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"Ma loro non sono credibili", di Sergio D'Antoni

Le stringenti condizioni imposte al governo Berlusconi dall’Europa in cambio del via libera all’acquisto dei titoli di debito da parte della Bce ci parlano chiaramente di un governo a sovranità limitata.
Di un esecutivo a credibilità zero, trasformato di fatto in esecutore di una agenda eterodiretta perché ritenuto incapace di prendere la minima decisione in materia di sviluppo e di contenimento della spesa. Una condizione bruciante e umiliante per il nostro paese, ma anche rivelativa.
Cade infatti, e definitivamente, la retorica vuota del governo del fare, la maschera falsamente decisionista di una compagine lontana anni luce dai requisiti di autorevolezza, autonomia e trasparenza indispensabili ad aprire una fase di responsabile cooperazione che produca riforme eque e durature.
Il governo non possiede alcuna delle credenziali necessarie per aprire una nuova stagione concertativa. Per incapacità e per inettitudine. Ma anche per deliberato e miope disegno politico. Nel suo operato non c’è, né c’è mai stata l’ombra di una apertura alle proposte dell’opposizione.
Non c’è, né c’è mai stata traccia di una azione tesa a coinvolgere tutte le forze sociali in uno sforzo comune. Non c’è, né c’è mai stata traccia di un gesto mirato a ristabilire un clima di lavoro unitario che sciolga i principali nodi strutturali del paese. Al contrario, l’esecutivo della destra ha scientificamente tentato di dividere, umiliando le istituzioni, contrapponendo categorie, territori e fasce sociali, tentando di frammentare il mondo del lavoro. Ancora oggi, di fronte alle drammatiche nubi che si addensano sul nostro paese, il governo si muove con la logica e l’impostazione di sempre.
La pervicacia con cui il ministro Sacconi ha tentato nei giorni scorsi di incunearsi e dividere il mondo del lavoro in vista del tavolo di domani, la dice lunga sull’incapacità dell’esecutivo di capire la portata del grande traguardo unitario raggiunto dalle organizzazioni sociali, e di raccogliere a sua volta la sfida di coesione che attende l’Italia. Le coraggiose intese che uniscono oggi sindacati e imprese in un unico fronte riformista sono un clamoroso contrappunto rispetto all’immobilismo e alla mancanza di responsabilità del governo. L’accordo sulla contrattazione prima, il manifesto dei sei punti dopo, rappresentano risultati straordinari non solo di merito, ma anche di metodo politico.
Dalla società arriva oggi la spinta più forte verso un modello di piena condivisione delle responsabilità su obiettivi strategici comuni. Questo passo essenziale sarà in grado di trasformarsi in un vero cammino concertativo solo in presenza di un governo di unità nazionale disposto a mettere al primo punto dell’agenda l’obiettivo della coesione territoriale, economica e sociale.
In questo contesto, lo sforzo più significativo deve essere affrontato dalle fasce sociali più agiate. Servono politiche redistributive, che spostino il carico dei sacrifici dai salari e dalle pensioni più basse alle più alte rendite improduttive. Una indicazione di buon senso, si direbbe, eppure sistematicamente mortificata dai provvedimenti dell’asse Berlusconi-Tremonti.
Come dimostrano gli inasprimenti introdotti dalla Finanziaria, che in molti casi invertono il principio di progressività previsto dalla carta costituzionale. In vista di una revisione della manovra, il Pd lotterà per difendere questi principi, consapevole che solo mettendo al centro delle priorità convergenza e solidarietà sociale il paese sarà in grado di ripartire nel suo complesso.

da Europa Quotidiano 09.08.11

"Pompei Rapporto Unesco: nuovi crolli senza interventi", di Luca del Fra

La natura, il Vesuvio, furono crudeli nel 79 dopo Cristo ma a modo loro più pietosi: in un paio di giorni Pompei venne sommersa da una colata piroclastica e per secoli giacque addormentata. In questi ultimi anni assistiamo invece alla progressiva agonia del sito archeologico, da ascriversi alle geometriche incompetenze certificate da un rapporto dell’Unesco; alla sottrazione di risorse preziose per la sua conservazione, grottescamente distolte in forza del decreto cosiddetto «Salva Pompei»; mentre una feroce speculazione minaccia di mortificare ulteriormente l’area strangolandola nel cemento.
Brillante, presenzialista, gran dichiaratore, Giancarlo Galan aveva scelto proprio Pompei, epicentro della “débacle” del suo predecessore Sandro Bondi, per la sua prima conferenza stampa da Ministro dei Beni e delle Attività Culturali: era il 12 aprile scorso e per il disastrato sito promise una nuova cura, nuovi fondi statali ed europei e, che noia!, il salvifico arrivo dei privati. Il tutto facendosi forte di un decreto legge, il n. 34, approvato il 31 marzo: se non ché proprio quel provvedimento sancisce de iure la futura agonia del sito. All’articolo 2, pomposamente intitolato «Potenziamento delle funzioni di tutela dell’area archeologica di Pompei», c’è la norma che permette al ministero di «disporre trasferimenti di risorse tra le disponibilità delle Soprintendenze».
E quindi, per potenziare la soprintendenza di Pompei, grazie a questo comma gli hanno subito sottratto 5 milioni di euro, destinati a ripianare i debiti del Polo Museale della città di Napoli, un carrozzone creato nel 2003 dall’allora ministro Giuliano Urbani, a quanto si dice per poltronificare Nicola Spinosa da risarcire per la mancata nomina a Direttore regionale. Costo: una voragine di 12 milioni di euro in pochi anni. Per ripianare questo buco, oltre a Pompei, altri 5 milioni di euro sono stati sottratti alla soprintendenza di Roma, con lavori già pianificati e ora rinviati: a quando? A Pompei la situazione è drammatica: l’anno scorso, dopo i crolli reiterati, mentre l’allora ministro Bondi incolpava la sinistra dei disastri, una commissione dell’Unesco era piombata nell’area archeologica per capire cosa davvero stesse succedendo. La relazione Unesco boccia l’opera di Marcello Fiori, commissario straordinario voluto da Bondi e preso dalla Protezione civile: in generale per la mancanza di manutenzione e di conservazione, e in particolare individuando le cause dei crolli nella mancata irregimentazione della acqua piovana; giudica inutili e avventati i lavori promossi da Fiori per valorizzare il sito, come l’orribile rifacimento del teatro nuovo. Tra gli ispettori Unesco c’è Alix Barbet,
l’insigne archeologa esperta in pitture dell’età romana: non le sfugge la mancanza di alcuni affreschi smontati dalle collocazioni ni originali, ne chiede conto ma nessuno sa rispondere. Si reca in questura, fa un esposto: gli affreschi sono rintracciati in un magazzino, dove erano stati «dimenticati». La relazione dell’Unesco si conclude con 19 raccomandazioni di fuoco allo Stato italiano: più di tutte brucia l’accusa di non aver capito l’importanza universale di Pompei. L’Unesco infatti non protegge siti belli o di per sé importanti e suggestivi, ma ciò che ha valore per tutta l’umanità e il cui significato deve essere conservato e non disperso. Torneranno nel 2013 gli ispettori dell’Unesco, nel frattempo segnalano una situazione di progressivo degrado e una decina di domus in immediato pericolo. Ma prima che arrivi l’inverno, come correre ai ripari se le risorse sono state tagliate? Il Ministro aveva promesso nuovo personale – ma fino a oggi nulla è stato fatto – e 100 milioni di euro europei prima dai fondi Fas, poi dai Poim. In entrambi i casi si tratta di procedure lunghe e complicate, sulle quali a Bruxelles l’Italia si è guadagnata una triste fama. Arriveranno? E quando arriveranno? Impressionati dalla situazione di Pompei, gli ispettori dell’Unesco hanno contattato le fondazioni internazionali dedite al mecenatismo: si è interessata la Fondazione Défense, una cordata di imprenditori che può godere di agevolazioni fiscali per gli investimenti in cultura non solo in Francia ma in tutta la Ue. Si parla di 200 milioni di euro e, improvvisa, scende subito in campo un’altra cordata, di imprenditori napoletani questa volta: soldi zero, ma disposti a realizzare a pagamento – con i soldi dei loro colleghi francesi, che faranno bene a stare molto attenti – una serie di opere intorno al sito: alberghi, ristoranti, centri commerciali, info-point e vai così. Il rischio di cementificazione intorno al sito è reale: sempre il decreto «Salva Pompei» prevede infatti che interventi cosiddetti urgenti «all’esterno del perimetro delle aree archeologiche (di Pompei) possono essere realizzati in deroga alla pianificazione urbanistica». A insorgere contro questo comma, quando il decreto venne trasformato in legge, è stata solo Italia Nostra, «vox clamantis in deserto». Pompei anno 2016: un anello di cemento, fatto di alberghi, centri commerciali e benessere con altisonantinomi tipo Hotel Polibio, Epicurus Lounge, Resort Casti Amanti, circonda una area ex archeologica oramai ridotta a discarica del passato. Internet gratis
per tutti.

L’Unità 09.08.11

"E la "rapina" franco-tedesca in 24 ore diventa salvagente, tutti gli eurodeliri del Senatùr", di Filippo Ceccarelli

Nel ´99 il Carroccio arrivò a minacciare la “rivoluzione” contro l´adesione alla nuova divisa. Nel 2001 un giudizio filo-Ue: “L´addio alla lira ha scongiurato la secessione”. Nel complesso sistema della comunicazione che fa capo al ministro Umberto Bossi l´euro-delirio si configura come un capitoletto pregiudizialmente surreale, ma opportunamente contraddittorio. Così se ieri l´altro l´adesione alla moneta unica era qualificata come un “errore storico”, dopo appena 24 ore sulla bocca del Senatùr l´euro era divenuto un´entità salvifica; mentre oggi, per chi legge, può adeguatamente tornare a essere una dannazione o trasfigurarsi in una speranza, una panacea, un handicap, un segno divino, una coincidenza inesorabile, un nulla assoluto o chissà cos´altro ancora.
E´ sempre più difficile prendere sul serio le uscite di Bossi, e tuttavia qualcosa dice anche la rapidità con cui egli cambia idea. Motus in fine velocior, dicevano gli odiati antichi romani per indicare come alla fine ogni cosa, ogni movimento tenda ad acquistare una maggiore velocità.
Per chi ama la storia, è bene sapere che nel 1996 il leader della Lega, allora in piena fregola secessionista, scrisse all´allora presidente dell´Ue Santer per chiedere indicazioni su come la Padania potesse aderire alla moneta unica. Si ignora la risposta di Santer, fatto sta che due anni dopo – era il 1998 – il Senatùr profetizzò che il cambio valutario sarebbe stato «un pasticcio». E nel 1999 disse non solo che era sbagliato entrare subito, ma che la risposta padana si sarebbe espressa niente meno che in una rivoluzione. Sennonché nel 2001, tornato buono buono al governo con Berlusconi, spiegò Bossi con uno dei suoi ragionamenti a sfondo geopolitico che proprio la moneta unica aveva scongiurato la secessione. Ma l´anno dopo, 2002, tale impegnativa valutazione era già evidentemente andata fuori corso per il semplice fatto che l´euro, più che voluto o scelto in un referendum, era stato in realtà “subìto”. Trattavasi di imposizione franco-tedesca, e «nessun popolo è libero – aggiungeva Bossi – senza una sua moneta».
Dura fatica andare appresso alle euro-giravolte ogni volta cercando di comprenderne le opportunità razionali e le motivazioni tattiche, tanto più quando le une e le altre s´aggrovigliavano al significato più generale dell´Europa e a quanto via via essa comportava per l´immaginario leghista in termini di norme sugli extracomunitari, esposizione del crocifisso o matrimonio fra omosessuali.
Il punto è che l´euro era, oltre che una moneta, anche un simbolo. Per cui se nel 2003 non aveva «portato granché bene», nel 2004 era diventato «fondamentale in tutte le rapine che si sono fatte»; e se la gente adesso faticava ad arrivare alla fine del mese, questo non dipendeva mica da Berlusconi e dal governo di cui Bossi era ministro, ma dall´euro: imposto – indovina indovinello – dai massoni. La responsabilità massonica è tornata in voga pure quest´anno. Anche se ad aprile, per via dei mancati respingimenti, Maroni aveva minacciato di uscire dall´Ue. Dopo di che Bossi l´aveva corretto sostenendo che «era una frase detta per stimolare l´Europa».
Un ulteriore elenco di stimoli similari richiederebbe ben altro tempo e spazio. In mancanza dell´uno e dell´altro ci si può accontentare della ricerca sul campo di un´antropologa francese, Lynda De Matteo, che di recente ha pubblicato L´idiota in politica (Feltrinelli), là dove l´idiozia del titolo, prima che un semplice insulto di quelli che Bossi lancia ogni giorno, è una categoria d´interpretazione anche piuttosto sofisticata che rinvia ai dispositivi di rovesciamento, all´uso della parodia e ai riti carnevaleschi applicati al potere. Dopo averlo letto l´euro-delirio del Senatùr appare certo più comprensibile, ma lascia lo stesso sgomenti.

La Repubblica 09.08.11

Le obiezioni del Pd “laburista”, di Rudy Francesco Calvo

Anche i Democratici dicono no a interventi da parte della Bce giudicati troppo liberali. I contenuti della lettera inviata al governo italiano da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet non possono certo essere definiti originali. Anzi, in casa Pd qualcuno leggendoli avrà avuto la sensazione di un deja vu. «Riduzione al 50 per cento delle società e degli enti partecipati dallo stato centrale e dal sistema delle autonomie – Non è possibile garantire stabilità ai singoli posti di lavoro, ma si può garantire continuità all’occupazione delle persone […] Ci vogliono politiche attive sul mercato del lavoro, che forniscano tutele del reddito in caso di disoccupazione e un sistema efficiente di servizi, di formazione e di occasioni per il reimpiego. Questo è il senso della migliore flexicurity europea – Riforma del modello di politica retributiva nelle pubbliche amministrazioni […]. Rimpiazzo parziale e selettivo del turnover […]. Abolizione dello spoils system e graduale superamento degli automatismi retributivi e di carriera – La lotta alla precarietà è indispensabile per dare prospettive di vita dignitosa ai giovani. Si devono estendere a tutti i lavoratori le tutele fondamentali – Meno tasse sul salario di produttività».
Sono i cinque punti fondamentali sui quali la Bce ha chiesto al nostro governo di intervenire, così come erano stati declinati già nel 2008 dal programma di governo del Pd. Ma con i se non si fa la storia e dire oggi che una vittoria dei dem allora avrebbe scongiurato la difficile situazione attuale del paese avrebbe quindi poco senso. Quel che è certo, però, è che il Pd ha nel proprio Dna proprio quegli interventi strutturali di cui l’Italia ha bisogno.
O, quanto meno, li aveva. In questi tre anni, infatti, il profilo del partito è notevolmente cambiato. La spinta liberal imposta in origine da Walter Veltroni è stata sostituita dall’impronta laburista, che caratterizza l’attuale segreteria Bersani. Dinamiche normali in un partito democratico (una cosa analoga è successa anche in Gran Bretagna, per esempio), ma che mettono attualmente il Pd in una posizione delicata. Se la richiesta del Nazareno (e di tutte le opposizioni), ossia un nuovo governo di transizione che affronti la crisi economica e traghetti il paese verso le elezioni, dovesse alla fine realizzarsi, cosa farebbero i democrat? Darebbero il loro voto in parlamento ai provvedimenti scritti a quattro mani anche da Mario Draghi, colui che rappresenta «perfettamente un’Italia che c’è» e che non è «esattamente l’Italia berlusconiana» (parole di Bersani, il giorno della nomina alla Bce del Governatore uscente di Bankitalia)?
Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, è chiaro: «Si tratta di misure improprie. È quanto meno singolare che la Bce intervenga nella politica economica di uno stato richiedendo interventi che non hanno niente a che fare con la politica monetaria». I dem, quindi, se coinvolti in un nuovo esecutivo, si impegnerebbero a mantenere i saldi, ma cambiando i contenuti della manovra, come hanno sempre affermato in queste settimane.
Da questo punto di vista, l’intervento della Bce non cambia niente. Soprattutto, per quanto riguarda il mercato del lavoro: se la ricetta di Francoforte ricorda la proposta avanzata dal senatore dem Pietro Ichino, il corpaccione del partito nella recente conferenza tematica di Genova si è mosso in un’altra direzione. «Attaccano sempre il lavoro dipendente – accusa Fassina – in uno sforzo di emergenza invece bisogna coinvolgere tutti». Quindi, bisogna alzare le tasse sulle rendite finanziarie, introdurre liberalizzazioni «vere», combattere «anche in maniera drastica » l’evasione fiscale: «In un quadro del genere, siamo pronti a discutere di tutto – chiarisce Fassina – anche delle pensioni di anzianità».

da Europa Quotidiano 09.08.11

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“La Bce spacca le parti sociali”, Gianni Del Vecchio

A sinistra le richieste avanzate da Francoforte non piacciono: la Cgil rigetta le misure sul mercato del lavoro.
Una prima avvisaglia si era avuta sabato scorso quando la Cgil non aveva condiviso l’appello di imprese, banche e altre associazioni affinché il governo accelerasse su liberalizzazioni e privatizzazioni. Ma la vera rottura dell’armonia fra le parti sociali (che invece aveva portato al documento comune in sei punti dello scorso 4 agosto) è avvenuta ieri, poche ore dopo la diffusione da parte del Corriere della sera della lettera con la quale la Bce ha di fatto “commissariato” l’esecutivo.
La Cgil ha preso nettamente le distanze dai diktat europei, che dovrebbero tradursi automaticamente in provvedimenti legislativi da parte della maggioranza. E per rafforzare il concetto ha bollato come inutile l’incontro con Sacconi previsto per domani pomeriggio. Il tutto mentre le altre organizzazioni – come Confindustria, Rete Imprese e Alleanza delle cooperative – hanno preferito non commentare e rimandare tutto a mercoledì, anche perché in fondo la ricetta di Trichet non è poi così lontana dalle loro posizioni. Che Susanna Camusso non ci stia a farsi portare su terreni impervi per la sua organizzazione dalle altri parti sociali, lo si deduce dalla nota diffusa in serata dal sindacato di corso d’Italia.
Il segretario generale prende di mira quasi tutte le misure prescritte dalla Banca centrale e le rispedisce al mittente senza tanti complimenti. A cominciare da quella più pericolosa per i lavoratori, ovvero la riforma della legislazione sul lavoro. Trichet ha “consigliato” a Berlusconi e Tremonti misure molto precise: meno rigidità nelle norme sui licenziamenti dei contratti a tempo indeterminato, interventi sul pubblico impiego e il superamento del modello attuale basato sull’estrema flessibilità dei giovani e sulla totale protezione degli altri. Troppo per la Camusso, così come è troppo il tanto strombazzato Statuto dei lavori del ministro Sacconi. Ma la Cgil dice “no” anche all’anticipo di una manovra definita «iniqua e squilibrata», che colpisce i soliti noti, ovvero lavoratori e pensionati.
Una manovra partorita da un governo che invece di essere la soluzione del problema è parte attiva di quest’ultimo. Il sindacato di corso d’Italia infine boccia sonoramente gli aneliti liberalizzatori e privatizzatori di Francoforte e delle organizzazioni datoriali: «Consideriamo sbagliate alcune richieste come le privatizzazioni delle aziende locali di servizio, la svendita del patrimonio pubblico e la pretesa cancellazione di questa o quella istituzione». Insomma, quello della Camusso è un messaggio forte e chiaro alla Bce, al governo, alle altre parti sociali e, non ultimo, a quella parte della stessa Cgil che la sostiene ma che negli ultimi tempi ha fatto trapelare più di un malumore per un presunto schiacciamento su posizioni confindustriali.
La lunga nota della segreteria generale è poi interessante perché, al di là delle critiche di merito, pone anche una questione di metodo per i futuri incontri con il governo, a partire da quello in programma domani. «Oggi l’Europa ci detta l’agenda e il governo è obbligato a recepirla. Ciò conferma l’inutilità di incontri come quelli voluti dal ministro del welfare. È indispensabile che il governo convochi parti sociali, regioni e enti locali, spieghi cosa ci chiede la Bce, renda pubblica la lettera, e dica cosa ha intenzione di fare».
Quindi, niente incontro con Sacconi, anche perché a corso d’Italia non va giù il fatto che in un momento così difficile per il paese il ministro del lavoro non abbia rinunciato alla sua opera certosina di divisione sindacale. Sì invece a uno con Tremonti e Berlusconi, ma solo a patto che vengano cancellate «le iniquità della manovra». Cosa tuttavia alquanto improbabile.

da Europa Quotidiano 09.08.11

E' ora di investire nell'istruzione. Nuovi tagli sarebbero insostenibili", di Benedetto Vertecchi

Risparmiare nella scuola non significa cancellare risorse, ma impiegarle al meglio. Nonostante la crisi le forze politiche democratiche non devono rinunciare ai fondamentali traguardi di equità sociale. Se c’è qualcuno (e purtroppo c’è) che pensa di por mano ai tagli sulla spesa per l’istruzione per rientrare nei limiti indicati dalla Ue, non si può che sperare in una risposta pronta da parte delle forze politiche e dei sindacati. Per cominciare, occorre tener conto che da troppo tempo il sistema educativo è stato considerato una sorta di pozzo. Una riserva inesauribile dalla quale si poteva attingere secondo le necessità del momento, ovviamente non di quelle che avrebbero consentito di migliorare la qualità delle scuole o di promuovere la ricerca. La conseguenza di questa politica di taglio delle risorse è stato il deterioramento continuo delle condizioni di funzionamento del sistema. Il fatto è che la politica dei tagli ha aperto una contraddizione insanabile proprio con la nozione di sistema. Per esempio, ridurre l’orario scolastico non significa solo diminuire l’organico degli insegnanti, ma affermare un’idea dell’educazione formale limitata ad una trasmissione di contenuti ai quali non corrispondono altre esperienze, quelle necessarie perché ciò che è stato appreso possa essere applicato. In un contesto nel quale la scuola italiana non può non confrontarsi con quella degli altri Paesi europei, è stato intrapreso un cammino divergente, di diminuzione del tempo dell’istruzione formale. Mentre nel resto d’Europa l’orario delle lezioni è solo una parte del tempo di funzionamento delle scuole, in Italia lo esaurisce completamente. L’autonomia delle scuole, anche troppo conclamata, si è ridotta ad una minuteria di gestione che ignora le scelte culturali, le prospettive di valore, l’impegno civico. La dotazione delle scuole (biblioteche, laboratori e altri spazi specializzati) è stata avviata alla dissoluzione, incentivando l’acquisizione di uno strumentario tecnologico che in assenza di una ricerca adeguata non produce benefici di qualche rilievo. Potremmo continuare, ma chiunque è in grado di farlo per suo conto. Per coprire l’inconsistenza delle interpretazioni che hanno sostenuto la politica scolastica si è fatto ricorso ad esibizioni ideologiche e, talora, alla rievocazione di un senso comune del quale non si può che ripetere quanto affermava Stuart Mill, e cioè che si tratta del brodo di cultura del pregiudizio. Ripercorrere l’evoluzione della politica scolastica dei governi della Destra è come immergersi nella polvere di qualche vecchia soffitta. Troviamo i grembiulini e le pagelle col voto di condotta, ma troviamo anche una nozione di merito totalmente schiacciata sulle caratteristiche personali dei singoli allievi. In breve, dopo decenni (è trascorso quasi mezzo secolo dalla riforma della scuola media) nei quali è sembrato che il sistema volesse perseguire intenti di equità sociale, preoccupandosi di più per chi aveva maggior bisogno, ci troviamo di fronte alla brutale dichiarazione che chi consegue insuccessi è scarsamente dotato di attitudini per lo studio o non si è impegnato come avrebbe dovuto. Va da sé che i meritevoli (ovvero gli allievi dotati e costanti nell’impegno), di fronte ai tagli di risorse che colpiscono il sistema sono del tutto in grado di adattarsi. Quel che si trascura di notare è che a tale adattamento provvedono, quando possono, le famiglie e che le discriminazioni sociali sono tornate ad essere la causa principale di successo o di insuccesso nelle scuola. È evidente che ci si trova di fronte ad una situazione economica di una gravità estrema e che anche la scuola è inevitabilmente coinvolta nell’andamento generale del Paese. Ma pretendere di fronteggiare le esigenze del momento con la falsa soluzione dei tagli alla spesa vuol dire mancare di intelligenza circa le caratteristiche della spesa per l’istruzione e della capacità di interpretare i cambiamenti in atto e quelli che si possono attendere nei prossimi anni. Meglio sarebbe tentare di ridefinire un quadro organico del funzionamento del sistema educativo. Oggi gli oneri per il funzionamento del sistema scolastico sono ripartiti fra lo Stato, le Regioni e gli altri enti locali. Gli interventi appaiono slegati, e rispondono a intenti che nel loro insieme non forniscono un’immagine di sviluppo per la scuola. Un sistema scolastico cresciuto all’insegna dell’unità si trova ora frazionato in realtà difformi e divergenti. C’è una scuola al Nord e una al Sud, le scuole di città sono diverse da quelle delle campagne e via seguitando. Occorre ricostituire il sistema. Ciò non significa limitare gli spazi di intervento dei soggetti che concorrono al funzionamento della scuola, ma eliminare la casualità degli interventi affermando una linea di politica per l’educazione fortemente ancorata ai principi stabiliti dalla Costituzione. Risparmiare nella scuola non significa tagliare le risorse, ma impiegarle al meglio per conseguire i traguardi di equità per i quali le forze politiche democratiche da sempre si sono impegnate.

L’Unità 09.08.11

«Al Paese non serve un commissariamento, ma un nuovo governo», di Francesco Cundari

Il segretario del Pd propone un esecutivo di personalità credibili
e promette battaglia per correggere le iniquità della manovra. Dire che siamo stati commissariati è dire poco, la verità è che abbiamo
perso la nostra sovranità nazionale». Di fronte alle perentorie richieste di Germania e Francia, la prima considerazione di Pier Luigi Bersani è espressa nel linguaggio che ha fatto la fortuna dei suoi imitatori (e un po’ anche la sua), ma il tono colloquiale non ne attenua la durezza: «Abbiamo perso la sovranità, mica noccioline». Il segretario del Pd, che sta tornando a Roma per essere presente in Parlamento per l’audizione del ministro dell’Economia, non intende però fare buon viso a cattivo gioco. «Se il premier si lascia commissariare – scandisce – noi non intendiamo essere commissariati». Ma«il problema più pressante non è nemmeno questo».
E qual è?
«Il problema è che la faccia di chi dovrebbe presentare le dure ricette prescritte dal commissario è quella di Silvio Berlusconi. Si tratterà di misure drammatiche e bisognerà spiegarle al Paese. Qualcuno pensa forse che l’Italia possa ascoltare questo discorso da Berlusconi? Ma soprattutto, qualcuno pensa forse che Berlusconi, un discorso simile, sarebbe in grado anche solo di pronunciarlo?».
Il Pd cosa propone?
«Per prima cosa, aspettiamo di sapere cosa propone Tremonti. Non ci si venga a chiedere cosa proponiamo noi, prima di sapere cosa propone lui. Dopodiché, una volta chiarito cosa intende fare il governo, è naturale che noi abbiamo le nostre idee, su cui stiamo già lavorando».
Per esempio?
«Primo, i tagli devono incidere il meno possibile su chi ha le tasche già vuote e ha bisogno di consumare. Secondo, sull’evasione fiscale stavolta non si può scherzare, le misure ci sono e le conosciamo, si tratta solo di volerlo. Terzo, non si possono lasciare fuori dalla manovra grandi ricchezze e rendita, e non con misure una tantum, ma con misure strutturali. Quarto, una decina di liberalizzazioni fatte sul serio e due linee di politica industriale. Ma, ripeto, temo che con questo governo siano tutte parole al vento».
Sta dicendo che le dimissioni di Berlusconi sono una pregiudiziale?
«Sto dicendo che la permanenza di Berlusconi rischia di bruciare mese dopo mese gli sforzi che nel frattempo mettiamo in campo, il che naturalmente non significa che noi non faremo comunque la nostra parte, le nostre proposte e tutto quello che sarà necessario per salvare il Paese. Ma ci sia consentito di dire che questo resta il problema dirimente, non solo agli occhi del mondo, ma anche agli occhi degli italiani, e in particolare di quelli che lo hanno votato, che si sono sentiti raccontare tante dolci favole e che ora non sono disposti ad ascoltare discorsi diversi. Un tema che mi pare largamente sottovalutato».
Come se ne esce?
«Prima diciamo come ci siamo entrati. Perché non stava mica scritto da nessuna parte che dovesse finire così. È vero, c’è la crisi mondiale, e dentro questa crisi c’è la crisi europea, ma con tutto questo non era scontato che fosse l’Italia, con i suoi fondamentali,
a finire in prima linea».
Cos’è successo?
«È successo che nel 2008, nemmeno tre anni fa, avevamo lasciato un Paese con un debito al 104 per cento e un avanzo primario sopra il 3, con tutte le condizioni per tenere ragionevolmente la barra dei conti e stimolare un po’ di crescita. Non c’era nessuna ragione per cui dovessimo finire qui».
Tutta colpa di Berlusconi?
«Non solo. La verità è che ora paghiamo il conto micidiale di un populismo e di una personalizzazione della politican così estrema da precipitarci in una condizione di rigidità assoluta. Poi c’e qualcuno che per paradosso dice che c’e il 25 luglio, evocano l’ordine del giorno Grandi con cui fu deposto Mussolini… ma la verità è che qui non c’è nemmeno un Gran Consiglio, nella destra non è rimasto in piedi nessun simulacro di soggetto collettivo che possa far argine a questa deriva. Il contesto ideale per la politica economica dissennata di questi anni, fondata sul principio del non disturbare chi ha i soldi. Ed ecco il risultato». Un quadro a tinte fosche. «È la storia di questi anni. E sia chiaro che questa verità il Pd la ripeterà tutti i giorni, come Catone, per i prossimi anni. E ricordando pure che questi meccanismi in Italia hanno trovato troppa condiscendenza in classi dirigenti estese, che non potevano non essere consapevoli dei mali che stavano arrivando».
Sul Corriere della sera, Alberto Alesina sostiene che il problema è proprio la mancanza di leadership, anche nell’opposizione,e se la prende con la politica nel suo complesso, questa «mediocre leadership che la storia condannerà come non all’altezza». Cosa risponde?
Rispondo che da parte di tanti commentatori, e in particolare di tanti economisti liberisti, certi improvvisi revirement meriterebbero prima qualche riga di autocritica. Perlomeno quando si parla della crisi economica, che in tanti hanno negato fino all’ultimo. Pertanto, ci sia anche consentito di dubitare delle ricette di una scuola che ha portato tali frutti. E in proposito vorrei anche dire che quando misuriamo la differenza tra noi e il resto del mondo, non c’è solo quella tra Berlusconi e la Merkel».
A cosa si riferisce?
«Mi riferisco al fatto che le Monde di qualche giorno fa dedicava tutta la prima pagina all’Italia, concludendo in modo inequivocabile, come tutti i giornali del mondo, che il primo problema si chiama Silvio Berlusconi.
Dunque, tra le grandi differenze tra noi e gli altri paesi d’Europa, metterei pure la distanza tra il nostro dibattito pubblico e il loro». Anche il dibattito interno al Pd su come reagire alla crisi è piuttosto vario.
«Anche noi come partito siamo di fronte a un passaggio decisivo, che segna una fase, e dobbiamo esserne consapevoli. Dobbiamo dire chiaramente che siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità, da partito nazionale, ma senza perdere contatto con le condizioni e gli interessi dei ceti popolari, nella convinzione che solo con l’equità salveremo questo Paese».
Le pare che non tutti abbiano mostrato questa consapevolezza?
«Dico solo che a volte bisognerebbe evitare certi dibattiti riduttivi, certe classifiche tipo vuoi più bene alla mamma o al papà, consideri più importante salvare l’Italia o mandare via Berlusconi? La verità è che le due cose si tengono».
La soluzione è il voto?
«Certo non si può andare avanti così fino al 2013, meglio allora fare come la Spagna e votare. Ma è chiaro che di fronte all’emergenza occorre essere pronti a soluzioni di emergenza, compreso un governo composto di personalità che possano garantire la credibilità che il mondo ci chiede».
L’accuseranno di allinearsi ai poteri forti contro la politica.
«Al contrario. Propongo un atto di generosità della politica, condizione per poter ingaggiare il massimo numero di forze, politiche, sociali e intellettuali, per una riscossa del Paese.
Un risultato che certo non può essere raggiunto attraverso una sospensione o un’espulsione della politica».
Quale che sia il governo, le direttive che vengono dall’Europa non sembrano lasciare molti spazi.Cosa farebbe il Pd se fosse al governo?
«Andiamo in Europa e diciamo che ci facciamo carico dei vincoli, ma la ricetta ce la scriviamo da soli».

L’Unità 09.08.11

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La strategia del Pd: tassare le rendite finanziarie. La linea: il pareggio di bilancio non basta

L’obbligo del pareggio di bilancio scolpito in Costituzione non basta, per dare una scossa alla crescita serve un pacchetto di provvedimenti «immediati». Il Pd vuol fare la sua parte e prepara una «contromanovra» con cui presentarsi giovedì alla riapertura d’emergenza del Parlamento. Sui banchi delle commissioni congiunte di Senato e Camera siederanno Bersani e Letta, Franceschini e Anna Finocchiaro, per offrire agli italiani l’immagine plastica di un partito che lascia l’ombrellone e si rimbocca le maniche. E domani, alla vigilia, i responsabili economici del Pd si vedranno per gli ultimi ritocchi.
«Consultazione permanente» è l’ordine di scuderia di Pier Luigi Bersani, che offre al governo un atteggiamento meno barricadero ma chiede «tagli senza impatti nel sociale, ragionevoli dismissioni, liberalizzazioni immediate di alcune politiche industriali e interventi su rendite e ricchezze». La patrimoniale? Niente misure una tantum, Bersani preferisce misure strutturali. Bisogna intervenire «col cacciavite» nei centri acquisto di beni e servizi per ridurre i costi della pubblica amministrazione e bisogna razionalizzare le spese di Regioni, Province e Comuni. La sua principale preoccupazione è che la manovra vada a infilarsi nelle tasche delle famiglie con redditi medio-bassi. E anche la decisione di modificare l’articolo 81 della Costituzione per rafforzare i vincoli di bilancio, non lo convince. Il responsabile economico Stefano Fassina — che di concerto con il leader e con il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca, sta lavorando alle proposte del Pd — è durissimo: «È una scelta ideologica. Ritengo sbagliato, inutile e dannoso privarsi di uno strumento di politica economica che può servire per un’altra fase». Ma lo chiede l’Europa… «Sì, ma una Ue fatta da governi di centrodestra che ci stanno portando nell’abisso».
A Tremonti l’economista che siede nella segreteria del Pd domanda dove andrà a prendere i soldi per una manovra da 48 miliardi nel 2013. E sarà questo il tasto su cui, con più forza, batterà Bersani in commissione. «Spostare il prelievo sulla rendita — è il leitmotiv —. Cambiare la manovra in direzione dell’equità…». Ci fosse lui al suo posto, farebbe né più né meno che quel che tentò quando era al governo con Prodi: liberalizzazioni e ancora liberalizzazioni, dai carburanti alle banche, dalle assicurazioni alle professioni. E poi la riforma fiscale, dove la formula magica si basa su tre identiche aliquote del 20 per cento. «Chiediamo l’immediata tassazione delle rendite finanziarie e la riduzione del carico fiscale per le imprese», entra nel merito Fassina. E come Bersani ha già annunciato nei giorni scorsi, occorre puntare sulle politiche industriali.
Le pensioni non si toccano. Mentre sui costi della politica Bersani è pronto a impugnare le forbici per dimezzare i parlamentari, accorpare i Comuni, riorganizzare le Province e «abbattere» gli enti a partecipazione pubblica. E chissà se la svolta programmatica del leader convincerà la minoranza, che spinge per imboccare la strada della responsabilità. «La crisi va parlamentarizzata — incalza Beppe Fioroni —. Sono favorevole alla commissione bipartisan di Casini o almeno a un gruppo di lavoro congiunto tra Camera e Senato. Venti Regioni sono troppe, ne bastano 12. Dobbiamo liberalizzare le municipalizzate, aumentare l’Iva e imporre la patrimoniale».

Il Corriere della Sera 09.08.11

"Precari: La doppia fregatura dell'anzianità bloccata", di Pippo Frisone

Il varo del piano triennale sulle assunzioni e il blocco delle anzianità per otto anni, hanno un riflesso anche sul contenzioso in atto. Le brutte sorprese per i precari della scuola non finiscono mai.
Prima col collegato lavoro, poi col decreto sviluppo e per ultimo, con l’accordo Aran-Sindacati del 4 agosto. Questa volta l’assunzione in ruolo i precari la dovranno pagare a caro prezzo.
Col blocco delle anzianità fino a 6 anni una maestra ci rimette 3.393 euro mentre un docente laureato della secondaria 7.722 euro.
Si , perché l’accordo in deroga al CCNL firmato il 4 agosto, con l’astensione della Cgil, prevede per i neoassunti l’eliminazione del secondo gradone di anzianità 3-8, portando cosi il gradone iniziale dallo 0-2 attuale a 0-8.

Per entrare nel ”nuovo” secondo gradone 9-14 , ad un precario occorrono almeno 11 anni , perché solo i primi 4 anni sono valutati per intero mentre gli altri 7 anni sono ridotti di 1/3 .
L’anzianità media dei precari inseriti in graduatoria oscilla attorno ai sette anni per gli ATA e ai cinque per i docenti.
Si blocca così a stipendio iniziale la maggior parte dei precari neo-assunti, per gli anni necessari ad entrare nel secondo gradone, tenendo conto che gli anni tra il 2011 e 2013 non risulteranno utili ai fini dell’anzianità di carriera.
Se al blocco dell’anzianità si aggiungono il blocco del contratto nazionale fino al 2014 e l’anticipo della manovra di questi giorni sul rientro del debito, si ha la misura esatta dell’iniquità delle politiche messe in atto dal Governo, tese a colpire ancora una volta i ceti più deboli e indifesi.
Ma non è tutto!
Il varo del piano triennale sulle assunzioni e il blocco delle anzianità per otto anni, hanno un riflesso anche sul contenzioso in atto.
Almeno 20mila precari, dopo la diffida al Miur hanno avviato cause di lavoro che pur segnando il passo sulle stabilizzazioni, davano quasi ovunque esito positivo sul versante carriera e risarcimento danni. Qualcuno arrivò a stimare in 4 miliardi e mezzo l’esborso potenziale che il Miur avrebbe dovuto fronteggiare se tutti i 150mila precari annuali si fossero rivolti al giudice del lavoro.
La maggior parte dei ricorrenti infatti andava a collocarsi con l’anzianità nel vecchio secondo gradone (3 – 8) ora abolito.
Non sarà difficile per i giudici stabilire quale sia il giusto riferimento nell’applicazione della norma europea sulla parità di trattamento tra precari e personale di ruolo.
Essendo intervenuta con l’accordo del 4 agosto una modifica contrattuale sui gradoni è a quest’ultima che i giudici faranno riferimento.
Viene così depotenziato per via contrattuale un altro significativo segmento di contenzioso che sicuramente avrebbe continuato a interessare con esiti positivi migliaia di precari con almeno tre
anni di anzianità ma lontani da ogni ipotesi di stabilizzazioni . Tra deroghe al contratto nazionale, meno diritti e soprattutto meno tutele in cambio delle assunzioni in ruolo che si fa strada anche nella scuola il cosiddetto metodo Marchionne!
Per tutti questi motivi ma soprattutto per quei precari che domani non entreranno in ruolo che non bisognava firmare lo scambio contenuto nell’accordo del 4 di agosto.
Oggi è il primo gradone a saltare, domani sarà l’intero impianto sulle anzianità ad essere messo in discussione, in attesa di celebrare le nozze sul merito coi fichi secchi delle risorse inghiottite dal debito!

da Scuola Oggi 09.08.11

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“Assunzioni, e ora la ripartizione”, di Alessandra Ricciardi

Imminente il decreto con i contingenti provinciali dei 67 mila contratti. Attesa per i correttivi. È probabilmente finita la guerra tra Nord e Sud, Tra chi è da tempo in attesa di un posto fisso nelle vecchie graduatorie del Centro-Nord e chi in quelle liste vi è arrivato quest’anno dal Sud, sulla scia di punteggi più sostanziosi e avendo certa la disponibilità di nuove assunzioni proprio nelle province richieste.

Il ministero dell’istruzione e quello dell’economia hanno alla fine trovato la quadra: del pacchetto di 30.300 assunzioni di docenti che saranno fatte, 10 mila riguarderanno le graduatorie non aggiornate, ovvero quelle valide nel 2010/2011. Così prevede il decreto di autorizzazione alle immissioni in ruolo firmato la scorsa settimana dai ministri competenti dell’istruzione, dell’economia e della funzione pubblica, rispettivamente Mariastella Gelmini, Giulio Tremonti e Renato Brunetta. L’attenzione ora è tutta per il decreto che ripartirà il contingente di posti, 30.300 per i prof e 36 mila per il personale Ata, sul territorio. Decreto atteso tra oggi e domani. Resta anche da capire quali correttivi verranno utilizzati per bilanciare le richieste di alcune regioni rispetto ai vuoti in organico effettivamente disponibili: è il caso della Sicilia, dove per molte classi di concorso la disponibilità è pari a zero e che dunque dovrebbe avere poche centinaia di immissioni. Tornando al decreto interministeriale di autorizzazione, il comma 2 dell’articolo 1 recita: «Per il 2012/2013 e il 2013/2014, si prevede l’assunzione nel numero massimo di 22 mila unità di personale docente ed educativo e di 7 mila unità di personale Ata, tenendo conto dei pensionamenti e dell’attuazione a regime del processo di riforma previsto dall’articolo 64 della legge 6 agosto 2008 n. 133». Per la prosecuzione del piano triennale di assunzioni, previsto dal decreto legge n. 70, sarà dunque necessaria una ulteriore verifica, ogni anno, «circa la concreta fattibilità del piano nel rispetto degli obiettivi programmati dei saldi di finanza pubblica».

Sul fronte della retrodatazione al 2010/201 (solo giuridica e non economica) di 10 mila nomine di nuovi docenti, l’operazione è stata giustificata dal fatto che si tratterebbe di assunzioni da fare su posti che erano vacanti già lo scorso anno e che dunque vengono autorizzate «a completamento della richiesta di assunzioni effettuata» per il 2010. Ecco le stime sui 10 mila: all’infanzia 1681, 1680 alla primaria. Alle scuole medie altre 1680, come alle superiori. Per il sostegno 3243. Dei 20.208 restanti posti sulle graduatorie aggiornate, 4200 dovrebbero andare all’infanzia, 2100 alla primaria, 5500 alle medie e 4100 alle superiori. Per il sostegno 3600.

E ora cosa accadrà a livello regionale? A ragionare in termini di posti vacanti, dovrebbe essere la Lombardia a fare man bassa di immissioni in ruolo: dovrebbe portare a casa il 20% delle assunzioni (ovvero oltre 5.100 docenti e circa 7.500 Ata,). Al secondo posto il Lazio, dove si prevedono 3.200 nuovi docenti e 3.400 nuovi Ata. Numeri più bassi riguarderanno le altre regioni, soprattutto quelle del Sud. Si salva la Campania, dove firmeranno il ruolo 2.600 insegnanti e 3.000 Ata. Per la Siclia, si parla di 1500. Se per i prof, è necessario un criterio numerico diverso per ogni classe di concorso, per gli Ata si assumerà su tutti i posti vacanti, non avendo esuberi. Le operazioni per la formalizzazione dei contratti vanno ultimate entro fine agosto.

da ItaliaOggi 09.08.11