quelle cosiddette mercatiste.
Romano Prodi e Valerio Onida in questi giorni ci hanno messo in guardia rispetto ai rischi di rigidità di un vincolo costituzionale al pareggio di bilancio, con conseguente rinuncia a forme di indebitamento eventualmente necessitate da esigenze temporanee e se si vuole anche tecniche. Lo stesso art. 110 della Legge Fondamentale tedesca che contempla che “il bilancio di previsione deve essere in pareggio”, come ci ricordava ieri Marco Olivetti, viene interpretato come pareggio formale, non sostanziale, conseguibile anche mediante il ricorso al credito. Se è così allora è giusto che ci diciamo che la nostra costituzione dispone già di strumenti che ove non fossero aggirati garantirebbero la responsabilità della spesa. Pensiamo all’art. 81 che fa carico al legislatore del dovere di indicare una copertura efficace e, dunque, vera («i mezzi per farvi fronte») per ogni legge di spesa. Non sottovalutiamo certo la gravità dell’attuale situazione economica e finanziaria mondiale e la necessità di dare segnali di responsabilità a chi ce li chiede, ma restiamo dell’avviso che la costituzione debba continuare ad essere “maneggiata con cura”.
Ciò che però a noi pare sin d’ora inaccettabile è la proposta di sostituire l’art.41 con un testo da propaganda elettorale.
Lo sappiamo che è una vecchia idea di Berlusconi e di Tremonti sin dai tempi di una famosa assemblea della confindustria a Parma, in cui si impegnarono a capovolgere come un calzino questa costituzione “sovietica” per riordinarla attorno alla centralità dell’impresa. Ma la centralità attorno a cui si costruisce un ordito costituzionale non può che essere quella della soggettività primaria e assoluta dell’uomo. L’impresa è una costruzione dell’uomo e deve essere utile all’uomo. Perciò è stata giusta la scelta dei costitutenti di affermare la centralità della persona e, insieme, di riconoscere il valore inderogabile della proprietà privata, della libertà d’impresa e della tutela della concorrenza, come è detto già e bene negli art. 41, 42, 43 e 117. Un impianto di norme, tutte quelle del Titolo III, che hanno consentito all’Italia in passato di diventare in un paio di decenni di vita repubblicana la quarta potenza industriale del mondo, e di realizzare senza ostacoli tutte le liberalizzazioni e le privatizzazioni necessarie.
Perché a questo punto si debba cancellare quel nucleo di filosofia economica, industriale e umanistica, sedimentato in particolare nell’art.41, veramente non si capisce e, se si capisce, non si può accettare.
Basterebbe riandare a quel dialogo illuminante e suggestivo fra Piero Malvestiti, Luigi Einaudi e Meuccio Ruini in assemblea costituente proprio al momento dell’approvazione dell’art.41, per comprendere come la libera iniziativa economica non possa svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, identificata e definita dalla legislazione ordinaria, la quale non potrà non riflettere le esigenze storiche e la cultura diffusa nella società.
Ma è particolarmente moderno quell’art. 41 anche per un’altra ragione, perché di fatto sostiene che l’impresa non può essere intesa soltanto come “una società di capitali”, ma più propriamente – come ci dice Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus – «una società di persone di cui entrano a far parte in modo diverso e con specifiche responsabilità, sia coloro che forniscono il capitale necessario per la sua attività sia coloro che vi collaborano con il proprio lavoro».
Tutto questo patrimonio culturale dovrebbe essere oggi cancellato? Perché? E, persino, per quali effetti attesi nell’attuale drammatica crisi economica? Il Pd non ha certo titoli esclusivi per essere garante del testo e dello spirito della costituzione, ma di fronte a tanto rischio di scempio, sente il dovere di rivolgersi a tutte le forze serie e democraticamente “sapienti” del parlamento e del paese, per una resistenza semplicemente responsabile.

da Europa Quotidiano 10.08.11

"L'irruzione della realtà", di Barbara Spinelli

Non ha affatto torto Berlusconi, quando dice che non riesce a fare tutto quel che desidera, imbrigliato com´è da poteri che sfuggono al suo controllo: il potere della giustizia e dei giornali, della Costituzione nazionale e di quella europea, dei mercati finanziari e delle agenzie di rating. Tutto gli sta stretto, l´intralcia: la democrazia con le sue istituzioni plurali, i mercati finanziari e l´Europa che d´un tratto gli strappano la corona e lo scettro che immaginava di possedere. Il presidente del Consiglio non ha torto ma non sa la storia che vive: così come non comprende quel che significhi democrazia – al di là del momento magico in cui il popolo elegge governi e parlamenti – oggi non comprende l´enorme mutazione economica cui viene dato il nome, eufemistico, di crisi.
Quel che l´intralcia non è una forza esterna: è l´interiore non-forza del suo animo. È con la realtà che gli tocca fare i conti, dopo averla ignorata o imbellita per anni. La sua favola era già malandata ma ora si spezza, come accadde per bolle speculative nel 2007. I mercati intuiscono questo ritardo mentale, quando scommettono sull´insolvenza italiana. Sono come i rivoltosi che in questi giorni stanno incendiando Londra: agiscono istericamente, perché quel che li muove è l´istinto del gregge spaventato. Ma se l´istinto si scatena con tanto impeto è perché i mercati non scorgono, al timone del bastimento Italia, un uomo con la capacità di comando e l´intelligenza della realtà. Svelto a capire e cambiare, Umberto Bossi – lo stesso Bossi che dieci anni fa inveiva contro la «burocrazia apolide» dell´Europa-superstato – ha dichiarato lunedì: «Per tanto tempo il Paese ha speso più di quanto poteva, e un bel giorno la realtà ha preso il treno ed è venuta a trovarci. Dobbiamo andare dietro all´Europa e fare le riforme. La Bce ci condiziona positivamente».
Non basta che il capo del governo dica, come ha detto il 4 agosto: «Sono un tycoon, so come ci si muove nei mercati del mondo». Il comandante deve salvare non solo questo o quel tycoon nella tormenta, ma portare a riva nave ed equipaggio, dunque l´intera nazione. Il comandante che supera la prova, come nei romanzi di Conrad, non è quello che messo alla prova dal tifone o dalla malattia dei marinai commenta: «Il tifone sta sbagliando, noi stiamo benissimo e lo eviteremo». È quello che traversa il tifone, e esplorando la crisi finanziaria scopre quel che essa racchiude: la metamorfosi, dolorosa, dello sviluppo cui siamo abituati. Una sotterranea redistribuzione delle risorse dagli Stati di antica industrializzazione alle potenze emergenti. Una crescita che nei paesi ricchi rallenterà durevolmente, e dovrà mutare natura. Il parto del nuovo modello di sviluppo è pieno di doglie, ma la politica è imbelle di fronte alle sue fatiche, e i governi sono impreparati a dire la verità ai popoli. Così come l´Euro è fragile perché non è sorretto da uno Stato europeo, così l´Italia è più che mai fragile, oggi, perché sorretta da un tycoon senza senso dello Stato.
Questa fragilità viene descritta, da quando Berlusconi ha precipitosamente cambiato rotta, come un “commissariamento”, una messa sotto tutela da parte di poteri esterni, lontani. Anche questa, tuttavia, è una descrizione colma di insidie, è una benda attorno agli occhi che impedisce di guardare in faccia la verità dei fatti. Gridare al commissariamento significa ignorare che la moneta unica è nata per creare in Europa uno spazio comune, una pòlis allargata, all´interno della quale ogni cosa era destinata a mutare: i comportamenti, gli obblighi, soprattutto l´idea di sovranità nazionale.
Lo ha spiegato con acutezza Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, in una conferenza a Poros dell´8 luglio scorso: di fatto, l´unione monetaria «è già un´unione politica», con tutte le conseguenze che essa richiede. Quel che fai all´interno della tua nazione ha effetti sulle altre, e viceversa. La piccola Grecia rappresenta solo il 2 per cento delle ricchezze prodotte in Eurolandia, ma la sua crisi coinvolge tutti gli Stati, compresi i più virtuosi.
Il guaio, spiega Bini Smaghi, è che le classi dirigenti nazionali (governi, mezzi di comunicazione, accademici) ancora non se ne rendono conto: «L´unione monetaria implica un livello di unione politica molto più alto di quanto pensino molti commentatori, politici, accademici, cittadini. (…) Il modello istituzionale va adattato al fatto che l´unione monetaria è in realtà un´unione politica». La sovranità politica, gli Stati la recuperano solo se cominciano a sentirsi responsabili, nelle loro azioni, di un bene pubblico che copre lo spazio di Eurolandia, e non solo il cortile di casa. Se danno a Eurolandia gli strumenti, i metodi di decisione, le risorse per funzionare. Se favoriscono, con un discorso di verità, la nascita di un´agorà europea, di un´opinione pubblica che sia in grado di pensare se stessa dentro la nazione, dentro l´Europa, e dentro il mondo. Se questo non avviene vuol dire che il destino delle nostre economie e della nostra civiltà sarà stato messo nelle mani dei mercati. Inutile, a quel punto, scalmanarsi e dire che sbagliano.
Per questo è così fuorviante parlare di commissariamento. Non siamo commissariati, non perdiamo sovranità, per il semplice motivo che un certo tipo di sovranità è già perduta. L´Euro, l´abbiamo visto, fu inventato per questo: perché solo attraverso un´unione di forze i politici nazionali possono ridivenire sovrani, anche se non più assoluti. Il fatto che i politici e le opinioni pubbliche non digeriscano questa nuova realtà non significa che essa non esista. Significa che sono ciechi; che i tifoni li osservano inforcando gli occhiali nazionalisti di ieri.
Berlusconi non è il solo a scaricare su poteri esterni le responsabilità, sminuendo la propria forza e quella dell´Unione europea. Tutti gli Stati fingono di possedere le vecchie sovranità, di poter agire da sé: per questo s´aggrappano all´unanimità, in tante decisioni che prendono in Europa, rendendo quest´ultima così lenta ad agire o addirittura vietandole di agire. Non dimentichiamo che Francia e Germania furono le prime, nel 2003, a rifiutare le discipline del Patto di stabilità, e le sanzioni che esso comporta. Furono le prime ad assimilare tale autodisciplina a un umiliante commissariamento. Fu un precedente ominoso, che ancor oggi frena i tentativi degli Stati europei di sorvegliarsi l´un l´altro con il tempismo, la severità, l´imparzialità necessari.
Se gli Stati furono così indulgenti con Parigi e Berlino perché non lo sono anche con Roma e Madrid? Forse i primi hanno speciali privilegi? In un recente articolo sul Financial Times (20-6-11), Mario Monti ha denunciato la deferenza e gentilezza che regna tra gli Stati di Eurolandia: una deferenza paralizzante, che tranquillizza lo spazio d´un mattino. Vissuto come un disonore, il commissariamento non riesce ad imporsi per quello che è: un intervento dell´Unione politica di cui siamo parte, una risposta alla crisi-mutazione dell´economia, della politica, delle democrazie.
Se la politica avesse questa capacità di risposta, già ora si accingerebbe a rifondare le proprie istituzioni, nazionali e sovranazionali. Non lascerebbe sola la Banca centrale, a dettare la linea e a spiegarla. I governi abbandonerebbero l´anacronismo del voto all´unanimità, che perpetua la finzione della loro assoluta sovranità. Metterebbero a disposizione dell´Europa politica le risorse di cui ha bisogno, per una crescita diversa e comune. Ridursi all´ultimo minuto, cambiare rotta solo perché Francoforte lo impone: questo sì è decapitare politicamente gli Stati. L´Europa è un´unione di forze, e tutte e due le parole vanno prese alla lettera: l´unione, e la forza intelligente di chi la tiene in piedi.

La Repubblica 10.08.11

"Dai modenesi stanno arrivando saponi e detergenti in regalo ai detenuti", di Saverio Cioce

La prima ad arrivare è stata una signora in bicicletta, con il cestino pieno, con 20 flaconi di bagnoschiuma da mezzo litro . E poi ancora altre persone con i campioncini o una spesa all ‘ultimo minuto con pacchi di detergenti sino a una benefattrice che ha messo in una busta bianca qualche biglietti da 100 euro . E stata questa la prima risposta dei modenesi all’appello lanciato dalla Gazzetta di Modena per la mancanza di saponi e detersivi all’interno del carcere di S. Anna . La settimana prossima dovrebbe arrivare anche una piccola ma importante fornitura da una ditta modenese che produce articoli per la pulizia .
Il problema è rinviato solo per un paio di settimane. La segnalazione dell’emergenza è arrivata dall’associazione Carcere Città : i numerosi casi di pediculosi nella sezione femminile hanno acuito una situazione già al limite della sopportazione . Del resto i fondi ai penitenziari italiani sono stati diminuiti di un terzo per ragioni di risparmio; anche la direttrice della casa di pena modenese ha dovuto prendere decisioni drastiche per far quadrare i conti . Sotto la scure dei risparmi obbligati sono finiti i detergenti: chi ha qualche soldo può comprarli allo spaccio interno, gli altri devono affidarsi a quello che passano i volontari. Col contagocce, com’è evidente; che con una popolazione carceraria di quasi 500 unità non ci sono risorse per tutti.
Anche la mancanza dei congelatori, vitali per tenere un p ò d’ acqua fresca con queste temperature, è stata affrontata dai volontari con il pragmatismo dell ‘ultima spiaggia: anche qui lettere di dignitosa mendicità, una richiesta d’ aiuto, alle maggiori catene di supermercati di Modena: «Vi avanza un congelatore usato che avete di scorta? Magari anche vecchiotto?»
Non un modello qualsiasi , perchè le imperscrutabili regole carcerarie prevedono che siano ammessi solo quelli a pozzetto, cioè con il caricamento da uno sportello in alto ; quelli da casa non vanno bene. Chi vuole una bottiglietta fresca , da tenere
nell’asciugamano per asciugare il sudore e rinfrescarsi nelle lunghe ore di im mobilità, tre persone in una stanza da nove metri quadrati, sono un sogno. Meglio, un piccolo miracolo laico del volontariato modenese se e quando si potrà comprare un congelatore al posto di quelli rotti e che vengono dimenticati: anche qui mancano i fondi per le più banali riparazioni .
Ma i guasti sono comunque un incubo per tutti quelli che , dalle due parti della barricata, si trovano a operare in carcere.
Ad esempio la palestra è inagibile perché ci piove dentro, e non ci sono risorse per aggiustare il tetto ; a poche centinaia di metri c’è il padiglione nuovo con 170 posti nominali, costato milioni di euro e che deve essere inaugurato in ottobre. Bene, per inossidabili regole sulla contabilità pubblica che funziona per camere stagne, neppure un muratore ha potuto essere spostato per sistemare i guai più grossi del S.Anna. Stessi problemi per gli agenti penitenziari : da quindici anni la strumentazione che permetterebbe di usare le tele –
camere e il telecontrollo, per cui se un uomo in divisa ha un problema quando è da solo in servizio deve aspettare il cambio turno per essere soccorso . Magari dopo sei ore. Oppure ancora ci sono i due furgoni per il trasporto dei detenuti , carichi di anni e di chilometri : uno ha superato il milione di km e ansima ogni volta che si mette in moto per corso Canalgrande, diretto al palazzo di
Giustizia.
«Il problema del sovraffollamento è comune a tutte le carceri italiane e Modena non fa eccezione – osserva la parlamentare Pd Manuela Ghizzoni che venerdì scorso ha compiuto una visita al S. Anna – Sicurezza per tutti i cittadini vuoi dire anche garantire condizioni minime di dignità carceraria . Per questo occorre creare un cordone sanitario evitando problemi pazzeschi come quelli che ci troviamo di fronte: ogni istituzione, associazione deve fare quel poco che può per evitate di aggravare ancora una situazione al limite del collasso . Per questo faremo tutto ciò che è possibile affinchè il nuovo padiglione sia usato per decongestionare il carcere modenese e non sia invece solo uno spazio in più dove sistemare gente in arrivo da tutta l’Italia» .

La Gazzetta di Modena 09.07.11

«Non solo teppisti, la crisi è politica e sociale», di Lazzaro Pietragnoli

«Bisogna condannare i violenti, da qualsiasi parte essi stiano, ma bisogna anche analizzare e capire le ragioni vere di queste manifestazioni di violenza». Mark Fisher – docente all’università di Warwick, dove dirige il Centro di ricerca sulla cultura cibernetica, e blogger con uno specifico interesse nelle manifestazioni di dissenso culturale – non accetta le spiegazioni ufficiali di quello che lui si ostina a chiamare l’establishment.
Sono ormai due notti che le strade di vari quartieri della capitale inglese vengono tormentate da una violenza diffusa, con saccheggi di negozi, incendi, attacchi alla polizia: il ministro degli interni Theresa May è rientrata di corsa dalle vacanze e uomini delle forze dell’ordine sono stati chiamati a Londra dal resto del paese per fare fronte a eventuali ulteriori manifestazioni di violenza nelle prossime notti.
«Ho sentito – prosegue Fisher – esponenti del governo, parlamentari dell’opposizione laburista, poliziotti e giornalisti parlare tutti con una stessa voce, per dire che si tratta di gruppi di violenti, che nulla hanno a che vedere con la popolazione locale, professionisti della guerriglia che approfittano di una situazione locale per portare avanti le loro azioni. Io credo che si tratti di una lettura sbagliata, minimizzante, che non tiene in considerazione quello che è successo nella società inglese negli ultimi dodici mesi e non considera le ricadute che si sono sentite in particolare nelle zone periferiche ed emarginate».
Secondo Fisher è «vergognoso» limitarsi a dire che si tratta della reazione di una minoranza violenta: «Se non capiamo perché l’uccisione di un pregiudicato da parte della polizia ha un’eco così forte e un significato simbolico così sconvolgente, siamo destinati a rimanere vittime della nostra stessa miopia».
Quali profonde trasformazioni sono successe negli ultimi dodici mesi?
Partiamo dalle occupazioni universitarie contro l’aumento delle tasse, dalle manifestazioni contro le politiche economiche del governo, dai movimenti spontanei nati in molti quartieri per contrastare i tagli allo stato sociale. Sono segni di disagio fortissimo, ma non hanno ottenuto alcuna risposta. Già allora si vedevano le prime manifestazioni di violenza, come l’attacco alla macchina di Carlo e Camilla, e già allora questi segnali venivano minimizzati, da destra e da sinistra, come prodotto di estremisti isolati. Non è così, purtroppo. Queste manifestazioni di violenza vanno condannate, ma sono l’unica arma che certe volte può essere usata per protestare davvero: di fronte alla più imponente manifestazione contro le politiche del governo degli ultimi vent’anni quale è stata la risposta delle istituzioni? Nulla. Non dico che doveva cadere il primo ministro, come successe con la Thatcher e la poll tax, ma almeno qualche modifica marginale per dare credito al movimento di avere delle ragioni. Se le parole di chi si oppone non vengono ascoltate, neanche quando si alza il volume al massimo, è purtroppo inevitabile che poi la disperazione trovi uno sfogo nella violenza.
Secondo lei quindi si tratta di una manifestazione di dissenso estremo, che ha radici nel malcontento diffuso?
Io osservo che lo scorso anno, tra settembre e dicembre, le strade di Londra e di altre città inglesi erano attraversate da una certa “euforia del dissenso” e che questa euforia è stata tarpata dall’establishment, da quelli che volevano incanalare il dissenso verso il loro partito, da quelli che non volevano il dissenso e da quelli che non volevano neppure l’euforia. Non solo si stanno distruggendo le possibilità future di una intera generazione, ma si sta anche impedendo a questa generazione di auto-organizzare la propria opposizione.
Io credo che ci siano state nei mesi scorsi diverse occasioni in cui la protesta dei giovani, e dei meno giovani, ha cercato di prendere strade nuove, ma si è sempre cercato o di fermarle o di incanalarle nelle strade vecchie.
Qualche episodio in particolare?
Penso alla manifestazione organizzata da UK Uncut alla fine della marcia dei sindacati nel marzo scorso, con una occupazione simbolica e pacifica di Fortnum&Mason, un modo per portare la protesta sociale in un ambiente diverso, di legare il malessere di classi sociali diverse, di costruire quella famosa alleanza trasversale di cui parliamo da vent’anni. Ecco, quella piccola manifestazione è diventata invece la pietra dello scandalo con sindacalisti e esponenti laburisti uniti al governo nel dire che si trattava di “gruppi anarchici”, “minoranze organizzate” e altre cose analoghe. Non si capisce la portata di queste manifestazioni e le si vuole forzare nei vecchi recinti. Secondo me quella occupazione simbolica e pacifica fatta da 200 persone valeva di più dei milioni portati in piazza dai sindacati. Si tratta di un sistema morente cerca di tenersi in piedi da solo, ma che ormai è screditato anche nelle strutture fondamentali.
Che cosa intende dire? Perché crede che l’uccisione di un pregiudicato abbia questo significato così dirompente?
Perché ormai la gente ha perso la fiducia nella polizia, un’istituzione compromessa, la cui dirigenza è stata decapitata da scandali e inchieste. E lo stesso si dica per il parlamento, per il governo, un’operazione di alchimia che nessuno ha votato. C’è una crisi di credibilità istituzionale che si somma alle difficoltà economiche, e c’è una volontà dall’alto di incanalare le tensioni che esaspera le situazioni e fa esplodere queste manifestazioni di violenza. E poi le nega.
Lei è anche un esperto di nuovi media e di social network. Che ruolo giocano nell’organizzazione di questo dissenso?
Anche Scotland Yard è stata costretta a riconoscere che non sono attrezzati per fare fronte alle nuove forme di comunicazione del movimento. Si tratta della forza dirompente di un nuovo modo di comunicare, che da Tottenham nel nord di Londra fino a piazza Tahir in Egitto dà alla gente quel potere che le forze dell’establishment gli vorrebbero negare.

da Europa Quotidiano 09.08.11

"La colpa di vivere", di Massimo Gramellini

Pare proprio che a salvare la patria in mutande dovranno essere i
pensionandi. Decine di migliaia di lavoratori che, dopo aver sgobbato fin da ragazzi e pagato contributi previdenziali per decine e decine di anni, arrivati a poche buste paga dal traguardo stanno per sentirsi dire che la loro pensione è diventata un lusso insostenibile. I nullatenenti con yacht a carico, le società municipalizzate che proliferano come funghi velenosi: queste e altre minuzie possono aspettare. La vera urgenza è il taglio di un diritto maturato, e autofinanziato, per tutta una vita.

E’ un’ingiustizia, quindi si farà. Nel più totale disprezzo dei progetti di quelle persone, che ora rischiano di annegare nell’incertezza insieme con le loro famiglie. Un’ingiustizia e anche un controsenso: come riusciranno i giovani a entrare nel mondo del lavoro, se si impedisce ai diversamente giovani di uscirne? Le ragioni della scelta sono fin troppo facili da comprendere. I pensionandi non hanno una lobby che li tuteli e non godono neppure di simpatia sociale. Come gli anziani in genere. Con il prolungamento della vita media, la società sembra quasi imputare loro la colpa di non voler morire. Di questo passo guadagnerà seguaci la provocazione dello scrittore inglese Martin Amis, che in un’intervista alla Bbc propose di rimettere in ordine i conti dello Stato Sociale sopprimendo i cittadini al compimento dell’ottantesimo anno. Va bene tutto (insomma, quasi tutto). Ma un Paese di privilegiati come il nostro eviti almeno di mettere alla gogna degli individui che hanno la sola colpa di aver creduto nelle leggi.

La Stampa 09.08.11

"Così la P3 condizionava le istituzioni", di Maria Elena Vincenzi e Francesco Viviano

I pm: corruzione per Verdini e Dell´Utri, pressioni in Cassazione per favorire Mondadori. Lo scopo era quello di realizzare una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso e illecito finanziamento
Cosentino diffamò Caldoro facendo scrivere su un blog che frequentava dei transessuali. Il giudice Carbone accettava la promessa di futuri incarichi e interveniva sulla causa di Segrate. L´associazione tentò d´influenzare la decisione della Consulta nel giudizio sul cosiddetto lodo Alfano. La Procura di Roma non ha dubbi. La P3 è stata un´associazione a delinquere che, oltre a Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi, aveva al suo vertice Marcello Dell´Utri e Denis Verdini. Venti gli indagati, tra cui spuntano il nome dell´ex primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, e quello di un altro parlamentare del Pdl, Massimo Parisi. Una loggia che si è macchiata di reati che vanno dalla corruzione al finanziamento illecito, passando per diffamazione, abuso d´ufficio e violenza privata. Questo si legge nell´avviso di conclusione indagini firmato dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Sabelli. Accuse che la difesa di Verdini, affidata a Franco Coppi e Marco Rocchi, bolla come «surreali» e che, invece, per i legali di Cappellacci, Alessandro Diddi e Guido Manca Bitti, sono «insussistenti». Per il governatore sardo è caduta l´accusa di corruzione.

Un´associazione a delinquere
Verdini, Dell´Utri, Carboni, Lombardi, Martino, ma anche altri personaggi quali l´imprenditore Fabio Porcellini, il presidente dell´Arpa della Sardegna, Ignazio Farris, i due fedelissimi, compagna e autista di Carboni, Antonella Pau e Giuseppe Tomasetti, Maria Laura Scanu Concas, moglie del faccendiere, il direttore di banca Stefano Porcu, il presidente e il dirigente dell´area ambiente del consorzio Tea, Pinello Cossu e Marcello Garau, erano «un´associazione per delinquere». Che aveva lo scopo di «realizzare una serie indeterminata di delitti di corruzione, abuso d´ufficio illecito finanziamento, diffamazione e violenza privata». Un gruppo «caratterizzato dalla segretezza degli scopi, dell´attività e della composizione del sodalizio» che cercava di «condizionare il funzionamento di organi di rilevanza costituzionale, nonché apparati di pubblica amministrazione dello Stato e degli enti locali, con l´obiettivo di rafforzare sia la propria capacità di penetrazione negli apparati mediante il collocamento, in posizioni di rilievo, di persone gradite, sia il proprio potere di influenza, sia la propria forza economico-finanziaria, grazie anche al programma di sviluppo di imprese operanti nel settore delle fonti energetiche rinnovabili». L´eolico, dunque. Questa la base di partenza per le indagini. Ma l´inchiesta si è spinta molto più in là.

Il centro studi-schermo
A coordinare tutto, per i pm, erano Carboni, Martino, Lombardi, Verdini e Dell´Utri che «costituivano, organizzavano e dirigevano l´associazione e, per gestirne l´attività e realizzarne gli scopi, sviluppavano una fitta rete di conoscenze nei settori della magistratura, della politica e dell´imprenditoria». Amicizie che, poi, venivano «sfruttate per i fini segreti del sodalizio e per il finanziamento di esso e dei suoi membri, e ciò anche grazie all´attività di promozione di convegni e incontri di studio, realizzata per il tramite dell´associazione culturale denominata “Centro studi giuridici per l´integrazione europea Diritti e Libertà” gestita da Lombardi in qualità di segretario e da Martino quale responsabile dell´organizzazione e, di fatto, finanziata e cogestita in modo occulto da Carboni». L´associazione giuridica permetteva di «acquisire informazioni riservate e influire sull´esercizio delle funzioni pubbliche rivestite dalle personalità avvicinate».

Pressioni per Formigoni
Tante le occasioni di “interferenza” che i pm spiegano nel dettaglio. Ottenere la nomina di alcuni dirigenti di enti locali; influenzare la decisione della Consulta sul Lodo Alfano; indirizzare il Csm circa la scelta tra i candidati alla presidenza della Corte d´Appello di Milano e Salerno, e alla procura della Repubblica di Isernia e di Nocera Inferiore; far ottenere sentenze a loro favorevoli, è il caso del giudizio tributario sulla Mondadori e del ricorso contro l´arresto per Cosentino. La loggia ha poi fatto pressioni per far accogliere il ricorso presentato da Formigoni contro l´esclusione della sua lista “Per la Lombardia” alle regionali del 2010 e, una volta appreso dell´insuccesso, per avviare “un´ispezione punitiva” nei confronti dei magistrati che avevano respinto il ricorso. La P3 si diede da fare anche per procurarsi, avvicinando magistrati napoletani e milanesi, notizie su procedimenti riguardanti persone a loro vicine; per influire sulla scelta dei candidati a cariche pubbliche mediante la diffusione di notizie false (è il caso del falso dossieraggio contro Caldoro). Attività che, spiegano i pm, erano rese possibili attraverso i finanziamenti di alcuni imprenditori in cambio di cariche di partito in sede locale.

La Mondadori e il contenzioso fiscale
La vicenda è quella del rinvio del contenzioso fiscale della Mondadori, pendente davanti alla commissione tributaria ritenuta “ostica”, alle “più compiacenti”, secondo il sodalizio, Sezioni Unite. Un episodio che vede tra i protagonisti Lombardi e Martino, ma anche l´allora primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone che «accettava (e per questo gli viene contestata la corruzione in atti giudiziari) la promessa di futuri incarichi da ricoprire nel tempo del suo collocamento a riposo, incarichi che lo stesso Carbone sollecitava e in vista dei quali Lombardi si adoperava presso terzi». Merce di scambio per ottenere «un intervento favorevole del magistrato sulla trattazione del giudizio tributario Mondadori-Agenzia dell´Entrate, già pendente davanti alla Sezione tributaria, di cui veniva deciso, su disposizione di Carbone, il rinvio alle Sezioni Unite, e ciò allo scopo di favorire la società Mondadori, procrastinando la decisione della causa, in violazione dei doveri di imparzialità». Non è l´unico episodio che vede Carbone coinvolto. C´è anche quello del ricorso contro gli arresti disposti dal Tribunale di Napoli per Cosentino, per cui la loggia aveva fretta. «Procedimento la cui rapida fissazione veniva disposta dopo il deposito di una rinuncia ai termini di preavviso e dei cui tempi di trattazione Carbone teneva informato Lombardi».

I finanziamenti illeciti
Poi ci sono i soldi, molti dei quali illeciti, secondo la procura. Verdini e Parisi, entrambi deputati, hanno ricevuto dagli imprenditori Porcellini e Fornari «contributi per un valore di 800 mila euro». Così anche Dell´Utri, che «nel gennaio 2010 ha ricevuto contributi da Fornari per 100mila euro». Versamenti non deliberati e mai iscritti a bilancio. Giri di denaro che i pm ricostruiscono nel dettaglio.

La diffamazione del governatore
L´episodio è quello del dossier per screditare la candidatura di Caldoro alla presidenza della Regione Campania. I magistrati contestano a Carboni, Martino, Lombardi, Cosentino e Ernesto Sica, ex assessore della Regione Campania, di aver offeso «la reputazione di Stefano Caldoro, candidato alla carica di presidente della Regione Campania, diffondendo notizie false di contenuto diffamatorio, nelle quali si riferiva di frequentazioni di transessuali». Due gli articoli pubblicati sul web: «Un Marrazzo in pectore: le “passioni” strane di Caldoro» e «Pentito di camorra accusa: nel 1999 stringemmo un patto con Caldoro». Tutto nel tentativo di «costringere Caldoro a rinunciare alla candidatura e i responsabili del Pdl a sostituirla con quella di altra persona, a loro gradita».

La Repubblica 09.08.11